sabato 3 ottobre 2020

Arte e fede

   CATTEDRALI GOTICHE D'EUROPA

Una nuova rubrica sul sito di NPG





 
La cattedrale di Notre-Dame di Reims - Ph Reno Laithienne - Unsplash

Sulla Newsletter e sul sito di Note di Pastorale Giovanile comincia una nuova "serie" di pdf per una pastorale giovanile attraverso la "via della bellezza". Questa volta vi porterò in giro per l'Europa a visitare alcune delle più belle e importanti cattedrali gotiche, veri e propri "merletti in pietra" o "grattacieli di Dio", come alcuni studiosi le hanno ribattezzate. 
Sarà un viaggio nella luce, nell'armonia e nella bellezza grazie alla quale i maestri gotici volevano condurre – e lo fanno ancora oggi – alla conoscenza di una realtà "altra": 
quella di Dio e della sua Grazia.  

Qui il link per seguire.

sabato 26 settembre 2020

Pensieri per lo spirito

  L'OGGI CHE VALE UN'ETERNITÀ

Riflessioni sul Vangelo della XXVI Domenica del T.O.




Ph Boudewijn “Bo” Boer - Unsplash


 Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: 
«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. 
Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. 
Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. 
Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». 
Risposero: «Il primo». 
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute 
vi passano avanti nel regno di Dio. 
Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto;
i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. 
Voi, al contrario, avete visto queste cose, 
ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». 
(Mt 21,28-32)





Il Vangelo della XXVI settimana del tempo ordinario propone ancora il tema "della vigna" in cui essere operai. Ma stavolta Gesù-Maestro, pedagogo dello spirito, riempie l'argomento di sfumature nuove, per condurre gli ascoltatori a un livello nuovo nella comprensione del Regno.
«Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna», dice il padre ai figli, e in quell'oggi sembra risuonare ancora una volta la parola ascoltata domenica scorsa, quando il padrone era uscito per cercare lavoratori da prendere «a giornata» (Mt 20,1).
In sottofondo alla parabola c'è allora il tema del "tempo" che sembra cristallizzarsi nella dimensione così "breve" (o così "lunga) della giornata, dell'oggi
Da una parte potrebbe spaventare questo senso di "precarietà", di incertezza di un lavoro che per oggi c'è ma domani? E dall'altro questo concetto sembra rimandare anche all'idea della pena che accompagna ogni giorno, della fatica che il lavoro richiede.
In una rilettura "unitaria" del Vangelo sembrano però risuonare due parole di Gesù, che vanno però nella stessa direzione. 
La prima: «A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,34). 
È inutile affannarsi per il domani, l'importante è impegnarsi qui e adesso, senza pensare alle fatiche del domani. Lavorare è difficile, richiede dedizione, sudore, concentrazione, e quando si lavora nel campo di un altro, in una vigna che non è la propria... è ancora più difficile. Ci si potrebbe far prendere da tanti pensieri sbagliati: l'invidia per la ricchezza altrui, l'indifferenza per il lavoro stesso, la brama del solo guadagno, il desiderio di imbrogliare. È qui che Gesù cerca di far fare un passo avanti a chi lo ascolta: non siamo più davanti a un padrone e ai suoi operai (come nel Vangelo della XXV domenica) ma davanti a un padre con i propri figli. Come in una progressione, la Liturgia della Parola mostra che Dio non è semplicemente un "padrone giusto" che fa delle sue cose quello che vuole, che ricompensa chiunque lavori, anche solo per poche ore, nella sua vigna. Dio è un Padre e chiede di collaborare con Lui nel lavoro dell'amore. Il padre di questa parabola non dice infatti :«Va' a lavorare nella MIA vigna», ma semplicemente «Va’ a lavorare nella vigna”» (v. 28). Non dice nemmeno "nostra", perché da ciascuno dei suoi figli della  dipende il sentirla come "propria". 
Così è anche per ogni discepolo: solo quando davvero ci si sente "a casa di Dio" in qualunque luogo ci si trovi (perché tutto è vigna, tutto è campo in cui agire da cristiani) allora si può rispondere positivamente alla domanda di andare a lavorare, e il lavoro non sarà più un'imposizione, un comando strano (perché a lavorare ci potrebbero andare i servi, non i figli!), ma quel giogo dolce che Gesù stesso ha voluto portare sulle sue spalle, venendo a lavorare nella vigna del Padre. Qui sta la seconda parola di Gesù che sembra essere richiamata dal Vangelo di questa XXVI domenica: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,29-30). 
Questo giogo, questo "dolce" impegno dell'amore da costruire insieme a Dio, si può decidere di portarlo da subito, oppure si può all'inizio dire di no, o avere quelle giornate in cui la risposta all'invito a lavorare "oggi" diventa negativa, nonostante il cammino fatto... ma Dio è un Padre paziente, che sempre aspetta il sì dei suoi figli, che sempre attende che essi, con umiltà, con l'umiltà imparata dal Figlio Unigenito, tornino sui propri passi e vadano a lavorare nella vigna. 
Per oggi, per quell'oggi da costruire giorno dopo giorno, nella consapevolezza che il futuro si gioca adesso, nel momento presente. 
Un momento che può valere un'eternità.

sabato 22 agosto 2020

Pensieri per lo spirito

 LA VOCE DELLO SPIRITO

Riflessioni sul Vangelo della XXI Domenica del T.O.






 In quel tempo, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». 
Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». 
Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 
E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 
A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
(Mt 16,13-20)





«È la voce del sangue»: lo si dice spesso per indicare quel misterioso, ma reale, concreto legame che ci unisce alle persone della nostra famiglia; un richiamo, un affetto istintivo che ci porta verso quelli che sono i nostri genitori, figli, parenti... Una voce che chiama anche quando non si sa che qualcun altro abbia effettivamente con noi un legame parentale, perché il sangue – simbolo di vita, simbolo di ciò che ci è stato trasmesso con la nascita – "chiama" il proprio stesso sangue, ci attira verso coloro ai quali "apparteniamo" e che ci "appartengono".
Anche nella relazione col Padre – in quella famiglia spirituale, ma non per questo meno reale che formiamo con Dio – questa voce del sangue esiste e chiama gli uomini: è la "voce dello Spirito" che parla dentro di noi, che ci spinge verso la Verità, verso l'unico vero Dio.
È anch'essa a volte una voce misteriosa, che agisce nell'io umano in maniere altrettanto misteriose, che non si possono spiegare solo a parole, solo con la ragione, solo con calcoli matematici. Ma se il nostro DNA spirituale è quello di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio (come la Bibbia ben sottolinea fin dalle prime pagine della Genesi), allora sì, questo patrimonio genetico "comune" fra noi e Dio si manifesta nello Spirito che parla in noi, e che cerca di illuminarci sul nostro legame con Dio stesso, sulla sua volontà su di noi, sulla via da seguire nell'esistenza di ogni giorno.
A volte si tratta di una voce soffocata nell'irrequietezza della vita, in cui cerchiamo di trovare la felicità e l'appagamento in cose lontane da Dio (e come non ripensare all'esperienza di un sant'Agostino!); a volte è una voce debole perché siamo ancora attaccati ai nostri modi di agire, pensare, vivere e fatichiamo a seguire altre rotte; altre volte è una voce che pian piano iniziamo ad ascoltare e seguire perché cominciamo veramente a credere e a fidarci di quello che ci dice e di Colui a cui ci conduce; spesso, però, proprio come succederà a Pietro, è una voce che ascoltiamo, che "abbracciamo" nell'impeto del momento, anche con una certa risolutezza, ma che poi non manchiamo di rifiutare, andando così incontro al "tradimento" verso Dio, alla caduta, allo sconforto... 
Ma come la voce del sangue non cessa di intonare il suo richiamo, così anche quella dello Spirito rimane sempre in noi e continua a parlarci, dandoci la speranza di poter riconoscere sempre, nonostante tutti i nostri sbagli e le nostre debolezze,  che c'è un Padre che ci ha chiamati alla vita e che ci vuole vivi per sempre... e che sempre può essere il momento giusto per chiedergli perdono, per rialzarsi e ritornare a Lui, per continuare ad approfondirne la conoscenza e per amarlo sempre di più.
Proprio come accade a Pietro, che prima riconosce il Dio vivente e il suo Figlio, e poi lo rinnega... allora vedremo le sue lacrime, il suo pentimento, il riconoscimento della sua indegnità dinanzi a Cristo. E Gesù, il Figlio Unigenito del Padre, Colui che più di tutti ha riconosciuto e ascoltato la voce dello Spirito-la voce del sangue, sarà ancora lì, accanto a lui, a confermargli l'incarico affidatogli come capo della Chiesa nascente.
Perché «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,9) e così l'uomo rimane sempre figlio di Dio nel Figlio prediletto... 
A ciascuno di noi la libertà di riconoscersi figli di Dio e poi di non "rinnegare" il Padre, che senza nostro merito, ci ha amati per primo, ci ha chiamati alla vita, si è reso "Padre per sempre".

sabato 15 agosto 2020

Pensieri per lo spirito

BRICIOLE DI PANE... 
GRANELLI DI FEDE
Riflessioni sul Vangelo della XX Domenica del T.O.






 In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. 
Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! 
Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.  
(Mt 15,21-28)




Briciole di pane... granelli di fede. 
Il discorso della Cananea sembra rispondere alla richiesta di Gesù: che gli uomini abbiano una fede grande quanto un granello di senape per compiere grandi cose (cfr Lc 17,5). E non perché la fede debba essere "poca", ma perché essa sia "senza presunzione". Perché sia la fede umile di chi non cerca un Dio che fa tutto ciò che vuole l'uomo, ma che riconosce chi è Dio, affidandosi a Lui e fidandosi totalmente di Lui... qualunque cosa Egli faccia.
«Pietà di me» e poi «Aiutami», dice la donna a Gesù. Prima «pietà» e poi «aiuto», perché è un atto dovuto (a ben pensarci) il riconoscersi bisognosi della misericordia, della compassione di Dio. E perché, in fondo, è questo quello che Dio è: il compassionevole, Colui che "patisce con" l'uomo, Colui che salva facendosi carico con l'uomo dei dolori dell'uomo. 
Ecco il miracolo più grande della fede: vedere Dio, scoprire in Lui la compassione fattasi carne in Gesù. Capire questo è comprendere che allora tutto l'aiuto che viene da Dio non è ne poco né molto: è tutto ciò che serve... o, più semplicemente, è tutto. Una briciola può essere poca in se stessa, non è tutta un pane... ma è pur sempre pane, e come un pane intero ne è fatta della stessa sostanza, ne ha le stesse proprietà, la stessa consistenza, lo stesso sapore. 
La parte per il tutto, il piccolo per il grande... come se Gesù ci dicesse di non guardare alla quantità, ma alla qualità, perché lì sta l'essenza. La Cananea lo ha compreso: non è una donna che "si accontenta", ma una donna che sa chi ha di fronte, che si fida totalmente di Dio. Una briciola della sua misericordia è tutto per l'uomo, e tutto può può operare, trasformare, migliorare.
Questo è accostarsi a Dio senza presunzione sapendo che Egli, quando dà, in realtà dà tutto se stesso, proprio come in ogni briciola di pane eucaristico Egli è interamente presente, dono per ognuno di noi, grande nel piccolo, divino nell'umano, eterno nel finito.

sabato 8 agosto 2020

Pensieri per lo spirito

 «SE SEI TU»!

Riflessioni sul Vangelo della XIX Domenica del T.O.



[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
(Mt 14,22-33) 




«Se sei tu»: è qui, in queste tre parole, che si racchiude tutta la paura dell'uomo nei confronti di Dio. Un Dio che nessuno ha mai visto con i propri occhi nella sua nuda e cruda essenza, ma che anche gli stessi discepoli, i contemporanei di Gesù, hanno potuto ascoltare, osservare e toccare nelle sembianze di uno di loro, di un uomo come tutti noi.
Se Dio fosse apparso nella sua magnificenza dell'Altro da noi, nella sua, cioè, totale diversità da ogni cosa creata, sarebbe stato facile, immediato (probabilmente) credere in Lui, fidarsi di Lui, riconoscerlo come Dio.
Ma Egli si presenta invece nell'ordinario della creazione, apparentemente in forma altrettanto ordinaria. È questo che spaventa l'uomo, presentandogli la necessità del "salto nel buio" che la fede richiede.
Quelli che hanno a che fare con Gesù, con l'Uomo-Dio, a un certo punto si trovano davanti all'improrogabile esigenza di balzare giù dalla barca, affrontando il buio della sera, e camminare a luci spente verso Dio. Il progresso verso qualcosa – cioè il progredire, l'avanzare avanti – richiede di rischiare, perché senza rischio non c'è, in verità, sicurezza.
La fede, in fondo, spesso è questo: camminare anche quando non ci si vede bene, lasciando che solo Dio (che parla nella Scrittura, nell'Eucaristia, nei fatti della vita, nella nostra coscienza) sia veramente la lampada al nostro cammino. Accettare di rischiare in nome di qualcosa che non possiamo toccare concretamente con mano, ma a cui crediamo, in cui investiamo, su cui poggiamo... per raggiungere qualcosa di grande, di eterno, di bello, che altro non è che Dio stesso.
Non è allora il mare a spaventare Pietro, non sono le cose che si possono incontrare in questo salto nel buio a terrorizzare gli uomini.
È quell'incertezza sulla meta che a volte ci prende, l'insicurezza matematica dell'esistenza di Dio, il pensiero che alla fine si possa rimanere "a bocca asciutta" a spaventarci a morte, e a rischiare di farci affondare.
In sintesi, è il dubbio sull'esistenza di Dio, sulla vita dopo la morte, sul Paradiso, che alimenta le nostre paure, quel dubbio che come un tarlo a volte si presenta nelle difficoltà dell'esistenza, davanti al dolore innocente, alle catastrofi mondiali.
È il dubbio come resistenza personale prima di lasciarsi andare per credere con la ragione, ma oltre la ragione, ogni volta di nuovo, è la domanda che il Battista fa riferire dai propri discepoli a Gesù, mentre è in carcere, prima di donare la vita per amore della Verità: «Sei tu colui che deve venire o ne dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3).
È il dubbio come incomprensione e timore dinanzi al mistero di qualcosa che a volte ci fa dire, come dicevano quelli che insultavano il Cristo crocifisso: «Salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!» (Mt 27,40) ... perché vorremmo che la risposta di Dio al dolore (nostro e altrui) fosse immediata, come in un gioco di prestigio, dimenticando che il mondo, per volere di Dio, è retto da leggi di libertà, perché l'amore non può che essere libero per essere vero.
Ed è in questa libertà che Gesù stesso è stato messo alla prova, come uomo, nel suo rapporto con Dio. «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane; Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù» (Mt 4,3;5): con queste parole il demonio lo tenta nel deserto. È una tentazione grande, sulla stessa identità di Gesù come Figlio del Padre, come Salvatore. È la tentazione di voler vedere Dio come il mago dei miracoli, il prestigiatore che cambia le cose per il meglio con un tocco della sua bacchetta.
Ma Dio non è un aggiustatutto secondo le nostre regole. Dio non cambia il mare che dobbiamo attraversare, ma ci dona la forza di percorrerlo, ci aiuta a compiere la traversata. Questo è il miracolo di Pietro che cammina sulle acque. Questo è il miracolo di un Dio che ci tende la mano, quando stiamo affondando fra i problemi e i dolori della vita, e ci aiuta ad andare avanti, nonostante tutto, verso la meta. Non da soli, ma insieme. Insieme a Lui.