martedì 13 agosto 2013

I BAMBINI AL SICURO E QUELLI SMARRITI -riflessioni sul Vangelo di oggi


Il Vangelo di oggi (Mt 18,1-5; 12-14) si presenta apparentemente come spezzato in due parti: 
  • nella prima Gesù parla dei "convertiti" che si fanno "come bambini" e accogliendo in tal modo il Regno dei Cieli, ricevono veramente l'eredità promessa.
  • nella seconda  il Maestro sembra virare -cambiare discorso- mettendosi a parlare della pecora smarrita, ma sempre attraverso la metafora del fanciullo.

Evidentemente, il nesso c'è, anche se ad una prima lettura sfugge.

Basilica di M.Ausiliatrice , Torino

Può venire in aiuto una parabola, quella del figlio prodigo (Lc 15,11-32) parla di un... bambino che si smarrisce, quello che il padre, ad un certo punto della storia, sembra "perdere".
Ed è una storia che ci viene narrata dopo altre due parabole (Lv 15,4-10), quella della pecora perduta e della dramma perduta. Ad indicarci che il concetto è lo stesso, anche se la "pecora" che si perde può essere identificata ricorrendo a varie metafore.

Può tornare utile alla riflessione anche il tema affrontato  da Ezechiele (al capitolo 34) particolarmente ai versetti 15-16. 
Il Signore riconduce all'ovile la pecora perduta, ma che fare anche distinzione fra "pecora grassa e pecora magra".

Facilita la meditazione sul Vangelo odierno anche Gv 10,16: Gesù ha altre pecore, di altri ovili...e anche queste vanno ricondotte all'ovile vero, all'unico BUON PASTORE.

Facendo un po' una sintesi riflessiva su questi spaccati biblici è facile notare come solo una volta si parli di "lontani", di pecore di altri ovili. 
In tutti gli altri casi le pecore, i "bambini" sono -almeno esteriormente- in casa propria, nel recinto del Pastore, ma decidono (più o meno consapevolmente) di allontanarsene.

La responsabilità maggiore, insomma, non grava tanto su quelli che stanno "fuori", quanto piuttosto su quelli che sono "dentro" e che  -teoricamente- dovrebbero godere delle sicurezze maggiori.

Il punto allora è: il cattolico si sa fare "bambino", affidarsi a Dio, lasciarsi prendere per mano da Colui che ama con cuore di padre e di madre, per non scappare verso spiagge solo apparentemente più attraenti?

Il Figlio prodigo dimostra che non sempre l'uomo -fatto veramente "padrone" quasi egli stesso nella casa del Padre- riesce a godere santamente di questa fiogliolanza divina.
Per inseguire le chimere dell'autonomia e della gestione in proprio delle ricchezze che gli spettano, il figlio minore si stacca dalla mano del Padre.
Non si rende conto che rimanere con lui non era un'amputazione della sua crescita, ma sinonimo di una garanzia: quella di farsi accompagnare, guidare dalla mano sapiente, esperta, saggia del Padre.
Dall'altra crede di avere mezzi materiali e umani sufficienti per reggersi in piedi da solo.

Il figlio minore ha male interpretato il concetto di "adulto".

La stessa cosa ha fatto il popolo di cui parla Ezechiele, ma qui la Parola del Signore è forte, quasi dura finanche nei confronti dei Pastori: con la loro disattenzione ai veri bisogni delle pecore, ne hanno causato lo smarrimento.

Il rimprovero è pesante: da un lato Gesù, oggi, ci dice che se vogliamo seguirLo dobbiamo essere docili come fanciulli, fare di noi stessi non "adulti senza Padre", ma "bambini che per un padre, pur crescendo, rimangono sempre figli da accompagnare" e quindi porre la nostra mano nella Mano di Dio.
Dio non è un Papà che vuole imprigionarci in un'età di ignoranza: ci manda come pecore in mezzo ai lupi, invia i Suoi ad ammaestrare tutte le genti, fino ai confini della terra, ci esorta ad essere sale della terra.
Però, con una "clausola" per la buona riuscita: NON DISTACCARCI DAL PALO DELLA VITE...perché niente si può fare senza Dio (cfr Gv 15,5).

D'altro canto, il Signore, vuole spingere i Suoi Ministri ad essere realmente paterni nei confronti dei "Suoi bimbi", delle Sue pecorelle.

Insomma, il primo invito all' UNITA' è rivolto a quelli che già abitano nella casa del Padre, affinché non si lasciano sviare da false chimere, ma rimangano saldamente ancorati alla SORGENTE ETERNA DELLA VITA.

Qui si può inserire quell' "Ut unum sint" richiamato in Giovanni 10,16, in cui torna il tema della "pecora" da condurre all'ovile.
Questo passaggio permette una rilettura molto più ampia della Parola di oggi e fa allargare i nostri orizzonti in termini di responsabilità, di testimonianza, di impegno, non solo verso i nostri fratelli cattolici, ma anche verso i cristiani di altre confessioni.

 Giovanni Paolo II nella sua lettera enciclica "UT UNUM SINT" parla di preghiera e dialogo come mezzi di unità fra i cristiani.

Aggiunge anche un altro fattore, la cooperazione ecumentica al n.40: 
"Da questa cooperazione i credenti in Cristo possono facilmente imparare come gli uni possano meglio conoscere e maggiormente stimare gli altri, e come si appiani la via verso l'unità dei cristiani"


C'è poi un ulteriore elemento, che viene richiesto a noi, singolarmente e collettivamente: dimostrare -con la nostra vita di "bambini sempre fra le braccia del Padre", la nostra "fedeltà:
 
"Soltanto il porsi davanti a Dio può offrire una base solida a quella conversione dei singoli cristiani e a quella continua riforma della Chiesa in quanto istituzione anche umana e terrena, che sono le condizioni preliminari di ogni impegno ecumenico. 
Uno dei procedimenti fondamentali del dialogo ecumenico è lo sforzo di coinvolgere le Comunità cristiane in questo spazio spirituale, tutto interiore, in cui il Cristo, nella potenza dello Spirito, le induce tutte, senza eccezioni, ad esaminarsi davanti al Padre e a chiedersi se sono state fedeli al suo disegno sulla Chiesa.  (n 82)

E al n. 102 ci viene detto come ottenere quello che ci preme:

"Come ottenerlo? In primo luogo con la preghiera. 
La preghiera dovrebbe sempre farsi carico di quell'inquietudine che è anelito verso l'unità, e perciò una delle forme necessarie dell'amore che nutriamo per Cristo e per il Padre ricco di misericordia.
 La preghiera deve avere la priorità in questo cammino che intraprendiamo con gli altri cristiani verso il nuovo millennio. Come ottenerlo? Con l'azione di grazie, perché non ci presentiamo a mani vuote a questo appuntamento: "Anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza [...] e intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili" (Rm 8,26), per disporci a chiedere a Dio quello di cui abbiamo bisogno. 

Come ottenerlo? 
Con la speranza nello Spirito, che sa allontanare da noi gli spettri del passato e le memorie dolorose della separazione; Egli sa concederci lucidità, forza e coraggio per intraprendere i passi necessari, in modo che il nostro impegno sia sempre più autentico.

E se volessimo chiederci se tutto ciò è possibile, la risposta sarebbe sempre: sì. La stessa risposta udita da Maria di Nazaret, perché nulla è impossibile a Dio.

Mi tornano alla mente le parole con le quali san Cipriano commenta il Padre Nostro, la preghiera di tutti i cristiani: "Dio non accoglie il sacrificio di chi è in discordia, anzi comanda di ritornare indietro dall'altare e di riconciliarsi prima col fratello. Solo così le nostre preghiere saranno ispirate alla pace e Dio le gradirà. 
Il sacrificio più grande da offrire a Dio è la nostra pace e la fraterna concordia, è il popolo radunato dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo"
Che il Signore ci aiuti ad essere sempre "piccoli" fra le Sue braccia e ci dia la forza necessaria per collaborare -con Lui, in Lui, per Lui- all'unità fra tutti  cristiani.

lunedì 12 agosto 2013

Preghiera da recitarsi come Triduo per la Madonna Assunta

 
 
(Murillo- Assunta)
 
 
O Maria immacolata assunta in cielo, tu che vivi beatissima nella visione di Dio:
di Dio Padre che fece di te alta creatura,
di Dio Figlio che volle da te essere generato uomo e averti sua madre,
di Dio Spirito Santo che in te compì la concezione umana del Salvatore.

O Maria assunta nella gloria di Cristo nella perfezione completa e trasfigurata
 della nostra natura umana.
O Maria porta del cielo, specchio della luce divina, santuario dell'alleanza tra 
Dio e gli uomini, lascia che le
nostre anime volino dietro a te, lascia che salgano dietro il tuo radioso cammino
 trasportate da una 
speranza che il mondo non ha, quella della beatitudine eterna.
Confortaci dal cielo o Madre pietosa e per le tue vie della purezza e della 
speranza guidaci un giorno
all'incontro beato con te e con il tuo divin Figlio, il nostro Salvatore Gesù. 

Amen

sabato 10 agosto 2013

"E IL SEMINATORE USCI' A SEMINARE".... Riflessioni sulla Parola di oggi


Il Vangelo di oggi (Gv 12,24-26) ci presenta una scena legata all'attività dei campi, secondo il linguaggio tipico di Gesù che -esprimendosi in parabole- non disdegnava di ricorrere a schemi ben conosciuti anche dai meno dotti del tempo.

In realtà siamo davanti ad un codice linguistico che permea un po' tutta la Bibbia, nella quale non è difficile imbattersi in scene di agricoltori, vigne, falci e altri elementi della vita rurale che -nei loro meccanismi regolati da leggi della natura- si fanno "analogie" della vita spirituale.

Meditando su questo breve episodio giovanneo, questa mattina, si sono spalancate nella mia mente -e nel mio cuore- tante finestre: pagine di Parola che raccontano di seminatori, covoni, campi d'uva, e raccoglitori.
Pagine che vorrei condividere con voi.


La prima finestra che si è aperta è la parabola del seminatore riportata in Mc 4,1-20, in Mt 13,3b-9 e in Lc 8, 4-15.

Cristo, Seminatore di Parola e di Vita, semina i chicchi...ma,dove cadranno?
La parabola ci parla di terreni differenti (per nessuno di essi  - ad una lettura attenta- sembra chiudersi completamente la porta della speranza) tuttavia, è solo "sulla terra buona" che il seme produce frutto, seppure in percentuale differente.
Il seme -che è la Parola- facendo morire l'uomo a sé stesso, per conformarLo a Cristo- porta il frutto di una vita nuova nello e dello spirito.
Sequela, significa, se volessimo dirlo in termini altrettanto agricoli, quasi una "trasformazione, un'ibridazione" del chicco seminato: fare di esso non semplicemente quello che potrebbe essere per sua inclinazione naturale, ma quello che il Seminatore sa che potrà diventare per aspirazione e ascesi SPIRITUALE.
Tirare fuori il meglio del semino e "mortificare" il peggio...
Modificare il chicco impiantando in esso le buone qualità di un Chicco di natura superiore...


A questo punto, quasi come in una sequenza, la riflessione mi ha portato alla scena di un'altra parabola (che non a caso, in Matteo, compare in successione a quella del seminatore!): la parabola della zizzania (Mt 13,24-30)

Il seme cade nella terra, anche in quella buona, dove il Seminatore ha faticato per avere del buon grano.
Arriva un seminatore cattivo e sparge, fra le spighe, anche delle erbacce: la zizzania.
Questo imprevisto nella scena della semina, apre -attraverso questa seconda finestra di Parola- uno spiraglio negativo sulla storia del campo coltivato.
Offre lo spunto per pensare che non ci sia solo la morte "a sè stessi", quella che lega il chicco al desiderio di farsi come il Chicco di Grano per eccellenza.
C'è anche la "morte" legata alla presenza della zizzania nel campo.
Una morte quasi da "soffocamento" in certi casi, da "sopportazione" in altri, da "convivenza" nella maggior parte delle situazioni.

Gramigna, detta anche zizzania
La zizzania preme per soffocare il grano, pare assorbire tutto il terreno e il nutrimento per sé.
A volte sembra riuscirci: ed ecco allora tanti martiri nella carne e nello spirito.
Più frequentemente tende a prendere molto spazio nel campo ed è il caso di vivere sopportando con pazienza le continue ingerenze dell'erbaccia...
Più frequentemente ancora, occorre imparare a convivere con il male che non tange direttamente e da vicino il grano, ma che in ogni caso si ritrova nell'immenso campo di grano che è la storia umana.
Vivere da buon chicco di grano, cadere e morire nel terreno è anche questo: accettare e sopportare pazientemente quel male che -nel mondo- non è mai opera di Dio, ma che Egli permette, per saggiare i buoni come l'oro nel crogiuolo (Sap 3,6), nella certezza che, alla fine dei tempi, il grano sarà separato dall'erba cattiva.

I frutti di una "resistenza" al male, saranno di certo ben più rigogliosi (più meritori!) di quelli di una pianta cresciuta in mezzo ad un campo sgombro da erbacce.
Il grano che sopporta avrà la vita, la zizzania sarà l'ultima ad essere estirpata e perirà.
Non a caso, l'etimologia della parola zizzania ci riporta a "nuoccio" e "vado in malora, perisco".
Ecco, la gramignia cerca di far del male ai buoni, di nuocere agli altri, ma come dice il suo stesso nome, finisce con il determinare da sola la propria fine!
Grano, invece, etimologicamente rimanda a "macerarsi" (quindi al morire), ma anche al "crescere, disseminarsi" cioè a produrre VITA!

Il terzo passaggio evangelico che a questo punto ha catturato la mia attenzione è il versetto di Gv 4,37: 

"Uno semina e uno miete"



A prima vista, questa terza finestra sulla Parola sembra spalancarsi senza apparente nesso con il Vangelo di oggi e con le altre due finestrelle...ma se provassimo a fare una lettura continuata dei capitoli 4 di Mc e 13 di Mt troveremmo altre parabole come quelle del Grano di senapa e del Lievito (Mc 4,26-32 e Mt 13,31-33).

E' come se -ad un certo punto- qualcosa cambiasse nel normale ordine delle cose: il Seminatore ha seminato; accanto al grano è cresciuta anche la zizzania, ma il seme caduto e morto in terra è divenuto SEMINATORE A SUA VOLTA!  
E' nuovamente proprio il linguaggio agricolo -della natura- che ci viene incontro: le piante producono altre piante e i frutti altri frutti, spesso senza l'intervento umano, attraverso la "disseminazione" ad esempio ad opera del vento, dell'acqua, o degli stessi frutti che, cadendo in terra, marciscono e lasciano che il seme interno venga riassorbito e germogli.

Da questa morte del chicco deriva lo spettacolo di una nuova semina.
Sembra allora potersi dire, con San Giovanni: anche noi seminiamo, ma non sappiamo dove cadrà questo seme, su quanti e quali terreni arriverà (sul terreno buono, sassoso, sulla strada, fra i rovi), né saremo sempre noi a raccogliere i frutti di quella semina.

Ma il nostro "morire" per vivere e dare vita ad altri avrà la sua ricompensa:

 "E chi miete 
riceve salario e raccoglie frutto 
per la vita eterna, 
perché ne goda insieme chi semina e chi miete".

(Gv  4,36)

La morte del seme -con la sua sofferenza iniziale- e la vittoria finale nel godimento eterno,  rimandano al Salmo 126,6 :
  
                                               
                                                          "Nell'andare, se ne va e piange,
                                                         portando la semente da gettare,
                                                        ma nel tornare, viene con giubilo,
                                                               portando i suoi covoni"

Il nostro piccolo seme diventa un grande albero sotto i cui rami tanti trovano ristoro (cfr Mt 13, 31-32) sia che dormiamo, sia che vegliamo dopo esserci "spesi" per gli altri (cfr Mc 4,26-28); quel seme diventa un impasto che lievita e si gonfia sempre di più (Mt 13,33).

Paradossalmente, quasi Gesù, il Primo e Unico Seminatore, ci chiede soltanto di non farci domande, di di non interessarci sul dove cadrà il nostro seme, di non chiederci se e quanto raccoglieremo, perché, come dice l'Ecclesiaste:

 
"Chi bada al vento non semina mai
e chi osserva le nuvole non miete".

(Qo 11,4) 



Allora, così come la finestra si era spalancata sulla Parola, allo stesso modo si conclude, passando da Cristo a me stessa, a ciascuno di noi: 


"Ecco, il seminatore uscì a seminare"  

(Mt 13,b)
Van Gogh, Seminatore col sole al tramonto.
Il titolo dell'opera fa pensare ad un inno che si recita a Vespro: "Tu al sorger della luce ci chiamasti al lavoro nella mistica vigna. Or che il sole tramonta, largisci agli operai la mercede promessa"











mercoledì 7 agosto 2013

NON POSSIAMO TACERE! Fede e preghiera nel Vangelo di oggi- spunti di meditazione sull'episodio della donna cananea


 Il Vangelo di oggi (Mt 15,21-28) ci presenta una scena di ordinaria amministrazione, ai tempi della vita pubblica di Gesù: una donna -una madre,- viene a implorare la guarigione della figlia, tormentata da un demonio. 
L'elemento di...disturbo, di novità, nel racconto, è la provenienza della protagonista, una straniera -cananea per la precisione- non ebrea, dunque, pagana.
Eppure, come diceva Benedetto XVI nell'Angelus del 14 agosto 2011, "già in questa richiesta, possiamo ravvisare un inizio del cammino di fede, che nel dialogo con il divino Maestro cresce e si rafforza". 

La risposta del Signore, quella iniziale, non appare del tutto insolita: altre volte il Messia tace, come ad esempio davanti agli anziani che accusano la donna adultera (Gv 8,7). 
Il Papa emerito, sottolineava questo atteggiamento di Gesù con le parole di Sant'Agostino: “Cristo si mostrava indifferente verso di lei, non per rifiutarle la misericordia, ma per infiammarne il desiderio” .

Annibale Carracci, Cristo e la Cananea, particolare
I discepoli -al contrario- replicano subito, ma quasi per interesse personale: appaiono come la personificazione di quel giudice che fa giustizia alla vedova importuna (Lc 18,1-8); a loro preme non tanto che la grazia venga accordata per beneficio dell'interessata e per amore fraterno che vada al di là delle religioni professate, quanto a vantaggio delle loro orecchie, perché la donna....urla un po' troppo!

Ma l'apparente contrasto fra le pressioni ancora umane -troppo umane, quasi meschine- degli apostoli e il silenzio di Gesù, fa emergere due passaggi molto belli del Vangelo: la fede e la preghiera insistente della madre cananea -dietro l'apparenza dell'urlo- mettono in evidenza lo spirito vero che anima la richiesta rivolta al Messia. E arrivano alla sintesi della "novità" del Dio Gesù Cristo, del Dio Uno e Trino: l'universalità della Buona Novella!

Fede: la donna invoca il Cristo come "Signore" e "Figlio di Davide".
Lo riconosce Dio e Messia, Dio e Uomo, Signore del Vecchio Testamento (discendente della stirpe regale) e -usando un'espressione un po' forte- anche del Nuovo che è Egli stesso ("Signore", non semplicemente un Messia umano e politico, come lo attendevano in tanti, bensì Dio!).

Il tacere di Gesù spinge la donna ad andare ben oltre le riflessioni poco acute degli apostoli e a manifestare il nocciolo della sua fede: a lei la grazia non preme di ottenerla a furia di urla, il gridare non è il mezzo per strappare la compassione di Cristo e nemmeno l'indice, la temperatura del suo bisogno.
Non è neanche il fine: la cananea non strilla per mettersi in mostra e questo lo evidenzia l'atteggiamento successivo che assume: prostrarsi dinanzi a Lui.

La sincerità della preghiera non si misura dalla quantità di parole usate o dal volume della voce: se prima la cananea aveva fatto ricorso a qualche frase per esporre il suo problema al Verbo Divino, ora prega con il corpo, e con due semplici parole: "Signore, aiutami"!

La Bibbia ci offre altri esempi di questo genere: bellissimo è quello di Anna che in  1Sam 1,13 rivolge al Signore una supplica accoratissima...pregando "in cuor suo", tanto che si muovevano "solo le labbra".
Altrettanto interessante l'invito di Gesù:  "quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà" (Mt 6,6)

E che dire della contemplazione mistica, la più alta forma di preghiera raggiungibile, che nell'estasi arriva ad una visione beatifica già sulla terra, in cui non c'è bisogno di parole?

La donna del Vangelo di oggi, allora, non prega urlando, casomai urla...mentre prega, urla non perché ritiene che solo alzare la voce la ponga all'attenzione di Gesù, ma perché non ha paura, lei che è straniera, proveniente da una religione pagana, di dire a tutti : IO CREDO NEL VERBO INCARNATO, IN DIO FIGLIO, VERO DIO E VERO UOMO!

L'urlare iniziale della cananea e la sua insistenza nella preghiera rompono le convenzioni socio-religiose del tempo (che Gesù sottolinea volutamente nella sua risposta di "sfida": "non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini"): si è ancora lontani dalle missioni degli apostoli (e specialmente di San Paolo, "apostolo delle genti"), dalle questioni sulla circoncisione o incirconcisione, eppure il Messia opera già miracoli a favore di stranieri (come non pensare anche alla figlia di Giario, o allo schiavo del centurione romano?), e di tutti questi sottolinea una virtù: LA FEDE!

Non a caso, proprio San Paolo, in 1 Cor 12,3, afferma: "Nessuno può dire  «Gesù è Signore» se non sotto l'azione dello Spirito Santo".

La donna cananea ha molto da insegnarci: lascia una testimonianza forte a noi, come la lasciò ai discepoli, che erano i più vicini al Maestro. 

La madre pagana evidenzia che Gesù non è un Dio "dei miracoli a numero chiuso" e che la Sua Bontà e la Sua Provvidenza sono inestinguibili; che chiedere e ottenere non è un togliere ad altri!
Benedetto XVI, sottolineava infatti, sempre nell'Angelus del 14 agosto 2011:

la cananea "non vuole togliere nulla a nessuno: nella sua semplicità e umiltà le basta poco, le bastano le briciole, le basta solo uno sguardo, una buona parola del Figlio di Dio. 
E Gesù rimane ammirato per una risposta di fede così grande e le dice: “Avvenga per te come desideri”

La Cananea, ci dice anche che la fede non è un fatto di casta, che lo Spirito realmente soffia dove vuole e può condurre a Dio tutti, purché Lo lascino operare e cooperino con Lui; 
la donna cananea ci dice che non bisogna avere paura di riconoscere apertamente la potenza, anzi, l'Onnipotenza di Dio;
la madre straniera ci insegna che professare la propria fede anche in condizioni in cui ci si possa esporre al ridicolo (gli apostoli avrebbero potuto screditare la donna proprio perché di religione pagana!) o comunque all'incomprensione, non è gradito agli occhi di Dio!

Specialmente quest'ultima riflessione mi spinge a guardarmi maggiormente dentro: in una società fortemente scristianizzata e spesso multireligiosa, ho il coraggio che ebbe la cananea?
Riesco a manifestare la mia fede con vigore, senza vergogna, senza paura di essere anche derisa o accantonata?

Dio SPIRITO, rendici capaci di URLARE CON LA TESTIMONIANZA DI VITA, MA ANCHE DI PAROLA CHE GESU' E' VERAMENTE IL NOSTRO SIGNORE, IL NOSTRO DIO, UN DIO FATTOSI CARNE PER AMORE! 

Che possiamo essere come i discepoli che accolsero l'ingresso di Gesù in Gerusalemme "esultando", cominciarono "a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto" (Lc 19,37).

Perchè se noi tacessimo, ci verrebbe data la stessa risposta che Cristo diede ai Suoi detrattori:

«Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre» (Lc 19,40)

Signore, RENDICI "PIETRE VIVE" DEL "TUO EDIFICIO SPIRITUALE" (1Pt 2,5): pietre che gridano con gioia la bellezza dell'essere Tuoi, abbandonati alla Tua Onnipotenza, alla Tua Provvidenza, al Tuo Amore che risana, consola, guarisce.

domenica 4 agosto 2013

SALVE REGINA..... : un articolo interessante, con una breve premessa!


Si dice don Bosco ... si pensa a Maria!


Ausiliatrice, prima di tutto.
Immacolata -poi- rispolverando la storia oratoriana che prese avvio proprio l'8 dicembre 1841.
"La Maestra", come ebbe a dire Gesù stesso al piccolo Giovannino Bosco, nel sogno dei 9 anni.
Ma anche la Regina, colei che ha ricevuto il potere di dispensare grazie di ogni genere ai propri figli.
La Vergine incoronata che venne in soccorso a don Bosco in ogni sua opera, attività, fondazione.

Singolare fu l'amore del santo salesiano per la preghiera della "Salve Regina", tanto da invogliare gli uomini del suo tempo (ed anche noi, oggi!) alla recita di questa stupenda orazione mariana.
La inserì, infatti, all'interno della novena -da lui composta- a Maria Ausiliatrice, ne raccomandava la recita a chi abbisognava di grazie e così ne parlò nel suo libro "Il cattolico provveduto per le pratiche di pietà": 

"Tra le varie preghiere composte a  onore e gloria di Maria SS. questa è certamente una delle più belle. 

Oh quanto Maria si compiace che noi la salutiamo col dolce nome di Madre della misericordia, e che la invochiamo coi titoli dolcissimi di vita, dolcezza e speranza nostra! 
Una madre non può fare a meno di correre in aiuto de' suoi figliuoli, quando questi piangendo le espongono i loro mali e i loro bisogni.

Ed ecco che noi per piegare questa tenera Madre a porgerci pronto soccorso le ricordiamo che siam figli di Eva, la quale disobbedendo a Dio ci ha ricolmi di miserie spirituali e temporali. 
Quindi pieni di fiducia nel suo materno amore la preghiamo che volga sopra di noi quegli occhi suoi misericordiosi, asciughi le nostre lagrime, ci consoli e ci conforti; e finalmente dopo l'esiglio di questa vita ci mostri il suo divin Figliuolo Gesù nel regno della gloria.
            
Caro cristiano, se tu desideri d'affezionarti questa Madre della misericordia, e di averla per tua protettrice in vita ed in morte, deh! procura di recitar sovente e con divozione questa bella preghiera.  

Seguendo il mio consiglio, io ti assicuro che Maria farà piovere sopra di te ogni celeste benedizione; e giunto alla fine de' tuoi giorni ella farà anche a te quel grazioso saluto che fece a s. Bernardo, dicendoti: Salve, o mio caro figlio; vieni a godere quelle delizie, che Iddio ha preparato ai miei divoti".

Sebbene il tema di quest'anno -il secondo in preparazione al bicentenario della morte di don Bosco- ci offra come spunto (assieme alla strenna), la pedagogia salesiana in riferimento ai suoi ragazzi, non è sbagliato dire che anche in questo suo amore per la preghiera, incentivato, diffuso, quasi "descritto" minuzionsamente per renderlo "appetibile", si possa ravvisare un aspetto padagogico che non ha limiti d'età.
Vale per il giovane come per l'adulto, per il neofita della preghiera come per l'anima ormai più avanzata nelle vie delle preghiere (e quanto don Bosco fu "contemplativo" non c'è bisogno di dirlo qui!)



 

La storia della Salve Regina la potete legere in un interessante articolo di Fr. Ar. sul suo blog "Cantuale Antonianum".
Articolo interessante non solo dal punto di vista storico-musicale, ma anche per gli stupendi spunti di meditazione sui temi della vita, del dono della sofferenza e della vera capacità, che i veri "uomini di Dio" possiedono, di saper attirare non con i profumi della salute o delle ricchezze esteriori, ma con quelli delle fecondità spirituali!

Buona lettura a voi tutti!