giovedì 1 novembre 2018

Pensieri per lo spirito

NEL PARADOSSO LA SANTITÀ
Possedere Dio per essere beati




Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». 
(Mt 5,1-12)


La santità è sublimazione della carne, ma anche di spirito, intelletto, sentimento e psicologia. In questo appare un po' come forgiata nel paradosso: noi esseri umani, che quotidianamente lottiamo contro i nostri difetti, impulsi, irrazionalità, istinti e desideri, siamo chiamati a contemplare Dio faccia a faccia, perché da santi saremo simili a Lui, come dice proprio oggi la Liturgia festiva, attraverso la Prima Lettera di San Giovanni (1Gv 3,1-3).
Questo paradosso tra ciò che siamo-ci sforziamo di essere e ciò che saremo lo si ritrova anche nel quotidiano della vita, in quel conflitto tra la felicità a cui aspiriamo e l'infelicità che spesso, invece, le circostanze concrete ci costringono a sperimentare: siamo destinati alla beatitudine, ma costruirla in termini eterni e immutabili significa doversi accostare, nell'oggi, a una mensa di fatica, dolore, irrealizzabilità. 
Il fatto è che noi concepiamo l'essere beati secondo criteri troppo umani. Per noi è il ritrovarsi in uno stato di estasi, in assenza di problemi, realizzati nelle aspirazioni più profonde, nella pienezza degli affetti e della salute fisica. Beato te! lo diciamo a qualcuno che, a nostro avviso, ha ottenuto qualcosa di così importante da renderlo totalmente felice, perché quel qualcosa si rivela risolutivo di tutte le sue preoccupazioni!
E, in effetti, in questo ultimo passaggio c'è un po' il nocciolo della beatitudine: trovare un tesoro capace di mettere in secondo piano tutti i problemi della vita. Ma non, come noi invece pensiamo spesso erroneamente, nel non essere afflitti da prove, preoccupazioni e difficoltà materiali o spirituali. Quelle permangono, fanno parte dell'esistenza stessa, della caducità delle cose, ma per il "beato" cessano di rappresentare il punto focale della vita!
Sfogliando le pagine della Scrittura, già l'Antico Testamento ci offre la chiave di lettura della vera beatitudine, quella che poi Cristo espliciterà nel discorso della montagna e in vari altri passi del Vangelo:

Beato l'uomo che è corretto da Dio (Gb 5,17)
Beato l'uomo che non entra nel consiglio dei malvagi non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti (Sal 1,1)
Beato chi in lui si rifugia (Sal 2,12)
Beato l'uomo a cui è tolta la colpa e coperto il peccato (Sal 32,1)
Beato l'uomo che ha posto la sua fiducia nel Signore (Sal 40,5)
Beato l'uomo che ha cura del debole (Sal 41,2)
Beato chi ha pietà degli umili (Pro 14,21)
Beato chi medita queste cose e colui che, fissandole nel suo cuore, diventa saggio (Sir 50,28)

È un elenco che non si esaurisce solo in queste poche citazioni, ma che già da solo permette di comprendere come la vera beatitudine sia arrivare a incontrare Dio, a conoscerlo, a farne esperienza come "luogo" del rifugio, della correzione, della fiducia. Da questo parte poi anche la capacità umana di ritrovare Dio nell'altro, nel fratello che concretamente si vede e si tocca ogni giorno e che di quel Dio è immagine. Dio è il primo tesoro che rende beato l'uomo che lo "possiede", perché, come diceva Santa Teresa d'Avila, Niente ti turbi nulla ti spaventi solo Dio basta.
È l'atteggiamento di Maria, che Elisabetta definisce beata per aver creduto alla Parola del Signore (cfr. Lc 1,45) e che Gesù, indirettamente, colloca anch'Egli nella dimensione della beatitudine, per aver ascoltato e messo in pratica la Parola stessa (cfr. Lc 11,28). 
Solo a partire da questa beatitudine "magna", la santità, o meglio, la ricerca di essa, non apparirà più distante, impossibile, ardua. Essere santi è possedere Dio, e in qualche misura se ne può fare esperienza già sulla terra ogni volta che Egli è il tutto della propria vita, l'Amico, il Padre, il Consigliere, il sostegno, il conforto, il datore di ogni bene e di ogni grazia. Ogni volta che, incontrando il fratello e la sorella, in essi si vede l'immagine di Dio e si diventa capaci di mettere al primo posto il suo bisogno d'amore e di pane, rinunciando a qualcosa di se stessi; ogni qualvolta che, accostandosi alla mensa del Pane e del Vino, si è consapevoli di ospitare veramente nel proprio intimo Colui che è Uomo ma anche Dio: Gesù Cristo, il Santo di Dio, il Santo dei santi. Allora sì che ci si può rallegrare, come proprio Gesù invita a fare, a conclusione del discorso della montagna. E con il Salmista si potrà esclamare: 
Quale gioia, quando mi dissero:
«Andremo alla casa del Signore!». (Sal 122,1)