Visualizzazione post con etichetta Arte e fede. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Arte e fede. Mostra tutti i post

mercoledì 19 marzo 2025

Arte e fede

UN DONO AL PADRE

Festa di san Giuseppe


Di san Giuseppe nell'arte si potrebbero dire molte cose, essendo rappresentato in varie scene, che affondano le loro radici nel materiale biblico che lo vede protagonista.
Ma l'immagine che va per la maggiore è, senza dubbio, quella probabilmente più semplice, in cui il santo appare assieme al Bambino/fanciullo Gesù. Si tratta di opere declinate, di volta in volta, con una serie di piccole variazioni: in alcune il Figlio cammina accanto al padre, dandogli talora la mano; in altre (moltissime) il santo falegname di Nazareth porta il figlio in braccio; in tante il pargoletto indica con la mano il papà, per invogliarci a rivolgerci a lui; in alcune, poche rispetto a questa grande massa di opere, san Giuseppe riceve un fiore in dono da Gesù. 

Proprio questo tipo di iconografia ritroviamo, per esempio, nella pala che don Bosco volle per la Basilica di Maria Ausiliatrice in Torino (immagine a sx). Grande devoto di san Giuseppe, Giovanni Bosco ne curava le feste e il mese a lui dedicato, inserì sempre nelle chiese da lui erette un altare dedicato a questo santo, e, per la basilica torinese, diede precise indicazioni al pittore Lorenzone per la realizzazione di quest'opera, datata al 187. 
Interessanti sono le scritte bibliche che campeggiano in alto (Ite ad Joseph - Andate a Giuseppe) e sulla nella trabeazione del timpano (Constituit eum dominum domus suae - Lo costituì signore della sua casa). Esse ci introducono nel significato generale del quadro, che qualcuno non disdegnò definire come una vera e propria predica su ciò che è la devozione a san Giuseppe (così come riportato nel volume X delle Memorie Biografiche).
Dio stesso ci invita, nella persona di suo Figlio, a rivolgerci a san Giuseppe (dichiarato proprio due anni prima patrono della Chiesa universale), uomo così giusto e meritevole da essere stimato degno di diventare "signore della Sua casa", custode dei Suoi tesori più preziosi: Gesù e Maria. E quanto Giuseppe sia "signore della casa di Dio" lo testimonia il dono che il Bambino gli offre: il piccolo Gesù ha con sé un panierino di rose, che porge – una alla volta – al proprio padre terreno. Questi, poi, le lascia cadere sotto di sé, sulla Basilica di Maria Ausiliatrice (e quindi sulla Torino) collocata sotto i suoi piedi. Sono le grazie che Dio sparge, per mezzo di san Giuseppe, sull'oratorio, ma che possiamo rileggere, in senso traslato, come segno della prolifica attività di intercessore del santo. Non a caso santa Teresa d'Avila, nella sua autobiografia, aveva potuto ben dire di essere sempre stata esaudita nelle richieste rivolte a lui, perché san Giuseppe ha ricevuto il potere da Dio di soccorrerci in tutti i nostri bisogni. 
Una convinzione che è entrata a far parte – a pieno titolo – della preghiera più diffusa al santo: il Sacro Manto in onore di san Giuseppe.

In qualche altra sparuta immagine, Gesù offre a suo padre un giglio, simbolo di purezza.Così lo ritroviamo nella scultura conservata presso la Chiesa di San Donato a Bassano del Grappa (VI), edificata agli inizi del Duecento, parte di uno dei primi conventi francescani del Veneto. La tradizione vuole che qui sant'Antonio di Padova abbia incontrato Ezzelino III. Così lo ritroviamo nella scultura conservata presso la Chiesa di San Donato a Bassano del Grappa (VI), edificata agli inizi del Duecento, parte di uno dei primi conventi francescani del Veneto. La tradizione vuole che qui sant'Antonio di Padova abbia incontrato Ezzelino III.
Questa iconografia poco diffusa, delicata, ci rammenta che ogni purezza viene da Dio (Gesù è il giglio, il puro per eccellenza), e che san Giuseppe ha saputo vivere in pienezza questa "castità" che è ricchezza, nella bellezza del suo essere sposo e padre, custode di Maria e di Gesù, e, proprio per questo, custode di tutta la Chiesa, custode di noi tutti. 
Questa iconografia poco diffusa, delicata, ci rammenta che ogni purezza viene da Dio (Gesù è il giglio, il puro per eccellenza), e che san Giuseppe ha saputo vivere in pienezza questa "castità" che è ricchezza, nella bellezza del suo essere sposo e padre, custode di Maria e di Gesù, e, proprio per questo, custode di tutta la Chiesa, custode di noi tutti. 



San Giuseppe col Bambino, Bassano del Grappa, Chiesa di San Donato 
© Maria Rattà 2024

È un'opera di tranquilla e raffinata dolcezza, che nella sua delicatezza esprime tutto l'affetto di un padre verso un figlio e di un figlio verso un padre. Un affetto che si manifesta, come già nella pala del Lorenzone, anche attraverso il gesto di un "regalo", tanto simbolico quanto concreto. 
Regalo, parola che nella sua etimologia rimanda anche ai doni che i sudditi facevano al re. 
Così Gesù, che è il Re dei re, si fa "obbediente", suddito di Giuseppe che è "signore della casa": Cristo si fa figlio per davvero, non per finta. E ci invoglia a fare altrettanto, prendendo sul serio Giuseppe, che se padre di Cristo è anche padre nostro. Lo diceva senza mezzi termini san  Josemaría Escrivá de Balaguer, quando scriveva: "San Giuseppe, Padre di Cristo, è anche Padre tuo e tuo Signore" (Cammino, n. 559).
Non dimentichiamoci, allora, di Giuseppe di Nazareth, che nel suo umile silenzio appare quasi come la figura più dimessa nel grande progetto di salvezza, ma che proprio nella sua discrezione è grande, perché capace di agire senza troppe parole, senza strepiti, senza proclami.
Gesù, ha accettato di esserne figlio, e così come ha vissuto nell'obbedienza il suo rapporto col Padre celeste, altrettanto lo ha fatto verso Giuseppe, vero padre perché vero sposo di Maria. 
La sua vicenda ci dice che Dio non scherza, specialmente coi sentimenti. 
Non facciamolo neanche noi.

Buona festa a tutti i papà, buona festa a tutti coloro che portano il nome di Giuseppe. 


domenica 3 aprile 2022

Pensieri per lo spirito

 IL CONDONO E LA CONDANNA

Gesù e l'adultera





In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. 
Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. 
Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. 
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, 
la posero in mezzo e gli dissero: 
«Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 
Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. 
Tu che ne dici?». 
Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. 
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. 
Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: 
«Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». 
E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 
Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo.
Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?».
Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». 
E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».  
(Gv 8,1-11) 




Condonare e condannare sono parole simili: basta cambiare una vocale e aggiungere una consonante per passare dall'una all'altra. Sono parole che sanno l'una di leggerezza, liberazione, pacificazione – come quella che Gesù offre alla donna adultera – e l'altra di pesantezza e morte, proprio come le pietre che gli scribi e i farisei di questa pagina di Vangelo sono pronti a scagliare contro la peccatrice.
Condonare e condannare condividono anche il suffisso con, quella proposizione semplice che sembra appoggiarsi al dono e al danno con estrema facilità, dipende tutto dagli occhi con i quali valutiamo la scena, i suoi attori protagonisti... e noi stessi, spettatori o registi che siamo.
Quel con, tanto semplice, a ben vedere, non è: ci sbatte in faccia il fardello della responsabilità, la verità dell'essere come l'altro; oppure ci offre la possibilità di farci portatori di bene, della capacità di graziare l'altro, di essere solidali, generosi con lui.
Non c'è mai nessuno che possiamo veramente mettere «in mezzo» senza metterci in mezzo, in gioco, anche noi.
A condannare l'altro, infatti, in fin dei conti si condanna anche se stessi: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». Gesù ha il coraggio di ricordarci che nel peccato, purtroppo, siamo tutti "con" l'altro... in perfetta "compagnia". 
Attenzione, allora, a giudicare nel senso condannare senza appello, perché qualcun altro può a ragione "rinfacciarmi" (e nel migliore dei casi almeno ricordarmi) che nemmeno io sono un santo. Il danno che io voglio fare all'altro ritorna allora su di me, la pietra che voglio scagliare verso il peccatore mi si ritorce contro, come un boomerang... Perché la condanna è denuncia del peccato senza possibilità di salvezza, senza misercordia, senza compassione, cioè senza capacità di patire-con
Il condono, a differenza della condanna, esprime invece la capacità di riconoscere il peccato, e di farlo riconoscere a chi ha sbagliato, ma offrendo la possibilità del cambiamento, della conversione. «Va' e non peccare più» sono le parole con cui Gesù offre il dono della rinascita alla donna colta in flagrante adulterio.
In questo con-dono Gesù non sta dando semplicemente una parola, una prospettiva di vita nuova, un'assoluzione: sta dando il per-dono, se stesso, il dono di sé come amore capace di salvare il peccatore. Gesù è "con" la donna perché sta dalla sua parte: la salva da morte certa, le indica dove ha sbagliato, la invita a prendere la strada giusta della conversione.
Nel condono vero possiamo offrire all'altro qualcosa di noi, la nostra capacità di amare superando i rancori, i giudizi, le etichette che facilmente affibbiamo al nostro prossimo, la nostra ostinazione nel non ammettere deroghe; nel condono non mi ergo più sul trono del giudizio, ma mi metto allo stesso livello dell'altro, gli offro il mio perdono. Proprio come fa Gesù con questa donna, Lui che è pur non conoscendo il peccato si è fatto peccato per tutti noi, «perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» 2Cor 5,21)
Siamo chiamati a usare una grammatica della sottrazione: passare dalla condanna al condono. Solo così potremo poi, nuovamente moltiplicare: dal condono al perdono.
 
***

Sulle pagine web di Note di Pastorale Giovanile sono sempre online alcuni miei lavori sul tema dell'Adultera nell'arte.

«Cristo e l'adultera». Escursioni pittoriche 
Un doppio processo (dipinto di V. Polenov)
Gesù e la legge (dipinto di G. Brusaferro)
La forza lapidaria della verità (dipinto di Brueghel il Vecchio)
Perdonare di vero cuore (bassorilievo di E. Barberi)

«Cristo e l'adultera». Rappresentazioni artistiche nei secoli
Dal IX al XV secolo

Il XVI secolo
Dal XVII al XVIII secolo
Il XIX secolo
XX e XXI secolo

sabato 3 ottobre 2020

Arte e fede

   CATTEDRALI GOTICHE D'EUROPA

Una nuova rubrica sul sito di NPG





 
La cattedrale di Notre-Dame di Reims - Ph Reno Laithienne - Unsplash

Sulla Newsletter e sul sito di Note di Pastorale Giovanile comincia una nuova "serie" di pdf per una pastorale giovanile attraverso la "via della bellezza". Questa volta vi porterò in giro per l'Europa a visitare alcune delle più belle e importanti cattedrali gotiche, veri e propri "merletti in pietra" o "grattacieli di Dio", come alcuni studiosi le hanno ribattezzate. 
Sarà un viaggio nella luce, nell'armonia e nella bellezza grazie alla quale i maestri gotici volevano condurre – e lo fanno ancora oggi – alla conoscenza di una realtà "altra": 
quella di Dio e della sua Grazia.  

Qui il link per seguire.

martedì 29 marzo 2016

Arte e fede /4


«IL FIGLIOL PRODIGO NELLA VITA MODERNA»
Il ciclo pittorico di James Tissot: «La partenza»


L'arte può parlare di misericordia all'uomo di oggi? Sì che può! Lo ha fatto per secoli e continua a farlo, a volte in maniera sorprendente, come accade nel ciclo «Il figliol prodigo nella vita moderna» realizzato da James Tissot tra il 1880 e il 1882. Il ciclo consta di quattro tele in cui il pittore affronta (quasi come se si trattasse di un film drammatico dai molti colpi di scena) la storia di questo giovane irruento e scapestrato, che decide di lasciare la casa e gli affetti, dopo aver preteso - e ottenuto - dal padre la "parte che gli spetta". L'intera serie è particolarissima, perché calata non ai tempi di Gesù, ma nel mondo "moderno" (l'ottocento contemporaneo al pittore) e questo consente una rilettura della parabola in termini di attualità, come se si trattasse (e si tratta!) di un "evergreen". 
Sul sito internet di Note di Pastorale Giovanile vi propongo un commento estetico-spirituale al terzo quadro del ciclo: «Il ritorno»
In attesa dell'ultima tela della serie... rimanete "sintonizzati"! 




«Il Figliol prodigo nella vita moderna», Il ritorno, James Tissot

lunedì 14 marzo 2016

Arte e Fede / 3


«IL FIGLIOL PRODIGO NELLA VITA MODERNA»

Il ciclo pittorico di James Tissot: «Nel Paese straniero»


L'arte può parlare di misericordia all'uomo di oggi? Sì che può! Lo ha fatto per secoli e continua a farlo, a volte in maniera sorprendente, come accade nel ciclo «Il figliol prodigo nella vita moderna» realizzato da James Tissot tra il 1880 e il 1882. Il ciclo consta di quattro tele in cui il pittore affronta (quasi come se si trattasse di un film drammatico dai molti colpi di scena) la storia di questo giovane irruento e scapestrato, che decide di lasciare la casa e gli affetti, dopo aver preteso - e ottenuto - dal padre la "parte che gli spetta". L'intera serie è particolarissima, perché calata non ai tempi di Gesù, ma nel mondo "moderno" (l'ottocento contemporaneo al pittore) e questo consente una rilettura della parabola in termini di attualità, come se si trattasse (e si tratta!) di un "evergreen". 
Sul sito internet di Note di Pastorale Giovanile propongo un commento estetico-spirituale al secondo quadro del ciclo: «Nel Paese straniero»



domenica 13 marzo 2016

Pensieri per lo spirito


IL PERDONO COME GRATUITA COMPASSIONEVOLE MISERICORDIA

Enrico Barberi, Cristo e l'adultera
Credits: Accademia delle Belle Arti di Bologna - Foto Raffaella Graziosi

«Bisogna leggere l’episodio dell’adultera nel Vangelo di Giovanni per capire che cos’è il genio della sceneggiatura, per imparare come si fa a tagliare per campi narrativi efficaci ed essenziali, senza incertezze, senza sbavature, un fatto drammatico ad alta densità emotiva.
In poco più di cento parole, senza un aggettivo di troppo, anzi, senza un aggettivo, nulla concedendo alla curiosità (com’era la donna? Era bella, era giovane? E il suo amante chi era? Come hanno fatto a sorprenderli?) l’evangelista svolge e governa una articolata pluralità di situazioni, di emozioni.
Prima c’è il tumulto e il clamore dello scandalo; la donna portata a giudizio, prigioniera dei miliziani che l’hanno arrestata, circondata dalla morbosa cattiveria delle gente. Poi l’assalto verbale dei farisei che vogliono incastrare Gesù. Infine al centro del racconto (e pare di avvertire il silenzio che si è fatto sulla piazza) le parole misteriose che Cristo scrive col dito nella polvere; parole che nessuno ha capito e che neppure l’evangelista conosce. 
Da ultimo, la sceneggiatura vede i farisei allontanarsi in rapida dissolvenza a uno a uno, a cominciare dai più vecchi e dunque dai più carichi di peccati e di rimorsi, per concludersi con il perdono, il perdono senza riserve, il perdono come gratuita compassionevole misericordia e balsamo dell’anima».

(Antonio Paolucci)

lunedì 21 settembre 2015

Arte e fede / 1



«LA VOCAZIONE DI SAN MATTEO»
Commento estetico-spirituale al quadro di Caravaggio

La Chiesa ricorda, il 21 settembre, la figura di San Matteo, un santo "baciato" dalla misericordia di Dio. Un santo che ha vissuto l'esperienza dell'irrompere della Grazia nella propria vita.
Proviamo a rileggere la sua storia di conversione attraverso un'opera famosissima della pittura italiana: La vocazione di san Matteo, di Caravaggio.


«Mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: "Seguimi". Ed egli si alzò e lo seguì».

(Mt 9, 9)

Caravaggio, La vocazione di San Matteo (1598 - 1601), Roma, San Luigi dei Francesi


Un po' di storia...

Caravaggio dipinge questa tela per la Cappella Contarelli, nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, a Roma. Si tratta della sua prima commissione "importante", di cui quest'opera farà poi parte: la realizzazione di un ciclo di quadri, le Storie di San Matteo. Non sarà un'impresa priva di di difficoltà. Il primo dipinto presentato dall'artista, San Matteo e l'angelo, viene rifiutato dai committenti, perché «San Matteo non aveva aspetto di santo, non era abbellito, non aveva decoro, contegno, atteggiamento devozionale, era addirittura volgare, mostrando in primo piano i grossi piedi nudi ed appariva un povero vecchio rozzo e analfabeta, cui l'angelo doveva guidare la mano nella faticosa scrittura del Vangelo. Tutto ciò è vero. Ma proprio qui sta la novità e l'importanza della composizione caravaggesca che rifiuta la tradizionale identificazione di bello con buono, di brutto con cattivo. Anzi la grazia di Dio può toccare chiunque, non soltanto il meritevole; nessuno può pretendere la salvezza in cambio delle opere compiute, come uno scambio di merci. Matteo, il "pubblicano", ossia l'esattore delle tasse, ritenuto infame dagli ebrei, è santificato dalla fede; è la fede che gli permette di scrivere il Vangelo, testimoniando la venuta in terra del Redentore» [1].
Si tratta di un'idea che, seppure scartata nella sua trasposizione pittorica di questa prima tela, troverà poi espressione nel quadro de La vocazione di San Matteo.

La vocazione di San Matteo

La tela del Caravaggio che rappresenta la chiamata di Matteo è visivamente eloquente, andando al di là delle informazioni che l'evangelista stesso, nel proprio Vangelo, offre, circa la sua "vocazione".
La pagina della Scrittura dona infatti solo l'essenziale, senza alcun orpello descrittivo sui luoghi o sulle emozioni interiori: Gesù stava andando via, e vedendo un uomo - di nome Matteo - seduto al banco delle imposte, lo invita a seguirlo. L'uomo, immediatamente, lascia tutto e si pone alla sequela. L'evangelista ricorre a uno stile asciutto, che non offre la possibilità di indugiare su dati quasi ritenuti "secondari". L'interesse di chi scrive è evidenziare, oltre al dato "storico" della chiamata, anche una serie di elementi "simbolici": lo sguardo di Cristo a cui nulla sfugge (il contrasto tra l'allontanarsi e il fermarsi per aver visto); l'importanza della chiamata "personale" (l'identificazione attraverso il nome) e della immediatezza nella risposta ("si alzò e lo seguì"). 
Caravaggio, al contrario, descrive la scena con dovizia di particolari e maestria "scenografica", - tipica del barocco - ma aggiungendo anche il suo tocco personale del "chiaroscuro", e fornendo una chiave di lettura "nascosta" attraverso un richiamo a un altro grande maestro dell'arte: Michelangelo. Tutto questo consente al fruitore dell'opera di "rileggere" la chiamata dell'evangelista attraverso il quadro caravaggesco.

La "luce del mondo"

Colpisce in primo luogo lo sfondo scuro su cui si staglia - illuminata solo parzialmente - la figura di Gesù posta all'estrema destra del quadro: è un contrasto emblematico, che in chiave teologica si può interpretare come la vittoria del Verbo - "luce del mondo" - sulle tenebre del peccato (cfr. Gv 1,5).
"Il mondo" (secondo l'accezione giovannea) non può vincere lo splendore della Grazia: Dio viene a chiamare i peccatori (come Cristo stesso afferma nella pagina evangelica della conversione di Matteo), offrendo la salvezza quale dono "gratuito", che previene finanche ogni richiesta umana.

Interessante è la presenza, accanto a Gesù, di San Pietro.
La chiamata a seguire Cristo è una chiamata "per" la Chiesa e "nella" Chiesa
«Il significato del fatto narrato (la grazia che discende nel buio del peccato) è reso mediante la luce; non ne conosciamo l'origine fisica; non proviene dalla finestra, che pure è chiaramente visibile davanti a noi; proviene, intensa e obliqua, da destra, come se la porta, dalla quale è appena entrato Cristo, posta a un livello più alto della stanza, fosse rimasta spalancata. Ma proprio perché non possiamo renderci conto sicuro della sua provenienza, perde il significato razionale, concreto, di luce reale; non è più il "lume universale" del rinascimento, è una luce morale, che scende sfiorando la testa di Gesù ed esaltandone e individuandone la bella mano, si sofferma sugli astanti, bloccandoli nell'atto che stanno compiendo, conferendo loro intensa vita plastica» [2].
L'irrompere della grazia nella vita di Matteo, quasi come un avvenimento inatteso, si evince non solo dalla luce, ma anche dall'atteggiamento di Levi e degli altri attorno a lui. E' però soprattutto la differenza delle reazioni dei vari personaggi a sottolinearlo. 

Intenti nell'effettuare il conto delle monete, i due uomini all'estrema sinistra non accennano il minimo movimento del capo per osservare Gesù, rimanendo assorbiti dalle faccende "del mondo"; i due, più giovani, maggiormente vicini alla porta, lanciano al Maestro degli sguardi tra l'annoiato e l'incuriosito, che non dimostrano un vero interesse per il "messaggio" che Gesù viene a recare. 

Matteo, al contrario, viene "scosso" dalla perentorietà e immediatezza del gesto di chiamata operato dal Maestro. Lo si legge nel suo sguardo, nel pacato stupore dei suoi occhi bene aperti e puntati sul Cristo (quasi in un equilibrio di sentimenti che consente a Caravaggio di descrivere un Matteo né esagitato, né indifferente all'irrompere della Grazia), nel gesto del dito puntato contro di sé. 


Levi passa così, dall'essere immerso nella sua attività esattoriale (e nel suo peccato) all'essere "travolto" dalla Misericordia Divina, che agisce secondo i suoi disegni imperscrutabili. Matteo sembra infatti voler chiedere a Gesù: "Sono proprio io quello che cerchi?".

Il Volto della Misericordia e il "dito" di Dio

Il sapiente uso caravaggesco della luce consente di rintracciare una risposta valida per ogni uomo: Gesù viene sempre a chiamare la pecorella smarrita. Caravaggio mette bene in luce soltanto due "dettagli" della figura di Cristo: il volto e la mano destra. Usando le parole di papa Francesco, possiamo rileggere il primo elemento lasciandoci guidare dalla Misericordiae Vultus: 

«Gesù Cristo è il Volto della Misericordia del Padre. La vocazione di Matteo è inserita nell’orizzonte della misericordia. Passando dinanzi al banco delle imposte gli occhi di Gesù fissarono quelli di Matteo. Era uno sguardo carico di misericordia che perdonava i peccati di quell’uomo e, vincendo le resistenze degli altri discepoli, scelse lui, il peccatore e pubblicano, per diventare uno dei Dodici. San Beda il Venerabile, commentando questa scena del Vangelo, ha scritto che Gesù guardò Matteo con amore misericordioso e lo scelse: miserando atque eligendo» [3].
Il secondo dettaglio (la mano di Gesù "puntata" verso Matteo) è invece una vera e propria "citazione" pittorica operata da Caravaggio, che rimanda infatti alla celebre Creazione di Adamo, affrescata da Michelangelo Merisi nella Cappella Sistina, a cavallo tra il primo  e il secondo decennio del 1500.
La mano di Gesù ricalca quella di Adamo, a simboleggiare che Cristo è il Nuovo Adamo,  "l'uomo nuovo" che viene a fare nuove tutte le cose (cfr. Ap 21,5) e a ridonare vita alla creatura interiormente morta a causa del peccato.

Michelangelo Merisi, La creazione di Adamo, particolare, (1508 - 1512), Cappella Sistina.
A sinistra, la mano di Adamo, a destra, quella di Dio Padre.
Il rimando pittorico mira a immergere lo spettatore nella scena della Genesi, così come uscita dalla mente artistica di Michelangelo Merisi. Michelangelo aveva voluto dare l'idea della vita che passa da Dio all'uomo attraverso il contatto che sta per avvenire tra le loro mani, anzi, proprio in quell'apparente spazio "vuoto" tra le dita dell'uno e dell'altro; così, Caravaggio, ripetendo questo elemento all'interno della sua tela, vuole indicare che solo lasciandosi toccare da Cristo è possibile riacquistare la vita nel senso spirituale del termine.
«Si tratta di una raffinata citazione, che crea un rimando complesso tra il creato e il creatore, tra la natura umana e la natura divina di Cristo, tra creazione e redenzione, tra Adamo e Cristo, che si trasferisce - con la sottolineatura del nuovo rapporto di "creazione" sottinteso dalla chiamata  - fra Gesù e Matteo» [4].
Siamo di fronte al «dito di Dio» che scaccia i demoni che albergano nel cuore e nella vita dell'uomo, segno eloquente che è giunto il regno di Dio (cfr. Lc 11,20).

 Rispondere "col cuore": «Se vuoi... vieni! Seguimi!»

Il gesto di Matteo, che al dito di Gesù, puntato verso di lui, risponde a sua volta indicando se stesso, è eloquente della necessità, per ogni uomo, di operare una scelta libera e volontaria alla chiamata di Dio.
Matteo porta il dito sul lato del cuore, cioè su quell'organo che, biblicamente, è simbolo dell'intera persona.
«Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore» (Dt 6,5). Nella Bibbia l’invito ad amare il Signore coinvolge sempre il “cuore” dell’uomo. Infatti, mentre per noi il cuore indica il “luogo” dei sentimenti e dell’affetto, nella concezione biblica designa invece tutto l’uomo, la sua volontà e coscienza, la sua capacità di scegliere e di decidere tra il bene e il male. Nel cuore è quindi il centro della persona, da cui si diffondono il bene e il male. Per questo Gesù può dire ai suoi contemporanei che il male non viene dal di fuori dell’uomo, ma ha le sue vere origini nell’uomo stesso, nelle sue scelte, nel suo stile di vita, cioè nel suo “cuore”: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri… invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo» (Marco 7,21-23; Cfr anche Matteo 15,10-20). Nel “cuore” dell'uomo quindi culmina l’opera educatrice di Dio che, partendo dalle molte norme esteriori, è ora finalmente arrivata, con la parola di Gesù, al suo centro, alla sua interiorità, al suo “cuore”» [5].
Nel gesto di Matteo e nella "richiesta" di Gesù, è possibile "rivedere" una scena narrata da Marco, quando Gesù incontrò il giovane ricco e «fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: "Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!"» (Mc 10,21).
Gesù sta invitando Matteo a "puntare" sulla propria interiorità per trovare la sua risposta alla "proposta vocazionale" e, infatti, «il tema della chiamata consente di sottolineare la giusta relazione tra l'onnipotenza e l'onniscienza di Dio, da un lato, e la libera volontà umana, dall'altro» [5].
Il Vangelo della festa liturgica di San Matteo, definisce la "conclusione" dell'opera di Caravaggio. Una conclusione che il pittore ha affidato non ai colori, alle luci, o alle ombre, ma ha lasciato alla Parola stessa: «Egli si alzò e lo seguì».


NOTE

[1] Pietro Adorno, L'arte italiana, Vol. secondo, Tomo secondo, Casa Editrice G. d'Anna, 1993, p. 1069.
[2] Pietro Adorno, Ibidem, p. 1070.
[3] Francesco, Misericordiae Vultus, nn. 1; 8.
[4] Rodolfo Papa, Cavaraggio, Lo stupore dell'arte, Arsenale Editrice, 2009, p. 118.
[5] Primo Gironi, Il "cuore" nella Bibbiahttp://www.la-domenica.it/guida-all-ascolto-della-parola-8.html
[6] Rodolfo Papa, Ibidem, p. 118.