mercoledì 15 novembre 2017

Pensieri per lo spirito

LA VERA FEDE È UN A TU PER TU
C'è credere.... e credere


Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. 
 Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!». 
(Lc 17, 11-19)







Uno solo tornò indietro, per ringraziare. In dieci erano stati purificati. 
E in dieci, poco prima, avevano camminato verso Gesù, gli si erano posti innanzi, avevano "alzato la voce" per farsi sentire. Loro – gli esclusi, i nessuno della società, il buco nero del mondo dell'epoca – avevano osato sperare! E che fossero i signori nessuno Luca lo sottolinea quando riporta che erano rimasti a una certa distanza dal Cristo. Perché erano impuri. Perché non ci sarebbe stato altro essere umano, in quel mondo impastato di pregiudizi e di falsa religiosità, che li avrebbe mai sfiorati con un dito.
Da quella distanza avevano implorato pietà – un miracolo – dal "maestro" e subito, senza indugio, alla sua risposta avevano fatto quanto lui aveva detto. Alla sua parola si erano messi in cammino, diretti verso il Tempio, dai sacerdoti. Da quelli, cioè, a cui ci si presentava per far constatare una guarigione.
Lo avevano fatto, anche se ancora non erano guariti. Evidentemente nutrivano una fiducia cieca in Gesù oppure... stavano tentando il tutto per tutto. Ma il racconto di Luca ci fa capire che si trattava di fede, perché solo chi ha fede ottiene, e Gesù nei Vangeli lo dice così tante volte che non possiamo dimenticarcelo. Infatti, cammin facendo, per i lebbrosi è avvenuto l'umanamente impossibile: la lebbra è sparita. 
Siamo (o dovremmo essere) al momento clou della storia, quello in cui ci aspetteremmo grida di gioia, sguardi pieni di stupore, lacrime di commozione. 
Invece no. Niente di tutto questo. Non per nove di quei lebbrosi guariti, che continuano a camminare, diretti verso il Tempio, come nulla fosse, come se tutto avesse un ché di scontato, dovuto, assicurato, garantito. Dov'è la meraviglia per il Dio che compie cose mai viste? Dov'è lo sconvolgimento per le sorti di una vita che improvvisamente sono state rovesciate? 
In questo racconto in cui tutto, fino a ora, è filato liscio come l'olio, qualcosa si spezza. Perché non siamo in una favola, ma nella realtà. Una realtà in cui la gratitudine è spesso un optional, vista come umiliante, come una buona maniera priva di senso. Una realtà in cui anche nei confronti di Dio non siamo, spesso, capaci di ringraziare per i segni della sua bontà, della sua presenza, che si manifesta in mille modi nelle nostre vite.
Dei dieci lebbrosi solo uno torna indietro, sentendo il bisogno, la necessità di ritrovarsi faccia a faccia con Gesù, di instaurare un rapporto nuovo con lui: stavolta non si ferma a distanza, ma si prostra direttamente davanti al maestro, gli parla da vicino, lo ringrazia e loda Dio senza più bisogno di alzare la voce. Il lebbroso capisce che adesso la priorità non è andare dai sacerdoti, ma da colui che veramente lo ha salvato, da colui che lo ha reso finalmente puro. Non c'è bisogno di attenersi ai riti prescritti (cfr. Lv 14), non c'è bisogno di immolare animali e di farsi aspergere con il loro sangue per essere di nuovo mondi. Gesù è colui che purifica, Gesù è il Dio fatto uomo, che  dimostrerà il suo amore per l'umanità fino a versare tutto il proprio sangue, sulla Croce.
A questo punto si inserisce la seconda nota amara del racconto: colui che ha salvato i corpi piagati di quelle dieci persone si rende conto che di dieci guariti nel corpo, di dieci che hanno creduto nella possibilità di un miracolo fisico, solo uno si è lasciato veramente salvare nella sua interezza. Solo quel samaritano, che ha riconosciuto nella persona di Gesù che guarisce la presenza del Dio che risana. 
Questo samaritano, e le parole finali del Cristo, interrogano la fede dei credenti di oggi. La nostra fede si ferma solo al credere che Dio possa operare l'impossibile, o va oltre, accettando che nulla ci è dovuto, ma che ogni grazia è un atto d'amore di Dio? La nostra fede va oltre, diventando un rapporto personale, un a tu per Tu, un colloquio di lode, ringraziamento, amicizia, vicinanza con il Dio che salva? 

lunedì 30 ottobre 2017

Pensieri per lo spirito

C'È UN TEMPO PER...
La carità non ha orario


Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. 
C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; 
era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. 
 Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio. 
Ma il capo della sinagoga, sdegnato 
perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, 
prese la parola e disse alla folla: 
«Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; 
in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato». 
 Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, 
ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, 
per condurlo ad abbeverarsi? 
E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera 
per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame 
nel giorno di sabato?». Quando egli diceva queste cose, 
tutti i suoi avversari si vergognavano, 
mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute».
(Lc 13, 10-17)







Quando il capo della sinagoga prende la parola, pieno di sdegno per il miracolo compiuto da Gesù, non solo ribadisce l'importanza "sacrale" del Sabato – in cui tutta una serie di divieti regolamentava la vita del pio israelita –, ma sembra anche riecheggiare i versi del Qoelet, che nel suo interrogarsi sui grandi problemi esistenziali, diceva anche che c'è «Un tempo per amare e un tempo per odiare» (Qo 3,8).  La "questione" del tempo era ben presente nell'Antico Testamento e il Libro del Qoelet la sviluppa in modo originale, specialmente al capitolo 3, versetti 1-8. 

C'è un tempo per...

«La pericope comprende ventotto situazioni umane, suddivise in quattordici coppie; ogni situazione è preceduta, con pesante monotonia, dall'espressione "un tempo per". La prima coppia, che determina l'ambito di tutte le altre, è quella fondamentale: tutta l'esistenza e l'esperienza umane sono infatti iscritte tra i limiti temporali della nascita e della morte. Le situazioni, nella loro polarità, rappresentano simbolicamente tutta l'attività umana la corsa instancabile, pesante, faticosa tra le contraddizioni dell'esistenza. Le due ultime coppie, in relazione chiastica (amore/odio : guerra/pace), le sintetizzano. Per ciascuna situazione dunque è fissato un “tempo", che ne stabilisce il valore, l'opportunità e l'utilità. Di qui l'importanza cruciale non solo del fare, ma del fare al tempo “giusto”, dove l'aggettivo “giusto” va compreso nel senso della corrispondenza ai tempi di Dio, ai tempi dell' uomo e ai tempi dell'azione e della situazione stesse. Ma se non è possibile agli uomini conoscere il momento della nascita e della morte, in qualche modo tutta la vita risulta in bilico tra due “tempi sospesi”. Mancando il controllo sui due “tempi” fondamentali (cfr. Qo 8,8), quindi, tutte le altre situazioni risultano a loro volta “sospese”, incerte, angoscianti. Qual è il “tempo giusto” per compiere o non compiere un'azione o il suo contrario, e qual è il senso di una situazione?» [1].
Qual è il tempo giusto per amare, per chinarsi sul bisogno dell'altro? La pagina del Vangelo di Luca che riporta la guarigione della donna curva sembra concentrarsi proprio su questo interrogativo. 

Il tempo per amare

Gesù e il capo della sinagoga sollevano due domande diverse attraverso i loro gesti e le loro parole. In realtà essi non pongono domande, ma agiscono: uno coi fatti e le parole, l'altro solo a parole. Eppure proprio le loro decisioni e le loro affermazioni si possono interpretare come fossero due domande incrociate. Gesù, infatti, con il proprio "anticonformismo" sta domandando all'interlocutore (ma in verità a tutti i presenti e anche oggi ai lettori del Vangelo) Qual è il tempo dell'amore al prossimo?; il capo della sinagoga, invece, sta chiedendo al Cristo (con l'intento di ribadire il concetto anche alle folle, già fin troppo affascinate da questo... sovversivo!) Qual è il tempo dell'amore (del culto) a Dio?
Il problema di fondo (che il capo della sinagoga non ha capito!) è che le due domande non sono in contraddizione, e neppure le risposte devono esserlo.
Per scardinare la mentalità errata di chi concepisce il fare la carità come un "lavorare" Gesù innanzitutto denuncia l'ipocrisia di chi si riempie la bocca di soli divieti e per farlo ricorre a un esempio concreto: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi?» (v. 15).
Dar da mangiare o da bere a un bue o a un asino è compiere un lavoro? No, è semplicemente fare in modo che l'animale ottemperi a due bisogni essenziali.
A maggior ragione la carità verso l'essere umano è ottemperare al suo essenziale bisogno di amore, di attenzione, di cura, e non toglie nulla al culto a Dio. Si onora Dio non solo con la preghiera e i riti, ma anche attraverso l'amore al prossimo. 

La carità non ha orario

«Ogni cosa ha il suo tempo nel piano di Dio: questa è la fede di Qohelet e dei sapienti. Ma la corrispondenza tra l'opera di Dio (il senso) e i fenomeni che articolano la vita non è affatto evidente: questa è l'esperienza di tutti. Egli invita a non essere troppo precipitosi nell'interpretare gli avvenimenti come segni dell'attività di Dio e nell'agire di conseguenza: potrebbe essere una trappola. Il tempo di Dio non è sempre il tempo progettato dall'uomo. Tra il fenomeno e il senso, tra il tempo dell'uomo e il tempo di Dio il sapiente Qohelet invita a tenere insieme gli opposti: "È bene che tu ti attenga a questo e che non stacchi la mano da quello, perché chi teme Dio riesce in tutte queste cose›" (Qo 7,18)» [2]. 
Gesù viene a ricordare questo a chi aveva riempito il culto di precetti e divieti: l'uomo ha progettato un tempo non conforme al tempo di Dio! Inoltre, Cristo offre anche la soluzione al problema dell'equilibrio tra le proprie idee e quelle divine in merito all'amore: il tempo di Dio è da sempre e per sempre il tempo dell'amore. Ciò che Gesù opera è veramente segno di Dio e della sua presenza nel mondo: è Cristo che rivela all'uomo il pensiero divino e insegna all'uomo come agire.
Così, anche per l'uomo l'amore non può avere orario, perché nel fare il bene si eleva un culto non "rituale", ma altrettanto gradito a Dio. E non si può barare, in questo senso, agli occhi del Signore. Infatti, alle parole di Gesù, i suoi avversari provano vergogna, dice l'evangelista. E la vergogna, molto spesso, è un segnale della coscienza. Una coscienza che ha qualcosa da rimproverarsi. 


NOTE
[1] Valentino Cottini, C'è un tempo per ogni cosa, in Esperienza e Teologia, 10 novembre 2010, p. 13.
[2] Ibidem, p. 28.

sabato 14 ottobre 2017

Pensieri per lo spirito

BEATI NOI!
L'intimità con Gesù



«Mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma egli disse: 
«Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».
(Lc 11, 27-28)






«Beato te!». È l'espressione con cui esprimiamo invidia o di ammirazione per quanto un altro sta vivendo, per una determinata situazione in cui si trova, per quella particolare cosa che possiede...  
«Beato te!» perché quel che ti sta capitando non può che renderti felice, appagarti, farti sentire estremamente fortunato, in uno stato di beatitudine.
La donna che si rivolge a Gesù dice queste cose in riferimento a Maria, sua madre, beata per averlo portato nel grembo e per averlo allattato. Beata, cioè, per aver vissuto un'esperienza di assoluta e unica intimità con Cristo, quale è il rapporto "viscerale" tra una madre e un figlio. E Maria è beata perché Gesù è l'oggetto di questa sua "fortuna", lui che ha parole di sapienza che nessuno aveva mai pronunciato e gesti d'amore gratuito e potente che nessuno aveva mai compiuto. 
La beatitudine rivolta a Maria è un complimento indiretto al Figlio, la manifestazione di uno stupore incontenibile dinanzi alle meraviglie che quest'uomo compie, alla bellezza interiore che è in lui, al fascino che emana dalla sua persona.
Beata è colei che lo ha tenuto dentro di sé per nove mesi; beata è colei che lo ha nutrito al suo seno. Beata è colei che lo ha cullato, abbracciato, custodito. Beata è colei che può dire "Gesù è mio" come nessun altro potrebbe fare.
Ma Gesù apre a tutti la porta di questa beatitudine: ascoltando la Parola e osservandola – ascoltando e seguendo lui che è la Parola incarnata – ogni uomo può essere beato. L'esperienza unica e irripetibile della maternità divina di Maria diventa accessibile a chiunque. «Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt 15,20)  dirà Gesù. E la volontà del Padre è questa: ascoltare il Figlio, seguirlo, amarlo. 

mercoledì 4 ottobre 2017

Aspirare alla santità

SAN FRANCESCO, UOMO DI PACE

Ritratto di Francesco (XIII sec.) presso il Sacro Speco, Subiaco

Pace, creato, creatore. Sono parole legate da un unico filo rosso nella vita di Francesco d'Assisi. Ma è un filo rosso che sembra svolgersi tra le contraddizioni dell'esperienza di questo frate, chiamato a parlare di pace, ma destinato a fare la rivoluzione, prima in famiglia e poi nella Chiesa; chiamato a vivere semplicemente tra le intemperie della natura e nel rigore dell'ascesi, eppure destinato a essere cantore della bellezza e potenza del creato; nato tra le ricchezze, ma deciso a sposare Madonna Povertà.
In tutta la sua esistenza Francesco sperimenta con forza le parole del Cristo vergate dall'evangelista Luca: «Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione» (Lc 12, 51). Parole che in Francesco diventano carne e sangue. Parole reali, vissute intensamente. La risposta alla chiamata divina si fa, nel piccolo mondo del giovane santo, una spada che recide legami e aspirazioni, che capovolge le aspettative degli altri su di lui, ma anche i suoi stessi desideri, convertendoli in bisogni più profondi, attraverso gli eventi della vita.

I SOGNI DI FRANCESCO

Francesco sogna un futuro da uomo d'armi, ma viene catturato nella battaglia di Collestrada (1202) – primo passo verso la conversione saranno le precarie condizioni di salute in cui ritornerà a casa – e poi, qualche anno dopo, proprio mentre è a Spoleto, pronto a diventare crociato, un sogno lo turba, lo inquieta, invitandolo a «servire il padrone invece che il servo». Torna a casa, tra lo sconcerto e il disappunto di chi lo vede rientrare con le pive nel sacco, come si suol dire.
Francesco sogna poi un mondo migliore, più equo, più giusto verso i meno fortunati. Una volta va a Roma per seguire gli affari del padre, Pietro di Bernardone, e invece di riportare a casa il guadagno, dona tutto ai poveri e fa a cambio di vesti con un mendicante... e si mette a chiedere l'elemosina. Il padre non capisce i sogni di questo ragazzo, che mosso dall'amore per il Signore comincia a guardare tutto da altre prospettive. Quando il figlio si mette a riparare con le proprie mani (e i fondi paterni) la chiesetta di San Damiano, Pietro lo denuncia al Vescovo di Assisi quale dilapidatore dei beni di famiglia. Allora ha luogo la ben conosciuta scena della svestizione di Francesco, che consegna tutti i propri vestiti e la propria biancheria al padre, sottolineando la filiazione primaria con Dio e la necessità di avere, quali uniche ricchezze, quelle del Padre celeste. 
Francesco sogna una Chiesa che badi all'essenziale, a ciò che è veramente importante. Per questo sposa Madonna Povertà, per essere ripieno solo delle ricchezze di Dio. Nella visione di Francesco è importante condurre le anime a Dio, condividendo l'esperienza del Cristo che per amore si fece povero. Francesco, nato ricco, cerca di riportare l'essenza della povertà evangelica in un mondo in cui il divario tra ricchi e poveri è immenso e non di rado si percepisce anche nella stessa Chiesa. Francesco si fa mano tesa verso quegli ultimi a cui nessuno pensa più e che sono diventati lo scarto della società, come accade ai lebbrosi. La sua stessa vita diventa una testimonianza che scatena opinioni diverse, ma che costringe a interrogarsi, nel profondo su ciò che vuol dire essere cristiano.
«Francesco apparve in un momento particolarmente difficile per la vita della Chiesa, travagliata da continue crisi provocate dal sorgere di movimenti di riforma ereticali e lotte di natura politica, in cui il papato era allora uno dei massimi protagonisti. In un ambiente corrotto da ecclesiastici indegni e dalle violenze della società feudale, egli non prese alcuna posizione critica, né aspirò al ruolo di riformatore dei costumi morali della Chiesa, ma ad essa si rivolse sempre con animo di figlio devoto e obbediente. Rendendosi interprete di sentimenti diffusi nel suo tempo, prese a predicare la pace, l'uguaglianza fra gli uomini, il distacco dalle ricchezze e la dignità della povertà, l'amore per tutte le creature di Dio e al disopra di ogni cosa, la venuta del regno di Dio» [1]. 
L'impegno per la pace diventa anche ecumenismo, ma non l'ecumenismo delle armi, conosciuto a quei tempi, ma l'ecumenismo dell'amore, dell'annuncio del Vangelo. I francescani diventano missionari, alcuni perdono subito la vita; lo stesso Francesco varcherà i confini dell'Italia.
I sogni di Francesco mettono a soqquadro le basi di partenza della sua vita: cavaliere, figlio di buona famiglia. Egli diventerà sì un grande personaggio, ma non secondo le logiche della storia umana.

Un filo rosso nella vita del santo

Qual è dunque il filo rosso che lega pace, creato, creatura, in Francesco? È l'amore, è Dio stesso, in sintesi. 
«Anche i luoghi sacri alla contemplazione di Francesco, la Verna e Greccio, spaziano su tutta la creazione, sono luoghi dai quali Francesco non guarda soltanto Dio, ma rimane legato anche a tutta l’umanità che sulle pendici del monte o nella vallata lavora. Francesco non si separa mai dagli uomini. Quale rapporto vive con loro? 
C’è una frase sola, […] nel Testamento, ma è così bella che vale la pena di leggerla. Dice il rapporto di Francesco con tutti gli uomini. Egli vive la sua risposta a Dio e nel rispondere a Dio diviene sacramento di amore per tutta quanta l’umanità, egli diviene colui che è mandato. L’intimità con Dio, l’unione con lui non lo distrae dagli uomini, ma anzi lo fa vivere sempre più intensamente in rapporto con tutti. Salutationem mihi Dominus revelavit ut diceremus: Dominus det tibi pacem […]. Dio suggerisce a san Francesco il rapporto che egli deve stabilire con gli altri uomini ed è un rapporto di umile fraternità, un rapporto di amore: il dono della pace, Pax et bonum, il dono di una concordia. La predicazione di Francesco è soprattutto in questa pace che egli porta. Camminando per le strade egli porta l’amore, egli fa presente in mezzo agli uomini il Cristo, la sua pace. Non ha bisogno di tante parole; saluta. Il saluto implica una comunione di amore, è immediatamente una relazione personale che egli stabile con gli altri […]. Che cos’è questa pace? 
Prima di tutto bisogna ricordare che cos’era la società alla quale era stato mandato Francesco, una società divisa, una società in guerra […]. In fondo la guerra è la condizione normale dell’uomo dopo il peccato […]. Non ci sarà la guerra guerreggiata con le armi, ma ci sarà una guerra economica; non ci sarà una guerra economica e ci sarà una guerra culturale; non ci sarà una guerra culturale e ci sarà una guerra religiosa; non ci sarà una guerra religiosa e ci sarà una guerra razziale […]. Ci sono ancora i peccati in questo mondo? E se ci sono i peccati, c’è la guerra […]; la pace è possibile possederla soltanto personalmente, nella misura in cui i singoli si convertono a Dio. Ed ecco perché san Francesco riceve la rivelazione di Dio. Il saluto che egli porta, ed è il saluto cristiano per eccellenza, prima di tutto non può raggiungere che i singoli, le persone. Francesco ha la rivelazione da Dio di donare la pace, di salutare e di donare agli uomini la pace. È nella sua presenza di fatto che gli uomini si convertono; è nella sua presenza che finalmente gli uomini sono richiamati a Dio e il richiamo a Dio, che è la visione di Francesco che passa, porta anche alle singole anime la pace» [2]. 
Francesco consegna ancora questo messaggio agli uomini del nostro tempo. Insegna loro che anche nel piccolo mondo del quotidiano è possibile essere portatori di pace. Con un saluto buono, sorridente, che sia espressione di benevolenza, di solidarietà, di fraternità cristiana. Con un sorriso che faccia vedere all'altro il volto di Cristo. Volto di amore, di bellezza, di pace.

NOTE

[1] Francesco, il giovane spensierato a cui Dio chiese di riparare la Chiesa, in Famiglia cristiana, 4 ottobre 2016.
[2] Divo Barsotti, San Francesco preghiera vivente, San Paolo, 2008, pp. 316-318. 

lunedì 2 ottobre 2017

Pensieri per lo spirito


UN ANGELO 
SEGNO DELLA DIGNITÀ UMANA


In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: 
«Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». 
Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. 
Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
(Mt 18, 1-5; 10) 



Siamo tutti così preziosi agli occhi di Dio da avere accanto a noi un angelo che ci protegge, ci consiglia, ci guida. Per farlo capire agli uomini del suo tempo, Gesù usa il riferimento alla figura del bambino, che nella scala sociale non ha importanza e capacità decisionale, non possiede nessun potere, non gode di nessuna ricchezza personale. Il bambino dipende dai genitori, non esercita diritti. Eppure anche lui, anzi, potremmo dire, proprio lui, è talmente rilevante per il Signore da "meritare" la presenza angelica, cioè quella di una creatura che ha uno strettissimo rapporto con Dio, così profondo e spirituale da poter vedere ogni giorno il volto del Padre. Lo stesso volto che neppure Mosè (cfr. Es 33,20) – pur conversando come un amico, faccia a faccia con l'Altissimo – aveva potuto contemplare liberamente; il volto che nell'Antico Testamento a nessuno era concesso guardare senza morire. 
L'uomo è così importante, nella scala divina delle priorità, da avere accanto qualcuno che pur godendo di un tale privilegio si mette a suo servizio, per volere di Dio stesso. Ciascuno è come un bambino, se rapportato al Signore: creatura piccole, che non può accampare pretese, vantare diritti e possedimenti propri. Eppure il Signore fa dell'uomo un figlio, coerede di Cristo, destinato a entrare nella casa del Padre. Per questo il dono dell'angelo ha una rilevanza speciale: è un aiuto per camminare più speditamente verso la meta ed è anch'esso uno dei parametri per valutare la grandezza dell'uomo agli occhi di Dio. La dignità non si misura con il metro umano. Occorre guardare dalla prospettiva dell'Alto per vederla e comprenderla e anche questo può aiutare nel rapportarsi al proprio fratello non con atteggiamento di superiorità, ma in spirito di solidarietà, nella riconoscenza per quel dono che abbiamo ricevuto: l'angelo custode.