venerdì 25 agosto 2017

Pensieri per lo spirito


IL CRISTIANESIMO 
È PER GENTE CORAGGIOSA
Il rischio di perdere, per trovare


«Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!».
(Mt 19, )






Il cristianesimo è una faccenda "seria", per gente coraggiosa: non si può essere cristiani deboli e timorosi, altrimenti il rischio non è di esserlo "a metà", ma di non esserlo affatto. Il cristiano deve "osare", lasciare tutto ciò che gli impedisce di seguire il Cristo, fidandosi di lui, delle sue promesse, delle ricompense per chi decide di vivere veramente alla sua sequela.

Distacco dalle "cose"

Seguire Gesù significa imparare a distaccare il proprio cuore dalle cose, e se a volte questo distacco ci è concesso di viverlo poco per volta, quasi in una sorta di allenamento progressivo, altre volte, come accade al giovane ricco della pagina di Matteo (Mt 16, 19-22), la scelta deve essere immediata e radicale. Non ci si può fermare a pensare solo alla classica dicotomia vocazione religiosa/laicale. Sarebbe fin troppo facile. Al giovane ricco Gesù chiede di superare la Legge, di andare "oltre" essa, per seguire Dio fattosi carne, e dunque il suo comandamento nuovo, quello dell'amore reciproco, dell'amore verso Dio, se stessi e il prossimo.
Tante volte, anche al cristiano di oggi viene chiesto di dare un taglio subitaneo a situazioni, rapporti, stili comportamentali e di vita. Può accadere se egli si adagia un cristianesimo "comodo", in cui si accontenta del "minimo sindacale", mentre Gesù chiede, a chi lo vuole seguire veramente, di non limitarsi a questo, ma di liberare fino in fondo il cuore, per andare al di là dei singoli comandamenti e, come direbbe sant'Agostino, fare sempre e tutto solo per amore, con l'amore di Cristo stesso. Solo in questo modo si apriranno ai nostri occhi le infinite situazioni in cui mettere in pratica la legge dell'amore, anche al di fuori delle occasioni "standardizzate" che già conosciamo, e che pensiamo ci bastino «per avere in eredità la vita eterna» (v. 17).
Ma l'episodio evangelico potrebbe essere anche il paradigma di quelle circostanze in cui al cristiano è chiesto di troncare, senza stare a pensarci troppo, situazioni di comodo che mettono a rischio (o l'hanno già fatto) la propria coerenza cristiana. Quelle in cui si può perdere l'onestà, quelle che sono di danno al proprio prossimo, oppure alla propria integrità morale e affettiva. In questi casi non si può tentennare, occorre rapidità nella decisione, serve il coraggio di saper tagliare i ponti con tutto ciò che rende l'uomo non solo meno cristiano, ma, di fondo, meno umano, meno solidale con ciò che la stessa natura umana (la propria e quella degli altri) è e richiede. Insomma, il distacco "coraggioso" che Gesù domanda a chi vuole seguirlo, non è solo quello dalle cose, ma in realtà, da se stessi. Le cose, in fin dei conti, ci piacciono e ci tengono avvinghiati ad esse perché pensiamo ci procurino un qualche bene, soddisfino un nostro bisogno, plachino i nostri desideri.  Siamo attaccati a noi stessi e per questo siamo attaccati alle cose. Diamo loro il potere di "sfamarci".

Perdere per trovare 

«Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà» (Lc 9, 24). 
La chiave per superare l'ostacolo in cui il nostro cuore si incaglia è proprio in queste parole. Se il cristiano si "attacca" realmente a Gesù,  riuscirà (poco per volta, o radicalmente) a staccarsi da se stesso e quindi anche dalle cose. Saprà che il Padre è un Dio provvidente, che pensa ai bisogni dell'uomo (come Gesù sottolinea in Mt 6, 19-34, invitando i discepoli a non preoccuparsi per le necessità materiali) e capirà che l'unica cosa che conta è accumulare tesori in cielo, dove la ricompensa del Padre sarà inimmaginabile, stabile, indistruttibile (Mt 6,19-20), per chi avrà veramente seguito suo Figlio. Gesù lo dice a Pietro: «cento volte tanto e la vita eterna» (Mt 19,29).

Ogni momento è buono per il bene

Come si segue Gesù? Solo pregando, partecipando all'Eucaristia? No, solo questo non basta. Gesù, al dottore della Legge che lo interroga sul comandamento più grande" (cfr. Mt 22,36) risponde indicandone due: amare Dio con tutto se stessi, amare il prossimo come se stessi. L'amore del prossimo passa attraverso ciò che io posso fare per lui: non solo preghiera, ma anche azioni concrete. Se amo me stesso al punto di capire che Dio è il mio unico vero bene, allora non posso non voler portare Dio agli altri, attraverso ogni forma di bene nei suoi confronti: preghiera, vicinanza, aiuto.
La parabola dei lavoratori presi a giornata (Mt 20, 1-16), riletta in chiave "feriale", non solo con riferimento alla vita eterna, sottolinea proprio come non sia mai troppo tardi per lavorare nella vigna del Signore. In questo lavorare c'è, appunto, la preghiera, ma c'è anche l'azione: c'è il lavoro del bene "a giornata" e c'è quello "dell'ultima ora". L'importante è rispondere generosamente alla chiamata del Signore, in qualunque momento essa arrivi. È la vita quotidiana che ci pone dinanzi a questa necessità, nella sua alternanza di giornate in cui siamo chiamati a renderci presenza amorosa per il nostro prossimo in maniera continua e quella in cui solo in determinati momenti suona la richiesta di una gentilezza, di un aiuto, di una parola di conforto. Il coraggio del cristiano è forse più evidente proprio quando il campanello della chiamata suona quando meno ce lo si aspetta, quando si è impegnati in cose apparentemente più importanti, quando si è distratto o svogliati, quando si sta vivendo un momento di apatia o di tristezza. È lì che si riconosce il cristiano forte, coraggioso, che nonostante tutto si rimbocca le maniche e accetta di lavorare, di essere l'operaio nella vigna del Signore. Anche quello dell'ultima ora, dell'ultimo momento. Perché ogni momento è importante per fare il bene, ogni momento è importante per amare di più. Ogni momento del nostro oggi determina l'eternità del nostro domani. 



venerdì 11 agosto 2017

Pensieri per lo spirito

I SEMI DA PIANTARE OGNI GIORNO
Perdere la vita per salvarla



Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; 
se invece muore, produce molto frutto. 
 Chi ama la propria vita, la perde 
e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 
(Gv 12, 24-25)

Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, 
ma perderà la propria vita? 
O che cosa un uomo potrà dare in cambio 
della propria vita? (Mt 16, 25-26)




La liturgia di agosto ci invita a riflettere per due giorni consecutivi sul tema della vita: una vita che può essere persa o guadagnata; amata nel modo giusto o in quello sbagliato; barattata per beni transitori oppure cercata e invocata al posto di ciò che non dura. La parola di Gesù è chiara: non siamo chiamati a essere seme gettato nella spazzatura, scartato come inutile o lasciato seccare all'aria. No, per noi Dio ha pensato ad altro, a essere cioè seme che, nel sacrificio di se stesso una volta interrato, diventa vita, produce frutto, un frutto che sarà, a sua volta, nutrimento ed esistenza per altri. 
L'immagine della sepoltura del seme rimanda a quella della sepoltura nella morte di Cristo che per il cristiano si attua «per mezzo del battesimo», come scrive san Paolo nella sua lettera ai Romani (Rm 6,4). Una sepoltura che implica il rinnegare ogni giorno il peccato per rimanere in quella vita nuova a cui si è stati chiamati, in attesa della personale risurrezione. Ma questa risurrezione si costruisce giorno dopo giorno, attraverso una serie di sepolture nella sepoltura, sepolture feriali che danno senso, vigore al proprio essere immersi nella morte di Cristo, generatrice di vita.
La scelta radicale per il Vangelo – la scelta radicale per Gesù – si manifesta anche in queste "morti quotidiane", sepolture del seme di ogni giorno, affinché proprio ogni giorno si produca frutto, la vita stessa sia vittoriosa e il guadagno parziale del quotidiano si accumuli per un guadagno finale, definitivo, eterno. Se si riuscisse a vivere pensando in questi termini alle rinunce che la vita ci chiede, ai piccoli e grandi sacrifici, ai gesti di amore che a volte ci sottraggono qualcosa, la nostra stessa esistenza cambierebbe. Sentirsi seme che muore è infatti sentirsi seme che vive, che si tramuta in qualcosa di più bello e più utile rispetto al seme stesso, che è solo l'inizio di una lunga avventura, di una catena di generazioni, una staffetta in cui il seme dà vita a frutti, e i frutti ad altri semi, e così in un ciclo lunghissimo, è possibile che la vita continui, bella, piena e... fruttuosa. 
Ogni giorno, dunque, abbiamo tra le nostri mani semi da piantare, mille occasioni dall'aspetto forse dimesso, quasi banale, ma che non vanno sprecate. Sono i semi da interrare, con generosità, in lungo e in largo sul terreno delle nostre 24 ore, sul campo dei incontri che richiedono il nostro tempo e la nostra generosità; nel giardino degli imprevisti e degli inconvenienti che implorano la nostra pazienza; nell'orto della famiglia che invoca attenzione, premura, sensibilità, sopportazione. Non è in gioco solo la nostra vita, ma anche quella degli altri. Solo se riusciremo a intravedere la vita oltre la morte saremo in grado di donare con gioia, nella certezza che il Dio che «ama chi dona con gioia» ricompenserà largamente chi largamente avrà seminato (cfr. 2Cor 9, 6-7), come ha fatto con il Figlio Unigenito, il seme vivente che ha dato la vita per la salvezza del mondo, per la vita di ogni uomo.

lunedì 31 luglio 2017

Pensieri per lo spirito


LA PAZIENZA PER IL REGNO
Costruire nel tempo



Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
(Mt 13, 44)

Mi dissero: «Fa' per noi un dio che cammini alla nostra testa, perché a Mosè, quell'uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto». Allora io dissi: «Chi ha dell'oro? Toglietevelo!». Essi me lo hanno dato; io l'ho gettato nel fuoco e ne è uscito questo vitello.
(Es 32, 23-29)




IL REGNO DEI CIELI È IL VERO TESORO

Il Vangelo della XVII domenica del Tempo Ordinario si concentra sulla preziosità del Regno dei cieli: esso ha un valore così inestimabile che vale la pena disfarsi di tutto ciò che si possiede, pur di comprarlo. Matteo usa delle immagini vivide per descrivere lo stupore che dovrebbe destare nell'uomo la scoperta del Regno: esso è una perla preziosa finalmente trovata da un mercante o anche un tesoro nascosto nel campo, improvvisamente rintracciato da un uomo. Chi trova l'uno e l'altro compie, a prima vista, la più grande follia immaginabile: torna indietro, pieno di gioia, per vendere tutto ciò che possiede e comprare il campo /la perla, e così avere il proprio tesoro.
Ma in realtà l'azione è sensata: l'alea dell'attesa, ricolmata di entusiasmo, in cui si va a vendere i propri beni, sarà ricompensata dal bene maggiore ottenuto alla fine: il tempo dell'attesa è il tempo del sogno, in cui già si pregusta l'appagamento finale del desiderio iniziale, suscitato dalla scoperta.
La gioia di cui è intrisa la pagina del Vangelo facilmente ci contagia e ci infiamma... eppure la vita di tutti i giorni è piena di  situazioni che rendono difficile al Regno – seme di vita – attecchire, trovare in noi terreno buono, privo di soffocazioni che lo facciano morire o di uccelli che vengano a privarci di ciò che in noi è stato seminato. A tal proposito è allora interessante notare come la Parola di Dio proclamata il lunedì della XVII settimana offra la possibilità di continuare a riflettere sullo stesso argomento, illustrando ciò che rende spesso ostica, per l'uomo, questa sorta di "compravendita spirituale": il tempo e l'impazienza.

L'impazienza del popolo d'Israele...

La Prima Lettura, tratta dal libro dell'Esodo, riporta l'episodio degli israeliti che, attendendo il ritorno di Mosè dal monte Sinai, stanchi (impazienti!) per il trascorrere del tempo, chiedono ad Aronne di fabbricare una divinità che si ponga alla loro guida, offrendo tutto il proprio oro da fondere per ottenere il ben noto vitello d'oro. Vitello che sarà poi adorato proprio come si era soliti fare con il vero Dio. L'impazienza del popolo conduce così all'idolatria: per "ottenere" l'idolo viene dato tutto ciò che si possiede, ma questo sacrificio non produrrà frutto, perché mentre il Regno dei cieli nasce da un seme e matura fino a divenire un grande albero, il regno degli idoli è un seme morto, piantato su terra sterile, incapace di produrre qualcosa. Il Salmista dirà infatti che l'idolo è un dio che ha occhi, ma non vede; orecchi, ma non sente; bocca, ma non parla; piedi, ma non cammina. E conclude con un'amara constatazione-profezia: 
«Diventi come loro chi li fabbrica
e chiunque in essi confida!» (Sal 115, 8).
Detto in altri termini, il Regno dei cieli, proprio perché mette in comunicazione l'uomo con il Dio vivente, genera vita e rende l'uomo ancora più vivo, veramente vivo; il regno degli idoli rapporta l'essere umano a un non vivente, o una falsa forma di vita: la sua capacità di dissetare i bisogni più profondi dell'uomo e di dare gioia sarà solo fittizia e temporanea. Si rivelerà un bluff, contagerà l'uomo di vuoto e di disperazione. Condurrà dall'iniziale senso di vita alla morte interiore.

... è la nostra impazienza

Ma l'impazienza del popolo ebreo è in realtà il paradigma dell'impazienza degli uomini di ogni tempo in attesa di Dio. 
L'uomo non sa aspettare, insegue il sogno di un regno che si costruisca nell'immediato, in cui siano istantaneamente cancellate ingiustizia e cattiveria dal mondo, affinché tutti vivano in pace e benessere. Questo vale anche nei confronti dell'uomo verso se stesso: l'iniziale gioia all'idea del Regno viene sostituita dall'impazienza dinanzi ai propri difetti, alle proprie mancanze, alle difficoltà nel cambiamento, al dolore per il distacco da ciò che si possiede (soprattutto in termini immateriali: abitudini, vizi, etc. etc.). 
Eppure la pazienza è uno degli "ingredienti" del Regno e Gesù stesso lo sottolinea quando, tra le tante immagini usate per descriverlo, cita quello della rete da pesca gettata nel mare: solo quando essa sarà piena verrà ritirata e allora i pescatori passeranno in rassegna i pesci, separando quelli buoni da quelli cattivi.

Lavorare per il Regno

L'altra immagine, quella del granello di senape gettato nel campo, è anch'essa eloquente: il seme con il tempo matura e cresce, diventa un grande albero sui cui rami gli uccelli nidificano. C'è anche qui la dimensione necessaria del trascorrere del tempo e della pazienza con cui occorre aspettare di ottenere dei frutti. Ma il risultato finale è sorprendente: da un piccolo seme nasce un albero, che diventa utile anche per molte creature (cfr. Mt 13,32). È questa la dimensione "altruista" del Regno, che non è un sistema chiuso in se stesso, ma aperto, per l'altro, qualcosa da condividere, non da tenere stretto, come un talento sotterrato. E proprio grazie a tale immagine si può meglio comprendere il valore inestimabile, la grandezza di ciò che si acquista rinunciando a tutto il resto, ma anche la necessità dell'impegno personale affinché quell'immagine di Regno di giustizia e di pace a cui l'uomo aspira e il cui seme è già in questo mondo, si attui definitivamente, costruendo giorno dopo giorno i rami del grande albero nati dal piccolo seme. Il Regno piantato nel cuore dell'uomo ha bisogno di essere coltivato quotidianamente, con la pazienza dell'agricoltore che attende il ciclo delle stagioni e i tempi adeguati per la maturazione dei frutti, ma che sa anche accettare le avversità della natura, le intemperie che distruggono, la zizzania che cresce nel campo. Lavorare per il Regno implica il coraggio per non abbattersi e per ricominciare sempre, nella consapevolezza che il suo seme non muore per sempre, ma ha in sé il germe della vita, capace di far fiorire anche il deserto.

venerdì 30 giugno 2017

Sguardo cristiano su notizie di attualità


PRESUNZIONE DI FELICITÀ
Riflessioni sulla sentenza della CEDU a riguardo del piccolo Charlie Gard



Una sentenza che mina il diritto alla vita,
la responsabilità genitoriale e il progresso scientifico

La sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che ha decretato la morte obbligatoria (andando direttamente al sodo) del piccolo Charlie Gard ci dovrebbe inquietare e farci riflettere.
In primis perché un essere umano che ancora non ha la possibilità di autodeterminarsi è stato condannato a morire; in secondo luogo perché anche quelli che avrebbe dovuto decidere per lui (legalmente parlando), e cioè i suoi genitori, sono stati privati (se vogliamo esprimerci in termini molto pratici) di quella che oggi viene definita responsabilità genitoriale (la patria potestà di una volta, per intenderci). È una privazione di fatto, perché concretamente il padre e la madre di Charlie non hanno potuto decidere in quale modo occuparsi al meglio del proprio bambino, come curarlo, come dargli una possibilità di continuare a vivere. È stata negata loro finanche la possibilità di far morire il piccolo in casa propria, rimandando di qualche giorno il fine vita per far circondare il bambino dell'affetto dei parenti. Ritenuti dunque incapaci di "gestire" questa intera "situazione", il potere giudiziario si è sostituito a essi. La Corte ha ritenuto che Charlie, malato di una malattia incurabile, stesse soffrendo troppo e avrebbe sofferto troppo... e per giunta, inutilmente. Siamo al parossismo: il diritto alla vita cede il posto al diritto alla fine sofferenza, come se la lotta per la vita fosse tortura, punizione crudele e inumana (mi rifaccio al linguaggio della Dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo del 9 dicembre 1948).
Ma la sentenza è preoccupante anche per un altro motivo: vietare una terapia sperimentale a Charlie (terapia il cui costo sarebbe stato a carico dei genitori, non di uno Stato), significa in realtà impedire la speranza della guarigione (o di uno stato di vita migliore) non solo a questo bambino in particolare, ma anche alle altre poche persone (ma non per questo non meritevoli del diritto alla salute e/o a una migliore qualità della vita)  che in tutto il mondo soffrono della stessa patologia.
Insomma, questa sentenza non solo dichiara scacco matto alla vita di un bambino e ai suoi genitori, ma anche al progresso scientifico a favore dell'uomo.
Infine, ed è questo su cui mi vorrei soffermare di più, sul piano etico e morale questa sentenza opera una presunzione di infelicità che stride con altri provvedimenti legislativi e giudiziari nazionali ed extranazionali, i quali invece sono stati adottati sulla base di una presunzione di felicità (spesso trascurando studi scientifici di varia natura, come quelli psicologici) di creature che, proprio come Charlie, non hanno ancora la capacità di esprimere una volontà propria.   

Presunzione di felicità 

Mentre i giornali danno la notizia della spina che oggi sarà staccata al piccolo Charlie, sulle stesse pagine dei rotocalchi compare la foto di Cristiano Ronaldo con i suoi gemelli, nati da utero in affitto. È uno stridore che fa venire alla mente molte altre situazioni, come l'affido dei bambini a coppie di persone dello stesso sesso.
Evidentemente, bisogna avere il coraggio di dirlo, i tribunali e i legislatori decidono con grande facilità ciò che rende felice o infelice un bambino. Per esempio, sappiamo tutti che in Italia un bambino può essere adottato da persone single solo in casi particolarissimi, che di fatto rendono in realtà preclusa questa possibilità alla maggioranza degli individui che vorrebbero aiutare un minore senza genitori, donandogli amore, cure, educazione e nonostante a volte le richieste arrivino da persone sane fisicamente e psicologicamente e senza problemi economici.
Siamo dinanzi a disparità ingiustificabili, in cui di volta in volta si tirano fuori motivazioni sul benessere psicologico, sulla stabilità affettiva dei minori, sull'importanza del nucleo familiare.
Sentenze come quelle che riguardano Charlie evidenziano proprio la mancanza di criteri veramente oggettivi e unici al riguardo e palesano una sorta di arbitrarietà che dovrebbe impensierirci e farci chiedere quale rotta stia imboccando la nostra società (e soprattutto i detentori del potere normativo e giudiziario) se il diritto alla vita e alla salute vengono messi in discussione fino al punto che sia un giudice a decidere chi possa curarsi e chi no, chi possa vivere e chi no, a sancire sulla base di criteri apparentemente uguali, ma in realtà di volta in volta sbilanciati ora a favore di una tesi ora di un'altra, quali persone possano assicurare il meglio per un minore.
Sembriamo essere passati attraverso gli estremi di un filo, dall'importanza del nucleo familiare così come è sempre stato riconosciuto anche dal diritto naturale (un uomo e una donna uniti in matrimonio) all'apertura di possibilità per maternità surrogata e coppie dello stesso stesso, negando però, come fa questa sentenza, che i diritti di una vera e propria famiglia possano essere esercitati.
Ho letto commenti in cui i genitori del piccolo Charlie sono stati criticati per aver voluto esercitare un diritto al figlio. Anche questo è inquietante. Sono altri gli atteggiamenti che esprimono la mentalità del diritto al figlio, e niente hanno a che vedere con il desiderio di due genitori di offrire tutte le possibilità a un bambino di continuare a vivere e di vivere meglio. I genitori di Charlie hanno dato il giusto peso al fondamentale e più inalienabile dei diritti: quello alla vita.
La sentenza della Cedu, invece, sembra introdurci in una sorta di eugenetica moderna e dovrebbe spaventarci tutti, perché mina ancora di più il già minato istituto della famiglia, ma anche e soprattutto quello alla vita, e distorce l'idea della scienza – e del progresso a esso collegato – che può aprire orizzonti di speranza per molti ammalati.
E apre uno spartiacque pericoloso sulla presunzione di felicità che, in fondo, potrebbe riguardare molti campi e molte persone, uomini e donne, adulti e bambini.

lunedì 26 giugno 2017

Pensieri per lo spirito


CORREGGERE NON È GIUDICARE
Camminare insieme nella correzione fraterna



In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Non giudicate, per non essere giudicati; 
perché con il giudizio con il quale giudicate 
sarete giudicati voi 
e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. 
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, 
e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? 
O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? 
Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene 
per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello». 
(Mt 7, 1-5)

Collaert Hans I, La parabola della pagliuzza e della trave, XVI sec.


CORREZIONE O GIUDIZIO?

Per rileggere questo brano di Vangelo si può partire dal basso, dalle ultime righe: l'uomo può correggere il proprio fratello, ma solo se in precedenza ha saputo effettuare una valutazione critica e sincera di se stesso, alla luce degli insegnamenti di Cristo, e ha messo in atto una strategia di "autocorrezione". In un certo senso Gesù ci dice che possiamo essere giudici solamente di noi stessi e che analizzando senza finzione i nostri sentimenti, le nostre motivazioni e finalità, possiamo capire cosa permane di anti-evangelico, e così provare a estirpare la zizzania che cresce in noi. Questa sincerità con noi stessi ci permetterà di avere quella limpidezza dello sguardo che sa cogliere le pagliuzze, i difetti e le mancanze anche negli altri senza giudicare il fratello, e ci consentirà di intervenire in spirito di correzione fraterna.
Il messaggio è chiaro: correzione, non giudizio. L'uomo non è creato per ergersi ad arbitro delle intenzioni del cuore altrui: quello è infatti un compito che spetta solo al Signore, l'unico capace (veramente) di andare oltre le apparenze, di vedere l'interno della creatura, di scrutarlo e conoscerlo in profondità prima ancora che agisca.
Di primo acchito sembra una contraddizione: correggere, identificando un atteggiamento sbagliato dell'altro, non è già giudicare? In realtà no, non lo è.
Quando si corregge l'altro si dovrebbe puntare l'attenzione sull'aspetto esteriore di ciò che si vede, senza etichettare le persone (come invece spesso facciamo) sotto le categorie di "buono-cattivo / generoso-egoista / umile-superbo" e via dicendo.

Correggere: un percorso da fare assieme

L'atto del correggere, come la stessa etimologia della parola suggerisce, è un'azione simultanea che richiederebbe la partecipazione attiva di chi suggerisce la correzione e di chi dovrebbe attuarla: «con» - «regĕre», reggere con, dirigere con. Io aiuto l'altro a dirigere i suoi comportamenti, a orientare i suoi atteggiamenti, le sue parole, quando mi accorgo che essi contraddicono il Vangelo e cammino con l'altro ogni volta che la correzione fraterna sortisce effetto (immediato o... posticipato), cercando di raggiungere la stessa meta, a cui potremmo dare molti nomi (la santità, il Paradiso, etc etc), ma che si sintetizza in una persona: Gesù Cristo.
Quando opera in questa dimensione la correzione  diventa un'opportunità di crescita (dunque di avanzamento nel cammino) per entrambe le parti. Correggere è un gesto di carità, di interesse vero per l'altro (mi sta a cuore che anche l'altro raggiunga la pienezza della perfezione in Cristo!), di generosità e a volte anche di fortezza (quante volte non se ne ha il coraggio!); lasciarsi correggere è un atto di umiltà e contribuisce non solo nel farsi aiutare a togliere  la pagliuzza, ma anche a iniziare a levare via la trave dal proprio occhio. Chi accetta la correzione impara a guardare chi corregge non come l'antipatico e il borioso di turno, ma come un fratello che nutre un affetto spirituale, disinteressato. Una delle travi, infatti, è l'orgoglio, ed è una trave pericolosa, che innesta radici profonde nel nostro io e appanna pesantemente la vista spirituale. Così come una trave è la malizia che ci fa giudicare chiunque ci si avvicini come superbo, cattivo, interessato. 
Si potrebbe chiudere il discorso con un modo di dire molto comune: Nessuno è perfetto.
Ecco che allora nessuno potrà essere solo colui che corregge, ma anche colui che si lascia correggere, in una relazione di mutuo soccorso, in cui il Cristo ci verrà incontro attraverso il Vangelo – la lampada che deve guidare i nostri passi (Sal 119, 105) – ma anche attraverso il fratello che, vista la pagliuzza nel mio occhio, mi tende una mano per toglierla, e vederci sempre meglio.