giovedì 7 dicembre 2017

SOLENNITÀ DI MARIA IMMACOLATA

AVE, MARIA 
PIENA DI GRAZIA!
Cibo e Parola
(in collaborazione con Enza, foodblogger su Foodtales)






Preghiera alla Vergine Immacolata 

 Vergine Immacolata, scelta fra tutte le donne per donare al mondo 
il Salvatore, serva fedele del mistero della redenzione, fa' che sappiamo rispondere alla chiamata di Gesù e seguirlo sul cammino dell vita che conduce al Padre. Vergine tutta santa, strappaci dal peccato e trasforma i nostri cuori. Regina degli apostoli, rendici apostoli, fa' che nelle tue sante mani 
noi possiamo divenire strumenti docili e attenti per la purificazione 
e santificazione del nostro mondo peccatore. Condividi con noi 
la preoccupazione che grava sul tuo cuore di Madre, 
e la tua viva speranza che nessun uomo vada perduto. 
Possa, o Madre di Dio, tenerezza dello Spirito Santo la creazione intera celebrare con te la lode della misericordia e dell'amore infinito. 
 Amen




Ogni volta che recitiamo l'Ave, Maria facciamo memoria del mistero della Madonna Immacolata. Lo ricordiamo quando pronunciamo le parole piena di grazia, che ci riportano al momento dell'Annunciazione, in cui l'angelo Gabriele rivela qualcosa di questo miracolo che è Maria stessa. 
Ricolma di Grazia significa che tutto – in questa donna – è bellezza, purezza, pienezza, bontà, equilibrio, intelligenza. Non c'è spazio, in lei, per ciò che è negativo. Invocare Maria piena di grazia è invocare Maria Immacolata. E dire Maria Immacolata significa dire: Il Signore è sempre con te. Perché dove non ci sono punti oscuri, sporco ostinato, incrostazioni di male, allora solo Dio alberga, solo Dio accompagna, solo Dio regna.
Questo è il motivo per cui diciamo a Maria benedetta fra le donne, e lo facciamo anche a motivo del Figlio, che ella ha potuto accogliere proprio perché Immacolata, capace di vivere continuamente assieme a Dio e in vista di Dio.
Questo è il motivo per cui possiamo rivolgerci a lei chiedendole di pregare per noi, per i bisogni di questa vita e per il momento del passaggio a quella vera. 
Com'è bella questa immagine di Maria che prega! È un fermo immagine che sfata molte delle nostre errate convinzioni sulla preghiera, ricordandoci che dove c'è vera preghiera c'è una potenza d'amore che si innesca nel rapporto con Dio, a beneficio di tutti... magari anche di chi non conosciamo personalmente. La preghiera alimenta e rinsalda i legami familiari che abbiamo con Dio e con il nostro prossimo. 
La solennità dell'Immacolata può essere allora un momento da vivere in famiglia, magari provando a spiegare ai più piccoli questo grande mistero che è la Madonna Immacolata, portando loro dei paragoni afferrabili, come, appunto, quello della vicinanza, dell'amore, della famiglia.
I biscotti di Enza, del blog Foodtales possono darci un spunto per farlo, in un momento di intima atmosfera familiare che cerchi di richiamare (in piccolo) quella che Maria, proprio nel suo essere Immacolata, ha pienamente vissuto accanto a Dio.



LECCABISCOTTO
di Enza, del blog Foodtales


Occorrente: 
una formina per biscotti a piacere 
bastoncini in carta forno 
timbro per biscotti con letterine

Ingredienti:

250g farina 
125g burro 
125g zucchero 
1 uovo 
Scorza di un limone bio grattugiata 
Aroma alla vaniglia 

Per la glassa: zucchero a velo q.b. e qualche goccia di limone 

Procedimento: Tagliare a pezzetti il burro freddo e lavorarlo velocemente con tutti gli altri ingredienti. 
Formare una palla, avvolgerla nella pellicola e lasciare riposare al fresco per un’ora circa. 
Stendere l’impasto su un piano leggermente infarinato oppure su carta forno. Ritagliare i biscotti e disporli su una teglia coperta con carta forno, ben distanziati fra loro. 
Sollevare delicatamente ogni biscotto da un lato per inserire il bastoncino di carta forno. 
Decorare con la scritta facendo una leggera pressione con il timbro all’altezza del bastoncino, così da fissarlo per bene. Infornare a 170° per 12/15 minuti. 
Intanto preparare la glassa mescolando lo zucchero a velo con poche gocce di limone. 
 Con una siringa formare dei piccoli decori sui lecca biscotto quando si saranno raffreddati completamente.  


La statua della Vergine Ausiliatrice che viene incoronata ogni anno, l'8 dicembre, 
a mezzogiorno, a Soverato (Catanzaro). La statua svetta nella piazzetta a lei intitolata, su cui si affaccia 
la chiesa matrice Maria Ss. Immacolata, affidata ai Salesiani.
Don Bosco invocava la Madonna con i due titoli di Immacolata e Ausiliatrice e, anzi, l'Ausiliatrice è l'Immacolata, che proprio per questo diventa aiuto potente dei cristiani.



Triduo a Maria Immacolata /3

IMMACOLATI CON IL PROSSIMO
Triduo a Maria Immacolata



Preghiera alla Vergine Immacolata 

 Vergine Immacolata, scelta fra tutte le donne per donare al mondo 
il Salvatore, serva fedele del mistero della redenzione, fa' che sappiamo rispondere alla chiamata di Gesù e seguirlo sul cammino dell vita che conduce al Padre. Vergine tutta santa, strappaci dal peccato e trasforma i nostri cuori. Regina degli apostoli, rendici apostoli, fa' che nelle tue sante mani 
noi possiamo divenire strumenti docili e attenti per la purificazione 
e santificazione del nostro mondo peccatore. Condividi con noi 
la preoccupazione che grava sul tuo cuore di Madre, 
e la tua viva speranza che nessun uomo vada perduto. 
Possa, o Madre di Dio, tenerezza dello Spirito Santo la creazione intera celebrare con te la lode della misericordia e dell'amore infinito. 
 Amen




«Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt 19,9) ribadisce Gesù nel Vangelo. Essere immacolati non vuol dire amarsi di meno, anzi. È amarsi di più, ma nel modo giusto, come ci mostra l'auto-onestà e l'auto-coerenza di Maria. Ma cosa vuol dire essere immacolati nei confronti del prossimo? Lo si accennava il primo giorno del triduo, parlando dell'incorruttibilità della persona. Immacolatezza verso gli altri è quindi non fare loro del male per il proprio tornaconto; non accettare di violare la legge e di andare contro i propri principi morali per un guadagno facile che danneggi i propri simili.
Ma essere immacolati verso gli altri vuol dire anche non omettere quanto si potrebbe fare per arrecare loro un sollievo, un beneficio, specialmente quando alcuni legami di parentela o di amicizia, o semplicemente la legge dell'amore, ce lo imporrebbero. Perché anche i peccati di omissione sporcano l'anima. In questo senso Maria è immacolata verso Elisabetta quando, sapendola incinta in età avanzata, si reca da lei nonostante la propria condizione di donna gravida. E certamente molte altre saranno state le sue premure verso gli altri, intese nell'ottica dell'immacolatezza, che avrà messo in pratica nel corso della sua vita.
Ma apparire senza macchia verso gli altri è anche non avere timore a ribadire il proprio ruolo di responsabilità, quando se ne ricopre uno. Non farlo significherebbe sporcarsi dell'accondiscendenza o della viltà. Basti pensare a quello che fa Maria, dopo i tre giorni di affannosa ricerca del proprio Figlio che si è smarrito, ancora quasi bambino, all'età di dodici anni. Entrando nel Tempio e trovandolo lì, a discutere con i dottori della Legge quasi dimentico dei propri doveri di Figlio, Maria non ha timore a parlare da madre, a ribadire – pur se in toni pacati – che Gesù si è comportato (umanamente) in maniera sbagliata, con una capacità decisionale che non gli competeva. 
Sono scene evangeliche che mostrano il perfetto equilibrio in Maria, donna che si mantiene mantiene giorno per giorno immacolata e, addirittura, aggiunge di volta in volta un tassello in più alla sua integrità.
Questa possibilità esiste per ogni credente: rinnovato nel Battesimo, dopo ogni inevitabile caduta può riacquistare la veste bianca attraverso la confessione sacramentale e questa, a sua volta, deve spingerlo all'impegno feriale che rende il proprio interno (cfr. Mt 23,26) sempre più pulito, sempre più brillante, sempre più trasparente. Solo così nell'immacolatezza della propria vita gli altri potranno vedere un riflesso della bellissima immacolatezza divina. Quella che Maria, per prima, ha mostrato al mondo.

mercoledì 6 dicembre 2017

Triduo a Maria Immacolata /2

IMMACOLATI CON DIO
Triduo a Maria Immacolata



Preghiera alla Vergine Immacolata 

 Vergine Immacolata, scelta fra tutte le donne per donare al mondo 
il Salvatore, serva fedele del mistero della redenzione, fa' che sappiamo rispondere alla chiamata di Gesù e seguirlo sul cammino dell vita che conduce al Padre. Vergine tutta santa, strappaci dal peccato e trasforma i nostri cuori. Regina degli apostoli, rendici apostoli, fa' che nelle tue sante mani 
noi possiamo divenire strumenti docili e attenti per la purificazione 
e santificazione del nostro mondo peccatore. Condividi con noi 
la preoccupazione che grava sul tuo cuore di Madre, 
e la tua viva speranza che nessun uomo vada perduto. 
Possa, o Madre di Dio, tenerezza dello Spirito Santo la creazione intera celebrare con te la lode della misericordia e dell'amore infinito. 
 Amen




Maria è la donna senza macchia anche perché non ha avuto paura di essere trasparente con Dio, di mostrarsi a Lui così com'è, senza filtri.
Quando Gabriele le porta l'annuncio della maternità divina per cui Dio l'ha scelta, l'angelo si ritrova davanti una giovane donna totalmente sincera, nella sua intersezione di razionalità e spiritualità.
«Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?» (Lc 1,34), chiede Maria. È una domanda che mostra la sincerità di questa ragazza, pur davanti a un progetto più grande di lei. Maria non è incredula, ma vuole spiegazioni, e parla con una schiettezza che disarma, in un a tu per Tu che ha l'aspetto di un dialogo normale, sereno, in cui l'essere umano si presenta a Dio rimanendo pienamente se stesso, nella complementarità di cuore e cervello. 
A volte l'uomo manca di questo coraggio nei confronti del divino: non riesce a essere immacolato, a mostrarsi realmente nella propria essenza. L'uomo è più spesso come Adamo ed Eva dopo il peccato originale: si nasconde per paura, e quand'anche è costretto a comparire dinanzi a Dio, finge nonostante l'evidenza, o riversa la colpa dei propri comportamenti sugli altri. 
La semplicità di Maria, invece, è affascinante e disarmante proprio perché non sacrifica – nel credere e nell'amare – né la propria umanità né la divinità di Dio.
E così dovrebbe imparare a fare anche il credente, che – nella propria condizione di essere infinitamente meno perfetto dell'Immacolata – non può agire se non portando a Dio pure le proprie debolezze e fragilità. Porsi in dialogo con l'Alto non è fingersi già santi e neppure giustificarsi con mille cavilli linguistici e psicologici. 
Dialogare con l'Alto, pregare, sintonizzarsi con Dio è innanzitutto accogliere una verità fondamentale: Dio conosce il cuore di ciascuno, vede laddove occhi umani non possono scandagliare: niente può rimanere nascosto veramente dinanzi a Lui.
E, in secondo luogo, in Cristo, Dio conosce bene la realtà umana (eccezion fatta per il peccato!), sa com'è fatto l'essere da Lui creato e per questo è anche, oltre che giusto, misericordioso. 
A conti fatti, allora, è meglio presentarsi a Dio nella propria interezza, con pregi e difetti, con atti virtuosi e con i propri peccati, e consegnare tutto nelle sue mani nella preghiera, nel sacramento della Penitenza, invocando lo Spirito Santo perché guidi l'uomo lungo il cammino che conduce dove non ci sarà più macchia, ma solo perfezione, solamente santità. 

martedì 5 dicembre 2017

Triduo a Maria Immacolata /1

IMMACOLATI CON SE STESSI
Triduo a Maria Immacolata



Preghiera alla Vergine Immacolata 

 Vergine Immacolata, scelta fra tutte le donne per donare al mondo 
il Salvatore, serva fedele del mistero della redenzione, fa' che sappiamo rispondere alla chiamata di Gesù e seguirlo sul cammino dell vita che conduce al Padre. Vergine tutta santa, strappaci dal peccato e trasforma i nostri cuori. Regina degli apostoli, rendici apostoli, fa' che nelle tue sante mani 
noi possiamo divenire strumenti docili e attenti per la purificazione 
e santificazione del nostro mondo peccatore. Condividi con noi 
la preoccupazione che grava sul tuo cuore di Madre, 
e la tua viva speranza che nessun uomo vada perduto. 
Possa, o Madre di Dio, tenerezza dello Spirito Santo la creazione intera celebrare con te la lode della misericordia e dell'amore infinito. 
 Amen





Parlare di "immacolatezza" sembra quasi anacronistico, ai nostri giorni, in un'epoca in cui l'uomo ha la pretesa di riscrivere su tutto ciò che già Dio ha scritto, dal DNA dell'essere umano stesso al creato che lo circonda.
Ma ogni anno, puntualmente, l'approssimarsi della solennità di Maria Immacolata ricorda il grande mistero della Donna senza macchia che ha realizzato il progetto iniziale di Dio: l'uomo puro, pulito... immacolato, appunto.
Un progetto che nella Vergine di Nazaret si è compiuto per primo, ma che a nessuno è precluso, anzi, che a tutti è presentato come invito. Maria Immacolata è lo specchio di ciò che l'uomo può diventare. E non si tratta semplicemente di una immacolatezza fisica, ma anche e soprattutto interiore, spirituale. Concreta, certamente, ma non necessariamente e immediatamente visibile da tutti. E questa immacolatezza assume sfumature diverse, a seconda che vada a riguardare il rapporto dell'uomo con se stesso, con Dio, con i propri simili.
C'è una immacolatezza che è innanzitutto una forma di auto-onestà, di auto-coerenza. La Madonna è stata una persona onesta e coerente con se stessa, fino in fondo. Così coerente che nel Vangelo non la sentiamo inventarsi scuse per "risolvere" in maniera indolore (per lei) la propria improvvisa e inspiegabile gravidanza, perché aveva già accettato quel Figlio venuto dall'Alto, e se ne doveva allora assumere tutte le... conseguenze. Così onesta che continua a essere Madre senza scappare, senza dissociarsi, anche quando quel Figlio viene scambiato per un pazzo e alla fine è ucciso come il peggiore dei delinquenti, appeso a una croce di legno, in mezzo a due delinquenti veri. Così coerente alla propria scelta, alla propria missione, che anche dopo la morte di Gesù rimane accanto ai discepoli, per continuare a essere ciò che aveva accettato volontariamente di essere: una Madre sempre presente.
D'altronde, come si potrebbe pretendere di essere immacolati nei confronti degli altri, se non si è prima immacolati verso se stessi? In un certo senso anche il sentire comune  e la lingua stessa colgono la verità di questo assunto, tanto che quando una persona è onesta, corretta fino in fondo da non accettare compromessi, si dice che è una persona integra, integerrima, incorruttibile
Chi è onesto perché crede in certi principi che ha assunto come parte di sé è una persona che non può e non vuole sporcarsi o essere sporcata. 
Ecco, Maria è una persona incorruttibile, che non ha voluto imbrattarsi rinunciando a essere ciò che sapeva di poter essere. E così insegna all'uomo che si può andare fino in fondo a un progetto di grande bellezza, di perfetta integrità, pur se con tutti gli sforzi che la vita quotidianamente richiede con le sue difficoltà, le sue prove, le sue sofferenze. Maria ha attraversato l'esistenza temporale senza lasciarsi macchiare dagli eventi, dagli istinti, dalle provocazioni, dal dolore. Maria è immacolata anche per questo.

giovedì 23 novembre 2017

Notizie

UN'ATTESA COLMA DI SPERANZA
Novena di Natale in libreria


«Ogni personaggio della "storia" che è la novena di Natale presenta una sfaccettatura della speranza, lasciando un insegnamento proprio perché non racconta 
una bella favoletta, ma parla di persone reali, che davvero hanno nutrito speranza, 
e parla, soprattutto, del Dio della speranza, che paradossalmente ha "scommesso" 
su creature piccole e deboli, come Maria e Giuseppe, come lo stesso Bambino Gesù. 
Si può dunque provare a vivere la novena lasciandosi guidare dalle voci dei suoi protagonisti (e dei personaggi in essa coinvolti) e dalle loro esperienze, per comprendere sempre meglio quanto la speranza, ancora oggi, sia ciò di cui il mondo 
ha bisogno e quanto dipenda anche da ciascuno di noi diventare un seme di questa speranza in ogni ambiente in cui ci si trova. Senza speranza non si può vivere veramente, perché senza "sognare", attendere e contribuire a costruire 
qualcosa di grande e di bello l'umanità di paralizzerebbe».

Trovate la novena di Natale nelle librerie cattoliche 
e nelle migliori librerie online.





mercoledì 15 novembre 2017

Pensieri per lo spirito

LA VERA FEDE È UN A TU PER TU
C'è credere.... e credere


Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. 
 Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!». 
(Lc 17, 11-19)







Uno solo tornò indietro, per ringraziare. In dieci erano stati purificati. 
E in dieci, poco prima, avevano camminato verso Gesù, gli si erano posti innanzi, avevano "alzato la voce" per farsi sentire. Loro – gli esclusi, i nessuno della società, il buco nero del mondo dell'epoca – avevano osato sperare! E che fossero i signori nessuno Luca lo sottolinea quando riporta che erano rimasti a una certa distanza dal Cristo. Perché erano impuri. Perché non ci sarebbe stato altro essere umano, in quel mondo impastato di pregiudizi e di falsa religiosità, che li avrebbe mai sfiorati con un dito.
Da quella distanza avevano implorato pietà – un miracolo – dal "maestro" e subito, senza indugio, alla sua risposta avevano fatto quanto lui aveva detto. Alla sua parola si erano messi in cammino, diretti verso il Tempio, dai sacerdoti. Da quelli, cioè, a cui ci si presentava per far constatare una guarigione.
Lo avevano fatto, anche se ancora non erano guariti. Evidentemente nutrivano una fiducia cieca in Gesù oppure... stavano tentando il tutto per tutto. Ma il racconto di Luca ci fa capire che si trattava di fede, perché solo chi ha fede ottiene, e Gesù nei Vangeli lo dice così tante volte che non possiamo dimenticarcelo. Infatti, cammin facendo, per i lebbrosi è avvenuto l'umanamente impossibile: la lebbra è sparita. 
Siamo (o dovremmo essere) al momento clou della storia, quello in cui ci aspetteremmo grida di gioia, sguardi pieni di stupore, lacrime di commozione. 
Invece no. Niente di tutto questo. Non per nove di quei lebbrosi guariti, che continuano a camminare, diretti verso il Tempio, come nulla fosse, come se tutto avesse un ché di scontato, dovuto, assicurato, garantito. Dov'è la meraviglia per il Dio che compie cose mai viste? Dov'è lo sconvolgimento per le sorti di una vita che improvvisamente sono state rovesciate? 
In questo racconto in cui tutto, fino a ora, è filato liscio come l'olio, qualcosa si spezza. Perché non siamo in una favola, ma nella realtà. Una realtà in cui la gratitudine è spesso un optional, vista come umiliante, come una buona maniera priva di senso. Una realtà in cui anche nei confronti di Dio non siamo, spesso, capaci di ringraziare per i segni della sua bontà, della sua presenza, che si manifesta in mille modi nelle nostre vite.
Dei dieci lebbrosi solo uno torna indietro, sentendo il bisogno, la necessità di ritrovarsi faccia a faccia con Gesù, di instaurare un rapporto nuovo con lui: stavolta non si ferma a distanza, ma si prostra direttamente davanti al maestro, gli parla da vicino, lo ringrazia e loda Dio senza più bisogno di alzare la voce. Il lebbroso capisce che adesso la priorità non è andare dai sacerdoti, ma da colui che veramente lo ha salvato, da colui che lo ha reso finalmente puro. Non c'è bisogno di attenersi ai riti prescritti (cfr. Lv 14), non c'è bisogno di immolare animali e di farsi aspergere con il loro sangue per essere di nuovo mondi. Gesù è colui che purifica, Gesù è il Dio fatto uomo, che  dimostrerà il suo amore per l'umanità fino a versare tutto il proprio sangue, sulla Croce.
A questo punto si inserisce la seconda nota amara del racconto: colui che ha salvato i corpi piagati di quelle dieci persone si rende conto che di dieci guariti nel corpo, di dieci che hanno creduto nella possibilità di un miracolo fisico, solo uno si è lasciato veramente salvare nella sua interezza. Solo quel samaritano, che ha riconosciuto nella persona di Gesù che guarisce la presenza del Dio che risana. 
Questo samaritano, e le parole finali del Cristo, interrogano la fede dei credenti di oggi. La nostra fede si ferma solo al credere che Dio possa operare l'impossibile, o va oltre, accettando che nulla ci è dovuto, ma che ogni grazia è un atto d'amore di Dio? La nostra fede va oltre, diventando un rapporto personale, un a tu per Tu, un colloquio di lode, ringraziamento, amicizia, vicinanza con il Dio che salva? 

lunedì 30 ottobre 2017

Pensieri per lo spirito

C'È UN TEMPO PER...
La carità non ha orario


Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. 
C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; 
era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. 
 Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio. 
Ma il capo della sinagoga, sdegnato 
perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, 
prese la parola e disse alla folla: 
«Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; 
in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato». 
 Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, 
ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, 
per condurlo ad abbeverarsi? 
E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera 
per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame 
nel giorno di sabato?». Quando egli diceva queste cose, 
tutti i suoi avversari si vergognavano, 
mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute».
(Lc 13, 10-17)







Quando il capo della sinagoga prende la parola, pieno di sdegno per il miracolo compiuto da Gesù, non solo ribadisce l'importanza "sacrale" del Sabato – in cui tutta una serie di divieti regolamentava la vita del pio israelita –, ma sembra anche riecheggiare i versi del Qoelet, che nel suo interrogarsi sui grandi problemi esistenziali, diceva anche che c'è «Un tempo per amare e un tempo per odiare» (Qo 3,8).  La "questione" del tempo era ben presente nell'Antico Testamento e il Libro del Qoelet la sviluppa in modo originale, specialmente al capitolo 3, versetti 1-8. 

C'è un tempo per...

«La pericope comprende ventotto situazioni umane, suddivise in quattordici coppie; ogni situazione è preceduta, con pesante monotonia, dall'espressione "un tempo per". La prima coppia, che determina l'ambito di tutte le altre, è quella fondamentale: tutta l'esistenza e l'esperienza umane sono infatti iscritte tra i limiti temporali della nascita e della morte. Le situazioni, nella loro polarità, rappresentano simbolicamente tutta l'attività umana la corsa instancabile, pesante, faticosa tra le contraddizioni dell'esistenza. Le due ultime coppie, in relazione chiastica (amore/odio : guerra/pace), le sintetizzano. Per ciascuna situazione dunque è fissato un “tempo", che ne stabilisce il valore, l'opportunità e l'utilità. Di qui l'importanza cruciale non solo del fare, ma del fare al tempo “giusto”, dove l'aggettivo “giusto” va compreso nel senso della corrispondenza ai tempi di Dio, ai tempi dell' uomo e ai tempi dell'azione e della situazione stesse. Ma se non è possibile agli uomini conoscere il momento della nascita e della morte, in qualche modo tutta la vita risulta in bilico tra due “tempi sospesi”. Mancando il controllo sui due “tempi” fondamentali (cfr. Qo 8,8), quindi, tutte le altre situazioni risultano a loro volta “sospese”, incerte, angoscianti. Qual è il “tempo giusto” per compiere o non compiere un'azione o il suo contrario, e qual è il senso di una situazione?» [1].
Qual è il tempo giusto per amare, per chinarsi sul bisogno dell'altro? La pagina del Vangelo di Luca che riporta la guarigione della donna curva sembra concentrarsi proprio su questo interrogativo. 

Il tempo per amare

Gesù e il capo della sinagoga sollevano due domande diverse attraverso i loro gesti e le loro parole. In realtà essi non pongono domande, ma agiscono: uno coi fatti e le parole, l'altro solo a parole. Eppure proprio le loro decisioni e le loro affermazioni si possono interpretare come fossero due domande incrociate. Gesù, infatti, con il proprio "anticonformismo" sta domandando all'interlocutore (ma in verità a tutti i presenti e anche oggi ai lettori del Vangelo) Qual è il tempo dell'amore al prossimo?; il capo della sinagoga, invece, sta chiedendo al Cristo (con l'intento di ribadire il concetto anche alle folle, già fin troppo affascinate da questo... sovversivo!) Qual è il tempo dell'amore (del culto) a Dio?
Il problema di fondo (che il capo della sinagoga non ha capito!) è che le due domande non sono in contraddizione, e neppure le risposte devono esserlo.
Per scardinare la mentalità errata di chi concepisce il fare la carità come un "lavorare" Gesù innanzitutto denuncia l'ipocrisia di chi si riempie la bocca di soli divieti e per farlo ricorre a un esempio concreto: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi?» (v. 15).
Dar da mangiare o da bere a un bue o a un asino è compiere un lavoro? No, è semplicemente fare in modo che l'animale ottemperi a due bisogni essenziali.
A maggior ragione la carità verso l'essere umano è ottemperare al suo essenziale bisogno di amore, di attenzione, di cura, e non toglie nulla al culto a Dio. Si onora Dio non solo con la preghiera e i riti, ma anche attraverso l'amore al prossimo. 

La carità non ha orario

«Ogni cosa ha il suo tempo nel piano di Dio: questa è la fede di Qohelet e dei sapienti. Ma la corrispondenza tra l'opera di Dio (il senso) e i fenomeni che articolano la vita non è affatto evidente: questa è l'esperienza di tutti. Egli invita a non essere troppo precipitosi nell'interpretare gli avvenimenti come segni dell'attività di Dio e nell'agire di conseguenza: potrebbe essere una trappola. Il tempo di Dio non è sempre il tempo progettato dall'uomo. Tra il fenomeno e il senso, tra il tempo dell'uomo e il tempo di Dio il sapiente Qohelet invita a tenere insieme gli opposti: "È bene che tu ti attenga a questo e che non stacchi la mano da quello, perché chi teme Dio riesce in tutte queste cose›" (Qo 7,18)» [2]. 
Gesù viene a ricordare questo a chi aveva riempito il culto di precetti e divieti: l'uomo ha progettato un tempo non conforme al tempo di Dio! Inoltre, Cristo offre anche la soluzione al problema dell'equilibrio tra le proprie idee e quelle divine in merito all'amore: il tempo di Dio è da sempre e per sempre il tempo dell'amore. Ciò che Gesù opera è veramente segno di Dio e della sua presenza nel mondo: è Cristo che rivela all'uomo il pensiero divino e insegna all'uomo come agire.
Così, anche per l'uomo l'amore non può avere orario, perché nel fare il bene si eleva un culto non "rituale", ma altrettanto gradito a Dio. E non si può barare, in questo senso, agli occhi del Signore. Infatti, alle parole di Gesù, i suoi avversari provano vergogna, dice l'evangelista. E la vergogna, molto spesso, è un segnale della coscienza. Una coscienza che ha qualcosa da rimproverarsi. 


NOTE
[1] Valentino Cottini, C'è un tempo per ogni cosa, in Esperienza e Teologia, 10 novembre 2010, p. 13.
[2] Ibidem, p. 28.

sabato 14 ottobre 2017

Pensieri per lo spirito

BEATI NOI!
L'intimità con Gesù



«Mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma egli disse: 
«Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».
(Lc 11, 27-28)






«Beato te!». È l'espressione con cui esprimiamo invidia o di ammirazione per quanto un altro sta vivendo, per una determinata situazione in cui si trova, per quella particolare cosa che possiede...  
«Beato te!» perché quel che ti sta capitando non può che renderti felice, appagarti, farti sentire estremamente fortunato, in uno stato di beatitudine.
La donna che si rivolge a Gesù dice queste cose in riferimento a Maria, sua madre, beata per averlo portato nel grembo e per averlo allattato. Beata, cioè, per aver vissuto un'esperienza di assoluta e unica intimità con Cristo, quale è il rapporto "viscerale" tra una madre e un figlio. E Maria è beata perché Gesù è l'oggetto di questa sua "fortuna", lui che ha parole di sapienza che nessuno aveva mai pronunciato e gesti d'amore gratuito e potente che nessuno aveva mai compiuto. 
La beatitudine rivolta a Maria è un complimento indiretto al Figlio, la manifestazione di uno stupore incontenibile dinanzi alle meraviglie che quest'uomo compie, alla bellezza interiore che è in lui, al fascino che emana dalla sua persona.
Beata è colei che lo ha tenuto dentro di sé per nove mesi; beata è colei che lo ha nutrito al suo seno. Beata è colei che lo ha cullato, abbracciato, custodito. Beata è colei che può dire "Gesù è mio" come nessun altro potrebbe fare.
Ma Gesù apre a tutti la porta di questa beatitudine: ascoltando la Parola e osservandola – ascoltando e seguendo lui che è la Parola incarnata – ogni uomo può essere beato. L'esperienza unica e irripetibile della maternità divina di Maria diventa accessibile a chiunque. «Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt 15,20)  dirà Gesù. E la volontà del Padre è questa: ascoltare il Figlio, seguirlo, amarlo. 

mercoledì 4 ottobre 2017

Aspirare alla santità

SAN FRANCESCO, UOMO DI PACE

Ritratto di Francesco (XIII sec.) presso il Sacro Speco, Subiaco

Pace, creato, creatore. Sono parole legate da un unico filo rosso nella vita di Francesco d'Assisi. Ma è un filo rosso che sembra svolgersi tra le contraddizioni dell'esperienza di questo frate, chiamato a parlare di pace, ma destinato a fare la rivoluzione, prima in famiglia e poi nella Chiesa; chiamato a vivere semplicemente tra le intemperie della natura e nel rigore dell'ascesi, eppure destinato a essere cantore della bellezza e potenza del creato; nato tra le ricchezze, ma deciso a sposare Madonna Povertà.
In tutta la sua esistenza Francesco sperimenta con forza le parole del Cristo vergate dall'evangelista Luca: «Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione» (Lc 12, 51). Parole che in Francesco diventano carne e sangue. Parole reali, vissute intensamente. La risposta alla chiamata divina si fa, nel piccolo mondo del giovane santo, una spada che recide legami e aspirazioni, che capovolge le aspettative degli altri su di lui, ma anche i suoi stessi desideri, convertendoli in bisogni più profondi, attraverso gli eventi della vita.

I SOGNI DI FRANCESCO

Francesco sogna un futuro da uomo d'armi, ma viene catturato nella battaglia di Collestrada (1202) – primo passo verso la conversione saranno le precarie condizioni di salute in cui ritornerà a casa – e poi, qualche anno dopo, proprio mentre è a Spoleto, pronto a diventare crociato, un sogno lo turba, lo inquieta, invitandolo a «servire il padrone invece che il servo». Torna a casa, tra lo sconcerto e il disappunto di chi lo vede rientrare con le pive nel sacco, come si suol dire.
Francesco sogna poi un mondo migliore, più equo, più giusto verso i meno fortunati. Una volta va a Roma per seguire gli affari del padre, Pietro di Bernardone, e invece di riportare a casa il guadagno, dona tutto ai poveri e fa a cambio di vesti con un mendicante... e si mette a chiedere l'elemosina. Il padre non capisce i sogni di questo ragazzo, che mosso dall'amore per il Signore comincia a guardare tutto da altre prospettive. Quando il figlio si mette a riparare con le proprie mani (e i fondi paterni) la chiesetta di San Damiano, Pietro lo denuncia al Vescovo di Assisi quale dilapidatore dei beni di famiglia. Allora ha luogo la ben conosciuta scena della svestizione di Francesco, che consegna tutti i propri vestiti e la propria biancheria al padre, sottolineando la filiazione primaria con Dio e la necessità di avere, quali uniche ricchezze, quelle del Padre celeste. 
Francesco sogna una Chiesa che badi all'essenziale, a ciò che è veramente importante. Per questo sposa Madonna Povertà, per essere ripieno solo delle ricchezze di Dio. Nella visione di Francesco è importante condurre le anime a Dio, condividendo l'esperienza del Cristo che per amore si fece povero. Francesco, nato ricco, cerca di riportare l'essenza della povertà evangelica in un mondo in cui il divario tra ricchi e poveri è immenso e non di rado si percepisce anche nella stessa Chiesa. Francesco si fa mano tesa verso quegli ultimi a cui nessuno pensa più e che sono diventati lo scarto della società, come accade ai lebbrosi. La sua stessa vita diventa una testimonianza che scatena opinioni diverse, ma che costringe a interrogarsi, nel profondo su ciò che vuol dire essere cristiano.
«Francesco apparve in un momento particolarmente difficile per la vita della Chiesa, travagliata da continue crisi provocate dal sorgere di movimenti di riforma ereticali e lotte di natura politica, in cui il papato era allora uno dei massimi protagonisti. In un ambiente corrotto da ecclesiastici indegni e dalle violenze della società feudale, egli non prese alcuna posizione critica, né aspirò al ruolo di riformatore dei costumi morali della Chiesa, ma ad essa si rivolse sempre con animo di figlio devoto e obbediente. Rendendosi interprete di sentimenti diffusi nel suo tempo, prese a predicare la pace, l'uguaglianza fra gli uomini, il distacco dalle ricchezze e la dignità della povertà, l'amore per tutte le creature di Dio e al disopra di ogni cosa, la venuta del regno di Dio» [1]. 
L'impegno per la pace diventa anche ecumenismo, ma non l'ecumenismo delle armi, conosciuto a quei tempi, ma l'ecumenismo dell'amore, dell'annuncio del Vangelo. I francescani diventano missionari, alcuni perdono subito la vita; lo stesso Francesco varcherà i confini dell'Italia.
I sogni di Francesco mettono a soqquadro le basi di partenza della sua vita: cavaliere, figlio di buona famiglia. Egli diventerà sì un grande personaggio, ma non secondo le logiche della storia umana.

Un filo rosso nella vita del santo

Qual è dunque il filo rosso che lega pace, creato, creatura, in Francesco? È l'amore, è Dio stesso, in sintesi. 
«Anche i luoghi sacri alla contemplazione di Francesco, la Verna e Greccio, spaziano su tutta la creazione, sono luoghi dai quali Francesco non guarda soltanto Dio, ma rimane legato anche a tutta l’umanità che sulle pendici del monte o nella vallata lavora. Francesco non si separa mai dagli uomini. Quale rapporto vive con loro? 
C’è una frase sola, […] nel Testamento, ma è così bella che vale la pena di leggerla. Dice il rapporto di Francesco con tutti gli uomini. Egli vive la sua risposta a Dio e nel rispondere a Dio diviene sacramento di amore per tutta quanta l’umanità, egli diviene colui che è mandato. L’intimità con Dio, l’unione con lui non lo distrae dagli uomini, ma anzi lo fa vivere sempre più intensamente in rapporto con tutti. Salutationem mihi Dominus revelavit ut diceremus: Dominus det tibi pacem […]. Dio suggerisce a san Francesco il rapporto che egli deve stabilire con gli altri uomini ed è un rapporto di umile fraternità, un rapporto di amore: il dono della pace, Pax et bonum, il dono di una concordia. La predicazione di Francesco è soprattutto in questa pace che egli porta. Camminando per le strade egli porta l’amore, egli fa presente in mezzo agli uomini il Cristo, la sua pace. Non ha bisogno di tante parole; saluta. Il saluto implica una comunione di amore, è immediatamente una relazione personale che egli stabile con gli altri […]. Che cos’è questa pace? 
Prima di tutto bisogna ricordare che cos’era la società alla quale era stato mandato Francesco, una società divisa, una società in guerra […]. In fondo la guerra è la condizione normale dell’uomo dopo il peccato […]. Non ci sarà la guerra guerreggiata con le armi, ma ci sarà una guerra economica; non ci sarà una guerra economica e ci sarà una guerra culturale; non ci sarà una guerra culturale e ci sarà una guerra religiosa; non ci sarà una guerra religiosa e ci sarà una guerra razziale […]. Ci sono ancora i peccati in questo mondo? E se ci sono i peccati, c’è la guerra […]; la pace è possibile possederla soltanto personalmente, nella misura in cui i singoli si convertono a Dio. Ed ecco perché san Francesco riceve la rivelazione di Dio. Il saluto che egli porta, ed è il saluto cristiano per eccellenza, prima di tutto non può raggiungere che i singoli, le persone. Francesco ha la rivelazione da Dio di donare la pace, di salutare e di donare agli uomini la pace. È nella sua presenza di fatto che gli uomini si convertono; è nella sua presenza che finalmente gli uomini sono richiamati a Dio e il richiamo a Dio, che è la visione di Francesco che passa, porta anche alle singole anime la pace» [2]. 
Francesco consegna ancora questo messaggio agli uomini del nostro tempo. Insegna loro che anche nel piccolo mondo del quotidiano è possibile essere portatori di pace. Con un saluto buono, sorridente, che sia espressione di benevolenza, di solidarietà, di fraternità cristiana. Con un sorriso che faccia vedere all'altro il volto di Cristo. Volto di amore, di bellezza, di pace.

NOTE

[1] Francesco, il giovane spensierato a cui Dio chiese di riparare la Chiesa, in Famiglia cristiana, 4 ottobre 2016.
[2] Divo Barsotti, San Francesco preghiera vivente, San Paolo, 2008, pp. 316-318. 

lunedì 2 ottobre 2017

Pensieri per lo spirito


UN ANGELO 
SEGNO DELLA DIGNITÀ UMANA


In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: 
«Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». 
Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. 
Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
(Mt 18, 1-5; 10) 



Siamo tutti così preziosi agli occhi di Dio da avere accanto a noi un angelo che ci protegge, ci consiglia, ci guida. Per farlo capire agli uomini del suo tempo, Gesù usa il riferimento alla figura del bambino, che nella scala sociale non ha importanza e capacità decisionale, non possiede nessun potere, non gode di nessuna ricchezza personale. Il bambino dipende dai genitori, non esercita diritti. Eppure anche lui, anzi, potremmo dire, proprio lui, è talmente rilevante per il Signore da "meritare" la presenza angelica, cioè quella di una creatura che ha uno strettissimo rapporto con Dio, così profondo e spirituale da poter vedere ogni giorno il volto del Padre. Lo stesso volto che neppure Mosè (cfr. Es 33,20) – pur conversando come un amico, faccia a faccia con l'Altissimo – aveva potuto contemplare liberamente; il volto che nell'Antico Testamento a nessuno era concesso guardare senza morire. 
L'uomo è così importante, nella scala divina delle priorità, da avere accanto qualcuno che pur godendo di un tale privilegio si mette a suo servizio, per volere di Dio stesso. Ciascuno è come un bambino, se rapportato al Signore: creatura piccole, che non può accampare pretese, vantare diritti e possedimenti propri. Eppure il Signore fa dell'uomo un figlio, coerede di Cristo, destinato a entrare nella casa del Padre. Per questo il dono dell'angelo ha una rilevanza speciale: è un aiuto per camminare più speditamente verso la meta ed è anch'esso uno dei parametri per valutare la grandezza dell'uomo agli occhi di Dio. La dignità non si misura con il metro umano. Occorre guardare dalla prospettiva dell'Alto per vederla e comprenderla e anche questo può aiutare nel rapportarsi al proprio fratello non con atteggiamento di superiorità, ma in spirito di solidarietà, nella riconoscenza per quel dono che abbiamo ricevuto: l'angelo custode.