lunedì 26 settembre 2016

Spiritualità per il Giubileo


 IL SACRIFICIO PIÙ GRANDE
La misericordia nell'ottica "sacrificale"

Tintoretto, Crocifissione (1565)
Scuola Grande di San Rocco, Venezia
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Le parole misericordia e sacrificio sembrano essere poste in antitesi da Gesù, quando nel Vangelo di Matteo sentenzia: «Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13). L'espressione, in realtà, ritorna, con qualche variante, anche nel capitolo 12: «Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell'uomo è signore del sabato» (Mt 12,7-8). In tutti e due i casi, Gesù si rivolge ai farisei, rispondendo alle loro accuse. Nel capitolo 9, infatti, Cristo viene messo in discussione per aver condiviso la mensa con i peccatori (si trova  a casa di Matteo, che offre un banchetto dopo aver accolto la chiamata di Gesù); tre capitoli dopo, invece, l'accusa riguarda l'atto del nutrirsi di spighe, in giorno di sabato (Gesù era con i discepoli in un campo di grano). Inquadrare entrambe le scene e individuarne "gli attori" e i contesti permette di comprendere meglio il messaggio sotteso al modo di esprimersi di Gesù, e all'apparente antitesi tra misericordia e sacrificio.

Dio e la persona al centro

Con il proprio atteggiamento, Gesù sta ribaltando la visione "umana" dell'Antica Legge, la comprensione che i farisei stessi ne avevano. L'agire di Cristo diventa il meccanismo che innesca la miccia del "perbenismo" farisaico, il pretesto per accusare il Maestro. E il Maestro fa dell'accusa il pretesto per passare all'insegnamento. Invita infatti i suoi detrattori a rimanere sulla Scrittura, ma rileggendola attentamente («Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame?» dirà in Mt 12,3), mettendo al centro del problema non il formalismo, ma la persona. Il problema non sta - ovviamente - nella Scrittura, ma nel modo in cui essa è stata interpretata (e di conseguenza applicata).
Naturalmente, in questo modo di ragionare Gesù pone anche e principalmente Dio al centro, e per essere ancora più pregnante, più eloquente, lo fa nella persona del Figlio - cioè di se stesso, Verbo Incarnato - : «qui vi è uno più grande del tempio» (Mt 12,6) e «Perché il Figlio dell'uomo è signore del sabato» (Mt 12,8). In tal modo non c'è più dicotomia tra l'agire verso Dio e l'agire verso l'uomo, ma pieno rispetto della volontà divina, del disegno originario di Dio, presente nelle pagine della Scrittura.

I peccatori e la colpa

Nei due passi citati Gesù muove, sostanzialmente, una controaccusa verso i farisei: sono essi che si macchiano della responsabilità di condannare persone innocenti; sono essi che non hanno veramente a cuore i peccatori. Gesù dimostrerà con la sua stessa vita di pagare il prezzo dell'ipocrisia dei farisei e di quelli come loro, e dimostrerà anche di essere il modello dell'anti-fariseo: fattosi peccato in favore dell'uomo, Egli diventerà il "peccatore" condannato in vece di tutti i peccatori, e pagando il prezzo della propria vita, riuscirà a riscattare l'umanità. Ma la donazione di Gesù sulla Croce, allora, è un atto di misericordia o di sacrificio?

Ci fa santi la misericordia o il sacrificio?

Don Divo Barsotti scriveva - nel suo libro La mia giornata con Cristo -: «Essere santi non vuol dire moltiplicare le preghiere, fare tanti atti di mortificazione: vuol dire compiere il nostro dovere fino in fondo, per rispondere alla divina volontà con tutto l'essere nostro, nella dedizione totale di tutta la vita» [1]. È quello che ha fatto Gesù, che nella teologia paolina viene definito quale Figlio obbediente, che imparò l'obbedienza dalle cose che patì, e che nella perfezione di risorto (uomo glorificato, Santo dei Santi risorto dai morti), è divenuto «causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5, 8). Anche qui, allora, il problema di fondo, oggi come ieri, non sta tanto nelle parole, ma nel modo in cui le si interpreta: Gesù invita i suoi a essere attenti e fedeli alla volontà di Dio, alla Parola che è Cristo stesso. E questa parola è un monito a essere persone misericordiose, in una nuova concezione del sacrificio. 

Sacrificati, sacrificanti o misericordiosi?

C'è differenza tra il fare un sacrificio e l'essere persone "sacrificate", o, peggio ancora, tra il fare  un sacrificio e l'essere gente "sacrificante".
Il sacrificante può essere colui che sacrifica un altro, ma non se stesso. È proprio questa la mentalità (e l'atteggiamento) che Gesù denuncia nei confronti di scribi e farisei, i quali «legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23,4).
Il "sacrificato", al contrario, è colui che a furia di privazioni e sacrifici ha perso la capacità di testimoniare con spirito di letizia ciò in cui dice di credere; oppure è chi fa sacrifici solo in termini di "dovere" (ma senza vera motivazione, senza amore) o, ancora, quella persona che non riesce ad accogliere l'annuncio del Vangelo come fonte di gioia. Pensiamo alla figura di Giona, il profeta chiamato a proclamare agli abitanti di Ninive un tempo accordato da Dio per convertirsi, ed evitare la distruzione della loro città. Giona vive la sua missione di evangelizzatore come un "sacrificato", indispettito verso Dio perché "non è giusto" quel che Egli vuole fare, triste fino all'indignazione perché la salvezza dovrebbe spettare solo ai giusti (inclusa la sua pianta di ricino!). Ma Gesù afferma di essere venuto «per i peccatori» e non per i giusti che sono già sulla buona strada. I giusti lo seguiranno, perché lo riconosceranno. Ai peccatori Egli deve presentarsi, farsi conoscere, farsi amare amando, per farsi seguire. 
Ecco il capovolgimento: Gesù non è un sacerdote dell'Antica Alleanza che sacrifica animali per riconciliarsi con Dio; Gesù non è un sacerdote che impone agli altri fardelli pesanti senza averli portati anche lui; Gesù non è un sacerdote triste, un musone, nonostante nasca come uomo per andare incontro alla morte e - per di più - affronti in piena consapevolezza questa grande "prova".

La misericordia è gioia!

Gesù vive il "sacrificio" della propria vita - cioè il sacrificare = fare sacra la propria esistenza - come un atto di amore, di misericordia e quindi di gioia: la misericordia che culmina tangibilmente nel suo atto redentivo sulla Croce è qualcosa che inizia già con la sua venuta al mondo come creatura umana. Gesù accetta l'Incarnazione per amore, un amore che viene dal cuore di un Dio che si china sulla miseria umana (misericordia: - misereor - cor, cordis) per dare sollievo, "soluzione" a questa povertà, a questa debolezza, a questa indigenza.
Il movente - l'amore - permette a Gesù di essere gioioso (e di affidarsi al volere di Dio anche nel momento in cui la sofferenza gli si prospetta in tutta la sua crudezza), perché Egli non sta facendo qualcosa per "dovere", ma nella logica della gratuità, della generosità, della solidarietà con gli uomini. Il tema del banchetto, che tante volte ritorna nelle sue parabole, è un tema "vissuto" nella convivialità con amici, parenti, ma anche con i peccatori convertiti. Gesù non disdegna le gioie della vita, perché l'amore è gioia.
Vissuta nella stessa ottica, anche per il discepolo di Cristo la misericordia diventa ben più di un "sacrificio", ma anzi, acquista un vero valore sacrificale. Una misericordia secondo il disegno di Dio è qualcosa di più un semplice "sacrificio materiale" (privarsi di beni, mettere a tacere una brutta parola e via dicendo...). Comprende anche questo aspetto di sofferenza, di strappo, di trascendenza verso l'altro che esso richiede, ma è un'azione gradita a Dio, è un'azione che viene resa sacra, "consacrata" a Dio soltanto dall'amore consapevole e libero con cui la si attua. L'uomo consegna il proprio agire misericordioso al Signore, lo unisce al sacrificio di Cristo, per collaborare - oggi - al suo disegno di redenzione.  
Riconoscendo di essere stato amato per primo da Dio (cfr. 1 Gv 4,19), l'uomo non vive più la misericordia come un peso, ma come il giogo di Cristo: un giogo dolce, perché fatto essenzialmente d'amore (cfr. Mt 11,30), attraverso cui manifestare anche agli altri il Volto misericordioso di Cristo.


NOTE

[1] Divo Barsotti, La mia giornata con Cristo, San Paolo, 2007, p. 44.

mercoledì 31 agosto 2016

Spiritualità per il Giubileo


 CONDOLERSI
La misericordia del dolore

Giotto, Compianto sul Cristo morto (1303-1305)
Cappella degli Scrovegni, Padova

La morte di qualcuno chiama sempre in causa il dolore di un altro. Il con-dolersi (cum-dolere) è l'espressione istintiva di un mistero che tocca l'uomo nel suo più recondito io, a prescindere dal credo religioso o dalla vicinanza fisica o parentale.
Si può provare dolore per la perdita di un parente, di un amico, di un conoscente e perfino di un estraneo. Non sono solo i drammatici eventi come il sisma che ha colpito nei giorni scorsi l'Italia centrale a innescare questo meccanismo del cuore (e della psiche), ma anche storie della vita quotidiana segnalano all'uomo che il fatto stesso di confrontarsi con la dipartita di qualcuno ricorda - inevitabilmente, tempestivamente, profondamente - che la morte è un paradosso, quel paradosso che apparentemente sembra spazzare via volti, sorrisi, gesti, parole. Tutto ciò che rende l'uomo vivo agli occhi di un altro, tutto ciò che fa godere della presenza fisica, tangibile dell'altro e dell'espressione dei suoi sentimenti. È questa la mancanza che determina il dolore, ma non soltanto questa. Perché, se toccati da questo promemoria si riesce - in una qualche misura - a immedesimarsi nel dolore provato da chi sperimenta da vicino la perdita di una persona cara (specie se dopo lunghe o brevi malattie, catastrofi naturali, eventi improvvisi e inattesi) d'altro canto si prova dolore anche per il dolore di chi muore. Un dolore che si fa più o meno intenso in base all'età e alle circostanze in cui quel qualcuno muore. 
Il condolersi diventa così l'espressione di una solidarietà umana che traduce - in sintesi - non semplicemente o solamente una maggiore o minore sensibilità personale, ma quell'essere parte di una stessa, lunga, antica catena umana. Una catena in cui ogni anello condivide la stessa sorte, va incontro allo stesso enigma, al medesimo salto nel buio. È un enigma la morte vissuta da chi resta ed è un enigma la morte vissuta da chi muore
La fede non elimina del tutto questo enigma, perché l'uomo non riesce a comprendere pienamente il senso del dolore, il perché della morte; e così è chiamato sempre ad affidarsi come un cieco nelle mani di una guida sicura. In questa cecità nasce lo smarrimento, la sofferenza. Perché fidarsi ciecamente non è un concetto assimilabile razionalmente, ma può accadere solo se si uniscono mente e cuore, ragione e fede. Solo se si ama Colui che assicura un futuro dopo la sofferenza e la morte. Così dolersi con quelli che restano e dolersi per quelli che muoiono è una forma di solidarietà con chi è uomo come noi, chiamato al gioire e al soffrire, in quelle doglie del parto che coinvolgono tutta la creazione e tutti gli esseri umani in attesa della vita eterna (cfr. Rm 8,22). Il condolersi è una forma di compassione, a patto che non si trasformi in una semplice preoccupazione per il proprio futuro ("E se capitasse anche a me? - se perdessi anche io qualcuno allo stesso modo?"), a condizione che nasca come o si trasformi (anche o soltanto) in una misericordia concreta, una misericordia che si attua per mezzo della vicinanza a chi soffre, della preghiera per i vivi rimasti e per i morti che si affidano al Giudice Misericordioso per eccellenza. 
Se il condolersi è tutto questo, allora anche la parola condoglianze, che ne deriva, diventa la manifestazione sintetica di questa misericordia: ricordo davanti a Dio, affetto sincero, un abbraccio, uno sguardo, un silenzio, un incoraggiamento. Ed è in questa misericordia che l'uomo si avvicina realmente a un altro uomo, ma anche a Dio, perché «niente unisce maggiormente con Dio che un atto di misericordia»  [1]. 
Nel condolersi si vive quel che scrive san Paolo, nella sua lettera ai Romani «La carità non sia ipocrita; Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm 12, 9;15). La misericordia viene dal cuore per andare al cuore. Il dolore non può essere una fintiva: deve sgorgare dal di dentro della persona. Ma questa misericordia del dolore è anche - di fondo - una misericordia di speranza: «a partire dall’amore misericordioso con il quale Gesù ha espresso l’impegno di Dio, anche noi possiamo e dobbiamo corrispondere al suo amore con il nostro impegno. E questo soprattutto nelle situazioni di maggiore bisogno, dove c’è più sete di speranza» [2], situazioni come la morte, in cui la speranza delle speranze, quella contro ogni speranza, si fa strada: la vita non finisce con l'esistenza terrena che si chiude; la morte non disgiunge per sempre gli uni dagli altri. La morte non è soltanto dolore: è un passaggio, il passaggio alla nostra pasqua, al trionfo definitivo della misericordia divina sulla caducità umana, alla gioia eterna.

NOTE

[1] Francesco, Prima meditazione in occasione del Ritiro Spirituale guidato in occasione del Giubileo dei Sacerdoti, 2 giugno 2016.

[2] Francesco, Udienza Giubilare, 20 febbraio 2016.

mercoledì 6 luglio 2016

Notizie


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venerdì 1 luglio 2016

Spiritualità per il Giubileo



UN CUORE RICCO DI MISERICORDIA /3
Un cuore che "sente"





"SENTIRE" 

Nella lingua spagnola, per dire che si prova un sentimento verso una persona si può usare il verbo sentir (siento que te amo), così come, per esprimere dispiacere per qualcosa, compassione per qualcuno, l'espressione da usare è lo siento mucho. Il sentir spagnolo non ha nulla  a che vedere con il senso dell'udito (a differenza del sentire italiano). Si tratta di un verbo esclusivamente legato alle emozioni e ai sentimenti.
In realtà, per quanto il verbo abbia - per noi italiani - anche significati diversi (sentire con le orecchie, o finanche con il tatto, o con il gusto!), anche nella nostra lingua sentire è sinonimo di provare un sentimento. L'uomo sente amore, amicizia, antipatia (e purtroppo, finanche odio) per qualcuno, e anche la compassione, tema che si ricollega all'argomento centrale del Giubileo della Misericordia, prevede - oltre al verbo provare - anche quello del sentire. A ben vedere, la stessa parola sentimento contiene la radice di sentire, e rimanda quindi a una connessione non solo con il cuore - sede dei sentimenti -, ma anche con i sensi, con ciò che l'uomo sente nel senso di ascoltare - gustare - toccare.
«Nella radice della parola sentimento - le cui origini risalgono al latino del Medioevo - è ancora riconoscibile il significato di sentire, che anticamente aveva un valore differente da quello odierno.
Per Leonardo da Vinci i muscoli ricevevano il sentimento dai nervi, e ancora all’inizio dell’Ottocento, Leopardi chiamava sentimenti principali la facoltà del vedere e dell’udire: erano quindi considerati sentimenti quelli che noi definiamo sensi, o la capacità di percepire sensazioni fisiche.
Questo antico valore della parola sentimento è rimasto in alcune locuzioni, come perdere i sentimenti cioè svenire, o come uscire di sentimenti ovvero perdere la pazienza» [1].

Cristo "sente" compassione

«Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino», dice Gesù in Mt 15,32. E non si tratta dell'unico caso in cui la Scrittura esprime il fatto che Egli provi-senta tali sentimenti: «Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore» (Mt 9,36); «Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati» (Mt 14,4).
La compassione - cioè il com-patire - di Gesù è l'espressione tangibile della compassione di Dio Padre, già riconosciuta nell'Antico Testamento: 
«Benedetto Dio che vive in eterno,
benedetto il suo regno;
egli castiga e ha compassione,
fa scendere agli inferi, nelle profondità della terra,
e fa risalire dalla grande perdizione:
nessuno sfugge alla sua mano.
Vi castiga per le vostre iniquità,
ma avrà compassione di tutti voi
e vi radunerà da tutte le nazioni,
fra le quali siete stati dispersi»  (Tb 13, 2; 5).
Ma la compassione di Cristo diventa anche l'espressione del suo legame inscindibile con l'umanità, come ricorda san Paolo: «Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell'ignoranza e nell'errore, essendo anche lui rivestito di debolezza» (Eb 5,2). 
Questa compassione diventa un sentire capace di cogliere tutti i bisogni umani: la fame e la sete di cibo e d'acqua, ma anche di Parola; il desiderio di sanità fisica. In sintesi, si potrebbe dire che realmente, quando Gesù sente, sente a 360 gradi, coniugando il Cuore con la mente.

SENTIRE COL CUORE

Gesù dimostra concretamente di essere il Dio che - come scriveva J. Ratzinger - è occhio, è vista. Ma svela anche il volto e il cuore di quel Dio così diverso dagli idoli pagani, idoli che 
«Hanno bocca e non parlano,
hanno occhi e non vedono,
hanno orecchi e non odono,
hanno narici e non odorano.
Le loro mani non palpano,
i loro piedi non camminano;
dalla loro gola non escono suoni»! (Sal 115, 5-7).
Gesù è capace di sentire (cioè di provare sentimenti, la cui sede è il cuore) vedendo, ascoltando, toccando gli altri e le loro debolezze, le loro mancanze, le loro aspettative più profonde.
Si può anche dire - rigirando il concetto - che Cristo ha un Cuore che ascolta, che vede, che tocca la miseria dell'uomo, e agisce di conseguenza, venendo incontro a ogni creatura nel bisogno.
Il cuore umano è capace - dunque - di avere occhi per vedere, orecchie per ascoltare, mani per toccare. Il cuore è la sede in cui si può forse vedere meglio, sentire meglio, toccare meglio. Come scriveva ne Il piccolo principe Saint Antoine Exupery, «Non si vede bene che col cuore, l'essenziale è invisibile agli occhi». 
Se il cuore è duro (e Gesù lo sottolinea più volte nel Vangelo) gli occhi diventano incapaci di vedere, le orecchie non possono sentire. Solo la docilità e la bontà di un cuore puro permettono di vedere l'altro senza cattiveria, senza orgoglio, senza egoismo.
Se è vero che sono «beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8), è vero anche l'esatto contrario: solo i puri di cuore possono vedere l'uomo nel suo essere immagine e somiglianza di Dio.
Dove il cuore si annebbia, l'uomo non è più in grado di vedere e sentire il proprio fratello. L'altro diventa l'ostacolo, il nemico, il "nessuno", lo "zero", l'invisibile.
Il Cuore di Gesù rivolge l'invito ai discepoli di tutti i tempi a purificare i loro cuori, affinché nella trasparenza di cuori miti e umili come quelli del Maestro, anche l'apparente fatica del vivere misericordiando gli altri, rinnegando se stessi e prendendo la propria croce, diventi un peso leggero, quel peso che Gesù stesso ha portato e porta, continuando a guardare e ascoltare con il Suo Cuore l'umanità che grida fame e sete di amore, di salute, di salvezza.





NOTE

[1] Lemma sentimento, Sito Internet Educational Rai

martedì 28 giugno 2016

Pensieri per lo spirito


LA SPERANZA NON DELUDE
Quale vita ci attende?



«Credo che chi non riesce a immaginare il paradiso rischia di perire di noia 
per incapacità di immaginare, ogni giorno la propria vita».
(Andrea Caterini, La preghiera della letteratura. Sulla misericordia, il bene e la fede, 
Fazi Editore, 2016, p. 17)



LA CONCRETEZZA CHE SCONFIGGE LA NOIA

Per un cristiano il Paradiso non è una fantasia utopica, ma una realtà concreta. Esiste, è reale e, seppure dalla terra non è visibile con gli occhi del corpo, la verità della fede ce lo presenta come quella dimensione in cui le anime sante precedono gli uomini ancora peregrinanti in questo mondo.
Il Paradiso - in una visione coerente con il Vangelo, con la dottrina e la speranza cristiana - non è l'utopia in cui riporre delle attese terrenistiche, non è un luogo in senso (o semplicemente in senso) materiale. Innanzitutto esso è lo stato di grazia permanente in cui santi e beati si ritrovano e si ritroveranno per l'eternità, nella contemplazione amorosa del Dio Uno e Trino e nella comunione reciproca, nell'abbraccio eterno di Dio alle sue creature; è la felicità senza fine e senza limite, la realizzazione completa dell'essere umano sia sul piano corporale che - e soprattutto - su quello spirituale, nella perfetta integrazione armonica di corpo e anima.
Il Paradiso è la meta del credente, una meta che conduce a vivere hic et nunc orientando la propria esistenza verso di esso, l'obiettivo finale, sapendo che raggiungere il Paradiso - raggiungere il Regno dei Cieli - è raggiungere la pienezza in Cristo, il Risorto.
Allora la realtà ultima cui l'uomo è destinato diventa mezzo per sconfiggere la noia, dove per noia si può intendere l'insoddisfazione, la monotonia, l'apparente inutilità della vita. 
Alla luce del Paradiso quale traguardo finale tutto acquista un senso e tutto ottiene una direzione, se ciascuno sceglie nel proprio cuore - e con vera convinzione -  di agire per raggiungere questo "oltre". Nessun tassello dell'esistenza terrena è senza importanza: attraverso ogni singolo momento di essa, attraverso ogni gesto, pensiero, parola, azione, la vita dell'al di qua si connette alla vita dell'aldilà.

Immaginare non è "sognare"

Immaginare la propria vita non è - in termini molto semplicistici -  il semplice "sognare a occhi aperti". Immaginare la vita è pianificare, costruire, affidandosi a Colui che prima di noi ha progettato qualcosa per noi. Non è sostituirsi a Lui, ma accettare la sfida di realizzare, giorno dopo giorno, questo progetto sicuramente più elevato, più bello e più adatto (per ciascuna creatura) di ogni progetto umano.
Tutto questo diventa possibile se l'uomo fa riferimento non a un paradiso qualunque (quello della ricchezza o quello della rivincita, per es.),ma al Paradiso, quale dimensione di amore, comunione, realizzazione piena. E anche in questo caso si può dire che immaginare non è fantasticare, ma raggiungere, avvicinarsi, costruire.
La vita di oggi, costruita passo dopo passo nella ferma speranza di un'esistenza giusta e senza fine, è ciò che permette di avvicinarsi sempre di più, di raggiungere sempre più da vicino il Paradiso, e di costruirlo: la capacità odierna di ciascuno di vivere secondo i precetti evangelici corrisponde alla progettazione del proprio grado di santità, del proprio essere nuove creature, quella che nel Paradiso sarà la condizione eterna per ogni santo.

SPERARE CONTRO OGNI SPERANZA 

La speranza ferma nel Paradiso è l'antidoto all'abbattimento umano dinanzi al dolore e alla morte, è l'alternativa "possibile" e "concreta" ai tanti perché delle vicende umane che non trovano risposta razionale, coerente, o "giusta" in termini puramente materiali. Esperienze quali la malattia, la sofferenza, la povertà, i soprusi subiti, pongono l'essere umano dinanzi alla prospettiva di un non-senso che può trovare invece il senso soltanto abbandonandosi a una visione della vita più alta, non solo legata alla dimensione causa-effetto, ma che rimandi alla Provvidenza divina, alla permissione (e non determinazione) del male da parte di Dio, sapendo che «tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno» (Rm 8,28) e che  «la speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).
L'incontro definitivo con la persona di Cristo, l'Uomo-Dio, il Dio con noi, è ciò che può dare all'uomo la certezza della bontà delle proprie aspirazioni al bene, al bello, alla felicità, all'amore. E proprio Gesù, con la sua vita, morte e risurrezione, ha preparato per l'uomo il dono dello Spirito Santo, quello Spirito che rende percepibile l'amore del Padre, e comprensibile la donazione totale del Figlio, venuto sulla terra per riscattare l'umanità, per preparaci un posto (cfr. Gv 14,2) nel Regno dei Cieli.
Se volessimo dare un nome diverso, esaustivo, cristianamente inteso al termine "immaginare", si potrebbe dunque usare proprio il verbo "sperare". Sperare contro ogni speranza, come fece Abramo (cfr. Rm 4,18), è infatti un modus vivendi che coinvolge l'uomo passivamente e attivamente, che lo rende capace di recepire il progetto di Dio sulla propria vita, e di impegnarsi per realizzarlo, per cominciare a costruire già sulla terra il proprio Paradiso, per vivere in quel Regno di Dio che è già in mezzo a noi (cfr. Lc 17,21).
La speranza non paralizza l'uomo, al contrario, lo muove. La speranza non acceca, anzi, illumina, dischiudendo nuovi orizzonti. La speranza non ammutolisce la creatura, ma la fa entrare in un dialogo più concreto - nella vita - con il Signore della Vita. La speranza cristiana permette di attuare, già fin d'ora, «la buona vita del Vangelo» (cfr. Orientamenti Pastorali 2010 CEI)