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mercoledì 23 aprile 2025

Sguardo cristiano su notizie di attualità

EQUILIBRI PAPALI

Considerazioni sulla morte del Papa (di ogni Papa)



Alla morte di ogni Papa siamo soliti affrontare ciò che proprio ogni papa non vorrebbe: una sorta di culto alla persona che cozza con la natura (moderna?) del Papato, ma ancor di più col cristianesimo. 

Ne fummo già testimoni con il "santo subito" di Papa Giovanni Paolo, in cui, pur nulla togliendo alla santità del Papa (che poi la Chiesa non ha mancato di riconoscere in via ufficiale), si rischiava di sviare dal momento solenne che il cattolicesimo stava vivendo in quel momento: una sede vacante dopo un lunghissimo pontificato; la perdita di una guida che aveva accompagnato il popolo di Dio per buona parte della vita; la fine di un'era anche storica, se così vogliamo dire, connotata da grandi eventi in cui il papa inizialmente sconosciuto ai più aveva fortemente contribuito (basti pensare alla caduta del muro di Berlino); ma, e soprattutto, l'estrema gravità del momento in cui anche un Papa (sì, anche un Pontifex Maximus!) si presenta al cospetto del Dio della vita.
Pensassimo solo a questo – da cristiani, semplicemente da cristiani – ci affacceremmo con "timore e tremore" anche al mistero della morte di un Papa, che ha grandi doni, sì, ma anche grandissime responsabilità, e a cui sarà chiesto molto di più, perché molto ha ricevuto; perché molto gli fu affidato, come ricorda in generale il Vangelo di Luca. La morte richiede, qualcune morte richiede, preghiera e silenzio. 

Certamente la fine di un papato è anche, innegabilmente e doverosamente, un tempo di bilanci. Ma la cosa sempre poco costruttiva dei bilanci è che usiamo soppesare le cose buone di una persona contro quelle presunte "cattive", o poco riuscite, degli altri. E forse oggi, vent'anni dopo la fine del pontificato di Giovanni Paolo II, assistiamo a questo processo in maniera più evidente del solito, complice anche una società dell'immagine in cui ciò che più si imprime nel costrutto razionale sono le istantanee di un momento, quelle che divengono, poi, fotogrammi simbolo. Cose sempre esistite, ma che certamente l'uso massiccio dei social ha amplificato. 
Anche i molti dibattiti televisivi che in queste ore si stanno snocciolando sulle varie reti, mostrano spesso la faccia dell'ipocrisia di chi, vivo un Papa, è acerrimo nemico della sua "politica ecclesiale", e morto questi ne diventa, immediatamente e improvvisamente, grande estimatore. 

In questi giorni sono molti i giusti elogi al pontificato di papa Francesco, ma anche molti gli spropositi di chi, cavalcando l'onda del momento, utilizza frasi ad arte per minimizzare i papi precedenti, per distruggere la storia del Papato, per sminuire coloro che stati dati come guide della Chiesa.
Diventa più che mai necessario fare attenzione, un'attenzione estrema, per non cadere in trappole perniciose, che ci farebbero diventare a nostra volta dei sobillatori, aperti alla creazione di fazioni che non fanno bene né a noi stessi come cristiani singoli né alla Chiesa come istituzione né al mondo non cattolico che ci guarda dal di fuori.

Ogni pontificato, checché se ne dica, si costruisce a partire da quello precedente, tanto in ciò che di completo è stato fatto quanto in ciò che è rimasto a metà, tanto in ciò che viene portato a compimento quanto in quello che viene, apparentemente o meno, ribaltato.
E in ogni pontificato, anche se in maniera differente, si ripete (per grazia di Dio e per libera disponibilità umana) una donazione fino alla fine.

Stupendo il gesto di papa Francesco di uscire per la benedizione Urbi et Orbi di Pasqua, e la sua decisione di fare il giro fra i presenti in piazza, ma non dimentichiamoci del pugno sbattuto sul leggio da Giovanni Paolo II, in una delle sue ultime apparizioni, quando l'allora papa Wojtyla non riuscì a pronunciare una sola parola; oppure la benedizione silenziosa impartita nel suo ultimo Angelus, il 20 marzo del 2005, Domenica delle Palme: era un uomo sofferente, ammalato di Parkinson, che aveva subito una tracheotomia.

Non scordiamoci nemmeno dell'ultima udienza di Benedetto XVI, il 27 febbraio del 2013. Pur nella rigidità di movimenti che lo contraddistinse da quell'ultima fase in poi, portò avanti quella catechesi, ricordandoci che la Chiesa non è nostra, ma di Cristo, che non la lascia affondare. Anche la sua decisione di rimanere nel monastero Mater Ecclesiae, anziché ritornare in Baviera, fu una scelta che dimostrò il suo desiderio di rimanere comunque a servizio della Chiesa - dentro le mura vaticane - fino alla fine. Lo aveva sottolineato in quella stessa ultima udienza, affermando: «Il “sempre” è anche un “per sempre” - non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro». 

Si parla anche molto, in questi giorni, di una presunta dicotomia fra teologia e pastorale, per opporre il pontificato di Francesco a quelli precedenti. 
Eppure dimentichiamo l'apporto teologico che fu alla base di un pontificato innovativo come quello di Giovanni Paolo II (definito da qualcuno, per i suoi tanti viaggi, "il trolley di Dio"), sotto cui uscì la nuova edizione del Catechismo della Chiesa Cattolica, grazie alla Commissione presieduta dal Cardinale Ratzinger. 
Ragionando in termini di spaccature, dimentichiamo anche il magistero di Benedetto XVI, fine teologo, che ha forgiato una nuova generazione di sacerdoti che ancora oggi vediamo nelle nostre parrocchie, dando loro solidità nelle verità di fede, senza le quali il nostro credere sarebbe senza fondamenta solide.
Scordiamo, ancor di più, che la teologia – scienza affascinante perché ci permette di addentrarci nei misteri insondabili di Dio – ha un posto di tale rilievo nella nostra spiritualità perché la stessa Scrittura ne è ricca. Basterebbe fermarsi solo al Vangelo di Giovanni, che si distingue dai sinottici proprio e principalmente per questa sua attenzione teologica, che non va a diminuire l'importanza degli altri Vangeli, ma che ce li fa apprezzare da un altro punto di vista, li integra, li arricchisce. È l'insieme che fa la completezza, non la divisione.

Si parla, infine, di moltissime riforme attuate da papa Francesco. Tutto vero, innegabile, ma non dimentichiamo che queste riforme arrivano dopo le aperture dei precedenti papi: se a livello papale possiamo parlare dei "santi della porta accanto" (termine molto caro a papa Francesco), è certamente anche perché Giovanni Paolo II diede un impulso straordinario alla canonizzazione dei laici, superando uno schema consolidato che premiava in percentuale estremamente più alta la santità di sacerdoti e religiosi/e. 
Se possiamo parlare di lotta alla pedofilia nella Chiesa, è perché Benedetto XVI ruppe il silenzio, parlandone ancora più apertamente del suo predecessore (ci si potrebbe soffermare soltanto sulla Lettera ai Cattolici d'Irlanda, e sulle precedenti modifiche alle "Normae de gravioribus delictis" nel 2010).
E si potrebbero fare discorsi analoghi sulle riforme economiche, sull'abolizione di alcuni simboli (la tiara pontificia scomparve sotto Paolo VI; la sedia gestatoria aveva già incontrato poco il favore di Giovanni Paolo I e ne fu poi definitivamente abolito l'uso da Giovanni Paolo II), sulla cura del creato e su molti altri argomenti.

Se si può parlare di santità, dunque, non dimentichiamoci di tutta la schiera dei papi che abbiamo avuto nel corso dei secoli. Fra cui già ci sono santi canonizzati, beati e venerabili.
Non inciampiamo nell'errore di osannare il presente disprezzando il passato. Ogni papa, fra l'altro, è naturale che porti con sé ciò che caratterialmente è: è successore di Pietro, ma nella sua personale identità, che se venisse a mancare ci toglierebbe qualcosa, perché lo renderebbe meno libero nella sua risposta a Dio attraverso la sua storia personale, la sua essenza, la sua personalità. 
Lo abbiamo visto nel corso dei secoli: il Papa buono, il Papa del sorriso, l'Atleta di Dio, il Papa teologo. Tutti nomi che ci dicono qualcosa dello specifico carattere di ogni pontefice, del loro carisma peculiare all'interno della Chiesa. 

Forse per questo, don Bosco, conoscitore dell'animo giovanile che tanto vive più facilmente quei sentimentalismi estremizzati che a volte prendono anche noi adulti, invitava i suoi a scrivere: "W il Papa" piuttosto che uno specifico "W Pio IX" (il pontefice del suo tempo). 
Perché ad osannare l'uno rispetto ai tanti si corrono due rischi: o si perdono quei chiaroscuri che fanno umana ogni persona o si distrugge il passato, la storia che ci ha preceduti, dimenticando però che da quella, noi tutti, proveniamo. 

Anche la Chiesa. 

Anche il Papa. 

Anche noi, pecore del gregge dell'Unico Pastore.

domenica 4 giugno 2023

Pensieri per lo spirito

TRINITÀ, DIO RICCO DI AMORE
«L'amore determina il futuro» (Karol Wojtyla)



La Trinità nell'Horae ad usum Parisiensem (Latin 1176, fol. 186r.), 
Parigi, Bibliothèque Nationale de France
Fonte: gallica.bnf.fr

Il Signore passò davanti a lui, 
proclamando: 
«Il Signore, il Signore, 
Dio misericordioso e pietoso, 
lento all’ira 
e ricco di amore e di fedeltà»
(Es 34,6-7).




È aggettivo di sovrabbondanza il termine "ricco": parola del superfluo, vocabolo dalle sfumature di sicurezza e dalle prospettive di tranquillità a lungo termine.
Così lo intravediamo già nella parabola lucana del ricco stolto (Lc 12,13-21), racconto che, tuttavia, non ha un lieto fine, perché la ricchezza accumulata dal protagonista non procura a quell'anima mia invocata nell'incipit la beatitudine tanto sperata. 
Eppure tale rimane – anche nell'immaginario collettivo – l'idea della ricchezza: un lasciapassare per il futuro, un salvagente per gli imprevisti, una garanzia per la propria pace.
Possedere molti beni diventa forse un antidoto alla paura dell'ignoto: arpionarsi alla ricchezza è quasi scongiurare il pericolo della malattia, della morte, l'avanzare della vecchiaia, l'inevitabilità del consumarsi dell'esistenza. Avere molti beni offre la possibilità di godersi la vita, di arraffare compulsivamente una felicità che, in fin dei conti, ci sembra sempre sfuggente, perché la sappiamo destinata a incontrare un termine ultimo. Almeno nei connotati spazio-temporali del nostro vivere terreno.
Aver accumulato e poter disporre di questo accumulo negli anni a venire sembra allora il palliativo a ogni mancanza d'altro: perché i soldi possono anche anestetizzare l'assenza di affetti.
Ma che la ricchezza materiale non sia davvero il preludio della felicità lo sottolinea sempre la Scrittura, quando Gesù sentenzia senza mezzi termini che «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio» (Mt 19,24).
La conclusione stessa della parabola del ricco stolto ne è segno eloquente: «"Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?". Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio» (Lc 12,20-21).
La ricchezza è, allora, un'arma a doppio taglio:
 porta spesso all'eccesso, al vizio, al godimento sì, ma senza limiti, senza paletti etici e morali (in una parola: il consumo delle cose porta alla consumazione di se stessi); oppure, quando anche non si raggiungano questi estremi, conduce a delle false sicurezze, a un vivere mascherato di eternità, a una realtà virtuale in cui fingere che non esistano lo scorrere del tempo, la morte, il passaggio da questa a un'altra vita.
Non è, allora, la ricchezza in sé il punto (anzi, Gesù stesso dice che bisogna arricchirsi presso Dio), ma proprio la vita stessa.
Quale vita vogliamo vivere? Quale consapevolezza abbiamo di questa esistenza? Siamo certi che il godimento dell'oggi sia solo un preludio a quello del futuro senza fine? Sappiamo che ogni ricchezza di questa terra è un rimando a un'altra ricchezza più solida, più verace, realmente eterna?
La ricchezza può dunque diventare un simbolo, e lo è nella misura in cui ciò di cui per primo vogliamo arricchirci è l'amore. Non come possesso, ma come capacità incondizionata di donarci agli altri, in un impegno che abbia il sapore della stabilità. In quest'ottica ogni ricchezza materiale non diventa egoistica soddisfazione di bisogni personali, corsa contro il passare degli anni, isolamento nel proprio benessere, ma acquista le sfumature della condivisione, della carità, della cura dell'altro e di se stessi nell'autocoscienza di un compito di amore ricevuto da Dio.
E in questo senso anche il nostro stesso Dio è ricco. Ricco di amore e di fedeltà, come lo descrive il libro dell'Esodo nel brano della prima lettura di questa domenica dedicata alla Santa Trinità.
La vera felicità trinitaria sta tutta qui: in questa ricchezza di amore e di fedeltà, in questa relazione che fa del divino il perennemente innamorato, il perennemente donato, il perennemente fedele. Il perennemente gioioso.
Questa idea di ricchezza rovescia le nostre convinzioni su ciò che ci rende ricchi, e ci riporta all'esperienza che forse tutti noi abbiamo provato, almeno una volta nella vita. Alla felicità che pervade l'animo umano nel momento in cui si è innamorati, al senso di mistero e di eternità che l'amore scava nel cuore umano. Al desiderio di riversarsi per sempre in un altro e di sentire per sempre l'altro in sé. Tutte sensazioni (e realtà) che vanno di pari passo con l'amore.
«L'uomo ha a disposizione una esistenza e un amore» – scriveva Karol Wojtyla nella sua opera teatrale La bottega dell'orefice – «come farne un insieme che abbia senso? La gente si lascia trascinare dall'amore come se fosse un assoluto, anche se mancano le misure dell'assoluto. La gente segue la propria illusione, senza cercare d'innestare questo amore nell'Amore che ha una tale misura. Non hanno neanche il sospetto di questa necessità perché sono accecati non tanto dalla forza del sentimento quanto dalla mancanza d'umiltà. 
È una mancanza d'umiltà verso quella che dovrebbe essere l'amore nella sua vera essenza. Questo pericolo diminuisce se ne siamo coscienti. In caso contrario – il pericolo è incombente; l'amore cede sotto il peso della realtà quotidiana» [1]. 
Innestarsi in Dio, "entrare" nella Trinità, innestare il proprio amore umano nel suo amore. Ecco il segreto, perché «Dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21).
La prima ricchezza dell'uomo deve essere Dio, il suo stesso amore. Solo così ogni amore umano potrà essere vero, resistente agli urti del tempo e perdurare per sempre. Proprio come l'amore di Cristo, che nella sua esperienza terrena ha amato di un amore resistente al fardello di ogni prova, anche al pesante legno della Croce.
«Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano». (Mt 6,19-20)
Perché solo «l'amore determina il futuro» [2].



NOTE

[1] Karol Wojtyla, La bottega dell'orefice, Libreria Editrice Vaticana, 1978 (ristampa 2015), pp. 81-82.
[2] Ibidem, p. 28.

giovedì 2 febbraio 2017

Pensieri per lo spirito


GIORNATA DELLA VITA CONSACRATA
L'interazione tra laici e consacrati


«La Chiesa non può assolutamente rinunciare alla vita consacrata, perché essa esprime in modo eloquente la sua intima essenza "sponsale". C'è bisogno di chi presenti il volto paterno di Dio e il volto materno della Chiesa, di chi metta in gioco la propria vita, perché altri abbiano vita e speranza. Alla Chiesa sono necessarie persone consacrate le quali, prima ancora di impegnarsi a servizio dell'una o dell'altra nobile causa, si lascino trasformare dalla grazia di Dio e si conformino pienamente al Vangelo. A tutti i fedeli si chiede una costante preghiera per le persone consacrate, perché il loro fervore e la loro capacità d'amare aumentino continuamente, contribuendo a diffondere nell'odierna società il buon profumo di Cristo (cfr 2 Cor 2, 15). L'intera comunità cristiana — pastori, laici e persone consacrate — è responsabile della vita consacrata, dell'accoglienza e del sostegno offerto alle nuove vocazioni» [1]. 
Da un lato, «vivendo in ascolto obbediente della Parola, di cui la Chiesa è custode e interprete la vita consacrata addita nel Cristo sommamente amato e nel Mistero trinitario l'oggetto dell'anelito profondo del cuore umano e l'approdo di ogni itinerario religioso sinceramente aperto alla trascendenza. Per questo le persone consacrate hanno il dovere di offrire generosamente accoglienza e accompagnamento spirituale a quanti, mossi dalla sete di Dio e desiderosi di vivere le esigenze della fede, si rivolgono a loro» [2]. 
D’altro canto, il ruolo che il laico può svolgere in rapporto ai consacrati, non è solo di collaborazione fattiva (nell’alveo degli ordini terziari o di altri gruppi laicali facenti capo a varie famiglie religiose, come anche attraverso iniziative di diverso tipo e in ambienti disparati); il laico diviene anche sostegno orante, “cireneo”, per i tanti consacrati che operano spesso in situazioni e contesti delicati: per quelli che vivono la loro conformazione a Cristo in terre di missione; per quanti affrontano le notti oscure dell’aridità e delle incomprensioni umane; per i religiosi alle prese con una sempre più forte “mondanizzazione” che vorrebbe cancellare la dimensione spirituale del mondo; per i consacrati perseguitati a causa della fede; per altri laici come loro che però, vivendo anche la dimensione della consacrazione – in istituti secolari o con voti privati – «senza segni esteriori, da laici tra i laici, sono chiamati ad affrontare la sfida di essere essere sale e luce anche in quelle situazioni in cui una visibilità della loro consacrazione costituirebbe un impedimento o addirittura un rifiuto [3]. Inoltre, una seria e valida evangelizzazione dei nuovi ambiti, ove si elabora e si trasmette la cultura, non può essere operata senza un'attiva collaborazione con i laici ivi impegnati» [4]. 

NOTE

[1] Giovanni Paolo II, Vita Consecrata, n.105. 
[2] Ibidem, n. 103.
[3] Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, Ripartire da Cristo: un rinnovato impegno della Vita Consacrata nel terzo millennio, n. 45. 
[4] Giovanni Paolo II, cit., n.98.

martedì 17 maggio 2016

Novena a Maria Ausiliatrice 2016 /3


MARIA AUSILIATRICE
DONNA MISERICORDIOSA
Visitare gli infermi


L'Anno Santo della Misericordia diventa occasione propizia per riflettere su Maria Ausiliatrice quale Madre di misericordia: proprio perché misericordiosa ella si fa aiuto dell'uomo. Così è possibile parlare della Vergine in correlazione alle opere di misericordia, in una mirabile sintesi di gesti e parole concrete che il Vangelo ci ha tramandato, e analizzando i loro significati simbolici e spirituali.




PREGHIERA A MARIA AUSILIATRICE

(composta da San Giovanni Bosco)

O Maria, Vergine potente,
Tu grande e illustre difesa della Chiesa,
Tu aiuto mirabile dei cristiani,
Tu terribile come esercito schierato a battaglia,
Tu, che hai distrutto da sola
tutti gli errori del mondo,
Tu, nelle angustie, nelle lotte, nelle necessità
difendici dal nemico
e nell'ora della morte
accoglici nei gaudii eterni.
AMEN






«In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.».
 (Lc 1, 39-40)

LA MADONNA VISITA L'UMANITÀ INFERMA

Il gesto della visitazione non è - in senso letterale - quello di una visita ad un'ammalata. Maria si reca da Elisabetta, la cugina che è rimasta incinta in maniera inattesa, e per di  più in età avanzata. Non, dunque, un'inferma vera e propria, ma, a ogni modo, una donna che ha certamente bisogno di cure, di aiuto, di riposo. La Madonna visita la sua anziana parente non solo con lo scopo di comunicarle la grande gioia dell'Incarnazione, ma anche con quello di alleviarle la fatica degli ultimi mesi di gravidanza. Attraverso le parole dell'angelo al momento dell'annunciazione si evince, infatti, che quando Maria concepisce il Figlio di Dio, Elisabetta si trova al sesto mese della gestazione (Lc 1,37) e che la giovane vergine di Nazareth rimane con lei «per circa tre mesi» (Lc 1, 56), dunque, fino al parto o almeno fino alla prossimità del lieto evento. Nella figura di Elisabetta, in un certo senso, ogni cristiano può identificarsi: Dio può irrompere nella vita dei suoi figli con eventi inattesi, eventi che però possono rendere la persona più "vulnerabile", bisognosa di aiuto, inferma in senso lato.
Ma l'atteggiamento di Maria permette di ampliare la riflessione, fino a dire che ella si prende cura degli infermi di ogni genere, di quegli ammalati tanto nel corpo quanto nello spirito.

La medicina della fede, della gioia, della misericordia

Maria, per prima cosa, nel visitare Elisabetta le comunica la propria gioia di essere Madre del Signore. È una comunicazione che si svolge senza parole, tra donne gravide che sembrano ormai parlare una lingua nota solo a esse, un linguaggio non fatto di parole, ma di "presenza".
Allo stesso modo la Madre misericordiosa si avvicina all'uomo per aiutarlo a percepire che Dio non è un'astrazione, ma è il Qualcuno che si rende presente nelle vite dei propri figli, che vuole venire a prendere dimora in essi. Maria, avvicinandosi all'uomo, rende anche il Figlio più vicino alla creatura e prospetta l'immagine reale di un Dio misericordioso, così come ella lo descrive a Elisabetta nel cantico del Magnificat (Lc 1, 50).
La Madonna vuole aiutare gli ammalati nel corpo e nello spirito ad avere fede in un Dio che non dimentica le proprie promesse, ma che le mantiene, appunto in virtù dell'amore misericordioso che Egli prova per l'uomo.
Scriveva Giovanni Paolo II nella Dives in Misericordia, n. 9: «Maria è colei che conosce più a fondo il mistero della misericordia divina. Ne sa il prezzo, e sa quanto esso sia grande. In questo senso la chiamano anche Madre della misericordia: Madonna della misericordia o Madre della divina misericordia; in ciascuno di questi titoli c'è un profondo significato teologico, perché essi esprimono la particolare preparazione della sua anima, di tutta la sua personalità, nel saper vedere, attraverso i complessi avvenimenti di Israele prima, e di ogni uomo e dell'umanità intera poi, quella misericordia di cui "di generazione in generazione" si diviene partecipi secondo l'eterno disegno della SS. Trinità.
I suddetti titoli che attribuiamo alla Madre di Dio parlano però soprattutto di lei come della Madre del Crocifisso e del Risorto; come di colei che, avendo sperimentato la misericordia in modo eccezionale, "merita" in egual modo tale misericordia lungo l'intera sua vita terrena e, particolarmente, ai piedi della croce del Figlio; ed infìne, come di colei che, attraverso la partecipazione nascosta e al tempo stesso incomparabile alla missione messianica del suo Figlio, è stata chiamata in modo speciale ad avvicinare agli uomini quell'amore che egli era venuto a rivelare: amore che trova la più concreta espressione nei riguardi di coloro che soffrono, dei poveri, di coloro che son privi della propria libertà, dei non vedenti, degli oppressi e dei peccatori, cosi come ne parlò Cristo secondo la profezia di Isaia, prima nella sinagoga di Nazaret e poi in risposta alla richiesta degli inviati di Giovanni Battista.
Appunto a questo amore "misericordioso", che viene manifestato soprattutto a contatto con il male morale e fisico, partecipava in modo singolare ed eccezionale il cuore di colei che fu Madre del Crocifisso e del Risorto, partecipava Maria. Ed in lei e per mezzo di lei, esso non cessa di rivelarsi nella storia della Chiesa e dell'umanità. Tale rivelazione è specialmente fruttuosa, perché si fonda, nella Madre di Dio, sul singolare tatto del suo cuore materno, sulla sua particolare sensibilità, sulla sua particolare idoneità a raggiungere tutti coloro che accettano più facilmente l'amore misericordioso da parte di una madre. Questo è uno dei grandi e vivificanti misteri del cristianesimo, tanto strettamente connesso con il mistero dell'incarnazione».

Portare agli altri la medicina della misericordia

Maria si fa aiuto degli infermi con la medicina della misericordia affinché essi, una volta "guariti", imparino a portare agli altri lo stesso farmaco.
«Misericordia significa prima di tutto curare le ferite. Quando uno è ferito, ha bisogno subito di questo, non delle analisi, come i valori del colesterolo, della glicemia… Ma c’è la ferita, cura la ferita, e poi vediamo le analisi. Poi si faranno le cure specialistiche, ma prima si devono curare le ferite aperte. E ci sono anche ferite nascoste, perché c’è gente che si allontana per non far vedere le ferite… » [1]. Maria madre di misericordia sprona dunque ad avere occhi per vedere le necessità, i bisogni, le malattie interiori delle persone che si incontrano. La prossimità della Madre è una prossimità delicata, intuitiva - si potrebbe dire -, non invadente, ma che interviene al momento opportuno. Entrare nella vita di quanti sono ammalati nel corpo e nello spirito richiede la medesima delicatezza, la stessa finezza di cuore, l'identica gentilezza di Maria; significa saper dosare la tenerezza e la fermezza di una madre, ossia rendere concreto quel binomio che ha caratterizzato e caratterizza la madre di Gesù.
«Maria è esempio di madre, capace di un’azione educativa fatta di condivisione del tesoro del cuore, di pazienza e di fermezza, di progressività e di fiducia nell’Altissimo. Ci chiediamo allora: nella nostra responsabilità di testimoni e generatori della vita che viene dall’alto ci sforziamo di essere come Maria nel suo rapporto con Gesù, vicini con tenerezza a chi ci è affidato e rispettosi della sua libertà e del suo mistero? Siamo pronti ad affidare tutto a Dio senza sottrarci ad alcuna delle nostre responsabilità? Siamo capaci di ascolto verso tutti, senza venir meno al dovere di testimoniare la verità che solo libera e salva?» [2].


NOTE

[1] Francesco, Discorso, 6 marzo 2014.

[2] Bruno Forte, Maria di Nazaret: vergine, madre e sposa, disponibile sul sito internet della rivista Note di Pastorale Giovanile


lunedì 21 marzo 2016

Pensieri per lo spirito


GIUSTIZIA E MISERICORDIA
La salvezza dell'uomo "integrale"


La Croce, ma ancor più il Cristo Pasquale, rappresenta l'emblema della salvezza dell'uomo "integrale", fatto di una unità inscindibile di corpo e anima. L'armonizzazione che il Messia attua tra giustizia e misericordia mira allora proprio a questa redenzione "totale" dell'essere umano, come ben sottolinea anche il profeta Isaia.



Ingresso di Cristo a Gerusalemme, Hippolyte Flandrine (1842)


«Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. 
Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. 
Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità. 
Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, e le isole attendono il suo insegnamento». 
Così dice il Signore Dio, che crea i cieli e li dispiega, distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alla gente che la abita e l’alito a quanti camminano su di essa: 
«Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».
(Is 42,1-7)


DUE REALTÀ ARMONIZZATE IN CRISTO

In Cristo , redentore dell'umanità - giustizia e misericordia trovano la loro perfetta armonia. L'Eletto, il Figlio Unigenito, l'Unto del Signore viene a stabilire «il diritto sulla terra» (Is 42, 4) e a proclamarlo «con verità» (Is 42, 3).
Ma questa giustizia, annunciata senza mezze misure, senza stratagemmi, senza scorciatoie, è perfettamente accompagnata dalla misericordia, quella che rende possibile mantenere e rinsaldare l'Alleanza con l'uomo, nonostante il suo peccato, e guarirlo dalle sue ferite, sanando i ciechi, liberando i prigionieri e i reclusi (cfr. Is 42, 7).

La Passione come legame tra giustizia e misericordia

«Nella passione e morte di Cristo - nel fatto che il Padre non risparmiò il suo Figlio, ma "lo trattò da peccato in nostro favore" - si esprime la giustizia assoluta, perché Cristo subisce la passione e la croce a causa dei peccati dell'umanità. Ciò è addirittura una "sovrabbondanza" della giustizia, perché i peccati dell'uomo vengono «compensati» dal sacrificio dell'Uomo-Dio. Tuttavia, tale giustizia, che è propriamente giustizia "su misura" di Dio, nasce tutta dall'amore: dall'amore del Padre e del Figlio, e fruttifica tutta nell'amore. Proprio per questo la giustizia divina rivelata nella croce di Cristo è "su misura" di Dio, perché nasce dall'amore e nell'amore si compie, generando frutti di salvezza. La dimensione divina della redenzione non si attua soltanto nel far giustizia del peccato, ma nel restituire all'amore quella forza creativa nell'uomo, grazie alla quale egli ha nuovamente accesso alla pienezza di vita e di santità che proviene da Dio. In tal modo, la redenzione porta in sé la rivelazione della misericordia nella sua pienezza» [1].

Misericordia per l'uomo "integrale"

«La signoria di Dio si manifesta nella guarigione integrale dell'uomo. Con ciò Gesù vuole rivelare il volto del vero Dio, il Dio vicino, pieno di misericordia per ogni essere umano; il Dio che ci fa dono della vita in abbondanza, della sua stessa vita» [2]. 
Isaia sottolinea esattamente il fine divino della regalità di Cristo, il cui trono è la Croce: il linguaggio profetico è un linguaggio che parla usando termini che si rifanno alla corporeità dell'uomo, ma anche alla sua dimensione interiore, spirituale, psicologica. Così la cecità può essere intesa tanto in senso reale, quanto metaforico, come in effetti il profeta sembra voler dire, ripetendo due concetti apparentemente uguali, ossia fare «uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre» (Is 42, 7). La prima delle due espressioni sembra avere una connotazione maggiormente concreta, mentre la seconda ha una portata inequivocabilmente simbolica. La venuta di Gesù, dando attuazione reale alla profezia, manifesterà esattamente l'intento divino di una liberazione dell'uomo che, coniugando giustizia (= verità) e misericordia (= amore che si fa compassione), guardi alla persona nella sua totalità di corpo e di spirito.
D'altronde, il male che affligge l'essere umano - tanto nella carne quanto nell'anima - è un male che dipende sia dalla natura "carnale" di cui la creatura è fatta, sia dalla sua "devianza" da Dio, scaturita dal peccato originale. Ma il progetto iniziale dell'Altissimo era quello di un uomo integralmente sano, integralmente retto, puro, giusto e misericordioso.

Pienezza di vita

Così, la liberazione attuata dal Messia salvatore, dal Messia re (ma non re secondo i canoni umani) dovrà necessariamente ristabilire questa unità inscindibile di corpo e di spirito, recuperare la dimensione di "uomo nuovo" nella sua integrità.
In tal senso, Gesù affianca alle guarigioni degli ammalati, quelle degli indemoniati e dei peccatori come Zaccheo, Matteo, o come la Samaritana, l'Adultera e la Maddalena.
La  rivelazione della misericordia divina, che troverà il suo vertice nel Cristo pasquale [3] - morto e risorto -  proprio perché perché sarà anche vertice della giustizia divina, diventa allora fonte di vita per l'uomo: «Con ciò Gesù vuole rivelare il volto del vero Dio, il Dio vicino, pieno di misericordia per ogni essere umano; il Dio che ci fa dono della vita in abbondanza, della sua stessa vita. Il regno di Dio è pertanto la vita che si afferma sulla morte, la luce della verità che disperde le tenebre dell'ignoranza e della menzogna» [4].

IN CAMMINO VERSO LA PASQUA

Il credente non può incamminarsi verso la Pasqua scindendo l'anima dal corpo. D'altronde, le tre dimensioni che caratterizzano la Quaresima - richiamando l'impegno del fedele - sono quelle che coinvolgono entrambe le dimensioni: preghiera-carità-digiuno. Avvicinarsi all'evento più importante nella storia della salvezza richiede dunque un recupero dell'integrità umana. Il cristiano è cristiano "per intero", non a metà. In questo senso, l'anno liturgico non fa che ripetere quanto già il Natale mette in evidenza nelle prime tappe del percorso che, ogni anno, accompagna il fedele nel corso della storia: Dio si è fatto uomo, ha unito inscindibilmente l'umanità alla divinità, non ha disprezzato ciò che Egli stesso ha creato, ma anzi, attraverso l'Incarnazione e la Risurrezione, l'ha sublimato. Questa sublimazione è ciò che attende l'essere umano che verrà accolto nel regno dei beati, ma comincia già sulla terra, per chi sappia vivere in modo armonioso la relazione carne-spirito, a esempio del modello che Dio stesso ha dato, facendosi Egli uomo come noi.



NOTE

[1] Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia, n. 7.

[2] Benedetto XVI, Angelus, 27 gennaio 2008.

[3] Giovanni Paolo II scrisse nella Dives in Misericordia, n. 8 che «Il Cristo pasquale è l'incarnazione definitiva della misericordia, il suo segno vivente: storicosalvifìco ed insieme escatologico. Nel medesimo spirito, la liturgia del tempo pasquale pone sulle nostre labbra le parole del Salmo: Canterò in eterno le misericordie del Signore».

[4] Benedetto XVI, Ult. cit.



giovedì 14 gennaio 2016

Spiritualità per il Giubileo /7


MISERICORDIA E GIUSTIZIA
PER IL MONDO
Dal Magistero di Giovanni Paolo II


Le parole del discorso della montagna: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia», non costituiscono in un certo senso una sintesi di tutta la Buona Novella, di tutto il «mirabile scambio» ivi racchiuso, che è una legge semplice, forte ed insieme «dolce» dell'economia stessa della salvezza? Queste parole del discorso della montagna, facendo vedere nel punto di partenza le possibilità del «cuore umano» («essere misericordiosi»), non rivelano forse secondo la medesima prospettiva il profondo mistero di Dio: quella inscrutabile unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, in cui l'amore, contenendo la giustizia, dà l'avvio alla misericordia, che a sua volta rivela la perfezione della giustizia?

(Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia, n.8)

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Nel nome di Gesù Cristo crocifisso e risorto, nello spirito della sua missione messianica che continua nella storia dell'umanità, eleviamo la nostra voce e supplichiamo perché, in questa tappa della storia, si riveli ancora una volta quell'amore che è nel Padre, e per opera del Figlio e dello Spirito Santo si dimostri presente nel mondo contemporaneo e più potente del male: più potente del peccato e della morte.

(Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia, n. 15) 

domenica 1 novembre 2015

«SIATE SANTI, PERCHÈ IO, IL SIGNORE VOSTRO DIO, SONO SANTO» (Lv 19,2)

Santità di Dio, santità dell'uomo
Riflessioni spirituali 


La santità dell'essere umano è una santità "per partecipazione". Solo Dio, infatti è veramente santo. Come raggiungere, allora, la perfezione delle virtù, la "pienezza", se questi sono attributi propri solo dell'Onnipotente? La santità è un miraggio? No, non lo è. Anzi, Dio stesso invita l'uomo a essere santo, perché Egli è santo. In questo "perché" i scopre una miriade di informazioni: la santità dell'uomo è "consequenziale" a quella divina. È possibile essere uomini santi "in quanto" Dio è santo. Se l'uomo ancorasse il proprio desiderio di santità (o la possibilità di esserlo) solo a se stesso, alle proprie capacità... fallirebbe. L'uomo è perfettibile, ma non è la perfezione assoluta. L'uomo è fatto di carne e di spirito, di corpo e di anima. E l'elemento materiale tende spesso a spingerlo verso il male che non vorrebbe, anziché verso il bene da lui anelato, secondo una nota espressione paolina (cfr. Rm 7,19). Dio dà all'uomo la "garanzia" di potersi santificare. L'uomo è chiamato a collaborare con Dio alla propria santificazione, aprendosi alla Grazia e alla carità. Dio è la garanzia stessa dell'opzione umana per la santità. Lo è così tanto da aver dato al mondo il modello della santità, «il santo dei santi», Cristo Gesù, il Verbo Incarnato, in cui il Dio santo è ipostaticamente unito (per sempre!) all'Uomo santo.







«Come il Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta»
(1 Pt 1,15).





LA SANTITÀ DI DIO

La santità è qualcosa che fa parte - in maniera intrinseca - del progetto di Dio sull'uomo. Ed è così in quanto essa fa parte - ontologicamente - di Dio stesso. Solo Dio è santo, proprio come viene detto nell'Apocalisse, con riferimento all'Agnello, laddove nel canto viene proclamat«Tu solo sei santo» (Ap 15,14). 
La santità umana è, allora, una santità per "partecipazione", se così si può dire, perché Dio chiama l'uomo a condividere con Lui qualcosa della sua propria, unica e vera santità. La santità di Dio è infatti assoluta,  primordiale. Esiste da sempre, perché da sempre esiste Dio. Esisterà per sempre, perché per sempre esisterà Dio. La santità divina è la perfezione assoluta, la pienezza di ogni bontà, di ogni virtù, di ogni bellezza. La completezza dell'Essere. E, tuttavia, nel Levitico, risuona l'invito di Dio al suo popolo: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» (Lv 19,2). In queste parole è contenuta una "sfida" lanciata all'uomo: la santità, pur essendo propriamente solo di Dio, non è impossibile per l'umanità. Al contrario, essa è raggiungibile, proprio perché è - propriamente - solo di Dio. L'assicurazione all'uomo della possibilità di realizzarla, di raggiungerla, non è in se stesso, ma in un Altro, che veramente la possiede, che "è" la santità stessa. 
È interessante anche il significato del termine santo: qualcosa che è «inviolabile». La santità designa, «tutto ciò che è stato consacrato da una legge morale o religiosa. In senso stretto, santo è attributo della divinità, in quanto essere sommamente venerabile, e per estensione, di tutto ciò che appartiene a Dio o che da Lui emana, che ha un rapporto particolare con Dio, che a Dio è consacrato» [1]. 

La santità di Gesù, vero Dio e vero Uomo

In questi termini si può spiegare la santità di Gesù - l'Unto, il consacrato di Dio - nella sua umanità. Ma anche la santità dell'uomo nella sua conformazione a Cristo, attraverso il Battesimo, che rende la creatura "consacrata" anch'essa al Signore.
Soffermandosi sulla figura di Gesù, si può dire che nella santità di Cristo, l'uomo non soltanto si affaccia sul mistero della santità di Dio, ma anche su quello della propria santità, di una santità umana che viene mostrata alla creatura nella sua declinazione "pratica", per così dire, raggiungibile attraverso il "mezzo" dell'umanità di cui l'essere umano è dotato. Leggiamo in uno scritto di Karol Wojityla, oggi san Giovanni Paolo II:
«Nel Cristo, la santità assoluta di Dio viene unificata ipostaticamente con la santità dell'Uomo. La santità di Dio (come l'amore del bene e l'odio del male), ma soprattutto come l'amore del bene in tutto, pure in colui che è cattivo (per accidens). Ogni bene (la somma dei valori), tranne Dio, ha il suo originale nel Dio stesso. Dio ama l'uno nell'altro - consiste in questo la Sua santità. Questa santità è il fondamento della Redenzione, intesa anche come la "rivalutazione" di ogni cosa. Dio ristabilisce il valore di ogni cosa nell'Uomo con il quale è unito personalmente. Proprio il Cristo- Redemptor: la santità dell'Uomo consiste nella realizzazione del Bene che Dio ama - in questo modo il Cristo è il modello della santità. In Lui questa santità, in un certo senso, si identifica con la Redenzione. In noi, deve consistere 
1° nella conversione a Dio, 
2° nella rivalutazione del tutto, secondo il valore che il tutto possiede in Dio quel valore indicato dal Cristo» [2].
Secondo la rilettura che san Paolo offre della redenzione, si comprende che Cristo è venuto a riconciliare l'uomo e Dio, abbattendo il muro dell'inimicizia che li divideva. Cristo ha reso possibile fare «dei due una cosa sola, un solo uomo nuovo» (cfr. Ef 2, 14-15). Questo mistero si può anche pensare anche a un altro livello, non solo quello che coinvolge l'uomo e Dio, ma anche l'uomo nel suo interno: nell'umanità di Cristo viene riconciliata la lotta tra la concupiscenza della carne e il desiderio di bene che alberga nel cuore di ogni uomo, creato a immagine e somiglianza divina. Cristo ha patito le tentazioni e le ha sconfitte. Cristo ha lottato con il male e con il maligno stesso. Ha così dimostrato che la santità è possibile all'uomo, nonostante la debolezza di cui è fatta la materia umana; ha dato a ciascuna cosa un "valore" (parafrasando il pensiero di san Giovanni Paolo II). La »ricapitolazione» (cfr. Ef 1,10, nella traduzione CEI 1974) in Cristo di tutte le cose tocca dunque anche il mistero del bene e del male, che, in sostanza, è il problema della lotta che l'uomo deve affrontare, se vuole giungere alla santità.
«Bene e male sono, quindi, considerati alla luce dell’opera redentrice di Cristo. Essa, come fa intuire Paolo, coinvolge tutto il creato, nella varietà delle sue componenti (cfr Rm 8,18-30). La stessa natura infatti, come è sottoposta al non senso, al degrado e alla devastazione provocata dal peccato, così partecipa alla gioia della liberazione operata da Cristo nello Spirito Santo. Si delinea, pertanto, l’attuazione piena del progetto originale del Creatore: quello di una creazione in cui Dio e uomo, uomo e donna, umanità e natura siano in armonia, in dialogo, in comunione. Questo progetto, sconvolto dal peccato, è ripreso in modo più mirabile da Cristo, che lo sta attuando misteriosamente ma efficacemente nella realtà presente, in attesa di portarlo a compimento. Gesù stesso ha dichiarato di essere il fulcro e il punto di convergenza di questo disegno di salvezza quando ha affermato: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). E l’evangelista Giovanni presenta quest’opera proprio come una specie di ricapitolazione, un “riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,52). 5. Quest’opera giungerà a pienezza nel compimento della storia, allorché - è ancora Paolo a ricordarlo - “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28). L’ultima pagina dell’Apocalisse dipinge a vivi colori questa meta. La Chiesa e lo Spirito attendono e invocano quel momento in cui Cristo “consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza... L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa (Dio) ha posto sotto i piedi” del suo Figlio (1Cor 15,24.26). Al termine di questa battaglia - cantata in pagine mirabili dall’Apocalisse - Cristo compirà la ‘ricapitolazione’ e coloro che saranno uniti a lui formeranno la comunità dei redenti, che “non sarà più ferita dal peccato, dalle impurità, dall’amor proprio, che distruggono o feriscono la comunità terrena degli uomini. La visione beatifica, nella quale Dio si manifesterà in modo inesauribile agli eletti, sarà sorgente perenne di gaudio, di pace e di reciproca comunione” (CCC, 1045)» [3].

LA SANTITÀ DELL'UOMO

Questa è dunque la meta di chi vuole farsi santo: raggiungere quel luogo di piena comunione, in cui non c'è più lotta tra bene e male, perché i santi hanno già scelto il bene, e la loro scelta è piena e definitiva.
Incorporati a Cristo nel Sacramento del Battesimo, gli uomini sono chiamati a conversione quotidiana e continua, cioè a operare una diuturna e costante scelta del bene; sono chiamati anch'essi a "ricapitolare" ogni cosa della propria vita in Cristo, cioè a rivalutare (usando l'espressione di Giovanni Paolo II) ogni cosa alla luce del Vangelo. La Buona Novella dice all'uomo cos'è importante e cosa non lo è; cosa occorre cercare prima di ogni altra, per raggiungere il Regno di Dio; quali sentimenti coltivare nei confronti dei propri fratelli. Il Vangelo (e prima ancora la Parola nella sua interezza) contiene le indicazioni stradali per arrivare in Cielo, dimora eterna dei santi. Il Vangelo dimostra all'uomo che la santità del Cielo si costruisce già sulla terra. 

Santità, carità e preghiera nell'insegnamento di Benedetto XVI

«Che cosa vuol dire essere santi? Chi è chiamato ad essere santo? Spesso si è portati ancora a pensare che la santità sia una meta riservata a pochi eletti. San Paolo, invece, parla del grande disegno di Dio e afferma: “In lui – Cristo – (Dio) ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità” (Ef 1,4). E parla di noi tutti. Al centro del disegno divino c’è Cristo, nel quale Dio mostra il suo Volto: il Mistero nascosto nei secoli si è rivelato in pienezza nel Verbo fatto carne. E Paolo poi dice: “È piaciuto infatti a Dio che abiti in Lui tutta la pienezza” (Col 1,19). In Cristo il Dio vivente si è fatto vicino, visibile, ascoltabile, toccabile affinché ognuno possa attingere dalla sua pienezza di grazia e di verità (cfr Gv 1,14-16). La santità, la pienezza della vita cristiana non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. La misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua. È l’essere conformi a Gesù, come afferma san Paolo: “Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29). Ma rimane la questione: come possiamo percorrere la strada della santità, rispondere a questa chiamata? Posso farlo con le mie forze? La risposta è chiara: una vita santa non è frutto principalmente del nostro sforzo, delle nostre azioni, perché è Dio, il tre volte Santo (cfr Is 6,3), che ci rende santi, è l’azione dello Spirito Santo che ci anima dal di dentro, è la vita stessa di Cristo Risorto che ci è comunicata e che ci trasforma. Come può avvenire che il nostro modo di pensare e le nostre azioni diventino il pensare e l’agire con Cristo e di Cristo? Qual è l’anima della santità? Il Concilio Vaticano II ci dice che la santità cristiana non è altro che la carità pienamente vissuta. “Dio è amore; chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui" (1Gv 4,16). Ora, Dio ha largamente diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato (cfr Rm 5,5); perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di Lui. Ma perché la carità, come un buon seme, cresca nell’anima e vi fruttifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e, con l'aiuto della grazia, compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all'Eucaristia e alla santa liturgia; applicarsi costantemente alla preghiera, all'abnegazione di se stesso, al servizio attivo dei fratelli e all'esercizio di ogni virtù. La carità infatti, vincolo della perfezione e compimento della legge (cfr Col 3,14; Rm 13,10), dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine. Forse anche questo linguaggio del Concilio Vaticano II per noi è ancora un po' troppo solenne, forse dobbiamo dire le cose in modo ancora più semplice. Che cosa è essenziale? Essenziale è non lasciare mai una domenica senza un incontro con il Cristo Risorto nell'Eucaristia; questo non è un peso aggiunto, ma è luce per tutta la settimana. Non cominciare e non finire mai un giorno senza almeno un breve contatto con Dio. E, nella strada della nostra vita, seguire gli “indicatori stradali” che Dio ci ha comunicato nel Decalogo letto con Cristo, che è semplicemente l'esplicitazione di che cosa sia carità in determinate situazioni.  Mi sembra che questa sia la vera semplicità e grandezza della vita di santità. Questa è la vera semplicità, grandezza e profondità della vita cristiana, dell'essere santi.
Ecco perché sant’Agostino, commentando il capitolo quarto della Prima Lettera di san Giovanni, può affermare una cosa coraggiosa: “Dilige et fac quod vis”, “Ama e fa’ ciò che vuoi”. E continua: “Sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; vi sia in te la radice dell'amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene” (7,8: PL  35). Chi è guidato dall’amore, chi vive la carità pienamente è guidato da Dio, perché Dio è amore. Così vale questa parola grande: “Dilige et fac quod vis”, “Ama e fa’ ciò che vuoi”.
Forse potremmo chiederci: possiamo noi, con i nostri limiti, con la nostra debolezza, tendere così in alto? La Chiesa, durante l’Anno Liturgico, ci invita a fare memoria di una schiera di Santi, di coloro, cioè, che hanno vissuto pienamente la carità, hanno saputo amare e seguire Cristo nella loro vita quotidiana. Essi ci dicono che è possibile per tutti percorrere questa strada. In ogni epoca della storia della Chiesa, ad ogni latitudine della geografia del mondo, i Santi appartengono a tutte le età e ad ogni stato di vita, sono volti concreti di ogni popolo, lingua e nazione. E sono tipi molto diversi. In realtà devo dire che anche per la mia fede personale molti santi, non tutti, sono vere stelle nel firmamento della storia. E vorrei aggiungere che per me non solo alcuni grandi santi che amo e che conosco bene sono “indicatori di strada”, ma proprio anche i santi semplici, cioè le persone buone che vedo nella mia vita, che non saranno mai canonizzate. Sono persone normali, per così dire, senza eroismo visibile, ma nella loro bontà di ogni giorno vedo la verità della fede. Questa bontà, che hanno maturato nella fede della Chiesa, è per me la più sicura apologia del cristianesimo e il segno di dove sia la verità.
Nella comunione dei Santi, canonizzati e non canonizzati, che la Chiesa vive grazie a Cristo in tutti i suoi membri, noi godiamo della loro presenza e della loro compagnia e coltiviamo la ferma speranza di poter imitare il loro cammino e condividere un giorno la stessa vita beata, la vita eterna.
Come è grande e bella, e anche semplice, la vocazione cristiana vista in questa luce! Tutti siamo chiamati alla santità: è la misura stessa della vita cristiana. Ancora una volta san Paolo lo esprime con grande intensità, quando scrive: “A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo… Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4,7.11-13). Vorrei invitare tutti ad aprirsi all’azione dello Spirito Santo, che trasforma la nostra vita, per essere anche noi come tessere del grande mosaico di santità che Dio va creando nella storia, perché il volto di Cristo splenda nella pienezza del suo fulgore. Non abbiamo paura di tendere verso l’alto, verso le altezze di Dio; non abbiamo paura che Dio ci chieda troppo, ma lasciamoci guidare in ogni azione quotidiana dalla sua Parola, anche se ci sentiamo poveri, inadeguati, peccatori: sarà Lui a trasformarci secondo il suo amore»[4].


NOTE

[1] Santo, Enciclopedia Treccani on line.

[2] Karol Wojtyla - Giovanni Paolo II, Sono tutto nelle mani di Dio. Appunti personali 1962 - 2003, Libreria Editrice Vaticana,  2014, p. 28.

[3] Giovanni Paolo II, Udienza Generale, 14 febbraio 2001.

[4] Benedetto XVI, Udienza Generale, 13 aprile 2011.