lunedì 13 aprile 2020

Pensieri per lo spirito

EMMAUS 4.0
Viandanti in cerca di Dio al tempo della pandemia



James Tissot, I pellegrini di Emmaus in cammino (XIX sec.)




«Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» (Lc 24,29). 
La pagina lucana sull’incontro dei discepoli di Emmaus col Risorto è animata dal sapore del bisogno e del desiderio. Quel desiderio che si percepisce più forte nella solitudine. «Resta con noi»: un invito rivolto al forestiero non solo come preoccupazione per l’altro, non semplicemente perché non prosegua il viaggio nel buio che sopraggiunge, ma perché qualcosa, nel cuore dei due discepoli viandanti, fa percepire loro la necessità del rimanere insieme, dello stare con quel personaggio misterioso proprio nel momento in cui incalza l’incertezza del giorno che si trasforma in oscurità, della luce che lascia spazio alle tenebre, a quella notte – biblicamente simbolo della morte e del peccato – che sta per arrivare. 


Una parola che arriva dritta al cuore

Non lo capiscono adesso, i due senza nome, di avere un bisogno più forte della loro comprensione razionale, ma lo capiranno dopo, ricordando che il loro cuore ardeva nell'ascolto e nella compagnia di quell'uomo che si era rivelato infine come il Cristo. 
Ecco, il segreto di Emmaus è forse proprio questo, quel segreto che rende ancora oggi questa pagina una delle più belle di tutta la Scrittura: l’uomo ha bisogno di Dio, ma è spesso un bisogno così inconscio, ma anche così connaturale all'essenza stessa del Creatura verso il suo Creatore, che in qualche modo tutti cercano di colmare questo desiderio, questa “fame” ancestrale e infinita. A volte gettandosi su bellezze ingannevoli, come sant'Agostino ben esprimerà descrivendo il proprio tumultuoso percorso spirituale: «Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te» (Agostino, Le confessioni, X, 27,38). 
Ma nelle parole di Agostino c’è già una sottolineatura che ci riporta al centro del brano di Luca: io ti cercavo “fuori” – dice il santo – mentre tu eri “dentro” di me. E anche i discepoli di Emmaus avevano sentito qualcosa proprio “dentro” di loro, nel loro cuore, che ardeva nel petto mentre lo straniero – Cristo – parlava con essi, spiegando le Scritture. «Mi hai chiamasti» – prosegue Agostino, – «e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace» (Ibidem). Se i discepoli di Emmaus avessero ascoltato prima il richiamo del cuore, avrebbero aperto anche prima i loro occhi. E tuttavia, proprio la loro iniziale cecità, e la loro ammissione a posteriori su ciò che “sentivano”, fa comprendere che c’è veramente, come recentemente ha detto il Papa, una sorta di “fiuto” per riconoscere in qualche modo la presenza del Signore anche senza averne piena consapevolezza. «Il popolo che segue Gesù lo ascolta - non se ne accorge del tanto tempo che passa ascoltandolo, perché la Parola di Gesù entra nel cuore […]. Il popolo di Dio segue Gesù … non sa spiegare perché, ma lo segue e arriva al cuore, e non si stanca […]. Il popolo di Dio ha una grazia grande: il fiuto. Il fiuto di sapere dove c’è lo Spirito. È peccatore, come noi: è peccatore. Ma ha quel fiuto di conoscere le strade della salvezza» (Meditazione nella cappella Santa Marta, 28 marzo 2020). 


Emmaus al tempo del Coronavirus 

 In questo tempo di pandemia, i credenti, come i discepoli di Emmaus, continuano a ripetere al Signore: «Resta con noi». Resta con noi, Signore, perché si fa notte nell’impatto violento contro l’idea della morte che potrebbe coglierci per qualcosa fino a ora di sconosciuto, giovani e anziani, ricchi e poveri… senza distinzioni. Resta con noi, perché sopraggiunge la notte nel dolore della perdita dei nostri cari, che non possiamo neanche sfiorare con un dito per accompagnarli in questo difficile passaggio dalla terra al Cielo; resta con noi, perché brancoliamo nel buio di un male ignoto che rende incerto il nostro futuro, interroga la scienza, spiazza programmi, sconquassa i sistemi politici, devasta le sicurezze economiche e affettive. Resta con noi, perché viene la notte in cui ci rendiamo conto di non aver compreso, fino a ora, la nostra fragilità, la nostra pochezza dinanzi a un mondo ben più complesso di noi e che credevamo tuttavia di poter controllare, senza ricordarci che di questo stesso mondo noi siamo custodi e non dispotici proprietari e sfruttatori. 
Ecco allora che, come i “viandanti” di Emmaus, la nostra stessa coscienza (in cui anche Dio ci parla) sembra dirci: «Stolti e lenti di cuore» (Lc 24,25), perché non abbiamo compreso il ruolo che il Creatore aveva affidato all’uomo nel consegnarli le “chiavi” di questo pianeta; perché ci siamo creduti onnipotenti e capaci di bastare a noi stessi nella soddisfazione egoistica di ogni nostro desiderio, mentre la pandemia ci mette davanti agli occhi una grande verità, troppo spesso dimenticata: nessuno si salva da solo. 
Anche noi, dunque, siamo in cammino, con compagni di viaggio proprio come i due discepoli di Emmaus che percorrevano assieme la strada verso un villaggio distante. E il senso di questo camminare a due a due – che diventa cura, attenzione, comprensione, sostegno dell’uno verso l’altro – si declina concretamente in mille sfaccettature che passano dal rispetto delle leggi (soprattutto in questo momento, ricordando anche quanto diceva don Bosco: «Buoni cristiani e onesti cittadini») che ci consentono di aiutare anche chi è lontano da noi (oltre a noi stessi), al fare “chiesa domestica” nelle nostre case; dal condividere tempi di fraternità “virtuale” con gli amici, incoraggiandosi a vicenda, fino al pregare gli uni per gli altri, anche attraverso i moderni mezzi di comunicazione, sperimentando così che l’unione vera è quella del cuori, che non conosce confini geografici e costrizioni spaziali. 
È certamente una quotidianità diversa da quella che conoscevamo, questa che la pandemia ci porta a vivere… ma proprio questo stare nel quotidiano, nel “domestico” in maniera quasi “forzata” e rallentata, ci permette di portare più attenzione alle parole di un Dio che ci parla nel corso della storia, e ci riconduce al momento in cui i discepoli riconoscono il Signore, durante la cena, allo spezzare del pane. In un gesto, cioè, di straordinaria ferialità, di “ordinaria amministrazione”, che però diventa la luce che squarcia il buio e fa finalmente “vedere” in modo nuovo ai due discepoli la realtà che avevano avuto innanzi fino a quel momento. La presenza di Gesù si rivela in un gesto che sì, ha ormai assunto una valenza nuova e suprema nel momento dell’Ultima Cena, ma che rimane anche il gesto semplice di ogni pasto, di ogni condivisione. Un gesto elementare, necessario per vivere, proprio come il pane, alimento base, alimento per la vita. 
E a quel punto, Gesù scompare alla vista dei due. Quasi come a dire: “Adesso sapete come e dove trovarmi”. Se volessimo uscire da una lettura più classica, eucaristica, di questo brano, e calarci in contesto più pratico e quasi più laico, potremmo anche dire che il Maestro invita ciascuno di noi a trovarlo nell’oggi, nel momento presente fatto di cose ordinarie, anzi, in un’ordinarietà che, nel suo essere “imposta” rischia di diventare stucchevole, noiosa… litigiosa, addirittura. Un’ordinarietà che se non compresa nella sua ricchezza può rimanere infruttuosa. Gesù vuole che invece l’ordinarietà sia la nostra “straordinarietà” nel diventare uno dei luoghi dell’incontro con Lui. La stessa incarnazione lo evidenza: il Cristo sta anche nella semplicità della vita che scorre, attraversata da persone ed eventi. Il tempo presente diventa il tempo in cui recuperare questa dimensione quasi dimenticata dell’Onnipresenza di Dio. E senza andare a scomodare concetti teologici per molti difficili, è sufficiente soffermarsi sull’essenziale, così banale che troppe volte lo scordiamo: Dio è nel fratello che mi sta accanto, creato a Sua immagine e somiglianza; è nel gesto di amore con cui posso occuparmi dei miei cari; è nella bellezza del Creato di cui posso godere anche dalla piccola finestra di casa; è nell’impegno di chi si sta prendendo cura dei tanti malati che affollano gli ospedali. Che la sosta di questo nostro oggi a Emmaus ci ricordi allora proprio questo: che Dio per primo è venuto e viene a cercarci. E lo fa là dove siamo, senza schiamazzi, ma nella delicatezza delle piccole cose, nella bellezza pacata della primavera in cui la natura rinasce comunque intorno a noi, nella corporeità delle persone che diventano Sua trasparenza… anche quando non sanno di esserlo. E questo Dio onnipresente ci chiede di portarlo così, con altrettanta delicatezza, nelle vite di chi incontriamo. Proprio come fanno i due discepoli di Emmaus, rientrando a Gerusalemme e annunciando di aver visto il Risorto, narrando «ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane». (Lc 24,35). 
Perché Gesù non ci invita a cercare grandi segni, ma anzi, alla generazione in cerca di segni, aveva risposto che non ne sarebbe stato dato altro se non il segno di Giona (cfr Lc 11,29). Ossia: la sua Risurrezione. È il segno in cui anche papa Francesco ci ha invitato a guardare, pregando in una piazza san Pietro deserta di fedeli in carne e ossa, ma gremita certamente di tanti cuori: «In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza» (Omelia, 27 marzo 2020). Solo nella speranza della risurrezione rimarremo persone in cammino, anche stando apparentemente fermi nelle nostre case, nelle nostre vite che scorrono sempre negli stessi cicli di cose da fare, nei soliti incontri con le solite persone. Solo così saremo davvero viandanti alla ricerca di senso, capaci di ascoltare e vedere con gli occhi del cuore, per annunciare la Buona notizia a quanti raggiungeremo, per essere noi stessi segno di quella Buona novella, di quel Gesù Risorto che è venuto a instaurare il Regno del Padre dandoci una caparra di immortalità, un preludio della Gerusalemme Celeste nell’amore che salva, sazia, disseta.


* Questa riflessione è stata pubblicata anche sul sito della rivista Note di pastorale giovanile

lunedì 9 marzo 2020

Pensieri per lo spirito

RIFLESSIONI 
DI UNA LAICA CATTOLICA 
IN TEMPO DI CORONAVIRUS



Image result for cielo

 «Mi sembra di aver trovato il mio cielo sulla terra 
perché il cielo è Dio e Dio è nella mia anima. 
Il giorno in cui ho capito questo, tutto s'è illuminato in me 
e vorrei sussurrare questo segreto a coloro che amo, 
perché anch'essi, attraverso ogni cosa, 
aderiscano sempre a Dio 
e si realizzi quella preghiera del Cristo: 
"Padre, che siano consumati in uno"»

(Santa Elisabetta della Trinità)




Il tempo del Coronavirus ci sta repentinamente e violentemente mettendo dinanzi alla necessità di ricomprendere il "senso" del sacrificio. Su tutti i livelli, da quello sanitario a quello economico, da quello personale a quello cultuale.
Dato che, come si suol dire, è inutile piangere sul latte versato (il virus ormai si è diffuso, è arrivato anche da noi), sarebbe bello e utile fare veramente nostre le parole di una preghiera molto diffusa: 

«Dio, concedimi la serenità di accettare 
le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare le cose che posso,
e la saggezza per conoscere la differenza».

Ad ascoltare tv e radio, a leggere giornali, a guardare i social e anche a sentire molte polemiche (pure religiose) che sono montate e stanno montando attorno a questa situazione di emergenza, sembra purtroppo che a tanti (troppi?) stia mancando soprattutto l'ultima delle caratteristiche indicate dalla breve preghiera sopra riportata: la saggezza per discernere, da cui poi derivano anche la capacità di accettare consapevolmente la vicenda attuale per quella che realmente è, e il coraggio di fare quanto dipenda da ciascuno per cambiare in meglio le cose.
In questo momento viene chiesto a tutti noi di sacrificare qualcosa delle nostre abitudini, del nostro modus vivendi. Che si tratti di baci e abbracci, di incontri ravvicinati con gli amici, di spostamenti non necessari, delle nostre pratiche di preghiera comunitaria.
Viene chiesto un sacrificio enorme soprattutto a chi sta vivendo in maniera tragica il Coronavirus sulla propria pelle, in vari modi: dedicando le proprie competenze mediche per curare senza sosta gli ammalati e per aiutare lo Stato a prendere le giuste decisioni; lavorando per cercare di adottare le misure normative necessarie ad arginare la diffusione del virus; perdendo purtroppo i propri cari per un malattia che fino a pochi mesi fa nemmeno esisteva.
Per molti (coinvolti o meno che siano in maniera diretta), si aggiunge appunto la rinuncia al Sacramento dell'Eucaristia e alle altre pratiche cultuali comunitarie e credo sia importante ricordare, innanzitutto, che in questo non siamo coinvolti solo noi Cattolici (il Decreto Legge parla infatti in generale di tutte le cerimonie religiose, non solo delle nostre!), ma tutti i Cristiani: penso agli Ortodossi e ai Protestanti, tanto per citarne solo due. E volendo allargare lo sguardo (per non cadere nel tranello dell'egoismo anche in questo campo), penso anche alle grandi religioni monoteiste: agli Ebrei ai Musulmani. Penso, infine, a tutti gli "uomini di buona volontà" che credono in un dio diverso dal nostro, ricordando a quanto afferma il Concilio Vaticano II: «Ugualmente anche le altre religioni che si trovano nel mondo intero si sforzano di superare, in vari modi, l'inquietudine del cuore umano proponendo delle vie, cioè dottrine, precetti di vita e riti sacri. La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini» (Nostra Aetate, n. 2).

Sento allora di dover tracciare (in primo luogo per me stessa), alcune considerazioni:

1.  La scienza non è contraria alla fede né viceversa. La scienza (intesa rettamente, come insieme di conoscenze che aiutano l'uomo per la tutela della vita e del creato) non viene forse da Dio? Non è Dio che ha creato il mondo con i suoi meccanismi, lasciando poi all'essere umano il compito di scoprirli e di custodire il creato e gli esseri umani stessi?
Gesù tentato dal diavolo non si butta dal pinnacolo sfidando la legge di gravità, ma risponde che non si deve tentare il Signore, nostro Dio. La scienza e la Chiesa, in questo frangente stanno operando a tutela della vita e della salute (in questo caso della vita di tutti, ma soprattutto delle fasce più deboli), così come fanno quando si prevede che alle persone celiache sia distribuita la Comunione senza glutine. Certo, il Signore potrebbe fare miracoli pure in quei casi, e i celiaci potrebbero magari ricevere l'Ostia "normale" pensando che non succederà loro niente, ma è giusto che l'uomo di fede usi quelle che Giovanni Paolo II definiva «due ali»: la fede e la ragione (cfr. Fides et ratio, n. 1), ben sapendo che Dio parla e si manifesta anche attraverso le cose "ordinarie" della nostra realtà, i meccanismi reali, e non dispensando miracoli come un prestigiatore.

2. Impariamo a non dare per scontate l'Eucaristia, le pratiche di pietà comuni, la socialità stessa fra le persone. Nei tempi antichi i fedeli non potevano ricevere la Comunione quotidianamente, eppure non per questo sono mancati grandi santi. Molti di noi, magari, pur avendo oggi la possibilità di incontrare ogni giorno Gesù, non lo fanno... per pigrizia, per disorganizzazione. E non lo incontrano nemmeno nella preghiera, nella lettura della Bibbia. Facciamo che la "fame" che sentiamo adesso diventi stimolo per un rapporto più intenso col Signore, da realizzare adesso in modi alternativi alla Messa, e quando tutto sarà risolto, con una frequentazione eucaristica più intensa, più consapevole, e, se possibile, più frequente.

3. La nostra fede muore se, per un tempo limitato e per una ragione grave, diventa impossibile partecipare fisicamente alla Messa? Ma allora sarebbe dovuta morire anche quella di tanti cristiani perseguitati, che non potevano parteciparvi...  o dovrebbe morire ogni volta che siamo malati e manchiamo da Messa per una o due settimane... Certamente l'Eucaristia rimane il centro e culmine della vita cristiana (cfr. Lumen Gentium, n. 11), ma in tempi di emergenza come questi (così come ogni qualvolta che per malattia non possiamo uscire di casa) abbiamo a disposizione molti modi concreti e spirituali per essere ugualmente uniti a Dio e ai fratelli: la Messa in televisione o via Facebook (finanche il Papa ha deciso di trasmettere in streaming ogni mattina!), la Comunione spirituale (pratica raccomandata anche dai Santi), la preghiera personale, la meditazione della Parola, la preghiera in famiglia, da riscoprire in questo tempo in cui siamo invitati a rimanere di più in casa, e ricordando le parole di Cristo:
«Se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. 
Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,18-20).

4. La Chiesa  è Madre e Maestra, e come una madre sta facendo quanto necessario (anche col sacrificio!) per proteggere i suoi figli senza abbandonarli (le chiese rimangono aperte per la preghiera personale purché si evitino assembramenti, i sacerdoti ci sono e sono disponibili purché sempre nel rispetto delle normative attuali), e come una maestra ci sta guidando a servirci dei mezzi moderni per sentirci ugualmente in unità di cuore, di spirito, di intenti, nella mancanza dell'unità "fisica".
A chi dice che una volta non si vietavano le Messe, basterebbe far notare che una volta non c'erano le conoscenze mediche di oggi, non si sapeva che basta una gocciolina che noi espelliamo anche semplicemente nel parlare, per favorire la diffusione dei virus. 

5. A questo punto, dico a me stessa e lo dico a chi mi legge: le polemiche, i dubbi su cui si rimugina, le perplessità, generano polemiche, ci sottraggono tempo prezioso per pregare, per meditare sulla Parola, per stare in Comunione spirituale con Dio e coi fratelli, magari ci distolgono anche dal lavoro. Proviamo a fare invece di questo "sacrificio" che è la mancanza del Sacrificio Eucaristico, ciò che veramente la parola sacrificio vuol dire: sacrum facere, rendere sacro.
Rendere sacro, cioè avvinto a Dio questo nostro tempo in cui qualcosa, sì, certamente ci manca, ma che non per questo diventa tempo meno prezioso agli occhi del Signore.
Ma dipende da noi, da come lo viviamo: sarà indubbiamente tempo sacro, tempo dedicato a Dio, tempo unito al Signore, se lo impiegheremo agendo da «buoni cristiani e onesti cittadini» (come direbbe don Bosco), quindi rispettando quanto lo Stato e la Chiesa ci chiedono di fare in questo momento, pregando ugualmente e con tutto il cuore. Sapendo che il Signore è sempre e dovunque, che, come diceva Santa Elisabetta della Trinità (carmelitana scalza): 
«Mi sembra di aver trovato il mio cielo sulla terra perché il cielo è Dio e Dio è nella mia anima. Il giorno in cui ho capito questo, tutto s'è illuminato in me e vorrei sussurrare questo segreto a coloro che amo, perché anch'essi, attraverso ogni cosa, aderiscano sempre a Dio e si realizzi quella preghiera del Cristo: "Padre, che siano consumati in uno"» (L 107).

sabato 2 novembre 2019

Pensieri per lo spirito

MORIRE PER...?
Riflessioni alla luce di Rm 5,5-11




 Fratelli, la speranza non delude, 
perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori 
per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito 
Cristo morì per gli empi. 
Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto;
forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. 
Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che,
mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. 
A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue,
saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. 
Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio 
per mezzo della morte del Figlio suo, 
molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. 
Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, 
per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, 
grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione.
(Rm 5,5-11)






La parola di Paolo è "dura", perché sembra dare delle coordinate precise sul morire per gli altri, elencando due precise categorie di persone che potrebbero meritare (se così si può dire) il sacrificio di una vita: i giusti e i buoni.
Bontà e giustizia, ai tempi di Paolo, sembrano però aver comunque perso, agli occhi della maggioranza degli uomini, il loro valore... perché solo qualcuno, e con ritrosia, sarebbe disposto a offrire la propria vita per esse e per chi dunque le incarna. Segno di un vivere con superficialità i valori veri, di non essere in grado di crederci fino in fondo, fino a morire piuttosto che rinnegarli.
Il "bello" di Dio è che Egli invece si è donato completamente per gli uomini quando non erano né giusti né buoni, ma semplicemente "empi". 
Empio è parola che assume nella nostra lingue molte sfumature: cattivo, sacrilego, ma anche ingiusto. Le assumeva anche al tempo di Paolo, perché nel Salmo 7 si legge  che «L'empio produce ingiustizia, concepisce malizia, partorisce menzogna» (Sal 7,15).
La grandezza dell'amore di Dio sta allora proprio in questo: Egli ha saputo trovare nell'uomo ingiusto, cattivo e sacrilego, qualcosa per cui comunque valesse la pena dare la vita. Dio ha saputo vedere quel che don Bosco definiva «il punto accessibile al bene» presente in ogni essere umano, e proprio per questo si è consegnato alla morte. 
Si potrebbe però trovare anche un ulteriore significato nel morire di Cristo secondo l'ottica paolina. È sempre san Paolo a darcene una chiave di lettura: «Se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2Tm 2,13).
Il cerchio si chiude: chi crede veramente nella verità, nella bontà, nella giustizia, si rende testimone di questi valori fino alla morte. E chi più di Cristo poteva avere a cuore la testimonianza coerente di ciò che Dio stesso è, di ciò che Egli era nella sua vita terrena?
Le ricorrenze di tutti i Santi e dei defunti fanno guardare al mistero della morte e della santità da una prospettiva cristologica, e pongono un interrogativo ben preciso: il cristiano sa essere, come Gesù, un testimone credibile del Dio buono e giusto (laddove buono si potrebbe tradurre anche con misericordioso)? Il cristiano saprebbe dare la vita (espressione che può anche intendersi in senso metaforico, come impegno costante per l'altro) per i fratelli giusti e buoni e/o affinché questa bontà e questa giustizia si manifestino in loro?

mercoledì 25 settembre 2019

Cibo e Parola

«CUSTODIRE» LA TERRA
La giusta relazione col Creato
(in collaborazione con Enza, foodblogger su Foodtales)



 «La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune 
comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana
nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, 
poiché sappiamo che le cose possono cambiare.
Il Creatore non ci abbandona,
non fa mai marcia indietro nel suo progetto di amore, 
non si pente di averci creato.
L’umanità ha ancora la capacità di collaborare 
per costruire la nostra casa comune».
(Papa Francesco, Laudato sì, n. 13)








Custodire: "entrare nel linguaggio della creazione"

Settembre è il mese in cui ricordiamo in modo particolare – non da soli, ma come Chiesa – l’impegno richiesto a ciascuno di noi per la custodia del Creato. Lo facciamo con la Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato (1 settembre) e lo facciamo anche seguendo l’intenzione di preghiera del Papa di questo mese: «Perché i politici, gli scienziati e gli economisti lavorino insieme per la protezione dei mari e degli oceani».
Custodire il creato è un dovere, un diritto, un impegno, una responsabilità.
È Dio ad aver affidato all’uomo il mondo, delegandogli l'esercizio del "dominio" sulla Terra:
«Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra e soggiogatela,
dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente che striscia sulla terra» (Gn ,28).
Soggiogare e dominare sono tuttavia verbi che possono indurre in errore, se non  correttamente intesi nel loro contesto.
Scriveva Joseph Ratzinger – Benedetto XVI: 
«Una frase del racconto della creazione, che oggi suona negativo a tutte le orecchie, ha bisogno di un’esegesi particolare. Si tratta del famoso versetto di Gn 1,28, l’apostrofe di Dio agli uomini: “Soggiogate a voi la terra!. Questo principio è diventato un grande appiglio per gli attacchi contro il cristianesimo […].
Il compito che il Creatore ha dato all’uomo significa che questi deve vivere il mondo come creazione divina, nel ritmo e nella logica della creazione. Il senso di quel compito è definito nel successivo capitolo 2 della Genesi con le parole “coltivare e custodire” (cfr. Gn 2,15). Esso allude perciò ad un entrare nel linguaggio della creazione stessa, significa che questa è portata a ciò di cui è capace e per cui è stata ideata, ma non che si rivolta contro se stessa. La fede biblica comporta che gli uomini non si restringano da soli in se stessi: devono sempre sapere di essere nel grande corpo della storia, che alla fine diverrà corpo di Cristo. Una volta l’uomo poteva cambiare nella natura sempre solo determinate cose. La natura come tale non era oggetto, ma presupposto del suo agire. Ora, invece, gli è consegnata essa stessa nella sua interezza – o almeno così lui crede. Ma con ciò egli si vede anche esposto, improvvisamente, alla sua più profonda minaccia. Il punto di partenza di questo è in quell'atteggiamento che considera la creazione solo come prodotto del caso e della necessità, secondo il quale non vi è più un agire di Dio e dunque resta soltanto l’agire proprio. Poiché essa appare solo come prodotto di caso e di necessità, essa non ha più diritti propri e non può più impartire direttive: essa ha tutt'al più un linguaggio morale. È zittito quel ritmo interiore che il racconto scritturistico della creazione ci indica, il ritmo dell’adorazione, il ritmo della storia d’amore di Dio con l’uomo. Ciò nondimeno oggi avvertiamo bene quanto siano orrendi gli esiti di quella concezione. Sentiamo la minaccia che non è un lontano futuro, ma incombe immediatamente su di noi» [1].

Un'ecologia fatta di gesti quotidiani ma anche di "cultura"

È un vero peccato che, come spesso accade anche in altri campi, l'uomo si renda conto del proprio cattivo operato solo quando una minaccia incombe su di lui. Ma è comunque positivo il fatto che la minaccia consenta di aprire gli occhi e stimoli a un'inversione di rotta. Per il cristiano, questa inversione deve far comprendere che «possiamo davvero servire la terra se la usiamo secondo la direttiva della parola di Dio» [2].
Dunque custodire, non abusare. Rispettare, non defraudare. Far vivere, non far morire. È certamente necessario un approfondimento del "problema" a grandi livelli, per la ricerca di soluzioni nuove alla questione ambientale, che si presenta come tematica su larga scala, che coinvolge soprattutto i detentori del potere, i cui interessi sono spesso in contrapposizione con il rispetto delle leggi della natura.
Ma la custodia del creato implica anche per ogni persona una serie di cose fattibili nel proprio piccolo, nel quotidiano, attraverso un insieme di scelte e di atteggiamenti che esprimano la propria decisione a favore di un uso sapiente delle risorse, di un approccio rispettoso e consapevole alla natura e alle creature (non umane) che ci circondano... anche perché ciò che di negativo si fa al Creato ha sempre e comunque un impatto altrettanto negativo sull'umanità. Questo può dar vita a una vera e propria protesta silenziosa contro "i colossi" (politici, economici, industriali) che vanno invece in tutt'altra direzione. E occorre anche da parte di ogni singolo uomo un approccio "culturale" al problema: non possiamo agire correttamente se prima non siamo informati su ciò che succede e sulle motivazioni (anche scientifiche) che portano a definire pericolosi, nocivi, determinati protocolli, determinate azioni, determinate sostanze.
È quello che anche papa Francesco ha sottolineato: «È molto nobile assumere il compito di avere cura del creato con piccole azioni quotidiane, ed è meraviglioso che l’educazione sia capace di motivarle fino a dar forma ad uno stile di vita. L’educazione alla responsabilità ambientale può incoraggiare vari comportamenti che hanno un’incidenza diretta e importante nella cura per l’ambiente, come evitare l’uso di materiale plastico o di carta, ridurre il consumo di acqua, differenziare i rifiuti, cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare, trattare con cura gli altri esseri viventi, utilizzare il trasporto pubblico o condividere un medesimo veicolo tra varie persone, piantare alberi, spegnere le luci inutili, e così via. Tutto ciò fa parte di una creatività generosa e dignitosa, che mostra il meglio dell’essere umano. Riutilizzare qualcosa invece di disfarsene rapidamente, partendo da motivazioni profonde, può essere un atto di amore che esprime la nostra dignità.
Non bisogna pensare che questi sforzi non cambieranno il mondo. Tali azioni diffondono un bene nella società che sempre produce frutti al di là di quanto si possa constatare, perché provocano in seno a questa terra un bene che tende sempre a diffondersi, a volte invisibilmente. Inoltre, l’esercizio di questi comportamenti ci restituisce il senso della nostra dignità, ci conduce ad una maggiore profondità esistenziale, ci permette di sperimentare che vale la pena passare per questo mondo. Gli ambiti educativi sono vari: la scuola, la famiglia, i mezzi di comunicazione, la catechesi, e altri. Tutti possiamo collaborare come strumenti di Dio per la cura della creazione, ognuno con la propria cultura ed esperienza, le proprie iniziative e capacità» [3].

Concludiamo questo post con la preghiera della Rete Mondiale di preghiera del Papa per questo mese di settembre e con la ricetta di Enza, del blog Food Tales. Abbiamo pensato alla tartaruga perché spesso (purtroppo) si sente parlare della "plastica killer" per queste creature marine. La ricetta potrebbe diventare un espediente per avvicinare i più piccoli al tema dell'inquinamento a opera di un materiale tanto presente nelle nostre vite da essere considerato indispensabile, ma che in realtà si rivela pericoloso per l'uomo e mortifero per tanti animali.

--------------------------------------------------------------
In unione di preghiera e di offerta
per l'armonia della Creazione,
Dono di Dio all'umanità,
perché tutti contribuiamo
anche nelle piccole cose
al rispetto della natura
pensando anche al domani
di chi verrà dopo di noi.

Vergine Maria,
umile ancella di Dio,
insegnaci il rispetto
dei Doni preziosi!
(Dalla preghiera di offerta per il 1° venerdì del mese 
della Rete Mondiale di Preghiera del Papa)



 TARTARUGA DI CARNE E PUREA 
(involtini di carne senza glutine con purea di patate e bieta)
di Enza, foodblogger su Foodtales




COMPOSIZIONE DEL PIATTO

Lessate una patata e aggiungete della bieta già cotta e tagliuzzata in pezzi non troppo piccoli. Insaporite con del formaggio grattugiato e della curcuma.
Si otterrà un impasto colorato con il quale modellare il corpo della tartaruga, le zampine e la testa. Per gli occhi ho usato un'oliva nera.
Tagliate a fettine un involtino di carne e appoggiatele sulla base di patate come in foto.

Per gli involtini di carne senza glutine

6 fette scelte di vitello
150 g circa di pane senza glutine 
parmigiano grattugiato q.b.
fecola di patate per infarinare
un po' di latte
1 uovo
vino bianco 
olio e basilico
aglio, prezzemolo e sale

Frullate il pane con uno spicchio di aglio e del prezzemolo e aggiustate di sale. Aggiungete il formaggio, l'uovo e un po' di latte per ammorbidire l'impasto. Farcite la carne, legate gli involtini con dello spago da cucina e girateli nella fecola perché siano completamente rivestiti. In una padella con olio e aglio cuocete a fiamma dolce fin quando si formerà una crosticina dorata sugli involtini, sfumate con il vino e quando l'alcool sarà evaporato, aggiungete le foglie di basilico, sale q.b. e un po' di acqua. Terminate la cottura con il coperchio.






NOTE
[1] Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, Progetto di Dio. La creazione, 2012, Marcianum Press, pp. 76-77; 80.
[2] Ibidem, p. 81.
[3] Papa Francesco, Laudato sì, nn. 211; 212; 213; 14.

martedì 17 settembre 2019

Pensieri per lo spirito

LA VITA E LA PAROLA

A colloquio con Dio per parlare con i fratelli



Jean Baptiste Vicar, Cristo risuscita il figlio della vedova di Nain (XIX sec.), Roma, Accademia di San Luca

In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, 
e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. 
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, 
unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. 
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: 
«Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. 
Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». 
Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. 
Ed egli lo restituì a sua madre. 
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: 
«Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». 
Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.
(Lc 7,11-17)




È curioso il modo in cui prende forma questo straordinario miracolo di Gesù. Curioso perché la prima cosa che accade dopo che il giovane viene riportato alla vita non è un pianto di gioia, un grido di liberazione o stupore, un abbraccio fra madre e figlio. No, la prima cosa che accade è che il ragazzo “rinato” si mette a parlare. Luca non ci tiene a riportare le sue parole, il dato rimane però importante così come l’Evangelista ce lo presenta, nella sua asciuttezza e concretezza: colui che ritorna alla vita ritorna alla parola; colui che è stato richiamato dalla Parola risponde con la parola. Ecco che allora quel senso di stranezza che forse di primo acchito si prova nel meditare su questo brano, svanisce. Sì, perché la vita e la parola sono strettamente collegate: è attraverso la parola che la vita si esprime. La parola, si potrebbe dire, è un dono per tutti, un’arte concessa a ogni essere vivente. Il bambino piccolo, pur non riuscendo ad articolare ancora vocaboli e frasi, emette suoni a volte così allusivi che spesso si dice che “Gli manca solo la parola” o che “Sembra che parli”. E crescendo, e finalmente impossessandosi totalmente del grande dono della parola, l’uomo riesce ad esprimere attraverso di essa tutta la gamma dei propri sentimenti, dall’amore… all’odio. La parola può trasmettere affetto, comprensione, solidarietà, vicinanza, amicizia, amore, passione, così come pure invidia, gelosia, sarcasmo, disprezzo, odio. La parola umana può far vivere, rinascere, morire. Lo dice bene il libro del Siracide, quando sentenzia che «La spada uccide tante persone, / ma ne uccide più la lingua che la spada» (Sir 28,18). Non è da meno il Nuovo Testamento, in cui è soprattutto san Giacomo a invitare i credenti a tenere a freno la lingua, per non rendere vana la propria fede (Gc 1,26), perché la lingua «è piena di un veleno mortale» (Gc 3,8).
"Riletto" da questa prospettiva, il silenzio di Luca sulle parole precise pronunciate dal giovane di Nain diventa un interrogativo per ciascuno di noi: come rispondiamo – giorno per giorno – a quella Parola (il Verbo di Dio, per usare la terminologia del prologo giovanneo) che già fin dal principio era presso il Padre, attraverso la quale tutte le cose sono state create e vivono, e, dunque, grazie alla quale anche noi siamo stati chiamati all’esistenza?
La nostra parola esprime lode, ringraziamento, amore totale per quella Parola che ci ha gratuitamente chiamati alla vita e ci ha rivelato il volto misericordioso del Padre?
Da questo rapporto tra vita e Vita, tra la nostra parola e Lui che è Parola, dipende la nostra relazione con gli altri. Infatti, soltanto dopo l’alternanza di Parola di Gesù e parola del ragazzo, quest’ultimo viene restituito a sua madre.
Non ci può essere vera parola ai fratelli se non c’è prima vera parola con Dio, perché è esclusivamente nel colloquio con Lui e nell’ascolto della sua Parola, che possiamo imparare ad amare. E se sapremo amare veramente sapremo suscitare anche noi negli altri, con la nostra testimonianza, parole di lode e di ringraziamento per le grandi cose che Dio, ogni giorno, compie in noi e nelle nostre vite.