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mercoledì 23 aprile 2025

Sguardo cristiano su notizie di attualità

EQUILIBRI PAPALI

Considerazioni sulla morte del Papa (di ogni Papa)



Alla morte di ogni Papa siamo soliti affrontare ciò che proprio ogni papa non vorrebbe: una sorta di culto alla persona che cozza con la natura (moderna?) del Papato, ma ancor di più col cristianesimo. 

Ne fummo già testimoni con il "santo subito" di Papa Giovanni Paolo, in cui, pur nulla togliendo alla santità del Papa (che poi la Chiesa non ha mancato di riconoscere in via ufficiale), si rischiava di sviare dal momento solenne che il cattolicesimo stava vivendo in quel momento: una sede vacante dopo un lunghissimo pontificato; la perdita di una guida che aveva accompagnato il popolo di Dio per buona parte della vita; la fine di un'era anche storica, se così vogliamo dire, connotata da grandi eventi in cui il papa inizialmente sconosciuto ai più aveva fortemente contribuito (basti pensare alla caduta del muro di Berlino); ma, e soprattutto, l'estrema gravità del momento in cui anche un Papa (sì, anche un Pontifex Maximus!) si presenta al cospetto del Dio della vita.
Pensassimo solo a questo – da cristiani, semplicemente da cristiani – ci affacceremmo con "timore e tremore" anche al mistero della morte di un Papa, che ha grandi doni, sì, ma anche grandissime responsabilità, e a cui sarà chiesto molto di più, perché molto ha ricevuto; perché molto gli fu affidato, come ricorda in generale il Vangelo di Luca. La morte richiede, qualcune morte richiede, preghiera e silenzio. 

Certamente la fine di un papato è anche, innegabilmente e doverosamente, un tempo di bilanci. Ma la cosa sempre poco costruttiva dei bilanci è che usiamo soppesare le cose buone di una persona contro quelle presunte "cattive", o poco riuscite, degli altri. E forse oggi, vent'anni dopo la fine del pontificato di Giovanni Paolo II, assistiamo a questo processo in maniera più evidente del solito, complice anche una società dell'immagine in cui ciò che più si imprime nel costrutto razionale sono le istantanee di un momento, quelle che divengono, poi, fotogrammi simbolo. Cose sempre esistite, ma che certamente l'uso massiccio dei social ha amplificato. 
Anche i molti dibattiti televisivi che in queste ore si stanno snocciolando sulle varie reti, mostrano spesso la faccia dell'ipocrisia di chi, vivo un Papa, è acerrimo nemico della sua "politica ecclesiale", e morto questi ne diventa, immediatamente e improvvisamente, grande estimatore. 

In questi giorni sono molti i giusti elogi al pontificato di papa Francesco, ma anche molti gli spropositi di chi, cavalcando l'onda del momento, utilizza frasi ad arte per minimizzare i papi precedenti, per distruggere la storia del Papato, per sminuire coloro che stati dati come guide della Chiesa.
Diventa più che mai necessario fare attenzione, un'attenzione estrema, per non cadere in trappole perniciose, che ci farebbero diventare a nostra volta dei sobillatori, aperti alla creazione di fazioni che non fanno bene né a noi stessi come cristiani singoli né alla Chiesa come istituzione né al mondo non cattolico che ci guarda dal di fuori.

Ogni pontificato, checché se ne dica, si costruisce a partire da quello precedente, tanto in ciò che di completo è stato fatto quanto in ciò che è rimasto a metà, tanto in ciò che viene portato a compimento quanto in quello che viene, apparentemente o meno, ribaltato.
E in ogni pontificato, anche se in maniera differente, si ripete (per grazia di Dio e per libera disponibilità umana) una donazione fino alla fine.

Stupendo il gesto di papa Francesco di uscire per la benedizione Urbi et Orbi di Pasqua, e la sua decisione di fare il giro fra i presenti in piazza, ma non dimentichiamoci del pugno sbattuto sul leggio da Giovanni Paolo II, in una delle sue ultime apparizioni, quando l'allora papa Wojtyla non riuscì a pronunciare una sola parola; oppure la benedizione silenziosa impartita nel suo ultimo Angelus, il 20 marzo del 2005, Domenica delle Palme: era un uomo sofferente, ammalato di Parkinson, che aveva subito una tracheotomia.

Non scordiamoci nemmeno dell'ultima udienza di Benedetto XVI, il 27 febbraio del 2013. Pur nella rigidità di movimenti che lo contraddistinse da quell'ultima fase in poi, portò avanti quella catechesi, ricordandoci che la Chiesa non è nostra, ma di Cristo, che non la lascia affondare. Anche la sua decisione di rimanere nel monastero Mater Ecclesiae, anziché ritornare in Baviera, fu una scelta che dimostrò il suo desiderio di rimanere comunque a servizio della Chiesa - dentro le mura vaticane - fino alla fine. Lo aveva sottolineato in quella stessa ultima udienza, affermando: «Il “sempre” è anche un “per sempre” - non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro». 

Si parla anche molto, in questi giorni, di una presunta dicotomia fra teologia e pastorale, per opporre il pontificato di Francesco a quelli precedenti. 
Eppure dimentichiamo l'apporto teologico che fu alla base di un pontificato innovativo come quello di Giovanni Paolo II (definito da qualcuno, per i suoi tanti viaggi, "il trolley di Dio"), sotto cui uscì la nuova edizione del Catechismo della Chiesa Cattolica, grazie alla Commissione presieduta dal Cardinale Ratzinger. 
Ragionando in termini di spaccature, dimentichiamo anche il magistero di Benedetto XVI, fine teologo, che ha forgiato una nuova generazione di sacerdoti che ancora oggi vediamo nelle nostre parrocchie, dando loro solidità nelle verità di fede, senza le quali il nostro credere sarebbe senza fondamenta solide.
Scordiamo, ancor di più, che la teologia – scienza affascinante perché ci permette di addentrarci nei misteri insondabili di Dio – ha un posto di tale rilievo nella nostra spiritualità perché la stessa Scrittura ne è ricca. Basterebbe fermarsi solo al Vangelo di Giovanni, che si distingue dai sinottici proprio e principalmente per questa sua attenzione teologica, che non va a diminuire l'importanza degli altri Vangeli, ma che ce li fa apprezzare da un altro punto di vista, li integra, li arricchisce. È l'insieme che fa la completezza, non la divisione.

Si parla, infine, di moltissime riforme attuate da papa Francesco. Tutto vero, innegabile, ma non dimentichiamo che queste riforme arrivano dopo le aperture dei precedenti papi: se a livello papale possiamo parlare dei "santi della porta accanto" (termine molto caro a papa Francesco), è certamente anche perché Giovanni Paolo II diede un impulso straordinario alla canonizzazione dei laici, superando uno schema consolidato che premiava in percentuale estremamente più alta la santità di sacerdoti e religiosi/e. 
Se possiamo parlare di lotta alla pedofilia nella Chiesa, è perché Benedetto XVI ruppe il silenzio, parlandone ancora più apertamente del suo predecessore (ci si potrebbe soffermare soltanto sulla Lettera ai Cattolici d'Irlanda, e sulle precedenti modifiche alle "Normae de gravioribus delictis" nel 2010).
E si potrebbero fare discorsi analoghi sulle riforme economiche, sull'abolizione di alcuni simboli (la tiara pontificia scomparve sotto Paolo VI; la sedia gestatoria aveva già incontrato poco il favore di Giovanni Paolo I e ne fu poi definitivamente abolito l'uso da Giovanni Paolo II), sulla cura del creato e su molti altri argomenti.

Se si può parlare di santità, dunque, non dimentichiamoci di tutta la schiera dei papi che abbiamo avuto nel corso dei secoli. Fra cui già ci sono santi canonizzati, beati e venerabili.
Non inciampiamo nell'errore di osannare il presente disprezzando il passato. Ogni papa, fra l'altro, è naturale che porti con sé ciò che caratterialmente è: è successore di Pietro, ma nella sua personale identità, che se venisse a mancare ci toglierebbe qualcosa, perché lo renderebbe meno libero nella sua risposta a Dio attraverso la sua storia personale, la sua essenza, la sua personalità. 
Lo abbiamo visto nel corso dei secoli: il Papa buono, il Papa del sorriso, l'Atleta di Dio, il Papa teologo. Tutti nomi che ci dicono qualcosa dello specifico carattere di ogni pontefice, del loro carisma peculiare all'interno della Chiesa. 

Forse per questo, don Bosco, conoscitore dell'animo giovanile che tanto vive più facilmente quei sentimentalismi estremizzati che a volte prendono anche noi adulti, invitava i suoi a scrivere: "W il Papa" piuttosto che uno specifico "W Pio IX" (il pontefice del suo tempo). 
Perché ad osannare l'uno rispetto ai tanti si corrono due rischi: o si perdono quei chiaroscuri che fanno umana ogni persona o si distrugge il passato, la storia che ci ha preceduti, dimenticando però che da quella, noi tutti, proveniamo. 

Anche la Chiesa. 

Anche il Papa. 

Anche noi, pecore del gregge dell'Unico Pastore.

giovedì 30 ottobre 2014

COME UNA CHIOCCIA COI PULCINI - riflessioni sul Vangelo di oggi


In quel momento si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: 
«Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere».
Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. 
Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”.
Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!  
Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”». 

(Lc 13,31-35)



Il Vangelo di oggi mi colpisce per l'espressione usata da Gesù: Egli si paragona ad una chioccia, che vorrebbe prendere sotto la propria ala protettrice i suoi pulcini, ma a cui ciò è impedito dalla stessa libertà di questi ultimi.
Il concetto di un Dio che accoglie le creature sotto le proprie ali non è nuovo: lo ritroviamo  spesso nell'Antico Testamento, in cui mettersi sotto le ali di Dio significa essere al riparo da ogni male, protetti da Lui, travare rifugio nella potenza dell'Altissimo (ad es. nel Sal. 36,8, giusto per citarne uno).
Qui però Gesù evidenzia con forza un'altra immagine, che sempre l'Antico Testamento aveva già accennato, cioè quella dell'amore "materno" di Dio.
Per farlo, il Signore ricorre alla figura della chioccia, non un animale qualsiasi...ma proprio quella gallina che, sola tra tante, è in grado di portare a termine la covata con frutto, di permettere, con il proprio calore, la propria pazienza, la propria "attenzione", di far sì che l'uovo dia vita ad un pulcino.
Torna alla mente la parabola del seminatore (Lc 8,4-8): il seminatore semina, e su tanti terreni può cadere il seme. Ma solo se il terreno è buono, produce frutto.
Come fa questo terreno ad essere "buono"? Solo se si lascia vangare, arare, coltivare, potare nelle sue piante, dal Seminatore stesso.
Da sé, l'uomo non potrebbe nulla. Dio è come la chioccia che cova sotto di sé un "seme" buono, ma che può acquistare calore vitale solo se si lascia prendere e curare amorevolmente da mamma chioccia.

Dio oggi ci chiede questo: di lasciarci "coltivare" da Lui, come un uovo si lascia covare da una chioccia, per acquistare la vita; di trovare rifugio sotto le Sue ali, come un pulcino fa con la chioccia. Dio ci ama con amore di madre, sempre, non solo nell'atto del darci la vita, ma anche nel vederci crescere; Dio nutre un amore che Lo porta ad essere ACCOGLIENZA, sempre. 
E' in questo essere accolti da Lui, che possiamo ricevere da Lui.
L'immagine della chioccia che dispiega le ali per raccogliere i pulcini, rimanda a quella di Cristo Crocifisso, che sulla Croce allarga le Sue braccia nel gesto d'amore supremo, quello con cui ci fa rinascere a vita nuova.
E nel darci Maria come Madre, dimostra ancora una volta di pensare a noi proprio con un amore materno, nel non volerci lasciare "orfani".

Affidiamoci allora a Maria, affinché lei ci aiuti a comprendere le "viscere materne" con cui Dio ci ama fin dall'Eternità e ci faccia sentire il gusto di essere figli, che con altrettanto amore e con piena riconoscenza, non disdegnano di rifugiarsi tra le braccia della più tenera tra le madri.


"Noi siamo oggetti da parte di Dio di un amore intramontabile. 
Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. E' papà; più ancora è madre. 
Non vuol farci del male; vuol farci solo del bene, a tutti. 
I figlioli, se per caso sono malati, 
hanno un titolo di più per essere amati dalla mamma. 
E anche noi se per caso siamo malati di cattiveria, fuori di strada, 
abbiamo un titolo di più per essere amati dal Signore". 
(Papa Giovanni Paolo I, Angelus 10 settembre 1978)

mercoledì 1 gennaio 2014

MATERNITA' DI MARIA SS.....BUON ANNO!


Il mistero della "maternità" è uno di quegli arcani avvenimenti di "vita" che più di altri fanno sperimentare la "paternità" di Dio.

Sì, la maternità è l'esperienza più "simile" all'essere "il Padre".


Qualcuno potrebbe obiettare che anche i padri sono...padri....: ma solo una madre vive in sè stessa la situazione più ancestrale di tutte, quella che ricorda il "generare" di Dio nei nostri confronti.
Una madre non solo dà una parte di sè stessa alla nuova creatura, ma racchiude, porta nel proprio grembo colui o colei che nasce.
La vita stessa.

Una madre accoglie nel proprio corpo un altro corpo e ne perpepisce ogni vibrazione vitale, in un'armonia di arpeggi che rimbalzano fino alle corde più intime dell'anima!

Una madre vive in simbiosi con il nuovo essere che ospita, che da lei riceve alimento, amore, calore.

Una madre, infine, dà alla luce il frutto del suo grembo, lo porta fuori da sè.

Il dono della maternità è qualcosa di "unico",  di più completo ancora rispetto alla già grande paternità.
Un padre non potrà mai sentire "dal di dentro" un bambino che scalcia, si muove o che, semplicemente, "sta", riposa.

Un padre non proverà mai in via diretta l'esperienza di un bimbo protetto nella pancia di madre,  per 24 ore al giorno, per nove mesi interi, minuto dopo minuto.

Un padre non avvertirà mai quel "distacco" di un bimbo che nasce, accompagnato -nella madre- dal desiderio di vedere la nuova creatura, di stringerla a sè, di contemplarla, ma  con la consapevolezza del perdere quell' esperienza unica di una vita dentro la vita!

E' grande il mistero della maternità, ma così bello e carico di amore che Dio ha voluto condividerlo con tutti gli esseri viventi, capaci di "generare", ma in modo particolare, UNICO E PIENO con l'essere umano!

E' così grande che -paradossalmente- anche un uomo può provare delle "tenerezze materne" verso un figlio, quasi per percepire un po' di quella straordinarietà della maternità! I grandi santi hanno spesso amato così' i propri figli spirituali, con amore di padre e di madre.

E' immensa, straripante l'affettività che lega madre e figlio, oltre il cordone ombelicale che si stacca...così dilagante che Dio vuole viverla in empatia anche con chi non genera nella carne, ma solo nello spirito.

Penso a tante sante, che sono state "madri" spirituali, madri feconde, premurose, attente a generare buoni cristiani, buoni "figli di Dio".

Penso a molte consacrate, che vivono l'esperienza di questa maternità, a volte come in un crescendo, altre volte in modo dirompente, come la forza che spinge a "piegarsi" sulle creature che vengono loro affidate per proteggerle, farle crescere, amarle con cuore di mamma!
Una tenerezza ed una premura materna che possono abbracciare tutti: i più piccoli, i più grandi, i più avanzati nelle vie dello spirito e quelli ancora indietro...i genitori, gli amici, i conoscenti.

Maria è Madre e a noi tutti insegna proprio questo: essere Madri!
Amare come lei ha amato: amare Gesù come Figlio da custodire in noi, difendere dagli altri, far crescere nelle nostre vite;
amare i fratelli e le sorelle con quelle premure particolari che solo una mamma sa adoperare, prevenendone i bisogni;
amare anche i nemici con l'occhio materno di chi attende il ritorno del...figlio prodigo.

Come Dio, quel Dio che è...Padre e Madre!




"Noi siamo oggetti da parte di Dio di un amore intramontabile. 
Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, 
anche quando sembra ci sia notte. 
E' papà; più ancora è madre"

(Papa Giovanni Paolo I, Angelus 10 settembre 1978) 




AUGURI DI BUON ANNO A TUTTI VOI!


mercoledì 5 giugno 2013

"...RIMASERO AMMIRATI DI LUI...."


Il Vangelo di ieri (Mc 12,13-17) ci presentava la famosa scena in cui Gesù viene interrogato circa l'opportunità di pagare o meno le tasse a Cesare. 
Il brano si concludeva con una frase all'apparenza in contrasto con l'atteggiamento dei farisei e degli erodiani: 

"E rimasero ammirati di Lui".

Amirati da un Gesù che non aveva avuto timore alcuno nel confutare le loro ipocrisie, nel trovare uno "stratagemma" per rispondere senza rispondere, per dire la Verità, senza quasi urtare le suscettibilità degli interlocutori.
Ammirati di Colui dal quale erano andati solo per farlo cadere nella loro trappola!
Ammirati di Colui che -nello stesso episodio narrato in Mt 22,15-22 - li aveva chiamati "IPOCRITI"!



Un atteggiamento simile, Gesù lo aveva tenuto anche due giorni fa, nel narrare la parabola dei vignaioli omicidi, ma usando toni diversi, parlando in parabole, appunto, non ricorrendo ad un'arguzia come quella della moneta con l'effige di Cesare.

Infatti, nel caso della parabola, gli scribi e gli anziani avevano ben compreso che era rivolta a loro la dura disamina di Gesù e per questo motivo si erano mostrati irritati nei Suoi confronti, soffocando l'ira solo per timore di una rivolta popolare.

Il brano lucano di ieri, invece, ci presenta una "sottigliezza" del Maestro che ci offre qualche spunto di riflessione.

Personalmente, mi fa pensare agli insuccessi nell'apostolato.

Insuccessi che, in un certo modo, Gesù ha "sperimentato" nella Sua vita terrena, quasi volendoli condividere con noi.
Mi riferisco a quelle "sconfitte" con persone che ci stanno intorno, che comprendono e condividono anche la nostra fede, ma magari solo a modo loro, credendo a quello che più conviene e disprezzando il resto.
Ostinandosi a voler sempre ragione.
Mancando dell'umiltà per amare totalmente la Santa Madre Chiesa.
Quei tipi di persone che, nonostante tutto, ci ronzano intorno, ci interpellano, come fecero quegli uomini mandati da Gesù nel Vangelo di ieri, ma che non accettano poi, totalmente, con un cambiamento di vita, le nostre risposte fedeli alla Parola di Dio.

Guardiamo al brano evangelico:
nell'offrire la Sua risposta a quanti volevano coglierLo -o indurLo- in errore, di certo Gesù non mette in secondo piano l'esigenza di convertire i loro cuori.
Non sarebbe stato "Maestro e Signore" se avesse agito con il solo, apparente scopo, di uscire indenne da una discussione.

Se, in questa circostanza, Cristo ricorre ad un'arguzia particolare è, invece, probabilmente per un motivo preciso: non forzare la mano, cercare di convincere suscitando l'ammirazione dell'avversario. Non rischiare di perderlo completamente! 
Sintetizzando, oserei dire: Gesù vuole creare una sorta di.... "mezza amicizia", quella in cui si mantengono dei rapporti con l'altro, per aiutarlo comunque a cogliere quel poco di buono che riesce a recepire! Rimanendo in attesa di una conversione totale.

Confrontato con il Suo modo di fare con altre persone (come appunto con gli scribi, i sacerdoti, gli anziani), si potrebbe dire che la pedagogia di Dio è quella di trattare in maniera diversa le diverse anime: con alcune c'è la necessità di una sferzata netta, drastica, durissima al fine di stimolare un cambiamento.
Con altre occorre invece più pazienza, quasi più "astuzia": suscitare appunto l'ammirazione, conquistare l'altro poco per volta per attirarlo a Sè.

Gesù insegna qualcosa anche a noi: spesso nel nostro aspostolato siamo consumati dallo zelo...uno zelo che in sè stesso non è un male, ma che va calibrato, dosato, adattato.
Ci sono tempi, modi, persone con cui essere più o meno "irruenti".
Con alcune vale il detto che spesso citava Padre Pio: "Mazze e panelle fanno i figli belli" , ossia: bastonate e pane fanno crescere i figli.
Per altri, vale solo il ricorso alla dolcezza, secondo il detto di San Francesco di Sales: "Si prendono più mosche con un goccio di miele che con un barile di aceto".

Mosche: quegli insetti un po' fastidiosi, che ti ronzano intorno, ti vengono a fare il "solletico" camminandoti sul viso, poi magari ti si infilano nelle orecchie o nel naso e cerchi faticosamente di scacciarle smanacciando come un pazzo, magari anche in pubblico!
Per sentirtele, puntualmente, ritornare addosso!

Papa Luciani, ne "Gli Illustrissimi", nella lettera idealmente indirizzata a Santa Teresa di Lisieux, scriveva:

"Amore spicciolo.
Spesso è l’unico possibile. 
Non ho mai avuto l’occasione di gettarmi nelle acque di un torrente per salvare un pericolante; spessissimo sono stato richiesto di prestare qualcosa, di scrivere lettere, di dare modeste e facili indicazioni.
Non ho mai incontrato un cane idrofobo per via; invece, tante noiose mosche e zanzare; mai avuto persecutori che mi bastonassero, ma tante persone che mi disturbano col parlare forte in strada, col volume della televisione troppo alzato o magari col fare un certo rumore nel mangiare la minestra. 

Aiutare come si può, non prendersela, essere comprensivi, mantenersi calmi e sorridenti (il più possibile!) in queste occasioni, è amare il prossimo senza retorica, ma in modo pratico. Cristo ha molto praticato questa carità.
Quanta pazienza nel sopportare i litigi che gli Apostoli facevano tra di loro!
Quanta attenzione a incoraggiare e lodare: "Mai trovata tanta fede in Israele" dice del Centurione e della Cananea.
"Voi siete rimasti con me anche nei momenti difficili" dice agli Apostoli.
E una volta chiede per piacere la barca a Pietro".

La risposta di Gesù alla domanda sul tributo da pagare a Cesare, mi viene spontanea catalogarla in questa forma di "amore spicciolo con le mosche": d'altronde, questi erodiani e farisei,  erano venuti da Lui appositamente per metterLo in difficoltà, comportandosi come le mosche che infastidiscono...
Gesù si dimostra superiore: non solo lascia che quelli Gli si avvicinino, che Gli ronzino intorno...si lascia anche interrogare ed offre loro una risposta.
Si tratta, però, di una risposta che non è quella di chi scaccia la mosca con una manata, bensì di chi la lascia camminare sul viso, per affrontarla "gentilmente"!

L'esempio che ci offre è quello che ci descrive anche Papa Luciani: se la mosca la scacciamo in malo modo, forse tornerà anche a ronzarci intorno, ma sempre con intenzioni non buone.
Solo per tornaconto personale.
Se invece la affrontiamo con carità, ma rimanendo "semplici come colombe e prudenti come serpenti", forse otterremo qualche risultato!

La semplicità di Gesù, qui sta nel fatto che consente agli interlocutori di affrontarLo: non scappa, non si nasconde, non si trincera dietro un mutismo che con altri, invece, utilizza (quando Gli viene chiesto: "Con quale autorità fai queste cose", Egli risponde non rispondendo!).
La semplicità, si unisce alla prudenza, quando la Sua risposta si fa un gioco di arguzia che dice senza dire apertamente, che contempera buon senso e capacità pedagogica.

Gesù, con la Sua intelligenza, con la Sua capacità di portare la Verità -che è sempre unica!- in un modo nuovo, inusuale, suscita l'ammirazioni di farsei ed erodiani.

Certo, l'ammirazione non è un successo totale.
Forse quelli se ne saranno andati un po' soddisfatti e sbalorditi, ma poi saranno ricascati negli stessi peccati.
Eppure Gesù fa la cosa migliore: traccia un solco.
UN SOLCO DI SPERANZA!

L'ammirazione è meno della conversione, ma è sempre un più di un totale rifiuto.

Quando allora incontriamo "mosche e zanzare", persone che ci infastidiscono, ma alle quali dobbiamo pur sempre pensare come a figli di Dio e fratelli nostri, desiderando per essi la salvezza eterna, ecco, proviamo a comportarci secondo l'insegnamento del Maestro.
Non lasciamoci avvilire dagli apparenti fallimenti nel nostro apostolato: forse la mosca rimarrà sempre mosca, ma quel bene che possiamo seminare, quel tenerla legata a noi destando la sua ammirazione, potrebbe essere per lei una piccola ancora di salvezza, una tavola alla quale aggrapparsi per non annegare completamente!

Facciamone occasione di "amore spicciolo": non ci verrà chiesto il martirio fisico, ma già sopportare "le mosche" sarà un piccolo martirio del cuore, esercizio di pazienza e di carità.

Facciamone testimonianza di amore spicciolo nel senso che ci consentirà di amare quasi "poco per volta", ma sempre, con costanza, in base alla capacità del ricevente!

Facciamone esempio di rispetto per l'altro che rimane sempre un potenziale santo fino all'ultimo istante della sua vita: chi sono io per scacciare in malo modo un fratello?
La correzione può essere sempre salutare, ma va dosata!

Facciamone coerenza di vita cristiana: dire la verità non vuol dire rompere completamente i rapporti con chi la pensa per noi! E' piuttosto uno spendersi sempre per le anime!

E come dice Santa Teresa d'Avila: la pazienza tutto ottiene!








sabato 20 aprile 2013

IL PASTORE CON L'ODORE DELLE PECORE: da Papa Francesco e Benedetto XVI all'episodio di Maria di Betania







"Il sacerdote che esce poco da sé, che unge poco - non dico “niente” perché, grazie a Dio, la gente ci ruba l’unzione - si perde il meglio del nostro popolo, quello che è capace di attivare la parte più profonda del suo cuore presbiterale.

Chi non esce da sé, invece di essere mediatore, diventa a poco a poco un intermediario, un gestore.
Tutti conosciamo la differenza: l’intermediario e il gestore “hanno già la loro paga” e siccome non mettono in gioco la propria pelle e il proprio cuore, non ricevono un ringraziamento affettuoso, che nasce dal cuore. 



Da qui deriva precisamente l’insoddisfazione di alcuni, che finiscono per essere tristi, preti tristi, e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità, invece di essere pastori con “l’odore delle pecore” - questo io vi chiedo: siate pastori con “l’odore delle pecore”, che si senta quello -; invece di essere pastori in mezzo al proprio gregge e pescatori di uomini".




Ripensando a queste parole, stamattina, mi veniva in mente un paragone: una donna che cucina e non "profuma" di cucina, sembrerà una brava cuoca o una di quelle "perfettine" tutto fare che compra un bel surgelato e lo sforna dopo averlo cotto al microonde per pochi minuti?
Credo che a tutti faccia piacere -quasi istintivamente- arrivare in un palazzo e, varcando la soglia del portone, essere avvolti da una buon "odore": quello del cibo -sapientemente scelto, preparato e cotto, che qualche brava massaia sta preparando, con amore e competenza, con passione e buona volontà.

La stessa cosa è del presbitero: a volte i laici si lamentano di come molti sacerdoti abbiano "rovesciato" il contenuto del Vaticano II, affidando proprio ad altri -non consacrati- troppi compiti (anche "pseudo-pastorali") e finendo con l'isolarsi da quello che è il vero fulcro del loro ministero (i Sacramenti...).
Altre volte, l'accusa che viene loro mossa è di essere "manager" che non si rimboccano le maniche per lavorare, ma si limitano a svolgere attività d'ufficio.
Come la cuoca non cuoca, che prepara un cibo precotto e scaldato: un cibo che non ha il sapore dell'alimento genuino, delle mani sapienti che hanno mescolato gli ingredienti giusti, dei tempi di cottura esatti e dei piccoli segreti che fanno la differenza tra un "prefabbricato" e una "gourmandise".


Quante volte, già Benedetto XVI, aveva invitato i sacerdoti a non essere soltanto "amministratori" e  -peggio ancora- "burocrati"?


Proviamo a ripassare quello che disse nell'incontro con il clero delle diocesi di Belluno-Feltre e Treviso (24 luglio 2007) e per farlo, credo sia opportuno riportare anche la domanda del presbitero che diede l'occasione per questa risposta a braccio dell'allora Papa Ratzinger:

D. –Santo Padre, esigenze pastorali e di ministero, oltre al diminuito numero di sacerdoti, sollecitano i nostri vescovi a rivedere la distribuzione del clero, spesso accumulando impegni e più parrocchie nella stessa persona. 
Ciò tocca la sensibilità di tante comunità di battezzati e la disponibilità di noi sacerdoti a vivere insieme – preti e laici – il ministero pastorale.
Come vivere questo cambiamento di organizzazione pastorale, privilegiando la spiritualità del buon Pastore? 

R. Il problema si pone in generale, che il parroco nonostante nuove situazioni e nuove forme di responsabilità non perda la vicinanza con la gente, l’essere realmente in persona il pastore di questo gregge affidatogli dal Signore. 

Le situazioni sono diverse: penso ai vescovi nelle loro diocesi con situazioni molto diverse; essi devono vedere bene come assicurare che il parroco rimanga pastore e non diventi un burocrate sacro.

In ogni caso mi sembra che una prima opportunità nella quale possiamo essere presenti alle persone affidateci sia proprio la vita sacramentale: nell’Eucaristia siamo insieme e possiamo e dobbiamo incontrarci; il Sacramento della penitenza e della riconciliazione è un incontro personalissimo; così come lo è il Battesimo che è un incontro personale e non solo il momento del conferimento del Sacramento.
Questi Sacramenti direi che hanno tutti un contesto: battezzare vuole dire prima catechizzare un po’ questa giovane famiglia, parlare con loro così che il Battesimo sia anche un incontro personale ed un’occasione per una catechesi molto concreta.
Così come la preparazione alla Prima Comunione, alla Cresima e al Matrimonio sono sempre occasioni dove realmente il parroco, il sacerdote, in persona incontra le persone; è il predicatore ed è l’amministratore dei Sacramenti in un senso che implica sempre la dimensione umana.
Il Sacramento non è mai soltanto un atto rituale, ma l’atto rituale e sacramentale è il condensamento di un contesto umano nel quale si muove il sacerdote, il parroco.

Mi sembra poi molto importante trovare dei sistemi giusti di delega.
Non è giusto che il parroco debba fare solo il coordinatore di organismi; egli deve piuttosto delegare in modi diversi e certamente nei Sinodi – e qui in diocesi avete avuto il Sinodo – si trova il modo per poter liberare sufficientemente il parroco, affinché da una parte conservi la responsabilità di questa totalità dell’unità pastorale affidatagli, ma non si riduca sostanzialmente e soprattutto il burocrate che coordina, ma uno che tiene in mano i fili essenziali, ma ha poi dei collaboratori.
Mi sembra che questo sia uno dei risultati importanti e positivi del Concilio: la corresponsabilità di tutta la parrocchia: non è più soltanto il parroco che deve vivificare tutto, ma, poiché tutti siamo parrocchia, tutti dobbiamo collaborare ed aiutare, affinché il parroco non rimanga isolato sopra come coordinatore, ma si trovi realmente come pastore affiancato in questi lavori comuni nei quali, insieme, si realizza e si vive la parrocchia.
Direi quindi che - da una parte - questo coordinamento e questa responsabilità vitale di tutta la parrocchia e – dall’altra parte – la vita sacramentale e di annuncio come centro della vita parrocchiale potrebbero consentire anche oggi, in circostanze certamente più difficili, di essere il parroco che non conosce forse tutti per nome, come il Signore ci dice del Buon Pastore, ma conosce realmente le sue pecorelle ed è realmente il pastore che le chiama e che le guida.


Papa Bergoglio ha parlato di "pastore che ha l'odore delle pecore".
Un pastore che sappia attivare il nucleo centrale, profondo, del suo "cuore presbiterale", che sappia "ungere", o meglio, sfruttare l'unzione ricevuta il giorno dell'ordinazione.

A me piace collegare il pensiero del Santo Padre Francesco a quello del Papa emerito e farne un unicum, in quella bellissima continuità che la ricchezza del magistero ci offre attraverso la successione dei Sommi Pontefici.

Avere l'odore delle pecore, per il pastore è "stare" fra la sue pecore, non guardarle da lontano, da una sedia dietro una scrivania;
è "ascoltare" la gente con i suoi problemi e -come un buon medico- dare la giusta medicina dei vari Sacramenti:
è anche imparare a prendere su di sé le sofferenze della pecora malata, come ha fatto il Buon Pastore Gesù, che ha sofferto e Si è offerto per tutto il gregge;

è fasciare la ferita della pecora che non è morta, ma ha bisogno di guarire da qualche malattia di gravita non eccessiva, come fa con pazienza misericordiosa Gesù, che ci attende nel confessionale anche per i peccati veniali;
è rinunciare, nella Sacra Liturgia, a voler essere il protagonista, lo show-man di turno, per dare spazio a Lui, che è il Vero e Unico Protagonista, ed in questo atto sublime di culto, adorazione, impetrazione di grazie, pregare e offrire con e per il gregge...

In questo senso, quello che diceva nel 2007 Benedetto XVI, Papa Francesco oggi lo riassume nel concetto di "avere l'odore delle pecore" e "ungere".
L'unzione -con la quale il carattere sacerdotale viene impresso PER SEMPRE nel presbitero, è quello che rende possibile questo esercizio di potere divino al sacerdote: celebrare, consacrare, rimettere i peccati.
Ma con l'unzione avviene qualcosa di "superiore" da cui deriva tutto questo: il sacerdote, diventando "tutto di Gesù" viene invitato ad essere veramente un "rappresentante" di Gesù.

Allora il Sacerdote deve essere in tutto un Alter Christus.
Di più: il Cardinale Albino Luciani, Patriarca di Venezia, -poi Papa Giovanni Paolo I- scriveva: "Siamo sacramento di Cristo".

E così si legge nelle opere di San Josemaria Escrivà:

"La vocazione sacerdotale si presenta rivestita di una dignità e di una grandezza tali che null'altro sulla terra può superare.
Santa Caterina da Siena pone sulle labbra di Gesù queste parole:
«Io non volevo che la riverenzia verso di loro diminuisse...
perché ogni riverenzia che si fa a loro, non si fa a loro, ma a me, per la virtù del Sangue che io l'ho dato a ministrare.
Unde, se non fusse questo, tanta riverenzia avareste a loro quanta agli altri uomini del mondo, e non più... E così non debbono essere offesi, però che, offendendo loro, offendono me e non loro. E già l'ho vetato, e detto che i miei Cristi non voglio che sieno toccati per le loro mani» [SANTA CATERINA DA SIENA, Il Dialogo della divina Provvidenza, cap. 116; cfr Sal 104, 15].

Taluni si affannano a cercare quella che chiamano l'identità del sacerdote.
Quanto sono chiare le parole della santa di Siena!
Qual è l'identità del sacerdote?
Quella di Cristo.
Tutti noi cristiani possiamo e dobbiamo essere non soltanto alter Christus, ma anche ipse Christus: un altro Cristo; lo stesso Cristo!
Ma il sacerdote lo è in modo immediato, in forma sacramentale".

Gesù Sommo Sacerdote, Buon Pastore non ha esercitato il Suo ministero stando seduto in un ufficio da burocrate: si è fatto Uomo per venire in mezzo agli uomini;
si è caricato delle colpe (non del peccato!) per scontarle al posto loro;
si è messo in ricerca delle pecore perdute ed anche in ascolto...
si è fatto pedagogo e pedagogista...è "entrato" nella psicologia -a volte contorta- di quanti ha incontrato.

In questo senso non ha disprezzato lasciare i "profumi soavi" del Paradiso per venire in mezzo al "fetore" della Terra.
Il punto è che camminare tra i peccatori non significa assumere su di sè il "lezzo", il cattivo odore di quel peccato.
Significa invece rendersi capaci di "annusarlo", identificarlo e capire che lì c'è qualcuno che ha bisogno di essere sanato..."profumato".

Se un sacerdote perde la capacità "olfattiva" sarà come quei preti "tristi" di cui ha parlato Papa Francesco: un presbitero che non sa più comprendere il bisogno inespresso di Dio che si cela in tante anime, che non sa più andare incontro alla gente per trascinarla verso il Signore!

Avere l'odore delle pecore, in certi casi, può implicare anche una cosa ulteriore e bellissima, quel "farsi rubare l'unzione" di cui parlava Papa Francesco e che in Benedetto XVI abbiamo visto esprimersi nel concetto di "collaborazione" tra fedeli e sacerdoti.

"Odore", di per sè, è un termine neutro: può rimandare al "fetore" da cui la persona va purificata, ma anche al "profumo" che sarebbe bello prendere anche su di sè.

Ecco, pensiamo a quante pecore cariche di buon profumo spesso sono vicine ai sacerdoti e con questo profumo di virtù, di santità, di buona volontà, di carità, riescono ad arricchire una parrocchia o semplicemente a far "crescere" anche il sacerdote nel suo sacerdozio ordinato al servizio di quello comune dei battezzati!

Gli esempi alti di questo "assumere" il profumo buono della pecora non mancano: quanti santi, collaborando assieme, hanno saputo creare opere meravigliose nella Santa Chiesa?
San Francesco di Sales creò dal nulla l'Ordine della Visitazione assieme a Santa Giovanna di Chantal, nobile, vedova e madre di molti figli, nonché sua figlia spirituale.
I frutti di questa opera trovarono il culmine quando una delle suore visitandine, Santa Margherita Maria Alacoque, fu la destinataria delle "apparizioni" e rivelazioni del Sacro Cuore di Gesù.

E che dire di un esempio tutto "evangelico": il profumo di Maria Santissima, la donna più pura e virtuosa, la creatura più perfetta. Di questo "profumo" parla espressamente San Luigi Grignon de Monfort, descrivendolo come un soave odore che oggi la Vergine diffonde su quanti si consacrano a lei.
Ma, oserei dire: anche Gesù, standole accanto come Figlio, ha "assunto" su di Sè il profumo dolcissimo di Sua Madre!

C'è anche un episodio, tutto evangelico, che meglio descrive questo passaggio del pastore che -umilmente- accetta il buon profumo della pecora.
E' quello descritto sia in Mc 14,3-9 che in Gv 12,1-11. 
I due brani presentano delle differenze e preferisco soffermarmi sul più dettagliato dei due, il racconto giovanneo.

E' l'episodio in cui Maria di Betania unge i piedi di Gesù con il contenuto (ben trecento libbre!) di un vasetto...:nardo purissimo, un profumo costosissimo!



 
Hans Urs Von Balthasar scrive:   "Una sola cosa è necessaria.
Maria dà questa sola cosa, il tutto che possiede, se stessa; sotto la figura del nardo vi è anche tutto quello che lei ha, è qualcosa di prezioso, simboleggia tutto il possesso".


C'è di più: l'evangelista conclude dicendo che dopo che Maria ebbe asciugato con i propri capelli i piedi di Cristo,  "tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento".

Qui mi piace avvalermi di una considerazione "scientifica": nessun profumo è mai identico su persone diverse.

Cambia in base a tre fattori (ph cutaneo, traspirazione, tasso lipidico), per cui una stessa fragranza, su pelli diverse, sarà diverso. 

Unico.

Ecco, mi piace pensare questo, meditando sull'unzione di Betania: Maria cosparge Gesù con il profumo che rappresenta sè stessa, e quel profumo, che su di lei era "tipicamente suo", diventa un profumo nuovo una volta riversato sulla Sacra Umanità di Cristo, che "migliora", trasforma la fragranza.
Di più: Gesù non vuole che quel profumo "nuovo" rimanga solo di Lui.
Ecco la meraviglia di un vero Pastore, del Buon Pastore: il profumo nuovo ritorna alla donatrice.
Cristo le dice: Tu hai messo il tuo profumo di virtù, di donazione su di Me, io te lo restituisco arricchito. Fa' che porti ancora frutto, che si spanda su tutti quelli che incontrerai.


"Il significato del gesto di Maria, che è risposta all’Amore infinito di Dio, si diffonde tra tutti i convitati; ogni gesto di carità e di devozione autentica a Cristo non rimane un fatto personale, non riguarda solo il rapporto tra l’individuo e il Signore, ma riguarda l’intero corpo della Chiesa, è contagioso: infonde amore, gioia, luce".
(Benedetto XVI - omelia 29 marzo 2010)

Allora, sì, è bello che il pastore, in questi termini voglia avere l'odore delle pecore, che voglia essere completamente modellato su Cristo Buon Pastore che ha saputo trasformare il fetore di alcune in profumo, e che ha arricchito la fragranza soave di altre, perché portassero "più frutto". (Gv 15,2)