mercoledì 9 novembre 2016

Notizie


 UNA NUOVA PUBBLICAZIONE
Sussidio per la novena di Natale


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Sul sito di Amazon Italia e su quello di Streetlib sono disponibili le versioni cartacea ed E-book di un sussidio pensato per la novena di Natale.
Nove riflessioni che diventano nove tappe di un viaggio all'interno della famiglia nel progetto di Dio, quale famiglia aperta agli altri, fondata sull’amore che si declina quale affetto sponsale, genitoriale e filiale, sul modello del rapporto altrettanto sponsale, paterno e filiale che lega la creatura al Creatore.

venerdì 4 novembre 2016

Spiritualità per il Giubileo


 LA RICCHEZZA DISONESTA
Un Dio che perdona

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».

(Lc 16, 1-8)

Risultati immagini per amministratore disonesto in inglese


Gesù, nel Vangelo di Luca, al capitolo 16, 1-8 offre, con una certa sottigliezza, una descrizione della misericordia con cui l'uomo è chiamato ad agire e, soprattutto, a vivere. Parafrasando infatti il modello dell'amministratore disonesto in quello di un uomo scaltro, Cristo invita a una misericordia che non è semplice buonismo, atto dovuto, o puro tornaconto personale, ma che – al contrario – è frutto di una delicata (quanto semplice!) strategia connotata dalla ... furbizia, una furbizia necessaria per “aggirare” la disparità tra l'uomo che agisce e il fine che egli si prefigge.
Quando Cristo loda la scaltrezza (e non la disonestà) dell'amministratore della parabola, Egli altro non fa se non invitare l'uomo ad agire con un’astuzia  positiva nei confronti del prossimo, e ad accettare (con altrettanta furbizia) la "cecità" con cui Dio è disposto a perdonare per amore. In sintesi, è l'esortazione ad accogliere l'amicizia impari (disonesta, se proprio si volesse restare al linguaggio del Vangelo) che lega il peccatore a Colui che è santità assoluta; la sproporzione massima tra l'essere umano e la vita eterna a cui egli aspira.

Una relazione sproporzionata

Il punto di partenza sta proprio in questo: la sproporzione assolutamente incolmabile tra Dio e l'uomo. Incolmabile dal lato umano... perché niente la creatura potrebbe fare (neppure essere chiamata alla vita!) per raggiungere Dio, per meritare il suo amore, la sua misericordia.
Nel racconto lucano, l'amministratore disonesto si rende conto dell'abisso che si è creato tra sé e il proprio padrone, a causa della propria condotta illegale. Un insormontabile ostacolo che gli rende impossibile continuare la vita di prima, con le sue ruberie. Il padrone non ha più fiducia. È questa è la molla che rende scaltro il protagonista della storia: condonare parte dei debiti altrui verso il padrone è il lasciapassare per un futuro sicuro, attraverso la riconoscenza "eterna" dei malcapitati che hanno ricevuto quella grazia tanto immeritata quanto inattesa.
A tale scaltrezza Gesù invita anche i propri discepoli: scaltrezza, non disonestà. Eppure...

L'uomo non sperpera le ricchezze di Dio?

Il peccato originale ha rotto la relazione di fiducia che esisteva tra l'uomo e Dio.  E così pure, anche dopo la Redenzione operata da Cristo, ogni singolo peccato mortale dell'essere umano continua a minare questo rapporto fiduciario, anzi, rende ancora più evidente la "disonestà" della creatura, che non ha scrupoli nello sperperare la massima ricchezza affidatagli da Dio: l'innocenza battesimale, lo stato di grazia, il pass per la vita senza fine nella dimora del Padre.
Ma c'è anche uno sciupio di minore gravità, che quotidianamente l'uomo commette: lo spreco dei talenti (sotterrati, male impiegati, dimezzati); il rifiuto di quel bene in più che si potrebbe sempre compiere nelle ordinarie situazioni della vita e altro ancora… In sintesi, tutti quei peccati veniali che seppure non rompono l'alleanza con Dio, ingolfano nel procedere verso di Lui. Ma c'è un dono divino che, pur se ampiamente elargito dall'uomo, non diventa mai oggetto di un furto ma, al contrario, acquista agli occhi di Dio un valore immenso: è la misericordia.

La misericordia può salvarci

Il Card. Thuân scriveva: «Gesù è infinitamente misericordioso, infinitamente degno di amore. Quanto a me, sono stato attirato da Lui tutta la vita, perché amo i suoi "difetti" [1]. Gesù non ha buona memoria; non conosce la matematica; non conosce la logica; non s'intende né di finanze, né di economia, è amico dei peccatori [...] sembra un maestro contraddittorio» [2].
Gesù sembra contraddittorio: proprio come nella posizione che assume nei confronti dell'amministratore disonesto!
Ma Cristo in realtà è lineare nella sua assenza di memoria, logica, economia (e via dicendo). Gesù sta dicendo che l'uomo può essere furbo, scaltro, e così acquistarsi una dimora eterna nella casa di Dio se, pur riconoscendosi umilmente peccatore (e quindi "ladro" dei beni del Padrone), sa agire proprio per questo con misericordia verso i suoi simili. Se, infatti, il padrone della parabola non perdonerà l'amministratore disonesto (tanto più che il suo atteggiamento finale è l'ulteriore beffa che egli si fa di lui!), Dio perdonerà a chi è stato capace di perdonare... Dio sarà misericordioso verso chi ha agito con misericordia.

Misericordiosi come il Padre

Nella bolla di indizione del Giubileo papa Francesco ha ricordato che «siamo chiamati a vivere di misericordia, perché a noi per primi è stata usata misericordia» [3]. Questo fa anche Gesù nella Parabola. Chi è capace di misericordia sincera, sapendo di averla ricevuta per primo da Dio, non solo sarà accolto dagli amici ottenuti con questa “ricchezza disonesta” (la capacità di perdonare non è forse un dono divino?), ma sarà accolto da Dio stesso.
Padre Joseph Tissot, ne L'arte di trarre profitto dai nostri peccati, scrive: «Beati i misericordiosi. La misericordia non si può esercitare se non sulla miseria; quale miseria è più orribile del peccato? Quale oggetto è più compassionevole per una pietà infinita? Dipende da noi che questi peccati, che ci trasformano in rei e vittime della collera divina, siano davanti a Dio come un'occasione perché Egli manifesti un attributo che, a quanto pare, gli è più grande della giustizia: la bontà, l'amore» [4].
Dipende dall'uomo che la propria miseria diventi il trampolino di lancio per perdonare le miserie altrui, per essere prodighi della ricchezza del Padre, cioè della capacità di essere misericordiosi, affinché si avveri la parola di Cristo: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7). 
Una misericordia che non è solo presente e operante in questa vita, ma che sarà eterna, nella dimora oltre il tempo e lo spazio con Dio e con le anime sante.


NOTE

[1] François-Xavier Nguyễn Văn Thuận, La gioia di vivere la fede, Libreria Editrice Vaticana, 2013, p. 89.
[2] Ibidem, pp. 90;92;93-94;99.
[3] Francesco, Misericordiae Vultus, n. 9.
[4] Joseph Tissot, L'arte di trarre profitto dai nostri peccati, Chirico, 2009, pp. 105-107.

lunedì 3 ottobre 2016

Spiritualità per il Giubileo


 UN SACERDOZIO MISERICORDIOSO
Il "culto" a Dio nella compassione


Il Vangelo di Luca, nel riportare la parabola del buon Samaritano, descrive, in un certo senso - se lo si vuole rileggere anche in termini metaforici - la parabola della vita di ogni essere umano, che mentre è in viaggio, si ritrova sempre a imbattersi in qualcuno e a vederloIn fondo è quel che accade al sacerdote, al levita e anche samaritano, nel momento in cui incappano nell'uomo caduto nelle mani dei briganti, lasciato mezzo morto sul ciglio di una strada e tanto in cattive condizioni da non essere in grado di chiedere aiuto autonomamente, ma costretto ad attendere che un altro  - il prossimo - riconosca il suo bisogno e venga in suo soccorso. 
Eppure - ed è questo l'elemento bomba del passo lucano - tra camminare e vedere si innestano solo in un caso il quarto e il quinto verbo: farsi accanto, avere compassione.

UNA STORIA DI VICINANZA

Al di là delle ben note considerazioni esegetiche sul brano, si può provare a focalizzare l'attenzione sull'insegnamento generale che Gesù vuole inculcare negli ascoltatori, al di là del fatto in sé.
Parlare di un uomo mezzo morto, di un sacerdote, di un levita e di un samaritano; parlare della strada che da Gerusalemme va a Gerico; descrivere l'assalto dei briganti da cui parte il racconto: sono tutti espedienti attraverso i quali Cristo "ingigantisce" la storia, la rende paradossale al limite dell'immaginabile, per provare uno scuotimento interiore, una reazione nell'uditorio, per far indignare dinanzi all'impassibilità di alcuni (anzi, di illustri alcuni), alla mancanza di cuore e di rispetto per una cosa sacra quale è la vita umana.

Il sacerdote e il levita

Il sacerdote e il levita rappresentano gli illustri personaggi della storia. Attori dei quali non si ricorda il nome, ma la funzione, il ruolo e, proprio per questo, si lascia intendere che avrebbero dovuto avere la capacità di capire quale fosse la cosa giusta da fare, il bene da preservare, anzi, da salvare.
Per tal motivo il loro atteggiamento rende la narrazione una storia dal forte impatto emotivo. Un sacerdote e un levita, due persone a stretto contatto con il culto divino, due persone in teoria più vicine a Dio, non riescono a farsi più vicine a un uomo, a un loro simile, a uno creato a immagine e somiglianza di Dio.
Nella loro testa si scatena un dilemma: è più importante evitare ogni possibilità di contaminazione e di impurità (come sarebbe avvenuto se avessero toccato un uomo "morto", come magari potevano ipotizzare fosse il malcapitato) del soccorrere un uomo? 

Passare oltre

Il sacerdote vede e "passa oltre". «Non soltanto va oltre; il testo greco, alla lettera, dice che "passa dalla parte opposta della strada". Questo verbo indica l'intenzionalità di non voler vedere quella miseria e non essere preso dal rimorso di avere abbandonato un moribondo al suo destino» [1] .
Anche il levita "passa oltre". Eppure anche lui vede.
Ma cosa vedono?
Probabilmente vedono un... calcolo: un uomo, mezzo morto, del quale non vogliono realmente accertarsi se sia ancora vivo o meno, perché per farlo dovrebbero avvicinarsi... e, se lo facessero, forse finirebbero con l'essere troppo dentro, troppo coinvolti e non riuscirebbero a venirne fuori. 
Così mettono a tacere in partenza ogni rimorso e richiamo di coscienza. Fingono, probabilmente, di vedere un uomo morto, per usare questa giustificazione finanche con Dio. È morto, non c'è più nulla da fare!
O forse, semplicemente, ragionano solo con la testa dei riti e dei precetti, e passano oltre per evitare di perdere tempo inutilmente, perché non potrebbero soccorrere comunque quell'uomo, rischiando di rendersi impuri.
Quante volte l'uomo si comporta allo stesso modo! Passa oltre l'altro, passa dalla parte opposta per evitare di coinvolgersi, di entrare nella sofferenza altrui, nel bisogno dell'altro. Passa oltre, prendendo la scorciatoia di un certo perbenismo che crede di poter sfoggiare anche dinanzi a Dio! Ma Dio, e Gesù lo dichiara apertamente, non attribuisce valore a questo tipo di atteggiamento.

Quale "sacerdozio"?

Si dà realmente gloria a Dio, si eleva realmente un culto a Lui gradito, trascurando il dovere della carità verso gli altri?
Si è veramente "sacerdoti" (consacrati a Dio, appartenenti a Dio) onorando i precetti, ma non amando gli uomini?
È un quesito che non riguarda - in maniera semplicistica - i soli ministri ordinati; ogni battezzato è rivestito di un sacerdozio comune, che lo rende consacrato a Dio, anzi, di più: tempio di Dio. Così, il primo altare - per così dire - su cui celebrare il culto, è l'uomo stesso, attraverso la sua vita, i suoi sentimenti, i suoi gesti.
Allora, rigirando la domanda, si può chiedere: che sacerdote è l'uomo, quando pensando di giustificarsi davanti a Dio per aver recitato molte preghiere o seguito scrupolosamente dei riti, ha trascurato di esercitare la carità verso gli altri?
Gesù pone anche l'uomo di oggi davanti a questa domanda: il culto o la carità? La purezza fatta solo di preghiere e riti esteriori, o una purezza che si alimenta anche di amore per il prossimo? 
Non si può dissociare la carità dal culto, ma la carità diventa - in senso lato - culto, quando  un atto di carità, di misericordia improrogabile chiama all'appello, e non c'è altri cui poter affidare il compito. Quando si diventa prossimi di qualcuno è lì che si unisce il sacrificio dell'amore al sacrificio di Cristo.

Passare accanto: il buon Samaritano

Questo probabilmente non lo sapeva il buon Samaritano. Samaritano, dunque «eretico, emarginato dalla comunità cultuale d'Israele, nemico, simbolo dell'impurità, creduto incapace di vero atteggiamento verticale» [2]. Eppure è attraverso la figura di quest'uomo così malvisto nella società giudaica del suo tempo che, in questa parabola, Gesù insegna come coniugare veramente l'atteggiamento verticale (verso Dio) e quello orizzontale (verso l'uomo).
Il Samaritano è l'unico a farsi vicino e ad avere compassione. Proprio quell'uomo che non dovrebbe avere legge morale, religione, scrupolo di coscienza, è capace di farsi prossimo dell'uomo incappato nei briganti. Colui che non dovrebbe avere un Dio a cui rispondere del proprio agire, risponde al richiamo della propria coscienza e al richiamo della vita, la cui dignità merita di essere tutelata contro le barbarie umane.

IL VERO SACERDOZIO

Quel Samaritano dimostra che servendo l'uomo si serve veramente Dio, al di là delle sole prescrizioni cultuali. E solo servendo l'uomo il servizio a Dio è veramente sincero, coerente. «La carità copre una moltitudine di peccati» dirà Pietro in 1 Pt 4, 8 e San Giovanni, nella sua prima epistola, mette in guardia dall'ipocrisia e dalla falsità nel rapporto tra fede e carità: «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Se uno dice: "Io amo Dio" e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4, 19-20). 
Non si può essere realmente sacerdoti se non nella comunione fraterna, nella capacità del cuore di avvicinarsi all'altro, di com-patire con l'altro. Nell'altro si incontra Dio, nel gesto misericordioso si manifesta Dio all'altro. San Paolo scriverà: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1). 
L'essenza del sacerdozio di Cristo è esattamente questa: un'offerta di se stesso, nel suo atto donativo d'amore per la salvezza dell'altro, nella sua capacità di farsi prossimo, buon Samaritano per ogni uomo.
«Dov'è carità è amore, lì c'è Dio». Lo dicono le parole di un canto liturgico, lo dice anche la parabola del buon Samaritano. Lo dice la vita di Cristo crocifisso e risorto.


NOTE

[1] Gabriele Maria Corini, Contro la sciatica del cuore, San Paolo, 2015, p. 86.

[2] Mario Galizzi, Vangelo secondo Luca, Elledici, 2001, p. 250. 



lunedì 26 settembre 2016

Spiritualità per il Giubileo


 IL SACRIFICIO PIÙ GRANDE
La misericordia nell'ottica "sacrificale"

Tintoretto, Crocifissione (1565)
Scuola Grande di San Rocco, Venezia
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Le parole misericordia e sacrificio sembrano essere poste in antitesi da Gesù, quando nel Vangelo di Matteo sentenzia: «Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13). L'espressione, in realtà, ritorna, con qualche variante, anche nel capitolo 12: «Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell'uomo è signore del sabato» (Mt 12,7-8). In tutti e due i casi, Gesù si rivolge ai farisei, rispondendo alle loro accuse. Nel capitolo 9, infatti, Cristo viene messo in discussione per aver condiviso la mensa con i peccatori (si trova  a casa di Matteo, che offre un banchetto dopo aver accolto la chiamata di Gesù); tre capitoli dopo, invece, l'accusa riguarda l'atto del nutrirsi di spighe, in giorno di sabato (Gesù era con i discepoli in un campo di grano). Inquadrare entrambe le scene e individuarne "gli attori" e i contesti permette di comprendere meglio il messaggio sotteso al modo di esprimersi di Gesù, e all'apparente antitesi tra misericordia e sacrificio.

Dio e la persona al centro

Con il proprio atteggiamento, Gesù sta ribaltando la visione "umana" dell'Antica Legge, la comprensione che i farisei stessi ne avevano. L'agire di Cristo diventa il meccanismo che innesca la miccia del "perbenismo" farisaico, il pretesto per accusare il Maestro. E il Maestro fa dell'accusa il pretesto per passare all'insegnamento. Invita infatti i suoi detrattori a rimanere sulla Scrittura, ma rileggendola attentamente («Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame?» dirà in Mt 12,3), mettendo al centro del problema non il formalismo, ma la persona. Il problema non sta - ovviamente - nella Scrittura, ma nel modo in cui essa è stata interpretata (e di conseguenza applicata).
Naturalmente, in questo modo di ragionare Gesù pone anche e principalmente Dio al centro, e per essere ancora più pregnante, più eloquente, lo fa nella persona del Figlio - cioè di se stesso, Verbo Incarnato - : «qui vi è uno più grande del tempio» (Mt 12,6) e «Perché il Figlio dell'uomo è signore del sabato» (Mt 12,8). In tal modo non c'è più dicotomia tra l'agire verso Dio e l'agire verso l'uomo, ma pieno rispetto della volontà divina, del disegno originario di Dio, presente nelle pagine della Scrittura.

I peccatori e la colpa

Nei due passi citati Gesù muove, sostanzialmente, una controaccusa verso i farisei: sono essi che si macchiano della responsabilità di condannare persone innocenti; sono essi che non hanno veramente a cuore i peccatori. Gesù dimostrerà con la sua stessa vita di pagare il prezzo dell'ipocrisia dei farisei e di quelli come loro, e dimostrerà anche di essere il modello dell'anti-fariseo: fattosi peccato in favore dell'uomo, Egli diventerà il "peccatore" condannato in vece di tutti i peccatori, e pagando il prezzo della propria vita, riuscirà a riscattare l'umanità. Ma la donazione di Gesù sulla Croce, allora, è un atto di misericordia o di sacrificio?

Ci fa santi la misericordia o il sacrificio?

Don Divo Barsotti scriveva - nel suo libro La mia giornata con Cristo -: «Essere santi non vuol dire moltiplicare le preghiere, fare tanti atti di mortificazione: vuol dire compiere il nostro dovere fino in fondo, per rispondere alla divina volontà con tutto l'essere nostro, nella dedizione totale di tutta la vita» [1]. È quello che ha fatto Gesù, che nella teologia paolina viene definito quale Figlio obbediente, che imparò l'obbedienza dalle cose che patì, e che nella perfezione di risorto (uomo glorificato, Santo dei Santi risorto dai morti), è divenuto «causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5, 8). Anche qui, allora, il problema di fondo, oggi come ieri, non sta tanto nelle parole, ma nel modo in cui le si interpreta: Gesù invita i suoi a essere attenti e fedeli alla volontà di Dio, alla Parola che è Cristo stesso. E questa parola è un monito a essere persone misericordiose, in una nuova concezione del sacrificio. 

Sacrificati, sacrificanti o misericordiosi?

C'è differenza tra il fare un sacrificio e l'essere persone "sacrificate", o, peggio ancora, tra il fare  un sacrificio e l'essere gente "sacrificante".
Il sacrificante può essere colui che sacrifica un altro, ma non se stesso. È proprio questa la mentalità (e l'atteggiamento) che Gesù denuncia nei confronti di scribi e farisei, i quali «legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23,4).
Il "sacrificato", al contrario, è colui che a furia di privazioni e sacrifici ha perso la capacità di testimoniare con spirito di letizia ciò in cui dice di credere; oppure è chi fa sacrifici solo in termini di "dovere" (ma senza vera motivazione, senza amore) o, ancora, quella persona che non riesce ad accogliere l'annuncio del Vangelo come fonte di gioia. Pensiamo alla figura di Giona, il profeta chiamato a proclamare agli abitanti di Ninive un tempo accordato da Dio per convertirsi, ed evitare la distruzione della loro città. Giona vive la sua missione di evangelizzatore come un "sacrificato", indispettito verso Dio perché "non è giusto" quel che Egli vuole fare, triste fino all'indignazione perché la salvezza dovrebbe spettare solo ai giusti (inclusa la sua pianta di ricino!). Ma Gesù afferma di essere venuto «per i peccatori» e non per i giusti che sono già sulla buona strada. I giusti lo seguiranno, perché lo riconosceranno. Ai peccatori Egli deve presentarsi, farsi conoscere, farsi amare amando, per farsi seguire. 
Ecco il capovolgimento: Gesù non è un sacerdote dell'Antica Alleanza che sacrifica animali per riconciliarsi con Dio; Gesù non è un sacerdote che impone agli altri fardelli pesanti senza averli portati anche lui; Gesù non è un sacerdote triste, un musone, nonostante nasca come uomo per andare incontro alla morte e - per di più - affronti in piena consapevolezza questa grande "prova".

La misericordia è gioia!

Gesù vive il "sacrificio" della propria vita - cioè il sacrificare = fare sacra la propria esistenza - come un atto di amore, di misericordia e quindi di gioia: la misericordia che culmina tangibilmente nel suo atto redentivo sulla Croce è qualcosa che inizia già con la sua venuta al mondo come creatura umana. Gesù accetta l'Incarnazione per amore, un amore che viene dal cuore di un Dio che si china sulla miseria umana (misericordia: - misereor - cor, cordis) per dare sollievo, "soluzione" a questa povertà, a questa debolezza, a questa indigenza.
Il movente - l'amore - permette a Gesù di essere gioioso (e di affidarsi al volere di Dio anche nel momento in cui la sofferenza gli si prospetta in tutta la sua crudezza), perché Egli non sta facendo qualcosa per "dovere", ma nella logica della gratuità, della generosità, della solidarietà con gli uomini. Il tema del banchetto, che tante volte ritorna nelle sue parabole, è un tema "vissuto" nella convivialità con amici, parenti, ma anche con i peccatori convertiti. Gesù non disdegna le gioie della vita, perché l'amore è gioia.
Vissuta nella stessa ottica, anche per il discepolo di Cristo la misericordia diventa ben più di un "sacrificio", ma anzi, acquista un vero valore sacrificale. Una misericordia secondo il disegno di Dio è qualcosa di più un semplice "sacrificio materiale" (privarsi di beni, mettere a tacere una brutta parola e via dicendo...). Comprende anche questo aspetto di sofferenza, di strappo, di trascendenza verso l'altro che esso richiede, ma è un'azione gradita a Dio, è un'azione che viene resa sacra, "consacrata" a Dio soltanto dall'amore consapevole e libero con cui la si attua. L'uomo consegna il proprio agire misericordioso al Signore, lo unisce al sacrificio di Cristo, per collaborare - oggi - al suo disegno di redenzione.  
Riconoscendo di essere stato amato per primo da Dio (cfr. 1 Gv 4,19), l'uomo non vive più la misericordia come un peso, ma come il giogo di Cristo: un giogo dolce, perché fatto essenzialmente d'amore (cfr. Mt 11,30), attraverso cui manifestare anche agli altri il Volto misericordioso di Cristo.


NOTE

[1] Divo Barsotti, La mia giornata con Cristo, San Paolo, 2007, p. 44.

mercoledì 31 agosto 2016

Spiritualità per il Giubileo


 CONDOLERSI
La misericordia del dolore

Giotto, Compianto sul Cristo morto (1303-1305)
Cappella degli Scrovegni, Padova

La morte di qualcuno chiama sempre in causa il dolore di un altro. Il con-dolersi (cum-dolere) è l'espressione istintiva di un mistero che tocca l'uomo nel suo più recondito io, a prescindere dal credo religioso o dalla vicinanza fisica o parentale.
Si può provare dolore per la perdita di un parente, di un amico, di un conoscente e perfino di un estraneo. Non sono solo i drammatici eventi come il sisma che ha colpito nei giorni scorsi l'Italia centrale a innescare questo meccanismo del cuore (e della psiche), ma anche storie della vita quotidiana segnalano all'uomo che il fatto stesso di confrontarsi con la dipartita di qualcuno ricorda - inevitabilmente, tempestivamente, profondamente - che la morte è un paradosso, quel paradosso che apparentemente sembra spazzare via volti, sorrisi, gesti, parole. Tutto ciò che rende l'uomo vivo agli occhi di un altro, tutto ciò che fa godere della presenza fisica, tangibile dell'altro e dell'espressione dei suoi sentimenti. È questa la mancanza che determina il dolore, ma non soltanto questa. Perché, se toccati da questo promemoria si riesce - in una qualche misura - a immedesimarsi nel dolore provato da chi sperimenta da vicino la perdita di una persona cara (specie se dopo lunghe o brevi malattie, catastrofi naturali, eventi improvvisi e inattesi) d'altro canto si prova dolore anche per il dolore di chi muore. Un dolore che si fa più o meno intenso in base all'età e alle circostanze in cui quel qualcuno muore. 
Il condolersi diventa così l'espressione di una solidarietà umana che traduce - in sintesi - non semplicemente o solamente una maggiore o minore sensibilità personale, ma quell'essere parte di una stessa, lunga, antica catena umana. Una catena in cui ogni anello condivide la stessa sorte, va incontro allo stesso enigma, al medesimo salto nel buio. È un enigma la morte vissuta da chi resta ed è un enigma la morte vissuta da chi muore
La fede non elimina del tutto questo enigma, perché l'uomo non riesce a comprendere pienamente il senso del dolore, il perché della morte; e così è chiamato sempre ad affidarsi come un cieco nelle mani di una guida sicura. In questa cecità nasce lo smarrimento, la sofferenza. Perché fidarsi ciecamente non è un concetto assimilabile razionalmente, ma può accadere solo se si uniscono mente e cuore, ragione e fede. Solo se si ama Colui che assicura un futuro dopo la sofferenza e la morte. Così dolersi con quelli che restano e dolersi per quelli che muoiono è una forma di solidarietà con chi è uomo come noi, chiamato al gioire e al soffrire, in quelle doglie del parto che coinvolgono tutta la creazione e tutti gli esseri umani in attesa della vita eterna (cfr. Rm 8,22). Il condolersi è una forma di compassione, a patto che non si trasformi in una semplice preoccupazione per il proprio futuro ("E se capitasse anche a me? - se perdessi anche io qualcuno allo stesso modo?"), a condizione che nasca come o si trasformi (anche o soltanto) in una misericordia concreta, una misericordia che si attua per mezzo della vicinanza a chi soffre, della preghiera per i vivi rimasti e per i morti che si affidano al Giudice Misericordioso per eccellenza. 
Se il condolersi è tutto questo, allora anche la parola condoglianze, che ne deriva, diventa la manifestazione sintetica di questa misericordia: ricordo davanti a Dio, affetto sincero, un abbraccio, uno sguardo, un silenzio, un incoraggiamento. Ed è in questa misericordia che l'uomo si avvicina realmente a un altro uomo, ma anche a Dio, perché «niente unisce maggiormente con Dio che un atto di misericordia»  [1]. 
Nel condolersi si vive quel che scrive san Paolo, nella sua lettera ai Romani «La carità non sia ipocrita; Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm 12, 9;15). La misericordia viene dal cuore per andare al cuore. Il dolore non può essere una fintiva: deve sgorgare dal di dentro della persona. Ma questa misericordia del dolore è anche - di fondo - una misericordia di speranza: «a partire dall’amore misericordioso con il quale Gesù ha espresso l’impegno di Dio, anche noi possiamo e dobbiamo corrispondere al suo amore con il nostro impegno. E questo soprattutto nelle situazioni di maggiore bisogno, dove c’è più sete di speranza» [2], situazioni come la morte, in cui la speranza delle speranze, quella contro ogni speranza, si fa strada: la vita non finisce con l'esistenza terrena che si chiude; la morte non disgiunge per sempre gli uni dagli altri. La morte non è soltanto dolore: è un passaggio, il passaggio alla nostra pasqua, al trionfo definitivo della misericordia divina sulla caducità umana, alla gioia eterna.

NOTE

[1] Francesco, Prima meditazione in occasione del Ritiro Spirituale guidato in occasione del Giubileo dei Sacerdoti, 2 giugno 2016.

[2] Francesco, Udienza Giubilare, 20 febbraio 2016.