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mercoledì 23 aprile 2025

Sguardo cristiano su notizie di attualità

EQUILIBRI PAPALI

Considerazioni sulla morte del Papa (di ogni Papa)



Alla morte di ogni Papa siamo soliti affrontare ciò che proprio ogni papa non vorrebbe: una sorta di culto alla persona che cozza con la natura (moderna?) del Papato, ma ancor di più col cristianesimo. 

Ne fummo già testimoni con il "santo subito" di Papa Giovanni Paolo, in cui, pur nulla togliendo alla santità del Papa (che poi la Chiesa non ha mancato di riconoscere in via ufficiale), si rischiava di sviare dal momento solenne che il cattolicesimo stava vivendo in quel momento: una sede vacante dopo un lunghissimo pontificato; la perdita di una guida che aveva accompagnato il popolo di Dio per buona parte della vita; la fine di un'era anche storica, se così vogliamo dire, connotata da grandi eventi in cui il papa inizialmente sconosciuto ai più aveva fortemente contribuito (basti pensare alla caduta del muro di Berlino); ma, e soprattutto, l'estrema gravità del momento in cui anche un Papa (sì, anche un Pontifex Maximus!) si presenta al cospetto del Dio della vita.
Pensassimo solo a questo – da cristiani, semplicemente da cristiani – ci affacceremmo con "timore e tremore" anche al mistero della morte di un Papa, che ha grandi doni, sì, ma anche grandissime responsabilità, e a cui sarà chiesto molto di più, perché molto ha ricevuto; perché molto gli fu affidato, come ricorda in generale il Vangelo di Luca. La morte richiede, qualcune morte richiede, preghiera e silenzio. 

Certamente la fine di un papato è anche, innegabilmente e doverosamente, un tempo di bilanci. Ma la cosa sempre poco costruttiva dei bilanci è che usiamo soppesare le cose buone di una persona contro quelle presunte "cattive", o poco riuscite, degli altri. E forse oggi, vent'anni dopo la fine del pontificato di Giovanni Paolo II, assistiamo a questo processo in maniera più evidente del solito, complice anche una società dell'immagine in cui ciò che più si imprime nel costrutto razionale sono le istantanee di un momento, quelle che divengono, poi, fotogrammi simbolo. Cose sempre esistite, ma che certamente l'uso massiccio dei social ha amplificato. 
Anche i molti dibattiti televisivi che in queste ore si stanno snocciolando sulle varie reti, mostrano spesso la faccia dell'ipocrisia di chi, vivo un Papa, è acerrimo nemico della sua "politica ecclesiale", e morto questi ne diventa, immediatamente e improvvisamente, grande estimatore. 

In questi giorni sono molti i giusti elogi al pontificato di papa Francesco, ma anche molti gli spropositi di chi, cavalcando l'onda del momento, utilizza frasi ad arte per minimizzare i papi precedenti, per distruggere la storia del Papato, per sminuire coloro che stati dati come guide della Chiesa.
Diventa più che mai necessario fare attenzione, un'attenzione estrema, per non cadere in trappole perniciose, che ci farebbero diventare a nostra volta dei sobillatori, aperti alla creazione di fazioni che non fanno bene né a noi stessi come cristiani singoli né alla Chiesa come istituzione né al mondo non cattolico che ci guarda dal di fuori.

Ogni pontificato, checché se ne dica, si costruisce a partire da quello precedente, tanto in ciò che di completo è stato fatto quanto in ciò che è rimasto a metà, tanto in ciò che viene portato a compimento quanto in quello che viene, apparentemente o meno, ribaltato.
E in ogni pontificato, anche se in maniera differente, si ripete (per grazia di Dio e per libera disponibilità umana) una donazione fino alla fine.

Stupendo il gesto di papa Francesco di uscire per la benedizione Urbi et Orbi di Pasqua, e la sua decisione di fare il giro fra i presenti in piazza, ma non dimentichiamoci del pugno sbattuto sul leggio da Giovanni Paolo II, in una delle sue ultime apparizioni, quando l'allora papa Wojtyla non riuscì a pronunciare una sola parola; oppure la benedizione silenziosa impartita nel suo ultimo Angelus, il 20 marzo del 2005, Domenica delle Palme: era un uomo sofferente, ammalato di Parkinson, che aveva subito una tracheotomia.

Non scordiamoci nemmeno dell'ultima udienza di Benedetto XVI, il 27 febbraio del 2013. Pur nella rigidità di movimenti che lo contraddistinse da quell'ultima fase in poi, portò avanti quella catechesi, ricordandoci che la Chiesa non è nostra, ma di Cristo, che non la lascia affondare. Anche la sua decisione di rimanere nel monastero Mater Ecclesiae, anziché ritornare in Baviera, fu una scelta che dimostrò il suo desiderio di rimanere comunque a servizio della Chiesa - dentro le mura vaticane - fino alla fine. Lo aveva sottolineato in quella stessa ultima udienza, affermando: «Il “sempre” è anche un “per sempre” - non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro». 

Si parla anche molto, in questi giorni, di una presunta dicotomia fra teologia e pastorale, per opporre il pontificato di Francesco a quelli precedenti. 
Eppure dimentichiamo l'apporto teologico che fu alla base di un pontificato innovativo come quello di Giovanni Paolo II (definito da qualcuno, per i suoi tanti viaggi, "il trolley di Dio"), sotto cui uscì la nuova edizione del Catechismo della Chiesa Cattolica, grazie alla Commissione presieduta dal Cardinale Ratzinger. 
Ragionando in termini di spaccature, dimentichiamo anche il magistero di Benedetto XVI, fine teologo, che ha forgiato una nuova generazione di sacerdoti che ancora oggi vediamo nelle nostre parrocchie, dando loro solidità nelle verità di fede, senza le quali il nostro credere sarebbe senza fondamenta solide.
Scordiamo, ancor di più, che la teologia – scienza affascinante perché ci permette di addentrarci nei misteri insondabili di Dio – ha un posto di tale rilievo nella nostra spiritualità perché la stessa Scrittura ne è ricca. Basterebbe fermarsi solo al Vangelo di Giovanni, che si distingue dai sinottici proprio e principalmente per questa sua attenzione teologica, che non va a diminuire l'importanza degli altri Vangeli, ma che ce li fa apprezzare da un altro punto di vista, li integra, li arricchisce. È l'insieme che fa la completezza, non la divisione.

Si parla, infine, di moltissime riforme attuate da papa Francesco. Tutto vero, innegabile, ma non dimentichiamo che queste riforme arrivano dopo le aperture dei precedenti papi: se a livello papale possiamo parlare dei "santi della porta accanto" (termine molto caro a papa Francesco), è certamente anche perché Giovanni Paolo II diede un impulso straordinario alla canonizzazione dei laici, superando uno schema consolidato che premiava in percentuale estremamente più alta la santità di sacerdoti e religiosi/e. 
Se possiamo parlare di lotta alla pedofilia nella Chiesa, è perché Benedetto XVI ruppe il silenzio, parlandone ancora più apertamente del suo predecessore (ci si potrebbe soffermare soltanto sulla Lettera ai Cattolici d'Irlanda, e sulle precedenti modifiche alle "Normae de gravioribus delictis" nel 2010).
E si potrebbero fare discorsi analoghi sulle riforme economiche, sull'abolizione di alcuni simboli (la tiara pontificia scomparve sotto Paolo VI; la sedia gestatoria aveva già incontrato poco il favore di Giovanni Paolo I e ne fu poi definitivamente abolito l'uso da Giovanni Paolo II), sulla cura del creato e su molti altri argomenti.

Se si può parlare di santità, dunque, non dimentichiamoci di tutta la schiera dei papi che abbiamo avuto nel corso dei secoli. Fra cui già ci sono santi canonizzati, beati e venerabili.
Non inciampiamo nell'errore di osannare il presente disprezzando il passato. Ogni papa, fra l'altro, è naturale che porti con sé ciò che caratterialmente è: è successore di Pietro, ma nella sua personale identità, che se venisse a mancare ci toglierebbe qualcosa, perché lo renderebbe meno libero nella sua risposta a Dio attraverso la sua storia personale, la sua essenza, la sua personalità. 
Lo abbiamo visto nel corso dei secoli: il Papa buono, il Papa del sorriso, l'Atleta di Dio, il Papa teologo. Tutti nomi che ci dicono qualcosa dello specifico carattere di ogni pontefice, del loro carisma peculiare all'interno della Chiesa. 

Forse per questo, don Bosco, conoscitore dell'animo giovanile che tanto vive più facilmente quei sentimentalismi estremizzati che a volte prendono anche noi adulti, invitava i suoi a scrivere: "W il Papa" piuttosto che uno specifico "W Pio IX" (il pontefice del suo tempo). 
Perché ad osannare l'uno rispetto ai tanti si corrono due rischi: o si perdono quei chiaroscuri che fanno umana ogni persona o si distrugge il passato, la storia che ci ha preceduti, dimenticando però che da quella, noi tutti, proveniamo. 

Anche la Chiesa. 

Anche il Papa. 

Anche noi, pecore del gregge dell'Unico Pastore.

giovedì 2 gennaio 2025

Giubileo della Speranza

 

"IL TEMPO E LA SPERANZA"

Buoni propositi per il nuovo anno




Il nuovo anno comincia sotto il segno di una donna: Maria, la Madre di Dio, la Madre degli uomini.
Ma del tempo diciamo che è esso è dono di Dio, e così l'anno che inizia è il regalo che ci concede il Padre per essere, ancora una volta, immersi nella storia in un moto di rinnovamento che viviamo alla luce dei cosiddetti "buoni propositi" con cui accogliamo, in fin dei conti, ogni fine che si riversa in un ricominciare. Sono le nostre aspettative personali e globali, che riflettono, nella loro profondità più intima, il nostro bisogno di trascendenza: ciò che abbiamo non è mai sufficiente, siamo sempre alla ricerca di altro, abbiamo costantemente necessità di guardare oltre, di respirare una felicità più grande, di cogliere obiettivi più elevati, di incontrare, in fin dei conti, la versione migliore di noi stessi. 
La dimensione storica che attraversiamo non è soltanto un pugno di mesi in successione l'uno dopo l'altro, ma un cammino che cresce con noi e in cui noi stessi cresciamo, nella speranza di andare incontro agli altri e all'Altro, e che gli altri e l'Altro facciano altrettanto con noi. 
Ogni nuovo anno è, insomma, una piccola Genesi, in cui desideriamo essere ricreati, per riprendere la nostra corsa con più slancio, lasciandoci alle spalle le cose che di quello precedente non ci sono piaciute, che ci hanno provocato sofferenza, ferite, traumi; ma anche conservando e migliorando le situazioni nuove, belle, entusiasmanti che abbiamo vissuto; portando con noi le persone che ci hanno offerto la loro vicinanza, la loro amicizia, il loro amore.
La fine che si riversa nell'inizio ha un po' il sapore dell'innamoramento, in cui davvero sentiamo che tutte le cose si fanno sempre nuove, sempre "principio" di un oggi che diventa un domani più bello e pieno; la fine che si consuma nel principio ha sempre un po' il gusto dell'amore che sboccia, in cui la speranza ha la parola più forte, e ci fa realmente credere che tutto sia possibile.
L'anno nuovo, come la vita e come l'amore, richiede allora un Padre e una Madre per essere veramente generativo, vitale, vivente. Qualcuno che non solo ci porti alla luce, ma che ci prenda anche per mano e ci accompagni, ci insegni ciò che ci serve e poi ci lasci liberi di andare con le nostre gambe. 
L'anno nuovo, come la vita e come l'amore, necessita di un Padre e una Madre che rigenerino in noi la fiducia nella freschezza di nuove possibilità; che riaccendano in noi la capacità di scorgere grandi orizzonti anche quando tutto sembra cupo; che rianimino in noi il desiderio di rialzarci anche se siamo caduti. 
Se Dio è il Dio della speranza, del tempo e della storia, allora ogni nuovo anno è, principalmente, un tempo di speranza: non c'è virtù umana per esercitare un qualche potere sul tempo – diceva papa Francesco nel 2013 – ma l'unica virtù per guardare al tempo è la speranza [1].  
Nella speranza, proprio il tempo che apparentemente si riavvolge intorno al nastro di partenza non è semplicemente una fiaba, ma lo spazio di nuove, concrete possibilità: e laddove non si possono cambiare vicende e persone, allora, che nella speranza, possiamo almeno cambiare noi stessi, per avere sguardi, pensieri e cuore allenato. Per vivere meglio, più padroni di noi stessi, autonomi e forti come quel Padre e quella Madre che ci introducono in questo nuovo inizio per farci guardare dentro di noi e nelle nostre esistenze, e farci scoprire, proprio nella speranza, ricchezze che forse non sapevamo di possedere.
Questa è la vera speranza: essere consapevoli di non essere soli, e che ogni tassello che compone la nostra vita ha un senso, anche quando non si incastra secondo i nostri progetti umani, perché tutto procede verso Colui che raccoglie e armonizza in sé tutta la storia.
La nostra, insieme alla Sua. 

Buon 2025 a tutti, buon Giubileo della speranza!


[1] Papa Francesco, Meditazione mattutina a Santa Marta, 25 novembre 2013.

domenica 4 aprile 2021

Auguri!





Il Cristo risorto di Rubens


«La fede non è un repertorio del passato, Gesù non è un personaggio superato. Egli è vivo, qui e ora. Cammina con te ogni giorno, nella situazione che stai vivendo, nella prova che stai attraversando, nei sogni che ti porti dentro. Apre vie nuove dove ti sembra che non ci siano, ti spinge ad andare controcorrente rispetto al rimpianto e al “già visto”. Anche se tutto ti sembra perduto, per favore apriti con stupore alla sua novità: ti sorprenderà». (Papa Francesco)

Auguri di buona Pasqua! 

sabato 25 luglio 2020

Pensieri per lo spirito

IL TESORO NELLA MATRIOSKA
Riflessioni sul Vangelo della XVII Domenica del T.O.






«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». 
(Mt 13,44-52)




Campo, mercato, mare, casa: Gesù sembra dare delle precise coordinate "spaziali" che definiscano l'area in cui si trova il "Regno". Ma si tratti di "luoghi" che diventano metafora di un concetto che anche altrove il Maestro ribadisce: il Regno di Dio è in mezzo a noi, dovunque noi siamo. È nelle nostre realtà, quelle che quotidianamente abitiamo, nelle realtà concrete che ci ospitano. Gesù usa parole che parlano il linguaggio del nostro mondo reale, delle situazioni che conosciamo, dei terreni che abitiamo. Campo, mercato, mare, casa. Realtà che parlano un linguaggio a noi ben noto, il linguaggio della vita che si dipana nella crescita del seme, nello scambio che è di commercio e di culture, nelle acque che sono fonte di vita e spazio del viaggio, nella casa che è l'ambito degli affetti, della sicurezza, del riposo, della gioia.
Sembra tutto quasi organizzato come in una matrioska: il Regno è nel mondo, passa attraverso le diverse situazioni in cui noi lo "abitiamo" e così – per analogia ed estensione – si può concludere dicendo che, come il tesoro sta nel campo e la rete raccoglie i pesci solo quando è gettata nel mare, così il Regno è nella nostra anima che è nostro più intimo terreno, luogo in cui "trattare" con noi stessi per compiere il bene, mare in cui il supremo Pescatore getta la rete per raccogliere pesci buoni...
Scegliendo di incarnarsi, Gesù non ha fatto che mostrare realmente come il Cielo e la Terra siano profondamente legati; quanto questo mondo transitorio e quello futuro ed eterno siano interconnessi; come la realtà spirituale e quella materiale non siano in contrapposizione, a meno che noi non li facciamo entrare in conflitto. Il mondo e noi stessi conteniamo già il Regno, ma esso è nascosto, sepolto sotto molte cose: il male che impedisce di vederlo, gli egoismi, le difficoltà, le distrazioni...
Se sappiamo cercare e "comprare" il campo che contiene il tesoro, se sapremo ciò "padroneggiarlo" per quello che ha di buono, senza puntare a ciò che in esso e negativo e senza farci dominare da esso, allora potremo portare quel tesoro – il Regno – dovunque noi andremo e in questo modo potremo attuare la vera "rivoluzione" che ogni cristiano dovrebbe realizzare: quella di vivere da veri figli di Dio, da "buoni pesci" che alla fine saranno riconosciuti tali per aver operato animati dall'amore di Dio. Perché l'amore è quel tesoro che non si esaurisce mai, da cui si possono trarre sempre cose nuove, in cui non ci si può stancare, annoiare, perdersi... perché «l’amore» – come dice papa Francesco – «per sua natura è creativo», e, fa eco san Paolo, «la carità non avrà mai fine» (1Cor 13,8).

lunedì 13 aprile 2020

Pensieri per lo spirito

EMMAUS 4.0
Viandanti in cerca di Dio al tempo della pandemia



James Tissot, I pellegrini di Emmaus in cammino (XIX sec.)




«Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» (Lc 24,29). 
La pagina lucana sull’incontro dei discepoli di Emmaus col Risorto è animata dal sapore del bisogno e del desiderio. Quel desiderio che si percepisce più forte nella solitudine. «Resta con noi»: un invito rivolto al forestiero non solo come preoccupazione per l’altro, non semplicemente perché non prosegua il viaggio nel buio che sopraggiunge, ma perché qualcosa, nel cuore dei due discepoli viandanti, fa percepire loro la necessità del rimanere insieme, dello stare con quel personaggio misterioso proprio nel momento in cui incalza l’incertezza del giorno che si trasforma in oscurità, della luce che lascia spazio alle tenebre, a quella notte – biblicamente simbolo della morte e del peccato – che sta per arrivare. 


Una parola che arriva dritta al cuore

Non lo capiscono adesso, i due senza nome, di avere un bisogno più forte della loro comprensione razionale, ma lo capiranno dopo, ricordando che il loro cuore ardeva nell'ascolto e nella compagnia di quell'uomo che si era rivelato infine come il Cristo. 
Ecco, il segreto di Emmaus è forse proprio questo, quel segreto che rende ancora oggi questa pagina una delle più belle di tutta la Scrittura: l’uomo ha bisogno di Dio, ma è spesso un bisogno così inconscio, ma anche così connaturale all'essenza stessa del Creatura verso il suo Creatore, che in qualche modo tutti cercano di colmare questo desiderio, questa “fame” ancestrale e infinita. A volte gettandosi su bellezze ingannevoli, come sant'Agostino ben esprimerà descrivendo il proprio tumultuoso percorso spirituale: «Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te» (Agostino, Le confessioni, X, 27,38). 
Ma nelle parole di Agostino c’è già una sottolineatura che ci riporta al centro del brano di Luca: io ti cercavo “fuori” – dice il santo – mentre tu eri “dentro” di me. E anche i discepoli di Emmaus avevano sentito qualcosa proprio “dentro” di loro, nel loro cuore, che ardeva nel petto mentre lo straniero – Cristo – parlava con essi, spiegando le Scritture. «Mi hai chiamasti» – prosegue Agostino, – «e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace» (Ibidem). Se i discepoli di Emmaus avessero ascoltato prima il richiamo del cuore, avrebbero aperto anche prima i loro occhi. E tuttavia, proprio la loro iniziale cecità, e la loro ammissione a posteriori su ciò che “sentivano”, fa comprendere che c’è veramente, come recentemente ha detto il Papa, una sorta di “fiuto” per riconoscere in qualche modo la presenza del Signore anche senza averne piena consapevolezza. «Il popolo che segue Gesù lo ascolta - non se ne accorge del tanto tempo che passa ascoltandolo, perché la Parola di Gesù entra nel cuore […]. Il popolo di Dio segue Gesù … non sa spiegare perché, ma lo segue e arriva al cuore, e non si stanca […]. Il popolo di Dio ha una grazia grande: il fiuto. Il fiuto di sapere dove c’è lo Spirito. È peccatore, come noi: è peccatore. Ma ha quel fiuto di conoscere le strade della salvezza» (Meditazione nella cappella Santa Marta, 28 marzo 2020). 


Emmaus al tempo del Coronavirus 

 In questo tempo di pandemia, i credenti, come i discepoli di Emmaus, continuano a ripetere al Signore: «Resta con noi». Resta con noi, Signore, perché si fa notte nell’impatto violento contro l’idea della morte che potrebbe coglierci per qualcosa fino a ora di sconosciuto, giovani e anziani, ricchi e poveri… senza distinzioni. Resta con noi, perché sopraggiunge la notte nel dolore della perdita dei nostri cari, che non possiamo neanche sfiorare con un dito per accompagnarli in questo difficile passaggio dalla terra al Cielo; resta con noi, perché brancoliamo nel buio di un male ignoto che rende incerto il nostro futuro, interroga la scienza, spiazza programmi, sconquassa i sistemi politici, devasta le sicurezze economiche e affettive. Resta con noi, perché viene la notte in cui ci rendiamo conto di non aver compreso, fino a ora, la nostra fragilità, la nostra pochezza dinanzi a un mondo ben più complesso di noi e che credevamo tuttavia di poter controllare, senza ricordarci che di questo stesso mondo noi siamo custodi e non dispotici proprietari e sfruttatori. 
Ecco allora che, come i “viandanti” di Emmaus, la nostra stessa coscienza (in cui anche Dio ci parla) sembra dirci: «Stolti e lenti di cuore» (Lc 24,25), perché non abbiamo compreso il ruolo che il Creatore aveva affidato all’uomo nel consegnarli le “chiavi” di questo pianeta; perché ci siamo creduti onnipotenti e capaci di bastare a noi stessi nella soddisfazione egoistica di ogni nostro desiderio, mentre la pandemia ci mette davanti agli occhi una grande verità, troppo spesso dimenticata: nessuno si salva da solo. 
Anche noi, dunque, siamo in cammino, con compagni di viaggio proprio come i due discepoli di Emmaus che percorrevano assieme la strada verso un villaggio distante. E il senso di questo camminare a due a due – che diventa cura, attenzione, comprensione, sostegno dell’uno verso l’altro – si declina concretamente in mille sfaccettature che passano dal rispetto delle leggi (soprattutto in questo momento, ricordando anche quanto diceva don Bosco: «Buoni cristiani e onesti cittadini») che ci consentono di aiutare anche chi è lontano da noi (oltre a noi stessi), al fare “chiesa domestica” nelle nostre case; dal condividere tempi di fraternità “virtuale” con gli amici, incoraggiandosi a vicenda, fino al pregare gli uni per gli altri, anche attraverso i moderni mezzi di comunicazione, sperimentando così che l’unione vera è quella del cuori, che non conosce confini geografici e costrizioni spaziali. 
È certamente una quotidianità diversa da quella che conoscevamo, questa che la pandemia ci porta a vivere… ma proprio questo stare nel quotidiano, nel “domestico” in maniera quasi “forzata” e rallentata, ci permette di portare più attenzione alle parole di un Dio che ci parla nel corso della storia, e ci riconduce al momento in cui i discepoli riconoscono il Signore, durante la cena, allo spezzare del pane. In un gesto, cioè, di straordinaria ferialità, di “ordinaria amministrazione”, che però diventa la luce che squarcia il buio e fa finalmente “vedere” in modo nuovo ai due discepoli la realtà che avevano avuto innanzi fino a quel momento. La presenza di Gesù si rivela in un gesto che sì, ha ormai assunto una valenza nuova e suprema nel momento dell’Ultima Cena, ma che rimane anche il gesto semplice di ogni pasto, di ogni condivisione. Un gesto elementare, necessario per vivere, proprio come il pane, alimento base, alimento per la vita. 
E a quel punto, Gesù scompare alla vista dei due. Quasi come a dire: “Adesso sapete come e dove trovarmi”. Se volessimo uscire da una lettura più classica, eucaristica, di questo brano, e calarci in contesto più pratico e quasi più laico, potremmo anche dire che il Maestro invita ciascuno di noi a trovarlo nell’oggi, nel momento presente fatto di cose ordinarie, anzi, in un’ordinarietà che, nel suo essere “imposta” rischia di diventare stucchevole, noiosa… litigiosa, addirittura. Un’ordinarietà che se non compresa nella sua ricchezza può rimanere infruttuosa. Gesù vuole che invece l’ordinarietà sia la nostra “straordinarietà” nel diventare uno dei luoghi dell’incontro con Lui. La stessa incarnazione lo evidenza: il Cristo sta anche nella semplicità della vita che scorre, attraversata da persone ed eventi. Il tempo presente diventa il tempo in cui recuperare questa dimensione quasi dimenticata dell’Onnipresenza di Dio. E senza andare a scomodare concetti teologici per molti difficili, è sufficiente soffermarsi sull’essenziale, così banale che troppe volte lo scordiamo: Dio è nel fratello che mi sta accanto, creato a Sua immagine e somiglianza; è nel gesto di amore con cui posso occuparmi dei miei cari; è nella bellezza del Creato di cui posso godere anche dalla piccola finestra di casa; è nell’impegno di chi si sta prendendo cura dei tanti malati che affollano gli ospedali. Che la sosta di questo nostro oggi a Emmaus ci ricordi allora proprio questo: che Dio per primo è venuto e viene a cercarci. E lo fa là dove siamo, senza schiamazzi, ma nella delicatezza delle piccole cose, nella bellezza pacata della primavera in cui la natura rinasce comunque intorno a noi, nella corporeità delle persone che diventano Sua trasparenza… anche quando non sanno di esserlo. E questo Dio onnipresente ci chiede di portarlo così, con altrettanta delicatezza, nelle vite di chi incontriamo. Proprio come fanno i due discepoli di Emmaus, rientrando a Gerusalemme e annunciando di aver visto il Risorto, narrando «ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane». (Lc 24,35). 
Perché Gesù non ci invita a cercare grandi segni, ma anzi, alla generazione in cerca di segni, aveva risposto che non ne sarebbe stato dato altro se non il segno di Giona (cfr Lc 11,29). Ossia: la sua Risurrezione. È il segno in cui anche papa Francesco ci ha invitato a guardare, pregando in una piazza san Pietro deserta di fedeli in carne e ossa, ma gremita certamente di tanti cuori: «In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza» (Omelia, 27 marzo 2020). Solo nella speranza della risurrezione rimarremo persone in cammino, anche stando apparentemente fermi nelle nostre case, nelle nostre vite che scorrono sempre negli stessi cicli di cose da fare, nei soliti incontri con le solite persone. Solo così saremo davvero viandanti alla ricerca di senso, capaci di ascoltare e vedere con gli occhi del cuore, per annunciare la Buona notizia a quanti raggiungeremo, per essere noi stessi segno di quella Buona novella, di quel Gesù Risorto che è venuto a instaurare il Regno del Padre dandoci una caparra di immortalità, un preludio della Gerusalemme Celeste nell’amore che salva, sazia, disseta.


* Questa riflessione è stata pubblicata anche sul sito della rivista Note di pastorale giovanile

giovedì 19 aprile 2018

Pensieri per lo spirito

ATTIRATI DA DIO





In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». (Gv 6, 44-51)



Innamorarsi è sempre un essere vicendevolmente attirati. A volte per un colpo di fulmine, altre volte per un innamoramento lento. In certi casi ci si innamora contemporaneamente, in altri è uno dei due a farlo per primo. Ma l'amarsi richiede, alla fine, una relazione, un incontro, uno scambio, un'attrazione reciproca che determina vicinanza e unità.
Nella storia d'amore tra Dio e il cristiano è sempre il Signore a muovere il primo passo, a fare la prima mossa. È Dio che attira l'altro, perché è Lui che ama per primo, cercando di suscitare la risposta dell'uomo.
L'Antico Testamento risuona della lode al Signore per il suo amore «che è per sempre» (cfr. 1Cr 16,34; Sal 100,5; Ger 33,11), perché Dio non può mai abbandonare l'uomo (cfr. Is 49, 15) che ha amato «di amore eterno», continuando a essergli fedele (cfr. Ger 31,3). 
In Gesù l'amore divino si manifesta in un Dio di carne, umano come noi, tangibile, veramente "concreto" per i nostri occhi abituati a riconoscere (molto spesso) solo ciò che si può vedere realmente. E anche Cristo torna sul discorso dell'attirare: «E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Se possiamo volgere lo sguardo a colui che è stato trafitto (Gv 19,37) e glorificato alla destra del Padre è proprio perché Dio per primo ci ha amati (cfr 1Gv 4,19): la nostra capacità di amare (la nostra risposta) deriva proprio da questo saperci e sentirci amati da Lui, sorretti da qualcosa che non abbiamo meritato, ma che ci viene offerto gratuitamente, affinché ne possiamo attingere a piene mani.
«In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10 ).
Riconoscere l'amore di Dio nella propria vita è un primo passo nell'innamoramento dell'uomo nei confronti del Signore. Ma riconoscerlo non basta: chi si innamora deve fare spazio all'altro, permettendogli di intraprendere un cammino a due:

«Per poter essere perfetti, come a Lui piace, abbiamo bisogno di vivere umilmente alla sua presenza, avvolti nella sua gloria; abbiamo bisogno di camminare in unione con Lui riconoscendo il suo amore costante nella nostra vita. Occorre abbandonare la paura di questa presenza che ci può fare solo bene. È il Padre che ci ha dato la vita e ci ama tanto. Una volta che lo accettiamo e smettiamo di pensare la nostra esistenza senza di Lui, scompare l’angoscia della solitudine (cfr Sal 139,7). E se non poniamo più distanze tra noi e Dio e viviamo alla sua presenza, potremo permettergli di esaminare i nostri cuori per vedere se vanno per la retta via (cfr Sal 139,23-24). Così conosceremo la volontà amabile e perfetta del Signore (cfr Rm 12,1-2) e lasceremo che Lui ci plasmi come un vasaio (cfr Is 29,16). Abbiamo detto tante volte che Dio abita in noi, ma è meglio dire che noi abitiamo in Lui, che Egli ci permette di vivere nella sua luce e nel suo amore. Egli è il nostro tempio: "Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita" (Sal 27,4). "È meglio un giorno nei tuoi atri che mille nella mia casa» (Sal 84,11). In Lui veniamo santificati"» (Francesco, Gaudete et exultate, 51).

Diventando uno con Colui che amiamo e che ci ama non rischiamo di perdere noi stessi, ma, al contrario, di potenziarci, di portare al massimo sviluppo ogni talento ricevuto, ogni buona qualità, ogni virtù. 

«Solo a partire dal dono di Dio, liberamente accolto e umilmente ricevuto, possiamo cooperare con i nostri sforzi per lasciarci trasformare sempre di più. La prima cosa è appartenere a Dio. Si tratta di offrirci a Lui che ci anticipa, di offrirgli le nostre capacità, il nostro impegno, la nostra lotta contro il male e la nostra creatività, affinché il suo dono gratuito cresca e si sviluppi in noi: "Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Rm 12,1). Del resto, la Chiesa ha sempre insegnato che solo la carità rende possibile la crescita nella vita di grazia, perché "se non avessi la carità, non sarei nulla" (1 Cor 13,2)» (Ibidem, 56).

Dio non chiede niente di più di ciò che noi siamo: vinte le resistenze che ci impediscono di donarci, di essere totalmente per l'Altro (proprio come in ogni vero rapporto d'amore deve accadere) saremo allora totalmente di Colui che è Amore. E a nostra volta diventeremo amore per Lui e per gli altri in ogni cosa che faremo, nelle singole e irripetibili circostanze della nostra vita, nelle esperienze quotidiane, nelle apparenti minuzie che affollano le nostre giornate.
Fare Eucaristia, fare Comunione con il Pane Eucaristico che ci chiama, che ci vuole attirare tutti a Sé, non può non portarci al farci eucaristia per gli altri.
E saremo allora anche noi lo strumento, semplice, povero, ma potente, attraverso cui Dio attirerà ancora a Sè quanti potranno sperimentare il suo amore attraverso di noi.

domenica 19 marzo 2017

TRIDUO A SAN GIUSEPPE 2017/ 3


SAN GIUSEPPE UOMO, SPOSO, PADRE
Il progetto familiare di Dio nella storia di Giuseppe 


In questo triduo a san Giuseppe vi invito a riflettere sul tema della famiglia, prendendo spunto da due testi: l'«Amoris Laetitia di papa Francesco» e «Il signore dei sogni» di don Mauro Leonardi. Ricordo a tutti che quest'anno la solennità liturgica in onore di san Giuseppe si celebrerà lunedì 20 marzo, in quanto il 19 coincide con la terza domenica di quaresima.


Ave o Giuseppe uomo giusto, 
Sposo verginale di Maria e padre davidico
del Messia; tu sei benedetto fra gli uomini,
 e benedetto è il Figlio di Dio che a te fu affidato: Gesù.
San Giuseppe, patrono della Chiesa universale,
custodisci le nostre famiglie nella pace e nella grazia divina, 
e soccorrici nell'ora della nostra morte.
Amen



«La madre che lo porta nel suo grembo ha bisogno di chiedere luce a Dio per poter conoscere in profondità il proprio figlio e per attenderlo quale è veramente. 
Alcuni genitori sentono che il loro figlio non arriva nel momento migliore. 
Hanno bisogno di chiedere al Signore che li guarisca e li fortifichi per accettare pienamente quel figlio, per poterlo attendere con il cuore. 
È importante che quel bambino si senta atteso. Egli non è un complemento 
o una soluzione per un'aspirazione personale. 
È un essere umano, con un valore immenso e non può venire usato per il proprio beneficio. Dunque, non è importante se questa nuova vita ti servirà o no, 
se possiede caratteristiche che ti piacciono o no, se risponde o no ai tuoi progetti 
e ai tuoi sogni. Perché "i figli sono un dono. Ciascuno è unico e irripetibile. 
Un figlio lo sia ama perché è figlio". L'amore dei genitori è strumento dell'amore 
di Dio Padre che attende con tenerezza la nascita di ogni bambino, 
lo accetta senza condizioni e lo accoglie gratuitamente».

(Amoris Laetitia, n. 170)



Il bambino che è Figlio di Dio, ma che è anche figlio di Maria, e che è chiamato a essere anche figlio di Giuseppe, sembra fare irruzione nella storia di quest'ultimo in maniera totalmente inattesa. Quando questo accade, Maria rischia la lapidazione o il ripudio segreto, l'assenza di Giuseppe, il crescere da sola quella creatura in arrivo. Giuseppe rischia di vedere andare in frantumi tutti i suoi sogni sull'amore di coppia, sul calore di una famiglia, su una vita tranquilla attorno al focolare domestico.
Eppure, lo abbiamo già compreso nei giorni precedenti del triduo, l'amore consente a entrambi di superare una visione distorta del figlio inatteso, e di vederlo come un bambino donato. La loro esperienza diventa dunque contemporanea, e di grande importanza, anche per la società contemporanea, in cui tanto si parla dei figli come un diritto da soddisfare a ogni costo, oppure un qualcosa di cui disfarsi quando esso è sgradito, come nel caso di malformazioni, frutto di violenze, gravidanze  che intralciano i progetti lavorativi, le ambizioni per una carriera di successo.
Invece Gesù, per Maria e Giuseppe, è un dono: lo è per Maria, alla quale non toglie il suo ruolo di sposa, seppure in una dimensione verginale e, anzi, la arricchisce della funzione materna; lo è per Giuseppe, al quale non sottrae il suo ruolo di sposo, di capofamiglia, e, anzi, addirittura lo ricolma della dignità di custode e padre del Redentore, nonché patrono della Chiesa, come anche il Magistero della Chiesa ha sottolineato. Il figlio sarà figlio di entrambi, e così a entrambi viene chiesto di accoglierlo, nonostante il modo straordinario e inaspettato con cui entra nelle loro vite. E questa accoglienza passa per la gratuità: il dono è tale in se stesso, non perché promette qualcosa in cambio, anzi, anche se comporta fin dall'inizio dei sacrifici.
La madre è certamente la prima a sentire in lei la nuova vita che prende corpo, così come Maria è la prima ad avere l'annuncio di quel nimbo straordinario in arrivo, ma poi, come in qualsiasi famiglia, viene chiesto il coinvolgimento di Giuseppe. Non un coinvolgimento "materiale", ma affettivo, psicologico, interiore, che poi si tradurrà anche in gesti concreti e "legali": accettare quel figlio, farsene carico, diventarne educatore e guida.
«Quando l'Angelo parlerà con Giuseppe in sogno gli dirà: "Tu lo chiamerai Gesù" (Mt 1,21), invece quando aveva parlato con Maria nell'Annunciazione, aveva detto proprio a lei, alla madre, e solo a lei, di dare il nome al Figlio: "Lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù" (Lc 1,31). 
Si passa cioè dalla madre al padre. Quando si affida il compito di dare il nome alla madre Giuseppe era già sposo di Maria, ma ancora non era il "padre" – anche se solo "legale" – di Gesù. Infatti, imporre il nome al figlio era qualcosa che doveva fare il padre.
Poi nel sogno a Giuseppe, il compito era passato a quest'ultimo, come avveniva per ogni uomo che fosse il padre legale. Era successo "qualcosa".

Giuseppe non ha davanti a sé "solo" la sua sposa, ha davanti a sé sua moglie che è incinta: ha dinanzi a sé Maria e il bimbo. 
Giuseppe ancora non sa Chi è quel Figlio che vive nel seno della sua sposa, eppure già la Trinità sta operando. 
Secondo la Legge, Giuseppe avrebbe dovuto rinchiudere la sposa nello schema e nella logica dell'adulterio.
Giuseppe è giusto perché ha corso il rischio di stare davanti a Jahvè con quel "mistero" che era sua moglie incinta. 

Giuseppe decide di andare contro la Legge. Quest'azione è opera della Grazia e quindi ha origine dal Verbo Incarnato e giunge al destinatario attraverso Maria». Dov'era Maria mentre Giuseppe pensava a cosa fare? «I Vangeli non lo dicono, però Giovanni scrive che Maria stava sotto la croce di Gesù. Penso» [1] – scrive sempre don Mauro Leonardi – «che Maria avesse già sperimentato altre volte lo stabat della Croce. E forse l'inizio dell'apprendistato era stato proprio quel trovarsi a guardare il tormento di Giuseppe di fronte al Mistero: quando non poteva dir nulla al proprio sposo, perché quel coinvolgersi di Giuseppe con lei doveva essere libero; quando quel pensare o pregare dello sposo era una faccenda che si svolgeva tra lui e Dio. Allora lei poteva solo stare e aspettare, proprio come un sabato santo.
Vivere è sempre una questione di libertà e se c'è di mezzo Dio nei sogni, la libertà è la prima cosa che si vede, ancor prima dell'angelo. Lo vediamo al momento del sogno per rientrare dall'Egitto. Il pericolo è passato, dice l'angelo. È passato Erode ma c'è il figlio, dice Giuseppe. E un padre di famiglia non rischia. Così Giuseppe sale su un asino, e decide itinerario e casa (cf Mt 2, 19-23). La fede lo muove, la responsabilità personale lo guida» [2]. 
Giuseppe ha accolto il dono che Gesù è, lo ha fatto gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio. E senza chiedere nulla in cambio spenderà il resto della propria vita per custodire Maria, per custodire il loro bambino, il Figlio di Dio nato nella loro famiglia, nato uomo tra gli uomini.

[1] Mauro Leonardi, Il signore dei sogni, Ares, 2015, pp. 91-93; 105

[2] Ibidem, 106.

sabato 18 marzo 2017

TRIDUO A SAN GIUSEPPE 2017/ 2


SAN GIUSEPPE UOMO, SPOSO, PADRE
Il progetto familiare di Dio nella storia di Giuseppe 


In questo triduo a san Giuseppe vi invito a riflettere sul tema della famiglia, prendendo spunto da due testi: l'«Amoris Laetitia di papa Francesco» e «Il signore dei sogni» di don Mauro Leonardi. Ricordo a tutti che quest'anno la solennità liturgica in onore di san Giuseppe si celebrerà lunedì 20 marzo, in quanto il 19 coincide con la terza domenica di quaresima.


Ave o Giuseppe uomo giusto, 
Sposo verginale di Maria e padre davidico
del Messia; tu sei benedetto fra gli uomini,
 e benedetto è il Figlio di Dio che a te fu affidato: Gesù.
San Giuseppe, patrono della Chiesa universale,
custodisci le nostre famiglie nella pace e nella grazia divina, 
e soccorrici nell'ora della nostra morte.
Amen



«La gravidanza è un periodo difficile, ma anche un tempo meraviglioso. La madre collabora con Dio perché si produca il miracolo di una nuova vita. Ogni bambino che si forma all'interno di sua madre è un progetto eterno di Dio Padre e del suo amore eterno. Ogni bambino sta da sempre nel cuore di Dio, e nel momento in cui viene concepito si compie il sogno eterno del Creatore. La donna in gravidanza può partecipare a tale progetto di Dio sognando suo figlio: tutte le mamme e tutti i papà hanno sognato il loro figlio per nove mesi. Non è possibile una famiglia senza il sogno. Quando in una famiglia si perde la capacità di sognare, i bambini non crescono e l'amore non cresce, la vita si affievolisce e si spegne".».

(Amoris Laetitia, nn. 168-169)



La dimensione del "sogno" può rivestirsi di molte sfaccettature, assumendo tante e diverse interpretazioni. La psicanalisi ce ne darebbe una spiegazione, la razionalità un'altra ancora, la fede, forse, una ulteriore. 
Si può sognare a occhi chiusi, come riflesso e liberazione dell'inconscio o solo come espressione di fantasia; ma si può anche sognare qualcosa che ci aiuta a vivere meglio, a capire qualcosa in più della realtà che ci circonda. I santi hanno spesso visto in sogno qualcosa del futuro e non per caso, ma per permissione divina, di quel Dio che usa anche la modalità del sogno per comunicarsi; Giuseppe in sogno riceve la propria annunciazione e attraverso questo segno-sogno divino, capisce come agire nei confronti di Maria (e di conseguenza del bambino in arrivo).
Si può sognare anche a occhi aperti: desideri, speranze, progetti... tutto può passare nella mente e nell'animo umano, dando vita a qualcosa che prima può prendere corpo solo a livello "irreale", ma che poi può tradursi in fatti concreti. 
Giuseppe e Maria avranno sognato anche così, pensando alla loro vita di coppia, alla loro esperienza di genitori; guardando quel bambino così diverso dagli altri, eppure così uguale; pensando al futuro d'Israele, che passava anche attraverso le loro giovani, semplici vite di ordinarie creature di un popolo in attesa. 
Non perché sognatori, sono diventati meno concreti, meno reali, meno veri. Al contrario, il loro sogno è diventato creatività capace di generare qualcosa di buono, qualcosa di bello, qualcosa da comunicare agli altri. Dalla loro capacità di accettare la sfida che il sogno comporta, è nato il loro , personale e poi di coppia, al progetto di Dio, un progetto che hanno percorso e compreso passo passo, nella fede, come ogni credente in cammino. 
Sogno potrebbe tradursi allora con tante parole: speranza, fede, fiducia, positività, ottimismo, desiderio di migliorare le cose. 
Il sogno in sé non è negativo, lo diventa solo se si esce fuori dal binario del piano di Dio. Questo non accade a Giuseppe e Maria, anzi, il sogno e la preghiera, che nelle loro vite vanno di pari passo, rendono possibile l'equilibrio. La preghiera rende l'orecchio più capace di ascoltare la voce di Dio che parla anche attraverso il sogno.
«Giovanni Paolo II scrisse [che] "nelle parole dell'annunciazione notturna Giuseppe ascolta non solo la verità divina circa l'ineffabile vocazione della sua sposa, ma vi riascolta, altresì la verità circa la propria vocazione (Redemptoris Custos, n. 19). Egli aveva dinanzi a sé il Redentore e la prima redenta – che sono già "tutta la Chiesa" - e così ci mostra la strada che ciascuno di noi deve percorrere per entrare "nella Chiesa" cioè nel rapporto con Gesù e Maria. Egli è il primo a entrare in quella Comunione. Varca una soglia, apre la strada. Quello che vedremo in lui è ciò che deve compiersi in ciascuno di noi» [1].
La vita di ogni credente è una vita in cui Dio desidera che si realizzi il suo sogno più grande: quello della salvezza. Come Giuseppe, ciascuno di noi è chiamato a varcare la soglia della comunione, a vivere sempre più pienamente la propria dimensione di membri della Chiesa. Dobbiamo acquistare una sorta di sguardo trasognato al positivo: non vivere unicamente nella dimensione del sogno, tanto da dimenticare il presente, ma operare una trasfigurazione della realtà attuale, ben sapendo che essa è passaggio per una vita futura, più piena, per la realizzazione del sogno di Dio; ben sapendo che i volti e le cose che ci circondano sono già un riflesso dell'amore e della bellezza di Dio.
E questo implica accettare anche gli "imprevisti" dell'esistenza, le difficoltà che certe scelte impongono: «Non dobbiamo pensare che Giuseppe sia bravo nel trovare soluzioni, o docile. O, ancor più banalmente, che semplicemente "faccia ciò che deve fare" un uomo con una moglie, oltretutto una moglie come Maria. È vero che a noi sembra che la vita di Giuseppe abbia svolte inaspettate, ma ciò è dovuto alla nostra prospettiva. Noi vediamo dall'esterno la sua vita e ci sembra abbia svolte inattese. Per Giuseppe invece quella è semplicemente la sua vita. Vede la sua vita e quella vive.
Noi siamo il nome che portiamo, viviamo la vita che abbiamo, ci verrà chiesto conto della storia che abbiamo vissuto.
La vita di Giuseppe è contenuta nel Vangelo, cioè la vita dello sposo di Maria è buona novella, è Vangelo. E lui la vive così.
Vive la sua vita come una buona novella che non è suddivisa per capitoli da sottolineare e da applicare alle sue giornate, ma come una parte della storia che Dio ha con l'uomo. Quella parte è sua. Quella è la sua parte. 
E lui la vive come si presenta: Annunciazione di Maria, angeli che popolano le sue notti e i suoi pensieri. Coricarsi, alzarsi, parlare, ascoltare, lasciare andare, aspettare, sposarsi, andare di nuovo, cercare riparo, attendere Gesù, prenderlo, caricarlo, tornare indietro, Nazareth, Egitto. 
Insomma, vita» [2].

NOTE

[1] Mauro Leonardi, Il signore dei sogni, Ares, 2015, p. 86.
[2] Ibidem, pp. 86-87.

venerdì 17 marzo 2017

TRIDUO A SAN GIUSEPPE 2017/ 1


SAN GIUSEPPE UOMO, SPOSO, PADRE
Il progetto familiare di Dio nella storia di Giuseppe 


In questo triduo a san Giuseppe vi invito a riflettere sul tema della famiglia, prendendo spunto da due testi: l'«Amoris Laetitia di papa Francesco» e «Il signore dei sogni» di don Mauro Leonardi. Ricordo a tutti che quest'anno la solennità liturgica in onore di san Giuseppe si celebrerà lunedì 20 marzo, in quanto il 19 coincide con la terza domenica di quaresima.


Ave o Giuseppe uomo giusto, 
sposo verginale di Maria e padre davidico
del Messia; tu sei benedetto fra gli uomini,
 e benedetto è il Figlio di Dio che a te fu affidato: Gesù.
San Giuseppe, patrono della Chiesa universale,
custodisci le nostre famiglie nella pace e nella grazia divina, 
e soccorrici nell'ora della nostra morte.
Amen



«Di fronte a quelli che proibivano il matrimonio, il Nuovo Testamento insegna 
che "ogni creazione di Dio è buona e nulla va rifiutato" (1 Tm 4,4). 
Il matrimonio è un "dono" del Signore (cfr 1 Cor 7,7). 
Nello stesso tempo, a causa di una tale valutazione positiva, 
si pone un forte accento sull'avere cura di questo dono divino: 
"Il matrimonio sia rispettato da tutti e il letto nuziale sia senza macchia" (Eb 13,4)».

(Amoris Laetitia, n. 61)



Nella storia di Giuseppe e Maria vita matrimoniale e vita verginale si coniugano. Il talamo di questi due sposi rimane integralmente puro, letteralmente "senza macchia". 
È vero, la vita di questo giovane uomo è apparentemente stravolta. Si ritrova con una moglie incinta, che rimane vergine. 
Si ritrova con un figlio che non è frutto del suo seme.
Giuseppe vive nel suo intimo, agli inizi della storia narrata dal Vangelo, una passione dolorosa per questa notizia-bomba che viene a turbare la sua serenità familiare. Un dolore che però non è così forte da impedire all'amore di prevalere: ecco che allora egli decide di ripudiare Maria "in segreto", per evitarle la lapidazione. Qui interviene Dio, che attraverso un angelo annuncia a questo giovane falegname il proprio progetto, lo invita a non avere timore di accogliere il dono che è Maria, il dono che è Gesù. Il dono che è dunque il suo matrimonio, la sua famiglia.
Giuseppe è  coinvolto in un piano certamente più grande di lui, ma non per questo insopportabile. Liberamente accetta di lasciarsi coinvolgere da Dio. Si fida di Lui, si fida della sua sposa, si fida di quel bambino in arrivo. In questo senso, la sua vita è una vita intrisa ancora una volta di passione, ma stavolta intesa come tensione totale, donativa, oblativa a favore di altri.
Perciò il peso di una tale scelta non diventa schiacciante. Giuseppe dà e riceve; si offre, ma in realtà è un Altro che si sta offrendo a lui, e in questa offerta è compresa anche la sua sposa, che Dio stesso pensa per Giuseppe, tanto da porgliela accanto, affidandola alla sua custodia tenera, premurosa e forte. Giuseppe è scelto per Maria, Maria è scelta per Giuseppe. Entrambi sono scelti per Gesù. Ciascuno di essi è un dono per l'altro.
Giuseppe condivide qualcosa del Dio-Amore: è un uomo appassionato, e vive il proprio tormento e la propria scelta anche "nella" propria carne. Una carne che rinuncia ai piaceri leciti del matrimonio, per essere dono d'amore più elevato, più sublime;  una carne che probabilmente si lascia penetrare dal dolore che agghiaccia, fa tremare, lascia spossati. Giuseppe vive su di sé e in sé il tormento che si sarebbe avvinto a ogni essere umano nella sua situazione.
Ma Giuseppe è appassionato proprio perché, come poi farà Gesù-Uomo sulla croce, si dimostra capace di amare fino a superare il proprio dolore alla luce della fede; capace di accogliere certamente con stupore, e magari anche con "sollievo" ed entusiasmo, la rivelazione di un Dio che scioglie ogni suo timore, e gli conferma il suo volere a proposito del suo progetto di vita matrimoniale con Maria. La carne di Giuseppe potrà sperimentare così, nel dono unico del matrimonio e della famiglia, la gioia che fa brillare gli occhi, che fa piangere di felicità, commuovere di tenerezza e che sa tramutarsi in abbracci e sorrisi.
Don Mauro Leonardi, in un suo libro, scrive che proprio grazie a Maria «Madre di Dio, il padre legale di Gesù riesce a vivere appieno il senso della propria esistenza. Ella aiuta il proprio sposo a vivere secondo un modo che è quello di Dio. Poiché Egli è eterno presente, se noi vogliamo vivere nelle sue orme per essere a Sua immagine dobbiamo vivere un presente vigile. Come si fa a essere vigili come Giuseppe? Risposta: andando a dormire. "Dormire", in questo contesto, significa lasciarsi andare alle mani di Dio, al sogno di Dio. Il nostro sogno si realizzerà perché, in ultima analisi, è il sogno di Dio» [1]. 

NOTE
[1] (Mauro Leonardi, Il signore dei sogni, Ares, 2015, pp. 60-61.