martedì 28 agosto 2012

"VOI DUNQUE....PREGATE COSI"... -meditazioni sul Padre Nostro- seconda parte



Padre nostro che sei nei cieli...

....venga il tuo Regno...



Per l'ebreo dei tempi di Gesù, Dio era l' Altissimo, il Signore del Cielo che stava in Alto, quasi "lontano", seppure paternamente e maternamente vicino al Suo popolo.
L'idea dell'Incarnazione non era presente nella mente dei connazionali del Cristo. 
Il Messia sarebbe stato sì l'Unto, il Consacrato, ma sappiamo bene che per molti era legato ad un'idea di rivoluzione politico-sociale o con un profeta....che niente aveva a che vedere con un Dio che si fa Carne e viene a dimorare in mezzo agli uomini come Uomo.
Scandagliando la Bibbia ci si rende conto dell'infinità di ripetizioni della parola "cielo": si invoca Dio alzando le mani verso il Cielo, Dio manda benedizioni o punizioni dal Cielo, Dio parla dal Cielo...."Dio del Cielo" è un'espressione  ricorrente nell'Antico Testamento, a sottolineare questa idea di "inavvicinabilità" dell'Onnipotente.

Proviamo, per un attimo, ad entrare, allora, nella mentalità del tempo di Gesù.
Dio, conosciuto come il Dio del Cielo, letteralmente "piomba" sulla terra.
Gesù si proclama "Dio" e "Figlio di Dio".
Un "cataclisma" vero per quanti Lo ascoltano, impastati dell'idea di un Dio che abita le "altezze"!

Con Cristo si verifica uno sconvolgimento, e come dirà Lui: "Chi ha visto me, ha visto il Padre". (Gv 14,9)
Ecco allora che si chiarisce meglio anche quel "Venga il tuo regno".
"Il Regno di Dio" in mezzo a noi è Gesù.
In un certo senso già il Battista ci immette in questa rilettura del Regno che viene.
Al capitolo terzo del Vangelo di Matteo, ecco come lo sentiamo predicare nel deserto:"Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino"! (Mt 3,2) 
Regno e Padre sono allora in stretta connessione!
Gesù ci svela il Volto del Padre, chi vede Lui vede il Padre ed Egli usa infatti termini tipici di un Papà: "orfani"(Gv 14)  e "figlia/figlio" (come nella guarigione dell'emorroissa o del cieco nato).

Che il Regno di Dio venga in mezzo a noi comporta allora che:

1) ci rendiamo conto che Gesù è il "Pane Vivo disceso dal CIELO" (Gv 6, 51), quindi Dio continua ad essere il Signore del Cielo...ma abbiamo la consapevolezza di averLo fra di noi, fino alla fine del Mondo, nel Pane Eucaristico, come dice anche Gesù stesso nel capitolo 28 -conclusivo- del Vangelo di Matteo

2) Gesù è la Parola di Dio INCARNATA, il Verbo fatto Uomo. 
Credere in Lui significa ascoltare non solo e non genericamente la "Parola", ma le Sue Parole, i Suoi insegnamenti, quello che ci ha lasciato detto nel Vangelo.
Infatti il punto di spartiacque fra l'Antica Legge e la Nuova Alleanza (laddove la Legge viene portata a compimento da Cristo) è il momento del Battesimo di Gesù ad opera di Giovanni.

In quest'occasione il Padre fa udire la Sua Voce dal Cielo e cosa dice?
"Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. ASCOLTATELO"! (Mt 17,5)
Sembra quasi che Dio ci inviti a non essere più semplicemente gente con il capo "per aria", ma, molto concretamente, a guardare al Cielo "piantando" i piedi sulla stessa terra che anche Gesù, Dio Figlio, ha calpestato: la terra sulla quale ha operato (come Uomo e come Dio), e sulla quale è possibile vivere da buoni cristiani se Lo seguiamo, se Lo ascoltiamo, se Lo accogliamo.

3) Se in Gesù vediamo il Volto del Padre, non dimentichiamo che anche noi siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio.
In Gesù, nuovo Adamo, noi possiamo nuovamente "SPECCHIARCI", ritrovare quell'immagine e somiglianza divina che avevamo smarrito col peccato.... è un invito ad impegno forte, coerente al Vangelo, alla nostra fede, per essere giorno dopo giorno sempre più capaci di avvicinarci al nostro Maestro, al nostro Modello....
E' un invito a ricordare che, quando viviamo in Grazia, Dio abita assieme alle altre Due Persone della Trinità nel nostro intimo, nella nostra anima.
Come diceva la Beata Elisabetta della Trinità: il Cielo è dentro di noi!

Padre Nostro, che dal Cielo ci hai mandato Tuo Figlio, aiutaci a far sì che il Regno di Dio sia seme che fa crescere i grandi alberi della carità in mezzo a noi, in noi, oltre noi, con frutti che durino per l'eternità!
Aiutaci a scoprire il Tuo Volto nel Volto di Tuo Figlio che mi ricorda: anche io sono Figlio di Dio, anche io sono a Tua immagine e somiglianza!

"CRISTIANO, CONOSCI LA TUA DIGNITA'"!
(San Leone Magno)


sabato 25 agosto 2012

EUCARISTIA: "PANE SPEZZATO, FONTE DI VITA" -omelia di don Mario, sdb






La Liturgia della Parola ci sta proponendo, ormai da parecchie Domeniche, il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, incentrato sull'Eucaristia.



A tale proposito, inserisco di seguito alcuni pensieri di un sacerdote salesiano -don Mario-, che gli amici del blog ormai conoscono.
Si tratta di un sunto dell'omelia preparata per la solennità del Corpus Domini 2012.



Buona lettura e vi invito a ricordare don Mario nella preghiera, in segno di gratitudine per quanto mette in condivisione con noi.










ESTRATTO DALL'OMELIA PER LA SOLENNITA' DEL CORPUS DOMINI (10/06/2012)

di don Mario, sdb




Dall'Eucaristia nasce la Chiesa e la famiglia.
Le ragioni per passare da un livello di vita mediocre a un senso più forte della missione le troviamo nell'Eucaristia e a partire dall'Eucaristia.

"L'eucaristia è la porta della vita della Comunità", della Chiesa, della famiglia, delle comunità religiose e delle comunità cristiane.

La prima cosa che ci fa capire è che "la Vita è una sola" che abbraccia le dimensioni dell'umano e del divino: "Gesù si fa me per farmi Lui".

"Prendete...: questo è il mio corpo".

"Prendete": tendete le mani - prendete - mangiate.

Gesù sente il bisogno di entrare Comunione con l'uomo.

"Dio in me": il mio cuore assorbe Lui e Lui assorbe il mio cuore e insieme diventiamo una cosa sola.

Gesù non è venuto con il solo obiettivo di perdonare i peccati, ma soprattutto per dare Sé stesso.

Il Corpo di Cristo è sull'altare dell'Eucaristia.
Il Corpo di Cristo è sull'altare del fratello che soffre, dei poveri, forestieri, ammalati, disabili, nelle persone sole.

martedì 21 agosto 2012

IL CAMMELLO, L'AGO....E LA PORTA STRETTA!



"Sforzatevi di entrare 


per la porta stretta, 


perché molti,


 vi dico,


 cercheranno di entrarvi, 


ma non ci riusciranno". 

(Lc 13,24)




La Liturgia della Parola di oggi ci presenta il brano evangelico di Mt 19,23-30, in cui prosegue il discorso avviato ieri (il giovane ricco...) e Gesù parla di quanto sia difficile entrare nel Regno dei Cieli quando si accumulano ricchezze.
Lo fa addirittura arrivando ad un paradosso -come da Sua solita pedagogia- : "è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno di Dio".

Cammello, cruna, ago e ricchezze.
Il quartetto della Parola di oggi trova un apparente ostacolo nella domanda di Pietro: "noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, che cosa dunque ne avremo"?

San Pietro ci fa capire una cosa importante, che anche in un altro post ho avuto modo di sottolineare: non è ricchezza solo quella di beni "materiali", ma c'è un tipo di benessere molto più pericoloso...un benessere interiore che si tramuta in tarlo che rode, consuma, acceca e fa perdere di vista il vero fine dell'esistenza terrena, cioè il conseguimento della vita eterna.
QUESTA FINTA RICCHEZZA E' LA SUPERBIA.

E' facile insuperbirsi quando si hanno molte ricchezze, ce lo dice chiaramente la prima lettura (Ez 28,1-10): i soldi portano al potere, il potere spesso conduce all'uso della forza per ingigantire i propri possedimenti...si finisce con il credersi sostituibili a Dio!

E' facile -tuttavia- insuperbirsi anche quando si sta anche soltanto relativamente bene, quando ci si accontenta di quello che si ha, ma si può fare ugualmente cattivo uso di questa abitudine al proprio star bene.
Questo ci fa capire San Pietro: anche il poco, se male utilizzato, può far chiudere il cuore dell'uomo in un menefreghismo che diventa male incurabile dell'anima, se porta a dimenticarsi dell'altro e -soprattutto- dell'Altro.

Basti pensare a quello che il popolo d'Istrale dice a Mosè, quando si ritrova nel deserto: meglio stare sotto il dominio degli Egiziani, che almeno ci davano da mangiare, piuttosto che avere una libertà in cui moriamo di fame!
Ecco a quale durezza può arrivare l'essere umano anche nel fare cattivo uso del "quasi niente".

Gesù allora ci dice: VENDI TUTTI I TUOI BENI, POI VIENI E SEGUIMI!
Cioè, per dirla alla San Paolo: vivi possedendo come se non possedessi, stacca il cuore dal materiale, dall'egoismo, dal tuo insuperbirti per i talenti ricevuti. 
Perché tutti i carismi, senza la carità, sono un nulla! (cfr Cor 1,12-30)
Riconosci che tutto è sempre un dono del Signore!

Gesù ci dice anche un'altra cosa: diventa come il cammello, un animale che è stato pensato, progettato dal Creatore per viaggiare dove?
Nel deserto: cioè nel luogo della spoliazione dell'io, del silenzio interiore, in cui spesso l'anima va avanti fra aridità e tempeste di vento, temendo di finire soffocati dalla sabbia o dal caldo...
Nel deserto: dove il cammello viene caricato di molti pesi eppure non si sfianca...


Il deserto: il luogo in cui, ci dice il profeta Osea, Dio attira l'anima...e le parla!
Il cammello cammina nel deserto perché la sua conformazione "fisica" è adatta: così anche l'uomo, ad immagine e somiglianza di Dio, può vendere tutto e farsi come cammello che cammina nel deserto.

Come il cammello, l'uomo deve fare scorta di "acqua" per affrontare il viaggio: l'acqua -ci dice la Bibbia- l'attingiamo dalla sorgente della nostra salvezza, cioè dal Costato di Cristo.
Nella Parola, nei Sacramenti della Chiesa, il tutto ricoperto, tenuto ben vivo dal nostro coltivare la vita interiore con la preghiera quotidiana, con la mortificazione, con la pratica delle virtù.
Elementi, questi ultimi, che diventano un po' come il tessuto di strato adiposo che protegge le gobbe del cammello, quelle in cui viene accumulata l'acqua che consente il viaggio sulla sabbia bollente.

Come il cammello, che mangia un po' di tutto e che addirittura -nei casi estremi- può finanche nutrirsi di corda, stoffa....e la cui bocca può finanche tagliare le spine e gli altri oggetti duri, anche l'uomo deve imparare ad affrontare i periodi di aridità spirituale, le fatiche e le prove della vita.
Dio lo ha "predisposto" per questo!

E dopo esserci fatti...cammello, Gesù ci chiede un'altra cosa: passare per la cruna dell'ago.
Passare per la cruna di un ago come il cammello passa nel deserto -habitat apparentemente impossibile da affrontare, da "varcare": è possibile solo se impariamo a sfruttare tutti i mezzi che Dio ci dà per fare quello che siamo chiamati a fare.

La cruna dell'ago è come la porta stretta e mi richiama alla mente un altro brano del Vangelo, in cui Gesù dice che il Regno di Dio soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono (Mt 11,11-15).

Giovanni Paolo II, in una sua omelia ha affermato:
"A volte, per convertirsi l’uomo deve risvegliare in sé quel “violento”, di cui parla Cristo; “il violento” che agisce quasi contro se stesso - contro la cupidigia, contro la superbia di questa vita, contro il peccato - ha il coraggio di “conquistare” il regno di Dio; di riaverlo nel proprio animo, di conquistarlo di nuovo”.

Convertiamoci, risvegliamo in noi "il violento" che vince la ricchezza sbagliata del nostro io...e passa per la porta stretta!
Si avverererà quello che dice il Salmo di oggi: il Signore farà giustizia e gli ultimi saranno i primi!

Buona giornata!

domenica 19 agosto 2012

SAPIENZA, BONTA', VITA: ALLA MENSA DEL CORPO E SANGUE DI CRISTO


Cappella del Ss. Sacramento, Duomo di Frascati

Il Vangelo di oggi, XX Domenica del T.O., ci presenta ancora una volta un brano tratto dal cap. 6 del Vangelo di Giovanni. 

Il nucleo centrale lo si potrebbe riassumere in questi versetti:

"Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.
Darò la mia carne per la vita del mondo.
Colui che mangia me vivrà per me.
Io lo risusciterò nell'ultimo giorno.
Chi mangia questo pane vivrà in eterno"

(Gv 6, 51; 54; 56; 58)


A questi passaggi -tanto importanti per la nostra vita di fede, Gesù sta conducendo noi (come condusse i discepoli del Suo tempo), per gradi.
Poco per volta la Liturgia della Parola ci sta "immettendo" dentro questo grande mistero che è la Santa Eucaristia.
Lo fa non soltanto spezzettando in più puntate il capitolo 6 di Giovanni, ma anche avviandoci alla comprensione della Comunione per mezzo delle altre letture che precedono la proclamazione del Santo Vangelo.

Quest'oggi la connessione fra Antico e Nuovo Testamento è particolarmente intensa e ricca di spunti di meditazione, ne condivido qualcuno con voi, lasciando poi a ciascuno il piacere di riflettere su altri!

La prima lettura è tratta dal Libro dei Proverbi.
"La sapienza si è costruita la sua casa" (Prv 9 1)
La Sapienza è Dio stesso e la Sua casa, che nell'Antico Testamento fu l'Arca dell'Alleanza, per noi uomini del Nuovo Patto, implica qualcosa di molto più grande e bello, che può assumere vari significati:

  • il Figlio è casa del Padre e dello Spirito, perché Gesù è Dio che viene a "dimorare in mezzo a noi" e ci rivela il Volto Paterno, oltre che donarci lo Spirito Santo. Gesù come Seconda Persona della Santa Trinità, vive sempre in Comunione con le altre Persone. E' quello che ci dice il Prologo del Vangelo di Giovanni! ;
  • il Figlio è casa per noi e Lo afferma Gesù stesso nel Santo Vangelo "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui". Fare comunione è "fonderci" con Cristo, come l'esperienza mistica dei Santi ci insegna.
  • Il Figlio -ed è questa la cosa più sorprendente!- non solo si offre a noi come "dimora" in cui trovare ristoro, ma cerca in noi una casa in cui abitare. San Paolo esprime in via immediata questo concetto, quando scrive: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20). Non solo: ci ricorda anche che siamo "Tempio di Dio", Tempio dello Spirito Santo!
C'è una condizione affinché noi diventiamo "casa di Dio" e Dio sia veramente la nostra casa: che ci cibiamo di Lui.
Ce lo dice la Prima lettura, invitandoci a "mangiare il pane e il vino" che la Sapienza di Dio ha preparato per noi.
Questo è un cibo "buono", come sottolineato dal Salmo...di una bontà duplice. 

Buono perché "Dio è buono" (cfr Mc 10,18), è la Bontà per Essenza, per Natura, ma anche buono perché è dolce al palato spirituale, ricco di tutto il nutrimento di cui l'anima ha bisogno per vivere e per resistere anche ai "desideri contrari della carne" (cfr Gal 5,16).

La Sapienza ci rende "esperti" delle cose di Dio: nutrirci della Carne e del Sangue di Cristo ci dona infatti il "timore del Signore" (lo leggiamo nel Salmo), che è "principio della saggezza" (Sal 111,10); ci apre la strada alla conoscenza delle cose spirituali, e ci rende saggi nel senso indicato dalla seconda lettura.
Ci fa, cioè, vivere santamente, comportandoci con coerenza evangelica.

Abbiamo la fortuna di nutrirci di questo Pane e di questo Vino ogni Domenica, anche tutti i giorni -se lo vogliamo e possiamo prendere parte all'Eucarestia feriale-.
Non sprechiamo questo immenso DONO DI DIO, un dono d'Amore in cui Dio ci dona TUTTO, ci fa partecipi delle Sue Ricchezze....


CI DONA SE' STESSO!

E noi...che cosa Gli doniamo? Come Lo accogliamo? 

BUONA E SANTA DOMENICA A TUTTI VOI!

giovedì 16 agosto 2012

SECONDO ANNO DI PREPARAZIONE AL BICENTENARIO DELLA NASCITA DI DON BOSCO: la sua pedagogia



Oggi prende il via il secondo dei tre anni in preparazione al bicentenario della nascita di Don Bosco.
Sarà un tempo dedicato all'approfondimento della pedagogia del santo educatore, come indicato anche nella lettera di indizione del Rettor Maggiore, Pascual Chavez:

 «Oggi è necessario approfondire la pedagogia salesiana. 
C’è bisogno cioè di studiare e realizzare quell’ aggiornato sistema preventivo auspicato da Don Egidio Viganò …  di sviluppare le sue grandi virtualità, di modernizzarne i principi, i concetti, gli orientamenti, di interpretare oggi le sue idee di fondo: la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime; la fede viva, la ferma speranza, la carità pastorale; il buon cristiano e l’onesto cittadino; il trinomio “allegria, studio, e pietà”; le “tre S”: salute, scienza, santità; la pietà, moralità, cultura; l’evangelizzazione e la civilizzazione. 

Lo stesso si dica per i grandi orientamenti di metodo: farsi amare prima di - piuttosto che - farsi temere; ragione, religione, amorevolezza; padre, fratello, amico; familiarità soprattutto in ricreazione; guadagnare il cuore; l’educatore consacrato al bene dei suoi allievi; ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento».

Il programma pedagogico di don Bosco, come si evince da questo breve estratto, è veramente ricchissimo, non solo di obiettivi da realizzare, ma anche di spunti a partire dai quali parlare, conoscere, approfondire....attuare.

Anche quest'anno il blog vuole offrire il suo piccolo contributo "alla causa salesiana", nella speranza che Giovannino Bosco sia conosciuto, amato, imitato!
Per scoprire don Bosco "pedagogo" e "pedagogista" bisogna andare a cercare già negli anni dell'infanzia del santo torinese, perché la pedagogia salesiana nasce, in un certo senso, già nel suo ambiente familiare, alle prese con parenti ed amici.

Don Bosco, ancora "Giovannino" Bosco è già educatore in famiglia: lo è con suo fratello Antonio, il duro di casa; con mamma Margherita -che rimane però la sua prima maestra!-, con i suoi compagni di giochi e di scuola...

Ma cosa vuol dire "pedagogia" e che differenza passa fra un pedagogo ed un pedagogista?

 "PEDAGOGIA" : "teoria dell'educazione mirante a determinare i fini del processo educativo e i modi più atti a conseguirli" (Diz. etimologico DELI)

La parola PEDAGOGIA deriva dal greco "paidagogos ", "colui che conduce i fanciulli".

Da questo termine derivano sia PEDAGOGISTA che PEDAGOGO: il primo -semplificando i concetti-  è l'esperto della "tecnica", dell'arte teorica della pedagogia;
il secondo è colui che applica ai casi concreti i concetti studiati, elaborati, intuiti: in pratica, il vero e proprio educatore.

In sintesi, uno è il tecnico e l'altro...il meccanico, ma Don Bosco ha saputo coniugare in sé entrambi i ruoli: creando la pedagogia salesiana e mettendola in pratica prima ancora di sapere che fosse proprio...pedagogia!

Don Bosco, in un certo senso, è "nato" educatore, il Signore lo ha predisposto per questo ruolo.
Al santo poi, il compito di comprendere questa sua missione, di sviluppare in concetti teorici ed in applicazione pratica quello che in un certo modo già gli riusciva naturale: l'arte dell'educatore con l' "AMOREVOLEZZA SALESIANA".

Nel corso dei prossimi post dedicati a questo argomento, il blog si propone di presentare qualche aspetto del don Bosco pedagista e pedagogo, dagli anni dell'infanzia fino a quelli della maturità.

Buona giornata a tutti!

mercoledì 15 agosto 2012

SOLENNITA' DELL'ASSUNTA


O Maria immacolata assunta in cielo,
 tu che vivi beatissima nella visione di Dio:
di Dio Padre che fece di te alta creatura,
di Dio Figlio che volle da te essere generato uomo e averti sua madre,
di Dio Spirito Santo che in te compì la concezione umana del Salvatore.

O Maria assunta nella gloria di Cristo nella perfezione completa e trasfigurata
 della nostra natura umana.
O Maria porta del cielo, specchio della luce divina, santuario dell'alleanza tra 
Dio e gli uomini, lascia che le
nostre anime volino dietro a te, lascia che salgano dietro il tuo radioso cammino
 trasportate da una 
speranza che il mondo non ha, quella della beatitudine eterna.
Confortaci dal cielo o Madre pietosa e per le tue vie della purezza e della 
speranza guidaci un giorno
all'incontro beato con te e con il tuo divin Figlio, il nostro Salvatore Gesù. 

Amen



Immacolata Assunta in Cielo-Roma Musei Vaticani
Da " Maria- Novissimo Dizionario" di Stefano de Fiores:

La teologia e il magistero postconciliari accettano ed evidenziano Maria come "icona escatologica della Chiesa", titolo attribuito a Maria dal teologo francese Henry Bouyer e fatto proprio dal concilio Vaticano II (LG 68: EV 1/444).
L'esortazione apostolica Marialis cultus di Paolo VI recensisce egregiamente il significato mariano, cristologico ed ecclesiale dell'assunzione:

"La solennità del 15 agosto celebra la gloriosa assunzione di Maria al cielo: è, questa, la festa del suo destino di pienezza e di beatitudine, della glorificazione della sua anima immacolata e del suo corpo verginale, della sua perfetta configurazione a Cristo risorto; una festa che propone alla Chiesa e all''umanità l'immagine e il consolante documento dell'avversarsi della speranza finale: ché tale piena glorificazione è il destino di quanti Cristo ha fatto fratelli, avendo con loro in comune il sangue e la carne".


L'Assunta diviene in mal modo paradigma dell'essere umano, in quanto anticipa la sorte dei cristiani e rappresenta la forma concreta della speranza cristiana.
Inoltre, il dogma attira l'attenzione sulla corporeità, come dono originario, piena espressione d'umanità relazionale e catalizzatore di salvezza, superando ogni dualismo ellenistico o manicheo che tende a svalorizzare il corpo.
Icona perfetta dell'umanità riconciliata, l'Assunta funge da cartina di tornasole in cui l'uomo si autocomprende sia nella sua relazionalità, sia nel suo destino finale.

Lo sguardo rivolto all'Assunta rappresenta, quindi, una terapia alla disperazione umana del mondo tecnologico.
Maria glorificata dipinge a vivi colori il futuro che attende i credenti: la perfetta e integrale redenzione umana e la comunione eterna con Dio nel Suo ineffabile mistero trinitario.

martedì 14 agosto 2012

MEMORIA LITURGICA DI SAN MASSIMILIANO MARIA KOLBE



PREGHIERA A SAN MASSIMILIANO KOLBE

O Dio, premio e gloria dei martiri, 


che ci hai nutriti del corpo e sangue del tuo Figlio, 

suscita anche in noi da questo sacro convito 

il fuoco della carità, 

che infiammò san Massimiliano Maria 

e lo spinse a donare la vita per i fratelli. 


AMEN


Maria Immacolata, particolare . Chiesa di S. Silvestro Papa e Santa Dorotea,Roma


Oggi ricorre la memoria liturgica di San Massimiliano Maria Kolbe, francescano che offrì la propria vita per salvare quella di un padre di famiglia, condannato a morte in un campo di concentramento nazista.
Oltre che per tale gesto di vero eroismo che gli è valso il titolo di martire, è bene ricordarlo anche per la sua profondissima devozione all'Immacolata, che fu veramente il "motore" della sua spiritualità.
Fondò la "M.I.", ossia la Milizia dell'Immacolata, organizzazione di fedeli (laici e non) che consacrandosi totalmente a Maria Immacolata ne propagassero la devozione per ottenere la conversione dei peccatori e un profondo cambiamento nella società.

La Milizia si serviva di "armi" quali, appunto, la consacrazione a Maria Immacolata per agire mossi sempre da lei, la cui volontà è perfettamente conforme a quella Divina; la Medaglia Miracolosa come "munizione" da spargere specialmente fra i peccatori; la preghiera; la buona stampa cattolica.
Non per nulla, Padre Kolbe seguì  l'ispirazione -rimettendosi però all'obbedienza ai suoi superiori- di fondare una rivista dedicata proprio a questo nobile fine, il suo giornale esiste ancora oggi ed ha il nome di "Cavaliere dell'Immacolata".

Padre Kolbe aveva compreso il problema del suo tempo -che si è poi acuito e lo possiamo ben vedere anche oggi- : i mezzi di comunicazione sono nelle mani degli oppositori della fede cattolica (e specialmente dei massoni). 
C'è dunque bisogno di "inondare la terra con un diluvio di stampa cristiana e mariana, in ogni lingua e in ogni luogo".
Diceva anche: "noi sacerdoti predichiamo soltanto 20 minuti alla settimana, mentre i nemici della Chiesa hanno tutto il resto del tempo a loro disposizione utilizzando la radio e i quotidiani".

Non era di certo un'intuizione "nuovissima" nella storia della Chiesa, basti andare col pensiero a San Francesco di Sales e ai suoi "fogli volanti" con cui portava letteralmente nelle case -specialmente dei protestanti- i suoi "sermoni", a don Bosco ed alle sue pubblicazioni cattoliche anche nel settore della cultura.
Lo scopo era il medesimo: convertire, specialmente i protestanti, specialmente i massoni...ottenere che questi non esercitassero "influsso negativo" sui cattolici deboli e poco formati.
Tuttavia l'idea di un periodico, di un vero "giornale" in senso moderno, aperto anche alla rilettura cattolica di molti problemi del suo tempo, era veramente un'intuizione geniale ed anticipatrice dei tempi, qualcosa che potremmo oggi leggere quasi come profetica, anche alla luce del bellissimo documento del Concilio Vaticano II, l'Inter Mirifica.

Padre Kolbe non diede solo vita ad un periodico, ma creò -passo dopo passo- una vera "redazione", con strumenti tecnici moderni ed una sede dedicata proprio alla realizzazione del giornale.
Diede alle stampe altre riviste, un quotidiano e molti opuscoli.
Molto lavoro, molta fatica, anche tante umiliazioni...ma risultati sorprendenti, fra aiuti della Divina Provvidenza ed un'ottima rispondenza da parte dei lettori!
Tutto a gloria di Maria e quindi di Dio!
E -cosa non di poco conto- tutto senza che il francescano abbia mai trascurato i suoi doveri di ministro di Dio: fu infaticabile nel confessionale, nella direzione spirituale, nell'apostolato fra quanti incontrava.
Molte conversioni le ottenne nei sanatori in cui fu ricoverato per tentare di curare la tubercolosi che lo affliggeva e bellissime sono le testimonianze di chi lo conobbe in quelle occasioni, specialmente sul suo modo di celebrare la Santa Messa.

Quanti sono giunti a leggere questa pagina sono in possesso di un computer, chiediamo allora a San Massimiliano Kolbe che aiuti ciascuno di noi a farne uso anche come strumento di apostolato, per diffondere la devozione a Maria Santissima, la quale ci condurrà al Cuore di Gesù!

Buona giornata e auguri a quanti festeggiano quest'oggi l'onomastico!

sabato 11 agosto 2012

IL PANE DEL CIELO .... CI SCUOTE?



Liturgicamente parlando, a quest'ora siamo già nella XIX Domenica del T.O., ma rimanendo in termini "cronologici umani", se fossimo avessimo partecipato sia alla Messa mattutina di quest'oggi (sabato della XVIII settimana), sia a quella di stasera, avremmo ascoltato due brani evangelici interessanti da rileggere "assieme", per cercare di trarne poi una conclusione unica.

La  Parola proclamata stamattina è tratta dal Vangelo di Matteo   (Mt 17,14-20) e ci presenta la scena di un padre che si reca da Gesù per chiedere la guarigione del figlio epilettico.
L'uomo aveva già condotto il ragazzo dai discepoli...e non aveva ottenuto la grazia sperata.
Si rivolge allora direttamente al Signore.

La reazione di Gesù nei confronti dei Suoi è "apparentemente" dura: "O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi"?
Solo dopo queste frasi così pungenti chiede che il malato venga portato da Lui. 
E lo guarisce.

I discepoli, "in disparte" (precisa l'evangelista) Lo interrogano sul perché del loro "fallimento".
 Sconcertante è anche stavolta la risposta di Gesù: la loro poca fede è stata la causa della mancata guarigione...

Poca fede: parole pesantissime per i discepoli, se pensiamo che si trattava di uomini che avevano lasciato parenti, amici, lavoro e prospettive future "sicure" (anche se povere) per seguire Gesù, per stare sempre con Lui, per imparare da Lui, accettando la derisione, l'emarginazione sociale...

Poca fede...
Il cuore dei discepoli si sarà sentito...morire: il Maestro dice loro che hanno avuto poca fede!

La prima cosa su cui si può riflettere è allora questa: seguire Gesù non è automaticamente sinonimo di "avere molta fede".
La fede è sperare anche contro l'impossibile.
La fede è un dono ricevuto che va coltivato, aumentando l'amore e la fiducia nell'Altro.
La fede si sviluppa intensificando la relazione affettiva e "imitativa" con/di Gesù, filiale col Padre, "collaborativa"con lo Spirito Santo.
Se invece trasformiamo la nostra sequela in "abitudine", in "rassegnazione", in "poca operosità"...allora la fede non cresce...e rimane "scarsa".

L'apparente durezza di Gesù nel rimproverare apertamente i Suoi, anziché nel fare semplicemente il miracolo richiesto, è allora un gesto di "amore". 
Di grande amore!

E' come quello "scuotere" un albero che fatica a far cadere i propri frutti, affinché questi arrivino in terra e possano essere raccolti e mangiati.
Gesù vuole dare UNO SCOSSONE all'abitudinarietà dei discepoli.
Gesù vuole spingerli -attraverso la loro "brutta figura"- a chiedersi e chiederGli cosa non vada, cosa non abbia "funzionato".

I discepoli restano scottati, mortificati (umanamente parlando) dalla dura reazione del Maestro. Tanto da non avere il coraggio di fare domande in pubblico, ma solo "in disparte".

Se il Signore si fosse "limitato" ad operare il miracolo, tutto, invece, sarebbe passato "sotto silenzio", i discepoli non avrebbero notato nulla, sarebbero rimasti adagiati nella loro "ordinarietà".
Gesù li obbliga, invece, a guardare in faccia la realtà: non basta che ricevano la "fede", devono anche coltivarla, chiedere che venga aumentata!
Hanno una "responsabilità" nei confronti dei loro fratelli!

La XIX Domenica del T.O., nel Vangelo (Gv 6,41-51), ci dona la risposta alla domanda implicita dei discepoli: dove possiamo attingere la "potenza" per fare miracoli, per "aumentare" la nostra fede?

Nel "Pane Vivo disceso dal Cielo"!
Solo Dio è il "Potente" per essenza, per natura...è l'Onnipotente!
Gesù ci dona il Suo Tutto proprio nella Santa Comunione.

"Mangiamo" la Sua Dolcezza, la Sua Mitezza, la Sua Forza, il Suo Coraggio, la Sua Incrollabile Fiducia Filiale nel Padre.
Nutrirsi della Comunione implica che dobbiamo ricevere anche noi uno "scossone": uscire dalla quotidiana abitudine alla vita nel mondo, per credere in qualcosa che va oltre il mondo e che ci rende capaci di "salare" le realtà terrene, di esaltarle, di trasformarle.

Fare miracoli è anche questo: ricordare che le ragioni della nostra speranza sono riposte in un Uomo che è Dio, Incarnato, morto e Risorto per noi.
Un Dio che ha cambiato quanti si sono lasciati incontrare, un Dio che ha guarito nel Corpo e nello Spirito...

Fare miracoli è portare la Buona Novella ai fratelli scoraggiati, dare una Parola di Vita agli  scontenti, far ritrovare il senso corretto dell'uso delle cose e la giusta dimensione entro cui instaurare i rapporti con le persone...

Siamo tutti chiamati ad avere "grande fede" (Mt 15,28)...siamo tutti chiamati a fare "miracoli"!

Buona Domenica a tutti!

mercoledì 8 agosto 2012

"VOI DUNQUE....PREGATE COSI"... -meditazioni sul Padre Nostro-, prima parte



Padre nostro che sei nei cieli,


sia santificato il tuo nome;

venga il tuo regno;

sia fatta la tua volontà,

come in cielo così in terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano,

e rimetti a noi i nostri debiti

come noi li rimettiamo ai nostri debitori,

e non ci indurre in tentazione,

ma liberaci dal male.


(Mt 6, 9-13)




La preghiera del Padre Nostro, nel Vangelo di Matteo, viene inserita all'interno del capitolo 6, successiva rispetto alle Beatitudini ed anche all'affermazione (di certo "portentosa" per gli uditori di quel tempo!) di Gesù come "compimento dell'Antica Legge".

L'importanza di questa preghiera è tale che la Liturgia ce la propone tre volte al giorno: nell'Ufficio Divino -recita delle lodi e dei Vespri- e poi nella Santa Messa.
Sono parole uscite dalla Parola, dal Verbo Incarnato, dal Figlio di Dio: rivestono un "ruolo" unico fra tutte le altre preghiere vocali che noi possiamo indirizzare al Padre.

PADRE NOSTRO:
è vero che Gesù si rivolge alla folla e ai Suoi dicendo"Voi dunque pregate così" (Mt 6,9), ma nel dire "Padre Nostro" non esclude Sé Stesso da quella preghiera.
La Sua è la voce di un Figlio che si "inserisce" nel novero dei figli. 
Nostro vuol dire anche mio, anche tuo...di noi tutti....anche di Gesù! Prima di tutto di Gesù, che è l'Unigenito Figlio di Dio..."generato prima di ogni creatura"! (Col 1,15)
Gesù prega come Uomo, come Figlio.
Come Dio, non avrebbe alcun bisogno di recitare delle preghiere!

Si può allora spingere un po' oltre lo sguardo: in un altro passo del Vangelo, Gesù si definirà "Tempio", allorché dirà in Gv 2,19 :"Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere".
In verità San Paolo ci rammenta che tutti noi siamo "Tempio di Dio", quando viviamo in stato di grazia ospitiamo in noi la Trinità.
Allora, a maggior ragione...quale miglior Tempio è, era, sarà Gesù, che come Uomo Perfettissimo, Santissimo, "ospitava" in Comunione il Padre e lo Spirito, e come Dio era il Figlio?

In Gesù, Tempio di Dio destinato alla Risurrezione, c'era già "tutto": Dio contiene ogni cosa, il presente, il passato, il futuro, il tempo e l'eternità.
In Dio tutti siamo costantemente presenti e amati, mantenuti in vita.

Dicendo "Padre Nostro" Gesù aveva "in mente" e nel "cuore" ciascuno di noi, ogni essere umano di ogni tempo.

Quando pregò il Padre Nostro, Cristo lo pregò anche "a nostro nome", in nostra "rappresentanza"....anticipò, per così dire, la nostra preghiera.

Ogni qualvolta che ci rivolgiamo al Padre con le stesse parole usate da Gesù, possiamo realmente immaginare di essere "collegati" al momento della Sua preghiera "storica", superando le barriere del tempo.
Sulla montagna Gesù ha pregato "con me, al posto mio, contenendomi già in Sé".
Ha colmato la mia "insufficienza" nel dire "Padre" offrendo alla Prima Persona della Trinità la Sua Perfettissima espressione di amore nell'invocare la Paternità Divina.
Ha avuto la delicatezza di "affiancarmi a Lui" nel dire "nostro", ma anche di ricordarmi l'umiltà di mettere me stessa al fianco di tutti gli altri fratelli, proprio perché Dio è Padre di tutti!

Proviamo a fare...un salto nel tempo, quando recitiamo il Padre Nostro.
Proviamo a sentirci presenti accanto a Gesù, o a sentire Lui vicino a noi.
Proviamo ad immaginare che in Lui abbiamo già "pregato", che Lui ha dato voce alle nostre parole, per offrirle perfettamente al Padre, prima di lasciarcele in consegna.

Di più: Gesù torna a pregare con noi ogni volta che ci rivolgiamo a Dio con le Sue Parole, per colmare la nostra piccolezza, la nostra bassezza, per renderci più "belli" agli occhi del Padre Suo e Padre Nostro.

Rendiamoci conto di questa grande ricchezza del Pater Noster: preghiamo il Padre insieme al Figlio...nostro "Fratello" Gesù!