lunedì 26 giugno 2017

Pensieri per lo spirito


CORREGGERE NON È GIUDICARE
Camminare insieme nella correzione fraterna



In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Non giudicate, per non essere giudicati; 
perché con il giudizio con il quale giudicate 
sarete giudicati voi 
e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. 
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, 
e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? 
O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? 
Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene 
per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello». 
(Mt 7, 1-5)

Collaert Hans I, La parabola della pagliuzza e della trave, XVI sec.


CORREZIONE O GIUDIZIO?

Per rileggere questo brano di Vangelo si può partire dal basso, dalle ultime righe: l'uomo può correggere il proprio fratello, ma solo se in precedenza ha saputo effettuare una valutazione critica e sincera di se stesso, alla luce degli insegnamenti di Cristo, e ha messo in atto una strategia di "autocorrezione". In un certo senso Gesù ci dice che possiamo essere giudici solamente di noi stessi e che analizzando senza finzione i nostri sentimenti, le nostre motivazioni e finalità, possiamo capire cosa permane di anti-evangelico, e così provare a estirpare la zizzania che cresce in noi. Questa sincerità con noi stessi ci permetterà di avere quella limpidezza dello sguardo che sa cogliere le pagliuzze, i difetti e le mancanze anche negli altri senza giudicare il fratello, e ci consentirà di intervenire in spirito di correzione fraterna.
Il messaggio è chiaro: correzione, non giudizio. L'uomo non è creato per ergersi ad arbitro delle intenzioni del cuore altrui: quello è infatti un compito che spetta solo al Signore, l'unico capace (veramente) di andare oltre le apparenze, di vedere l'interno della creatura, di scrutarlo e conoscerlo in profondità prima ancora che agisca.
Di primo acchito sembra una contraddizione: correggere, identificando un atteggiamento sbagliato dell'altro, non è già giudicare? In realtà no, non lo è.
Quando si corregge l'altro si dovrebbe puntare l'attenzione sull'aspetto esteriore di ciò che si vede, senza etichettare le persone (come invece spesso facciamo) sotto le categorie di "buono-cattivo / generoso-egoista / umile-superbo" e via dicendo.

Correggere: un percorso da fare assieme

L'atto del correggere, come la stessa etimologia della parola suggerisce, è un'azione simultanea che richiederebbe la partecipazione attiva di chi suggerisce la correzione e di chi dovrebbe attuarla: «con» - «regĕre», reggere con, dirigere con. Io aiuto l'altro a dirigere i suoi comportamenti, a orientare i suoi atteggiamenti, le sue parole, quando mi accorgo che essi contraddicono il Vangelo e cammino con l'altro ogni volta che la correzione fraterna sortisce effetto (immediato o... posticipato), cercando di raggiungere la stessa meta, a cui potremmo dare molti nomi (la santità, il Paradiso, etc etc), ma che si sintetizza in una persona: Gesù Cristo.
Quando opera in questa dimensione la correzione  diventa un'opportunità di crescita (dunque di avanzamento nel cammino) per entrambe le parti. Correggere è un gesto di carità, di interesse vero per l'altro (mi sta a cuore che anche l'altro raggiunga la pienezza della perfezione in Cristo!), di generosità e a volte anche di fortezza (quante volte non se ne ha il coraggio!); lasciarsi correggere è un atto di umiltà e contribuisce non solo nel farsi aiutare a togliere  la pagliuzza, ma anche a iniziare a levare via la trave dal proprio occhio. Chi accetta la correzione impara a guardare chi corregge non come l'antipatico e il borioso di turno, ma come un fratello che nutre un affetto spirituale, disinteressato. Una delle travi, infatti, è l'orgoglio, ed è una trave pericolosa, che innesta radici profonde nel nostro io e appanna pesantemente la vista spirituale. Così come una trave è la malizia che ci fa giudicare chiunque ci si avvicini come superbo, cattivo, interessato. 
Si potrebbe chiudere il discorso con un modo di dire molto comune: Nessuno è perfetto.
Ecco che allora nessuno potrà essere solo colui che corregge, ma anche colui che si lascia correggere, in una relazione di mutuo soccorso, in cui il Cristo ci verrà incontro attraverso il Vangelo – la lampada che deve guidare i nostri passi (Sal 119, 105) – ma anche attraverso il fratello che, vista la pagliuzza nel mio occhio, mi tende una mano per toglierla, e vederci sempre meglio.

venerdì 23 giugno 2017

Pensieri per lo spirito

 CI HA AMATI CON TUTTO IL CUORE
Solennità del S. Cuore di Gesù


Celebrare la solennità del Sacro Cuore significa focalizzarsi su quello che è – simbolicamente – il nucleo essenziale della persona umana e divina di Gesù e della sua stessa intera esistenza: il suo amore salvifico per l'umanità. Questo perché il Cuore è il segno dell'amore di Dio e al contempo ne è anche simbolo, come Pio XII sottolineò nell'Haurietis Aquas: parliamo del Cuore di Cristo non per riferirci semplicemente a un organo umano, biologico, del corpo di Gesù, ma per andare a ciò che esso rappresenta, cioè l'amore. E questo amore non è un amore qualunque, non è contenuto entro limiti definiti o definibili. Al contrario, è un amore assoluto, infinito, gratuito. È l'amore di Dio che porta il Verbo a incarnarsi, a spendere la sua esistenza per la salvezza degli uomini, fino all'atto ultimo e "risolutivo" della propria offerta: la morte in croce, con l'altrettanto simbolico gesto della trafittura del costato, di quel cuore da cui sono fuorisciti sangue e acqua, i simboli dei Sacramenti della Chiesa e da cui la Chiesa stessa, dunque, è sgorgata. In questa fuoriscita dal costato è rappresentato il darsi di Gesù fino all'ultima goccia del suo sangue, cioè senza risparmiare niente di se stesso, senza conservare nulla, senza trattenere niente della propria vita. Il racconto giovanneo lo rimarca proprio nel gesto del soldato che squarcia il petto del Signore, perché il sangue, nel linguaggio biblico, è simbolo della vita stessa e così la morte di Cristo assume una valenza straordinariamente e doppiamente oblativa e vitale: Gesù spende la sua vita per gli altri, e l'aspetto fisico di questa donazione diventa espressione simbolica dell'amore reale con cui Dio ci ama. La vita di Gesù diventa infatti la vita di chi crede in lui, di chi si nutre di lui, di chi lo confessa come il Cristo. Questo è il messaggio chiaramente contenuto nella Prima Lettera di Giovanni, al capitolo 4. 
Dire che Gesù ci ha amati con tutto il cuore e dal profondo del suo cuore non è allora utopia. D'altronde, queste sono espressioni tipiche del linguaggio umano – che fa del cuore il simbolo dell'amore di una persona e del suo centro più profondo – ma sono realtà che Cristo ha vissuto e che Dio vive da sempre e vivrà per sempre per l'essere umano. È ancora Giovanni, infatti, nella sua Prima Lettera, a rammentare che Dio Padre ha mandato il suo Figlio unigenito «perché noi avessimo la vita per lui» (v. 9), e nel suo Vangelo, al cap. 3, versetto 16, è ancora più esplicito: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna». Benedetto XVI, poi, sottolineò che «lo Spirito Creatore ha un cuore. È Amore» (Omelia, 3 giugno 2006). 
Ecco che dunque, alla fine, con l'evangelista Giovanni possiamo racchiudere il significato della solennità del Sacro Cuore in una sola espressione: «Dio è amore» (Gv1 4, 16). E così come abbiamo visto concretamente l'amore per noi del Dio Uno e Trino nell'amore tangibile del Cristo Uomo, così anche noi possiamo diventare trasparenza dell'amore di Dio per gli altri, ogni volta che ci relazioniamo al nostro prossimo non per semplice filantropia o interesse o peggio ancora con disprezzo, ma con lo stesso atteggiamento interiore di Cristo: nell'offerta generosa di ciò che siamo e anche del nostro tempo, che spesso riteniamo più prezioso del fratello che ci sta accanto. 
Il Cuore di Gesù ha declinato il proprio tempo umano secondo i bisogni dell'umanità assetata di amore, e ha fatto del proprio spazio esistenziale lo spazio dell'accoglienza, dell'abbraccio, della correzione, del conforto e della vicinanza; lo spazio della chiamata e dell'attesa, lo spazio della speranza e della pazienza; lo spazio della vita che genera vita, non del rifiuto, che genera sempre morte ogni volta che un no diventa l'umiliazione dell'altro che tende la mano. Guardare al Cuore di Gesù significa imparare da lui e imitarlo, riconoscendosi chiamati a una missione grande e che non abbiamo meritato, ma che tuttavia ci è stata affidata: mostrare ancora oggi, nel nostro mondo, nella nostra epoca, che Dio ha un cuore che palpita d'amore, che Dio stesso, anzi, è cuore, se per cuore intendiamo il suo amore senza riserve. 

mercoledì 17 maggio 2017

Pensieri per lo spirito


RINNOVARSI PER IL REGNO






IL CAMBIAMENTO PER IL REGNO DI DIO

Il vino da versare in otri nuovi, il vestito da rinnovare e non da rattoppare  (Lc 5, 36-39), il tralcio da potare (Gv 15, 1-8): Gesù parla più volte della necessità del cambiamento totale richiesto a chi vuole seguirlo. È l'esigenza del «convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1, 15), nella stessa logica di un'altra affermazione del Cristo: «Nessuno che mette mano all'aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio» (Lc 9, 62).
Soprattutto Luca sottolinea l'illogicità di un comportamento contrario al cambiamento vero: «nessuno» versa il vino nuovo in otri vecchi, perché altrimenti si perdono entrambi; «nessuno» strappa un pezzo di stoffa da un vestito nuovo per rattopparne uno vecchio, perché altrimenti li si rovina entrambi. In tutte e due le immagini usate dal Maestro si esprime così il concetto di perdita a cui si va incontro se ci si avventura in un cambiamento solo parziale e, dunque, fittizio. Anche in Giovanni, laddove Gesù ricorre all'immagine della vite e dei tralci, emerge la stessa idea: un tralcio staccato dalla vite non può produrre niente, mentre un tralcio potato non solo porterà frutto, ma ne porterà ancora di più rispetto a prima.
La realtà del Regno di Dio non si può rattoppare su di noi come fosse un semplice rammendo, né possiamo pretendere di travasarla nel nostro vecchio io: limitarsi a questo non sarebbe cambiare veramente.
E questo accade perché il Regno di Dio è dinamico e vitale, e le stesse immagini scelte da Gesù sono cariche di tale dinamismo: il vino nuovo richiama alla mente la fermentazione, per cui esso farebbe scoppiare gli otri fatti di pelle animale, che hanno perso l'elasticità; il rattoppo preso da un vestito nuovo evoca invece lo strappo, lo sfilacciarsi della stoffa e poi lo stridore tra la stoffa nuova del rattoppo e quella vecchia del vestito da rammendare.
Lo stesso dinamismo è presente anche nell'immagine della vite e dei tralci, che suggerisce il ciclo di potatura/attesa/produzione dei frutti necessario affinché si ottenga il risultato sperato. 

Rinnovarsi "costa"

Il Regno di Dio riguarda l'uomo nella sua interezza di anima e di corpo, di pensieri e sentimenti, di cuore e di mente. Ecco perché esso richiede un cambiamento integrale e non semplicemente un piccolo lifting al credente che vuole accogliere l'annuncio di Gesù per viverlo in pienezza, aderendovi totalmente. E il rinnovamento è sempre costoso: significa abbandonare i nostri vecchi modi di pensare, i nostri preconcetti; sforzarsi nel superamento di quei limiti che sembrano impedire alla Buona Novella di attecchire in noi. Tutto questo costa come costa dolore al tralcio il subire una potatura e fatica all'otre nuovo opporre resistenza al sobbollire del vino nuovo... e come costa buttare il vestito vecchio (che magari ci piace pure!) per tenere solo quello nuovo. Gesù stesso ne è consapevole, tanto da dire che «nessuno che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: "Il vecchio è gradevole!"»(Lc 5, 39).
Ma se vogliamo tuffarci nell'esperienza che il Regno di Dio è, se vogliamo vivere in esso e farlo vivere in noi, necessariamente dobbiamo cambiare. Se volessimo portarlo in noi tenendoci per quello che siamo sempre stati, o se volessimo semplicemente appiccicarcelo addosso in un punto specifico, come fosse solo un insieme di cose esteriori che non ci tangono nel di dentro o che ci chiedono di modificare solo una parte di noi, falliremmo nel nostro tentativo. La forza dirompente del Regno entrerebbe in contrasto con il nostro uomo vecchio. Potremmo allora sentirci a disagio, apparire strani agli occhi degli altri, come se vestissimo un abito che ci va stretto o uno straccio ricucito malamente, e potremmo anche scoppiare, cioè non reggere alla portata di novità che il Regno vuole realizzare nella nostra esistenza: a quel punto manderemmo tutto all'aria. 
Essere cristiani significa invece accettare lo sforzo di fare di noi una cosa nuova, in vista di un bene più grande, che è Dio stesso. Se infatti impariamo a conoscere Cristo – parafrasando san Paolo nella Lettera agli Efesini – allora siamo anche istruiti da lui «ad abbandonare, con la sua condotta di prima, l'uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli» (Ef 4, 22) e a rinnovarci «nello spirito della mente e a rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità» (Ef 4, 23-24). 
Ascoltare la Parola, lasciarla entrare in noi, lasciare che essa ci trasformi. Questa è la potenza di Dio, che per mezzo del suo Verbo incarnato e con l'energia dello Spirito Santo è capace di fare di noi una meraviglia sempre nuova. A ciascuno di noi è chiesto solo l'impegno, la docilità, lo sforzo nel superarsi per mostrare, con sempre maggiore consapevolezza, anche agli altri, la straordinaria bellezza di creature che rendono visibile, in questo mondo, il Regno di Dio già in mezzo a noi.

domenica 16 aprile 2017

Pensieri per lo spirito


NELLA SPERANZA SIAMO SALVATI
Meditazioni per la Settimana Santa



La nostra speranza è in Dio.
La nostra speranza è Dio.
La nostra speranza è la speranza di un Cristo che non ha negato la morte, ma l'ha attraversata, e proprio attraversandola, l'ha sconfitta, inaugurando il tempo della vita vera in Se stesso, uomo perfetto, glorificato dal Padre.







IL DIO DELLA LUCE, IL DIO DELLA SPERANZA

La Veglia Pasquale comincia con parole di luce, vita e speranza. La Benedizione del fuoco, il primo dei momenti che scandisce la celebrazione, ci ricorda infatti che «in questa santissima notte, nella quale Gesù Cristo nostro Signore passò dalla morte alla vita, la Chiesa, diffusa su tutta la terra, chiama i suoi figli a vegliare in preghiera. Rivivremo la Pasqua del Signore nell’ascolto della Parola e nella partecipazione ai Sacramenti; Cristo risorto confermerà in noi la speranza di partecipare alla sua vittoria sulla morte e di vivere con lui in Dio Padre» [1].
La Benedizione del fuoco si colloca nella Liturgia della Luce, che ci ricorda attraverso segni e parole che Cristo è l'unica e vera luce del mondo da cui dobbiamo lasciarci illuminare. 
Questa luce era già stata preannunciata dai profeti, per mezzo dei quali Dio aveva parlato, come rammenta l'orazione alla quinta lettura, durante la Liturgia della Parola:

«Dio onnipotente ed eterno,
unica speranza del mondo,
tu hai preannunziato con il messaggio dei profeti
i misteri che oggi si compiono;
ravviva la nostra sete di salvezza,
perché soltanto per l’azione del tuo Spirito
possiamo progredire nelle vie della tua giustizia.
Per Cristo nostro Signore». 

La luce di Cristo risplende senza fine perché Egli è la vera immagine visibile del Padre, del quale ha portato ha compimento il progetto di salvezza dell'uomo. San Paolo si augura dunque (scrivendo agli Efesini) che Dio Padre «illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l'efficacia della sua forza e del suo vigore.
Egli la manifestò in Cristo,
quando lo risuscitò dai morti
e lo fece sedere alla sua destra nei cieli,
al di sopra di ogni Principato e Potenza,
al di sopra di ogni Forza e Dominazione
e di ogni nome che viene nominato
non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro» (Ef 1, 18-21).

Cos'è la speranza?

a) È una virtù teologale

Così la definisce il Catechismo della Chiesa Cattolica: 
«La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull'aiuto della grazia dello Spirito Santo. 
"Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso" (Eb 10,23).
La virtù della speranza risponde all'aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo; essa assume le attese che ispirano le attività degli uomini; le purifica per ordinarle al regno dei cieli; salvaguarda dallo scoraggiamento; sostiene in tutti i momenti di abbandono; dilata il cuore nell'attesa della beatitudine eterna. Lo slancio della speranza preserva dall'egoismo e conduce alla gioia della carità» [2].

b) Non è semplicemente ottimismo

«L'ottimismo di temperamento è una cosa bella e utile nelle angosce della vita» – scriveva Joseph Ratzinger –. «Deve essere sviluppato e coltivato per formare positivamente la fisionomia morale di una persona. Allora esso può crescere mediante la speranza cristiana e diventare ancora più puro e più profondo; viceversa in un'esistenza vuota e falsa esso può decadere e divenire pura facciata. Importante è non confonderlo con l'ottimismo ideologico, ma anche non identificarlo con la speranza cristiana, la quale può crescere su di esso, ma come virtù teologica è una qualità umana di profondità di gran lunga maggiore e di altro rango. Il fine della speranza cristiana è il regno di Dio, cioè l'unione di uomo e mondo con Dio mediante un atto di divino potere e amore» [3].

c) Dio è l'unica nostra speranza

Già l'orazione alla quinta lettura della Veglia pasquale lo ha evidenziato: Dio è l'unica speranza. 
In Lui, infatti, riponiamo la nostra speranza, la nostra fede. Soltanto Dio può salvarci dal peccato, dalla morte, dal decadimento, dalla bruttezza, dall'ingiustizia, dalla falsità. L'azione che realizza la speranza, pur richiedendo la nostra volontà, il nostro impegno fattivo, in definitiva viene solo da Dio, che vuole che tutti gli uomini si salvino, e che per questo ha operato e opera, mettendoci nelle condizioni di essere salvati.
Dire a Dio: «Tu sei la mia speranza» equivale a dirgli: «Tu sei la mia unica salvezza».
San Paolo ci dice infatti che «nella speranza siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo?» (Rm 8,24). 
Ma in quale speranza siamo stati salvati?
In quella di Gesù, che ha vissuto la fede nella speranza di essere liberato dalla morte, pregando e rendendosi obbediente (Eb 5,7). È nella sua (grazie alla sua) speranza che si può realizzare la nostra speranza; è nella sua fede che anche noi possiamo credere nell'unico Padre suo e nostro; è nella sua carità, nel suo amore, che anche noi possiamo vivere le relazioni con Dio e con gli altri in una dimensione totalmente donativa. 
La speranza del Cristo non era infatti solo per Se stesso: Egli ha sperato per tutti noi, per salvare gli uomini attraverso la sua Passione, morte e Risurrezione.
La speranza del Cristo diventa così la nostra speranza: Egli poi è il fine ultime della nostra speranza, perché «è anche possibile che il Regno di Dio significhi Cristo in persona, lui che invochiamo con i nostri desideri tutti i giorni, lui di cui bramiamo affrettare la venuta con la nostra attesa. Come egli è la nostra Risurrezione, perché in lui risuscitiamo, così può essere il Regno di Dio, perché in lui regneremo [San Cipriano di Cartagine, De oratione dominica, 13: PL 4, 527C-528A]» [4].

Cristo, principio e fondamento della nostra speranza nell'Eucaristia

L'orazione alla quinta settima della Veglia pasquale invoca così Dio Padre:

«O Dio, che nelle pagine dell’Antico e Nuovo Testamento
ci hai preparati a celebrare il mistero pasquale,
fa’ che comprendiamo
l’opera del tuo amore per gli uomini,
perché i doni che oggi riceviamo
confermino in noi la speranza dei beni futuri.
Per Cristo nostro Signore» [5].

E il dono principale che riceviamo nella Celebrazione Eucaristica è la Comunione, «Sacramento della carità, il dono che Gesù Cristo fa di se stesso, rivelandoci l'amore infinito di Dio per ogni uomo. In questo mirabile Sacramento si manifesta l'amore "più grande", quello che spinge a "dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13). Gesù, infatti, "li amò fino alla fine" (Gv 13,1). Allo stesso modo, Gesù nel Sacramento eucaristico continua ad amarci "fino alla fine", fino al dono del suo corpo e del suo sangue» [6]. 
Il Cristo eucaristico è infatti il Cristo morto e risorto. Egli, Figlio obbediente, fedele, traboccante di speranza, è il tralcio su cui veniamo innestati per avere la vita nuova di uomini redenti, in una redenzione che, in quanto spirituale, opera già ora, è un anticipo della risurrezione dei nostri corpi, di quella redenzione "totale" che vivremo nel futuro escatologico, così come l'Eucaristia è pegno della gloria futura.
Se siamo consapevoli di questo allora dobbiamo orientare tutta la nostra vita, questa nostra vita presente, attuale, alla luce della speranza.

Un messaggio per l'uomo: agire già in questa vita orientati dalla speranza

Scriveva Moltmann: 

«La speranza cristiana è diretta verso un novum ultimum, verso la nuova creazione di tutte le cose ad opera del Dio della risurrezione di Cristo. Essa ci apre una prospettiva di futuro che ricomprende ogni cosa, anche la morte; essa può e deve ricondurre in quella prospettiva anche le limitate speranze di rinnovamento della vita, suscitandole, relativizzandole e orientandole. Contro la presunzione non serve la disperazione che dice "in fondo tutto rimane sempre uguale", ma serve soltanto il correttivo della speranza che si articola in pensiero e azione. La speranza cristiana è chiamata e autorizzata a operare una trasformazione creativa della realtà, perché essa ha speranza per l'intera realtà. La speranza della fede diventa essa stessa una fonte inesauribile cui attinge la immaginazione creativa e inventiva dell'amore. Essa provoca e produce costantemente un pensiero anticipatore che è pensiero d'amore per l'uomo e per il mondo, affinché le nuove possibilità che emergono assumano una forma consona alle cose migliori possibili, poiché le cose promesse sono nell'ambito del possibile.
Essa susciterà quindi costantemente la "passione per ciò che è possibile", l'inventiva e l'elasticità per autotrasformarsi, per uscire dal vecchio e adattarsi al nuovo» [7].

La stessa passione che Cristo ha vissuto, uscita dalla mente del Padre come mezzo nuovo per redimere gli uomini, per farli uscire dal vecchio e rinnovarli nel Figlio, l'uomo «reso perfetto per sempre» (Eb 7, 28).


NOTE

[1] Liturgia della Veglia pasquale.
[2] Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1817-1818
[3] Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Guardare Cristo – Esercizi di fede, speranza e carità, Jaca Book, 2009, p. 39-40.
[4] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2816
[5] Liturgia della Veglia pasquale.
[6] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis, n. 1.
[7] Jürgen Moltmann, Teologia della speranza, Queriniana, 2008, pp. 27-28.

sabato 15 aprile 2017

Pensieri per lo spirito


IL SILENZIO DI DIO E LA SPERANZA DELL'UOMO
Meditazioni per la Settimana Santa


Il Sabato Santo è il giorno del silenzio. Non si celebra la Liturgia della Parola, non si riceve l'Eucaristia. Siamo chiamati a "rivivere" il silenzio del sepolcro. Il silenzio del Gesù morto, il silenzio degli apostoli smarriti, il silenzio del dolore della madre.
Cosa può dire l'esperienza di questo silenzio, a noi che sappiamo già cosa attende il Cristo dopo tre giorni di attesa?





Giuseppe Sanmartino, Cristo Velato, 1753
Museo Cappella Sansevero, Napoli





IL SILENZIO DI DIO

Il Sabato Santo è il giorno del silenzio, giorno in cui siamo invitati a meditare sugli eventi trascorsi e ad attendere la Risurrezione del Signore, che avrà luogo nella Veglia di tutte le veglie, quella pasquale.
Il Sabato Santo è l'unico giorno dell'anno in cui non vi è Liturgia della Parola e in cui non si riceve l'Eucaristia e siamo invitati a cercare il Signore in maniera diversa dal solito.
Il silenzio di Gesù dopo la sua morte, quel silenzio che agli occhi di molti sembrò anche un silenzio divino (quanti si saranno chiesti: E dov'è Dio con le promesse di cui il Cristo ha parlato?) si traduce in silenzio liturgico, attraverso cui proviamo a rendere concretamente sperimentabile l'esperienza vissuta dagli apostoli.
Il Sabato Santo è una sorta di memoriale atipico, così come la Liturgia è il memoriale per eccellenza della Passione e Risurrezione del Signore. Il Sabato Santo è il giorno in cui «la Chiesa rivive il mistero della sepoltura di Gesù» [1].
Questo mistero stesso, è già per noi fonte di riflessione e oggetto di domande: che senso ha il silenzio? Cosa può dire, oggi, a noi che sappiamo già come va a finire il racconto del Vangelo, la storia di Gesù, paradigma della nostra esperienza di creature destinate a risorgere?

a) Il silenzio è uno dei linguaggi di Dio

«Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti» (1Cor 1, 27).
Dio viene a dire la sua parola ultima e definitiva attraverso suo Figlio. Un Figlio che che assume una condizione umana, nascosto per anni agli occhi della storia; un Figlio che non viene a operare sulla terra una rivoluzione politica e sociale e neppure a ribaltare le sorti degli ultimi ricorrendo alla forza bruta. Il linguaggio di Dio è un linguaggio in sordina, silenzioso rispetto alle aspettative e alle modalità delle masse; un linguaggio la cui portata rivoluzionaria è nel contenuto del suo messaggio, e che proprio per questo appare stolto e debole agli occhi del mondo, in cui fatica a farsi spazio. 
Del Cristo Isaia aveva detto: «Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce» (Is 42, 2).
Il linguaggio dell'amore non può essere urlato, ma solo sussurrato, affinché tocchi le corde del cuore, in attesa di una risposta libera. L'amore non si può imporre, ma soltanto offrire.
Credere e abbandonarsi a Dio comporta allora la necessità di confrontarsi con l'apparente suo silenzio, con quel suo tono dimesso che sembra non voler imporsi sul male. Già nel grido del Cristo sulla Croce, in quel «Perché mi hai abbandonato?» (Mt 27, 46) sembra riecheggiare il grido di ogni uomo sulla faccia della terra. Anche quello dell'uomo di fede.  È l'interrogativo sui tanti silenzi di Dio dinanzi alle sofferenze, alle ingiustizie, alle inquietudini esistenziali, ai soprusi, alle violenze, alle cattiverie che albergano nel cuore dell'essere umano e si tramutano in parole e azioni omicide, ma anche la domanda sul perché Dio taccia dinanzi alle tante comprensioni errate di lui, del suo messaggio, della sua Chiesa. È il silenzio di Dio davanti alla morte, anche a quella del Figlio: nel suo sepolcro sembrano essere state definitivamente sepolte tutte le speranze, le aspettative di chi ha osato credere in questo Dio silenzioso che Gesù ha definito come il «Padre nostro» (Mt 6, 9). 

b) Anche il silenzio è preghiera, lode a Dio

Il Salmo 65, Inno di ringraziamento a Dio per la sua bontà, comincia così:
«Per te il silenzio è lode, o Dio, in Sion,
a te si sciolgono i voti».
Il silenzio mortale di Gesù, che ha sciolto il proprio voto, assolvendo in maniera totale alla propria missione, è una lode che sale a Dio Padre. È l'atto di obbedienza spinto fino al suo estremo: l'apparente annientamento di Gesù nella cessazione della vita, l'apparente sconfitta di Dio stesso, nella morte del Figlio. Ma proprio in questa accettazione di tale portata il compiacimento del Padre nel Figlio non potrebbe avere punto più elevato nella parabola umana del Cristo, il cui corpo giace nel sepolcro, sigillato da una pietra. Nella morte del Figlio la giustizia e la misericordia hanno raggiunto un vertice. Il peccato dell'uomo è sconfitto attraverso la morte del Figlio, in cui trova pieno compimento la giustizia divina.

c) Il silenzio è tempo di speranza, tempo di attesa

«È bene aspettare in silenzio 
la salvezza del Signore. 
È bene per l'uomo portare 
un giogo nella sua giovinezza. 
Sieda costui solitario e resti in silenzio, 
poiché egli glielo impone. 
Ponga nella polvere la bocca, 
forse c'è ancora speranza. 
Porga a chi lo percuote la sua guancia, 
si sazi di umiliazioni. 
Poiché il Signore 
non respinge per sempre. 
Ma, se affligge, avrà anche pietà 
secondo il suo grande amore». (Lam 3, 26-32) 

Il silenzio dell'anima del Cristo-Uomo è un silenzio paziente, di chi attende i tempi di Dio. Un Dio che per tre giorni sembra rimanere in silenzio

 Un messaggio per l'uomo: dal silenzio alla speranza 

Il Sabato Santo, nel silenzio della Liturgia che tace, ci offre spazi per il colloquio interiore con Dio, il silenzio umile di chi si rende vuoto di parole altisonanti o inutili, per tendere l'orecchio a ciò che Dio ha da dire. 
È un silenzio che va coltivato anche dopo la fine del Sabato Santo, come atteggiamento quotidiano e filiale, di chi impara a leggere il passaggio di Dio nella propria vita, passaggio che non necessariamente avviene tra suoni roboanti, ma, molto spesso, «nel sussurro di una brezza leggera» (cfr. 1Re, 19, 12). 
È un silenzio che deve orientarci come modalità del nostro essere cristiani, del nostro testimoniare la fede: non urlando, perché Dio non urla; non imponendo, perché Dio non obbliga nessuno; non con brutalità, ma con pazienza e perseveranza, con dolcezza, imparando l'umiltà dal Cristo: «È vero che, nel nostro rapporto con il mondo, siamo invitati a dare ragione della nostra speranza, ma non come nemici che puntano il dito e condannano. Siamo molto chiaramente avvertiti: "sia fatto con dolcezza e rispetto" (1 Pt 3,16), e "se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti" (Rm 12,18). Siamo anche esortati a cercare di vincere "il male con il bene" (Rm 12,21), senza stancarci di "fare il bene» (Gal 6,9) e senza pretendere di apparire superiori ma considerando "gli altri superiori a se stesso" (Fil 2,3)» [2]. 
La pazienza di Gesù dinanzi ai silenzi di Dio possono spronarci a vivere nell'attesa fiduciosa della liberazione anche quando la nostra vita rimane intrappolata nelle ingiustizie, nella falsità, calunnia, incomprensioni e invidie altrui. In tutto ciò che uccide la nostra dignità, che rende quasi insopportabile il peso dell'esistenza, nelle difficoltà psicologiche o materiali che rendono quasi impossibile andare avanti. Il Sabato Santo è l'invito a ricordare che i tempi di Dio sono tempi di giustizia, in cui il giusto provato viene largamente ricompensato per i torti subiti, perché Dio è Verità, Giustizia e Misericordia. Dal Cristo che giace inerme nel sepolcro, e la cui anima attende negli inferi, siamo chiamati a imparare la virtù della pazienza. Infatti 
«È meglio la pazienza che la forza di un eroe, 
chi domina se stesso vale più di chi conquista una città» (Pro 16, 32) 
«Non sfuggirà il peccatore con la sua preda, 
 né la pazienza del giusto sarà delusa» (Sir 16,13). 
Sull'esempio di Cristo, anche noi possiamo assumere l'atteggiamento a cui san Paolo invita nella Lettera ai Romani: «ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato». (Rm 5, 3-5)

NOTE

[1] Il Messale di ogni giorno, Città Nuova, Libreria Editrice Vaticana, Jaca Book, p. 448.
[2] Francesco, Evangelii Gaudium, n. 271.

venerdì 14 aprile 2017

Pensieri per lo spirito


LA SCONFITTA CHE CI RENDE CREDIBILI
Meditazioni per la Settimana Santa


Il Venerdì Santo siamo invitati ad adorare la Croce, il trono su cui Gesù viene glorificato. Lo stesso trono attraverso il quale il Padre, in Cristo, glorificherà noi. È dura accettare l'apparente sconfitta di un Dio che definiamo Onnipotente, ma proprio la sconfitta diventa lo strumento della sua credibilità,  perché Egli, fino alla fine, tiene fede alle sue promesse.



William Bouguereau, Compassione!, 1897
Parigi, Musee d'Orsay 




LA VITTORIA DI DIO NELLA SUA SCONFITTA

La Liturgia odierna, quella in cui in maniera solenne facciamo memoria della Passione del Signore, è dominata da vari sentimenti: la sofferenza, l'obbedienza, il rifiuto, l'adorazione. E non si può comprendere proprio il sentimento/atto del nostro adorare la Croce se non ricordando anche l'atto del glorificare, in questo Venerdì di Passione. Tema che emerge già nel Quarto canto del Servo del Signore (Is 52, 13- 53, 12) proclamato quale prima lettura.
Si tratta di un canto che profetizza (e per noi riassume) le sofferenze patite dal Cristo, ma nella prospettiva finale, quella della gloria riservatagli da Dio Padre:
«Ecco, il mio servo avrà successo, 
sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente» (Is 52, 13).
Il Padre, che parla nella Scrittura per mezzo del profeta, ci immette subito nella prospettiva da cui guardare la Croce, non vedendo in essa uno scandalo o una sconfitta dell'Uomo-Dio Gesù Cristo, ma un trampolino di lancio per il compimento dello Scritture, per la piena riuscita della missione salvifica divina, per la realizzazione del progetto del Padre che si attua in Cristo, l'uomo sofferente, umiliato, apparentemente distrutto. Proprio attraverso la sconfitta umana di Gesù e della sua storia personale si realizza una vittoria senza pari. Una vittoria invisibile ai soli occhi umani, incomprensibile se analizzata semplicemente attraverso criteri razionali e mondani, ma che abbraccia in verità lo spirito e la carne, il mondo intero: dal Gesù morto e risorto sarà infatti possibile il rinnovamento di tutte le cose (cfr. Ap 21, 5).
Ecco perché siamo chiamati ad adorare la Croce: essa è strumento di vita, non di morte; strumento di vittoria sul peccato che deturpa l'uomo, le sue relazioni con Dio e con gli altri uomini, il suo rapporto con il creato.
Attraverso la Croce Dio permette all'uomo di raggiungere una dimensione nuova, quella di creatura perfetta, nell'Uomo perfetto: Gesù Risorto.
Lo anticipa già Isaia, quando in esso leggiamo che
«Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà le loro iniquità» (Is 53, 11).
Isaia rimarca che la vittoria di Cristo si rende possibile nell'obbedienza al progetto del Padre. Così come pure fa san Paolo nella lettera agli Ebrei, proclamata quale seconda lettura (Eb 4,14-16; 5,7-9). Un progetto che comporta la via della mortificazione, della prova, ma proprio in questa obbedienza Gesù risulta vittorioso: Egli si abbandona al Padre e continua a testimoniare la Verità anche quando ciò comporta pagarne il prezzo sulla propria pelle. Tutta la missione di Gesù è coronata dalla Croce, massimo simbolo della straordinaria fede di questo Uomo che non rinuncia a essere pienamente se stesso nella fedeltà alla propria vocazione.

Gesù: un credente credibile

Gesù ha dato testimonianza con la propria vita. Gesù è stato integralmente coerente nel suo credere e nel suo agire, tanto da aver rischiato più volte di morire prima ancora di essere crocifisso; tanto da essere definito come un pazzo e un blasfemo; tanto da essere stato incompreso dai suoi discepoli, tradito da Giuda, rinnegato da Pietro, abbandonato da tutti (eccezion fatta per pochissimi) ai piedi della Croce.
Già in questa esperienza vi è una vittoria: la vittoria (per amore di Dio e degli uomini) sulla paura umana, sull'egoismo, sul desiderio di facile accondiscendenza sociale che conduce a una falsa gloria.
Cristo vive il proprio rapporto di figliolanza con Dio Padre come risposta d'amore a un progetto grande, apparentemente assurdo, irrazionale. La stessa risposta che dà Maria, quando si mette in cammino, da pellegrina nella fede, con la rivoluzione che comporta per lei il diventare madre di Dio.
E anche adesso, con Gesù sulla Croce che interroga il Padre sul perché del suo silenzio, ritroviamo Maria, di cui i Vangeli non riportano neppure una parola in questo momento così drammatico. 
Il silenzio del Padre e quello della madre ci preparano al silenzio del Figlio, al silenzio mortale di Gesù. 
Ma sono silenzi carichi di credibilità: Dio Padre tiene fede alla sua promessa di salvezza, che per attuarsi deve passare attraverso la sofferenza liberamente accettata del Figlio; la Madre tiene fede al suo ad un progetto più grande di lei: cosa potrebbe dire davanti agli impenetrabili disegni divini?  Come potrebbe ribellarsi alla missione di suo Figlio, lei che lo ha conosciuto meglio di chiunque altro?
Anche il silenzio di Gesù dopo la sua morte è un silenzio credibile, perché preceduto dalla consegna del proprio spirito al Padre e di quella della madre al discepolo Giovanni. Gesù non rinuncia a credere che il Padre e la madre siano intimamente accanto a Lui, anche se tacendo. Il silenzio della morte di Cristo sarà così colmato di speranza e di fede.

Un messaggio per l'uomo: credenti credibili

L'esperienza dell'obbedienza di Cristo al progetto del Padre ci conduce sul mistero grande della credibilità del nostro credere. 
Il Cristo che cammina verso la Croce e che su di essa muore, affidando la propria anima al Padre dopo un grido che racchiude tutti i perché esistenziali e spirituali dell'umanità, ci dice che è possibile spendere la propria esistenza nella coerenza d'azione e di fede anche quando non riusciamo ad avere piena comprensione del progetto di Dio su di noi, sulla nostra vita; anche quando testimoniare la fede diventa motivo di ostilità nei nostri confronti.
La nostra credibilità ha il fondamento della speranza in una giustizia e in una verità assoluta, che avranno la meglio nella dimensione della vita eterna, in quella dimensione così fuori dai nostri schemi umani e dalle nostre categorie di pensiero, ma anche così rispondente alla nostra intima e inarrestabile sete di tutto ciò che è buono, giusto, vero, bello.
Essere credenti credibili è possibile proprio a partire dall'esperienza umana e spirituale di Gesù, il Gesù dell'abbandono nella fede, il Gesù del silenzio che palpita nell'attesa.
Nel nostro cammino, costellato di croci, dobbiamo e possiamo camminare assieme a Lui, in una sorta di compassione vicendevole. La nostra debolezza si appoggerà alla sua forza, la sua debolezza di Uomo Crocifisso troverà sostegno nel nostro desiderio di continuare a percorrere la strada accanto a lui, come piccoli cirenei.
La nostra apparente sconfitta sarà, in realtà, un passo in avanti verso la nostra vittoria finale, verso la nostra meta ultima: la vita da risorti, in Cristo, con Cristo e per Cristo.

giovedì 13 aprile 2017

Pensieri per lo spirito


 AMARE E LASCIARSI AMARE
Meditazioni per la Settimana Santa


Il Giovedì Santo ci riporta al tema del servizio. È il giorno dell'Ultima Cena, del dono di Gesù nel pane e nel vino, anticipazione della sua Passione. È il giorno della lavanda dei piedi e dell'istituzione del sacerdozio. Ma servire è solo dare, o anche imparare a ricevere?







LA RECIPROCITÀ NEL SERVIZIO

Il Giovedì Santo torna ad accompagnarci il Vangelo di Giovanni (Gv 13, 1-5), offrendoci la scena della lavanda dei piedi e ricordandoci, ancora una volta, il tradimento di Giuda. È un richiamo scarno ed essenziale, ma attraverso cui l'evangelista sottolinea in modo molto forte la diversità tra il traditore e il salvatore, tra la superbia e l'attaccamento al denaro di Giuda e l'umiltà e "povertà" del Cristo, tra l'egoismo dell'uno e la donazione totale dell'altro.
L'amore «fino alla fine» (v. 1) di Cristo per gli uomini si manifesta infatti nel dono totale che Egli fa di sé, un dono che si esprime attraverso l'abbassamento di Dio ai piedi dell'uomo, affinché l'uomo venga innalzato all'altezza di Dio.
Questo lo vediamo accadere letteralmente in Gesù, già nella scena della lavanda: Cristo si spoglia delle vesti, si cinge di un asciugamano e si china dinanzi ai discepoli, per lavare loro i piedi (vv. 4-5), in un atto di apparente umiliazione, che rimanda a quella spoliazione più importante e carica di sofferenze, estremamente mortificante (agli occhi del mondo), che avrà luogo sul Golgota, dove Gesù sarà spogliato da altri e sarà inchiodato alla Croce, nell'umiliazione pubblica infertagli per aver osato dichiararsi «Figlio di Dio».
Ma Cristo non va passivamente alla Croce. Ci va con la consapevolezza di essersi immesso volontariamente sulla via del Calvario. È la stessa volontarietà contenuta nel gesto della lavanda, espressione – al pari della Croce – dell'intera scelta esistenziale che Gesù ha fatto: quella dell'amore, dell'obbedienza e della Verità.
E questo gesto non è solo un'azione del Cristo da contemplare da lontano, come se fossimo semplici spettatori. Gesù presenta un esempio da imitare: «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (vv. 14-15).
Gesù non sta soltanto mostrando l'umiltà presente in se stesso, ma sta insegnando ai suoi discepoli come essere realmente umili; non sta soltanto dimostrando fin dove il proprio amore lo spinge (e lo farà in maniera totale sulla Croce), ma sta dando agli apostoli una lezione sul come amare in maniera concreta. E allo stesso tempo, sta anche insegnando loro come si riceve l'amore degli altri.
Infatti, quando Gesù giunge da Pietro, questi esplode in una domanda piena di stupore: «Signore, tu lavi i piedi a me?» (v. 6). Prende allora avvio un dialogo tra i due, tra un Cristo che invita Pietro a lasciar fare, perché in seguito comprenderà la portata, il significato di quel gesto, e un discepolo che manifesta (come in altre occasioni) un atteggiamento scandalizzato, espressione di una mentalità ancora mondana: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!» (v. 7).
Ma il gesto di Gesù è un gesto di condivisione, che ne manifesta il desiderio profondo di donarsi completamente ai suoi, come dimostrano le sue parole: «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (v. 9).
Allora, Pietro, si lascia finalmente convincere.

Un messaggio per l'uomo: dare e ricevere

Il gesto di Gesù porta alla nostra attenzione la reciprocità del e nel servizio: invitando gli apostoli a lavare i piedi gli uni agli altri, il Cristo fa di ogni discepolo l'oggetto e il soggetto di questa futura lavanda simbolica.
Non vi è contraddizione tra la gratuità del servizio e la reciprocità in esso. Un servizio rimane tale se esso viene prestato come dono gratuito, senza aspettarsi nulla in cambio. Questo è un punto di partenza interiore necessario affinché l'uomo, nel servire, non sia spinto da motivazioni diverse dall'amore vero e perciò disinteressato, come Gesù rammenta quando invita i discepoli a considerarsi solo dei «servi inutili» che fanno ciò che devono fare (cfr. Lc 17, 10). Ma è lo stesso Gesù che ci richiama anche alla necessità di accettare quanto di buono e bello gli altri hanno da darci, non per un mero baratto di servizi, ma come risposta del cuore, come dono altrettanto gratuito, in una condivisione di qualità e talenti unici in ciascuno e, proprio per questo, necessariamente da condividere spontaneamente e con gioia.
È soprattutto un episodio del Vangelo che ci fa entrare ancora di più nell'ottica del servizio reciproco, direttamente in connessione con la lavanda dei piedi. È il brano di Giovanni, capitolo 12, vv. 1-11.
Gesù si trova a casa di Lazzaro, Marta e Maria, sei giorni prima della Pasqua. Maria si siede ai piedi di Gesù, li cosparge di profumo preziosissimo, li bagna con le proprie lacrime e li asciuga con i propri capelli. Questa lavanda sui piedi di Gesù rimanda direttamente alla sua sepoltura e si carica di un forte simbolismo in termini di servizio e di amore.
Gesù non ha solo lavato i piedi agli apostoli: Egli per primo ha ricevuto questo gesto, e per di più da una donna, che nella scala sociale valeva infinitamente meno di un uomo. In questo intreccio di lavande si ha l'espressione simbolica della reciprocità nel lavarsi i piedi gli uni gli altri, e si evidenzia la necessità di un'umiltà totale: quella nel mettersi a servizio, quella nell'accettare il servizio altrui.
Gesù non disdegna l'azione affettuosa della donna, al contrario, la loda. Il gesto di servizio amorevole  che si riceve dall'altro non è un atto mortificante o imbarazzante. È un gesto di amore. E l'amore non si può rifiutare. L'amore va messo in circolo, come avverrà sulla Croce, dove dal gesto più grande di servizio di Gesù all'umanità, «scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1 Cor 1, 23) rinascerà la vita. Così il Cristo attirerà tutti a sé (Gv 12, 32), amando e lasciandosi amare. Perché amare veramente è, anche, lasciarsi amare.