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domenica 19 marzo 2017

TRIDUO A SAN GIUSEPPE 2017/ 3


SAN GIUSEPPE UOMO, SPOSO, PADRE
Il progetto familiare di Dio nella storia di Giuseppe 


In questo triduo a san Giuseppe vi invito a riflettere sul tema della famiglia, prendendo spunto da due testi: l'«Amoris Laetitia di papa Francesco» e «Il signore dei sogni» di don Mauro Leonardi. Ricordo a tutti che quest'anno la solennità liturgica in onore di san Giuseppe si celebrerà lunedì 20 marzo, in quanto il 19 coincide con la terza domenica di quaresima.


Ave o Giuseppe uomo giusto, 
Sposo verginale di Maria e padre davidico
del Messia; tu sei benedetto fra gli uomini,
 e benedetto è il Figlio di Dio che a te fu affidato: Gesù.
San Giuseppe, patrono della Chiesa universale,
custodisci le nostre famiglie nella pace e nella grazia divina, 
e soccorrici nell'ora della nostra morte.
Amen



«La madre che lo porta nel suo grembo ha bisogno di chiedere luce a Dio per poter conoscere in profondità il proprio figlio e per attenderlo quale è veramente. 
Alcuni genitori sentono che il loro figlio non arriva nel momento migliore. 
Hanno bisogno di chiedere al Signore che li guarisca e li fortifichi per accettare pienamente quel figlio, per poterlo attendere con il cuore. 
È importante che quel bambino si senta atteso. Egli non è un complemento 
o una soluzione per un'aspirazione personale. 
È un essere umano, con un valore immenso e non può venire usato per il proprio beneficio. Dunque, non è importante se questa nuova vita ti servirà o no, 
se possiede caratteristiche che ti piacciono o no, se risponde o no ai tuoi progetti 
e ai tuoi sogni. Perché "i figli sono un dono. Ciascuno è unico e irripetibile. 
Un figlio lo sia ama perché è figlio". L'amore dei genitori è strumento dell'amore 
di Dio Padre che attende con tenerezza la nascita di ogni bambino, 
lo accetta senza condizioni e lo accoglie gratuitamente».

(Amoris Laetitia, n. 170)



Il bambino che è Figlio di Dio, ma che è anche figlio di Maria, e che è chiamato a essere anche figlio di Giuseppe, sembra fare irruzione nella storia di quest'ultimo in maniera totalmente inattesa. Quando questo accade, Maria rischia la lapidazione o il ripudio segreto, l'assenza di Giuseppe, il crescere da sola quella creatura in arrivo. Giuseppe rischia di vedere andare in frantumi tutti i suoi sogni sull'amore di coppia, sul calore di una famiglia, su una vita tranquilla attorno al focolare domestico.
Eppure, lo abbiamo già compreso nei giorni precedenti del triduo, l'amore consente a entrambi di superare una visione distorta del figlio inatteso, e di vederlo come un bambino donato. La loro esperienza diventa dunque contemporanea, e di grande importanza, anche per la società contemporanea, in cui tanto si parla dei figli come un diritto da soddisfare a ogni costo, oppure un qualcosa di cui disfarsi quando esso è sgradito, come nel caso di malformazioni, frutto di violenze, gravidanze  che intralciano i progetti lavorativi, le ambizioni per una carriera di successo.
Invece Gesù, per Maria e Giuseppe, è un dono: lo è per Maria, alla quale non toglie il suo ruolo di sposa, seppure in una dimensione verginale e, anzi, la arricchisce della funzione materna; lo è per Giuseppe, al quale non sottrae il suo ruolo di sposo, di capofamiglia, e, anzi, addirittura lo ricolma della dignità di custode e padre del Redentore, nonché patrono della Chiesa, come anche il Magistero della Chiesa ha sottolineato. Il figlio sarà figlio di entrambi, e così a entrambi viene chiesto di accoglierlo, nonostante il modo straordinario e inaspettato con cui entra nelle loro vite. E questa accoglienza passa per la gratuità: il dono è tale in se stesso, non perché promette qualcosa in cambio, anzi, anche se comporta fin dall'inizio dei sacrifici.
La madre è certamente la prima a sentire in lei la nuova vita che prende corpo, così come Maria è la prima ad avere l'annuncio di quel nimbo straordinario in arrivo, ma poi, come in qualsiasi famiglia, viene chiesto il coinvolgimento di Giuseppe. Non un coinvolgimento "materiale", ma affettivo, psicologico, interiore, che poi si tradurrà anche in gesti concreti e "legali": accettare quel figlio, farsene carico, diventarne educatore e guida.
«Quando l'Angelo parlerà con Giuseppe in sogno gli dirà: "Tu lo chiamerai Gesù" (Mt 1,21), invece quando aveva parlato con Maria nell'Annunciazione, aveva detto proprio a lei, alla madre, e solo a lei, di dare il nome al Figlio: "Lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù" (Lc 1,31). 
Si passa cioè dalla madre al padre. Quando si affida il compito di dare il nome alla madre Giuseppe era già sposo di Maria, ma ancora non era il "padre" – anche se solo "legale" – di Gesù. Infatti, imporre il nome al figlio era qualcosa che doveva fare il padre.
Poi nel sogno a Giuseppe, il compito era passato a quest'ultimo, come avveniva per ogni uomo che fosse il padre legale. Era successo "qualcosa".

Giuseppe non ha davanti a sé "solo" la sua sposa, ha davanti a sé sua moglie che è incinta: ha dinanzi a sé Maria e il bimbo. 
Giuseppe ancora non sa Chi è quel Figlio che vive nel seno della sua sposa, eppure già la Trinità sta operando. 
Secondo la Legge, Giuseppe avrebbe dovuto rinchiudere la sposa nello schema e nella logica dell'adulterio.
Giuseppe è giusto perché ha corso il rischio di stare davanti a Jahvè con quel "mistero" che era sua moglie incinta. 

Giuseppe decide di andare contro la Legge. Quest'azione è opera della Grazia e quindi ha origine dal Verbo Incarnato e giunge al destinatario attraverso Maria». Dov'era Maria mentre Giuseppe pensava a cosa fare? «I Vangeli non lo dicono, però Giovanni scrive che Maria stava sotto la croce di Gesù. Penso» [1] – scrive sempre don Mauro Leonardi – «che Maria avesse già sperimentato altre volte lo stabat della Croce. E forse l'inizio dell'apprendistato era stato proprio quel trovarsi a guardare il tormento di Giuseppe di fronte al Mistero: quando non poteva dir nulla al proprio sposo, perché quel coinvolgersi di Giuseppe con lei doveva essere libero; quando quel pensare o pregare dello sposo era una faccenda che si svolgeva tra lui e Dio. Allora lei poteva solo stare e aspettare, proprio come un sabato santo.
Vivere è sempre una questione di libertà e se c'è di mezzo Dio nei sogni, la libertà è la prima cosa che si vede, ancor prima dell'angelo. Lo vediamo al momento del sogno per rientrare dall'Egitto. Il pericolo è passato, dice l'angelo. È passato Erode ma c'è il figlio, dice Giuseppe. E un padre di famiglia non rischia. Così Giuseppe sale su un asino, e decide itinerario e casa (cf Mt 2, 19-23). La fede lo muove, la responsabilità personale lo guida» [2]. 
Giuseppe ha accolto il dono che Gesù è, lo ha fatto gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio. E senza chiedere nulla in cambio spenderà il resto della propria vita per custodire Maria, per custodire il loro bambino, il Figlio di Dio nato nella loro famiglia, nato uomo tra gli uomini.

[1] Mauro Leonardi, Il signore dei sogni, Ares, 2015, pp. 91-93; 105

[2] Ibidem, 106.

sabato 18 marzo 2017

TRIDUO A SAN GIUSEPPE 2017/ 2


SAN GIUSEPPE UOMO, SPOSO, PADRE
Il progetto familiare di Dio nella storia di Giuseppe 


In questo triduo a san Giuseppe vi invito a riflettere sul tema della famiglia, prendendo spunto da due testi: l'«Amoris Laetitia di papa Francesco» e «Il signore dei sogni» di don Mauro Leonardi. Ricordo a tutti che quest'anno la solennità liturgica in onore di san Giuseppe si celebrerà lunedì 20 marzo, in quanto il 19 coincide con la terza domenica di quaresima.


Ave o Giuseppe uomo giusto, 
Sposo verginale di Maria e padre davidico
del Messia; tu sei benedetto fra gli uomini,
 e benedetto è il Figlio di Dio che a te fu affidato: Gesù.
San Giuseppe, patrono della Chiesa universale,
custodisci le nostre famiglie nella pace e nella grazia divina, 
e soccorrici nell'ora della nostra morte.
Amen



«La gravidanza è un periodo difficile, ma anche un tempo meraviglioso. La madre collabora con Dio perché si produca il miracolo di una nuova vita. Ogni bambino che si forma all'interno di sua madre è un progetto eterno di Dio Padre e del suo amore eterno. Ogni bambino sta da sempre nel cuore di Dio, e nel momento in cui viene concepito si compie il sogno eterno del Creatore. La donna in gravidanza può partecipare a tale progetto di Dio sognando suo figlio: tutte le mamme e tutti i papà hanno sognato il loro figlio per nove mesi. Non è possibile una famiglia senza il sogno. Quando in una famiglia si perde la capacità di sognare, i bambini non crescono e l'amore non cresce, la vita si affievolisce e si spegne".».

(Amoris Laetitia, nn. 168-169)



La dimensione del "sogno" può rivestirsi di molte sfaccettature, assumendo tante e diverse interpretazioni. La psicanalisi ce ne darebbe una spiegazione, la razionalità un'altra ancora, la fede, forse, una ulteriore. 
Si può sognare a occhi chiusi, come riflesso e liberazione dell'inconscio o solo come espressione di fantasia; ma si può anche sognare qualcosa che ci aiuta a vivere meglio, a capire qualcosa in più della realtà che ci circonda. I santi hanno spesso visto in sogno qualcosa del futuro e non per caso, ma per permissione divina, di quel Dio che usa anche la modalità del sogno per comunicarsi; Giuseppe in sogno riceve la propria annunciazione e attraverso questo segno-sogno divino, capisce come agire nei confronti di Maria (e di conseguenza del bambino in arrivo).
Si può sognare anche a occhi aperti: desideri, speranze, progetti... tutto può passare nella mente e nell'animo umano, dando vita a qualcosa che prima può prendere corpo solo a livello "irreale", ma che poi può tradursi in fatti concreti. 
Giuseppe e Maria avranno sognato anche così, pensando alla loro vita di coppia, alla loro esperienza di genitori; guardando quel bambino così diverso dagli altri, eppure così uguale; pensando al futuro d'Israele, che passava anche attraverso le loro giovani, semplici vite di ordinarie creature di un popolo in attesa. 
Non perché sognatori, sono diventati meno concreti, meno reali, meno veri. Al contrario, il loro sogno è diventato creatività capace di generare qualcosa di buono, qualcosa di bello, qualcosa da comunicare agli altri. Dalla loro capacità di accettare la sfida che il sogno comporta, è nato il loro , personale e poi di coppia, al progetto di Dio, un progetto che hanno percorso e compreso passo passo, nella fede, come ogni credente in cammino. 
Sogno potrebbe tradursi allora con tante parole: speranza, fede, fiducia, positività, ottimismo, desiderio di migliorare le cose. 
Il sogno in sé non è negativo, lo diventa solo se si esce fuori dal binario del piano di Dio. Questo non accade a Giuseppe e Maria, anzi, il sogno e la preghiera, che nelle loro vite vanno di pari passo, rendono possibile l'equilibrio. La preghiera rende l'orecchio più capace di ascoltare la voce di Dio che parla anche attraverso il sogno.
«Giovanni Paolo II scrisse [che] "nelle parole dell'annunciazione notturna Giuseppe ascolta non solo la verità divina circa l'ineffabile vocazione della sua sposa, ma vi riascolta, altresì la verità circa la propria vocazione (Redemptoris Custos, n. 19). Egli aveva dinanzi a sé il Redentore e la prima redenta – che sono già "tutta la Chiesa" - e così ci mostra la strada che ciascuno di noi deve percorrere per entrare "nella Chiesa" cioè nel rapporto con Gesù e Maria. Egli è il primo a entrare in quella Comunione. Varca una soglia, apre la strada. Quello che vedremo in lui è ciò che deve compiersi in ciascuno di noi» [1].
La vita di ogni credente è una vita in cui Dio desidera che si realizzi il suo sogno più grande: quello della salvezza. Come Giuseppe, ciascuno di noi è chiamato a varcare la soglia della comunione, a vivere sempre più pienamente la propria dimensione di membri della Chiesa. Dobbiamo acquistare una sorta di sguardo trasognato al positivo: non vivere unicamente nella dimensione del sogno, tanto da dimenticare il presente, ma operare una trasfigurazione della realtà attuale, ben sapendo che essa è passaggio per una vita futura, più piena, per la realizzazione del sogno di Dio; ben sapendo che i volti e le cose che ci circondano sono già un riflesso dell'amore e della bellezza di Dio.
E questo implica accettare anche gli "imprevisti" dell'esistenza, le difficoltà che certe scelte impongono: «Non dobbiamo pensare che Giuseppe sia bravo nel trovare soluzioni, o docile. O, ancor più banalmente, che semplicemente "faccia ciò che deve fare" un uomo con una moglie, oltretutto una moglie come Maria. È vero che a noi sembra che la vita di Giuseppe abbia svolte inaspettate, ma ciò è dovuto alla nostra prospettiva. Noi vediamo dall'esterno la sua vita e ci sembra abbia svolte inattese. Per Giuseppe invece quella è semplicemente la sua vita. Vede la sua vita e quella vive.
Noi siamo il nome che portiamo, viviamo la vita che abbiamo, ci verrà chiesto conto della storia che abbiamo vissuto.
La vita di Giuseppe è contenuta nel Vangelo, cioè la vita dello sposo di Maria è buona novella, è Vangelo. E lui la vive così.
Vive la sua vita come una buona novella che non è suddivisa per capitoli da sottolineare e da applicare alle sue giornate, ma come una parte della storia che Dio ha con l'uomo. Quella parte è sua. Quella è la sua parte. 
E lui la vive come si presenta: Annunciazione di Maria, angeli che popolano le sue notti e i suoi pensieri. Coricarsi, alzarsi, parlare, ascoltare, lasciare andare, aspettare, sposarsi, andare di nuovo, cercare riparo, attendere Gesù, prenderlo, caricarlo, tornare indietro, Nazareth, Egitto. 
Insomma, vita» [2].

NOTE

[1] Mauro Leonardi, Il signore dei sogni, Ares, 2015, p. 86.
[2] Ibidem, pp. 86-87.

domenica 14 febbraio 2016

Pensieri per lo spirito


C'È DISEGNO E DISEGNO... 
Dai progetti di Dio ai progetti dell'uomo


Siamo sicuri che tutti i "disegni" umani siano veramente "disegni" di Dio? Assistiamo spesso - dai pulpiti più disparati - a dichiarazioni su ciò che il Signore vuole, che ha detto o non detto, in modo particolare quando si affrontano gli argomenti "famiglia-figli-amore". Ma l'uomo ha realmente le chiavi in mano per comprendere (sganciandosi dalla Parola di Dio e dalla dottrina della Chiesa) ciò che è il pensiero divino su questi temi così scottanti, così legati al senso stesso dell'essere "uomo" e "donna", "creature viventi" con una connotazione precisa fin dal primo istante del concepimento?
Per meditare mantenendosi a metà tra il serio e il faceto, rimanendo su toni rilassati in un'atmosfera già ben "surriscaldata", ho scelto di condividere l'estratto di un testo di una laica consacrata. Si tratta di Lia Cerrito (1923- 1999), che nel 1995 pubblicò un libricino dal titolo «Il tavolo del Padreterno», in cui si narrano le vicende di un Dio affaccendato, dalla sua scrivania, a chinarsi sulle necessità degli uomini, ma anche a fare i conti con la loro testardaggine, con la loro pretesa di riuscire a comprendere le sue vie, mentre in realtà non fanno che confondere i propri progetti con quelli del Signore (cfr.Is 55,8). Nel racconto è presente anche un diavoletto, Menicò, descritto secondo il tono di tutta la storia, un po' fanciullesca, un po' ironica. Questa modalità, ancora una volta tra il serio e il faceto, spinge tuttavia a meditare sulla scia di una sorta di leggerezza che, inevitabilmente, conduce spesso all'amara conclusione che i disegni degli uomini sono disegni, tante volte, umani e diabolici, in cui il desiderio creaturale del "volere a tutti i costi" rende ciechi rispetto al vero progetto di Dio sulla storia personale e collettiva.




I "DISEGNI" DI DIO
(Lia Cerrito, Il tavolo del Padre eterno, San Paolo, 2003, pp. 11-14; 16-18)


Sul tavolo del Padreterno, come ogni giorno, l'angioletto segretario ha portato la posta.
Una posta, invero, piuttosto monotona: 
«Ascoltaci, Signore!». «Ascoltaci, Signore!». «Ricordati, Signore!». «Ricordati, Signore!». «Fa', o Signore!». «Fa', o Signore!».
Il Padreterno la scorre rapidamente.

domenica 18 ottobre 2015

I SANTI CONIUGI MARTIN


Un contributo attuale per la famiglia di oggi
Riflessioni intorno al Sinodo




«Scoprendo la vita di Luigi e Zelia Martin, che vissero nel XIX secolo, ci si accorge che i loro esempi ci parlano ancora oggi. Infatti, ciascuno di noi potrà ritrovarsi in taluni degli aspetti della loro vita: desiderio di consacrarsi a Dio, matrimonio tardivo, travagli per la sopravvivenza e l'avvenire dei loro bambini, Leonia bambina difficile, preoccupazioni economiche e professionali, inquietudini dovute agli alleati politici del Paese, cancro al seno per Zelia, malattia che provocò a Luigi dei gravi problemi mentali, nel corso della sua vecchiaia... La santità di Luigi e Zelia è una santità che si addice a tutti i tempi, a tutte le situazioni, a tutte le condizioni di vita» [1].
Infatti, rileggendo le pagine conclusive di un testo che narra la storia della loro famiglia, e che fu pubblicato per la prima volta nel 1944 (Storia di una famiglia, di Padre Piat), si scopre un'attualità senza pari, nel nucleo familiare dei Martin:
  • il problema "vocazionale" (il "senso" e la direzione da dare alla propria vita) coinvolge genitori e figli e si snoda sullo stesso binario della chiamata alla santità; 
  • il problema dell'unità per Luigi e Zelia (passare dall'uno al due che diventano "una sola carne") diventa il problema del sentirsi "una cosa sola" anche tra genitori e figli, e tra sorelle, una volta intervenuti fattori come la morte di Zelia, la separazione fisica per l'ingresso al Carmelo - e per Leonia alla Visitazione - delle signorine Martin e la malattia mentale di Luigi; 
  • il problema educativo dei figli (come fare di loro non un oggetto, ma creature da aiutare nel loro sviluppo!) acquista una dimensione molto moderna, in quanto ciascuna delle bambine di casa Martin è un "mondo a sé stante", che richiede cure personalizzate. Il tutto all'interno di un contesto sociale che, ieri come oggi, presentava le sue sfide.

Con una lucidità soprendentemente "in avanti" per i suoi tempi, Padre Piat traccia un quadro che non dimentica neppure la questione dell'essere "uomo e donna" nel progetto di Dio, e la necessità di continuare a ricordare che la famiglia è la cellula primaria della società. Se si smarrisce la famiglia, è la stessa società a farne le spese. Ecco perché, ancora oggi, i coniugi Martin hanno qualcosa da dire alla famiglia di oggi. Luigi e Zelia hanno saputo realizzarsi come persone, secondo il progetto di Dio, sopportando quelle difficoltà che la vita non risparmia a nessuno. Hanno messo al mondo delle figlie che non hanno visto nel "nido" domestico un nastro isolante dal mondo, ma che, al contrario, ne hanno fatto il trampolino di lancio per la realtà "fuori" dalla famiglia, ma anche al suo interno (nelle relazioni interpersonali e nella maturazione del carattere), forgiandosi in mezzo a prove dolorose, ma nella serenità di sapersi sempre abbracciate dall'affetto dei propri cari. Una delle figlie di Luigi e Zelia - Teresa Martin - è stata proclamata ormai da tempo santa (1925) e Dottore della Chiesa (1997) ed è oggi più nota come Santa Teresa di Gesù Bambino; per un'altra, Leonia Martin (la figlia che tanto fece preoccupare tutta la famiglia!) si è aperta la causa di beatificazione, il 2 luglio 2015, presso il monastero di Caen, dove consacrò la sua vita al Signore. Oggi Leonia è serva di Dio, e la si ricorda con il suo nome da religiosa: suor Francesca Teresa. 
I coniugi Martin sono la prima coppia di sposi canonizzati nella storia della Chiesa.




 I PROBLEMI ATTUALI DELLA FAMIGLIA MODERNA
L'APPORTO DELLA FAMIGLIA MARTIN ALLA LORO SOLUZIONE

Padre Stefano Giuseppe Piat*


 «Una famiglia simile non sembrerà anacronistica ai nostri contemporanei? Ci saranno di quelli che rimetteranno in circolazione il termine "prigione" applicandolo, come avevano fatto i polemisti anarchici, all'unione coniugale sigillata dal sacramento del matrimonio? Un esempio così elevato non darà le vertigini? Sta di fatto che i moderni  hanno creduto di spezzare le loro catene, sferrando l'assalto contro l'architettura divina della famiglia. La rivoluzione francese le ha dato il primo colpo di piccone istituendo il matrimonio civile, che nega praticamente il carattere religioso del patto coniugale. Strappata la costruzione dalle mani di Dio e messa in balia degli uomini, la marea furiosa della ragione è giunta ben presto a demolirla, trovando tanti argomenti speciosi. Servitù, l'unità della famiglia. Non è crudeltà ridurre a questo punto gli impulsi della sensibilità di un cuore incontenibile? Servitù, l'indissolubilità del vincolo. Come rifiutare ai matrimoni disuniti "la valvola di sicurezza" del divorzio? 
Servitù, il vincolo stesso. L'amore deve forse conoscere leggi? "Il tuo corpo è tuo": ecco la formula dell'avvenire. 
Servitù, i figli, testimoni ingombranti che disturbano le evoluzioni sentimentali. Passi ancora per "il figlio unico" che perpetua il nome! Ma alla larga dalla prole numerosa che impone abnegazione, là dove tutto dev'essere libertà! 
Servitù, l'educazione. Lo Stato se ne curi lui: non è forse, dopo Gian Giacomo Rousseau, il padre universale incaricato del controllo della razza? 
Il piacere a due, l'egoismo assoluto dei coniugi, l'avventura precaria: ecco ciò che la nuova morale senza obblighi e senza sanzioni sostituisce all'impegno stabile e al dono di sé. Jules Guesde ne dava la definizione, nel 1878, scrivendo crudamente nel Catechismo socialista: "La famiglia dev'essere conservata? No, perché essa è stata fino ad oggi una forma di proprietà e non la meno odiosa... L'interesse della specie, come gli interessi degli elementi che compongono la famiglia, esigono che questo stato di cose scompaia". 
Gli eventi hanno dimostrato con eloquente durezza che cosa sia diventata l'umanità in questo gioco. Come evitare la guerra, quando le ricchezze ammucchiate su un territorio spopolato ne fanno una tentazione ed un bottino inerme? Come sfuggire alla sovrapproduzione e alla disoccupazione se il numero dei consumatori decresce di anno in anno? Come sostenere i vecchi, i malati, le persone deboli, se non vengono su le giovani generazioni a dar loro il cambio? Come forgiare i caratteri, come trovare i capi se, divenendo generale il rifiuto della vita, si fiacca lo spirito d'iniziativa e il gusto del rischio? Quando tutte le pietre sono logorate, minate dall'interno, l'edificio può conservare per un certo tempo l'equilibrio e la brillante facciata; ma si avvia fatalmente alla rovina. 
Un paese vale per quello che valgono le famiglie: vive del loro vigore e agonizza con esse. Quando vengono meno, gli studiosi di statistica, possono segnare con le loro curve le previsioni inesorabili del declino, dello sfacelo e della scomparsa finale della nazione. Forse qualcuno può pensare che, pur sacrificando la patria, almeno si è raccolta la felicità. Ma che cosa si è guadagnato ad imparare l'arte dell'amore alla scuola delle "stelle" e delle vedette del cinema, della radio e del teatro? Nella cronaca cinematografica, nelle pagine provocanti dei romanzi scandalistici, il delitto passionale fa scorta all'amore. Da tutti gli ospedali sale il gemito lugubre di quelli che un drammaturgo ardito chiamava "gli avariati". Ritorniamo a grandi passi verso il paganesimo, nel quale la donna non aveva onore, schiava della lussuria e dei rudi lavori manuali. 
La volontà sbrigliata avvilisce e offusca lo spirito: l'umanesimo si eclissa davanti alla sessualità. Triste simbolo di questo disinganno è il cupo destino della famiglia di Carlo Marx. Delle tre figlie del dottore del socialismo due morirono suicide: la prima per i maltrattamenti di un discepolo del padre, fervido ammiratore di Darwin; la seconda per aver legato la sua vita al militante francese Paul Lafargue, che si avvelenò con lei lasciando queste parole esplicative: "moriamo perché la vita non ha più gioie da darci". La frase è rivelatrice dello smarrimento delle anime senza Dio. Le gioie hanno espulso la gioia; gli amori hanno bandito l'amore. Sotto uno scenario elegante di raffinata civiltà il mondo in cui molti si divertono soffoca l'uomo. Paul Bureau nel suo libro L'indiscipline des moeurs ha scritto su questo argomento pagine deprimenti. E le pubblicava al termine dell'altra guerra. Che cosa direbbe oggi, a venticinque anni di distanza? Sulle macerie della dimora avita ha preso piede la statolatria stigmatizzata da Pio XI. Si parla molto oggi di crociata per i diritti della persona umana. La culla e il centro della vita personale non è la famiglia? Se questa viene rovesciata non restano di fronte che l'individuo-atomo e lo stato-Moloch che lo soggioga e lo divora. Solo la famiglia può resistere al Potere totalitario che Nietzsche stesso definì "il più freddo dei mostri freddi". Non c'è altra alternativa possibile: o "ritorno alla famiglia", o "tutto allo stato". È ciò che afferma Pio XII quando rivendica nei suoi messaggi "lo spazio vitale della famiglia". Dopo aver compilato il bilancio del fallimento che invita alla modestia i sostenitori del "libero amore", abbiamo forse diritto di proporre come modello ai nostri contemporanei una famiglia in cui regnò quella che talvolta vien detta, con un briciolo di ironia, la vecchia morale del buon tempo andato. 

 * * * 

Nell'eroica famiglia Martin tutto fu sottomesso alla legge di Dio. Non si cercavano scappatoie: il Crocifisso che presiedeva alla vita comune non era un ornamento convenzionale. In ogni parte della casa esso richiamava, con la presenza del Maestro e la sua sovranità, l'osservanza esatta del decalogo e del Vangelo. Là l'amore non fu mai merce di contrabbando, né scatenamento di istinti. Dagli inizi del fidanzamento esso si ammantò di un carattere quasi religioso, che la grazia del matrimonio portò al suo vertice. 
La famiglia è un santuario in cui Dio regna, una scuola dove le anime progrediscono, una cittadella nella quale un popolo si raccoglie e, all'occorrenza, si trincera con le sue riserve di virtù. Certamente gli obblighi sono pesanti; ma le "servitù" diventano grandezze. È stato detto che due sposi sono per vocazione "due mani giunte per una eterna adorazione, o due pugni stretti per una eterna riprovazione". È vero che queste sublimi prospettive sgomentano la maggior parte delle persone coniugate. Velandola dietro qualche sottinteso o buttandola fuori brutalmente, alcuni fanno una obiezione insidiosa: "In fondo, i genitori di Teresa si sono volontariamente privati di ogni gioia terrena. Sono stati schiavi dei doveri familiari; da tutte le parti si sono abbattute su di loro prove innumerevoli. Ad essi possiamo concedere benissimo la gloria postuma: ma non per questo l'esistenza che hanno condotto quaggiù cessa di essere un calvario. Forse così devono vivere gli eroi e i santi: ma l'umanità media non è costituita dai santi e neppure dagli eroi. Inchiniamoci, e passiamo oltre". L'argomento fila, ma non conclude. Se interroghiamo la corrispondenza della signora Martin, le confidenze di suo marito, i ricordi delle loro figliole, troviamo dovunque, e persino tra le lacrime, la testimonianza di una pace, di una serenità interiore, che tradiscono la vera felicità. Il lavoro, la malattia, la morte li colpiscono ripetutamente; ma la gioia viene sempre a galla, l'ottimismo ha sempre l'ultima parola. Siamo dunque di fronte a ciò che si dice comunemente una famiglia fortunata. Qual è il segreto di tanta beatitudine? Certamente la serenità della buona coscienza, la quiete dell'unione con Dio, l'aiuto onnipotente della grazia. È vero; ma ci sono anche la fioritura dell' amore umano e le effusioni di una famiglia in cui la vita non ha timore di prodigarsi. Per il fatto di essere segnata con il suggello del dovere, la tenerezza reciproca degli sposi non è meno sensibile. La carità, anziché indebolirla, l'approfondisce elevandola ad un'essenza più pura; la rende immune dai capricci e dalle reazioni della carne; la inizia alla mutua sopportazione e alla devozione senza limiti. Solo l'egoismo attenta all' amore coniugale: di esso Dio non sarà mai geloso, perché ne è l'Autore primo. Egli esige soltanto che se ne rispetti il fine. 
Amare nell'ordine è svilupparsi. Amare violando il piano del Creatore è falsare la natura, sabotare una grandezza, votare sensi e cuore, dietro una ebbrezza passeggera, alla confusione, alla corruzione. 
La stessa cosa si deve dire del "giogo" che fa rabbrividire i nostri contemporanei: cioè le responsabilità familiari. I coniugi Martin non le hanno scansate. Sono andati avanti risolutamente, allegramente, senza calcolo. Le hanno prese così come sono, con i loro pesi ineluttabili e le loro sublimi compensazioni. Hanno conosciuto il dolore: ma l'educazione cristiana magistralmente impartita alle figliole li ha risparmiati dalla prova più crudele; quella di assistere allo smarrimento e alla caduta delle proprie creature. 
Le loro ragazze sono state il loro orgoglio, la loro consolazione, il loro appoggio. 
Ogni culla versava nell'anima dei genitori una forza di rinnovamento e quasi un aumento di ricchezza interiore. Chi può immaginare il potere beatificante di un simile apporto, la dolcezza di sentirsi circondati fino a questo punto dalla gratitudine e dalla pietà filiale? D'accordo, risponderà qualcuno, è stata una famiglia ben riuscita: ma un certo giorno la nave è naufragata; gli affetti umani sono stati annientati dietro la grata del monastero dove si sono arenate tutte le figliole. Non è stato detto - è padre Petitot che cita la frase - che il chiostro è un luogo dove "ci si mette insieme senza scegliersi, si vive senza conoscersi e si muore senza compiangersi"? Concediamo ai figli di Voltaire, che lanciano la battuta umoristica, che la professione religiosa comporti una reale immolazione dell'amore. Non solo essa proibisce la prospettiva del matrimonio, ma innalza altresì una barriera, almeno morale, tra i membri della stessa famiglia. Pensiamo alla emozione dell'ultimo bacio scambiato sulla terra tra la "Reginetta" e il suo "Re". Ma non è tutto. Qualcuno può immaginare che nel convento dove Teresa entrava, ritrovando le sue due sorelle maggiori, ella volesse stabilire con loro una calda intimità, che fosse come una rivincita del cuore, un ritorno offensivo della sensibilità compressa. La santa stessa risponde edificandoci: "Non è affatto per vivere con le mie sorelle che sono venuta al Carmelo: è unicamente per rispondere alla chiamata di Gesù. Ah, intuivo bene che sarebbe stato motivo di sofferenza continua vivere con le proprie sorelle, quando non si vuole concedere niente alla natura!" [2]. La compagnia che Teresa cercava maggiormente era quella delle religiose meno simpatiche. Quando suor Agnese di Gesù divenne priora, la santa fu colei che in comunità godette meno di tutte i colloqui con la sua "mammina". All'ingresso in monastero della cugina Maria Guérin si astenne dall'avvicinarsi alla porta della clausura per non scorgere la famiglia di lei, benché, a causa dei lavori in corso, da un anno non si fosse incontrata con loro nel parlatorio del convento. Troncando ogni legame, Teresa accettò 1'ipotesi di partire per il Carmelo di Hanoi. E quando il progetto andò a monte per le sue condizioni di salute, acconsentì alla eventualità ancor più crocifiggente della partenza di madre Agnese di Gesù e di suor Genoveffa per Saìgon. "Ah, non avrei voluto fare nemmeno un gesto per impedirle di partire! Eppure sentivo una grande tristezza nel cuore" [3]. A questa frase qua1cuno protesterà: "Ascetismo barbaro, questo, che anestetizza gli affetti. E proprio necessario diventare disumani per amare Dio?". Teresa mette a punto le cose con il suo perfetto senso di equilibrio. "Nel donarsi a Dio, il cuore non perde la sua tenerezza naturale, anzi questa tenerezza aumenta, diventando sempre più pura e divina" [4]. Non si tratta di mutilare, ma solo di potare. La linfa non è disseccata; il fiotto contenuto un istante, zampilla più potente e più fecondo. Nella vita consacrata l'affetto non svanisce, anzi si dilata, come afferma Teresa: "Come sono felice adesso di essermene astenuta fin dall'inizio della mia vita religiosa! Godo già della ricompensa promessa a coloro che combattono coraggiosamente. Non sento più necessario rifiutarmi tutte le consolazioni del cuore, perché la mia anima è resa stabile da Colui che volevo amare unicamente. Mi accorgo con gioia che, amando Lui, il cuore si dilata e può donare incomparabilmente più affetto a coloro che gli sono cari, che non se si fosse concentrato in un amore egoista ed infruttuoso" [5]. Rettificata, disciplinata e gerarchizzata, la sensibilità prende nuovo slancio: si afferma in quei puri capolavori che sono le lettere indirizzate da Teresa a Celina e a tutti i familiari; negli addii di lei morente a Leonia e allo zio Isidoro; nella sua predilezione per il beato Teofano Vénard, anima amante, se mai ce ne furono, a proposito del quale diceva: "anch'io amo molto la mia 'piccola' famiglia. Non comprendo i santo che non amano la loro famiglia" [6]. E d'altra parte tutto ciò non le impedisce di raccomandare alle sorelle, in quel medesimo periodo, di non "condurre la vita di famiglia"; e cioè di non adagiarsi borghesemente in una rete di affetti troppo naturali. Tutto dev'essere subordinato alla visione finale quale già la santa aveva descritto: "Quando penso a queste cose, la mia anima s'immerge nell'infinito; mi sembra di toccare già la riva eterna... Mi sembra di ricevere l' abbraccio di Gesù. Immagino di vedere la Madre del Cielo venirmi incontro con papà, mamma, i quattro angioletti... Immagino di godere finalmente per sempre della vera, eterna vita in famiglia... " [7]. Siamo ben lontani dall'inaridimento e dall'indifferenza glaciale, rimproverati da certa letteratura ai monaci e alle suore della leggenda. Neppure la morte arresta le effusioni: sotto una forma particolarmente delicata i parenti della santa parteciperanno alla "pioggia di rose". Maria riceve dalla figlioccia un bacio celeste; una sera di torture fisiche, la scorge ai suoi fianchi, che allenta le povere membra rattrappite dai reumatismi e le rimbocca la coperta sulla spalla intorpidita. Leonia vede una mano di luce rischiararle il breviario ed eccitarla al fervore. Paolina e Celina respirano profumi d'incenso. La signora Guérin, dopo una crisi eccezionalmente crudele, dichiara a chi la circondava: "Soffro molto, ma la mia piccola Teresa mi ha vegliata con tanta tenerezza! Tutta la notte me la sono sentita vicina e, accarezzandomi a più riprese, essa mi ha infuso uno straordinario coraggio" [8].
Nel 1915, quando Leonia - divenuta suor Francesca Teresa nella Visitazione di Caen - fu chiamata a Lisieux per deporre davanti al tribunale ecclesiastico, che teneva le sue sedute al Carmelo, le quattro sorelle rivissero, con trasporto, tutte le memorie di Alençon e di Lisieux. Di quell'ineffabile incontro, suor Maria del Sacro Cuore narrò il seguente episodio: "Eravamo sedute tutte e quattro sulla gradinata, vicino all'infermeria. Il cielo era azzurro e senza nubi. Improvvisamente il tempo è scomparso per noi: la nostra infanzia, i 'Buissonnets', tutto ci è sembrato un istante. Vedevo Leonia religiosa, accanto a noi! E il passato e il presente si confondevano in un momento unico: il passato mi pareva un baleno; avevo l'impressione di vivere già in un eterno presente, e ho compreso l'eternità, che è tutta intera in un solo istante". 
Era l'anima della famiglia che si raccoglieva per assaporare in silenzio la dolcezza di appartenere completamente a Dio. Le figlie riunite cantavano la gloria di Dio e la lode dei genitori che le avevano educate alla scuola della santità. Chiunque avesse penetrato il segreto di questa scena intima, per quanto imbevuto di modernismo, avrebbe ripetuto spontaneamente il grido di stupore dei pagani davanti alla Chiesa primitiva: «Guardate come si amano!». È la lezione che lascia al mondo come testamento questa famiglia ideale: l'arte suprema di trovare la felicità in un amore senza egoismo e tutto impregnato di carità».


NOTE
(i riferimenti ai Manoscritti della Santa sono indicati in relazione alle sue Opere complete, Libreria Editrice Vaticana, Edizioni OCD, Roma, 1997)

[1] La famille Martin. Une famille moderne (Traduzione dall'originale francese),  sito del Santuario di Alençon
[1] Ms C, 8v°.
[2] Ms C. 9v°.
[3] Ms C. 9r°.
[4] Ms C, 22r°.
[5]UC/QG, 21-26 maggio, p. 978.
[6] Ms A, 41r°.
[7] Storia di un'Anima, cap. III. p. 67, nota 1.

* Padre Stefano Giuseppe Piat, Storia di una famiglia. Una scuola di santità, Edizioni OCD, 2004, pp.411-418.


venerdì 4 settembre 2015

«STARE INSIEME E' LA NOSTRA CHIAMATA»

La testimonianza di V., sposa e mamma

 Vocazione al matrimonio 




Cari amici, 
ci avviciniamo sempre di più alla seconda e definitiva sessione del Sinodo sulla Famiglia; stiamo inoltre vivendo un momento particolarmente delicato anche sul piano socio-politico, piano che vede coinvolti molti cattolici alle prese con numerose problematiche che intaccano l'idea "classica" e "naturale" del rapporto tra uomo e donna, della genitorialità e dell'educazione scolastica.
In una fase così "critica"- e non di rado "dissacratoria" - del concetto biblico di matrimonio e famiglia, volentieri condivido con voi una testimonianza di vocazione sponsale che una persona amica (che ringrazio di cuore!) ha voluto preparare per il blog, accogliendo con entusiasmo la mia richiesta.
Ho pensato di introdurre le sue riflessioni con le parole pronunciate da papa Francesco sul tema del "servizio" e dell'amore nella famiglia, intesa - già dal Concilio Vaticano II - quale piccola Chiesa domestica.
Il matrimonio - scrive infatti V., in accordo a quanto ci dice la Chiesa - non è l'apparato scenico in cui si svolgono le nozze, ma è ciò si costruisce gettandosi in Dio, affidandosi a Lui, nel rispondere a quella che è una vera e propria chiamata vocazionale.



Il servizio è il criterio del vero amore. Chi ama serve, si mette al servizio degli altri. E questo si impara specialmente nella famiglia, dove ci facciamo per amore servitori gli uni degli altri. Nella famiglia «si impara a chiedere permesso senza prepotenza, a dire “grazie” come espressione di sentito apprezzamento per le cose che riceviamo, a dominare l’aggressività o l’avidità, e lì si impara anche a chiedere scusa quando facciamo qualcosa di male, quando litighiamo. Perché in ogni famiglia ci sono litigi. Il problema è dopo, chiedere perdono. Questi piccoli gesti di sincera cortesia aiutano a costruire una cultura della vita condivisa e del rispetto per quanto ci circonda» (Enc. Laudato si’, 213). La famiglia è l’ospedale più vicino: quando uno è malato lo curano lì, finché si può. La famiglia è la prima scuola dei bambini, è il punto di riferimento imprescindibile per i giovani, è il miglior asilo gli anziani. La famiglia costituisce la grande ricchezza sociale, che altre istituzioni non possono sostituire.  La famiglia forma anche una piccola Chiesa, la chiamiamo “Chiesa domestica”, che, oltre a dare la vita, trasmette la tenerezza e la misericordia divina. Nella famiglia la fede si mescola al latte materno: sperimentando l’amore dei genitori si sente più vicino l’amore di Dio. E nella famiglia – di questo siamo tutti testimoni – i miracoli si fanno con quello che c’è, con quello che siamo, con quello che uno ha a disposizione; e molte volte non è l’ideale, non è quello che sogniamo e neppure quello che “dovrebbe essere”. C’è un particolare che ci deve far pensare: il vino nuovo, quel vino così buono come dice il maestro di tavola alle nozze di Cana, nasce dalle giare della purificazione, vale a dire, dal luogo dove tutti avevano lasciato il loro peccato; nasce dal peggio: «dove abbondò il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20). In ciascuna delle nostre famiglie e nella famiglia comune che formiamo tutti, nulla si scarta, niente è inutile.


(Papa Francesco, Santa Messa per le famiglie, 6 luglio 2015)




«Sono felicemente sposata da 17 anni e madre di due bambine di 11 e 8 anni. 

Ricordo come fosse ora quella mattina del 5 dicembre quando, dopo una notte insonne, mi svegliai per assolvere alle consuete operazioni di "trucco e parrucco" di una sposa. Di buon ora arrivò pure il fotografo e cominciai a posare diligentemente seguendo le sue indicazioni: "guarda di qua, sorridi, girati..."
Ero frastornata. 
Avevo conosciuto mio marito quattro anni prima ed era stato amore a prima vista. 
Quando mi chiese di sposarlo - avevo 25 anni - dissi immediatamente di si! Non c’erano dubbi, eravamo innamoratissimi, eppure cominciati i preparativi mi sentii come assorbita in qualcosa di grande e importante per cui non ero pronta. Piangevo spesso, pareva che tutto accadesse in fretta senza il mio controllo. Certa di fare la cosa giusta, tuttavia ero spaventata dal “per sempre”. 
Non dimenticherò mai l’ingresso in Chiesa: c’erano le persone care della mia vita, ma vedevo solo lo sposo in fondo, vicino all’altare. Il suo sguardo mi diede la forza di percorrere la navata e di pronunciare quel che sarebbe stato per tutta la vita. Un pronunciato con gioia. Accanto a lui mi sentivo al sicuro. 
I primi anni di quel matrimonio che tanto mi aveva turbato furono caratterizzati da grande spensieratezza: lavoravamo entrambi, viaggiavamo molto, frequentavamo gli amici. Mio marito desiderava avere figli, io no. Pensavo di essere già realizzata e l’idea di mettere al mondo creature delle quali sarei stata responsabile mi intimoriva, essendo rimasta orfana a vent'anni e responsabile dei miei fratelli minori. Passarono quattro anni e il rapporto cominciò ad incrinarsi, le nostre strade divergevano. 
Il periodo buio che stavamo attraversando fu illuminato da un viaggio che ci portò a Monte Sant'Angelo. La visita alla grotta dell’Arcangelo Michele cambiò le nostre vite. Cominciammo un cammino di conversione che dura ancora. Aprimmo il cuore a Cristo e si spalancò un universo meraviglioso. 
Dopo pochi mesi ero in attesa della primogenita e con il pancione ritornammo a ringraziare San Michele. Appena tre anni dopo nacque pure la seconda bambina. 
E’ difficile trovare le parole giuste per descrivere l’incontenibile felicità che si prova a diventare genitori, un dono di amore infinito. Le nostre figlie sono la nostra benedizione. Pur sembrando il lieto fine di una bella storia d’amore, la nascita delle figlie è stata solo l’inizio di una fase più matura di quella chiamata vocazionale che è il matrimonio, cominciato pronunciando con voce rotta dall'emozione la formula che ci avrebbe legati indissolubilmente: “Io prendo te come mia sposo/a e prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti e di rispettarti per tutta la vita”. 
Forse subito non comprendemmo in pieno la bellezza di quella promessa, eravamo ancora acerbi. Ma fu proprio l’ impegno preso davanti a Dio, quel punto fermo, a darci la forza di superare i momenti difficili che si sono presentati dopo la nascita delle figlie. La seconda bambina aveva trentasei giorni, quando fu operata d'urgenza, in fin di vita.
Ricordo esattamente cosa provai davanti alla sala operatoria: il dolore come una fitta al cuore al solo pensiero di perderla; la forza perché c’era mio marito con me - il nostro cuore batteva all'unisono per la bambina -; una strana pace in fondo all'anima perché ci eravamo messi nelle mani di Dio. Mentre operavano mia figlia non riuscivo a pregare, ma ringraziai per averla avuta anche solo per pochi giorni: pensavo al peggio. Quando la porta della sala operatoria si spalancò, il chirurgo mi abbracciò dicendo che la mia creatura si era svegliata dall'anestesia! Stava bene! (mi piace ricordare questo episodio) 
Nel postoperatorio la piccolina pianse per quattordici ore di seguito e la cullai in braccio, passeggiando e canticchiando per tutto il tempo senza rendermene conto, perché ero felice e basta (ecco cosa sono i figli!). Nel frattempo si ammalò la primogenita e, dopo diversi mesi, arrivò la diagnosi di celiachia. Anche in questo caso ricordo esattamente l’ansia, il dispiacere, la preoccupazione, e mio marito che, pur provando gli stessi miei sentimenti, riusciva a tranquillizzarmi. Senza di lui non ce l’avrei mai fatta, perché ci completiamo. Senza il desiderio di aderire ogni giorno con fiducia al progetto di Dio per noi, non ce l’avremmo mai fatta. Oggi siamo consapevoli della chiamata ricevuta, la nostra vocazione è il matrimonio, nonostante le litigate, i tanti difetti, la diversità di vedute e i caratteri che a volte appaiono incompatibili. Non siamo perfetti. Nonostante tutto alla base c’è il rispetto reciproco, l’amore e la volontà di stare uniti. Posso dire che il matrimonio non è l’abito bianco , tanto meno la location o il ricevimento che ci fu. Il matrimonio è una strada affascinante che a volte si presenta stretta e ripida, altre volte in discesa, fatta di difficoltà, tentazioni, preoccupazioni, ma anche di vera felicità e noi la percorreremo ancora nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia per tutti i giorni della nostra vita. Stare insieme è la nostra chiamata ma anche la nostra scoperta più entusiasmante e la nostra continua conquista». 

V.

sabato 19 dicembre 2009

Pensieri per lo spirito / 45


VI RACCONTO UNA FAVOLA...
Il finto progresso della "letteratura" familiare

C'era una volta la famiglia, composta da padre, madre, figli....

I protagonisti di questa nostra storia affrontavano insieme molte peripezie, superavano svariati ostacoli, ma il finale  non era il “e vissero felici e contenti”, bensì il “e vissero uniti, nonostante le difficoltà, ricordando che l'amore supera tutto”..
Forse, proprio per questo motivo, la favoletta, nata dalla più “antica favola” di una “Sacra Famiglia” formata da Giuseppe l'artigiano, Maria la Vergine e Gesù il Bambino, parrebbe non aver riscosso successo al pari di “Pinocchio”, “La Sirenetta”, “Cenerentola”, e tante altre dello stesso genere.
Infatti, se ancora oggi questa storie vengono raccontate ai bambini, la favola della famiglia sembra essere dimenticata dai più...
Evidentemente - questa è la triste constatazione-  a molti non interessa il lieto fine dell'unione, ma semplicemente la“fine”: ossia, fare, disfare e rifare da capo.
La famiglia tradizionale, di autore “ignoto”, non va più di moda.... oggi va di moda il “modello Almodovar”, in cui, come lo stesso regista ebbe a dire, obiettando contro il papa, “la famiglia è un gruppo di persone, al centro del quale c'è un piccolo essere di cui tutti si occupano”.

Fin qui, ci si potrebbe chiedere : “Ma che c'è in sostanza di diverso dal modello della nostra antica favoletta”?

E' lo stesso favolista spagnolo a venirci incontro, “illuminandoci” su ciò che contraddistingue la sua “famiglia” da quella “poco reale” del nostro “Ignoto?” autore....
Dice infatti Almodovar : “non importa se il gruppo è formato da genitori separati, travestiti, transessuali o monache malate di aids”...