Visualizzazione post con etichetta Settimana Santa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Settimana Santa. Mostra tutti i post

domenica 9 aprile 2023

Pensieri per lo spirito

 IL BUIO E LA LUCE

Riflessioni sulla Domenica di Pasqua (anno A)





Caspar David Friedrich, Il mattino di Pasqua (1828 – 1835),
Museo Nacional Thyssen-Bornemisza, Madrid
Fonte: Museo Nacional Thyssen-Bornemisza

 
  «Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino,
quando era ancora buio
». (Gv 20,1)




La Pasqua di Resurrezione si apre fra il buio e la luce, fra il tramonto delle stelle e l’alba del sole. Come ogni risurrezione, anche quella di Gesù sorprende Maria nelle tenebre dei suoi abissi, dei suoi sconforti, del suo pianto.
E non può che avvenire così, per farci passare dalla morte (l’oscurità per eccellenza) alla vita (la luce per antonomasia). Come in una fotografia, in un dipinto del Caravaggio o di De Chirico, la luce risalta perché le ombre la fanno emergere, perché nel contrasto fra il bianco e il nero, fra l’eterea inconsistenza della luminosità e la materica pesantezza del buio si staglia l’affascinante presenza di ciò che in realtà materia non è, ma che pure tanto bene ci fa alla vista, al cuore, ai sensi tutti. La luce è bellezza, la luce è gioia, la luce è respiro vitale. Ma se tutto fosse luce, nella nostra vita e nella storia del mondo, finiremmo forse con l’esserne abbagliati. Non siamo pronti, su questa terra, alla sola e semplice luce.
Vedere Dio faccia a faccia nella sua essenza pura non è sostenibile per il nostro sguardo e, paradossalmente, a volte riusciamo a incontrarlo solo “per contrasto”: dopo il nostro peccato, dopo la caduta del fratello, in mezzo al male del mondo in cui ancora qualcuno riesce a operare solo per il bene.
Il chiaroscuro, nella sua interezza, ci mostra le mille sfaccettature della realtà e dell’animo umano, di noi stessi, persi sempre in un gioco di equilibri interiori fra la speranza e la disperazione, tra la felicità e la tristezza, fra la santità e il peccato. Il contrasto ci rende capaci di vedere la deformità del male e la prorompente silenziosità umile del bene; la contrapposizione di ombra e di luce ci rende capaci di valutare la necessità di risalire dai nostri abissi per ritrovarci nella trasparenza che ci scalda, ci purifica, ci abbellisce. Dopo aver visto il contrasto, allora, possiamo scegliere di fare della nostra esistenza un mattino di risurrezione, in cui il sole già si innalza nel cielo e la sua luce ricopre la terra: sfumature di chiarore e vaporizzazione di tenebra si fondono assieme (come nel quadro di Friedrich), e la contrapposizione non è più netta, come in pieno giorno o lungo la notte, ma tutto si fa armonia, in un passaggio tonale che preannuncia rinascita.
Credere nella Risurrezione, allora, è proprio questo: ritrovare, nel quadro della storia umana, una bellissima pagina di luce scritta in un libro fatto di buio, quel buio da cui il Cristo – la luce vera del mondo – è venuto a tirarci fuori.

Buona Pasqua di luce! 

sabato 8 aprile 2023

Pensieri per lo spirito

 IL SILENZIO DELLA RISURREZIONE

Riflessioni sul Sabato Santo (anno A)





Gherardo delle Notti, Cristo morto pianto da due angeli (1612-1613)
Palazzo Reale, Genova – Fonte: Palazzo Reale di Genova

 
  «Gli amici veri, pochi, uno? / sanno ascoltare anche il silenzio, /
sanno aspettare, capire. / Chi di parole da me ne ha avute tante /
e non ne vuole più, / ha bisogno, come me, di silenzio». (Alda Merini)




Il sabato santo è giorno di silenzio. Silenzio della morte, silenzio dopo la morte. 
È il giorno di quel torpore innaturale in cui sempre si piomba dopo il grande dolore per la perdita di una persona cara. Un silenzio in cui si fanno spazio il dubbio, l’incomprensione, i quesiti esistenziali o, semplicemente, lo sbigottimento.
Il Sabato Santo non ci chiede, però, di fare domande, di riempire il silenzio delle nostre parole. Ci chiede di sostare in questo silenzio, nell’apparente “riposo” di Dio. Di quel Dio che ha parlato, una volta e per sempre, attraverso il Verbo Incarnato. 
A noi tocca, nella fittizia assenza di suono di questo giorno, aspettare nella speranza, fidandoci di quelle parole che Egli ci ha lasciato, fidandoci cioè dell’unica, vera Parola. Rinunciando a quella nostra forte tentazione di coprire ogni sentimento, ogni situazione, ogni paura e ogni gioia, e finanche l’altro che ci sta davanti, di troppi, e spesso inutili, superflui vocaboli che nulla aggiungono all’esenzionale di ciò che viviamo, di ciò che conta, di ciò che siamo.
D’altronde, sul parlare e sul tacere Gesù è stato chiaro: «Pregando non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole» (Mt 6,7) e «Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno”» (Mt 5,37). Perché, come recita un antico proverbio, «la parola è d’argento, il silenzio è d’oro» ed è vero allora quanto afferma il Quoelet: c’è «un tempo per tacere e un tempo per parlare» (Qo 3,7).
Dio non è per l’eccesso, ma per l’equilibrio: il troppo parlare diventa uno spreco della parola stessa, il depotenziamento della sua puntualità, della sua concisione che sa andare dritta al nocciolo della questione. Se parlare diventa l’atto sublime che mette in comunicazione due creature, e, soprattutto, il Creatore e la sua creatura, il troppo parlare diviene spreco, il mandare in malora (da exprecari) quando non, addirittura il maledire, come raccontano i verbi deprecare e imprecare, contenenti la stessa radice etimologica del pregare.
Gesù ha saputo parlare perché ha saputo anche tacere e ascoltare. Ascoltare non solo le voci del mondo – voci di protesta, di richiesta, di rifiuto – ma addirittura il silenzio del Padre sulla Croce, nel momento dell’estremo bisogno di una parola di salvezza. In quel silenzio Cristo è riuscito a pronunciare il proprio sì, intuendo che se Dio tace non è per negare le sue promesse, ma per insegnarci la fiducia nella Parola verace che non tradisce. E così Gesù ha anche ascoltato il silenzio del mondo, il silenzio di chi si è lavato le mani scappando da sotto la croce, il silenzio di chi ha avuto paura, il silenzio di chi è rimasto nell’indifferenza. Un silenzio al quale Egli dà il beneficio del dubbio nella richiesta di perdono per tutti al Padre, perché «non sanno quelli che fanno» (Lc 23,34). 
E ancora oggi Cristo ascolta il silenzio delle nostre fughe, dopo le nostre troppe parole vane di fedeltà incondizionata. Come un vero amico sa rispettare i nostri silenzi, le nostre “sparizioni” nel buio della notte, attendendo il nostro ritorno.  
Ora chiede a noi di essere suoi veri amici e di ascoltare il suo tacere, di aspettare con fiducia ricordando ogni sua promessa, nell’assenza di altre parole – sue e nostre –, che la Parola si compia, che la vita rinasca.
Nel silenzio della Risurrezione. 

venerdì 7 aprile 2023

Pensieri per lo spirito

   IL VOLTO DEL PECCATO

Riflessioni sul Venerdì Santo (anno A)





La Sindone di Torino - Fonte: MeteoWeb

  «Non ha apparenza né bellezza / per attirare i nostri sguardi, / non splendore per poterci piacere. / Disprezzato e reietto dagli uomini, / uomo dei dolori che ben conosce il patire, / come uno davanti al quale ci si copre la faccia; / era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima». (Is 53,2-3). 



Il peccato è brutto, lo sentiamo dire fin da piccoli, a partire dalle lezioni di catechismo. Ne parliamo anche da adulti, arrivando addirittura a dire di qualcuno che «ha la faccia del peccato»!
Ma davvero il peccato ha un volto? E com’è questa faccia? Che tratti ha?
Per capirlo è necessario tornare indietro, andare agli inizi, a quando Dio crea l’universo improntandolo a un canone di bellezza/bontà sintetizzato, nella versione italiana della Genesi, nella pericope «Dio vide che era cosa buona» (Gn 1,10; 12; 18; 21; 25). Che diventa «cosa molto buona» (Gn 1,31) dopo la creazione dell’essere umano. In quell’aggettivo, buona, si nasconde anche la radice della bellezza, nel termine greco tôb, il cui significato oscilla proprio fra buono e bello.
Il volto dell’uomo, dunque, è inizialmente un volto di bellezza, perché riflesso della potenza creatrice di Dio, della sua luminosità, della sua trasparenza. È l’ingresso del peccato che ne sconvolge le fattezze, deturpandolo nella disobbedienza dal volere divino.
C’è un’opera d’arte, in particolare, che coglie proprio questa sottigliezza: la Cacciata dei progenitori dall'Eden di Masaccio [1]: i volti di Adamo ed Eva, che nella raffigurazione di Masolino (stessa Cappella) sono rigogliosi nella giovinezza eterna e nella totale innocenza, diventano ora privi di ogni fascino. Adamo si copre la faccia in preda al dolore e alla vergogna, quasi che il suo volto non meriti più di essere visto; il viso di Eva si contorce nel dolore, lo sguardo si assottiglia, la bocca si apre in una smorfia cupa. La bellezza/bontà non esiste più per “diritto acquisito”, è stata perduta. Va riconquistata.
E proprio Gesù, come nuovo Adamo, viene a recuperare per noi questa bellezza/bontà del volto umano. È il più bello tra i figli dell’uomo, così viene definito dalla Scrittura. Si può solo provare a immaginare quanto la sua persona – e il suo viso in particolare – siano stati ricolmi di bellezza, esteticamente armonici, capaci di trasmettere qualcosa della bontà del suo animo, dello splendore della sua divinità.
Ma proprio come nuovo Adamo, Gesù deve passare attraverso il crogiuolo della sofferenza: il peccato del primo uomo – il peccato dell’umanità – si abbatte su di lui, o meglio, Egli se ne fa volontariamente carico.
Gesù, il bellissimo Figlio di Dio, si riveste di bruttezza: della nostra bruttezza, dell’orrore del nostro peccato, della mostruosità della nostra disobbedienza. Pur non conoscendo la caduta nella colpa, ne assume il volto, il dolore, la ferita mortale.
E ci chiede di avere compassione, misericordia per Lui: perché non si ama per l’aspetto esteriore, per una risposta a dei semplici canoni estetici, in una ricerca spasmodica della perfezione materiale. Il Figlio di Dio resta sempre il più bello tra i figli dell’uomo anche nel momento della sua massima decadenza fisica. Non viene intaccato il suo intimo: il vocabolo qui utilizzato non è quel tôb che rimanda anche alla bontà, ma un termine che di riferimento esclusivo all'apparenza esteriore.
Ciò che Gesù è veramente, infatti, non muta, la sua sostanza rimane al di là di ciò che si può vedere con i soli occhi del corpo.
Il suo essenziale, parafrasando Antoine de Saint-Exupéry, rimane, ma rimane invisibile agli occhi.
Perché l’amore ci chiede sempre di andare oltre le semplici apparenze per guardare al cuore, dove dimora la vera essenza, il vero tesoro di ogni essere umano; perché l’amore ci chiede di amare anche quando passa l’innamoramento; perché Dio ci chiede di ritornare a Lui anche quando cadiamo.
È proprio Dio, infatti, che ci ha amati per primo: ci ha amati anche e nonostante il nostro abbruttimento nel peccato. Ci ha amati così tanto da inviare suo Figlio, la Bellezza Eterna, il buon/bel Pastore, perché Lui assumesse il nostro volto deformato, per farlo tornare a splendere di una bellezza che non è, semplicemente, di questo mondo.

[1] L'opera (1424-1425) si trova a Firenze, presso la Cappella Brancacci di Santa Maria del Carmine.

giovedì 6 aprile 2023

Pensieri per lo spirito

   IL TEMPO E L'ETERNO

Riflessioni sul Giovedì Santo (anno A)




Anselmo da Campione, Gesù lava i piedi agli apostoli (1200-1225), 
Duomo di Modena – Fonte: Podologia Sana Pianta


  «Sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». (Gv 13,1). 



Il Giovedì Santo si gioca su un contrasto temporale sintetizzabile nel concetto de “l’ora e la fine”. Un binario che non si sdoppia solo lungo la vita di Gesù, ma che riguarda anche Pietro e, in lui, ogni discepolo.
Gesù viene ad amare l’uomo nel tempo, nell’ora che lo conduce alla Passione di Croce, ma il suo amore si proietta sino alla fine, in un “oltre” che valica i confini del tempo stesso. Quella fine, infatti, ha tanti significati: fino all’ultimo istante di vita; fino alla perfezione, come compimento della propria missione; fino a dare tutto; fino a raggiungere ogni uomo; fino ad attirare tutti a Sé, al fine ultimo di ogni cosa creata; fino a un per sempre in cui l’amore sarà tutto in tutti [1].
Il tempo e il non tempo sono dunque intimamente connessi, perché l’esperienza umana, storica che Gesù vive in questo mondo non è fine a se stessa, ma segue una traiettoria che la supera, in una continuazione che procede ininterrotta nel “futuro” senza coordinate temporali.
Anche quanto accade a partire dal dialogo con Pietro sembra voler indicare questa stessa verità. «Tu non mi laverai i piedi in eterno» / «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,8; 10; 14). Tutto quello che Gesù fa su questa terra acquista valore in vista dell’eternità, e in questo siamo tutti coinvolti: se Pietro sarà lavato allora sarà puro in eterno, e se i discepoli saranno lavati allora dovranno fare altrettanto agli altri. La vita di Gesù è un passaggio di consegne: la sua donazione è affinché anche noi ci doniamo allo stesso modo agli altri. Perché solo donando la vita potremo ritrovarla nella risurrezione. 
In questa interazione tra presente e futuro, fra tempo ed eterno, il vero collante è l’amore, come anche san Paolo saprà poi ben dire: «La carità non avrà mai fine» (1Cor 13,8).
L’amore con cui viviamo non si cancella, ma produce effetti duraturi, si iscrive nel libro vero della vita, rimane cesellato in Dio, unica e vera sorgente dell’amore. Di questo ci parla il reale servizio sotteso alla lavanda dei piedi, al comandamento nuovo che Gesù ci lascia in questo Giovedì di Passione: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34). L’amore non si esaurisce perché Dio – l’Amore vero – è inesauribile.
Il comandamento nuovo, allora, è questo: amare nel tempo per amare nell’eternità; amare ora per amare fino alla fine, in un passaggio continuo fra la storia e l’infinito, fra il giorno che finisce e il giorno senza tramonto. Tra le nostre dolorose giornate di passione e la Domenica infinita che ci attende nell’eternità.

[1] Cfr. http://chiamatiallasperanza.blogspot.com/2016/03/pensieri-per-lo-spirito_24.html

mercoledì 5 aprile 2023

Pensieri per lo spirito

  IL PREZZO DELLA COSCIENZA

Riflessioni sul Mercoledì Santo (anno A)




János Pentelei Molnár, Giuda riceve 30 monete d’argento per aver tradito Gesù (1909)
Fonte: Wikipedia


  «Il Signore ascolta i miseri /e non disprezza i suoi che sono prigionieri». 
(Sal 69,34)



Punto cruciale delle narrazioni evangeliche di questi sei giorni (dato che il Sabato Santo non c’è Liturgia) è (anche) il tradimento di Giuda, uno dei protagonisti (o l’antagonista che dir si voglia) delle pagine bibliche che ci accompagnano nel cammino di Gesù verso la Croce.
Proprio così: Giuda, figura che ritorna più e più volte, come se a ogni rilettura eccessiva avesse sempre un nuovo tassello da aggiungere al puzzle della nostra riflessione, imponendosi con la sua presenza scomoda, che ci riempie di sentimenti contrastanti.
In effetti Gesù da solo, come personaggio principale, ci direbbe forse poco: non ci basta che un Dio ci salvi, abbiamo bisogno di vedere fino a che punto il suo amore possa spingersi, quanto possa lottare per ciascuno di noi, fino a quale misura sia capace di arrivare per dimostrare la sua vicinanza a ogni essere umano. Don Bosco tradurrebbe questo pensiero con il suo famoso imperativo, che per estensione si può applicare a tutti, senza distinzione di età: «Non basta amare i giovani: occorre che loro si accorgano di essere amati».
Siamo fatti così e questo è anche giusto e normale. Non desideriamo un amore a parole, ma di fatti; non ci sentiamo appagati dall’essere amati quando siamo “impeccabili”, ma desideriamo esserlo anche e soprattutto quando inciampiamo nelle nostre incoerenze, incostanze e incomprensioni. È il bisogno stesso della salvezza in sé che alberga in noi, nel desiderio di essere amati. E salvezza rimanda, etimologicamente, a salvo, termine che deriva dalla stessa radice di salute. Perché «non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mt 9,9-12).
Il Salmo odierno, con parole differenti, rimanda a questa stessa sorgente concettuale: Dio non ci ama perché siamo sempre buoni e perfetti, ma perché abbiamo un valore insito che ci rende, potremmo dire usando un termine teologicamente scorretto, “meritevoli” di essere amati: siamo stati creati a immagine e somiglianza sua e Dio non vuole che perdiamo questa impronta di divinità in noi. Di più: siamo stati riscattati dal Figlio di Dio attraverso il sacrificio di Se stesso. «Siete stati comprati a caro prezzo», dirà poi san Paolo (1Cor 6,20).
È un’apparente contraddizione, allora, quanto accade nel Vangelo di oggi. Ascoltare le parole dure di Gesù verso Giuda è come assistere alla negazione di questo valore dell’uomo e della capacità infinita di Dio di amarlo nonostante tutto. Ma la pedagogia del Cristo è più sottile: il rimprovero di Dio, l’ammonizione, l’avvertimento… non sono mai per scoraggiare la creatura o per condannarla. Sono per scuoterne la coscienza, per aprirle gli occhi, per farla ravvedere. È la missione di Gesù chiamare i peccatori, smascherare la menzogna per far posto alla verità... richiamare le coscienze. Ma bisogna riconoscere di essere malati per essere guariti; imperfetti, per essere amati, altrimenti si corre il rischio di fare come Giuda: sentirsi scoperti, ma continuare a vivere nella finzione. Perché la comprensione della verità alberga nella nostra coscienza e ci impone di accoglierla e di obbedirle. Ma la coscienza si può anche tacitare, e allora la verità viene inghiottita in noi dal buio e diventiamo tenebre, incapaci di lasciarci illuminare dalla Luce vera.
«Alcuni dei maggiori crimini dei giorni nostri» – diceva Joseph Ratzinger nel 1994 – «sono stati perpetrati, e lo sono tuttora, proprio in nome della coscienza individuale come se non esistesse una norma superiore. La coscienza non crea la verità ma si limita a individuarla e attuarla» [1]. 
Questo è il grande dramma umano del peccato: sapere che un Dio esiste, che una Verità c’è, ma mettere a tacere la coscienza che reclama spazio a ciò che è giusto e vero. E allora noi stessi, nel dare un prezzo per la “svendita” di Dio svalutiamo noi stessi, ci “de-prezziamo” nel “dis-prezzarci”: «Vale poco una coscienza, o miei cari fratelli, trenta denari» (don Primo Mazzolari). Quanto il prezzo del tradimento di Giuda.
Quanto il costo della sua disperazione.

[1] Benedetto XVI: inno alla coscienza, Sito internet dell’Agenzia Sir

martedì 4 aprile 2023

Pensieri per lo spirito

 GLI SPAZI DEL CUORE

Riflessioni sul Martedì Santo (anno A)





L’Ultima Cena (1400–1410), nel Ms. 33, fol. 286v, J. Paul Getty Museum, Los Angels 
Gesù porge il boccone a Giuda, un boccone nero come lo spirito del Maligno che sta entrando in lui. 
Perché non ci giova timbrare il cartellino di un’Eucarestia se non viviamo in vera comunione con Cristo
Fonte: J. Paul Getty Museum Blog

 
«Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui». 
(Gv 13,27)




Quante volte ci capita di ricorrere a un’espressione un po’ forte: “Non sputare nel piatto in cui mangi”! Un modo di dire che sottolinea il valore del cibo che è vita, donazione, fatica e sudore, provvidenza, grazia e benedizione per cui essere riconoscenti. Frutto della terra e frutto del Cielo, opera dell’uomo e opera di Dio. Se questo vale per il cibo “materiale” quanto più esso è vero per quello spirituale: il Corpo di Cristo sotto le specie del pane, quel pane spezzato e donato ai discepoli nell’Ultima Cena.
Di questo Corpo anche Giuda si nutre, e, paradosso dei paradossi, dopo aver ricevuto Dio in sé, in lui entra anche un altro, uno che è tutto l’opposto di quel Maestro che ha davanti: il demonio, il male, il buio, l’angelo ribelle... il divisore.
È un contrasto drammatico che sembra assumere davvero i toni geometrici di una divisione di spazi: Giuda si alimenta di Dio, ma non sa dargli nel proprio cuore il posto che gli spetta; un altro allora prende dimora in lui, divorando la luce che voleva risanarlo. Anche questo sembra un fallimento: la morte di Dio nell’animo del discepolo, un anticipo della Passione, della Croce di Gesù in cui il male sembra sconfiggere il bene.
Ma il deicidio nel cuore dell’uomo non è il fallimento di Dio, è il fallimento dell’uomo stesso che non si lascia plasmare da chi accoglie in sé. Vale, per parafrasi, la frase di san Paolo (riferita a ben altre questioni “alimentari”): «Chi è nel dubbio, mangiando si condanna, perché non agisce secondo coscienza; tutto ciò, infatti, che non viene dalla coscienza è peccato» (Rm 14,23).
È il risultato dell’ipocrisia dello stare accanto a Gesù senza amarlo davvero, senza provare ad assumere il “suo” punto di vista sulla vita, sulle cose e sugli altri. È il deicidio frutto della menzogna, della maschera dell’io, della sequela interessata, della «grazia a buon mercato» (Dietrich Bonhoeffer) senza vera sequela. Di questo deicidio si macchia Giuda, e di questo deicidio rischiamo di macchiarci anche noi ogni volta che crediamo che basti timbrare il cartellino di un’Eucaristia o di una preghiera per essere giusti agli occhi di Dio, nella verità assoluta, dimenticando invece che accogliere davvero il Signore in noi significa attribuire a Lui la totalità del nostro spazio interiore e lasciarci trasformare da Lui, diventare come Lui, capaci di guardare ogni realtà e ogni creatura con i suoi occhi: con uno sguardo di luce, di compassione, di giustizia, di verità senza compromessi; con uno sguardo di obbedienza al Padre; con uno sguardo di servizio per amore.

lunedì 3 aprile 2023

Pensieri per lo spirito

 OGNI UOMO È UN'ISOLA?

Riflessioni sul Lunedì Santo (anno A)




Frammento di sarcofago con Cristo e gli Evangelisti su una nave (325-350 c.), Roma, Musei Vaticani
L’opera si ricollega alle frequenti raffigurazioni marine tipiche dell’arte antico greco-romana, 
ampiamente usate in chiave cristiana per decorare i sarcofagi. Il nocchiero è Cristo e sulla destra si 
intravede ciò che rimane del basamento di un faro - Fonte: VisitItaly
 

«E le isole attendono il suo insegnamento». 
(Is 42,4)




È parola di terra e di acqua, di solitudine e di socialità, l’isola. Parola di paradiso e d’inferno, di riposo e di noia, di disperazione e di speranza. È parola, anche, di attesa, nell’evocazione (probabilmente nata per imprinting letterario) che essa esercita su di noi: di quanti naufragi raccontano le pagine dei grandi scrittori: deviazioni di percorso in cui si aspetta, nello sperduto punto verde in mezzo alle acque, che giunga finalmente qualcuno a salvare i dispersi.
Perché il mare che avvolge la terra isolata la inghiotte, e non ne può saziare la sete. Perché la solitudine del naufragio non ci colma la vita. Perché – come filo conduttore di questa Settimana Santa – anche il Lunedì ci ricorda che “nessuno si salva da solo”. L’isola è metafora del nostro cammino, dei nostri inizi, delle nostre cadute in cui ci isoliamo nelle nostre incoerenze, nelle nostre fragilità, nelle nostre incomprensioni, nelle false sazietà del mondo, e ci lasciamo circondare dal mare che ci toglie relazioni con gli altri, ma, soprattutto “la” relazione con l’Altro.
Sempre, allora, attendiamo che “altro” dal mare arrivi, mentre continuiamo a sventolare la bandiera bianca che segnala la nostra presenza; sempre aspettiamo che giunga qualcuno a portarci quell’acqua viva che, sola, veramente disseta per la vita eterna. L’isola può ricordare, ma per un attimo soltanto, il paradiso: lussureggiante, incontaminata, incastonata nel mare di zaffiro. Ma, alla lunga, questo brandello di terra si fa isolamento, luogo di reclusione forzata dove ci si imbruttisce nel prosciugarsi di ogni contatto umano, e su cui nulla rimane per sopravvivere, per vivere veramente. Se inizialmente cerchiamo l’isola come Eden perduto alla fine attendiamo, a volte anche senza saperlo consapevolmente, che giunga l’Unico veramente capace di far «uscire dal carcere i prigionieri, / dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre» (Is 42,7): è Colui che salva Lazzaro dall’isola cupa della morte fisica, ma perché Lazzaro si lascia salvare, perché Lazzaro non si è mai separato dal Cristo, nello spirito; è Colui che, ancora una volta, vorrebbe salvare anche Giuda, ma Giuda (e ci fermiamo al dato del Vangelo senza tracciare speculazioni sul “dopo”) rimane sempre, anche in questo brano odierno, l’uno dei suoi discepoli che decide di fare da sé, di vivere sulla propria isola di ideali politico-religiosi e di interessi economici.
«Nessun uomo è un’isola» (John Donne), ma, si potrebbe dire, solo nel momento in cui comprende che tutti abbiamo la tendenza, per motivi e in circostanze differenti, a farci proprio ciò che non siamo, a trasformarci in isole. A noi decidere se permettere a Cristo di camminare sulle acque per venirci incontro e salvarci, o rimanere inghiottiti nell’isolamento del mare, dove la vita, nell’apparente del rigoglio della natura, si estirpa in noi per orgoglio, per superbia, per cecità del cuore.

domenica 2 aprile 2023

Pensieri per lo spirito

OBBEDIENZA E RIBELLIONE

Riflessioni sulla Domenica delle Palme (anno A)




L’ingresso di Gesù a Gerusalemme nel Ms. Yates Thompson 15 (Francia, 1300 c.) f.17v
custodito presso la British Library di Londra - Fonte: British Library di Londra


«Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: “Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me”». 
(Mt 21, 1-2)





Mandare è verbo di movimento, di azione, ma, soprattutto è verbo di fiducia. Mandare, da man(um) – dare, ossia «dare la mano». Parola di consegna, di affidamento totale.
Gesù, nel disporre ogni cosa per il suo ingresso trionfale a Gerusalemme, non fa tutto da solo. Delega, dispone che altri facciano per lui, che partecipino alla sua opera. Sono sempre a due a due, come fin dall’inizio essi erano stati “mandati”: perché la sequela non è mai solo un fatto privato, ma sempre mio e dell’altro che mi è accanto; perché il mio compagno di viaggio è colui che mi sostiene, mi sprona, mi incoraggia, mi dà l’esempio; perché l’altro è il simbolo vivente del fatto che “nessuno si salva da solo”.
 A due a due, non di più, perché in troppi si rischia la dispersione, l’ascolto di tante voci disparate che possono farci smarrire; perché il cuore ha bisogno di trovare un rifugio sicuro in qualcuno di cui potersi veramente fidare, nell’intimità di una vicinanza più stretta. Anche stavolta, dunque, Gesù “manda”, mettendo qualcosa di sé nelle mani degli altri, dei propri discepoli, esattamente come farà più avanti, per la preparazione dell’Ultima Cena (è in particolare la versione di Marco a sottolineare la dimensione della dualità dell’invio).
Niente, della vita di Cristo, è soltanto e semplicemente suo: tutto è anche di chi lo segue; tutto viene consegnato, compartecipato, condiviso. Non si tratta, come potrebbe apparire a una prima lettura un po’ superficiale, di un semplice “comandare”. Gesù non è il re che impartisce ordini per dimostrare la propria superiorità e tenere al loro posto i propri subordinati. Non cavalcherà, infatti, il cavallo (nel nostro ideale umano associato a principi e sovrani), ma la ben più modesta asina, secondo l’oracolo del profeta Zaccaria sul re umile, vittorioso, giusto, che giunge in groppa proprio a un’asina (Zc 9,9-10).
Il mandare di Gesù è il desiderio di ricreare l’alleanza Uomo-Dio spezzata dal peccato; è il riflesso della mentalità trinitaria impastata di comunione; è il segno della totale scommessa di Dio sull’essere umano, che Egli reputa capace di poter rispondere alla domanda di verità, di giustizia, di amore, alla sua missione di pace. Il mandare di Gesù è l’espressione della consegna di un compito ben preciso, che in questa vita ciascuno di noi riceve, e di cui – per previdenza divina fin dalle pagine della Genesi – non siamo depositari nella solitudine, ma nella preziosa alleanza della compagnia, dell’amicizia di un altro con cui condividere la stessa missione di grazia. In due, forse, è più facile rimanere saldi al compito ricevuto, custodire quel dono che Dio ha deposto fra le nostre mani. Da soli si rischia di non avere più nessuno che ci apra gli occhi sul buio che ci attraversa l’animo, e di passare dall’obbedienza come risposta al dono alla ribellione come incomprensione del progetto divino.
Anche Giuda sarà stato mandato “a due a due” nella sua esperienza di discepolato. Ma a un certo punto avrà deciso di camminare da solo: «Uno di voi mi tradirà» (Mt 26,21). È questo, forse, il suo errore più grande, il rifiuto di Dio e il rifiuto dell’uomo come rifiuto dell’altro che si vede – erroneamente – come una condanna, un intralcio ai propri piani.
Ma nel rinnovamento di tutte le cose che Gesù viene a portare, l’altro non deve essere più chi mi blocca o mi trascina al peccato, ma lo specchio capace di riflettere la mia luce e anche la mia oscurità, per aprirmi gli occhi quando la mia cecità sta per farmi cadere.
Luce del mondo, lampada sul candelabro, aiuto simile a me, perché con me condivida i dubbi, le paure, le tentazioni, e mi aiuti a superarle, nella certezza che il dono ricevuto non viene da noi, semplici e povere creature, ma da Uno più grande, quell’Uno in Tre che di affidamento, obbedienza, umiltà e luce ben se ne intende, molto più di noi.

sabato 16 aprile 2022

Pensieri per lo spirito

 SILENZIO E PAROLA

L'ossimoro del Sabato Santo



Pietro Lorenzetti, Discesa agli inferi (XIV sec.), Assisi, Basilica inferiore


COMMIATO
(Giuseppe Ungaretti)

[...]
poesia
è il mondo l'umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento

Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso


Silenzio e parola è l'ossimoro del Sabato Santo, il contrasto che riassume tutte le contraddizioni apparenti della parabola terrena di Gesù di Nazaret.
Perché questo è il giorno in cui il Verbo giace nel silenzio del sepolcro; la vita è soffocata dalla morte; la luce è inghiottita dalle tenebre.
Ma veramente questo è ciò accade dietro la pietra sepolcrale?
O la Parola, la Vita, la Luce fermentano nel silenzio, nella morte, nel buio, preparandosi all'esplosione finale?
Silenzio è certamente assenza di rumore, derivando da silēre - tacere. Il silenzio è, almeno nel suo significato principale e immediato, mancanza di parole, di suoni udibili, piacevoli o meno che siano.
E a questo punto si pone un dilemma che ricorda quello dell'uovo e della gallina: ma viene prima il silenzio o la parola?
Se si dovesse rimanere su un piano puramente "verticale", teologico, certamente Dio come Parola esiste da sempre, ma poi l'esperienza dell'amore (e Dio è amore) ci insegna che, su un piano "orizzontale", terreno, umano, l'amore si declina anche attraverso silenzi di vicinanza, di affetto, di stupore, di miseria, di incredulità, di dolore... silenzi che sanno raccontare molto più delle parole stesse. E finanche nel rapporto con Dio che è Parola, in questo incrocio fra il verticale e l'orizzontale, fra il Cielo e la terra, occorre trovare degli spazi di silenzio, imprescindibili per ascoltare Dio stesso, ma anche perché impossibile è comprendere totalmente la pienezza del suo mistero. Proprio ieri, in un'intervista su Rai 1, abbiamo "ascoltato" il silenzio del Papa davanti alla domanda su come vivere nel Venerdì Santo, l'ora delle 15:00, quella in cui Gesù muore. Davanti a certe cose che ci superano si può solo tacere. Ogni parola sarebbe aggiunta superflua, quasi ridicola, che poco potrebbe dire, tanto potrebbe anche "rovinare" la perfezione, la sublimità, la grandezza del momento.
L'esperienza del silenzio nel rapporto con Dio Padre l'ha vissuta anche Gesù: quando si ritirava solo, a pregare, durante la notte, avvolto anche dal silenzio della natura e dell'umanità che riposava; quando nella sofferenza del supplizio finale il Padre taceva; quando, nel momento della morte, nella conclusione, sulla Croce, della sua esperienza terrena, la vita "umana" ha cessato di essere, e la pietra ha poi sigillato il suo sepolcro, lasciando che i morti andassero coi morti. O almeno così era sembrato a quanti lo avevano conosciuto e amato... oppure odiato.
Ma il ricordo di quanto accaduto, in seguito, nel giorno di Pasqua ci dice  che quel silenzio non era la fine della Parola, che quella morte non era la fine della vita, che il buio del sepolcro non era la sepoltura della luce.
Sì, è vero, Gesù è sceso in un "abisso", parola che ci richiama l'idea delle profondità, della mancanza di luce. Lo recitiamo nel Credo, lo deduciamo dalla Scrittura. 
Ma la sua discesa agli inferi è avvenuta per la liberazione delle anime dei giusti che lo avevano preceduto. Ed era una discesa che precedeva un ritorno, quello della Risurrezione, vita piena, irruzione di luce, Verbo fattosi Carne per l'eternità.
Cosa può dire, allora, a noi discepoli di Cristo, questo apparente contrasto fra il silenzio e la parola? Cosa può dire la discesa negli inferi? Cosa può dire il ritorno alla vita?
«Il dizionario etimologico latino faceva risalire il significato nascosto della parola silentium per via di metatesi (inversione sillabica) al termine exilium. Cioè dalla parola exil-ium, si è passati a silex (l'austerità e la durezza del deserto di roccia?) e da qui a silentium. Anche se questa etimologia è dubbia, il significato è davvero suggestivo. Il silenzio è un esilio volontario nei meandri della nostra coscienza. Di questo l'epoca contemporanea ha davvero bisogno, e a tutti i livelli!» [1].
Senza silenzio non possiamo ascoltarci. Tante volte siamo portati a giustificarci inventandoci mille scuse per rendere plausibili le nostre azioni, i nostri pensieri, i nostri modi di fare, i nostri sentimenti, le nostre cattive inclinazioni, i nostri talenti.
Senza silenzio non possiamo vederci. Troppe volte cerchiamo di dipingerci migliori o peggiori di quelli che siamo, presi dalla paura del giudizio degli altri, delle loro aspettative, dei loro standard.
Senza silenzio non possiamo vivere. Spesso ci lasciamo soffocare da quello che il mondo vuole, impone, offre... e così facendo rischiamo di mettere a tacere i nostri veri desideri, ma soprattutto il progetto di Dio su ciascuno di noi.
Perché senza silenzio non possiamo ascoltare, vedere e vivere di e in Dio.
Solo nell'abisso del nostro stesso io possiamo e dobbiamo essere onesti con noi stessi, trasparenti nei confronti di Dio, lasciando che la sua Paola ci inabiti, ci guidi attraverso la voce della coscienza e il soffio dello Spirito.
Solo scendendo nei nostri stessi inferi possiamo vedere il nostro personale "inferno", la nostra "morte" interiore, spirituale, che ci sta cucita addosso perfettamente, e desiderare con tutto il cuore l'arrivo di Gesù, il Salvatore che ci tende la mano per salvarci e liberarci, facendoci risalire da questo abisso.
Solo scendendo nei nostri abissi possiamo trovare le parole vere, non il vuoto totale, e lasciarci "scavare", plasmare, modellare dalla Parola.
Nel silenzio, lasciando spazio solo alle parole di verità e alla Parola di Verità, possiamo imparare a dire parole che profumano di Vangelo; possiamo rifiorire nella Parola; possiamo imparare ad amare e a farci amare.
È quanto basta per risorgere.


[1] Alberto Fabio Ambrosio, Il silenzio necessario

venerdì 15 aprile 2022

Pensieri per lo spirito


"IO SONO"

La Verità che mette al tappeto






Giotto, Il bacio di Giuda (1303-1305), Padova, Cappella degli Scrovegni


In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». 
Disse loro Gesù: «Sono io!». 
Vi era con loro anche Giuda, il traditore. 
Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra.  
Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».
(Gv 18,1-11) 



Siamo all'inizio della scena che l'Evangelista Giovanni allestisce per la Liturgia del Venerdì Santo, nel "set" di un giardino; nel buio della notte Giuda arriva da Gesù insieme alle guardie che di lì a poco cattureranno il Maestro. È tutto un frastuono di rumori metallici di armi, crepitio di fiamme delle fiaccole, e bastoni branditi per aria o picchiettati sulle mani... 
Impossibile non accorgersi del loro arrivo. Le presentazioni non vanno per il sottile, si punta dritti all'essenziale. Cercano il Nazareno, e Gesù, senza giri di parole, risponde «Sono io». Immediatamente le guardie (e anche Giuda?) cadono a terra.
Per un attimo il frastuono diventa tonfo e poi silenzio. Eppure Gesù non ha puntato un solo dito contro i suoi prossimi carcerieri, non ha sfoderato nessuna spada, non ha minacciato di fare loro del male con del fuoco, non ha brandito alcun bastone per aria. 
È la semplice parola di Gesù che mette al tappeto questo plotone, che stende a terra quanti erano venuti armati da capo a piedi.
Ed è solo la parola di Cristo che può fare questo, perché la sua è Parola di verità, Parola di vita. Parola che ci mette con le spalle al muro, rivelandoci l'identità di Dio e la nostra identità... identità di creature fragili, peccatrici, spesso cieche...
Non è un caso, infatti, che le parole di Gesù siano «Sono io»: nel testo originale greco «Io sono».
Sta in queste parole la chiave di interpretazione di quanto accade: Cristo risponde alla ricerca delle guardie rivelandosi come Dio, col nome stesso di Dio. Perché Gesù Nazareno è il Cristo, il Figlio di Dio, l'Unto del Signore, il Verbo fatto Carne.
È ed è potente questa rivelazione, come sempre (che lo ammettiamo o meno) è la verità, quando senza addolcire la pillola ci fa comprendere (almeno interiormente) chi siamo noi, chi è l'altro che ci sta dinanzi, quale sia la nostra condotta e quella dell'altro.
Ma è una rivelazione che lascia sempre intatta la libertà dell'uomo: e gli uomini armati, come per niente stupiti da quanto loro accaduto, si rialzano, per continuare a fare il loro dovere, ciò per cui erano venuti, ossia arrestare Gesù, colui che ha osato farsi proprio "figlio di Dio".
Quante volte, anche noi, nelle nostre vite, facciamo orecchie da mercanti, fingiamo di non vedere, di non capire?
Dio non gioca a nascondino, si presenta nella sua interezza, senza i chiaroscuri, i compromessi che tanto spesso caratterizzano invece le nostre condotte anche dinanzi a quelli a noi più vicini.
Per questo la Parola di Verità proietta sempre una luce, una forza su di noi... cerca di scuoterci, di risvegliarci: ma siamo sicuri di avere le orecchie pronte per ascoltarla, gli occhi aperti per vederla, lasciandoci disarmare da Essa di tutte le nostre false certezze, di tutte le nostre inutili difese, di tutte le nostre finte luci? Perché la Verità, in fondo, è scomoda, quando ci obbliga a mettere in questione ciò che stiamo facendo, la direzione che stiamo prendendo, le decisioni che stiamo portando avanti...
Attenzione, dunque, perché corriamo il rischio di essere come le guardie: sbalzati a terra dalla Verità, ma incapaci di rialzarci per cambiare rotta; messi al tappeto, ma incapaci di riconoscere che ci siamo sbagliati, che non avevamo capito niente, che la realtà dei fatti è un'altra. 
Ogni volta che la Verità ci viene incontro siamo dinanzi alla possibilità di rinascere, di rivivere in un nuovo giardino, nuovo Paradiso già qui in terra: lasciamoci guarire dalla Parola che ci atterrisce, sì, nel metterci dinanzi all'immensità di Dio e al nostro niente, ma che ci offre anche la mano per rialzarci, grazie alla sua Misericordia, che in Cristo si è fatta Carne.

giovedì 14 aprile 2022

Pensieri per lo spirito

    PORGERE L'ALTRA GUANCIA

Allenarsi al perdono





Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».  
(Gv 13,1-15) 




È difficile porgere l'altra guancia. Arduo perché contrappone la gentilezza alla violenza, la delicatezza alla mancanza di tatto; sfiancante perché chiede di metterci (letteralmente) la faccia, di offrire la nostra carne – quanto di più "sensibile" abbiamo... anche il cuore è di carne! – a chi non saprà maneggiarla con cura; duro perché allo stimolo della violenza, dell'ingiustizia, del dolore è connaturale la reazione istintiva della difesa, non quella della ri-offerta.
Che sia estremamente "complicato" porgere l'altra guancia non ce lo dice solo l'esperienza personale, ma lo raccontano anche le cronache – e purtroppo pure quelle di questi giorni, in cui anche i gesti simbolici di una Via Crucis diventano oggetto di rimostranze e indignazioni.
Perché porgere è semplice e faticoso allo stesso tempo: semplice nella sua grazia di movimento gentile, complesso nel bagaglio interiore che va elaborato per arrivare alla delicatezza di questo gesto.
Porgere è allora un verbo garbato e "ragionato", che non tradisce istinto nel senso comune del termine; non trasmette ansia, fretta; non ispira crudezza. Porgere è il verbo di un gesto cordiale e cortese – raffinato se si vuole –, frutto di una riflessione interiore più che della natura stessa dell'uomo, conseguenza di una sequela che si articola non solo in belle parole, ma nei fatti del momento presente, di quello in cui la Passione di Cristo si ripete (in tante, mille forme, piccole e grandi, singole o collettive) nelle nostre vite, chiedendoci di offrire non qualcosa di esteriore, ma la nostra "pelle".
Mi piace pensare che porgere l'altra guancia sia il frutto di un allenamento, e in questo senso va anche l'etimologia della parola, che si compone di por- "in avanti" e rĕgĕre "dirigere in linea retta": ci si allena, allora, a porgere l'altra guancia, ci si prepara lungo il cammino guardando avanti, procedendo verso la meta, o correndo, come direbbe san Paolo.
Non si può, insomma, improvvisare – salvo una grazia speciale –, perché porgere l'altra guancia implica la capacità di perdonare, pacificare, costruire... 
Guardando all'esperienza di Cristo non si può che dire che anche per Lui, nella sua esperienza umana, è stato così: Egli è venuto per la sua "ora", si è preparato per essa. È l'Ora di Gesù è il momento culmine della sua vita terrena, quello in cui veramente, davanti al tradimento, alla condanna a morte, al supplizio, agli insulti sulla Croce e alla morte stessa, è chiamato a porgere l'altra guancia nella maniera più ampia e totale possibile. Dirà al Padre di perdonare i suoi crocifissori perché non sanno quello che fanno; perdonerà il ladrone pentito; si abbandonerà al Padre, pur sentendosi abbandonato da lui.
Ma già nel Giovedì Santo, guardando oltre, muovendosi idealmente "in avanti", Cristo porge l'altra guancia: il gesto della lavanda e quello dell'offerta del boccone sono, infatti, per tutti i suoi discepoli. 
Per Pietro, che lo rinnegherà poi per ben tre volte; per Giuda, che di là a breve lo consegnerà – con un bacio – in mano agli aguzzini; per quei suoi seguaci che davanti alla croce fuggiranno per paura... per tutti noi, che quotidianamente lo rinneghiamo, lo abbandoniamo, lo eliminiamo dalle nostre vite.
La vita è, in fondo, un saper porgere in anticipo l'altra guancia: perché colui che oggi ci è amico ci potrebbe tradire un domani; perché la gentilezza deve abitare anche i rapporti con la persona che ci sta antipatica; perché il garbo non deve abbandonarci quando l'altro diventa offensivo; perché, come siamo soliti dire tante volte, il mondo è pieno di sciacalli...
Gesù ci insegna una legittima difesa disarmata, che tenta di prevenire i mali peggiori; che condanna il peccato ma lascia aperto lo spiraglio della pacificazione col peccatore; ci mostra la via in cui è possibile che i giochi di potere fra le diverse fazioni (politiche, religiose – come non Pensare a Pilato, Erode, gli scribi, i farisei, i dottori della legge) non intacchino i rapporti fra i singoli (lo si vedrà bene quando Giuseppe d'Arimatea andrà a prendere con cura il corpo di Gesù per deporlo nel suo giardino nuovo); Cristo Signore ci indica un percorso in cui conoscere la debolezza dell'essere umano non ci impedisce di scommettere sulla pace nei nostri rapporti, sulla condivisione, sull'aiuto reciproco, sul perdono vicendevole.
Gesù, insomma, porgendo l'altra guancia spalanca la porta del ritorno per chi ha sbagliato o per chi può intuire che tradirà la sua fiducia. L'altra guancia – la carne, il cuore, la mano – è il simbolo della possibilità che offriamo all'altro di ricominciare, di tornare a incontrarmi nel profondo. Ed è anche il segno di una pace che si deve portare prima di tutto nei nostri cuori, per poter superare i rancori, gli odi, le debolezze, e capire che rimettersi in gioco con l'altro non è semplicemente umano, ma è indice del divino che abita in noi, di quel Dio che è si fatto come noi per farci come Lui. Cioè capaci di sperare, di attendere il cambiamento dell'altro mentre cambiamo anche noi, sollevandoci sulle nostre negatività; capaci, mentre aspettiamo, di continuare ad amare, rimanendo aperti alla possibilità della riconciliazione. 
Capaci, come Gesù nella notte del tradimento, di porgere l'altra guancia, di offrire tutta la propria Carne, tutto se stesso, per la riconciliazione con l'altro.

sabato 3 aprile 2021

Pensieri per lo spirito

DISCENDERE PER RISALIRE
Meditazioni per la Settimana Santa





Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. 
(Is 52,10) 

Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà. Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un'unica e indivisa natura. 

(Ufficio delle Letture del Sabato Santo)



Discendere, scendere, risorgere.
Il Sabato Santo è il giorno in cui si incontrano l'abbassarsi e il risalire, il Cielo e la Terra, il buio e la luce, la morte e la risurrezione.
Il verbo discendere, nella sua etimologia, contiene già la radice del salire: descèndere, composto da de e scàndere, di e salire. Senza discesa non c'è risalita, perché senza chicco che muore nella terra non c'è spiga che sale verso il cielo, senza vita che si perde nel tempo non c'è vita che continua nell'eterno.
Il futuro dell'umanità è tutto racchiuso in questi verbi di movimento, ma – e soprattutto – nella discesa e risalita di Cristo. La sua discesa: quella dalla condizione di Dio per farsi Uomo-Dio; quella dalla gloria terrena di Messia osannato alla fama di malfattore appeso a una croce; quella dalla vita alla morte; quella dal sepolcro fin negli inferi, per liberare chi era in catene.
Da questa discesa, compiuta per amore degli uomini e in obbedienza al Padre, il sangue di Cristo origina la sua discendenza, la discendenza dei redenti in Lui, la discendenza dei salvati dal peccato e dalla morte. Una discendenza di risorti in Cristo.
Scendere non è necessariamente, infatti, sinonimo del percorrere l'ultima tappa, dell'arrivare alla fermata finale. A volte la discesa è un trampolino di lancio, per raggiungere traguardi più alti. 
Così è la discesa di Cristo:  necessaria per spiccare il salto della risurrezione, dell'ascesa al Cielo, della riconquista della gloria che da sempre Egli aveva quale Verbo di Dio; della rinascita dell'intera umanità.
E la discesa di Gesù ci ricorda che ogni uomo ha la sua "personale" discesa nella morte, il salto senza il quale non si può raggiungere la vita eterna. E ogni uomo ha pure le sue personali piccole discese del vivere quotidiano: quelle dell'umiliazione, dell'ingiustizia, dell'indifferenza subite, a volte anche dell'odio ricevuto... Proprio come nell'esistenza terrena del Maestro, esperto di discese tramutate in rampe di lancio.
Queste nostre umane, sofferte, temute discese non sono però dei salti nei buio: Gesù le ha percorse prime di noi, vivendole nella loro interezza, nella loro mistura di paura e dolore, di affidamento e tentazione, di angoscia e speranza. E come ad Adamo, anche a noi quel Cristo disceso negli inferi ricorda la grande, stupefacente verità che la Pasqua è: la Croce non è la fine, ma l'asta per raggiungere il Cielo; non siamo stati creati per essere prigionieri degli inferi, ma abitanti della luce, delle Altezze... atleti del salto in alto, pronti a spiccare il volo verso il traguardo che non ha fine.