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martedì 2 febbraio 2016

Anno della Vita Consacrata


ACCOGLIERE LA LUCE VERA
Lasciarsi illuminare da Cristo per illuminare il mondo


Nella festa della Presentazione al Tempio di Gesù si conclude l'Anno della Vita Consacrata.
Il dono che i fratelli e le sorelle consacrate fanno della loro vita - attraverso i voti di povertà, castità e obbedienza - diventa un segno luminoso per il mondo, che aiuta a contemplare ogni cosa nella prospettiva ultraterrena, come specchio delle realtà celesti e della vita dei beati in Paradiso. «Il vergine ha già varcato la soglia, è figlio della risurrezione. Così è nella verginità che l'uomo di fatto entra nel paradiso, ed è nella verginità che l'uomo di fatto riacquista l'immagine di Dio, ottiene il potere di seguire l'Agnello ovunque Egli vada, e l'anima sposa di Cristo ottiene di nuovo un potere su tutte le cose, compie l'unità di tutta creazione» (Divo Barsotti, La via del ritorno,  San Paolo, 2010, p. 93). L'icona del Risorto è icona di luce, di un'umanità nuova, glorificata. Così, il consacrato - attraverso la sua scelta di donazione totale a Dio - ricorda a ciascun battezzato ("consacrato" al Signore attraverso il Sacramento ricevuto, che è lavacro di "illuminazione" [1]) che occorre farsi illuminare da Cristo, luce vera (cfr. Gv 8,12), per diventare «luce del mondo» (Mt 5,14), secondo la sua stessa parola. 




Dai Discorsi di san Sofronio, vescovo
​(Disc. 3, sull’Hypapante 6, 7; PG 87, 3, 3291-3293)

«Noi tutti che celebriamo e veneriamo con intima partecipazione il mistero dell’incontro del Signore, corriamo e muoviamoci insieme in fervore di spirito incontro a lui. Nessuno se ne sottragga, nessuno si rifiuti di portare la sua fiaccola. Accresciamo anzi lo splendore dei ceri per significare il divino fulgore di lui che si sta avvicinando e grazie al quale ogni cosa risplende, dopo che l’abbondanza della luce eterna ha dissipato le tenebre della caligine. Ma le nostre lampade esprimano soprattutto la luminosità dell’anima, con la quale dobbiamo andare incontro a Cristo. Come infatti la Madre di Dio e Vergine intatta portò sulle braccia la vera luce e si avvicinò a coloro che giacevano nelle tenebre, così anche noi, illuminati dal suo chiarore e stringendo tra le mani la luce che risplende dinanzi a tutti, dobbiamo affrettarci verso colui che è la vera luce.
La luce venne nel mondo (cfr. Gv 1, 9) e, dissipate le tenebre che lo avvolgevano, lo illuminò. Ci visitò colui che sorge dall’alto (cfr. Lc 1, 78) e rifulse a quanti giacevano nelle tenebre. Per questo anche noi dobbiamo ora camminare stringendo le fiaccole e correre portando le luci. Così indicheremo che a noi rifulse la luce, e rappresenteremo lo splendore divino di cui siamo messaggeri. Per questo corriamo tutti incontro a Dio. Ecco il significato del mistero odierno.
La luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (cfr. Gv 1, 9) è venuta. Tutti dunque, o fratelli, siamone illuminati, tutti brilliamo. Nessuno resti escluso da questo splendore, nessuno si ostini a rimanere immerso nel buio. Ma avanziamo tutti raggianti e illuminati verso di lui. Riceviamo esultanti nell’animo, col vecchio Simeone, la luce sfolgorante ed eterna. Innalziamo canti di ringraziamento al Padre della luce, che mandò la luce vera, e dissipò ogni tenebra, e rese noi tutti luminosi. La salvezza di Dio, infatti, preparata dinanzi a tutti i popoli e manifestata a gloria di noi, nuovo Israele, grazie a lui, la vedemmo anche noi e subito fummo liberati dall’antica e tenebrosa colpa, appunto come Simeone, veduto il Cristo, fu sciolto dai legami della vita presente.
Anche noi, abbracciando con la fede il Cristo che viene da Betlemme, divenimmo da pagani popolo di Dio. Egli, infatti, è la salvezza di Dio Padre. Vedemmo con gli occhi il Dio fatto carne. E proprio per aver visto il Dio presente fra noi ed averlo accolto con le braccia dello spirito, ci chiamiamo nuovo Israele. Noi onoriamo questa presenza nelle celebrazioni anniversarie, né sarà ormai possibile dimenticarcene».


[1] «Questo lavacro è chiamato illuminazione, perché coloro che ricevono questo insegnamento [catechistico] vengono illuminati nella mente ». Poiché nel Battesimo ha ricevuto il Verbo, «la luce vera che illumina ogni uomo» (Gv 1,9), il battezzato, dopo essere stato «illuminato», è divenuto «figlio della luce» e «luce» egli stesso (Ef 5,8):
II Battesimo «è il più bello e magnifico dei doni di Dio. [...] Lo chiamiamo dono, grazia, unzione, illuminazione, veste d'immortalità, lavacro di rigenerazione, sigillo, e tutto ciò che vi è di più prezioso. Dono, poiché è dato a coloro che non portano nulla; grazia, perché viene elargito anche ai colpevoli; Battesimo, perché il peccato viene seppellito nell'acqua; unzione, perché è sacro e regale (tali sono coloro che vengono unti); illuminazione, perché è luce sfolgorante; veste, perché copre la nostra vergogna; lavacro, perché ci lava; sigillo, perché ci custodisce ed è il segno della signoria di Dio».(Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1216)

giovedì 15 ottobre 2015

LA POVERTÀ, SCRIGNO DI MOLTI TESORI

La povertà in Santa Teresa d'Avila
Anno della Vita Consacrata 







 «La povertà è un bene che racchiude in sé 
tutti i tesori del mondo;
racchiude anche in sé il tesoro di molte virtù»

(Santa Teresa d'Avila, Cammino di perfezione, 2, 5)



Sarebbe impossibile condensare in poche righe il messaggio di Santa Teresa d'Avila sulla povertà, essendo vari i passi dei suoi scritti in cui ne parla, e particolare anche il suo modo di vivere questa virtù nel contesto religioso della sua epoca. Basti pensare a come ella volle riformare l'Ordine Carmelitano anche sotto questo profilo, decidendo che i suoi monasteri non dovessero avere rendite. «È evidente che oggi, nella maggioranza dei paesi, non è più possibile seguire letteralmente le disposizioni concrete adottate dalla Santa per le comunità della sua epoca. Eppure, se vogliamo capire il più perfettamente possibile il suo spirito, non possiamo considerarlo in maniera astratta, perché lei stessa non ce lo presenta mai sotto questo aspetto, nemmeno nei suoi sviluppi più dottrinali. Tali sviluppi debbono essere sempre riportati nel contesto della sua epoca» [1]. Ai suoi tempi, la santa fu una grande "innovatrice", ma questa sua caratteristica permane ancora oggi nella sua portata sempre rivoluzionaria, seppure con sfumature applicabili in modo diverso. 




LA POVERTÀ APOSTOLICA 

«La maniera migliore per trarre ciò che è originale ed essenziale, e quindi sempre d'attualità, nella concezione teresiana di povertà, è di sottolineare quello che noi chiamiamo il suo aspetto "apostolico". Nel linguaggio d'oggi questa parola può avere un doppio significato. Il primo, il più diffuso, è tutto quel che contribuisce all'opera divina per la salvezza delle anime. Il secondo, conosciuto soprattutto nell'antichità cristiana, si riferisce allo stile di vita degli Apostoli di Cristo. In questo senso, una persona o una comunità che si propone di imitare la vita degli Apostoli, si dice "apostolica". Per quanto ne sappiamo, le parole "apostolico" ed anche "evangelico" non sono frequenti negli scritti di Santa Teresa. Quel che vorremmo, in compenso, dimostrare qui, è che la realtà significativa di questa parola, nell'accezione attuale che abbiamo appena sottolineato, s'incontra continuamente quando la Santa parla di povertà; e l'unione armoniosa di questi due significati dà il senso del pensiero teresiano su questo consiglio evangelico. Potremmo riassumere come segue. Il primo senso della parola "apostolico", quello che si riferisce alla salvezza del mondo, ci indica la finalità ultima della povertà che Teresa propone alle sue consorelle carmelitane; è per cooperare a quest'opera divina della salvezza che esse accettano di essere povere. La loro povertà è un mezzo di apostolato. Il secondo significato indica la maniera di essere di questa povertà, il suo "stile" particolare: per poter contribuire efficacemente alla salvezza del mondo, essa deve assomigliare il più possibile a quella che Cristo "consigliava" ai suoi Apostoli» [2]. 

Una povertà "per tutti" 

«La vita consacrata è chiamata a perseguire una sincera sinergia tra tutte le vocazioni nella Chiesa, a partire dai presbiteri e dai laici, così da "far crescere la spiritualità della comunione prima di tutto al proprio interno e poi nella stessa comunità ecclesiale e oltre i suoi confini", così ha scritto papa Francesco nella Lettera Apostolica indirizzata a tutti i consacrati [3]. 




Le parole del Pontefice permettono di "rileggere" il concetto di povertà espresso da santa Teresa come qualcosa che va incarnato nella vita non solo dei consacrati, ma anche dei laici. D'altronde, il primo insegnamento sulla povertà "evangelica" è venuto da Gesù Cristo, che non ha semplicemente invitato il giovane ricco a una sequela "totale", che implicava il dare ai poveri tutte le sue ricchezze (cfr. Mc 10, 21), ma che ha parlato, in via generale, di quanto sia necessario, per i ricchi, non rimanere attaccati alle proprie ricchezze , ma pensare, piuttosto, ad accumulare tesori in cielo (cfr. Mt 6, 19-21).
La scelta radicale della povertà dei consacrati, diventa, allora, uno stimolo per i laici a vivere in senso "evangelico" il rapporto con le cose materiali: queste ultime non possono mai diventare degli idoli, degli "dei" alternativi. Già il Salmista aveva sottolineato la necessità di vivere in quest'ottica la relazione con i beni terreni: «Alla ricchezza, anche se abbonda/ non attaccate il cuore» (Sal 62,11).

POVERTÀ E PROVVIDENZA
«E QUESTE COSE VI SARANNO DATE IN AGGIUNTA... »

Nel Cammino di Perfezione, Santa Teresa rivolge un discorso apparentemente "duro" alle sue figlie: «Quando ci vengono a chiedere certe cose, di pregare Sua Maestà perché conceda rendite e denaro, io me ne rido, ma ne sono anche addolorata. Tale richiesta viene proprio da alcune persone che io vorrei supplicassero Dio di poter calpestare tutto. Esse hanno buone intenzioni, e, in fondo, si finisce col farlo, anche se io sono sicura di non essere mai ascoltata in questo genere di preghiere. Il mondo è in fiamme; vogliono nuovamente condannare Cristo, come si dice, raccogliendo contro di lui mille testimonianze; vogliono denigrare la sua Chiesa, e dobbiamo sprecare il tempo nel chiedere cose che, se per caso Dio ce le concedesse, ci farebbero avere un'anima di meno in cielo? No, sorelle mie, non è il momento di trattare con Dio d'interessi di poca importanza. Certo è, se non fosse per venire incontro alla debolezza umana, che si consola nel sentirsi aiutata in tutto, sarei lieta di far capire a tutti che non sono queste le cose di cui si deve supplicare Dio, [nel monastero di] san Giuseppe» [4].
Il Vangelo illumina il senso delle parole della santa e offre una chiave interpretativa ancora più chiara di esse. In Lc, 12, 22-32, Gesù affronta il discorso sulla Provvidenza e invita l'uomo a non affannarsi per il vestito, il cibo e per tutto ciò che concerne l'aspetto materiale della vita... fino alla vita stessa, intesa come esistenza semplicemente "biologica". Il Padre sa che la creatura umana ha bisogno di queste cose e provvederà a esse. Per tale motivo, il Maestro spinge a volgere lo sguardo sulla natura, specchio di questa ordinata Provvidenza divina: «Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre» e «Guardate come crescono i gigli: non faticano e non filano. Eppure io vi dico: neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro». Quasi come fosse un ritornello, Gesù insiste su un concetto: l'uomo vale più degli uccelli, l'uomo vale più dell'erba che oggi c'è e domani si getta nel forno. L'uomo può vivere di Provvidenza se ha fede, se acquisisce consapevolezza del proprio valore agli occhi di Dio.
La vita spirituale (la vita eterna), vale infinitamente di più di quella biologica, materiale, terrena. Solo in quella vita, chi avrà perduto la propria vita, l'avrà definitivamente messa in salvo (cfr.  Mt 10, 39). L'esistenza ultraterrena dei beati sarà la pienezza dell'uomo: anima e corpo.
Perciò l'invito finale di Gesù è semplice, nella sua grandezza: «Cercate piuttosto il suo regno, e queste cose vi saranno date in aggiunta». 
È proprio questo il senso di quello che scrive anche santa Teresa.

La Provvidenza provvede ai "poveri"

«Non pensate, sorelle mie, che, per questo non dobbiate avere di che mangiare, ve l'assicuro io. Non cercate mai di sostentarvi con artifizi umani, perché morirete di fame e giustamente. Tenete gli occhi fissi sul vostro Sposo; è lui a dovervi provvedere del necessario. Una volta che egli è contento di voi, anche coloro che vi sono meno affezionati vi daranno da mangiare, loro malgrado, come l'esperienza ivi ha fatto costatare. Non dimenticatelo mai, per amor di Dio, figlie mie: poiché avete rinunciato alle rendite, rinunciate ugualmente a ogni preoccupazione circa il vostro nutrimento, altrimenti tutto sarebbe perduto» [5].
Teresa arriva al nocciolo della povertà secondo il Vangelo: non una pura e semplice spoliazione "materiale" dei beni materiali, ma la spoliazione di essi dal cuore, il distacco interiore dall'affanno per le cose terrene, per aprire il cuore alla fiducia in un Dio che è Padre provvidente. Questa spiritualità teresiana arriva anche alla comprensione di quello che sfugge a chi legge gli insegnamenti di Gesù in maniera superficiale. Perché, in certi casi, Dio permette una povertà apparentemente senza intervenire con la sua Provvidenza? Qui si rientra nell'alveo degli imprescrutabili disegni divini, quelli che san Paolo definisce in poche righe asserendo che «tutto concorre al bene per quelli che amano Dio» (Rm 8,28).
Santa Teresa scrive infatti alle sue monache: «Noi siamo venute qui seguendo la sua chiamata; le sue parole sono veritiere, perciò si realizzano sempre. Non veniamogli meno noi e non temiamo che egli ci venga meno. E, se talvolta egli ci verrà meno, sarà per un maggior bene, come accadeva ai santi che, quando venivano uccisi per il Signore, vedevano aumentare la gloria a causa del martirio» [6].

Povertà: madre e muro della vita consacrata

Rivolgendosi ai consacrati, papa Francesco ha ricordato che «Sant’Ignazio diceva che la povertà è la madre e anche il muro della vita  consacrata. È madre la povertà, perché dà vita, e il muro protegge dalla mondanità» [7]. Santa Teresa la pensa allo stesso modo. Scrive alle sue monache: «Meno si possiede, più si è liberi da preoccupazioni, e il Signore sa che mi pare in verità di avere maggior pena quando le elemosine abbondano che non quando ci mancano. Non so se ciò avvenga per avere armai visto che il Signore ci viene subito in aiuto. Dove esistessero preoccupazioni esagerate di avere elemosine, una volta o l'altra si finisce col contrarne l'abitudine e con l'andare a chiedere ciò che non è necessario a chi forse ha più bisogno di noi. Anche se i benefattori, lungi dal perdere alcunché, non potrebbero che guadagnare, noi perderemmo di sicuro. In nessun modo, dunque, dovete preoccuparvi di questo; e se la più giovane tra voi venisse a scoprire per caso una tale propensione in questa casa, invochi Sua Maestà e lo faccia presente alla maggiore. Con umiltà le dica che è in errore e che, così facendo, a poco a poco si arriverà alla perdita della vera povertà. La povertà è un bene che racchiude in sé tutti i tesori del mondo; racchiude anche in sé il tesoro di molte virtù. La povertà ci assicura un gran dominio, intendo dire che ci rende padroni di tutti i beni terreni, dal momento che ce li fa disprezzare. E se dicessi che si pone in autorità su tutti questi beni, non mentirei. Che m'importa, infatti, dei re e dei potenti se non voglio le loro ricchezze, né intendo compiacere a essi, quando per causa loro mi può accadere di dover dispiacere, sia pur poco, a Dio? Manderei tutto a male: mi sembra infatti che onori e denaro vadano sempre di pari passo. Chi desidera gli onori non disprezza le ricchezze, mentre chi disprezza le ricchezze poco si cura degli onori. La povertà che si abbraccia solo per Dio non ha bisogno di contentare nessuno tranne lui: ora, è fuor d'ogni dubbio che, non avendo bisogno di nessuno, si abbiano molti amici» [8].
La povertà diventa, dunque, citando ancora sant'Ignazio, "madre" perché consente di coltivare con più libertà la vita spirituale; ottiene tutto distaccando l'uomo dall'affanno per i beni materiali, e facendolo abbandonare a Dio soltanto; consente di instaurare amicizie disinteressate.
È anche "muro", che protegge dall'insidia dell'avidità, degli onori, delle preoccupazioni esagerate per il superfluo, dal desiderio sfrenato di apparire; da quelle che papa Francesco definisce "mondanità".
La povertà è - tornando a santa Teresa - uno scrigno che racchiude molti tesori.
D'altronde, la "povertà" della carne umana di Cristo, "racchiude", come scrigno prezioso, il tesoro dei tesori: Dio stesso.


NOTE


[1] Secretariatus Generalis Pro Monialibus O.C.C. - Romae, Progetto di riflessione teologico spirituale delle Monache Carmelitane Scalze, La povertà "apostolica" delle Carmelitane secondo Santa Teresa di Gesù, http://www.ocd.pcn.net/nuns/n8_it.htm 
[2] Ibidem.
[3] Francesco, Lettera Apostolica a tutti i consacrati, in occasione dell'Anno della Vita Consacrata, II, 3; 28 novembre 2014.
[4] Teresa d'Avila, Cammino di Perfezione (Escorial), 1, 5; Opere Complete, Paoline, 2000, pp. 487-488.
[5] Ibidem, 2, 1; p. 488. 
[6]  Ibidem, 2,2; p. 489.
[7] Francesco, Udienza ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica; 27 novembre 2014.
[8] Teresa d'Avila, ult. cit., 2, 3-6; pp. 489-491.

domenica 14 giugno 2015

ANNO DELLA VITA CONSACRATA: "Ci vediamo in Paradiso" - la storia di Giovanni e Lutgarda, consacrati, sposi e martiri


"Ci sono tre forme della virtù della castità: 
quella degli sposi, quella vedovanza, 
infine quella della verginità. 
Non lodiamo l'una escludendo le altre. 
Sotto questo aspetto, la disciplina della Chiesa è ricca".
(Sant'Ireneo, al n. 2349 del Catechismo della Chiesa Cattolica)

...così ricca, che qualcuno è stato capace di coniugare la dimensione della verginità consacrata a quella del matrimonio.
La storia della Chiesa, da Maria e Giuseppe in poi, non è sguarnita di simili esempi.
Oggi voglio raccontarvi la vicenda di Giovanni Yu Jung Cheol e Lutgarda Yi Sun - I.
Sposi, vergini e martiri.
La loro storia si svolge in Corea, tra la fine del diciottesimo e l'inizio del diciannovesimo secolo. Il periodo è esattamente quello degli inizi della Chiesa coreana, fortemente legata all'apostolato dei laici, che diedero testimonianza di fede fino al martirio.
Vale la pena conoscere questa coppia nell'anno dedicato alla Vita Consacrata. 

Nb. Le citazioni in virgolettato sono tratte dal contributo di Mons. You Heung-Sil Lazzaro in  "Sposi e Santi", a cura di Ludmila e Stanislaw Grygiel, edizioni Cantagalli, 2012.


Lutgarda nacque nel 1782 e venne introdotta alla fede cristiana dal padre, che nel credo cattolico educò tutta la famiglia, tanto che anche due fratelli della giovane morirono poi martiri.
Battezzata in tenera età e fortificata anche "dal buon esempio della fede profonda di sua madre", la giovane rimase orfana di padre all'età di dodici anni.



Lutgarda venne così descritta da Charles Dallet, missionario in Corea: "ragazza assai intelligente, di carattere mite e fedele, con il cuore dedito alla fede. Sin dalla giovinezza si era concentrata con tutto il proprio essere sulla salvezza dell'anima. Ciò che desiderava non era altro che offrire il suo cuore al Signore Gesù Cristo rinunciando completamente ai piaceri e alla gloria della vita mondana".
Dal 1975, anno in cui, a tredici anni, ricevette la Prima Comunione durante una santa Messa celebrata da don Ju Mun-Mo, Lutgarda coltivò nel proprio cuore il desiderio di consacrarsi al Signore, rimanendo per sempre vergine.

Yu Jung-Cheol nacque nel 1779, anche lui da famiglia cattolica. Suo padre era stato battezzato proprio dallo stesso sacerdote dalle cui mani Lutgarda aveva ricevuto per la prima volta Gesù Eucaristia.
Così come la madre di Lutgarda aveva dato alla figlia tanti buoni esempi di fede e di virtù cristiana, così il padre di Yu Jung-Cheol (battezzato col nome di Giovanni) si era speso per la diffusione della fede cristiana nella sua regione. Egli aveva inoltre offerto "la sua casa come luogo d'incontro dei fedeli cristiani quando il primo missionario don Ju Mun-Mo visitò la regione di Jeonrado. Così aveva potuto stare molto vicino a don Ju Mun-Mo, ascoltando le sue omelie e l'insegnamento del catechismo.
Giovanni, la cui fede era cresciuta in questo ambiente, nel 1975 , all'età di 16 anni ricevette la prima comunione e subito dopo confidò a don Ju Mun-Mo e a suo padre la decisione di vivere nella verginità.
La commissione per la beatificazione e la canonizzazione dei martiri coreani testimonia che Giovanni era un ragazzo ricco di conoscenze, dotato di un cuore sincero e candido, di una fede solita e di una carità ardente. Era poi fedele ai suoi doveri e conduceva una vita retta, disprezzava ogni vanità del mondo ed era molto maturo rispetto ai suoi coetanei, stimato come un galantuomo nonostante la giovane età".

E' proprio dalla comune conoscenza del sacerdote Ju Mun-Mu che prende avvio la storia di Giovanni e Lutgarda come sposi. A distanza di soli due mesi questo prete cinese, missionario in terra di Corea, aveva raccolto la confessione dei due giovani di voler offrire a Dio le loro vite.
Trascorsero due anni, tempo in cui il sacerdote volle attendere il maturare delle decisioni prese da due ragazzi, che rimasero fermi nelle loro risoluzioni. 
I genitori non si opposero, ma la situazione si presentava alquanto singolare e ...delicata, per svariate ragioni.
"Da un lato, il fatto che dei figli della classe nobile rimanessero vergini senza sposarsi, secondo la tradizione confuciana non solo era inconcebile ma anche inammissibile: sarebbe stato uno scandalo per tutta la famiglia e addirittura per tutto il paese.
Da un altro lato, la fede cattolica non era una religione conosciuta e accettata, ma piuttosto perseguitata.
In tale situazione, don Ju Mun-Mo insieme ai familiari di Lutgarda e Giovanni dovevano trovare un modo perchè i due giovani potessero proteggere se stessi e realizzare nello stesso tempo la chiamata a consacrarsi come vergini".
E' a questo punto che il missionario propose di "organizzare un matrimonio tra Lutgarda e Giovanni al fine di conservare la loro verginità, cioè sposarsi e vivere insieme come fratello e sorella.
La soluzione tuttavia comportava un ulteriore problema: il matrimonio tra persone appartenenti a famiglie di diversa classe sociale non era abitualmente accettato.
Lutgarda veniva da una famiglia reale della famiglia reale della dinastia dell'epoca, mentre Giovanni apparteneneva a una famiglia di una classe abbastanza nobile, ma considerata inferiore a quella reale
".
Nonostante le opposioni di alcuni familiari, il matrimonio venne celebrato nel 1797, grazie anche alla fede dei genitori dei due ragazzi. 


"Dal 1797 fino al loro arresto e alla loro incarcerazione nel 1801, per quattro anni, Lutgarda e Giovanni vissero la loro verginità nella vita matrimoniale, compiendo l'unione sublime dei cuori come una coppia verginale".
Lutgarda venne infatti incarcerata nel 1801, a causa della sua fede.
Anche Giovanni subì la stessa sorte, e morì prima della moglie.

Il periodo della prigionia ci permette di conoscere meglio la ricchezza di queste anime consacrate a Dio, ma consacrate anche l'una all'altra nel matrimonio.
Lutgarda scrisse infatti due lettere, una alla madre ed una alla sorella; sono testi che contengono materiale prezioso per addentrarci nella vita umana e spirituale dei due sposi.
Giovanni conservò invece con sè un biglietto indirizzato alla moglie e che non potè essere spedito; è uno scritto che venne ritrovato nel ricomporne il corpo, dopo il martirio.
Due sono i particolari degni di nota che vale la pena sottolineare per ciò che concerne le lettere di Lutgarda: da un lato emerge come il matrimonio fra lei e Giovanni non fosse stato soltanto una scelta di ripiego o uno stratagemma puramente umano e neanche una violazione del sacramento.
Il dito di Dio aveva operato in questa decisione.
I due giovani si erano sinceramente innamorati dopo essersi conosciuti, ma di un amore che sapeva andare ben oltre la dimensione puramente umana, per essere anticipazione di quella sponsalità che riserva il Paradiso.
"Possiamo pensare che nel vivere fedelmente la loro verginità vivessero il fine ultimo escatologico del sacramento del matrimonio anticipandolo nella loro chiamata verginale.
Non potevano, infatti, vivere in modo perfetto tutte e due le vocazioni nel senso proprio del termine, ma nella loro verginità potevano anticipare il fine del sacramento del matrimonio.
Lutgarda e Giovanni avevano cieè concepito il loro matrimonio come una cosa compiuta nel Signore: una grazia speciale concessa da Dio, di una vita nuova donata loro in modo che potessero rimanere vergini nelle condizioni particolari dell'epoca, secondo la volontà di Dio da loro colta". Lutgarda stessa si esprime usando il termine "grazia" in una delle sue lettere.
D'altro canto va anche detto che proprio perché si trattava di un matrimonio "reale", ma nella scelta verginale, il demonio non mancò di tentare i due giovani.
Lutgarda menziona, in una delle sue missive, di una decina di tentazioni, superate con l'aiuto del Signore. Anche questo è un passaggio decisivo: "Ora vedo - scrive lei - che la fiducia e l'affetto reciproco diventano sempre più profondi e luminosi come il raggio dell sole".
In sintesi, quel passaggio dall'amore umano, seppure già sublimato dalla consacrazione verginale, all'amore puramente spirituale, si era attuato anche attraverso la coabitazione e le tentazioni vinte "a prezzo del sangue di nostro Signore".
Anche la lettera scritta alla sorella, dopo la morte di Giovanni, è una profonda testimonianza di fedeltà alla sua vocazione matrimoniale e verginale: "Ora se guardo anche tutto il mondo non vedo niente che possa prendermi rubando il mio affetto o facendomi perdere la testa. Se ci sarà un pensiero nella mia testa sarà rivolto unicamente a Dio: se ci sarà un respiro nel mio cuore sarà rivolto solamente al Cielo".
Giovanni e Lutgarda ardevano dal desiderio di dare la loro vita nel martirio per poi vedere "insieme" il Padre Celeste.
Ecco il testo del biglietto che fu trovato nel vestito di Giovanni, una lettera indirizzata alla moglie che, con il linguaggio del Cantico dei Cantici, egli chiamava "sorella":
"Sorella mia, t'incoraggio e consolo. Ci vediamo in Paradiso".


"Ci vediamo in Paradiso".

"Dove possiamo trovare una dichiarazione d'amore più profonda di questa? 
Siamo consapevoli che, in senso stretto e in ossequio alla realtà dei fatti, noi non potremmo meramente esaltare la coppia Lutgarda e Giovanni come modello perfetto di coloro che sono chiamati a vivere la vocazione matrimoniale.
Ciò nonostante è anche vero che questo matrimonio considerato nella prospettiva escatologica è una testimonianza che ci invita e sollecita a contemplare quell'obiettivo ultimo della nostra vocazione cui tutti gli uomini sono chiamati in un modo o nell'altro, vale a dire la comunione con il Signore per la gloria di Dio Padre, proprio come vissero la santissima Madre Vergine Maria e il suo castissimo Sposo san Giuseppe.
Viviamo in un'epoca in cui la Chiesa e la società affrontano grandi difficoltà causate dai numerosissimi problemi dovuti alla distruzione della famiglia: le rotture troppo facili delle promesse coniugali, l'aumento dei divorzi, la confusione e i disordini in tema di morale sessuale e così via.
I nostri due vergini e sposi possono dunque senz'altro essere di grande esempio non solo per le coppie d'oggi, ma anche per noi tutti cristiani che viviamo in queste situazioni difficili.
La coppia verginale, Lutgarda e Giovanni, per amare meglio Gesù pur nelle difficoltà delle persecuzioni, realizzò l'autentico senso delle promesse del matrimonio".

lunedì 8 giugno 2015

NOVENA AL SACRO CUORE- sesto giorno: Il Cuore umano di cristo pulsa di Amore divino



PREGHIERA AL SACRO CUORE
della Beata Eugenia Ravasco


O Signore, fa' che tante anime 
sviate dal retto cammino trovino nel vostro Ss. Cuore 
quella pace e gioia 
che inutilmente cercano lontano da te.
Per i meriti della tua passione
eusaudisci speciali misericordie 
facendoci strumenti abili a moltiplicare e dilatare 
la tua gloria, 
e soprattutto infiammaci d'amore santo 
onde vivere e morire per Dio solo.

Pater, Ave, Gloria
 
 
 
 
 
 
Meditiamo insieme a Giovanni Battista Montini - Paolo VI:
(da "La devozione al Sacro Cuore nei discorsi di Papa Montini, LEV, 1977, p.29)
 
  
"L'escursione nei grandi orizzonti della storia, ci conduce ancora a questa parola tanto ripetuta, tanto abusata, la parola amore che, compresa nella sua vera e più alta espressione, è parola divina.
Dio è amore.
L'amore è al centro ideale di tutto il sistema umano concepito in funzione della sua perfezione. E non solo ideale, ma reale.
Un Cuore vivo, sanguinante e vivificante, palpita nella umanità. E' quel Cuore che davvero ha amato il mondo. E' il Cuore umano di Cristo che pulsa di Amore divino.
Ricordiamolo per capire il segreto del monto e per mettere, con la Madonna, il nostro cuore all'unisono con quello di Cristo".

giovedì 14 maggio 2015

ANNO DELLA VITA CONSACRATA: la Beata Laura Vicuña




"Laura s'è presa sulle spalle
il peso di una madre incompiuta, il suo vivere lontana dalle regole, la debolezza,
l'indifferenza per il sentimento religioso, l'incapacità di ribellarsi 
alla violenza di un legame indegno.
Un carico troppo pesante per una figlia, per di più
un'adolescente dotata di una straordinaria precocità umana e spirituale,
che ha voluto diventare la madre di sua madre".

(Franca Zamobini, prefazione al libro "Laurita delle Ande", Paoline, 2004)


Questa ragazzina che a soli undici anni di età si consacrò al Signore emettendo dei voti privati è Laura Vicuña - "Laurita"-, gioiello della santità della Famiglia Salesiana, morta a tredici anni di età, beatificata da Giovanni Paolo II nel 1988 e invocata come patrona delle vittime di incesti e di abusi sessuali.




Laura Vicuña nasce il 5 aprile 1891 a Santiago del Cile. Suo padre appartiene al ramo decaduto di una nobile famiglia di origine spagnola, mentre sua madre è donna di umili origini; proprio l'unione tra due persone di così diversa estrazione sociale era costato a Domenico - il papà di Laura - l'allontanamento dai parenti.
Orfana di padre (anche se secondo talune fonti del padre si persero semplicemente le tracce, forse essendo fuggito dal Cile per motivi politici), Laura emigra - a causa dei tumulti rivoltosi che fermentano nel Paese - alla volta dell'Argentina insieme alla sua sorellina e a sua mamma, Mercedes.
La vita che le tre conducono è difficile, dapprima in zona di frontiera (qui Mercedes lavora come sarta), poi in Argentina, dove arrivano grazie all'aiuto di  Manuel Mora, un ricco proprietario terriero, che si ripresenterà nella vita della mamma di Laura e avvierà con lei una convivenza che sarà poi la causa di una delle scelte più importanti della beata: offrirsi al Signore come vittima per la conversione di sua madre.
Spinta dalla necessità di porre fine ad un'esistenza di stenti e dal desiderio di offrire alle sue figlie un'istruzione degna del loro cognome, Mercedes accetta di iniziare una relazione con Manuel Mora.
"L'incontro è fatale per la vita di tutti i protagonisti della storia di Laura.
In un modo o nell'altro, ognuno pagherà a carissimo prezzo la leggerezza con cui Mercedes, pur spinta dal bisogno e dalle circostanze avverse, decide di unire la sua vita a quella di un uomo come Manuel Mora", uomo apparentemente generoso e buono, ma dai molti lati oscuri  (Miela Fagiolo d'Attilia, Laurita delle Ande, Paoline, 2004, p. 42).



Laura e la sorellina vengono iscritte come educande interne nel collegio delle Figlie di Maria Ausiliatrice di Junin, fondato da don Domenico Milanesio nel 1885.
Laura fin da subito stupisce per il suo atteggiamento, che lascia trasparire non dolore per il distacco dalla madre, ma gioia per l'ingresso in quella casa... ma non è solo questo il motivo per cui la giovane appare "diversa" da tutte le altre educande.
Testimoniò così sr.Angela Piai, italiana di Vittorio Veneto e direttrice dell'istituto:
"Fin dai primi giorni al collegio, si notava in lei una capacità di giudizio superiore alla sua età e una spiccata inclinazione alla religione. Il suo cuore innocente trovava pace e serenità solo in Dio e nella sua devozione, per quanto si trattasse di una bambina, era seria e sincera, senza affettazione né esagerazione.. Curava la sua persona, il suo letto, i vestiti, tutte le sue cose e osservava regolarmente gli orari". (Ibidem p. 53)
L'amicizia tra questa Figlia di Maria Ausiliatrice e la piccola Laura sarà di grande valore per entrambe: Laura avrà modo di avviare "un cammino di crescita spirituale e umana che doveva portarla rapidamente alla santità", e sr. Angela divenne una preziosa conoscitrice e poi testimone della santità di questa ragazzina.
Non va sottovalutato un dato che può aiutarci a comprendere meglio la "portata", il peso, il valore dell'interiorità di Laura: sotto la guida di sua madre la piccola aveva imparato a leggere e a scrivere e le era stata insegnata semplicemente qualche preghiera.
Tra spostamenti e lavoro alacre per tirare i remi in barca, Mercedes non aveva avuto modo e tempo di offrire di più alle proprie figlie, da questo punto di vista.
L'incontro di Laura con questa Figlia di Maria Ausiliatrice è  allora realmente "provvidenziale": sr. Angela fu una delle voci più importanti al processo di beatificazione e fu lei che affidò la piccola Laura a colui che il Signore aveva scelto per guidarla nelle vie della perfezione cristiana, ossia don Crestanello, salesiano che fu suo direttore spirituale ed il suo primo biografo.
Leggiamo ancora una volta le parole di sr. Angela:
"Compresi subito di trovarmi di fronte ad una creatura così eccezionale che provai quasi un sentimento di paura di rovinare in qualche modo l'opera del Signore su di lei. Per questo la affidai in modo speciale a don Crestanello, che più di me deve aver avuto l'immediata intuizione del tesoro spirituale di quest'anima angelica, dato che egli non si limitò ad ammirarne la bellezza, ma l'istruì durante gli anni del collegio con la sua saggezza spirituale e una paternità davvero salesiana.
Non è certo uno dei meriti minori di don Crestanello, quello di aver saputo così bene entrare nei disegni di Dio circa la sua eletta". (Ibidem, p. 54)
Questo non deve indurre a pensare che Laura fosse già "nata santa": "agli aspetti di positività del suo carattere si aggiungono quelli che esprimono in lei la presenza di una certa impulsività, una facilità al risentimento, all'irritabilità, all'impazienza e al desiderio di apparire. Pertanto il cammino di risposta a Dio che ben presto intraprenderà non sarà privo di ostacoli da superare.
E' un cammino quasi del tutto nuovo perché fino ai nove anni la sua vita spirituale fu piuttosto trascrurata" (Maria Drosio, "Laura Vicuña, L'impegno e il dono di sé, in Quaderni di Spiritualità Salesiana n. 3, 2004 - nuova serie, p. 74, LAS).
Non meravigliamoci di questo: è una situazione "classica" nella storia di molti santi e di molti consacrati. Sorge spontaneo un parallelo con un'altra figura molto amata nelle Ande, Santa Teresa de Los Andes, una giovane carmelitana di nobile famiglia, dal carattere piuttosto forte prima di avviare la sua scalata verso la santità.
L'educazione ricevuta presso l'istituto delle Fma e il contatto con i salesiani è fondamentale nella svolta spirituale di Laura.
"Quando entra nel collegio è ignara o quasi delle verità di fede cristiane. L'istruzione religiosa, che in quel luogo aveva un posto di privilegio, la trova molto interessata; infatti, attraverso essa, scopre verità e valori o totalmente sconosciuti o appena presenti alla sua coscienza. Questi soddisfano non solo la sua sete di conoscere, ma le accendono in cuore il desiderio di tradurre in pratica ciò che impara" (Ibidem, pp. 75-75).
Laura prende consapevolezza di un Dio che è sempre vicino a lei, che la vede sempre, che è provvidente e premuroso, che tiene alla felicità di ciascuno dei suoi figli.
Interessante, per comprendere il suo progresso spirituale, è quanto rivelò a don Crstanello:
"Mi pare che Dio stesso mantenga vivo in me il ricordo della sua divina presenza.
Dovunque mi trovo, sia in classe, sia nel cortile, questo ricordo mi accompagna, mi conforta. 
Le obiettò il padre spirituale: - Forse ti preoccupi troppo di questo pensiero, e magari trascuri i tuoi doveri -.
- Oh no, padre -, rispose. - Mi accorgo al contrario che questo pensiero mi aiuta a far tutto meglio e non mi disturba in nessun modo, perché non è che io stia continuamente pensando a questo, ma senza pensarvi godo del ricordo". (Ibidem, p. 76)


Questa consapevolezza si affianca, in Laura, a quella di Gesù come inviato del Padre che si offre liberamente per la salvezza dei peccatori. Quello stesso Gesù che è vivo e vero nel Sacramento dell'Eucaristia.
La prima Comunione di Laura segna una tappa fondamentale nella sua ascesi e i propositi presi per quel giorno la collocano accanto ad un altro grande piccolo santo della Famiglia Salesiana, quale è Domenico Savio. Ce ne dà testimonianza sempre don Crestanello:
"Tracciò un piano generale di vita per l'avvenire. Via di amore, di mortificazione e di sacrificio. Il primo fu la dedizione totale della sua anima e di tutto il suo essere a Gesù, con la promessa di voler amare e servire Lui solo, in tutti i giorni della sua vita.
Il secondo: preferire piuttosto la morte che offenderlo col peccato mortale.
Il terzo: ansiosa com'era che Dio fosse conosciuto, amato e servito da tutti, propose di fare da parte sua quanto poteva per farlo conoscere e amare, e per riparare le grandi offese che quotidianamente Egli riceve dagli uomini". (Ibidem p. 77)


In questo contesto sono due gli avvenimenti importanti per il percorso spirituale di Laura.
Il primo è la presa di coscienza (a seguito di quella che oggi chiameremmo "catechesi" sul matrimonio, realizzata dalle suore dell'istituto) della situazione "irregolare", dello stato di peccato in cui vive la madre.
La seconda è la comprensione della vocazione alla vita consacrata.
Quest'ultima - proprio per via della situazione familiare - non può trovare lo sbocco da lei desiderato, ossia l'ingresso tra le Figlie di Maria Ausiliatrice.
Laura a soli undici anni, col permesso del suo direttore spirituale e dopo essere stata da lui istruita sui voti, li emette in forma privata, consacrandosi così al Signore.
La consacrazione di Laura si lega strettamente, a questo punto, alla sua offerta quale "vittima" per la fine della relazione tra sua madre e Manuel Mora.
Una simile offerta avrebbe avuto un grandissimo valore anche senza la consacrazione, ma quest'ultima la rende ancora più piena, le conferisce più valore.
Consacrata al Signore per seguire più da vicino Gesù, si offre vittima per chi le sta molto a cuore, esattamente come Gesù.
"L'amore per Gesù che muore per salvare i peccatori facendosi mediatore tra l'uomo e Dio la sospinge ad essere anche lei, nel suo piccolo, mediatrice insieme con Lui per la salvezza delle anime. Laura aveva colto molto bene la gravità del peccato, l'offesa che esso recava al Dio-Amore. Quando si rese conto della situazione di peccato in cui viveva la mamma non si dette più pace e iniziò una vita di preghiera e di sacrifici sempre crescenti per ottenere dal Signore il suo ravvedimento.
Non vedendo segni di pentimento, comprese che la via della salvezza dei peccatori non è fatta solo di preghiere e di sacrifici, ma, sull'esempio di Cristo crocifisso, di immolazione totale". (Ibidem, pp. 82-83)
Laura morirà due anni dopo, consumata da un reperimento fisico che inizia proprio pochi giorni dopo la sua offerta.
Manuel Mora, che già aveva precedentemente manifestato un interesse morboso nei suoi riguardi e che, dopo essere stato respinto, aveva rifiutato di pagare la retta per l'istruzione delle figlie di Mercedes (saranno le suore a permettere ad entrambe di continuare a studiare ugualmente), pretende a questo punto di trascorrere una notte nella casetta vicina al collegio, in cui Mercedes si era trasferita per accudire meglio la figlia ammalata.
"Pallida come un cencio al vedere l'uomo che sempre le aveva incusso terrore e ora ardiva toglierle il diritto di chiudere in pace i suoi giorni, Laura non si smarrì.
Se il corpo cedeva agli assalti del male, lo spirito fortificato dalla preghiera e dalla sofferenza era più vigoroso che mai, e in nessuna maniera avrebbe accettato i soprusi del Mora.
- Se egli si ferma - disse con risolutezza - io me ne vado in collegio dalle Suore - e, raccogliendo in uno sforzo supremo le energie che le restavano, uscì sulla strada e si incamminò verso il collegio. 
Manuel, vedendosi ancora una volta sconfitto da quella ragazzina, la rincorre e la maltratta; da quel momento la salute di Laura si aggrava ulteriormente". (Ibidem, p. 81)
Questa forza interiore fu la stessa che le permise di ottenere, a prezzo del suo sacrificio, il cambiamento di vita della madre.

Laura Vicuña rappresenta un esempio di santità consacrata che è oggi più che mai valido, in un contesto in cui i fanciulli sono oggetto delle morbosità degli adulti oppure la cattiva educazione ricevuta in famiglia li espone a pericoli che rischiano di far perdere loro, già fin da giovanissimi, quell'innocenza che tanto stava a cuore a questa giovane beata.
Questa ragazzina diventa un modello in un tempo in cui il senso del peccato non viene a volte inculcato dalle famiglie, che hanno idee religiose "fai da te" o vivono un cristianesimo "all'acqua di rose" (per citare papa Francesco), o che non hanno affatto a cuore il "problema" della fede.
Laura Vicuña testimonia che la santità e la santità consacrata non sono questione di provenienza sociale, di pregressa formazione religiosa e di età, ma che tutto rientra nella logica di una chiamata e di una risposta; di un ascolto e di una parola data; di una "maternità spirituale" che non è legata ad un fattore anagrafico; di una comprensione del mistero che solo Dio, per vie altrettanto misteriose, può rendere come un tesoro in uno scrigno aperto ai "piccoli del Regno".