giovedì 23 maggio 2019

Triduo a Maria Ausiliatrice /3

DONNA DELLA GIOIA





In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».
(Gv 15, 9-11)





Maria, donna "beata": beata perché piena di grazia, beata per aver creduto alle promesse divine, e per aver portato in grembo il Figlio di Dio. Ma, al di là di questo primo "ritratto" di Maria ricolma di beatitudine, anche ognuno di quei profili che proprio Gesù traccia nel Vangelo ci dice qualcosa di Maria, della sua pienezza in questa e nell'altra vita. Povera in spirito, pura di cuore, misericordiosa, affamata e assetata di giustizia, solo per dirne alcune: tutte le beatitudini Maria le ha vissute, lasciandosi così ricolmare di quel "di più" che solo Dio può e sa concedere. Beata, allora, Maria lo è stata già nel dolore, nella prova di una vita travagliata, nel portare i pesi quotidiani di un'esistenza straordinaria nell'ordinario e ordinaria nello straordinario; quella vita che secondo i canoni mondani è poco riuscita mentre nell'ottica divina è  un'esistenza ricolma, sovrabbondante, in cui la gioia scaturisce dalla sua stessa fonte originaria: Dio. Maria è donna della gioia perché certamente sa riconoscere e ringraziare sempre per il dono gratuitamente ricevuto, per l'essere stata scelta per prima, per l'aver potuto vedere e ascoltare, toccare con mano l'avvento del Regno. Ecco, riconoscere, saper vedere, saper ascoltare: sono i primi passi per poter gioire. Se non vediamo non possiamo rallegrarci, se non riconosciamo i segni di Dio che passa nella nostra vita non possiamo sentirci beati, graziati, amati. Nell'umiltà di sentirsi non primi, ma amati per primi e salvati in Cristo anche noi possiamo sperimentare la gioia ed essere beati nelle esperienze quotidiane, in attesa di quella beatitudine piena, di quella felicità eterna che ora Maria già vive, accanto a suo Figlio. 



PREGHIERA A MARIA AUSILIATRICE
composta da San Giovanni Bosco ​

O Maria, Vergine potente,
Tu grande illustre presidio della Chiesa;
Tu aiuto meraviglioso dei Cristiani;
Tu terribile come esercito schierato a battaglia;
Tu sola hai distrutto ogni eresia in tutto il mondo;
Tu nelle angustie, nelle lotte, nelle strettezze
difendici dal nemico e nell'ora della morte
accogli l'anima nostra in Paradiso!

Amen

mercoledì 22 maggio 2019

Triduo a Maria Ausiliatrice /2

DONNA CHE PORTA FRUTTO






In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
(Gv 15,1-8)





Maria, donna che ben conosce le potature che nella vita declinate sotto forma di progetti stravolti, di fughe last minute, di distacchi dolorosi. E forse proprio il distacco è la potatura più violenta, più sanguinosa, più sofferta, nell'esistenza di Maria, Madre che assiste al delirio dell'onnipotenza altrui sulle carni del proprio del Figlio e lo vede agonizzare e morire – senza nessuna colpa – sotto i propri occhi. Ma Maria fa anche esperienza delle piccole e grandi potature di ogni vita... e in questo ci assomiglia. La sua pienezza di grazia non la esenta da tagli,  strappi e "rapine" feriali dell'esistenza. Sono gli "scippi" quotidiani che anche noi sperimentiamo quando la superficialità, le incomprensioni, la cattiveria altrui vorrebbero privarci della rispettabilità, dell'onore, della dignità umana, dei beni materiali e finanche degli affetti. Sono i furti del tempo che qualcuno o qualcosa ci chiede di indirizzare ad altro diverso da noi stessi e dai nostri interessi; sono le privazioni involontarie di intenzioni e progetti che altri pensano di poter interpretare a modo loro; sono le mancanze di successo nei piccoli sogni coltivati in silenzio. Ma sono anche potature dell'io interiore, quando posti davanti al mistero e alla presenza di Dio si disvela la chiara necessità di lasciarci plasmare, perdendo ciò che non serve, lasciando che il vestito vecchio sia trasformato in  vestito nuovo, che il vino cattivo faccia spazio al vino nuovo, saporito, gioia per gli occhi e per il cuore. Ecco: le potature ci fanno belli, più belli già in questa vita, perché più capaci di mostrare Dio in noi. Proprio come Maria, bella della sua bellezza che rifrange la bellezza di Dio. 


PREGHIERA A MARIA AUSILIATRICE
composta da San Giovanni Bosco ​

O Maria, Vergine potente,
Tu grande illustre presidio della Chiesa;
Tu aiuto meraviglioso dei Cristiani;
Tu terribile come esercito schierato a battaglia;
Tu sola hai distrutto ogni eresia in tutto il mondo;
Tu nelle angustie, nelle lotte, nelle strettezze
difendici dal nemico e nell'ora della morte
accogli l'anima nostra in Paradiso!

Amen

martedì 21 maggio 2019

Triduo a Maria Ausiliatrice /1

DONNA DELLA PACE






In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.
Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.
Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il prìncipe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».
(Gv 14, 27-31)





Maria, donna di pace, in cui tutto ha sapore di armonia, equilibrio, accordo. Maria, donna in pace con se stessa, con gli altri e con l'Altro. Non fa guerra all'angelo dell'annunciazione, non si ribella ai progetti di Dio, non entra in combutta con il Figlio che prende una strada inattesa e difficile. Maria è in pace finanche sotto la croce: il suo dolore si fa pianto e silenzio, ma non abbandono, non offesa, non protesta. Maria non fiata neppure quando Gesù l'affida alle cure di un altro e affida un altro alle sue cure. Perché, si potrebbe dire, Maria è in pace anche con la vita, con quell'esistenza che per sua natura presenta alti e bassi, gioie e dolori, giustizie e ingiustizie.
Siamo tanto distanti, noi, dall'atteggiamento di Maria. Piccoli imprevisti, semplici contrattempi, banali divergenze di opinioni... tanto poco basta a metterci in ansia, a disturbarci e magari a farci prorompere in tante, troppe, inutili parole.
Guardiamo a Maria perché il suo esempio ci aiuti a custodire la pace interiore, l'unica che può renderci veramente uomini e donne di pace nei gesti, nelle parole, nei silenzi, nei pensieri, nei progetti. Quella pace che non è follia e nemmeno stupidità; che non è rassegnazione e neanche apatia, ma è serenità che viene dal sapere che Dio è con noi, che Egli sa, vede... e provvede, ricompensa e risana al momento opportuno, secondo vie e tempi che solo Lui conosce. 



PREGHIERA A MARIA AUSILIATRICE
composta da San Giovanni Bosco ​

O Maria, Vergine potente,
Tu grande illustre presidio della Chiesa;
Tu aiuto meraviglioso dei Cristiani;
Tu terribile come esercito schierato a battaglia;
Tu sola hai distrutto ogni eresia in tutto il mondo;
Tu nelle angustie, nelle lotte, nelle strettezze
difendici dal nemico e nell'ora della morte
accogli l'anima nostra in Paradiso!

Amen


martedì 19 marzo 2019

Solennità di san Giuseppe









Se poni san Giuseppe 
dinanzi a tutta la Chiesa di Cristo, 
egli è l'uomo eletto e singolare,
per mezzo del quale e sotto il quale 
Cristo fu introdotto nel mondo in modo ordinato e onesto.
Se dunque tutta la santa Chiesa è debitrice alla Vergine Madre,
perché fu stimata degna di ricevere Cristo per mezzo di lei,
così in verità dopo di lei deve a Giuseppe 
una speciale riconoscenza e riverenza.
Infatti egli segna 
la conclusione dell'Antico Testamento
e in lui i grandi patriarchi e i profeti 
conseguono il frutto promesso.
Invero egli solo poté godere della presenza fisica
di colui che la divina condiscendenza aveva loro promesso.

(San Bernardino da Siena)

lunedì 18 marzo 2019

Triduo a san Giuseppe /3

CURARE L'ALTRO
Dimenticare se stessi









La vita di Giuseppe è una vita "dedicata": a Maria e Gesù, i suoi tesori, gli affetti più cari, le persone più importanti della sua esistenza. Si potrebbe dire che la vocazione di Giuseppe stia proprio in questo suo essere per l'altro. Un altro che non è semplicemente generico, ma ha un'identità precisa, ed è quella della sposa, quella del figlio.  
«"Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa" (Mt 1,24). In queste parole è già racchiusa la missione che Dio affida a Giuseppe, quella di essere custos, custode. Custode di chi? Di Maria e di Gesù; ma è una custodia che si estende poi alla Chiesa, come ha sottolineato il beato Giovanni Paolo II: "San Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo, così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine Santa è figura e modello"»[1].
Vocazione e custodia. Si potrebbe declinare il binomio anche con altri termini: vocazione e altruismo, vocazione e carità, cioè, realizzazione del piano di Dio sulla propria vita attraverso l'amore e la donazione all'altro, l'attenzione a ciò che l'altro è, a ciò che dell'altro va protetto, potenziato, anche migliorato, anche cambiato. Custodire, infatti, non è semplicemente lasciare che l'altro rimanga com'è, ma anche dare il proprio contributo per portarlo al suo sviluppo pieno. 
Sono le dimensioni che si intrecciano nella storia di Giuseppe e la rendono una vicenda riuscita proprio perché egli riesce a mantenerle sempre strettamente legate, sempre strettamente capaci di alimentarsi l'una dall'altra. Giuseppe non avrebbe potuto essere ciò che è senza Maria e senza Gesù. Ma (e sembra assurdo dirlo, ma le cose stanno proprio così), nel progetto di Dio nemmeno Maria e Gesù avrebbero potuto essere ciò che sono senza Giuseppe. Come a dire: la vocazione personale di ciascuno non è mai slegata dall'altro, dal prossimo, ma ha bisogno dell'altro per essere portata a compimento. Per ciascuno di noi c'è la vocazione come scelta esistenziale di risposta a un progetto di Dio e questa scelta, qualunque sia, passa sempre attraverso il "custodire" qualcuno.
Nel matrimonio e nella famiglia questa vocazione passa attraverso fattori diversi. Uno è certamente la fedeltà, ma non solo. Dice sempre papa Francesco: «Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende. Dal matrimonio con Maria fino all’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e tutto l'amore ogni momento. È accanto a Maria sua sposa nei momenti sereni e in quelli difficili della vita, nel viaggio a Betlemme per il censimento e nelle ore trepidanti e gioiose del parto; nel momento drammatico della fuga in Egitto e nella ricerca affannosa del figlio al Tempio; e poi nella quotidianità della casa di Nazaret, nel laboratorio dove ha insegnato il mestiere a Gesù. Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio; ed è quello che Dio chiede a Davide, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura: Dio non desidera una casa costruita dall’uomo, ma desidera la fedeltà alla sua Parola, al suo disegno; ed è Dio stesso che costruisce la casa, ma di pietre vive segnate dal suo Spirito. E Giuseppe è “custode”, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. In lui vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!» [2]. Ogni vocazione, infatti, ha il suo centro e il suo arrivo solo nell'Uno: in Dio.



PREGHIERA A SAN GIUSEPPE

O San Giuseppe con te, per tua intercessione
noi benediciamo il Signore.
Egli ti ha scelto tra tutti gli uomini
per essere il casto sposo di Maria
e il padre putativo di Gesù.
Tu hai vegliato continuamente, 
con affettuosa attenzione
la Madre e il Bambino
per dare sicurezza alla loro vita
e permettere di adempiere la loro missione.
Il Figlio di Dio ha accettato di sottoporsi a te come a un padre,
durante il tempo della sua infanzia e adolescenza
e di ricevere da te gli insegnamenti per la sua vita di uomo.
Ora tu ti trovi accanto a Lui.
Continua a proteggere la Chiesa tutta.
Ricordati delle famiglie, dei giovani
e specialmente di quelli bisognosi;
per tua intercessione essi accetteranno 
lo sguardo materno di Maria
e la mano di Gesù che li aiuta.

Amen


NOTE
[1] Francesco, Omelia, 19 marzo 2013.
[2] Ibidem

domenica 17 marzo 2019

Triduo a san Giuseppe /2

DIGIUNARE DA SÈ
L'obbedienza alla voce di Dio








La dimensione del sogno assume anche un'altra valenza, nella vita di Giuseppe. Non solo l'ascolto della voce di Dio che parla nel silenzio, ma anche quella dell'obbedienza. È il risvolto pratico del prestare attenzione alla volontà divina, per cui non basta fare silenzio per riuscire a sentire e interiorizzare, ma occorre anche mettersi in movimento, attuare, rendere concreto il disegno di Dio. In questa obbedienza Giuseppe fa tacere il proprio progetto per lasciare spazio a quello, più grande e più bello, di Dio. Giuseppe non solo comprende, di volta in volta, ciò che il Signore gli prospetta come migliore da fare, ma si adopera egli stesso per far sì che quella parola diventi realtà. Sembra semplice, a leggere la storia di Giuseppe: l'angelo gli dice, l'angelo gli appare in sogno, Giuseppe è avvertito in sogno. Sono queste le espressioni che usa il Vangelo per raccontarci, di volta in volta, questo contatto tra l'io di Giuseppe e Dio che gli si fa presente nel silenzio. E Giuseppe "fa": si alza, si ritira, entra... il capitolo 2 del Vangelo di Matteo non usa giri di parole, ma verbi concreti, di movimento, che esprimono l'agire di quest'uomo giusto. Un agire senza fronzoli, senza lambiccamenti del cervello, ma un agire deciso, senza tentennamenti, senza ripensamenti. Sciolto il primo, più grande dubbio, che era quello sulla decisione da prendere circa Maria, la fidanzata incinta, Giuseppe non ha più paure, non gli servono momenti per pensare. Giuseppe si fida e va laddove il Signore gli dice di andare.
Com'è diverso, da noi, Giuseppe! Nonostante la nostra decisione fondamentale, quella per il Signore, a noi il digiuno dalla volontà costa...  Ciascuno di noi crede sempre, o almeno lo crede in principio, di sapere cosa sia meglio per se stesso, cosa valga la pena, cosa sia meritevole della propria attenzione e dei propri sforzi. Noi viviamo continuamente quella battaglia interiore tra l'io e Dio, quel combattimento in cui le speranze umane, i desideri e programmi di vita improvvisamente si fanno irrealizzabili o diventano lontani, magari raggiungibili solo per vie apparentemente tortuose... quella lotta in cui bisogna mettere da parte la propria decisionalità e seguire i segni di Dio, che sono spesso, nella vita quotidiana, semplicemente manifestati dalle circostanze dell'esistenza stessa, dagli incontri, dagli imprevisti, dagli ostacoli che non dipendono da noi. Ma la volontà di Dio la si comprende soprattutto nel discernimento, nell'ascolto della Parola, nella preghiera. 
Giuseppe, uomo come noi, realmente e totalmente umano nelle peripezie della sua vita, fa l'esperienza reale del mettere da parte se stesso per seguire sempre quella voce di Dio che gli parla attraverso gli angeli, nel silenzio della notte che diventa voce di Dio, nel buio che si fa luce. «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» recita il Salmo 119 al versetto 105.  Così è stato per Giuseppe, l'uomo del silenzio e dell'obbedienza. Di quell'obbedienza che non è un semplice chinare la testa, ma un camminare a testa alta, perché Dio illumina la strada e guida verso una vita riuscita.


PREGHIERA A SAN GIUSEPPE DORMIENTE

Dio nel sonno ti ha manifestato i suoi misteriosi progetti 
per la tua futura sposa Maria e la missione di custodire Gesù, 
il Salvatore del mondo.
Ora affidiamo a te la nostra preghiera, 
i nostri desideri, le aspirazioni e le speranze, 
affinché siano presenti nei tuoi sogni 
e si possano realizzare per il nostro bene. 
Un bene che ci renda sempre più amici 
del tuo figlio Gesù, 
sorgente di benessere fisico e spirituale.
Ottienici la forza di compiere con prontezza la volontà del Padre 
nei nostri confronti e, dal tuo esempio,
possiamo imparare a non lasciarci travolgere dalle difficoltà della vita 
e  sentire sempre la tua paterna mano protrettrice nella nostra mano. 

Mantienici, oggi come ieri e domani, nel tuo sonno di uomo giusto. Amen

sabato 16 marzo 2019

Triduo a san Giuseppe /1


LA DIMENSIONE DEL SILENZIO
L'ascolto della voce di Dio




Georges de la Tour, Il sogno di san Giuseppe (1640 c.)

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati»Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù. 
(Mt 1,18-25) 




Il primo aspetto che emerge, nella vita di Giuseppe, è quello dell'ascolto. Un ascolto che avviene anche nel silenzio e non, semplicemente, attraverso le parole. Giuseppe "pensa" di ripudiare Maria in segreto, e già questo fa pensare a una dimensione interiore, coltivata da quest'uomo, che non ha bisogno di confrontarsi con altre persone per sapere cosa fare, ma si guarda dentro, ponendo a confronto la Verità e la Carità, la realtà dei fatti e l'amore che prova per Maria.
Ma la vera risposta ai suoi dubbi umani e alle sue paure, Giuseppe non la trova in questo "io", pur se certamente impregnato di Dio. O meglio, la prima soluzione, quella più misericordiosa, la più "giusta" per un uomo giusto che sa già intravedere al di là del legalismo della Legge, ma che comporterebbe per Giuseppe una lacerazione del cuore (lasciare la donna che ama) è ancora lontana da una soluzione superiore, più perfetta, più straordinaria, innovativa, senza precedenti.
E questa risposta nuova Giuseppe stavolta la trova nel sogno, cioè nella notte, quando tutto tace e si può ascoltare, in modo misterioso, la voce di Dio che parla anche attraverso segni che non compaiono nel mondo visibile, che non si trovano nelle parole, ma dove si lascia che sia Dio solo a parlare. 
Certamente c'è un grande simbolismo dietro la dinamica del sogno, nella Bibbia. Perché questi sogni che rivelano il volere di Dio arrivano proprio in quella fase dell'esistenza umana, la notte appunto, che nel linguaggio biblico è associata alla morte, al male. Ma questo è il tempo in cui Dio parla, si rivela, fa comprendere il suo progetto sull'uomo. Dio irrompe nel buio, Dio illumina le tenebre e fa vedere più chiaramente quale sia la strada giusta da percorrere. Non c'è altro significato, per tutto questo, se non uno solo: la vita è più forte della morte, la luce sconfigge il buio, l'amore ha la meglio sul male. Quella novità che si vedrà chiaramente nella notte delle notti, quella che il lega i Sabato Santo alla Domenica di Pasqua, quando Gesù risorgerà dalla morte. È un monito per il credente, spesso tentato di soffocare la voce di Dio ammassando parole nella propria preghiera, ma anche nel proprio io; eliminando quel silenzio salutare in cui è possibile mettere a tacere la confusione del mondo e delle preoccupazioni personali, per lasciare che sia Dio a rivelarsi, a parlare. Forse perché si teme, in fin dei conti, di rimanere soli a soli con Dio, mentre Giuseppe no, lui non ha timore. E questa sua "audacia", questo suo coraggio, così difficile per noi, viene infine ripagato.
Per Giuseppe, in un certo senso, la notte è il tempo della rinascita. Nel silenzio del sonno Dio si rende presente a questo uomo giusto e dal sepolcro del dolore, della rinuncia, del dubbio, lo porta alla luce e alla vita. Gli prospetta un futuro certamente diverso da quello che si aspettava, ma in cui non perderà niente di quello che aveva desiderato, ma anzi, gli assicura che lo avrà in maniera ancora più piena, ancora più speciale. 
Proprio lui, quest'uomo giusto che per amore era disposto a rinunciare a tutto ciò che di più caro aveva al mondo, alla donna della sua vita, nel silenzio di un sogno trova la sua risurrezione. 



PREGHIERA A SAN GIUSEPPE DORMIENTE


Dio nel sonno ti ha manifestato i suoi misteriosi progetti 
per la tua futura sposa Maria e la missione di custodire Gesù, 
il Salvatore del mondo.
Ora affidiamo a te la nostra preghiera, 
i nostri desideri, le aspirazioni e le speranze, 
affinché siano presenti nei tuoi sogni 
e si possano realizzare per il nostro bene. 
Un bene che ci renda sempre più amici 
del tuo figlio Gesù, 
sorgente di benessere fisico e spirituale.
Ottienici la forza di compiere con prontezza la volontà del Padre 
nei nostri confronti e, dal tuo esempio,
possiamo imparare a non lasciarci travolgere dalle difficoltà della vita 
e  sentire sempre la tua paterna mano protrettrice nella nostra mano. 

Mantienici, oggi come ieri e domani, nel tuo sonno di uomo giusto. Amen

sabato 2 marzo 2019

Novità in libreria


SUSSIDIO PER LA VIA CRUCIS





Con Gesù fino in fondo, in compagnia dei santi 
e alla luce della ”Gaudete et exsultate” di papa Francesco. 
Papa Bergoglio ci esorta a cercare “i santi della porta accanto: 
persone in grado di indicarci una via nuova, 
come fu Gesù per quelli che lo hanno conosciuto e hanno deciso di seguirlo. 
Nel tempo di Quaresima questa Via Crucis permette di accompagnare Gesù 
lungo la dolorosa Via del Calvario insieme a numerosi santi, beati e testimoni 
che come Cristo hanno saputo accettare la logica della croce 
e vivere il paradosso della gioia anche nella sofferenza. 
Ogni stazione è arricchita da un brano evangelico 
e da riflessioni tratte da esempi, 
parole o scritti di santi e beati. 

Il libretto è disponibile sul sito dell'Elleidici, sui principali store online, 
e nelle librerie fisiche.


venerdì 1 marzo 2019

Pensieri per lo spirito

LA FEDELTÀ NELL'AMORE
La scommessa del per sempre



Una bocca amabile moltiplica gli amici, 
una lingua affabile le buone relazioni. 
Siano molti quelli che vivono in pace con te, 
ma tuo consigliere uno su mille. 
Se vuoi farti un amico, mettilo alla prova e non fidarti subito di lui. 
C’è infatti chi è amico quando gli fa comodo, 
ma non resiste nel giorno della tua sventura. 
C’è anche l’amico che si cambia in nemico e scoprirà i vostri litigi a tuo disonore. 
C’è l’amico compagno di tavola, ma non resiste nel giorno della tua sventura.
Nella tua fortuna sarà un altro te stesso e parlerà liberamente con i tuoi servi. 
Ma se sarai umiliato, si ergerà contro di te e si nasconderà dalla tua presenza. 
Tieniti lontano dai tuoi nemici e guàrdati anche dai tuoi amici. 
Un amico fedele è rifugio sicuro: chi lo trova, trova un tesoro. 
Per un amico fedele non c’è prezzo, non c’è misura per il suo valore. 
Un amico fedele è medicina che dà vita: lo troveranno quelli che temono il Signore. 
Chi teme il Signore sa scegliere gli amici: come è lui, tali saranno i suoi amici.
(Sir 6,5-17)





Il Libro del Siracide tratteggia un bellissimo ritratto dell'amico per eccellenza, ma più ancora, fornisce a ciascuno di noi le coordinate per trovare veri amici e quell'amico che diventa l'uno su mille, il consigliere fidato. Alla base di tutto sta la fedeltà, perché il vero amico è quello che rimane fedele anche nella sventura, colui che non si ritorce contro, che non sparla, che non si nasconde.
Anche il Salmo (118) parla di fedeltà, a leggerlo con attenzione. Custodire la legge del Signore e camminare sotto la sua guida sul sentiero dei suoi comandi altro non è che rispondere con la fedeltà all'amore fedele ed eterno di Dio, di Colui che non tradisce mai, che attende sempre, fino all'ultimo, la conversione dell'uomo. 
Anche il Vangelo (Mc 10,1-12) ha per tema la fedeltà, e più in particolare quella nel matrimonio. Un legame indissolubile, attraverso il quale i due diventano una carne sola, inscindibile. 
Questo percorso biblico parte, nella progressione cronologica delle letture, dall'amicizia e arriva all'amore sponsale. Al centro sta l'amore di Dio per l'uomo e quello dell'uomo per Dio. In realtà è proprio questo "centro" il "principio". Se l'uomo è capace di amare è perché Dio lo ha amato per primo. E se l'uomo ama Dio diventa suo amico, come furono amici di Dio Abramo e Mosè. Tant'è che Gesù stesso parlerà del suo amore come amore di amicizia, quell'amore che non è superato da altri amori, ma è talmente grande da arrivare a dare la vita per l'amico.
Allora, a partire dall'esperienza dell'amore di Dio, si può sperimentare l'amore di amicizia, e arrivare anche alle vette della splendida relazione amicale. Già nell'amicizia si può sperimentare l'essere una cosa sola. È bellissima la pagina che san Gregorio Nazianzeno scrive parlando della sua amicizia con san Basilio: 

«Sembrava che avessimo un'unica anima in due corpi. Se non si deve assolutamente prestar fede a coloro che affermano che tutto è in tutti, a noi si deve credere senza esitazione, perché realmente l'uno era nell'altro e con l'altro. L'occupazione e la brama unica per ambedue, era la virtù, e vivere tesi alle future speranze e comportarci come se fossimo esuli da questo mondo, prima ancora d'essere usciti dalla presente vita. Tale era il nostro sogno. Ecco perché indirizzavamo la nostra vita e la nostra condotta sulla via dei comandamenti divini e ci animavamo a vicenda all'amore della virtù» 
(Ufficio delle letture del 2 gennaio).

Questa unità diventa unione di anime e di corpi nel vincolo del matrimonio. Un legame alla base del quale ci deve sempre essere anche l'amore di amicizia. 

«Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la "più grande amicizia"», scriveva il papa nell'Amoris Laetitia (n. 123).  «È un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una buona amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità, e una somiglianza tra gli amici che si va costruendo con la vita condivisa. Però il matrimonio aggiunge a tutto questo un’esclusività indissolubile, che si esprime nel progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza». 

Ecco, allora, ancora una volta, il tema della fedeltà. Fedeltà... parola che richiama un altro concetto importante: la fede (fedele, dal lat. fĭdēlis, der. di fides «fede»). E allora il cerchio si chiude, i conti tornano...
Non c'è fedeltà senza fede. Non c'è fedeltà a Dio se non si crede veramente in Lui, nella sua esistenza, nel suo amore. Non c'è amicizia fedele se non si è disposti a "fidarsi", ad avere fede nell'altro, a scommettere nella bontà e nell'onestà di colui che ci sta di fronte come amico. Non c'è amore coniugale senza la più grande scommessa di fede umana (e, si potrebbe osare... anche divina): credere nella promessa del per sempre contratta tra due creature fragili, deboli... umanissime.
Ma se al centro di tutto (dell'amicizia umana e dell'amore coniugale) rimane Dio, nella fedeltà del nostro rapporto con Lui, allora la scommessa è possibile, la fedeltà raggiungibile. Perché Dio diventa garante di quell'amore di amicizia, di quell'amore coniugale. E Dio è fedele, sempre.

domenica 10 febbraio 2019

Pensieri per lo spirito


ARDENTI COME IL FUOCO
L'amore che dà vita 



Vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti». Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e disse: «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato». Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!».
(Is 6,4-8)

Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».  
(Lc 5,10)





C'è un filo conduttore tra le letture di questa V domenica del tempo ordinario, ed è un filo rosso, rosso come il fuoco. È vero, il fuoco brucia e divora e per questo fa paura, ma esso non è associato solo alla distruzione, non è solamente sinonimo di catastrofe. Il fuoco, infatti, riscalda, purifica, tempra, fonde e per questo unisce, trasforma, e, nel suo potere dirompente, è legato al sentimento più bello che esista e di cui tutti abbiamo bisogno: l'amore. L'amore è come un fuoco, la passione è come un fuoco. Se amiamo senza fuoco siamo freddi, e il nostro amore non è capace di riscaldare nessuno, anzi, forse non si può neanche chiamare amore. Se invece amiamo "appassionatamente" riusciamo a dare tutto di noi stessi all'altro e quell'amore è certamente vitale, produttivo, rigenerativo. Ma c'è un malinteso riguardo all'amore (e riguardo al fuoco). Si pensa che amore e passione siano come il fuoco perché vogliano "divorare" l'altro, consumarlo, farlo quindi sparire (in un certo senso), proprio come il fuoco divora ogni oggetto infiammabile e vola trasportato dal vento, alimentando sempre nuovi focolaii. Questo è il fuoco che semina morte, mentre invece l'amore e la passione sono come il fuoco perché devono fare luce e dare calore, rendersi "visibili", palpabili, suscitare il desiderio dell'altro di amare allo stesso modo, far capire all'altro di essere amato. Portare vita... e, in questo senso, infuocare. Certamente il fuoco si alimenta, ma si alimenta non per forza dell'amore dell'altro (perché l'altro potrebbe anche non amarci!) ma di un amore più grande, un amore invincibile e inestinguibile: quello di Dio. Amando, dovremmo forse pensarci sempre come Mosè dinanzi al roveto ardente: quel fuoco che è Dio, che brucia ma non si consuma, che si alimenta in maniera misteriosa (ma per noi, ora, più chiara, in quella relazione trinitaria che è fatta di amore) e che ci illumina, ci dà qualcosa di sé: quel fuoco, infatti, è così brillante da rendere splendente il volto di Mosè. Quello è l'amore che, come il carbone ardente fa con Isaia, ci rende puri,  luminosi, infiammati dell'amore divino, capaci di portare allora la Parola nel mondo, di annunciarla, di cantare le glorie di Dio come oggi il Salmista, di trasmettere quanto abbiamo ricevuto, proprio come san Paolo (II lettura). 
"Battezzati" in questo fuoco rispondiamo all'invito di Gesù a diventare luce del mondo, e sebbene le nostre paure siano sempre tante (perché amare disinteressatamente e generosamente è faticoso e richiama in causa i nostri molti limiti) anche a noi, vacillanti sulle onde della vita, sugli oceani instabili dei nostri sentimenti e in balia dei marosi delle nostre razionalità, Cristo dice: Non temere. Anche noi possiamo essere pescatori di uomini. Anche noi possiamo mostrare la bellezza di Dio agli altri. Perché il fuoco vero è come una calamita: attira. La luce e il calore richiamano tutto ciò che ha bisogno di luce e di calore. La vita chiama la vita. E l'essere umano è sempre bisognoso di luce, calore e vita. L'essere umano ha sempre bisogno di Dio, di Colui di cui la nostra luce, il nostro calore, la nostra vita devono farsi riflesso.
Non temiamo di lasciarci infiammare dall'amore di Dio, dal roveto inestinguibile che Gesù, venendo nel mondo, ha portato a tutti gli uomini. Solo così, vincendo i timori e le debolezze, riusciremo a camminare in equilibrio sulle acque prima tumultuose. Solo così riusciremo a non affondare. Perché chi non ama, alla fine perde sempre. Mentre l'amore fa vincere, perché porta salvezza, rinascita, risurrezione. 

domenica 13 gennaio 2019

Pensieri per lo spirito

"MA EGLI SI RITIRAVA
IN LUOGHI DESERTI"
Battesimo del Signore (C)



Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 27-30) 
Erode, Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data 
dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: «Non sono io il Cristo», 
ma: «Sono stato mandato avanti a lui». Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; 
ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. 
Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire».

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 5, 15-16)
Di lui si parlava sempre di più, e folle numerose venivano per ascoltarlo 
e farsi guarire dalle loro malattie. 
Ma egli si ritirava in luoghi deserti a pregare.




Il Battesimo di Gesù segna l'inizio della sua missione nel mondo. Si conclude così il tempo di Natale, con questa scena di un Cristo ormai adulto, in un perfetto cerchio di significato che si chiude, perché l'incarnazione del Verbo è finalizzata proprio a questo: annunciare il Regno del Padre, spronare alla conversione dei cuori, al cambiamento delle vite, condividere tutto, fino al dono dell'esistenza stessa. 
Gli ultimi giorni che portano alla fine del tempo festivo ci offrono una liturgia della Parola che è già centrata sul mistero del Battesimo e della missione di Gesù. Giovanni, nel sabato che precede la festa odierna, ci porta in avanti, con un piccolo balzo temporale: Cristo ha già cominciato a fare quello per cui è venuto nel mondo, sta battezzando anche lui, le folle accorrono. I discepoli del Battista vanno da quest'ultimo per riferirgli quanto accade. Forse, secondo modalità ancora umane, temono che il nuovo "battezzatore e predicatore" rubi la scena al loro maestro. Ma Giovanni Battista è di un'altra pasta e vive veramente come il chicco di frumento che muore per dare frutto: è Gesù la vera guida, è lui che ha il compito più grande, è lui che è più grande. Nel vero servizio non c'è rivalità, non c'è vanagloria. Il dono che l'altro è, i doni che mette a disposizione per il bene della comunità non sono motivo di gelosia e contese, ma, al contrario, di gioia.
E questa gioia dovrebbe invadere il cristiano: Gesù è venuto per ogni uomo, per dirgli che c'è un Padre che lo ama e che lo vuole felice nella dimensione terrena e (soprattutto) in quella ultraterrena; per dirgli che non ci può essere felicità se non nell'abbandonarsi a questo amore e nell'amare anche il prossimo, così come si è amati gratuitamente da Dio.
Un sogno a occhi aperti, dunque, per il credente che si lascia toccare dal Cristo venuto nel mondo? No, la realtà è un dato di fatto con il quale bisogna fare i conti. Il venerdì prima dell'Epifania è stata la Parola tratta dal Vangelo di Luca a fare il punto della situazione, a renderci più consapevoli che credere non risolve i nostri problemi "umani". Gesù guarisce un ammalato di lebbra, uno che vive praticamente ai margini della società, un vero e proprio appestato che non può avere contatti con nessuno, ed è escluso da tutti a causa della sua malattia. A quel punto la fama di Gesù cresce, le folle vengono da lui per ascoltarlo e farsi guarire dalle proprie infermità.... ma – annota Luca – egli si ritirava in luoghi deserti a pregare
Come a dire: l'azione di Dio non può essere pilotata da quella dell'uomo. I progetti divini non sempre coincidono con quelli umani. La chiosa lucana sembra suggerire che Gesù non si concedesse sempre alle folle, non predicasse a chiunque glielo chiedesse, non guarisse tutti gli ammalati portati al suo cospetto.
È certamente un mistero: persone affamate di Parola e di sanità venivano da lui, ma magari tra queste vi erano semplicemente dei curiosi e dei mistificatori, interessati ad ascoltare e vedere solo per mettere alla prova e per denigrare.
Ma tutti quelli che erano animati da rette intenzioni, da vera fede, perché non hanno  ricevuto una risposta positiva alla propria richiesta? 
Impossibile rispondere. È il mistero della fede stessa, che chiede di credere senza aver visto, di affidarsi senza prevedere il futuro terreno, di fidarsi anche quando alla ragione e ai sentimenti tutto sembra contrario ai propri desideri, alle proprie aspettative di pienezza. 
L'attimo è quello in cui si gioca la salvezza, il momento per momento in cui rinnovare il proprio a Dio, la propria sicurezza nella vita eterna che viene dopo e oltre ogni esperienza umana. L'annuncio del Regno è l'unica certezza da accogliere, quella di sapere che esiste un Dio che letteralmente muore d'amore per l'uomo. Solo radicati nell'amore è possibile restare fedeli a quel Gesù che, a volte, sembra rimanere sordo alle richieste dell'uomo... così come Egli è rimasto fedele a quel Padre che, dall'alto del Cielo, è sembrato non ascoltare il grido del Figlio issato sulla Croce.
Quando la vita (o, più semplicemente, il nostro io) con le sue domande di amore, salute, sicurezza economica e quanto altro si possa immaginare, ci attornia come una folla che alza la voce e pressa per avere risposte, ritiriamoci anche noi nel deserto, a pregare nel silenzio, affinando le orecchie per ascoltare quel Dio che, spesso, non parla nel tuono e nel vento impetuoso, ma nel soffio flebile, gentile, non invadente. Come una carezza.