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martedì 4 febbraio 2014

SIAMO VENUTI PER....ADORARE: Liturgia sorgente di santità


Se quest'oggi ho deciso di condividere con voi un pensiero di riflessione "liturgica" non è un caso.
Non è casuale neanche la scelta di farlo anche attraverso le parole di Mons.Guido Marini, Maestro delle Celebrazioni pontificie: quest'oggi ricorre infatti il suo 25° anniversario di ordinazione sacerdotale.
Ne rendiamo lode al Signore, accompagnandolo con la preghiera per il suo prezioso servizio alla Liturgia, al Papa, alla Santa Chiesa.


(Per completezza, riporto i link ai post nei quali ho affrontato l'argomento della "Partecipazione attiva alla S.Messa" prima parte  -   seconda parte -    terza parte




 SIAMO VENUTI PER ADORARE: riflessioni liturgiche

Uno dei primi "slogan" cui mi sono imbattuta quando, anni fa, cominciai ad approfondire il tema della Sacra Liturgia, fu quello di "Liturgia creativa".
E' un concetto che si comprende soltanto addentrandosi un po' nelle varie norme liturgiche, ma soprattutto nello studio dei testi conciliari riguardanti la Celebrazione Eucaristica.
Solo così facendo si riesce ad avere cognizione del "come" dovrebbe svolgersi il Sacro Rito e come a volte invece viene celebrato, allorché irrompe la "falsa"ed erronea creatività: dai casi limite di vere e proprie "creatività cinematografiche" ad abusi liturgici più o meno gravi.
Fino a -e non mi pare sia poco- quella sorta di "sciatteria" che  in alcuni casi si può "toccare con mano" allorché capiti di avere a che fare con assemblee distratte, lettori poco o per niente preparati, improvvisazioni e monizioni fiume....

Una Messa poco "curata" o molto "caotica" sarà una Messa poco..."sentita".
Non farà accendere l'interrutore della corrente elettrica che dovrebbe collegare l'uomo a Dio.
Mancheranno i presupposti perché ciò accada.
E' facile sperimentare quanto ciò sia vero: i casi più semplici di un disturbo (come un chiacchericcio inopportuno, lo schiamazzo eccessivo di bambini) dimostrano proprio come la capacità di "addentrarsi" nel Mistero, di "concentrarsi", di "raccogliersi" vadano di pari passo anche con tutto ciò che è liturgico, teologico, ma anche "pratico", nella S.Messa.



Scrive Mons. Marini nel suo libro "Liturgia- Mysterium salutis":

"Tutto nella liturgia, e in specie nella Liturgia eucaristica, deve tendere all'adorazione, tutto nello svolgimento del rito deve aiutare a entrare dentro l'adorazione che la Chiesa fa del suo Signore.

Considerare la liturgia come luogo dell'adorazione, dell'unione con Dio, non significa perdere di vista la dimensione comunitaria della celebrazione liturgica, né tanto meno dimenticare l'orizzonte della carità.

Al contrario, soltanto da una rinnovata adorazione del mistero di Dio in Cristo, che prende forma nell'atto liturgico, potrà scaturire un'autentica comunione fraterna e una nuova storia di caarità, secondo quella fantisia e quell'eroicità che solo la grazia di Dio può donare ai nostri poveri cuore".


Questo "adorare" Dio nella Liturgia non fa smarrire dunque la "partecipazione attiva" alla S.Messa (nel senso corretto del termine, secondo quanto ben definito già da Pio XII nella Lettera Enciclica Mediator Dei), che comporta non solo l'esteriorità del "servizio" che il laico può offrire nella Liturgia, ma anche e soprattutto l'adorazione a Dio, la preghiera di intercessione per gli altri -oltre che per sè stesso-, l'offerta del proprio sacrificio assieme a quello di Cristo a beneficio di tutti: è qui la dimensione "spirituale" e comunitaria della Messa.
Ciascuno partecipa adorando e offrendosi, mentre Cristo rinnova la Sua offerta!

Mons. Marini rammenta:

"Giustamente il Concilio Vaticano II ha insistito tanto sulla necessità di favorire un'autentica partecipazione dei fedeli alla celebrazione dei santi misteri, nel momento in cui ha ricordato la chiamata universale alla santità.
Tale indicazione ha trovato conferma e rilancio nei tanti documenti successivi del magistero fino ai nostri giorni.
Tuttavia, non sempre vi è stata una comprensione corretta della partecipazione attiva.
Certo, si partecipa attivamente anche quando si compie, all'interno della celebrazione liturgica, il servizio che è proprio di ciascuno; si partecipa attivamente anche quando si ha una migliore comprensione della parola di Dio ascoltata e della preghiera recitata; si partecipa attivamente anche quando si unisce la propria voce a quella degli altri nel canto corale...
Tutto questo, però, non significherebbe partecipazione veramente attiva se non conducesse all'adorazione del mistero della salvezza in Cristo Gesù, morto e risorto per noi: perché solo chi adora il mistero, accogliendolo nella propria vita, dimostra di aver compreso ciò che si sta celebrando e, dunque, di essere veramente partecipe della grazia dell'atto liturgico" .

Ma l'adorazione non fa smarrire nemmeno la dimensione della carità.

Scirve sempre Mons. Marini:

"I santi hanno celebrato e vissuto l'atto liturgico partecipandovi attivamente.
La santità, come esito della loro vita, è la testimonianza più bella di una partecipazione davvero viva alla liturgia della Chiesa".


La Messa si conclude con un..."mandato": ITE, MISSA EST- Andate, la Messa è finita.
E' un invito a vivere la Messa fuori dalla Messa: a lodare, amare Dio nel quotidiano, nei fratelli, nell'offerta "spicciola" di noi stessi e delle nostre attività.

Mi vengono in mente tre grandi santi che hanno realizzato proprio questo, nella loro intensissima vita: Santa Teresa d'Avila, San Francesco di Sales e San Giovanni Bosco.
Della prima, basterebbe dire che, proprio lei che è stata proclamata "Dottore della Chiesa" per i suoi scritti sulla mistica (in particolare sull'orazione mentale) spese la sua attività di riformatrice del Carmelo viaggiando quasi ininterrottamente, per fondare i nuovi monasteri o visitare quelli già eretti.
In un'esistenza di tale "avventurosità" la sua santità non diminuì, ma aumentò.
La sua vita era preghiera anche quando non si snodava negli spazi "classici" dell'orazione, ma negli spostamenti, negli incontri con nobili, benefattori, monache, religiosi e sacerdoti.

Di San Francesco di Sales, anche lui dottore della Chiesa, anche lui autore di testi di mistica (come il "Trattato dell'Amor di Dio") e altre opere di ascetica che alla sua epoca furono dei veri e propri best-seller -e oggi dei classici della spiritualità- mi piace riportare una "pennellata" uscita dalla penna del biografo francese Trochu:

"Vive una santità più che mai diffusiva: profonda e comunicante.
Accade che la sua preghiera sia breve quanto intensa e, poi, si dia in pasto a quelli che l'attendono.
Come da una pubblica fontana, tutti possono attingere da lui".

Non si può che dire, anche in questo caso, che la vita liturgica intensa è la "sorgente" della santità e della spiritualità del santo, e si trasfonde poi in tutta la sua vita, anche nelle occupazioni pastorali.

Infine, su don Bosco, che consigliava (non a caso!) la partecipazione alla S.Messa frequente
-se possibile quotidiana-, mi piace lasciare la parola a don Ceria, autore del libro "Don Bosco con Dio":

"In don Bosco lo spirito di preghiera era ciò che nel buon militare è lo spirito marziale, ciò che in un bravo artista è il gusto e in uno scienziato lo spirito di osservazione: una disposizione abituale dell'anima che si attua con facilità, costanza e grande diletto".

In lui si vedeva ciò che oggi, nella spiritualità salesiana, diventa la "contemplazione nell'azione", la "liturgia della vita".
"Lavoro e preghiera sono fusi nel sacramento totale della vita verso Dio e mossa dalla carità.
Unione di preghiera e unione di vita con Dio sono due movimenti dello stesso cuore.
L'unione di preghiera celebrata interrompe le relazioni con le creature per concentrare tutta l'attenzione direttamente sulla luce e sulla vita intima di Dio.
L'unione pratica si attua nel cuore stesso della vita corrente, nel tessuto delle relazioni umane" (Rettor Maggiore Juan Vecchi, sdb- "Spiritualità salesiana-temi fondamentali")

Santità e Liturgia non possono essere separate: nella Liturgia la santità si alimenta del Santo dei Santi, del Corpo e Sangue di Gesù Cristo.

"Così la vera azione che si realizza nella liturgia è l'azione di Dio stesso, la sua opera salvifica a noi partecipata.
Questa è, tra l'altro, la vera novità della liturgia cristiana rispetto a ogni altra azione cultuale: Dio stesso agisce e compie ciò che è essenziale, menter l'uomo è chiamato ad aprirsi all'azione di Dio, al fine da rimanerne TRASFORMATO.
Il punto essenziale della partecipazione attiva è che venga superata la differenza tra l'agire di Dio e il nostro agire, che possiamo DIVENTARE UNA COSA SOLA CON CRISTO".

 (Mons. Guido Marini -Liturgia Mysterium salutis)

 "DIVENTARE UNA COSA SOLA CON CRISTO": "SIATE SANTI, PERCHE' IO, IL SIGNORE VOSTRO DIO,  SONO SANTO" ! (Lv 19,2)
 

venerdì 1 novembre 2013

SIATE SANTI, PERCHE' IO SONO SANTO!


Qualche tempo fa mi è ricapitato fra le mani -quasi per caso- un appunto un po' datato.
Un foglio di quaderno sul quale avevo annotato un pensiero comparso sul frontespizio di un numero del bollettino salesiano del 1878:

"Delle cose divine, 
la più divina 
è quella di cooperare con Dio
 a salvare le anime".


La Parola di Dio proclamata nella XXVIII Domenica del T.O. sembrava calzare a pennello su queste righe:
era infatti la Domenica di Naaman il Siro, che si converte dopo essere stato guarito dalla lebbra -grazie ai consigli apparentemente semplici di Eliseo, profeta e uomo di Dio;
era la Domenica del Samaritano purificato anch'egli da quella stessa malattia, ad opera di Cristo Signore;
era la Domenica di San Paolo che -con tutto il suo tipico ardore spirituale- afferma: "Io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù"  (2 Tm 10)

Da questo piccolo collage di pensieri e parole bibliche, quasi parrebbe che facile sia l'operazione del "cooperare" con Dio alla salvezza delle anime.
Ma è proprio l'insieme degli elementi che fa balzare agli occhi -ad una visione più profonda- la difficoltà dell'operazione nel suo complesso.

Per "curare" la lebbra altrui viene chiesto principalmente a ciascuno di noi di curare la "propria": "Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio"? (Mt 7,3)

Senza la personale santificazione...è impossibile sperare di santificare altri!
Lo si comprende bene guardando la storia di Gesù e dei Santi: hanno attirato, hanno convertito, hanno affascinato grazie al loro "profumo di santità" e di virtù.


Scrive don Bosco, nelle Memorie Biografiche: 

"Non è la scienza che fa i santi, ma la virtù.
Senza la pazienza non possiamo farci santi.
Santifica gli altri santificando te stesso". 

La storia dei dieci lebbrosi guariti da Gesù insegna subito una cosa, necessaria per santificarci santificandoci:
  •  imparare a rendere grazie.
Riconoscere che tutto viene da Dio, che da Lui siamo stati guariti dal male del peccato -attraverso la Redenzione- è già un atto di virtù.
Lo si può includere nella virtù teologale della Carità -Amore verso Dio che amiamo sopra ogni cosa-
ed in quello della virtù cardinale della Giustizia.
Non a caso, nella Santa Messa - al momento del Prefazio- i fedeli esprimono questo rendimento di grazie, che culmina poi nelle parole del Sacerdote:

E' veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo,
Dio onnipotente ed eterno,
per Cristo nostro Signore.

  • Comprendere che la chiamata alla santità non è un cammino in pianura...
  • don Bosco, riprendendo un detto popolare, chiedeva ai suoi salesiani"Vogliamo forse andare in Paradiso in carrozza"? (Circolare 6 gennaio 1984)
San Paolo, nella seconda lettera a Timoteo è chiarissimo: santità per santificare è lotta contro il peccato e le tentazioni, ma anche sopportazione di ogni tribolazione fino all'EROISMO.
Non necessariamente da intendersi come martirio nel senso classico...
SantaTeresa di Lisieux, che non ebbe salute per andare missionaria come avrebbe desiderato, consumata dalla perenne mortificazione e dall'Amore, ebbe a dire: "Muoio martire d'amore"!

La lotta per santificare, santificandosi, è quel lavoro eroico perché continuo, giornaliero, pressante nel farci vincere i nostri piccoli e grandi egoismi nel trattare con Dio e con il prossimo.

  • Capire che -spesso- nella vita spirituale occorre anche un movimento contraddittorio: tornare indietro.
Non nel senso di "retrocedere", ma di ritornare sempre alla Fonte, a Colui che Solo possa darci tutto ciò che ci occorre in questo cammino.
Tornare indietro anche per riguardare agli avvenimenti della propria vita cercando di cogliere quel filo sottile di Provvidenza, di Guida amorevole di Dio che ha ordito una trama ben ordinata per condurci da qualche parte.
Fare tesoro di questi due aspetti del "ritornare". 
Viverli come quello che Papa Francesco ci esorta a vedere come un "ripartire da Cristo significa avere familiarità con Lui, avere questa familiarità con Gesù" per creare un "movimento di “sistole - diastole”: unione con Gesù - incontro con l’altro".  (Discorso ai partecipanti al congresso internazionale sulla catechesi)
In qualche altra occasione, il "tornare indietro" da Gesù può anche essere l'espressione di un sincero pentimento, come accade a San Pietro, che dopo averLo rinnegato, pentito, si volta indietro a guardarLo.
La vita spirituale non è sempre un percorso in linea retta protesa verso un'unica direzione.
Va messa in conto -con un sobrio e sano realismo- anche la debolezza umana, fattore che porta -in certi casi- anche alla caduta (lieve o grave che sia).



Vorrei chiudere il cerchio di queste riflessioni con due ulteriori "appunti" di viaggio interiore.

Da un lato riprendo le tre parole chiave utilizzate da Papa Francesco nell'omelia in occasione della Giornata Mariana del 13 ottobre scorso:

GRAZIE SCUSA PERMESSO

Sono gli stessi atteggiamenti cui ci invitano la Parola e le meditazioni sul santificarsi per santificare.

Ringraziare per i doni ricevuti da Dio;
chiedere scusa nel tornare sempre alla Fonte,  a Lui che è sorgente di ogni santità; scusa quando vogliamo ricaricare le batterie spirituali, scusa quando abbiamo sbagliato, scusa quando ci rendiamo conto che la nostra superbia non ci consente di fare tutto da soli, perché Egli stesso ci avvisa: "Senza di me non potete fare nulla" (Gv 15,5);
entrare nella vita degli altri non con l'irruenza di chi "pretende" (neanche Dio pretende, ma ci lascia liberi!), bensì con la delicatezza di chi -saggiamente- con la virtù della prudenza sa farsi spazio nei tempi e coi modi giusti.
Le forzature non ottengono niente da nessuno -e la psicologia dei bambini aiuta nel comprenderlo-, mentre la dolcezza, la discrezione, la "diplomazia" pur nella fermezza della verità, possono fare molto.
Occorre sempre conciliare la Carità nella Verità e la Verità nella Carità, come ci ha spesso ripetuto Benedetto XVI.
 
L'impegno deve essere costante, umile, evangelico, ma -come affermò Sant'Agostino-:
"Chi salva un'anima, ha salvato la propria".

Maria Santissima, Madre dolce, forte, caritatevole e sempre umilissima nel rendimento di Grazie, ci insegni l'arte del santificarci per santificare, Lei che è non solo Madre, ma anche Maestra, alla scuola del Figlio.
Lei che è Regina di tutti i Santi!

giovedì 17 gennaio 2013

FEDE E LUCE: profeti, testimoni, credenti credibili...-seconda parte-




Qui trovate la prima parte della riflessione.




Paolo VI, che nel 1967 indisse il primo anno della Fede, soleva dire "abbiamo bisogno di testimoni, non di maestri", perché "l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che non i maestri o, se ascolta i maestri, lo fa perché sono testimoni".

Nelle riflessioni che ho condiviso con voi nella prima parte di questo post, avevo messo in luce il rapporto tra Fede e Battesimo, rapportando il tutto al Vangelo del 31 dicembre, incentrato sulla figura di Giovanni Battista.

Giovanni fu indubbiamente profeta, maestro, ma che esempio lascia a noi?
Quello di un uomo che visse ciò che profetizzò: la sua fu una vita austera, di penitenza, di preghiera.
Una vita coerente con quanto annunciava, invitando gli uomini ad un "battesimo di penitenza" (At 13,24)-

Anche Gesù fu Maestro e Profeta, ma per quale motivo, dopo duemila anni, viene ancora ascoltato e imitato, finanche alla "lettera" da quanti decidono di abbracciare, come Lui, una vita povera, casta e obbediente?
Perché in Lui si trova una perfetta coesione tra annuncio e vita reale: Gesù è Parola Incarnata, "Parola viva, efficace" (cfr Eb 4,12).

Parola VIVENTE, VISSUTA se volessimo sintetizzare.

Viva, efficace, vivente, vissuta: Dio Si è fatto Uomo per "incarnare" concretamente nella Sua esistenza terrena quello che era stato "scritto" nell'Antico Testamento, portarlo a compimento nel Nuovo e donare tutto questo alle generazioni contemporanee e future come esempio, modello, testimonianza.

Questo mette allora in evidenza un grande aspetto del connubio tra insegnamento e testimonianza: nessun profeta può essere ascoltato se non mette in pratica quanto annuncia.

Il Battesimo, nel renderci Figli di Dio, ci fa "partecipi della funzione sacerdotale, regale e profetica di Cristo" (CCC  897), ci investe dunque di una vera "missione" che va attuata nel mondo, nelle situazioni di vita concrete e quotidiane.

Dobbiamo allora essere consapevoli di questo ruolo importante che abbiamo: annunciare Cristo non deve ridursi ad un mero atto verbale, ma tradursi in un'esistenza coerente con quello che è "Cristo".
Testimoniare implica sottolineare, agli occhi del mondo, che è possibile vivere come Egli ha vissuto, amando, "beneficando e risanando" (At 10,38).

E' indubbio che fare riferimento a Giovanni il Battista e a Gesù Stesso, comporta un guardare a dei modelli "elevati", trattandosi del più grande tra i nati di donna (cfr Mt 11,11) e del Verbo Incarnato.

Ma questo non deve spaventare, se pensiamo che tutta la storia della cristianità si snoda in un rapporto fra figure di grandi profeti (ma anche testimoni della stessa profezia) e semplici, buoni, ordinari credenti.

Gettando uno sguardo, ad esempio, sulla mistica occidentale, ci si ritrova davanti figure di portata titanica, come Santa Teresa d'Avila, Santa Margherita Alacoque, Padre Pio.

Che cosa hanno lasciato, queste figure, agli uomini del loro tempo e a quelli di oggi?
Indubbiamente non soltanto la memoria di una vita spirituale straordinaria, intessuta di grazie mistiche e di carismi fuori dal comune, non semplicemente profezie e rivelazioni, ma anche e soprattutto degli insegnamenti, che in prima persona hanno attuato, consegnandoceli come modelli imitabili.

Benedetto XVI, così scriveva nel suo "Introduzione al Cristianesimo", testo pubblicato per la prima volta nel 1968:

"La fenomenologia della religione constata come anche nella religione, al pari di quanto succede in tutti gli altri ambiti dello spirito umano, esista, almeno stando alle apparenze, una gradazione di talenti.

Si incontrano individui religiosamente dotati e altri non dotati: anche qui sono pochissimi coloro ai quali risulta possibile un'esperienza religiosa diretta, e quindi qualcosa come una creatività religiosa grazie a una viva penetrazione del mondo religioso.

Il mediatore o il fondatore, il profeta o comunque la storia delle religioni voglia chiamare quelle persone che sono capaci di entrare in diretto contatto con il divino, restano pur sempre anche qui l'eccezione.

Ci si sente spinti a obiettare: le cose non dovrebbero andare in modo che ogni persona abbia diretto accesso a Dio, se la 'religione' deve essere una realtà che riguarda tutti e ciascuno, e se ognuno è egualmente interpellato da Dio?

Questo interrogativo gira a vuoto; il dialogo di Dio con l'uomo si svolge unicamente tramite il dialogo degli uomini fra loro.
Il diverso livello di doti religiose, che divide gli uomini in 'profeti' e 'uditori', li costringe a unirsi e a essere gli uni per gli altri.

C'è religione, in fondo, non nel ritiro solitario del mistico, ma solo nella comunità di chi annuncia e chi ascolta.

Il vero dialogo non s'instaura, però, automaticamente, non appena gli uomini discorrono su qualcosa.

Il colloquio degli uomini perviene, invece, alla sua vera natura soltanto allorché essi non cercano di esporre qualcosa, ma tentano di dire se stessi, quando il dialogo diventa comunicazione".



"Il mondo ha "bisogno di testimoni, non di maestri": tornando alle parole di Paolo VI, oggi sembra di scorgere, quasi sommessamente, l'avversarsi in forma nuova di questa verità.
Forse in giro ci sono più profeti e mistici di quanto possa apparire a prima vista, silenziose e feconde manciate di sale che Cristo Sacerdote, Re e Profeta sparge sulla terra anche nel XXI secolo, non tanto per rivelare qualcosa di ancora inascoltato, ma per dare un segno concreto di speranza: la mistica non è un isolamento, la profezia non è un privilegio.
Questi doni ci ricordano che la vera Rivelazione si è già compiuta in Cristo e ogni dono ricevuto va considerato come un talento da trafficare con e per gli altri, testimoniando concretamente che è possibile vivere la buona novella del Vangelo nella semplicità del quotidiano, negli incontri con amici e parenti, nella realtà della comunità parrocchiale, nei luoghi di lavoro.

Tutti siamo profeti, in diversa misura: tutti dobbiamo allora anche essere testimoni!

giovedì 3 gennaio 2013

FEDE E LUCE: profeti, testimoni, credenti credibili...-prima parte-




Il prologo di Giovanni, che la Sacra Liturgia ci ha proposto in conclusione d'anno, nella Santa Messa del 31 dicembre (Messa del mattino, non quella del Te Deum), presenta spunti interessanti di riflessione per l'Anno della Fede che stiamo vivendo.

La Parola di Dio ci ha ricordato infatti che:

  • Cristo è la LUCE VERA che viene ad illuminare il mondo (Gv 1,4)
  • Giovanni Battista venne come precursore della luce, pur non essendo lui la luce vera (Gv 1,5)

Possiamo collegare entrambi i passaggi a Mt 5,14: "Voi siete la luce del mondo", parole che Gesù stesso pronuncia, e da questo insieme di elementi tracciare qualche linea per una meditazione sulla fede, sul Battesimo, sulla diversità di carismi fra credenti.

La prima cosa da dire è che il Battesimo, già ricevuto per così dire, da Giovanni Battista nel grembo di Elisabetta, non era ancora "completo" senza la morte e Risurrezione di Cristo.
Il Battista, come tutti i precursori di Gesù, verrà liberato dal limbo al risorgere di Cristo e solo allora potrà raggiungere il Paradiso, preparato per i santi.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda infatti come proprio il Sacramento del Battesimo ci renda figli di Dio, liberandoci dal peccato originale, in quanto ci "seppellisce" nella morte di Cristo, dalla quale risorgiamo a vita nuova (cfr CCC 1213-1214).
Ed è un Sacramento che riceviamo NELLA fede della Chiesa (lo stesso rito lo esplicita, in vari punti, come "Questa è la nostra fede, questa è la fede della Chiesa" e ancora "Volete che N. riceva il Battesimo nella fede della Chiesa che tutti abbiamo professato"? E' la fede che si manifesta nel Credo, recitato in forma di domande e risposte nel rito stesso).
Ecco dunque un primo elemento per collegare Battesimo, Morte e Risurrezione di Cristo, fede.

Alla luce di queste prime riflessioni si comprende perché, pur essendo il Battista "il più grande fra i nati di donna" (cfr Mt 11,11), di lui non si dice che fosse luce, mentre di noi, Gesù stesso, dà questa definizione.

Parrebbe una cosa "azzardata": noi siamo luce come lo è Cristo?
Indubbiamente no, perché Cristo è la LUCE VERA, la "fonte principale"... semplificando con un'immagine, potremmo dire che mentre Gesù è la "corrente elettrica", noi siamo come delle lampadine che da Lui vengono alimentate, o, ancora, che siamo come un satellite che brilla di luce riflessa....
Quindi se cristiano significa "alter Christus", allora ecco che assumere il nome di cristiani implica, con il Battesimo ed in virtù della morte e Risurrezione di Gesù, farci riflesso visibile, espressione su questa terra, della Luce che Egli è, del Suo sconfiggere le tenebre, del Suo vincere il male e la morte.

Siamo chiamati a fare di noi stessi un "prolungamento", una concretezza quotidiana nel portare il bene nel mondo, cercando di eliminare, vincere, il male che impera ancora oggi, dopo 2000 anni dalla venuta di Cristo.

E' sempre il Catechismo della Chiesa Cattolica che infatti ci rammenta un elemento importantissimo: Il Battesimo è chiamato anche "lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo" e, ancora "illuminazione, perché coloro che ricevono questo insegnamento vengono illuminati nella mente. 
Poiché nel Battesimo ha ricevuto il Verbo, la luce vera che illumina ogni uomo, il battezzato, dopo essere stato illuminato è divenuto figlio della luce e luce egli stesso". (Cfr CCC 1215-1216)



-FINE DELLA PRIMA PARTE-

mercoledì 28 novembre 2012

L'AMORE GENERA AMORE: SIGNORE, ACCOGLI I NOSTRI DONI!



" Gesù prese il pane, fece la preghiera di benedizione, 

poi spezzò il pane,

 lo diede ai discepoli

 e disse: 

'Prendete e mangiate; questo è il mio corpo' "

(Mt 26,26)








"Poi prese il calice e rese grazie, 

lo diede loro 

e ne bevvero tutti. 

E disse:

«Questo è il mio sangue, 

il sangue dell'alleanza versato per molti"

(Mc 14,23-24)






Il Salmo 23,5 ci offre la scena di un "calice che trabocca",  facilmente interpretabile in chiave "eucaristica": un Calice colmo, così colmo, così pieno di Sé, che non riesce a contenerSi.
Come una fontana che zampilla continuamente, donandoSi a chiunque voglia riceverLo.

Sostando in preghiera davanti a Gesù Eucaristia, non solo quando Lo ritroviamo sotto la specie del Pane ma anche quando, dopo la Consacrazione, è presente sull'Altare sotto quelle del Vino, possiamo immaginare proprio la scena di un Calice colmo, che trabocca, arso dal desiderio di saziarci di Sé.

Siamo come davanti al Costato trafitto di Cristo, da cui sgorga Sangue Vivo, Sangue che disseta, "cibo e bevanda di salvezza".

Il Calice e la Pisside di Gesù Eucaristia, non sono come tutti gli altri calici e le altre coppe: non si svuotano quanto più si attinga ad essi, ma si "ricolmano" continuamente.
Anzi, paradossalmente, più ci nutriamo del Loro Contenuto, più stillano Abbondanza di Vita.

L'Amore Increato di Dio è Amore Infinito, Eterno, Assoluto.
L'Unico Amore che non muore MAI.

Quel "prendete e bevetene tutti" è un invito pressante, urgente, pieno dell' arsura di un Dio che ama e vuole donarSi alle creature di tutti i secoli, e per tutta l'eternità.
E' un Amore che sarà per sempre nostro -se ce ne renderemo degni!- nella Gerusalemme Celeste.

Gesù Eucaristia dunque, Si dona a noi, in un moto perpetuo di incontenibile Amore.
Ma Si dona anche attraverso di noi.

Come?

Egli, che ci ha "amati per primo" (Gv 4,19) si rivolge a noi mendicando affetto...

Vuole che noi uniamo il nostro amore al Suo Amore.
Desidera che nel "Suo Calice" -nel Suo Cuore- confluisca l'amore della creatura per il Creatore.

Ma vuole anche -ed è questa la novità più stupenda dell'Amore di Dio- che ogni nostro "dono" per Lui si trasformi in amore per gli altri: "COME IO VI HO AMATO AMATEVI GLI UNI GLI ALTRI"! (Gv 13,34)

Il nostro deve essere amore in cui i nostri fratelli possano ritrovare un riflesso delle premure di Dio verso l'uomo.

In preghiera dinanzi a Gesù Sacramentato, offriamo all'Amore i nostri dolori, le nostre angosce, le nostre debolezze.
Gesù Eucaristia è come un catalizzatore, un convertitore di moneta: accetta l'offerta sincera della povera materia umana, e ne fa....AMORE.
Il nostro dono, impastato di sudore, fatica, sofferenza, Egli è in grado di rigenerarlo a vita nuova: diventa un sacrificio che si unisce al Sacrificio per eccellenza (questo in special modo durante l'offertorio nella Santa Messa), è rinuncia, povertà, semplicità, che Dio trasforma -se la nostra offerta è generosa, senza rimpianti, fiduciosa- in ricchezza per gli altri.



Signore: accogli i nostri poveri doni!

Sappiamo che....

l'Amore non può che generare AMORE!

mercoledì 7 novembre 2012

I VENERDI' ALLA BASILICA DEL SACRO CUORE A CASTRO PRETORIO (ROMA)


Basilica del Sacro Cuore di Gesù in Via Marsala 42, Roma


La Basilica Parrocchiale Salesiana del Sacro Cuore di Gesù a Castro Pretorio (Via Marsala 42, Roma) vede il suo programma liturgico ulteriormente arricchito:


ogni venerdì vuole essere il "giorno settimanale"  del Sacro Cuore

  • dopo la S. Messa delle 18:00 ha luogo l'ADORAZIONE EUCARISTICA che si protrae fino alle 19.30
  • a seguire, VESPRI con tutta la Comunità Salesiana, BENEDIZIONE EUCARISTICA e "BUONANOTTE SALESIANA", nella tipica tradizione di don Bosco.


Ogni PRIMO VENERDI' vuole invece essere la FESTA MENSILE DEL SACRO CUORE
  • alle consuete Messe feriali viene aggiunta quella delle 10:00
  • segue l'esposizione del S.s. Sacramento, per l'adorazione personale e silenziosa
  • La Basilica RIMANE APERTA SENZA INTERRUZIONE, tutto il giorno

  • alle 18:00 Solenne Messa concelebrata dalla Comunità
  • ADORAZIONE EUCARISTICA SOLENNE,
  • VESPRI, BENEDIZIONE EUCARISTICA...
  • ... E BUONANOTTE SALESIANA.


Partecipate numerosi!


IL SACRO CUORE VI ASPETTA!

martedì 6 novembre 2012

CAMPO, BUOI E SPOSI: E IL TEMPO PER IL REGNO DI DIO...LO TROVIAMO?


"In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!». 
Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. 

All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. 

Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”.

 Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. 

Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”. 

Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. 

Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”. 
Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”.
 Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia.
 Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”»".





Il Vangelo di oggi (Lc 14,15-24è ricco di simbologie eucaristiche, escatologiche...e vocazionali: compare in esso un riferimento ad un banchetto, poi definito come "cena" ed al contempo vi ritroviamo gli elementi del campo, dei buoi e delle nozze.

La cena per eccellenza è proprio la "Santa Cena", quella in cui fu istituita l'Eucaristia, il dono del Padre all'umanità intera: l'offerta, il sacrificio del Figlio.
Il richiamo a questo banchetto è fortemente liturgico, rimandando alle parole che il sacerdote pronuncia al momento della consacrazione:


"PRENDETE E MANGIATENE TUTTI:

QUESTO E' IL MIO CORPO

OFFERTO IN SACRIFICIO PER VOI"



"PRENDETE, E BEVETENE TUTTI:

QUESTO E' IL CALICE DEL MIO SANGUE
PER LA NUOVA ED ETERNA ALLEANZA,
VERSATO PER VOI E PER TUTTI
IN REMISSIONE DEI PECCATI"



Nella pagina lucana abbiamo ascoltato la frase "Venite è pronto": l'Eucaristia ci viene -in un certo senso- offerta su un piatto d'argento.
Così pure la Vita Eterna: se solo sappiamo accogliere il dono ed impegnarci per meritarlo alla fine dei nostri giorni!
Cristo si è immolato per noi, nascendo nella "pienezza del tempo" (Gal 4,4), morendo e risuscitando.
A noi rimane da accogliere l'invito, prendere il posto che Lui è andato a prepararci, in questa vita (la nostra partecipazione all'Eucaristia) e nella futura (la nostra gloria in Cielo).

"E' PRONTO":  sembrerebbe tutto facile...
Qualcuno si è già preso la briga di preparare tutto per noi, di farci trovare la tavola apparecchiata, le vivande nel piatto, i servi a nostra disposizione....

Ma la chiamata (ogni chiamata! anche quella più "basilare", cioè la vocazione alla santità) implica una risposta, che può essere positiva...o negativa.
Ecco che è possibile spiegare il rifiuto degli invitati, che nel brano del Vangelo di oggi, disdegnano il richiamo al banchetto!

La Liturgia della Parola ci parla di campi, buoi e nozze.
Non è una terna "casuale": rimanda fortemente al "tesoro nel campo" (Mt 13,44); a colui "che mette mano all'aratro" (Lc 9,62); e allo Sposo che viene (Mt 25, 1-12...la parabola delle dieci vergini)....

Le tre parabole richiamate sono, in un certo senso, il compendio di ogni vocazione, perché racchiudono la nostra chiamata al REGNO DI DIO, sia quello che è presente in mezzo a noi (Gesù Eucaristia), sia a quello che raggiungeremo nell'Aldilà.

Volendo solo lasciare qualche spunto di meditazione:
  • il tesoro nel campo (Mt 13,44) riguarda in via immediata la vocazione alla vita cristiana, alla sequela "ordinaria" di Cristo già su questa terra. L'unico campo che valga veramente la pena di coltivare è quello in cui troviamo la perla nascosta...: che senso ha lasciare quel campo per andare alla ricerca di altri?
  • I buoi sono maggiormente legati alla vocazione per eccellenza, alla chiamata ad uno stato di vita secondo i consigli evangelici (o quantomeno a quello del celibato per il Regno dei cieli) : "Nessuno che mette mano all'aratro, e poi si volge indietro, è adatto per il Regno di Dio" (Lc 9,62). Se si comincia un cammino di maggiore perfezione, anche davanti ad una strada in salita, non possiamo trovare scorciatoie più "semplici": l'aratro lo tirano i buoi, è vero, ma in questo caso siamo noi che siamo chiamati a farci buoi, a trainare con forza e fiducia i mezzi che il Signore ci offre per arare il nostro campo!
  • Il richiamo, infine, alla parabola delle vergini sagge e di quelle stolte (Mt 25, 1-12), è un po' il  riassunto di tutti questi aspetti: la nostra vita terrena, qualunque sia la vocazione specifica ricevuta, deve essere preparazione e attesa alle e delle nozze eterne con Colui che è l'Unico e Vero Sposo, Cristo Signore. Addurre come scusa, per disertare il banchetto, di altre nozze, significa gettare al vento tutto quello che Dio ci offre, renderci come dormienti rispetto ai veri beni della Vita Eterna, dedicandoci invece ai piaceri della vita.

La conclusione del Vangelo di oggi dovrebbe farci riflettere: se ignoriamo i ripetuti appelli alla conversione, alla sequela dinamica e fedele, all'attesa fiduciosa dello Sposo che verrà.... il Signore agirà come nella parabola dei talenti.
Li toglierà a chi li ha lasciati infruttuosi e li darà ad altri.... 
Non è casuale, infatti, che la parabola dei talenti segua, nel Vangelo di Matteo, proprio quella delle dieci vergini.

A noi la scelta: Dio sarà felice di vederci saggi e fedeli amministratori dei beni ricevuti,perché saranno "beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli;
 in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli".
(Lc 12,37)