martedì 27 novembre 2018

Pensieri per lo spirito

SORGI A GIUDICARE LA TERRA
Fiducia, non terrore

Jan Provost, Giudizio finale, XVI sec.

Vieni, Signore, a giudicare la terra. 

 Dite tra le genti: «Il Signore regna!». 
È stabile il mondo, non potrà vacillare! 
Egli giudica i popoli con rettitudine. 

 Gioiscano i cieli, esulti la terra, 
risuoni il mare e quanto racchiude; 
sia in festa la campagna e quanto contiene, 
acclamino tutti gli alberi della foresta. 

 Davanti al Signore che viene: 
sì, egli viene a giudicare la terra; 
giudicherà il mondo con giustizia 
e nella sua fedeltà i popoli.
(Salmo 95)





Il martedì della XXXIV settimana del Tempo ordinario proietta, attraverso la Liturgia della Parola, in un clima di aspettativa di eventi futuri: Il tempo è vicino, come dice Gesù nel Vangelo. E non a caso, perché siamo agli sgoccioli dell'anno liturgico e ci si prepara all'Avvento, tempo di attesa del Dio che viene.
Le immagini dei brani biblici di oggi colpiscono per la loro forte drammaticità: il giudizio nell'Apocalisse (Ap 14,14-19) e l'inizio del discorso apocalittico di Gesù, nel brano di Luca (
Lc 21,5-11), delineano infatti uno scenario ricco di colpi di scena e, in un certo senso, inquietante
L'Apocalisse sfrutta la metafora di una scena contadina, quella della mietitura, di per sé festosa, ma che qui assume toni concitati e solenni. C'è infatti un maestoso personaggio, simile a un Figlio d'uomo, che sta seduto su una nube, tiene una falce affilata in mano, e porta una corona d'oro sul capo; c'è un gran correre di angeli, che appaiono quasi come banditori medievali dalla voce potente e squillante, e annunciano l'ora della mietitura. Il sovrano misterioso e uno di essi lanciano la propria falce sulla terra. E già la falce, in questa rilettura simbolica della fine e del giudizio, diventa un potente detonatore dei sentimenti e delle inquietudini dell'animo, perché, artisticamente e popolarmente associata all'idea della morte, fa subito pensare a questo strappo repentino, dovuto alla lama affilata scagliata sul mondo per tranciare i grappoli, che una volta vendemmiati saranno  rovesciati nel tino dell'ira di Dio
Non è da meno il brano lucano, con la profezia sulla distruzione del tempio, e sulla fine che sarà preceduta da una serie di terribili eventi: guerre, rivoluzioni, terremoti, carestie e pestilenze
La Scrittura non vuole presentare una visione  edulcolorata del rapporto tra la vita e la morte, tra il come viviamo e il come saremo giudicati. Nessuno può scampare alla fine, nessuno può sfuggire al giudizio di Colui al quale è stato dato il potere di giudicare. Il messaggio, sinteticamente, è questo. Ma tra le due "visioni" così "tremendamente realistiche", il Salmo 95 si colloca come l'intermezzo sereno, che dà respiro all'insieme, orientando verso una rilettura equilibrata e finanche gioiosa del brano biblico che lo precede e di quello che lo segue.
Il Signore giudica i popoli con rettitudine, con giustizia; per questo c'è da esultare, perché dove Il Signore regna allora è stabile il mondo, non potrà vacillare.
Di una persona che "ha giudizio" ci si fida... è Dio "è" una persona di giudizio. Di Gesù possiamo fidarci a occhi chiusi. Farà bene ogni cosa. Ha fatto bene ogni cosa. Così, chi fa la volontà del Padre non deve aver paura della mietitura, ma anzi, esserne rallegrato, perché a quel punto i giusti avranno la loro ricompensa, la giustizia che sulla terra non ha sempre avuto la meglio sarà ristabilita. Anche l'ira di Dio, allora, in quest'ottica, perde il suo aspetto inizialmente terrificante, che rimanda a punizioni tremende. Chi opera secondo le Parole del Figlio, chi fa ciò che il Padre gli chiede, non ha nulla da temere. Viene in nostro soccorso, in un certo senso, anche l'arte, nella cosiddetta immagine del torchio mistico, metafora della Passione di Cristo. La Croce è la pressa e il Sangue è il vino. In Gesù, morto per amore, l'uva è già stata vendemmiata e pigiata. In lui è stata fatta giustizia per il peccato dell'uomo. Chi muore e risorge in Cristo non deve avere paura del giudizio divino, ma solo essere animato dal timore di Dio inteso come preoccupazione amorosa di fare ciò che a lui è gradito, di obbedire ai suoi comandi.
Se pure si tratta di una rappresentazione che forse non incontra subito con i gusti contemporanei, il significato di cui essa si fa tramite è ricco di bellezza e infonde speranza. Una speranza che deve sempre rimanere accesa nel cuore umano, come fiaccola, nell'attesa di Colui che viene!





giovedì 1 novembre 2018

Pensieri per lo spirito

NEL PARADOSSO LA SANTITÀ
Possedere Dio per essere beati




Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». 
(Mt 5,1-12)


La santità è sublimazione della carne, ma anche di spirito, intelletto, sentimento e psicologia. In questo appare un po' come forgiata nel paradosso: noi esseri umani, che quotidianamente lottiamo contro i nostri difetti, impulsi, irrazionalità, istinti e desideri, siamo chiamati a contemplare Dio faccia a faccia, perché da santi saremo simili a Lui, come dice proprio oggi la Liturgia festiva, attraverso la Prima Lettera di San Giovanni (1Gv 3,1-3).
Questo paradosso tra ciò che siamo-ci sforziamo di essere e ciò che saremo lo si ritrova anche nel quotidiano della vita, in quel conflitto tra la felicità a cui aspiriamo e l'infelicità che spesso, invece, le circostanze concrete ci costringono a sperimentare: siamo destinati alla beatitudine, ma costruirla in termini eterni e immutabili significa doversi accostare, nell'oggi, a una mensa di fatica, dolore, irrealizzabilità. 
Il fatto è che noi concepiamo l'essere beati secondo criteri troppo umani. Per noi è il ritrovarsi in uno stato di estasi, in assenza di problemi, realizzati nelle aspirazioni più profonde, nella pienezza degli affetti e della salute fisica. Beato te! lo diciamo a qualcuno che, a nostro avviso, ha ottenuto qualcosa di così importante da renderlo totalmente felice, perché quel qualcosa si rivela risolutivo di tutte le sue preoccupazioni!
E, in effetti, in questo ultimo passaggio c'è un po' il nocciolo della beatitudine: trovare un tesoro capace di mettere in secondo piano tutti i problemi della vita. Ma non, come noi invece pensiamo spesso erroneamente, nel non essere afflitti da prove, preoccupazioni e difficoltà materiali o spirituali. Quelle permangono, fanno parte dell'esistenza stessa, della caducità delle cose, ma per il "beato" cessano di rappresentare il punto focale della vita!
Sfogliando le pagine della Scrittura, già l'Antico Testamento ci offre la chiave di lettura della vera beatitudine, quella che poi Cristo espliciterà nel discorso della montagna e in vari altri passi del Vangelo:

Beato l'uomo che è corretto da Dio (Gb 5,17)
Beato l'uomo che non entra nel consiglio dei malvagi non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti (Sal 1,1)
Beato chi in lui si rifugia (Sal 2,12)
Beato l'uomo a cui è tolta la colpa e coperto il peccato (Sal 32,1)
Beato l'uomo che ha posto la sua fiducia nel Signore (Sal 40,5)
Beato l'uomo che ha cura del debole (Sal 41,2)
Beato chi ha pietà degli umili (Pro 14,21)
Beato chi medita queste cose e colui che, fissandole nel suo cuore, diventa saggio (Sir 50,28)

È un elenco che non si esaurisce solo in queste poche citazioni, ma che già da solo permette di comprendere come la vera beatitudine sia arrivare a incontrare Dio, a conoscerlo, a farne esperienza come "luogo" del rifugio, della correzione, della fiducia. Da questo parte poi anche la capacità umana di ritrovare Dio nell'altro, nel fratello che concretamente si vede e si tocca ogni giorno e che di quel Dio è immagine. Dio è il primo tesoro che rende beato l'uomo che lo "possiede", perché, come diceva Santa Teresa d'Avila, Niente ti turbi nulla ti spaventi solo Dio basta.
È l'atteggiamento di Maria, che Elisabetta definisce beata per aver creduto alla Parola del Signore (cfr. Lc 1,45) e che Gesù, indirettamente, colloca anch'Egli nella dimensione della beatitudine, per aver ascoltato e messo in pratica la Parola stessa (cfr. Lc 11,28). 
Solo a partire da questa beatitudine "magna", la santità, o meglio, la ricerca di essa, non apparirà più distante, impossibile, ardua. Essere santi è possedere Dio, e in qualche misura se ne può fare esperienza già sulla terra ogni volta che Egli è il tutto della propria vita, l'Amico, il Padre, il Consigliere, il sostegno, il conforto, il datore di ogni bene e di ogni grazia. Ogni volta che, incontrando il fratello e la sorella, in essi si vede l'immagine di Dio e si diventa capaci di mettere al primo posto il suo bisogno d'amore e di pane, rinunciando a qualcosa di se stessi; ogni qualvolta che, accostandosi alla mensa del Pane e del Vino, si è consapevoli di ospitare veramente nel proprio intimo Colui che è Uomo ma anche Dio: Gesù Cristo, il Santo di Dio, il Santo dei santi. Allora sì che ci si può rallegrare, come proprio Gesù invita a fare, a conclusione del discorso della montagna. E con il Salmista si potrà esclamare: 
Quale gioia, quando mi dissero:
«Andremo alla casa del Signore!». (Sal 122,1)

lunedì 8 ottobre 2018

Pensieri per lo spirito

IL DI PIÙ DELL'AMORE
La scommessa senza limite





Un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».
(Lc 10, 25-37)



C'è un di più nell'amore, che va speso, per amare veramente. Ogni altro modo di donare amore, quasi nei limiti di una misura, nella precisione di una bilancia, nella meticolosità di un contagocce, non è sufficiente. L'amore che Gesù chiede di mettere in pratica – di vivere – è quello che, in un certo senso, porta con sé l'alea dell'imprevedibilità. La parabola narrata al capitolo 10 di Luca, in sintesi, questo dice, quando mette in atto un dialogo tra l'albergatore e il Samaritano, dialogo di cui noi conosciamo solo una parte, cioè quel che dice quest'uomo straniero, che si fa prossimo di uno (per lui) sconosciuto incappato nei briganti. Questo Samaritano dimostra una saggezza e una capacità intuitiva particolarissima: non dice "se spenderai" ma "ciò che spenderai in più". Sembra quasi voler affermare di essere consapevole non del rischio, bensì della certezza che quel suo gesto di compassione gli costerà più di quanto sta già – materialmente – pagando all'albergatore. Amare è una scommessa, in cui bisogna esser pronti a puntare di più di quello che apparentemente ci viene chiesto o di quello che pensiamo di essere in grado di dare. E questo perché il personale bisogno di amare l'altro è potenzialmente infinito come quello di Dio, a immagine del quale siamo creati per amare; ma anche perché la fame di essere amato che l'altro ha – consapevole o inconsapevole che sia – è potenzialmente infinita, come infinita è quella di un Dio che per farsi conoscere (amare, e così salvare gli uomini) si è addirittura fatto uno di noi. Chi ama veramente insegna esattamente questo: madri che danno la vita per far nascere i propri figli; padri che si sacrificano nel lavoro pur di offrire un'esistenza dignitosa alla propria famiglia; santi che si offrono per salvare delle esistenze (uno fra tutti, Massimiliano Kolbe), figli che si spendono generosamente per accudire i propri genitori anziani, operatori volontari che, proprio come il buon Samaritano, si chinano sulle necessità degli altri. Se si comincia ad amare veramente si percepisce che il limite e la misura dell'amore in realtà non esistono: li si supera di giorno in giorno, aumentando la capacità di donare amore, di essere per l'altro, di dare il di più. Perché più si vuol bene all'altro più si diventa generosi nel dare, nel dare senza riserve, nel dare senza "ma e se". E in questo amare c'è già una ricompensa: «l'unica cosa che si possiede è l'amore che si dà», scriveva Isabel Allende. L'amore riempie la vita, la rende piena e gioiosa; l'amore dà senso e direzione al camminare dell'uomo nel tempo; l'amore è l'unica cosa su cui saremo giudicati, l'unico "bagaglio" che porteremo con noi fino alla fine dei giorni e nell'eternità. L'amore è il centuplo in questa vita e nell'altra, quel di più che anche noi, per aver amato, riceviamo nell'oggi e nel domani.

domenica 26 agosto 2018

Pensieri per lo spirito

SCHIAVITÙ E LIBERTÀ
Chi serve non è incatenato





In quei giorni, Giosuè radunò tutte le tribù d’Israele a Sichem e convocò gli anziani d’Israele, i capi, i giudici e gli scribi, ed essi si presentarono davanti a Dio. Giosuè disse a tutto il popolo: «Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrèi, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore». Il popolo rispose: «Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i padri nostri dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; egli ha compiuto quei grandi segni dinanzi ai nostri occhi e ci ha custodito per tutto il cammino che abbiamo percorso e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati. Perciò anche noi serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio». 
(Gs 24,1-2.15-17.18)

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».
(Gv 6,60-69)


Servire Dio è essere liberi, veramente liberi. Ma servizio e libertà sono concetti in antitesi, nel sentire comune che spesso associa il servire all'essere schiavi... e per l'uomo diventa difficile, complicato rendere concreta la libertà nel servizio. È un dilemma che alberga nel cuore dell'essere umano: servire Dio, se stessi o, ancora, gli idoli? 
Il problema è che più che servo... l'uomo spesso si fa schiavo. E finché ci si sente "schiavi" di qualcuno o qualcosa, non c'è libertà. Lo schiavo non fa di testa propria, lo schiavo esegue, ragionevole o meno, condiviso o meno che sia il comando ricevuto. Lo schiavo "deve" eseguire: è in balia delle proprie passioni, della persona che tiene in pugno le sue sorti lavorative o economiche, di una finta religione che lobotomizza la forza di volontà, degli estremismi religiosi o politici... Dove c'è schiavitù non c'è mai vita vera, libertà vera. Si è marionette nelle mani degli altri, delle cose, delle pulsioni, delle necessità materiali. Senza schiavitù lo schiavo non è, e finisce ai margini della storia, della società, dell'esistenza, consumato dall'assenza di finta vita.
L'orecchio dello schiavo, ma soprattutto il suo cuore, allucinati da questa sorta di droga della schiavitù, non possono subito percepire la bellezza della parola di vita vera che viene solo da Gesù, dal Figlio di Dio, dal servo per amore.... colui che offre un'alternativa reale al buio della schiavitù, al non essere di chi non ha più volontà.
A uno schiavo la parola di vita cagiona irritazione, sdegno, rigetto. È una parola dura perché afferma chiaramente che le schiavitù umane non conducono alla felicità eterna; che lo sballo che sembra derivare dal seguire le proprie passioni non fa approdare a niente di buono, mentre il servizio di Dio sì, ma passando per una strada disseminata di rinunce, di autocontrollo, di donazione agli altri. Una strada in cui il difficile non è tanto – e paradossalmente – il servire in sé, ma l'essere liberi! 
Nelle schiavitù umane, infatti, la volontà della creatura si annienta, per seguire quella di qualcosa o qualcun altro. Nel servizio di Dio, invece, nessuna volontà viene imposta, perché Egli aspetta una volontaria e libera risposta dell'uomo. Decidersi per la sequela vera, dunque, è fare una scelta di libertà, decidere di rompere le catene, e accettare di esercitarsi continuamente, quotidianamente, nell'essere liberi.
E tutti nasciamo un po' schiavi. Siamo fatti di carne e sangue, di desiderio e sentimento... ciascuno dovrà necessariamente passare attraverso una profonda, interiore, ma sanatrice, crisi di astinenza dalle proprie schiavitù. E alla fine, uscendo da questo tunnel si comprenderà che nella libera volontà di seguire Gesù è possibile servire liberamente. Amare, donarsi, rinunciare, perché si vuole amare Dio, perché si vuole amare il prossimo. 
«Volete andarvene anche voi?» è la domanda del Cristo ai dodici che già lo seguivano... è la domanda che giorno dopo giorno il Signore ripete ai discepoli di oggi, quando le vecchie o nuove schiavitù tentano di avere il sopravvento sulla vita dell'uomo. 
La tentazione di andarsene è la tentazione di chi segue liberamente... ma chi serve Dio non è incatenato, e se la libertà è una libertà di amore, allora i passi dell'uomo saranno passi d'amore, di servizio gioioso, anche nella sofferenza; allora la risposta dell'uomo sarà quella di Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio»!

martedì 26 giugno 2018

Pensieri per lo spirito

LA PORTA STRETTA
La gara dell'amore





Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano! (Mt 7, 13-14)



L'amore è una porta stretta; l'amore è una via angusta. Il Vangelo presenta senza mezzi termini il paradosso dell'amore, anche se Gesù lo dice indirettamente, quando invita a trovare quella strada che conduce alla vita, sottolineando che pochi riescono a scoprirla. Potremmo anche aggiungere: che ancor più pochi sono quelli che riescono a perseverare su di essa. 
Vale la pena, allora, amare? Se l'amore per Dio, per me stesso e per l'altro mi conduce a questa porta stretta, a una via angusta, conviene ancora darsi da fare in nome dell'amore? 
Amare è faticoso. Non si tratta dell'amore facile, veloce, egoista, materialista... quello a cui si accede attraverso porte larghe che immettono su vie che rovinano l'uomo, lo annientano, lo rendono sterile dopo aver promesso di spegnerne ogni sete. Amare è faticoso nel momento in cui non si mette il proprio "io" al primo posto, ma si scende dal piedistallo su cui ci si auto-idolatra, e si accetta di eseguire l'esercizio di vedersi piccoli, colmi di mancanze, di difetti, coltivatori di errori e seminatori di giudizi.
L'amore faticoso è l'amore vero, come quello di Gesù, che per questo amore ha dato tutto se stesso agli uomini, per arricchirli di ogni bene: di conoscenza sul Dio-Amore, di relazioni umane sane, di affetto, di guarigione interiore, di sollievo fisico, di speranza per la vita eterna, di "certezze" sul destino ultimo dell'uomo che segue Dio. 
E se Dio è Amore, allora Gesù stesso è "faticoso", nel momento in cui lo si prende  come "via". D'altronde, così Egli si definisce nel Vangelo: via, verità e vita (cfr. Gv 14,6). 
Fare di Cristo la nostra unica guida, la nostra luce, entrare in Lui, assimilarne i sentimenti (cfr. Fil 2,5), i modi di fare, la modalità di rapportarsi al Padre e agli altri, è difficile. È difficile sempre, in un certo senso, perché in ogni momento della nostra esistenza ci chiede di scendere ancora da quel famoso piedistallo, per innalzarci sopra Dio solo, e saper così guardare con occhi buoni, misericordiosi, caritatevoli, anche il fratello che ci sta dinanzi. In fondo, si tratta di passare da uno... sport a un altro: allenarsi a vedere la trave nel proprio occhio, anziché la pagliuzza in quello del prossimo (cfr. Mt 7,1-6). Gesù non è la scorciatoia per vincere barando. Gesù è la scorciatoia per raggiungere la meta con una marcia in più rispetto a chi non lo ha per modello, maestro e amico. Gesù è scorciatoia perché ci spiega il metodo infallibile: l'amore che si declina in mille sfaccettature: sorriso, perdono, pazienza...
Se seguendo Gesù entriamo in Lui quale "via" e "porta", accedendo alla Verità, allora Gesù entrerà in noi e ci trasformerà. Ci renderà capaci di fare di ogni situazione e persona una porta e una via, spesso strette, spesso anguste, ma sempre accessibili, se lo vogliamo veramente: la persona che ci infastidisce e quella che ci sta antipatica; il contrattempo e il problema; l'attesa; l'incomprensione; lo sfumare dei nostri progetti... tutto diventerà porta stretta da attraversare con l'amore, via angusta da percorrere senza giudicare, senza inveire, senza perdere la fiducia. L'amore vero ci renderà sottili, capaci di attraversare gli spazi più angusti. «Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?» (Rm 8, 35). E allora potremo dire, ancora, con san Paolo: «Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al vangelo della grazia di Dio» (At 20.24). Questo è la gara dell'amore.