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sabato 8 aprile 2023

Pensieri per lo spirito

 IL SILENZIO DELLA RISURREZIONE

Riflessioni sul Sabato Santo (anno A)





Gherardo delle Notti, Cristo morto pianto da due angeli (1612-1613)
Palazzo Reale, Genova – Fonte: Palazzo Reale di Genova

 
  «Gli amici veri, pochi, uno? / sanno ascoltare anche il silenzio, /
sanno aspettare, capire. / Chi di parole da me ne ha avute tante /
e non ne vuole più, / ha bisogno, come me, di silenzio». (Alda Merini)




Il sabato santo è giorno di silenzio. Silenzio della morte, silenzio dopo la morte. 
È il giorno di quel torpore innaturale in cui sempre si piomba dopo il grande dolore per la perdita di una persona cara. Un silenzio in cui si fanno spazio il dubbio, l’incomprensione, i quesiti esistenziali o, semplicemente, lo sbigottimento.
Il Sabato Santo non ci chiede, però, di fare domande, di riempire il silenzio delle nostre parole. Ci chiede di sostare in questo silenzio, nell’apparente “riposo” di Dio. Di quel Dio che ha parlato, una volta e per sempre, attraverso il Verbo Incarnato. 
A noi tocca, nella fittizia assenza di suono di questo giorno, aspettare nella speranza, fidandoci di quelle parole che Egli ci ha lasciato, fidandoci cioè dell’unica, vera Parola. Rinunciando a quella nostra forte tentazione di coprire ogni sentimento, ogni situazione, ogni paura e ogni gioia, e finanche l’altro che ci sta davanti, di troppi, e spesso inutili, superflui vocaboli che nulla aggiungono all’esenzionale di ciò che viviamo, di ciò che conta, di ciò che siamo.
D’altronde, sul parlare e sul tacere Gesù è stato chiaro: «Pregando non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole» (Mt 6,7) e «Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno”» (Mt 5,37). Perché, come recita un antico proverbio, «la parola è d’argento, il silenzio è d’oro» ed è vero allora quanto afferma il Quoelet: c’è «un tempo per tacere e un tempo per parlare» (Qo 3,7).
Dio non è per l’eccesso, ma per l’equilibrio: il troppo parlare diventa uno spreco della parola stessa, il depotenziamento della sua puntualità, della sua concisione che sa andare dritta al nocciolo della questione. Se parlare diventa l’atto sublime che mette in comunicazione due creature, e, soprattutto, il Creatore e la sua creatura, il troppo parlare diviene spreco, il mandare in malora (da exprecari) quando non, addirittura il maledire, come raccontano i verbi deprecare e imprecare, contenenti la stessa radice etimologica del pregare.
Gesù ha saputo parlare perché ha saputo anche tacere e ascoltare. Ascoltare non solo le voci del mondo – voci di protesta, di richiesta, di rifiuto – ma addirittura il silenzio del Padre sulla Croce, nel momento dell’estremo bisogno di una parola di salvezza. In quel silenzio Cristo è riuscito a pronunciare il proprio sì, intuendo che se Dio tace non è per negare le sue promesse, ma per insegnarci la fiducia nella Parola verace che non tradisce. E così Gesù ha anche ascoltato il silenzio del mondo, il silenzio di chi si è lavato le mani scappando da sotto la croce, il silenzio di chi ha avuto paura, il silenzio di chi è rimasto nell’indifferenza. Un silenzio al quale Egli dà il beneficio del dubbio nella richiesta di perdono per tutti al Padre, perché «non sanno quelli che fanno» (Lc 23,34). 
E ancora oggi Cristo ascolta il silenzio delle nostre fughe, dopo le nostre troppe parole vane di fedeltà incondizionata. Come un vero amico sa rispettare i nostri silenzi, le nostre “sparizioni” nel buio della notte, attendendo il nostro ritorno.  
Ora chiede a noi di essere suoi veri amici e di ascoltare il suo tacere, di aspettare con fiducia ricordando ogni sua promessa, nell’assenza di altre parole – sue e nostre –, che la Parola si compia, che la vita rinasca.
Nel silenzio della Risurrezione. 

mercoledì 1 marzo 2017

Pensieri per lo spirito


DAL DESERTO ALL'OASI PERMANENTE
Il cammino di quaresima come "umanizzazione"


La Quaresima è tempo di digiuno, preghiera, carità. È tempo di deserto, in cui trovarsi "apparentemente" soli per cercare di ascoltare se stessi, gli altri e Dio. È tempo per mettersi in cammino, seguendo le coordinate che il Vangelo indica al credente, e provare ad attraversare questo deserto, cercando di raggiungere l'oasi "permanente".



«All´inizio di questo tempo di Quaresima la Parola di Dio si rivolge di nuovo a noi, con forza ed insistenza, attraverso l´invito del profeta: 
"Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio, 
perché egli è misericordioso e benigno, 
tardo all´ira e ricco di benevolenza" (Gioele 2,12- 13).
Accogliere questo appello al ritorno - cioè alla conversione - 
comporta mettersi in cammino, consapevoli che per incontrare Dio e il suo amore 
occorre avventurarsi nel "deserto". 
Come vi ha condotto Gesù, all´inizio della sua missione (Luca 4,1), così lo Spirito vuole che ciascuno di noi si inoltri nel deserto, 
per mettersi a confronto con se stesso, con il proprio peccato 
e con la Parola che salva».

(Messaggio della presidenza della CEI,  2 marzo 1992)





Avventurarsi nel deserto significa mettersi in cammino. Un cammino inizialmente silenzioso, in cui principalmente si ritorna ad ascoltare Dio – quel Dio che parla «nel segreto» (Mt 6,6) –, ma anche se stessi; o forse, paradossalmente, è raggiungendo le radici del proprio io che si riesce a raggiungere anche Dio e, meglio ancora, a lasciarsi raggiungere da Lui.
Quello che il cristiano è chiamato ad attraversare è infatti un deserto che palpita di umanità, nell'incontro straordinario – ma che può avvenire nell'ordinarietà della vita – tra l'umano e il divino, tra il materiale e lo spirituale, tra il tempo e l'infinito.

Luogo e spazio di desiderio di vita

Inoltrarsi tra le dune di sabbia significa calarsi in un tempo a-spaziale e in uno spazio a-temporale in cui, nella solitudine, riemerge o si rinforza un'umanità ora dimenticata, ora sopita. 
Il deserto è silenzioso solo all'apparenza, poi si colma di noi stessi, di ciò che si ha dentro, delle domande, dei bisogni e delle risposte umane e non ai desideri del cuore. Questo perché il deserto non consente all'uomo di barare. È la dimensione degli istinti primordiali di ogni creatura vivente: la fame, la sete, il caldo e il freddo (quando di notte le temperature calano in picchiata), segni di un'aspirazione innata e ancestrale: quella alla vita, che innesca un meccanismo strenuo per la sopravvivenza. Il deserto – proprio perché tale, inospitale e sterile – costringe a imparare (o a ricordare) che sebbene essere unico tra tutte le specie viventi, l'uomo non è capace di bastare a sé stesso neppure per sopravvivere su un piano puramente materiale. 
Questa è la prima tappa per passare dalla solitudine all'insieme, perché è già un entrare in empatia con i propri simili, animati dagli stessi istinti, caratterizzati dagli stessi bisogni.
Ma il deserto è anche la dimensione in cui emerge o riemerge qualcosa che connota non tutte le creature, ma solo alcune di esse: l'istinto gregario, il bisogno della comunione con altri simili a se stessi. È nella solitudine del deserto che si comprende l'importanza della relazionalità, della capacità di commisurarsi con altri, di fare comunità e/o comunione. Non più solo l'istinto alla vita nella sua componente esteriore, non solo una solidarietà esteriore, ma in qualcosa che diviene anche interiore, espressione di amicizia, di amore, di fratellanza.
E, infine, il deserto è la realtà in cui si sperimenta il bisogno di porre dinanzi all'io un Tu diverso da ogni altro tu. Una caratteristica propria dell'essere umano, dell'homo (consapevolmente o meno) viator, che non può essere «un'isola»[1] senza ricordare che ognuno «è parte del continente»[2]. 

Immerso tra sabbia e vento, tra cielo e terra rossa, tra sole e stelle, l'uomo non può non interrogarsi sulle cose più intime e profonde che ciascuno in modo diverso, è in grado di ritrovare in se stesso: le domande di senso sull'esistenza, sulla propria origine, sul fine delle cose create, sulla meta dell'uomo. 
Si è dinanzi alla potenziale massima espressione dell'istinto alla vita, a un'esistenza che non si riduca al bisogno di beni da consumare o di relazioni da coltivare, ma che si esprima in una infinitezza reale per quanto ancora invisibile. L'unica capace di appagare realmente l'istinto di conservazione, il desiderio di felicità, la sete di vita vera. L'unica in cui la pienezza e la bellezza dell'essere uomini, del fare comunione, dell'incontrarsi con la magnificenza del creato possano trovare una risposta definitiva. L'unica che possa rappresentare un'oasi permanente per l'uomo in ricerca.

Farsi nomadi 

«Il carnato del cielo / sveglia oasi / al nomade d'amore» [3] scriveva Ungaretti in una sua lirica.
È il mistero che si realizza anche nel deserto: laddove tutto sembra vuoto e taciturno, corroso dal sole e arso dalla siccità; laddove l'uomo è un pulviscolo nella sconfinata distesa di sabbia all'apparenza sempre uguale; laddove il giorno e la notte si manifestano in tutta la loro potenza, lì l'umanità palpita di bisogni e di domande, su ciò che si è, su ciò che si cerca, sul chi si vuole incontrare, sulla necessità di lasciarsi avvicinare dagli altri e dall'Altro. Nel deserto l'uomo torna a farsi interrogare dalla bellezza, anche da quella di un cielo terso e luminoso su un paesaggio fintamente immutabile.
Il cielo, nella sua maestosità, nella sua intensità di colore e di fenomeni atmosferici, può essere metafora, simbolo della bellezza di ri-scoprirsi uomini, unione misteriosa e affascinante di carne e di sangue, di anima e di corpo; segno dello splendore dell'aver bisogno di rapporti con altri essere umani; desiderio di un Altrove che abbia la caratteristica del per sempre. 
Dove c'è un cielo c'è anche altra terra, qualcosa oltre la distesa di sabbia e di niente che circonda il deserto. 
Da questa bellezza può nascere il desiderio di confrontarsi con il deserto, accogliendo la sfida del sentirsi e farsi nomade: il deserto non è infinito, ma occorre attraversarlo per trovare il non-deserto, la «terra dove scorrono latte e miele» (Es 3.8). La terra su cui si riflette sempre il cielo, ma un cielo che, pur uguale, è già diverso.

Attraversare il deserto

La Quaresima viene dunque ogni anno a ricordarci che abbiamo bisogno di un deserto, per ritrovare il cielo e la terra nuova (cfr. Ap 21,1), già in questa nostra esistenza storica.
Senza deserto si rischia di dare per scontate troppe cose, dal cibo al vestito, dai rapporti umani a quelli con Dio.
Solo facendo un po' di sano vuoto dentro e fuori di noi, spegnendo le tempeste di suoni, parole, frivolezze, preoccupazioni e impegni che ci attanagliano, è possibile recuperare qualcosa della dimensione umana e spirituale che, inevitabilmente, passo dopo passo si tende a perdere nell'ordinarietà della vita.
Per entrare in questo deserto, così necessario all'uomo che vuole rinnovarsi e ricaricarsi, la Chiesa offre le coordinate del digiuno, dell'elemosina e della preghiera. Sono in realtà le coordinate che Gesù stesso indica nel Vangelo proclamato il Mercoledì delle Ceneri (Mt 6,1-6;16,18), ma sono anche quelle coordinate che lo hanno orientato nella sua vita, e particolarmente nel corso delle tentazioni da lui vissute nei quaranta giorni trascorsi nel deserto (Mc 1, 12-13).
Il digiuno costringe ad ascoltare il proprio corpo, che a volte ha desideri diversi dalla buona volontà spirituale di privarsi del cibo, e conduce a farsi solidali con chi è meno fortunato di noi, in un certo senso favorendo il passaggio alla seconda coordinata, quella dell'elemosina; la preghiera consente di ravvivare la dimensione interiore e spirituale dell'uomo, e nel rivolgerci al Padre «nostro» che è nei Cieli, ci fa recuperare anche il senso comunitario della nostra fede, cosa che conduce ad ampliare il raggio dell'elemosina, estendendola alle tante forme di carità (materiale e non) attraverso cui è possibile raggiungere il proprio prossimo. Così fare il deserto rende l'uomo più uomo, e meno superuomo. Simile ai suoi simile, capace di compatire nel sentimento e nell'azione chi manca del cibo, del vestito, dell'amore. 
Fare il deserto rende l'uomo più capace di tendere la mano per accettare la misericordia del fratello, ma anche – e soprattutto – quella infinita di Dio.
Il deserto, mettendo l'essere umano dinanzi ai suoi limiti, ma anche dinanzi al suo potenziale, dovrebbe condurre all'umiltà e al coraggio di mettersi in viaggio per tutta la vita, anno dopo anno, non da soli, ma in compagnia: di se stesso, dei fratelli, di Dio.


NOTE

[1] John Donne, Nessun uomo è un isola.
[2] Ibidem.
[3] Giuseppe Ungaretti, Tramonto.

mercoledì 22 ottobre 2014

MEMORIA LITURGICA DI SAN GIOVANNI PAOLO II - Costruire sulla Verità -


O Dio, ricco di misericordia, che hai chiamato san Giovanni Paolo II, papa, a guidare l'intera tua Chiesa, concedi a noi, forti del suo insegnamento, 
di aprire con fiducia i nostri
cuori alla grzia salvifica di Cristo, unico Redentore dell’uomo.

AMEN












Nell'opera poetica di Karol Wojtyla c'è una poesia dal titolo "Vangelo". 
Parla di verità, di quella Verità che non vuole infiammare di più le ferite dell'uomo, ma sanarle.
E lo fa producendo "dolore" quando l'uomo percepisce la discrasia tra il suo errore e la luce del Vero. 
La Verità, che lo si voglia o no...alberga sempre in qualche punto recondito dell'essere umano. In questo è come "nascosta" finché non si riesce a guardarla in faccia, anzia, faccia a Faccia, fissando gli occhi interiori sul Cuore di Dio.
La Verità deve anche "nascondersi" non in senso negativo, come se si avesse paura di condividerla con il mondo. 
Giovanni Paolo II vuole dire che Essa deve rimanere solidamente nel "fondo" dell'essenza umana, dell'esistenza. 
La Verità è il piano d'appoggio d'umano. L'uomo costruisce su di Essa un edificio...la cui facciata si riempie di molte cose: intonaco, colore, ma anche macchie, muffa, ruggine. 
Finestre dai vetri rotti, porte dalle ante spezzate, cigolanti, che lasciano passare gli spifferi dell'egoismo, della distorsione morale, etica, religiosa.
Solo se quel terreno è solido, perpendicolare alla facciata, sarà capace di reggerne il peso.
Solo se quel terreno è VERO, sarà capace di rendere bella e solida, dritta e sicura anche la facciata. Di rimuoverne le macchie, di asciugarne l'umidità, di raddrizzare le porte, di sigillare i vetri rotti.
"La Verità regge l'uomo": lo regge "portandolo in alto", sostenendone l'edificio...lo regge "spingendolo in avanti", laddove la Verità s'approfondisce, in un continuo cammino.
Solo fidandoci della Verità è possibile guardare avanti con fiducia! Perché la Verità è una Parola Vivente, il Verbo di Dio fatto Uomo!



VANGELO 
(da l'Opera poetica completa di Karol Wojtyla © Ed. Lev)

La verità non versa olio sulle piaghe per attenuarne il bruciore,
non mette sull'asino che poi venga spinto per via -
la verità deve dolere e nascondersi.
V'è una tensione nella mente, quando qualcosa s'inclina
come edificio costruito dentro l'uomo - tutti pensano come
raddrizzare
non la facciata ma in basso la terra, perché proprio questa
contrasta, come onda davanti alla barca.

La verità regge l'uomo. Quando l'uomo non si sostiene da solo,
l'edificio innalzato preme in verità con un duplice peso
che tutti in noi ritroviamo, essenza misteriosa-
percorrendo le attonite vie su cui l'asino viene spinto
(su queste vie c'è sempre meno verità? o ce n'è forse di più?)
serenamente guardiamo avanti e non ci coglie spavento.

lunedì 5 settembre 2011

IL SILENZIO DELLE PAROLE o LE PAROLE DEL SILENZIO?


"Silenzio e parola sono insieme congiunti: 
si può vivere il nostro parlare solo se si vive il nostro silenzio;
non si può vivere il nostro silenzio che in ordne alla nostra parola, 
perché il silenzio da solo sarebbe puro egoismo, la morte, il chiudersi in sé.

Ma è morire il parlare senza fare silenzio, 
perché allora non doni più nulla 
e non vivi nemmeno più: 
ti disperdi, ti svuoti". 

(Don Divo Barsotti, La mia giornata con Cristo)




L'importanza della parola la troviamo espressa nell'apertura del Vangelo di Giovanni: è il prologo stesso che esalta il LOGOS:
"In principio era il Verbo, 
tutto è stato fatto per me mezzo di lui
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste".
(Gv, 1-3)

Queste parole del Santo Vangelo sottolineano dunque l'importanza della parola, ma non di una parola qualunque, bensì di quel Dio vivente che è Parola che agisce, opera, ama.
Una Parola che racchiude in sè la donazione perfetta e completa, la capacità creativa, una sintesi -potremmo dire- di pensiero di azione contemporaneamente amorevoli e ragionate.
Una Parola che si mantiene "viva ed efficace", poiché, come ci dice anche il profeta Isaia,

 "la parola uscita dalla mia bocca: 
non ritornerà a me senza effetto,
senza aver operato ciò che desidero 
e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata".
(Is 55, 11).

Quale importanza ha dunque la parola, ma la Parola di Dio è tanto diversa dalla nostra!
Dobbiamo dunque "lavorare" sul nostro parlare, per evitare che esso sia dispersivo, e renderlo invece essenziale, sull'esempio di quello di Nostro Signore.

Suor Maria Amata di Gesù, una carmelitana scalza vissuta nel 1800, scrisse un breve testo, intitolato "I dodici gradi del silenzio", che in prima battuta ci dice:

"La vita interiore potrebbe consistere in una sola parola: silenzio!
Il silenzio prepara i santi, li comincia, li continua, li perfeziona.
Dio, che è eterno, non dice che una sola parola: il Verbo.
Ugualmente sarebbe da desiderare 
che tutte le nostre parole 
esprimessero Gesù direttamente o indirettamente".

La monaca carmelitana ci dà un primo aiuto per capire come rendere essenziali le nostre parole: coltivare la vita interiore, il silenzio, per renderci capaci di esprimere poi, con le nostre parole, Gesù, il Verbo Incarnato!
D'altronde, se vogliamo essere "luce del mondo e sale della terra"  è proprio Gesù che dobbiamo trasmettere e vivere in ogni nostro atto, pensiero, parola.

Perché il silenzio è tanto importante?
Principalmente perché ci aiuta a guardarci dentro....e guardandoci dentro, eliminati tutti i frastuoni delle preoccupazioni, del superfluo materiale, del pettegolezzo, delle sfaccettature rumorose del nostro carattere, ci spinge ad incontrare Dio nella preghiera.
Diceva Papa Benedetto XVI nella sua catechesi del 10 agosto:  
"Il silenzio è la condizione ambientale che meglio favorisce il raccoglimento, l'ascolto di Dio, la meditazione.
Già il fatto stesso di gustare il silenzio, di lasciarsi riempire dal silenzio, ci predispone alla preghiera".

L'esperienza del silenzio è l'unica che spinge all'apertura totale dell'amante con l'Amato, similmente a quanto accade ad una coppia di innamorati, che per comunicarsi il proprio amore non sceglie luoghi affollati, ma un luogo silenzioso, al riparo dalla folla e dal trambusto.
Il silenzio ci spinge ad aprirci totalmente, lontano dall'indiscrezione degli altri, lontano dai "disturbi" che il resto ci provoca.
La stessa cosa accade con Dio: il silenzio genera la nostra vicinanza a Lui, e dalla vicinanza nasce la comunicazione del nostro io più profondo. 
Ci apriamo a Lui e Lui si fa ascoltare.
Cominciamo a dialogare veramente con il Signore.
Solo nel silenzio possiamo cogliere i segnali, a volte apparentemente deboli, della voce di Dio.
Scrive sempre il Papa: "Il grande profeta Elia, sul monte Ober, assistette a un turbine di vento, poi a un terremoto, e infine a lampi di fuoco, ma non riconobbe in essi la voce di DIo; la riconobbe invece in una brezza leggera."

Sono tanti gli esempi del "silenzio" in cui Dio parla, sempre nell'Antico Testamento.
Bello e significativo è quello di Samuele, che viene chiamato da Dio nottetempo, quanto tutto intorno c'è silenzio e si può imparare ad asscoltare la voce divina, poiché solo nel silenzio non viene "coperta" da altro.
Eppure, inizialmente Samuele non riesce ad identificare la voce di Dio, e pensa che a chiamarlo sia una voce umana, quella del sacerdote Eli, che stava riposando nel Tempio.
Solo alla terza chiamata il giovane percepisce nettamente la provenienza della "voce" ed interiorizza che a chiamarlo non è uno qualsiasi, ma l'Onnipotente.
Questo insegna qualcosa anche a noi: quando cominciamo a servire il Signore dobbiamo imparare e continuare sempre a fare silenzio intorno a noi, per renderci progressivamente più capaci di percepirne i segnali.
Segnali che spesso, mano mano che progrediamo nella vita spirituale, si fanno sempre più impercettibili, proprio come la brezza di venta dell'episodio di Elia di cui ha parlato il Papa.
Nostro compito è custodire il silenzio, per rendere il nostro orecchio spirituale sempre più fine, maggiormente capace di acoltare e riconoscere i segnali "sonori" di Dio.
Torniamo all'esempio degli innamorati: una coppia non passerà tutto il tempo vissuto insieme dicendosi "ti amo" o facendosi dichiarazione in grande stile.
Ma saprà dimostrare l'affetto vicendevole attraverso tante piccole attenzioni, che l'altro saprà legere se avrà imparato a fare silenzio, ad eliminare il superfluo, ad ascoltare i segnali (anche non verbali) con cui una persona può dimostrare il proprio amore.
Guai a quelle coppie, a quegli amici, a quei genitori-figli, che non riescono più af aarlo!
Diventano, come ci diveva don Divo all'inizio di queste riflessioni, come morti! 
Non sanno donarsi più, perché non sanno ascoltare, non sanno fare silenzio.
Perdono la capacità delle piccole attenzioni, dei piccoli segni che esprimono l'amore.
E allora se si è incapaci di dire l'essenziale nel poco, si diventa incapaci di dirlo anche con enfasi....e l'amore non viene alimentato.
I rapporti si consumano perché gli affetti, non alimentati, si estinguono.

Come possiamo allora fare silenzio per ascoltare Dio?
Suor Amata di Gesù ci invita a "coltivare a vita interiore": dunque, lettura e meditazione del Santo Vangelo, partecipazione ai Sacramenti, preghiera anche come orazione, come colloquio spontaneo col Signore, fedeltà alla Chiesa.
Tutte queste possono aiutarci ad alimentare il rapporto intimo, personale con Dio, e ci avviano ad un progressivo mettere a tacere le nostre passioni, i nostri impeti di carattere, la nostra stessa volontà.
In tal modo possiamo mettere in pratica quello che Gesù ci dice nel Padre Nostro: "Sia fatta la tua volontà".
Dobbiamo renderci come bimbi che, per imparare ad essere bene educati, devono fidarsi dei propri genitori, e mettere da parte le proprie inclinazioni, le proprie "monellerie", perché "le mie vie non sono le vostre vie" ci dice il Signore e noi troveremo la felicità solo seguendo la strada che Dio traccia per ciascuno di noi.

Arrivati a questo punto, si potrebbe dire: c'è un' apparente contraddizione, Dio ci parla, ma noi dobbiamo ascoltarlo nel silenzio.
Perché?
Perché, come Suor Amata di Gesù ci ha in parte accenato, DIO SA parlare, noi invece dobbiamo imparare a farlo.
Noi moltiplichiamo le parole mentre Gesù ci dice di pregare usandone poche, quelle essenziali.
Amare non vuol dire parlare molto, vuol dire esprimere l'essenziale, donarsi, esserci, dove l'esserci indica la totalità, appunto, del dono.

Scrive Don Divo: "Che fatica parlare, se veramente parliamo! Noi generalmente non parliamo: chiaccheriamo.
Parliamo per non impegnarci, viviamo in superficie".
Analizziamo le nostre parole: tante volte sono un misto di pettegolezzo, curiosità, cose mondane che lasciano il tempo che trovano.
Parliamo di Dio? Parliamo dei nostri veri sentimenti, dei problemi reali della vita?
Quante parole risparmieremmo, se facessimo quest'analisi!
Quanto tempo potremmo realmente dedicare all'amore, se diminuissimo il numero delle nostre parole!

Per ridare contenuto alle nostre parole, senza bisogno di moltiplicarle all'infinito, dobbiamo prima fare silenzio e dare un contenuto a questo nostro silenzio, attraverso, appunto, la vita interiore, che ci riempie di Dio!
Il silenzio poi, ci lavora anche esternamente: ci rende maggiormente capaci di ascoltare quello che Dio ci chiede attraverso la Parola, la partecipazione ai Sacramenti, la preghiera.
Ci aiuta scoprire ciò che in noi non corrisponde al nostro professarci cristiani cattolici, ci aiuta a limare gli spigoli del carattere, a controllare gli impulsi della natura.
Infine, ci conduce all'ascolto di quello che Dio ci chiede tramite il fratello, la sorella che mi sono accanto, che nei loro bisogni richiedono la mia CARITA', il dono di me stesso!
Allora, nello spendermi per l'Altro comincio a spendermi anche per gli altri, e lavorando su me stesso potrò usare meno parole e più Parola....la Parola vivente!
Papa Luciani diceva: "la predica è la vita".
Che anche la nostra vita, con meno parole e più silenzio, si faccia veramente "specchio" dell'unica Parola realmente necessaria!

 "La parola vive nella storia dell'uomo
 come dimensione fondamentale
 della sua esperienza spirituale". 

(Giovanni Paolo II, Dono e mistero)



Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso

(Giuseppe Ungaretti)