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lunedì 26 settembre 2016

Spiritualità per il Giubileo


 IL SACRIFICIO PIÙ GRANDE
La misericordia nell'ottica "sacrificale"

Tintoretto, Crocifissione (1565)
Scuola Grande di San Rocco, Venezia
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Le parole misericordia e sacrificio sembrano essere poste in antitesi da Gesù, quando nel Vangelo di Matteo sentenzia: «Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13). L'espressione, in realtà, ritorna, con qualche variante, anche nel capitolo 12: «Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell'uomo è signore del sabato» (Mt 12,7-8). In tutti e due i casi, Gesù si rivolge ai farisei, rispondendo alle loro accuse. Nel capitolo 9, infatti, Cristo viene messo in discussione per aver condiviso la mensa con i peccatori (si trova  a casa di Matteo, che offre un banchetto dopo aver accolto la chiamata di Gesù); tre capitoli dopo, invece, l'accusa riguarda l'atto del nutrirsi di spighe, in giorno di sabato (Gesù era con i discepoli in un campo di grano). Inquadrare entrambe le scene e individuarne "gli attori" e i contesti permette di comprendere meglio il messaggio sotteso al modo di esprimersi di Gesù, e all'apparente antitesi tra misericordia e sacrificio.

Dio e la persona al centro

Con il proprio atteggiamento, Gesù sta ribaltando la visione "umana" dell'Antica Legge, la comprensione che i farisei stessi ne avevano. L'agire di Cristo diventa il meccanismo che innesca la miccia del "perbenismo" farisaico, il pretesto per accusare il Maestro. E il Maestro fa dell'accusa il pretesto per passare all'insegnamento. Invita infatti i suoi detrattori a rimanere sulla Scrittura, ma rileggendola attentamente («Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame?» dirà in Mt 12,3), mettendo al centro del problema non il formalismo, ma la persona. Il problema non sta - ovviamente - nella Scrittura, ma nel modo in cui essa è stata interpretata (e di conseguenza applicata).
Naturalmente, in questo modo di ragionare Gesù pone anche e principalmente Dio al centro, e per essere ancora più pregnante, più eloquente, lo fa nella persona del Figlio - cioè di se stesso, Verbo Incarnato - : «qui vi è uno più grande del tempio» (Mt 12,6) e «Perché il Figlio dell'uomo è signore del sabato» (Mt 12,8). In tal modo non c'è più dicotomia tra l'agire verso Dio e l'agire verso l'uomo, ma pieno rispetto della volontà divina, del disegno originario di Dio, presente nelle pagine della Scrittura.

I peccatori e la colpa

Nei due passi citati Gesù muove, sostanzialmente, una controaccusa verso i farisei: sono essi che si macchiano della responsabilità di condannare persone innocenti; sono essi che non hanno veramente a cuore i peccatori. Gesù dimostrerà con la sua stessa vita di pagare il prezzo dell'ipocrisia dei farisei e di quelli come loro, e dimostrerà anche di essere il modello dell'anti-fariseo: fattosi peccato in favore dell'uomo, Egli diventerà il "peccatore" condannato in vece di tutti i peccatori, e pagando il prezzo della propria vita, riuscirà a riscattare l'umanità. Ma la donazione di Gesù sulla Croce, allora, è un atto di misericordia o di sacrificio?

Ci fa santi la misericordia o il sacrificio?

Don Divo Barsotti scriveva - nel suo libro La mia giornata con Cristo -: «Essere santi non vuol dire moltiplicare le preghiere, fare tanti atti di mortificazione: vuol dire compiere il nostro dovere fino in fondo, per rispondere alla divina volontà con tutto l'essere nostro, nella dedizione totale di tutta la vita» [1]. È quello che ha fatto Gesù, che nella teologia paolina viene definito quale Figlio obbediente, che imparò l'obbedienza dalle cose che patì, e che nella perfezione di risorto (uomo glorificato, Santo dei Santi risorto dai morti), è divenuto «causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5, 8). Anche qui, allora, il problema di fondo, oggi come ieri, non sta tanto nelle parole, ma nel modo in cui le si interpreta: Gesù invita i suoi a essere attenti e fedeli alla volontà di Dio, alla Parola che è Cristo stesso. E questa parola è un monito a essere persone misericordiose, in una nuova concezione del sacrificio. 

Sacrificati, sacrificanti o misericordiosi?

C'è differenza tra il fare un sacrificio e l'essere persone "sacrificate", o, peggio ancora, tra il fare  un sacrificio e l'essere gente "sacrificante".
Il sacrificante può essere colui che sacrifica un altro, ma non se stesso. È proprio questa la mentalità (e l'atteggiamento) che Gesù denuncia nei confronti di scribi e farisei, i quali «legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23,4).
Il "sacrificato", al contrario, è colui che a furia di privazioni e sacrifici ha perso la capacità di testimoniare con spirito di letizia ciò in cui dice di credere; oppure è chi fa sacrifici solo in termini di "dovere" (ma senza vera motivazione, senza amore) o, ancora, quella persona che non riesce ad accogliere l'annuncio del Vangelo come fonte di gioia. Pensiamo alla figura di Giona, il profeta chiamato a proclamare agli abitanti di Ninive un tempo accordato da Dio per convertirsi, ed evitare la distruzione della loro città. Giona vive la sua missione di evangelizzatore come un "sacrificato", indispettito verso Dio perché "non è giusto" quel che Egli vuole fare, triste fino all'indignazione perché la salvezza dovrebbe spettare solo ai giusti (inclusa la sua pianta di ricino!). Ma Gesù afferma di essere venuto «per i peccatori» e non per i giusti che sono già sulla buona strada. I giusti lo seguiranno, perché lo riconosceranno. Ai peccatori Egli deve presentarsi, farsi conoscere, farsi amare amando, per farsi seguire. 
Ecco il capovolgimento: Gesù non è un sacerdote dell'Antica Alleanza che sacrifica animali per riconciliarsi con Dio; Gesù non è un sacerdote che impone agli altri fardelli pesanti senza averli portati anche lui; Gesù non è un sacerdote triste, un musone, nonostante nasca come uomo per andare incontro alla morte e - per di più - affronti in piena consapevolezza questa grande "prova".

La misericordia è gioia!

Gesù vive il "sacrificio" della propria vita - cioè il sacrificare = fare sacra la propria esistenza - come un atto di amore, di misericordia e quindi di gioia: la misericordia che culmina tangibilmente nel suo atto redentivo sulla Croce è qualcosa che inizia già con la sua venuta al mondo come creatura umana. Gesù accetta l'Incarnazione per amore, un amore che viene dal cuore di un Dio che si china sulla miseria umana (misericordia: - misereor - cor, cordis) per dare sollievo, "soluzione" a questa povertà, a questa debolezza, a questa indigenza.
Il movente - l'amore - permette a Gesù di essere gioioso (e di affidarsi al volere di Dio anche nel momento in cui la sofferenza gli si prospetta in tutta la sua crudezza), perché Egli non sta facendo qualcosa per "dovere", ma nella logica della gratuità, della generosità, della solidarietà con gli uomini. Il tema del banchetto, che tante volte ritorna nelle sue parabole, è un tema "vissuto" nella convivialità con amici, parenti, ma anche con i peccatori convertiti. Gesù non disdegna le gioie della vita, perché l'amore è gioia.
Vissuta nella stessa ottica, anche per il discepolo di Cristo la misericordia diventa ben più di un "sacrificio", ma anzi, acquista un vero valore sacrificale. Una misericordia secondo il disegno di Dio è qualcosa di più un semplice "sacrificio materiale" (privarsi di beni, mettere a tacere una brutta parola e via dicendo...). Comprende anche questo aspetto di sofferenza, di strappo, di trascendenza verso l'altro che esso richiede, ma è un'azione gradita a Dio, è un'azione che viene resa sacra, "consacrata" a Dio soltanto dall'amore consapevole e libero con cui la si attua. L'uomo consegna il proprio agire misericordioso al Signore, lo unisce al sacrificio di Cristo, per collaborare - oggi - al suo disegno di redenzione.  
Riconoscendo di essere stato amato per primo da Dio (cfr. 1 Gv 4,19), l'uomo non vive più la misericordia come un peso, ma come il giogo di Cristo: un giogo dolce, perché fatto essenzialmente d'amore (cfr. Mt 11,30), attraverso cui manifestare anche agli altri il Volto misericordioso di Cristo.


NOTE

[1] Divo Barsotti, La mia giornata con Cristo, San Paolo, 2007, p. 44.

giovedì 31 marzo 2016

Pensieri per lo spirito


«PACE A VOI» (Lc 24,36)
Riposare in Dio




L'apparizione di Gesù nel Cenacolo, James Tissot


«Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!"».
(Lc 24,36)


DALLA PAURA ALLA PACE

Dopo la morte di Gesù i discepoli vivono "ancora" in un clima di paura. Per paura erano scappati quando il Maestro era stato catturato e poi crocifisso, e sempre per paura, dopo la sua morte, erano rimasti a porte chiuse nel Cenacolo, «per timore dei Giudei», come rendiconta Gv 20,19.
Eppure Cristo, già nel nel suo discorso di commiato, aveva detto: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Gli apostoli non avevano ancora compreso cosa fosse la "pace" secondo Gesù. Ancorati a un'idea umana, "troppo" umana di essa, non erano riusciti a rimanere accanto a Cristo nelle ore della sua Passione e poi, sconvolti dalla sua morte e impauriti dalle possibili reazioni della gente, si erano chiusi nel Cenacolo.
Con le sue apparizioni, Gesù viene a confermare il dono della pace che aveva già promesso durante la sua Ultima Cena: si presenta ai suoi nel segno della verità e della "presenza" che scioglie le catene di terrore, angoscia e panico che  imprigionano le creature.
Così, quasi come un ritornello che infonde tranquillità, Egli - il Risorto, il Vivente - ripete spesso ai suoi «Pace a voi».  

venerdì 17 luglio 2015

BUONO COME IL PANE


Un viaggio attraverso l'etimologia del "pane"
- Riflessioni sulla Parola -




"In quel tempo, Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle. Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato». Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma ai soli sacerdoti. O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrifici”, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato»".



(Mt 12,1-8)

Il tema del Pane ci catapulta in un mistero, quello del Cuore di Carne di Gesù, che si è dato a noi come alimento di vita.
Il mistero del Cuore ci spinge poi al tema - altrettanto misterioso - della Misericordia di Dio, quella Misericordia che alberga nel Cuore di Dio, un Cuore vivo, palpitante, animato dal fuoco dello Spirito Santo.

IL PANE
Il pane viene richiamato espressamente - e meno espressamente - dal Vangelo di Matteo, quest'oggi propostoci dalla Liturgia della Parola.
Etimologicamente, il termine "pane" deriva dal latino "panem", affine al messapico "panos", che vuol dire "pane", ma anche "grano".
Come non pensare alla prima scena che l'Evangelista ci presenta, ossia quella dei discepoli che, passando tra le spighe e avendo fame, ne colgono e se ne nutrono?
Non a caso, la radice "pa" rimanda, per molti etimologisti, al sanscrito "nutrire".
Troviamo la completezza del significato in una parola sola: il grano che è il prodotto della terra da cui si produce il pane, quel pane che, sulla Mensa Eucaristica, si trasformerà in Pane di Vita.
Possiamo identificarci nei discepoli: anche noi, passando tra le spighe di grano, ovvero tra i frutti della terra e del nostro lavoro (come dice un noto canto d'offertorio), siamo chiamati a renderci conto di avere fame non di cose materiali, ma di Dio.

IL VINO
La radice "pa", cui siamo risaliti dalla parola "pane", rimanda anche al sanscrito "bere", dunque "bevanda".
Possiamo riagganciarci al mistero del Cuore, quel Cuore da cui sulla Croce fu versato per noi tutto il sangue salvifico, sparso per la remissione dei nostri peccati.
La Prima Lettura di oggi (Es 11, 10-12; 14) parla infatti dell'agnello con il cui sangue sarebbero state segnate le case del popolo ebreo, per preservarlo dal flagello che avrebbe colpito gli egiziani. Anche noi siamo stati "segnati" con il Sangue dell'Agnello Immolato, quello di Cristo Signore, prezzo del nostro riscatto, della nostra salvezza.




IL BUON PASTORE DAL CUORE BUONO
"Pa" è anche la radice di "pascere". E' il tema che sta ricorrendo spesso nella Parola di questi giorni: quello del Buon Pastore. Il Buon Pastore che dà la vita per le pecore, il Buon Pastore dal cuore umile, mite, misericordioso. Il Buon Pastore che "pasce" le sue pecorelle donando Sè Stesso: donandosi come Pane e come Vino.

BUONO COME IL PANE
E' l'espressione un po' "popolare" con cui definiamo qualcuno particolarmente "tenero" di cuore, buono di sentimenti, delicato nel dire e nel fare. Uno al quale possiamo dire di tutto, perché tanto buono è e buono rimane; quasi uno al quale possiamo "fare" di tutto, perché la bontà del suo cuore non viene intaccata. 
"Inconsapevolmente" (e forse neanche troppo...) l'uomo ha coniato un'espressione di grande valore, anzi, un'espressione che "valorizza il valore" del pane, lo eleva alla dignità di alimento buono per antonomasia, per eccellenza. L'espressione non dice semplicemente "tenero" o "sfamante", ma "buono" come il pane. Se ne viene sottolineata la bontà, a discapito di altre qualità, ci sarà pur un motivo... 

SOLO DIO E' BUONO
Non sono parole umane. Sono parole della Parola. Parole del Figlio di Dio, di Colui che è
una cosa sola col Padre, che lo conosce prima e meglio di chiunque altro al quale Egli lo voglia rivelare. Al notabile che lo interroga per sapere come ottenere la vita eterna, Gesù risponde: "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo" (Lc 18,19).
L'etimologia della parola "buono" è interessantissima; ci rimanda a "beo": rendo felice; per altri studiosi si ricollega a "ricco" e "splendore"; per altri ancora a "virtuoso" e "purificare".
Fermiamoci a pensare: Dio è... buono come il pane. Dio è il solo che ci rende felici, è l'unico "ricco di misericordia" (Ef 2,4), è il Puro che ci purifica.
Dio ha un cuore così tenero, così fremente di compassione (cfr. Benedetto XVI, Primi Vespri nella Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, 19 giugno 2009), da essersi fatto "Cuore eucaristico di pane" perché chiunque si nutra di Lui, abbia la vita eterna (cfr. Gv 6,54). Dio è veramente "un pezzo di Pane", come usiamo dire delle persone mansuete e indulgenti. Non a caso Gesù si è definito "mite e umile di cuore" (Mt 11,29).


LA MISERICORDIA DI DIO
"Misereo" e "cordis": "miseria" e "cuore". Sono le due parole che formano il vocabolo "misericordia". La miseria dell'uomo tocca il cuore di Dio.
C'è miseria maggiore di quella di un essere umano affamato e assetato, che cerca di soddisfare il proprio bisogno in alimenti effimeri, che periscono? 

E' allora dalla "misericordia" divina, da quel "Cuore di Dio che vede" le nostre miserie, che scaturisce il progetto della salvezza: il Pane ed il Sangue di vita sono la risposta misericordiosa di Dio alla miseria dell'essere umano.
Con le parole di Benedetto XVI possiamo affermare che "il programma del buon Samaritano, il programma di Gesù — è « un cuore che vede ». Questo cuore vede dove c'è bisogno di amore e agisce in modo conseguente" (Deus Caritas est, n.31).



IL NOSTRO AIUTO E' NEL NOME DEL SIGNORE
E' l'antifona del Salmo Responsoriale di martedì scorso.
Solo nel nome di Dio vi è salvezza, e il nome del Signore è "Gesù": "Dio salva".
Chiudiamo così il cerchio, quel cerchio iniziato con la fame dell'uomo, con la risposta "preventiva" di Dio che è venuto in suo soccorso, inviando il Figlio Unigenito che ci ha sfamati e dissetati... che ci sfama e ci disseta ancora.
Con le parole di un inno che la Liturgia delle Ore ci propone, possiamo allora prorompere in questa preghiera:
"Creati per la gloria del tuo nome, redenti dal tuo sangue sulla croce, segnati dal sigillo del tuo Spirito, noi t'invochiamo: salvaci, o Signore"!


IL NOME DI DIO
- testi di J. Ratzinger-Benedetto XVI e don Divo Barsotti -



«Dio ha un nome e chiama per nome. Egli è persona e cerca la persona. 
Ha un volto e cerca il nostro volto. Ha un cuore e cerca il nostro cuore. Nome significa possibilità di essere interpellati, significa comunione. Per questo motivo Cristo è il vero Mosè, il compimento ultimo della rivelazione del nome. Egli non porta un nome nuovo, ma fa di più: lui stesso è il volto di Dio, è il nome di Dio, la possibilità di invocare Dio come un Tu, come persona, come cuore. L’uomo che si apre all’amore, in questa presenza che continuamente lo circonda può scorgere il mistero cui aspira tutto il suo essere. Qui egli potrà cogliere il superamento della propria solitudine, che nessuna creatura umana riuscirà mai a eliminare e che costituisce comunque una vera e propria contraddizione per l’essere che tende al Tu, a essere con l’altro. In questa presenza misteriosa egli può trovare il fondamento di quella fiducia che gli consente di vivere. E’ questo il luogo in cui trovare risposta al problema di Dio. Essa dipende dal modo in cui l’uomo considera originariamente la propria vita: se vuole rimanere non-visto, se preferisce restare da solo – “Sarete come Dio!” – oppure se egli, nonostante le sue inadeguatezza, anzi proprio perché essere inadeguato, è invece riconoscente a Colui che riempie e sostiene tutte le sue solitudini. Le ragioni che sostengono l’una o l’altra scelta sono le peiù diverse. Dipende dalle esperienze di fondo che si fanno con il Tu: se in esso si scorge l’amore o, invece, una minaccia. E dipende anche dalla figura in cui Dio incontra l’uomo: se nelle vesti di un terribile sorvegliante che medita il momento della condanna, o come l’amore creatore che ci aspetta. Il Nome di Gesù, infatti, contiene la voce “YHWE” nella sua forma ebraica e vi aggiunge dell’altro: “Dio salva”. Io sono colui che sono, ora, a partire da Gesù, significa: Io sono colui che vi salva. Il suo essere è redenzione».
(J. Ratzinger – Benedetto XVI, 
Il Dio di Gesù Cristo, ed. Queriniana, 2011, pp.12-13; 19-20)

 «Le parole “Io sono” sono la definizione di Dio. E’ Dio davvero che si rivela e si comunica tutto alla povertà di una anima peccatrice che si è aperta ad accoglierlo. Che bellezza! Pensate un poco: per possedere Dio basta conoscersi peccatori! E’ una cosa semplice, no? Non cerchiamo di mascherare le nostre imperfezioni davanti al Signore. E’ proprio nell’essere quello che siamo, se ci conosciamo veramente nella sua luce, che anche conosceremo Lui come l’amore che pienamente si dà» .       
(Divo Barsotti, Gesù e la Samaritana, Esegesi spirituale sul capitolo IV del Vangelo di Giovanni, Società Editrice Fiorentina, 2006, p. 41)

sabato 7 febbraio 2015

ANNO DELLA VITA CONSACRATA: La necessità di fare spazio all'amore - un testo di don Divo Barsotti -


Siamo nel mese di febbraio che ci ha visto fare in modo particolare memoria dei consacrati lunedì scorso, festa della Presentazione al Tempio del Signore.
Rispondendo all'appello di Papa Francesco a "valorizzare" la vita consacrata in questo anno giubilare, proporrò dei post specifici su questo tema, seguendo la linea già adottata per altri anni speciali, come quello della Fede.
Quest'oggi condivido con voi un testo estrapolato da un libro di don Divo Barsotti (1914-2006), mistico, sacerdote, fondatore di una comunità monastica e di cui è in corso la causa di beatificazione.
E' uno scritto che parla dei claustrali, dunque di chi vive la consacrazione nella vita contemplativa.
Il Signore ci aiuti a ringraziare per il dono dei fratelli e delle sorelle che, immersi nel silenzio e nella meditazione, vivono la loro vocazione non come isolamento dal mondo, ma come donazione al mondo, nell'apparente paradosso del distacco totale da tutto e tutti.
E' il concetto che santa Teresa di Lisieux espresse nei suoi scritti autobiografici, affermando: "Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l'amore"!

 


LA NECESSITA' DI FARE SPAZIO ALL'AMORE

(don Divo Barsotti, "Il mio cammino con santa Maria Maddalena de' Pazzi",
pp.58-61 , 2008, Nerbini)



"Noi dobbiamo capire che siamo stati chiamati da Dio, prima ancora che per un esercizio pastorale, per vivere la nostra unione con Dio.
La nostra vocazione monastica implica che noi vogliamo soprattutto e principalmente vivere per il Signore, scartando ogni ministero a meno che non sia del tutto necessario.
Ma la nostra è essenzialmente una vita contemplativa, una vita di preghia, una vita di unione con Dio.
La verginità alla quale ci siamo consacrati non ci ha reso sterili, non ci ha allontanato dalla vita, ma ha dato a noi un dono grande, differente da coloro che vivono un impegno nelle opere.
Infatti, essi hanno bisogno dell'azione della grazia che fecondi il loro lavoro.
E l'azione della grazia è meritata ed è ottenuta dalla Vergine Maria per quanto riguarda tutta la Chiesa e anche da ogni santo e santa che viva nella sua verginità la sua consacrazione al Signore.
Non è vero che noi viviamo ai margini della Chiesa.
Noi ne siamo il cuore.
Non è facile per noi vedere il cuore perché rimane nascosto nel petto, non lo si vede, ma è per il cuore che il corpo vive.
Così è per la Chiesa.
Noi viviamo nell'ombra.
Noi viviamo nel silenzio.
Ma vivendo nell'ombra e nel silenzio, non per questo cessiamo di essere un organo fondamentale della sua vita, ne siamo il cuore.
Non è vero solo per santa Teresa di Gesù Bambino.
E' vero per ogni anima contemplativa!
E' vero per ogni anima che si apre ad accogliere Dio nel suo cuore!
Ecco il perché della nostra vita, la ragione della nostra vocaizone.
In un momento così grave per la Chiesa come quello che viviamo, c'è una necessità ancora più grande di anime consacrate a Dio nella verginità perché, consacrandosi a Dio nell'amore, possano ottenere da Dio di essere fecondate da Lui e poter essere nella Chiesa elemento di vita.
Viviamo la nostra verginità consacrata in un amore esclusivo per Dio, un amore totale per Dio, quell'amore che il Signore ci ha comandato dai tempi antichi, dall'Antico Testamento.
E' tutto l'essere umano che deve bruciare nell'amore di Dio, che deve consumarsi nell'amore di Dio.
Doniamoci allo Spirito Santo perché consumi in noi ogni resistenza, ogni imperfezione e tutta la nostra vita non sia più che un'unica fiamma, una fiamma pura senza fumo.
Tutto questo lo saremo se vivremo precisamente quello che abbiamo promesso, la scelta assoluta di Dio in una vita di preghiera, di silenzio, di umiltà, in una vita soprattutto di amore, perché l'umiltà, il silenzio, sono tutte manifestazioni di quell'amore che deve totalmente trasformarci per essere anche noi uniti al Signore in una medesima vita, in una stessa missione.
Abbiamo bisogno di accogliere gli altri nei loro limiti, nelle loro imperfezioni.
Che Egli rimanda sempre vivo per noi!
Che la nostra vita religiosa sia a un rapporto reale, vivo, con Lui presente, che non decada mai in un certo formalismo, se pure nell'esercizio delle virtù.
Quanto abbiamo da chiedere questo a Dio!
E consentiamo che la nostra preghiera è troppo fredda.
Troppo poco noi ci sentiamo impegnati per ottenere da Dio quello che chiediamo.
Per tutta la nostra miseria, per tutta la nostra mediocrità, imploriamo il perdono di Dio e la grazia di rinnovarci nel nostro spirito per essere sempre più generosi e fedeli".

lunedì 2 febbraio 2015

GIORNATA MONDIALE DELLA VITA CONSACRATA




Signore, a Te ci rivolgiamo! 


Figlio di Dio,
mandato dal Padre agli uomini di tutti i tempi
e di ogni parte della terra!
Fà che nella Chiesa non manchino le vocazioni,
in particolare quelle di speciale dedizione al tuo Regno.


Gesù, unico Salvatore dell'uomo!
Ti preghiamo per i nostri fratelli e sorelle
che hanno risposto “sì” alla tua chiamata alla vita consacrata.
Fà che le loro esistenze si rinnovino di giorno
                               in  giorno, e diventino Vangelo vivente.
 
 
Signore misericordioso e santo,
continua ad inviare nuovi operai
nella messe del tuo Regno!
Aiuta coloro che chiami a seguirti in questo nostro tempo:
fà che, contemplando il tuo volto,
rispondano con gioia alla stupenda missioneche affidi loro per il bene del tuo Popolo
                               e di tutti gli uomini.
 
 
 Tu che sei Dio e vivi e regni
con il Padre e lo Spirito Santo
nei secoli dei secoli. Amen.
 
 
 




"Noi dobbiamo ascoltare Dio.
Dobbiamo aver coscienza che la vita" consacrata "suppone una vocazione divina e continuerà nella misura che questa vocazione persiste.
Se Dio ci dice una parola, non la dice soltanto passando.
La parola di Dio rimane.
E' quella parola che ti crea.
E fintanto che tu non l'avrai realizzata s'impone a te come legge della tua vita.
E siccome non la realizzeremo mai fino in fondo nella nostra vita mortale, per questo dobbiamo mantenerci sempre in ascolto.
Dovete mantenere questo contatto con la Parola che vi chiama.
Dio disse: - Sia fatta la la luce -, e la luce fu.
La creazione dell'uomo non è immediata.
Disse Dio:- Creiamo l'uomo -.
E' un atto continuativo.
La Parola che ci crea, o piuttosto, che è rivolta a noi per realizzare in noi un piano divino, è una Parola che si realizzerà attraverso tutto il nostro cammino terrestre.
Noi dobbiamo mantenerci in ascolto di quella Parola.
Vi ripeto: rinnovatevi davanti al Signore; rinnovate, nel silenzio della vostra anima davanti al Signore, l'ascolto della vocazione che avete un giorno ricevuto.
Troppo spesso ci si stanca di ascoltare, ci si riposa, si dorme.
Quando si dorme non si ascolta; la vita diviene l'adempimento di un regolamento, più o meno quello di sempre.
E così la nostra vita si appiattisce, s'impoverisce, diviene una vita mediocre, vuota.
Bisogna mantenerci in ascolto.
Se noi dobbiamo vivere di fede, rendiamoci conto che la nostra fede personale è nata per noi dall'incontro che Egli ha fatto con noi quando ci ha chiamato per nome.
Ritorniamo ad ascoltare quella parola.
Il rinnovamento della nostra vocazione dipende dal ritorno all'ascolto.
Allora forse non capimmo quel che il Signore voleva da noi; e tuttavia in quella parola che ci disse era già contenuto, in germe, tutto lo sviluppo che avrebbe avuto la nostra vita se si fosse mantenuta in ascolto di quella parola.
Era un seme che, piccolo in sé, portava in sé virtualmente l'albero che dal seme sarebbe scaturito.
In quella vocazione prima vi era già in potenza tutto lo sviluppo, vi era l'esigenza di tutto un processo che avrebbe dovuto portarvi alla santità, che avrebbe comunque dato un volto irripetibile, un senso ultimo, un'unità misteriorsa, ma reale, alla vostra vita.

Riandate al vostro passato.

Ritornate a quel primo incontro con Dio e rinnovate a Dio la vostra risposta.

- Forse non ho risposto. Forse ho dimenticato anche che Tu mi hai chiamato. Forse non ho più voluto ascoltarti. Ora mi rimetto di nuovo in ascolto di Te.
Ora voglio veramente che tutta la mia vita dipenda dalla Tua Parola che mi crea continuamente e mi solleva a Te. 
Perché, se non Ti ascolto, io cado nel nulla -"

(Don Divo Barsotti, 
"Esci dalla tua terra - il cammino della vita religiosa",
 pp. 14-15, Edizioni Parva, 2011)



Nella sua Lettera Apostolica indirizzata a tutti i consacrati, papa Francesco ha individuato alcuni "obiettivi" per l'anno in corso, ed uno di questi (il primo indicato) è: "Guardare il passato con gratitudine".

Scrive il Santo Padre: 
"Ogni nostro Istituto viene da una ricca storia carismatica. 
Alle sue origini è presente l’azione di Dio che, nel suo Spirito, chiama alcune persone alla sequela ravvicinata di Cristo, a tradurre il Vangelo in una particolare forma di vita, a leggere con gli occhi della fede i segni dei tempi, a rispondere con creatività alle necessità della Chiesa. 
Raccontare la propria storia è indispensabile per tenere viva l’identità, così come per rinsaldare l’unità della famiglia e il senso di appartenenza dei suoi membri. Non si tratta di fare dell’archeologia o di coltivare inutili nostalgie, quanto piuttosto di ripercorrere il cammino delle generazioni passate per cogliere in esso la scintilla ispiratrice, le idealità, i progetti, i valori che le hanno mosse, a iniziare dai Fondatori, dalle Fondatrici e dalle prime comunità. 
E' un modo anche per prendere coscienza di come è stato vissuto il carisma lungo la storia, quale creatività ha sprigionato, quali difficoltà ha dovuto affrontare e come sono state superate. Si potranno scoprire incoerenze, frutto delle debolezze umane, a volte forse anche l’oblio di alcuni aspetti essenziali del carisma.  
Tutto è istruttivo e insieme diventa appello alla conversione. 
Narrare la propria storia è rendere lode a Dio e ringraziarlo per tutti i suoi doni".

Credo sia interessante ricollegare idealmente i due testi che ho citato: il primo, di don Divo Barsotti, religioso, sacerdote, fondatore di una Comunità Religiosa e mistico di cui è stata recentemente aperta la causa di beatificazione; il secondo, di papa Francesco, religioso, sacerdote, Sommo Pontefice.
In entrambi gli scritti si invita a puntare lo sguardo sul passato, in uno in chiave personale e nell'altro comunitaria.
Per un consacrato sono necessarie entrambe le prospettive: la vocazione è qualcosa di personale, che coinvolge il singolo nel rapporto a tu per tu e questo si colloca in un momento preciso della propria storia, in quell'essere "chiamati per nome" dal Signore.
D'altro canto, la vocazione è anche qualcosa di "comunitario" che rimanda ad un determinato carisma, quello della Famiglia Religiosa di appartenenza (cosa valida tanto per i religiosi, quanto per i laici consacrati). 
La scelta della consacrazione riguarda il soggetto singolo coinvolto e abbracciato in e da una storia d'amore con il Signore, ma è anche inserimento all'interno di un carisma ben determinato (almeno per la maggior parte dei consacrati è così, anche nell'ambito di molte consacrazioni diocesane, vi è sempre un modello di riferimento).
Ma se la vita consacrata diventa "appello" anche per i non consacrati, riandare al passato può essere uno stimolo per ogni cattolico: c'è stato un momento della storia personale in cui le esigenze del Battesimo si sono fatte più pressanti, in cui è scattata una "nuova" e più profonda conversione, in cui si è sentitito rivolgersi una Parola di cambiamento più coerente al Vangelo? C'è stata una fase della vita in cui si è percepito il fascino di un carisma ben preciso, rintracciato nel modello di un santo, di un beato?

La festa di oggi è un richiamo principalmente per i consacrati, invitati a fare memoria della loro scelta di seguire Cristo casto, povero e obbediente; ma è anche un richiamo anche per i non consacrati, invitati a dimostrare che è possibile vivere - anche nella loro condizione di chiamati a vocazioni differenti dalla vita consacrata - quelle promesse battesimali che nella consacrazione vengono rinnovate con radicalità assoluta.

Lo stesso papa Francesco, indicendo questo speciale anno giubilare, ha voluto indirizzarsi a tutti, spingendo tutti i membri del popolo di Dio a ringraziare per il dono della vita consacrata e  valorizzarla in maniera conveniente (cfr. Francesco, Video-messaggio per la veglia di preghiera a S. Maria Maggiore in occasione dell'apertura dell'Anno della Vita Consacrata, 29 novembre 2014).

Possa dunque, questa giornata, diventare giornata della memoria, della gratitudine e dell'impegno per i consacrati e momento di riflessione per i non consacrati, nella consapevolezza che le due vocazioni sono complementari, manifestazione in maniera diversa di quella "sponsalità" con Cristo Sposo di tutta la Chiesa, di tutte le anime.

Buona festa a tutti i consacrati!