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domenica 9 aprile 2023

Pensieri per lo spirito

 IL BUIO E LA LUCE

Riflessioni sulla Domenica di Pasqua (anno A)





Caspar David Friedrich, Il mattino di Pasqua (1828 – 1835),
Museo Nacional Thyssen-Bornemisza, Madrid
Fonte: Museo Nacional Thyssen-Bornemisza

 
  «Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino,
quando era ancora buio
». (Gv 20,1)




La Pasqua di Resurrezione si apre fra il buio e la luce, fra il tramonto delle stelle e l’alba del sole. Come ogni risurrezione, anche quella di Gesù sorprende Maria nelle tenebre dei suoi abissi, dei suoi sconforti, del suo pianto.
E non può che avvenire così, per farci passare dalla morte (l’oscurità per eccellenza) alla vita (la luce per antonomasia). Come in una fotografia, in un dipinto del Caravaggio o di De Chirico, la luce risalta perché le ombre la fanno emergere, perché nel contrasto fra il bianco e il nero, fra l’eterea inconsistenza della luminosità e la materica pesantezza del buio si staglia l’affascinante presenza di ciò che in realtà materia non è, ma che pure tanto bene ci fa alla vista, al cuore, ai sensi tutti. La luce è bellezza, la luce è gioia, la luce è respiro vitale. Ma se tutto fosse luce, nella nostra vita e nella storia del mondo, finiremmo forse con l’esserne abbagliati. Non siamo pronti, su questa terra, alla sola e semplice luce.
Vedere Dio faccia a faccia nella sua essenza pura non è sostenibile per il nostro sguardo e, paradossalmente, a volte riusciamo a incontrarlo solo “per contrasto”: dopo il nostro peccato, dopo la caduta del fratello, in mezzo al male del mondo in cui ancora qualcuno riesce a operare solo per il bene.
Il chiaroscuro, nella sua interezza, ci mostra le mille sfaccettature della realtà e dell’animo umano, di noi stessi, persi sempre in un gioco di equilibri interiori fra la speranza e la disperazione, tra la felicità e la tristezza, fra la santità e il peccato. Il contrasto ci rende capaci di vedere la deformità del male e la prorompente silenziosità umile del bene; la contrapposizione di ombra e di luce ci rende capaci di valutare la necessità di risalire dai nostri abissi per ritrovarci nella trasparenza che ci scalda, ci purifica, ci abbellisce. Dopo aver visto il contrasto, allora, possiamo scegliere di fare della nostra esistenza un mattino di risurrezione, in cui il sole già si innalza nel cielo e la sua luce ricopre la terra: sfumature di chiarore e vaporizzazione di tenebra si fondono assieme (come nel quadro di Friedrich), e la contrapposizione non è più netta, come in pieno giorno o lungo la notte, ma tutto si fa armonia, in un passaggio tonale che preannuncia rinascita.
Credere nella Risurrezione, allora, è proprio questo: ritrovare, nel quadro della storia umana, una bellissima pagina di luce scritta in un libro fatto di buio, quel buio da cui il Cristo – la luce vera del mondo – è venuto a tirarci fuori.

Buona Pasqua di luce! 

mercoledì 4 aprile 2018

Pensieri per lo spirito

I GESTI CHE CONTANO
Mercoledì dell'ottava di Pasqua




Matias Stomer. Cena in Emmaus (XVII sec.), Napoli, Museo di Capodimonte

Ed ecco, in quello stesso giorno, [il primo della settimana], due [dei discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: 
«Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 
Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via 
e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. (Lc 24, 13-35)



Lo riconobbero allo spezzare del pane. Dopo aver parlato a lungo con lui, nel tragitto; dopo essere stati probabilmente scossi dalle sue parole; dopo aver sentito che qualcosa, nei loro cuori, si muoveva all'emozione irrazionale, inspiegabile, apparentemente senza motivo...
Non era dalla sua presenza fisica, dal camminare fianco a fianco, e neppure dalla voce e dalla profondità e chiarezza dei suoi discorsi che i discepoli di Emmaus erano riusciti a comprendere che il "forestiero" accanto a loro era Gesù. Strano, ma vero... loro che forse l'avevano visto tante volte negli ultimi anni e lo avevano ascoltato, marciando con lui durante la predicazione, capiscono solamente al gesto della frazione del pane. Quasi come se attorno alla mensa si fosse creata un'atmosfera diversa, finalmente intima e familiare, di cose forse scontate fino a quel momento, ma trasformatesi in ricordi preziosi, adesso che Gesù non era più con loro e tutto sembrava finito per sempre. E lì, seduti a quel tavolo, al suono della voce del Maestro, allo scroscio croccante del pane e alla sua condivisione, cadde dai loro occhi il velo che impediva di vedere un uomo. Un uomo risorto. 
Stolti e lenti di cuore! Avevano avuto bisogno non di parola, ma di fatti, di gesti, per credere! E questo siamo anche noi: stolti e lenti di cuore, spesso incapaci di fidarci delle sole parole uscite dalla bocca di Dio; deboli nel mettere in pratica quanto ci viene detto dalla Scrittura; sfiduciati circa il compimento delle promesse di vita che Egli ha fatto all'umanità. Gesù questo lo sa, e una volta risorto, pur usando ancora le parole, coi discepoli di Emmaus da queste passa poi ai fatti. Accetta l'invito a fermarsi con i suoi due compagni di cammino, per condividere con loro il pasto serale. È qui che le parole, pur presenti nella preghiera di benedizione, sembrano lasciare spazio ai gesti: prendere il pane, spezzarlo, distribuirlo. Le mani di Gesù diventano la concretezza di cui l'uomo sente la necessità per credere e fidarsi. È vero, la fede chiede di superare la ricerca costante di prove, ma Dio non disdegna di venire incontro all'uomo che vacilla, che è timoroso, abbattuto. Ma se fa questo, chiede poi di non perdere tempo. Infatti, riconosciuto dai discepoli, Gesù scompare, e i due, «senza indugio» si mettono nuovamente in cammino, per annunciare agli Undici e agli altri seguaci di Gesù, la bella notizia della Risurrezione. 
Incontrare il Signore risorto è testimoniarlo nella vita. E non solo a parole, ma anche e soprattutto coi fatti. Perché anche gli altri, stolti e lenti di cuore come noi siamo stati (e siamo ancora!) possano vedere che la fede non è un quadro astratto, ma un'opera concreta, che fa vedere la vita intera sotto un'altra luce, proprio perché fatta di gesti che rispondono ai bisogni di amore dell'altro che ci sta accanto, così come Gesù si è fatto parola, ma anche gesto, per sfamare d'amore ogni uomo.

lunedì 2 aprile 2018

Pensieri per lo spirito

ADORARE
Lunedì dell'Angelo





In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
(Mt 28, 8-10)




Dopo la Risurrezione i piedi di Gesù tornano ancora a occupare una delle prime inquadrature della pagina evangelica. Stavolta non vengono inondati di nardo prezioso, ma dalle braccia delle donne che per prime avevano ricevuto il lieto annuncio. Ecco, esse giungono e vedono finalmente con i loro occhi colui che è passato dalla morte alla vita e come primo gesto, quasi spontaneo e irrefrenabile, fanno qualcosa che oggi ci appare forse strano: cingono i suoi piedi. Eppure strana non è, quest'attenzione così insolita per noi nella sua concretezza, ma anche tanto esuberante, straripante d'amore. E a pensarci bene, noi usiamo tante volte modi di dire che esprimono tutta la nostra devozione, l'amore incondizionato per una persona: sono ai tuoi piedi, mi getto ai tuoi piedi, mi prostro ai tuoi piedi. Qualcosa che rimanda alla schiavitù non come oppressione e schiacciamento della dignità, ma come volontaria e gioiosa sottomissione, una totale donazione nel servizio all'altro, quell'amore per il quale si è pronti anche a dare la vita per colui che si ama. È un amore in cui si riconosce una superiorità dell'altro intesa come il metterlo al primo posto fra le priorità, il fatto che proprio colui che si ama (e nessuno diverso da lui) sia il centro della propria vita. 
E così le donne corse al sepolcro si gettano ai piedi di Gesù, come facevano, nel gesto ospitale e necessario della lavanda, gli schiavi verso i propri padroni, la moglie verso il marito, i figli verso il padre. Un'azione che – lo aveva dimostrato Cristo stesso nel corso dell'Ultima Cena – è il gesto dell'amore che rende liberi e aperti agli altri, dunque il gesto di chi serve per regnare, di chi si inchina volontariamente per essere risollevato da Dio, di chi sembra privarsi della dignità agli occhi del mondo, per ridonare dignità agli altri. 
Il gesto del chinarsi ai piedi è anche quello che aveva fatto la sorella di Lazzaro, per non perdere una sola sillaba pronunciata dal Maestro, di cui tutto, anche le virgole, erano importanti e preziose. Perché stare ai piedi di qualcuno è anche pendere dalle sue labbra, essere consapevoli dell'importanza estrema di ciò che l'altro ha da dire e dice. Così, con il gesto del cingere i piedi del Cristo risorto, le donne stanno nuovamente accogliendo il Signore che è tornato nella loro vita, colui che si era allontanato da casa e ora vi fa ritorno. Lo riconoscono ancora una volta Signore e Maestro, e lo adorano,. Adorare: un verbo che già nella sua etimologia latina e ancor prima nel termine greco impiegato (il verbo  προσκύνησις) rimanda anche al portare alla bocca, al baciare. Ecco, esse cingono i piedi di Gesù e, probabilmente, li baciano, in segno di adorazione. È come assistere a un rito simbolico, con cui le donne attestano la loro fede, dimostrano di rimanere idealmente e fedelmente, ai piedi del Cristo, al suo servizio, in ascolto devoto della sua parola. Portavano gli olii per l'unzione del suo corpo, ma ora i piedi del Cristo non sono più sporchi, ed è dunque con la loro anima, con il loro affetto, con la loro fede, con il loro amore, fatto anche di mani e di baci, che le donne stanno ungendo il Risorto. Ed è così che Gesù vuole essere "unto" e riconosciuto: Signore e Maestro, Dio che si è fatto Carne da toccare, Parola da ascoltare, esempio da imitare, Vangelo da annunciare. Ci si prostra in adorazione dinanzi al Signore per poi farsi risollevare dal suo amore, e con lui, sostenuti dalla sua forza, rimettersi in cammino e dire a tutti che Gesù è il Vivente, il Risorto, la nostra speranza, la nostra Pasqua, il nostro passaggio dalle tenebre alla luce, dalla disperazione alla speranza, dall'incredulità alla fede nel Dio che salva dalla morte. 

domenica 1 maggio 2016

Pensieri per lo spirito


LA PACE DI DIO
Il dono «agli uomini di buona volontà»


Il Tempo di Pasqua offre l'opportunità di riflettere sul mistero della pace che Gesù dona ai suoi. Una pace che comincia già sulla terra - il Verbo Incarnato è infatti il «Principe della Pace» (Is 9,5) -, ma che troverà il suo compimento con la vittoria della vita sulla morte ad opera del Cristo Risorto, e che, per ogni uomo «di buona volontà» vedrà la sua realizzazione piena solo nella contemplazione eterna del Dio vivente.








IL DONO DELLA PACE

Il Tempo di Pasqua - nella VI Domenica - riporta l'attenzione sulle parole pronunciate da Gesù durante il suo "discorso di commiato", da lui tenuto nel corso dell'Ultima Cena.
Sono parole che sembrano gettare un ponte tra due momenti del mistero della Redenzione: l'incarnazione e la Risurrezione di Gesù: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: "Vado e tornerò da voi" (Gv 14, 27-28) - afferma Cristo nel suo discorso di addio - ; «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama» (Lc 2,14) - è la lode che gli angeli intonano in presenza dei pastori che, di lì a poco, troveranno il Bambino Gesù appena nato.
Nel «Gloria» queste stesse parole vengono formulate in altri termini: «Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà».
La venuta di Gesù sulla terra inaugura, dunque, un tempo "nuovo" di pace. Una pace che troverà compimento nella vittoria di Cristo sulla morte, e che si realizzerà pienamente nell'esistenza degli uomini al momento del loro ingresso nella vita dei beati.
Così il tempo liturgico della Pasqua diventa momento di riflessione non solo sulla pace che già è profferta su questa terra, ma anche - e soprattutto - sulla pace che si realizzerà in senso escatologico nella vita eterna.

domenica 10 aprile 2016

Pensieri per lo spirito


«POSSIAMO TRASFORMARE LA MORTE» 







«Nessuno ha ancora creduto in Dio e nel regno di Dio, nessuno ha ancora sentito del regno dei risorti, senza diventare da quel momento nostalgico, senza attendere e agognare d'essere gioiosamente liberato dall'esistenza terrena.
Vecchi o giovani, non fa differenza. Cosa sono venti, o trenta, o cinquant'anni al cospetto di Dio? E chi di noi sa fino a che punto può trovarsi già vicino alla meta? 
La vita inizia soltanto quando finisce qui sulla terra; e come tutto ciò che c'è qui non sia che il prologo prima che s'alzi il sipario... è qualcosa cui devono pensare allo stesso modo giovani e vecchi. 
Perché abbiamo tanta paura quando pensiamo alla morte... ? La morte è spaventosa solo per coloro che vivono avendone paura. La morte non è selvaggia e terribile, se solo si riesce a essere fermi e tenersi ben stretti alla Parola di Dio. 
La morte non è cattiva, se non siamo diventati noi stessi cattivi. 
La morte è la grazia, il più grande dono di grazia che Dio concede alle persone che credono in lui. La morte è mansueta, la morte è dolce e gentile; ci invita con la forza celeste, se solo comprendiamo che è la via d'accesso alla nostra patria, al tabernacolo della gioia, al regno eterno della pace.
Come sappiamo che morire è così terribile? Chi sa se, con le nostre umane paure e angosce, non facciamo che rabbrividire e fremere per l'evento più glorioso, celestiale e benedetto del mondo?
La morte è l'inferno, la notte e il freddo solo se non è trasformata dalla nostra fede.
Ma è proprio questo la cosa tanto meravigliosa, che possiamo trasformare la morte».

(Dietrich Bonhoeffer

domenica 3 aprile 2016

Pensieri per lo spirito


 DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA
Cristiani con uno stile pasquale






«L’Ottava di Pasqua, pervasa di luce e di gioia, si concluderà con la domenica in Albis, chiamata anche domenica della "Divina Misericordia". Si chiama in albis - domenica "bianca". È così perché secondo la tradizione liturgica in questo giorno coloro, che sono stati battezzati durante la Veglia pasquale si toglievano le vesti bianche del battesimo e indossavano le vesti quotidiane. Nello stesso tempo la stessa domenica è vissuta nella Chiesa come festa della Divina Misericordia. È una consuetudine recente, ma esprime bene la verità che tramite la grazia del Battesimo abbiamo parte nell’amore misericordioso di Dio». 

(Giovanni Paolo II, Udienza Generale, 23 aprile 2003)


LA VESTE DELLA TESTIMONIANZA

Ogni battezzato è invitato a vivere nello stile della Pasqua tutta la propria vita. Finita l'Ottava, in cui ancora, liturgicamente parlando, si prolunga la grande Domenica della Risurrezione, il cristiano è chiamato in senso metaforico - come lo erano i neofiti attraverso un gesto concreto - a indossare le vesti quotidiane, cioè a testimoniare nella vita di ogni giorno il Cristo Risorto.
Lasciate le vesti "visibili", occorre sentirsi sempre rivestiti di quelle invisibili e interiori che danno "senso" e "prospettiva" nuove a tutta l'esistenza, al mondo concreto in cui si vive, agli avvenimenti in cui ci si muove.
San Paolo scrive che «per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a» Gesù «nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,3-4). 
La veste del battesimo permane nel cristiano per renderlo capace di dare «ragione della speranza»  (1 Pt 3,15) che è in lui, una speranza che è fortificata dalla prova delle prove: «Davvero il Signore è risorto» (Lc 24,34)!

giovedì 31 marzo 2016

Pensieri per lo spirito


«PACE A VOI» (Lc 24,36)
Riposare in Dio




L'apparizione di Gesù nel Cenacolo, James Tissot


«Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!"».
(Lc 24,36)


DALLA PAURA ALLA PACE

Dopo la morte di Gesù i discepoli vivono "ancora" in un clima di paura. Per paura erano scappati quando il Maestro era stato catturato e poi crocifisso, e sempre per paura, dopo la sua morte, erano rimasti a porte chiuse nel Cenacolo, «per timore dei Giudei», come rendiconta Gv 20,19.
Eppure Cristo, già nel nel suo discorso di commiato, aveva detto: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Gli apostoli non avevano ancora compreso cosa fosse la "pace" secondo Gesù. Ancorati a un'idea umana, "troppo" umana di essa, non erano riusciti a rimanere accanto a Cristo nelle ore della sua Passione e poi, sconvolti dalla sua morte e impauriti dalle possibili reazioni della gente, si erano chiusi nel Cenacolo.
Con le sue apparizioni, Gesù viene a confermare il dono della pace che aveva già promesso durante la sua Ultima Cena: si presenta ai suoi nel segno della verità e della "presenza" che scioglie le catene di terrore, angoscia e panico che  imprigionano le creature.
Così, quasi come un ritornello che infonde tranquillità, Egli - il Risorto, il Vivente - ripete spesso ai suoi «Pace a voi».  

giovedì 24 aprile 2014

LA PIU' BELLA APPARIZIONE DEL RISORTO!


"Di questo voi siete testimoni"  

(Lc 24,48)




Il Tempo di Pasqua ci ha inabissati nel mistero della Risurrezione di Cristo, e nella sua funzione di Maestra, la Chiesa ci sta insegnando qualcosa attraverso la Sacra Liturgia, in particolar modo attraverso i vari brani del Vangelo che in questi giorni vengono proclamati.

Domenica siamo stati immersi nello stupore delle donne e dei discepoli, di fronte alla Risurrezione del Maestro, che non viene più trovato nel sepolcro.

Lunedì, Gesù stesso appare alla Maddalena, la quale Lo riconosce soltanto al sentirsi chiamare "Maria"!
Martedì sono i due discepoli di Emmaus ad affrontare un'esperienza simile: pur vedendo coi loro occhi il Signore, comprendono che è Lui soltanto al momento dello spezzare il pane.
E oggi, ancora una volta, il Maestro viene riconosciuto solo nel compiere un gesto "umanissimo": mangiare assieme ai Suoi.

Si potrebbe dire che tutto è prettamente "Cristologico" in queste relazioni discepoli-Maestro: il Verbo viene riconosciuto nel parlare, in quel "vocare", chiamare in senso ampio che richiama a quel "Dio disse" che è presente nel libro della Genesi e a quel "chiamare per nome" (cfr IS 43,1) che esprime in modo meraviglioso il senso dell'essere amati da sempre dall'Amore Stesso!
Il Verbo è Parola di Vita, è Parola Viva, che non può restare irriconoscibile per quelli che l'amano!
Il Verbo è Colui che Si dona all'uomo ricorrendo a gesti umani, attraverso la Sacratissima Umanità di Cristo. Ecco che ad Emmaus è nell'atto dello spezzare il pane che Egli viene identificato.
Il Verbo ha assunto realmente un Corpo: ecco il cibarsi che serve ai Suoi affinché Lo riconoscano.
In un certo senso, la pedagogia di Gesù in queste prime apparizioni sembra quasi condensare tutta l'economia della salvezza in una sintesi del Suo essere sì Parola, ma Parola Incarnata, che proprio nella Risurrezione non perde la Sua Umanità ma la "sublima", perché viene rivestita della Gloria del Padre.

C'è per noi, in queste tre apparizioni, un forte richiamo liturgico: la più bella apparizione del Risorto avviene ogni giorno, in quel Pane Eucaristico che altri non è se non il Cristo Risorto, che ancora, nel Suo Cuore Eucaristico conserva i segni della Passione e che ci chiama ciascuno per nome.

Lo riconosciamo?
Ritroviamo in quel Pane, allorché il Sacerdote - in Persona Christi - pronuncia la formula di consacrazione, quello stesso Gesù che è apparso alla Maddalena, ai discepoli di Emmaus e che ha mangiato dinanzi a molti altri dei Suoi?

Con quale atteggiamento rispondiamo a questa chiamata, a questa apparizione?

Siamo chiamati a rispondere con le parole della Maddalena: "Rabbunì"! "Maestro"!
E siamo chiamati a ripeterGli quanto Gli dissero ad Emmaus i due discepoli, ma con la convinzione interiore di parlare non ad uno sconosciuto qualsiasi, ma al Signore: "Mane nobiscum, Domine"! "Resta con noi Signore"!

Che lo stupore per il Dono Eucaristico possa albergare sempre nel nostro cuore, ricordandoci che dinnanzi a noi c'è il Cristo Risorto, Pane spezzato che ha preso dimora tra noi, per essere qui "sempre, fino alla fine del mondo" (Mt 28,20) e, ancora di più, per essere una cosa sola con noi, per l'eternità!

lunedì 9 aprile 2012

GESU' VENNE LORO INCONTRO.....



"Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: 
«Salute a voi»". 
(Mt 28,9)





Il Vangelo di oggi ci illustra così l'incontro fra due donne ed il Cristo Risorto.
Due donne, due discepole, due "innamorate" del Maestro, due sofferenti per la "perdita" del loro unico e vero Amore....
Gesù viene avanti verso di loro e usa queste parole:
"Salute a voi", che in latino risuona come "AVETE"!


Si, da "Ave"....quel saluto che nell'Annunciazione l'Angelo rivolge alla Vergine Maria, prima del suo SI' alla cooperazione all'Incarnazione del Verbo....


Gesù è risorto e le due donne Lo vedono, in Carne ed Ossa, con i loro occhi.
E Lui parla loro, rivolgendo quel meraviglioso "AVETE", Ave a voi... 
Il saluto di San Gabriele a Maria, quell' "AVE MARIA", viene tradotto con le parole "RALLEGRATI, MARIA"!
Perché Maria viene invitata a rallegrarsi?
Perché ....il Signore è con lei!


Gesù Risorto, alle due donne che per prima Lo vedono -faccia a Faccia!- dice la stessa cosa: Rallegratevi, o donne, sono con voi!
Cosa curiosa...ancora più curiosa (non di certo casuale!) è che le due donne...portino lo stesso nome della Vergine Madre.
Rallegrati Maria, perché Gesù è con te: il Signore è risorto!
Rallegrati, perché da oggi ....sei piena di Grazia, perché quella grazia che perdesti col peccato originale, come colpa tramandata di generazione in generazione....ora il Cristo Incarnato, morto e Risorto, ti ha ridonato.
Rallegrati, perché quella purezza che in te avevi offuscato con il tuo peccato personale...Gesù l'ha "cancellato" e ti ama così come sei....
Rallegrati, perché rinasci a vita nuova, perché da oggi in poi, nella Santa Comunione, potrai anche tu portare in te il Signore...come in una nuova "incarnazione" personale, in cui Gesù prende dimora in te e tu puoi donarLo agli altri, come Maria Lo donò per prima ad Elisabetta, al Battista, a Giuseppe...


Allora le due donne siamo tutti noi: RALLEGRIAMOCI, NOI CHE INCONTRIAMO IL SIGNORE RISORTO IN QUESTO TEMPO DI PASQUA!
Rallegriamoci noi che ritroviamo Gesù, il VIVENTE, in ogni Comunione Eucaristica....rallegriamoci noi che possiamo essere "colmati" della Sua Grazia, nei Santi Sacramenti della Confessione e della Comunione....rallegriamoci noi che possiamo gioire perché abbiamo scoperto che la morte è stata sconfitta!



CRISTO, MIA SPERANZA E' RISORTO, diceva la sequenza proclamata ieri dopo il Vangelo.
Sì, Cristo è risorto: rallegriamoci, perché "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo"! (Mt 28.20)!|


lunedì 2 aprile 2012

SETTIMANA SANTA: dalla Croce alla Gloria...dalla Gloria alla Croce....e noi?




"Gesù prese con sé
Pietro, Giacomo e Giovanni 
e li portò 
sopra un monte alto, 
in un luogo appartato, 
loro soli. 

Si trasfigurò davanti a loro" .

(Mc 9,2)











"Prese con sé 

Pietro, Giacomo e Giovanni

 e cominciò a sentire 

paura e angoscia"

 (Mc 14,33)








 Pietro, Giacomo e Giovanni sono i tre discepoli di Gesù che -in anticipo rispetto agli altri -vedono sia la Gloria del Signore che la Sua Croce.
Sul Monte Tabor sono spettatori di quella che Padre Cantalamessa definisce "l'estasi di Gesù"  (Cantalamessa, Il mistero della Trasfigurazione-ed. Ancora), sul Monte degli Ulivi assistono invece alle angosce mortali che attanagliano il Figlio di Dio.
Un anticipo di Risurrezione in un caso, uno di Croce, nell'altro.
E i discepoli sono sempre gli stessi....in un certo senso i "privilegiati", ma quale differenza fra il loro modo di comportarsi durante il giorno della Trasfigurazione e poi nella notte della sudorazione di sangue!

Sembra strano: Gesù ha mostrato ai Suoi prima la Sua Gloria, quasi per incoraggiarli, per dare loro un saggio del "dopo" ed offrire quindi un sostegno, una speranza nel momento della prova.
Davanti ad un Gesù dalle vesti candide, bianchissime, rifulgente di luce, quei tre pescatori vorrebbero "piantare la tenda" e rimanere per sempre con il loro Maestro.
Sono affascinati da Lui, rapiti dalla Sua bellezza, dal Suo splendore.
Lo vedono come lo avrebbero rivisto dopo la Risurrezione....un Gesù "glorificato", quel Gesù che se avessero visto come lo vedranno poi i discepoli di Emmaus, forse nemmeno avrebbero riconosciuto, tanto sarebbe stato "diverso" rispetto a prima.

Ora, la Settimana Santa, si apre alla Domenica delle Palme con la presenza di questi stessi tre discepoli sul Monte degli Ulivi.
Gesù, che ha già mostrato loro la Sua gloria, li porta con sé: in questo voler stare con loro -o meglio, in questo volere che loro stiano con Lui- si può intravedere un doppio aspetto pedagogico.
Da una parte, è come se Gesù dicesse a quei tre: Vi amo così tanto da volervi con me non solo nel momento della gioia, ma anche in quello del dolore. 
Vi amo così tanto che VOGLIO AVERE BISOGNO DEL VOSTRO CONFORTO, DELLA VOSTRA PRESENZA AMICA, DEL VOSTRO SOSTEGNO. 
DIMOSTRATEMI LA VOSTRA VERA AMICIZIA, RIMANENDO CON ME!
Gesù, che in Marco è il Gesù del "segreto messianico", si rivela ai Suoi nella Sua Pienezza: di Dio fatto Uomo, che gioisce nell'incontro orante col Padre, ma che soffre come Uomo le pene atroci addossateSi per scontare il peccato umano.
Gesù vuole che i Suoi comprendano che il Verbo è anche veramente Uomo, pienamente Uomo: brama l'amore dei Suoi, li vuole accanto a Sé nel momento più difficile della Sua "storia" umana.
Anche gli altri discepoli sono con Lui, ma è anche squisitamente umano questo voler avere particolarmente vicini quelli ai quali è evidentemente legato da un affetto speciale (e pur sempre "giusto", perché ogni affetto divino è sempre fondato sulla giustizia, non esistono predilezioni ingiustificate...Dio sa quello che fa!).

Il secondo aspetto della "pedagogia" di Gesù sul Monte degli Ulivi è da vedere nell'ottica nella fede: il Cristo si è mostrato a quei tre discepoli (ed in quel caso a loro tre soli, non a tutti i dodici!) nel Suo momento di Gloria, ma prima e dopo h
a provato più volte (anche discendendo dal Monte Tabor) a spiegare a quale destino sarebbe andato incontro, secondo peraltro le profezie già contenute nell'Antico Testamento.
Ora chiede ai Suoi un atto...di coraggio, di vera fiducia, dicendo loro, implicitamente: CREDETE IN ME ANCHE ORA CHE MI VEDETE COSI', UN DIO UOMO CHE SOFFRE PIU' DI TUTTA L'UMANITA' MESSA INSIEME, CHE PATIRA' PENE ATROCI, CHE STA MALE PER L'INGRATITUDINE DEGLI UOMINI.
Credete in me anche se mi vedete non più nelle vesti di "re", ma in quelle di "servo".....

E come rispondono Pietro, Giacomo e Giovanni a questa richiesta di fiducia?
Alla prova della Trsfigurazione -anticipo del loro incontro con il Cristo Risorto- arrivano impreparati, ma si dimostrano pronti a rimanere con Gesù: è facile starGli accanto quando c'è da godere di un "beneficio", quando la vontemplazione del Cristo dona pace, gioia all'anima.
E' tale la confusione per il dono inatteso, che Pietro esplicita la propria felicità con quella frase famosa "Facciamo tre tende", vale a dire: rimaniamo qui, non muoviamoci, si sta bene!

Alla Passione, invece, sarebbero dovuti arrivare ben formati: tante volte Gesù li aveva avvisati.
Vengono invece colti alla sprovvista e al momento delle "prove generali" della Croce, cioè sul Monte degli Ulivi, si addormentano, perché i loro occhi si fanno "pesanti".

Cosa dice a noi, discepoli di oggi, questa "pedagogia messianica"?
In primo luogo, ci insegna che la fede non è solo e sempre contemplazione del Cristo Risorto, della Gloria divina.
La fede non è solo uno stare con il Gesù delle Consolazioni; fede è contemplare il Cristo Crocifisso, nel momento delle nostre aridità di spirito, delle difficoltà materiali che sembrano toglierci la pace del cuore, nelle prove di fede, nelle tentazioni.
Più che mai in questi momenti, stare con Gesù solo sul Monte degli Ulivi, significa rispondere a quella Sua richiesta: "Vegliate e pregate per non entrare in tentazione"!

La scena del Monte degli Ulivi ci ricorda però anche un'altra cosa: Gesù, Capo del Corpo Mistico che è la Chiesa, soffre ancora oggi nelle Sue membra sofferenti.
A noi tocca lo splendido (se pur arduo!) compito di consolarlo, sostenerlo, aiutarlo.
Con la preghiera e con la vicinanza fisica operosa.

Infine, l'ultima cosa che il Monte Tabor ci ricorda è la seguente: solo nella preghiera di Gesù la nostra preghiera diventa "possibile", "forte", capace di smuovere le montagne.
Nel Vangelo di Luca, l'Ultima Cena mostra infatti un Gesù che a San Pietro dice: 
"Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli ".  (Lc 22,32-33)
E sul Monte degli Ulivi, vedendo i suoi vinti dal sonno, dalla stanchezza, dice infine: "Dormite pure e riposatevi"!
Gesù è il Verbo fatto Carne che comprende le debolezze umane, e Lui che chiede a noi consolazione...consola l'uomo fragile!
Lui che chiede a noi fede e preghiera, si fida di Dio Padre e Lo invoca incessantemente anche per ciascuno di noi!

Ecco che allora la nostra fragilità, consegnata a Lui, acquista un valore: a noi tocca l'impegno, la volontà nello stare con Lui, nel vigilare, nel pregare.
Lui supplirà alle nostre mancanze con la Sua preghiera -una preghiera che è stata rivolta al Padre in anticipo rispetto alle nostre cadute-; Lui supplirà alla nostra scarsa vigilanza, alla nostra sonnolenza spirituale.

E con San Paolo potremo dire: "Quando debole, è allora che sono forte" (2Cor 12,10) perché Cristo "apporta" tutto quello che manca alla mia preghiera!


BUONA SETTIMANA SANTA A TUTTI VOI!