giovedì 17 gennaio 2013

FEDE E LUCE: profeti, testimoni, credenti credibili...-seconda parte-




Qui trovate la prima parte della riflessione.




Paolo VI, che nel 1967 indisse il primo anno della Fede, soleva dire "abbiamo bisogno di testimoni, non di maestri", perché "l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che non i maestri o, se ascolta i maestri, lo fa perché sono testimoni".

Nelle riflessioni che ho condiviso con voi nella prima parte di questo post, avevo messo in luce il rapporto tra Fede e Battesimo, rapportando il tutto al Vangelo del 31 dicembre, incentrato sulla figura di Giovanni Battista.

Giovanni fu indubbiamente profeta, maestro, ma che esempio lascia a noi?
Quello di un uomo che visse ciò che profetizzò: la sua fu una vita austera, di penitenza, di preghiera.
Una vita coerente con quanto annunciava, invitando gli uomini ad un "battesimo di penitenza" (At 13,24)-

Anche Gesù fu Maestro e Profeta, ma per quale motivo, dopo duemila anni, viene ancora ascoltato e imitato, finanche alla "lettera" da quanti decidono di abbracciare, come Lui, una vita povera, casta e obbediente?
Perché in Lui si trova una perfetta coesione tra annuncio e vita reale: Gesù è Parola Incarnata, "Parola viva, efficace" (cfr Eb 4,12).

Parola VIVENTE, VISSUTA se volessimo sintetizzare.

Viva, efficace, vivente, vissuta: Dio Si è fatto Uomo per "incarnare" concretamente nella Sua esistenza terrena quello che era stato "scritto" nell'Antico Testamento, portarlo a compimento nel Nuovo e donare tutto questo alle generazioni contemporanee e future come esempio, modello, testimonianza.

Questo mette allora in evidenza un grande aspetto del connubio tra insegnamento e testimonianza: nessun profeta può essere ascoltato se non mette in pratica quanto annuncia.

Il Battesimo, nel renderci Figli di Dio, ci fa "partecipi della funzione sacerdotale, regale e profetica di Cristo" (CCC  897), ci investe dunque di una vera "missione" che va attuata nel mondo, nelle situazioni di vita concrete e quotidiane.

Dobbiamo allora essere consapevoli di questo ruolo importante che abbiamo: annunciare Cristo non deve ridursi ad un mero atto verbale, ma tradursi in un'esistenza coerente con quello che è "Cristo".
Testimoniare implica sottolineare, agli occhi del mondo, che è possibile vivere come Egli ha vissuto, amando, "beneficando e risanando" (At 10,38).

E' indubbio che fare riferimento a Giovanni il Battista e a Gesù Stesso, comporta un guardare a dei modelli "elevati", trattandosi del più grande tra i nati di donna (cfr Mt 11,11) e del Verbo Incarnato.

Ma questo non deve spaventare, se pensiamo che tutta la storia della cristianità si snoda in un rapporto fra figure di grandi profeti (ma anche testimoni della stessa profezia) e semplici, buoni, ordinari credenti.

Gettando uno sguardo, ad esempio, sulla mistica occidentale, ci si ritrova davanti figure di portata titanica, come Santa Teresa d'Avila, Santa Margherita Alacoque, Padre Pio.

Che cosa hanno lasciato, queste figure, agli uomini del loro tempo e a quelli di oggi?
Indubbiamente non soltanto la memoria di una vita spirituale straordinaria, intessuta di grazie mistiche e di carismi fuori dal comune, non semplicemente profezie e rivelazioni, ma anche e soprattutto degli insegnamenti, che in prima persona hanno attuato, consegnandoceli come modelli imitabili.

Benedetto XVI, così scriveva nel suo "Introduzione al Cristianesimo", testo pubblicato per la prima volta nel 1968:

"La fenomenologia della religione constata come anche nella religione, al pari di quanto succede in tutti gli altri ambiti dello spirito umano, esista, almeno stando alle apparenze, una gradazione di talenti.

Si incontrano individui religiosamente dotati e altri non dotati: anche qui sono pochissimi coloro ai quali risulta possibile un'esperienza religiosa diretta, e quindi qualcosa come una creatività religiosa grazie a una viva penetrazione del mondo religioso.

Il mediatore o il fondatore, il profeta o comunque la storia delle religioni voglia chiamare quelle persone che sono capaci di entrare in diretto contatto con il divino, restano pur sempre anche qui l'eccezione.

Ci si sente spinti a obiettare: le cose non dovrebbero andare in modo che ogni persona abbia diretto accesso a Dio, se la 'religione' deve essere una realtà che riguarda tutti e ciascuno, e se ognuno è egualmente interpellato da Dio?

Questo interrogativo gira a vuoto; il dialogo di Dio con l'uomo si svolge unicamente tramite il dialogo degli uomini fra loro.
Il diverso livello di doti religiose, che divide gli uomini in 'profeti' e 'uditori', li costringe a unirsi e a essere gli uni per gli altri.

C'è religione, in fondo, non nel ritiro solitario del mistico, ma solo nella comunità di chi annuncia e chi ascolta.

Il vero dialogo non s'instaura, però, automaticamente, non appena gli uomini discorrono su qualcosa.

Il colloquio degli uomini perviene, invece, alla sua vera natura soltanto allorché essi non cercano di esporre qualcosa, ma tentano di dire se stessi, quando il dialogo diventa comunicazione".



"Il mondo ha "bisogno di testimoni, non di maestri": tornando alle parole di Paolo VI, oggi sembra di scorgere, quasi sommessamente, l'avversarsi in forma nuova di questa verità.
Forse in giro ci sono più profeti e mistici di quanto possa apparire a prima vista, silenziose e feconde manciate di sale che Cristo Sacerdote, Re e Profeta sparge sulla terra anche nel XXI secolo, non tanto per rivelare qualcosa di ancora inascoltato, ma per dare un segno concreto di speranza: la mistica non è un isolamento, la profezia non è un privilegio.
Questi doni ci ricordano che la vera Rivelazione si è già compiuta in Cristo e ogni dono ricevuto va considerato come un talento da trafficare con e per gli altri, testimoniando concretamente che è possibile vivere la buona novella del Vangelo nella semplicità del quotidiano, negli incontri con amici e parenti, nella realtà della comunità parrocchiale, nei luoghi di lavoro.

Tutti siamo profeti, in diversa misura: tutti dobbiamo allora anche essere testimoni!

lunedì 14 gennaio 2013

I "TEMPI" DI UNA CHIAMATA....


La Liturgia della Parola di oggi (in cui comincia il Tempo Ordinario), ci presenta una scena di chiamata, quella di Simone e Andrea e poi di Giacomo e Giovanni.

Duccio di Buoninsegna, Chiamata di Pietro e Andrea
Tutti e quattro sono intenti nel loro lavoro di pescatori, tutti e quattro hanno qualcosa che "occupa" il loro cuore, la loro mente, le loro mani: reti, barche, parenti...

Andrea ha già avuto modo di vedere Gesù: incontratoLo quando ancora era discepolo del Battista, lasciò quest'ultimo per seguire il Messia, chiedendoGli "Maestro, dove dimori"? e passare con Lui l'intero pomeriggio.
Un pomeriggio in cui, certamente, crebbe il fascino che proprio il Rabbì aveva esercitato sul pescatore...

Qui si potrebbe fare una prima considerazione: la chiamata alla sequela radicale di Cristo a volte non è immediata, lampante, subito comprensibile.
Può accadere che, per un' imperscrutabile disposizione divina, Dio si faccia inizialmente conoscere -studiare si potrebbe dire- in maniera particolarmente intensa, ma senza che questo faccia presumere a chi "sta" con Gesù, che di lì a poco ci sarà una chiamata in piena regola.

E' Andrea che inizialmente percepisce il fascino di Gesù e vuole sapere dove abiti, per passare del tempo con Lui, conoscerLo meglio, comprenderLo, farsi Suo amico e apprendere qualcosa da Lui. (Gv 1,35-40)
E' quello che a volte accade a tanti chiamati: imparano a stare con Gesù....e non si rendono conto immediatamente che proprio quell'essere con Lui, quella comunanza di vita è un preludio ad una chiamata ben diversa, ad uno stare "per sempre" ed in modo esclusivo con Lui.

Si potrebbe dire la stessa cosa di Pietro: è proprio suo fratello Andrea che lo conduce dal Cristo, ma anche stavolta la chiamata alla sequela radicale non è immediata.
Eppure ci sono esempi di tipo diverso, come quello del giovane ricco (Lc 18,18), che di Gesù aveva fatto solo esperienza indiretta, senza starGli fianco a fianco, ma che tuttavia riceve una chiamata repentina, immediata, alla quale, almeno fin dove giunge il racconto evangelico, dà una risposta negativa.

C'è poi un altro elemento che emerge dal Vangelo di oggi: non tutte le chiamate sono uguali anche in relazione a ciò che occorre "lasciare".
Di Andrea e Simone si dice che lasciarono le reti e seguirono Gesù.
Di Giacomo e Giovanni si precisa invece che lasciarono reti, garzoni ed anche il padre.

Ora, qui possiamo cogliere uno spunto di meditazione pur sapendo che Pietro aveva moglie , ma leggendo l'episodio in chiave simbolica. (fra l'altro, è ipotizzabile pensare che San Pietro fosse già vedovo o che portò con sé la consorte, come ricorda anche Padre Angelo Bellon, sul sito amicidomenicani)

Alcuni sono chiamati a lasciare "soltanto" le reti, cioè il personale progetto di vita che non corrisponda a quello che Dio ha in mente.
Potremmo dire che questa vocazione la si potrebbe identificare con quella alla consacrazione nel mondo -con voti privati o anche in un istituto secolare- o magari ad una chiamata meno "radicale", come può essere quella all'ingresso in un terz'ordine, o ad un qualsiasi ministero nella Chiesa.
Tutte situazioni che non impediscono di lavorare, di avere una casa propria, delle amicizie nel mondo, ma che indubbiamente "stravolgono" un progetto di vita magari pensato fino a quel momento.

Per altri la sequela è invece più radicale, le comporta un lasciare veramente tutto, progetto di vita (le reti), ricchezze in senso letterale (i garzoni presenti sulla barca di Giacomo e Giovanni, sottolineano il buon tenore di vita dei due), parenti.
Può essere la chiamata più "classica", quella in un ordine religioso, magari anche di clausura, in cui è più radicale il taglio netto con il mondo esterno, con limitazioni particolarmente intense anche sul piano dei contatti con i parenti.

L'esempio che oggi ci danno i quattro "chiamati" del Vangelo è stupendo: "Lasciarono...e lo seguirono"

Gesù vale più di ogni altra cosa.
Gesù è Tutto.
Gesù promette il CENTUPLO a chi abbandona ogni cosa, e finanche le persone più care, per seguirLo.

Gesù ricompensa sempre chi si affida completamente a Lui, per fare la Sua Volontà.
Convertirsi e credere nel Vangelo è anche questo: avere fiducia cieca in Colui che è Parola Incarnata e che ci assicura che veramente avremo ogni cosa (basti pensare alle beatitudini!) se sapremo lasciare le reti dei nostri progetti a volte errati, per seguire Lui che è VIA, VERITA' E VITA (Gv 14,6).

Buon Tempo Ordinario a tutti voi!

martedì 8 gennaio 2013

I PANI E I PESCI COME I TALENTI CHE RICEVIAMO: dare,dividere,distribuire



Mi stupisce sempre rileggere e rimeditare il brano evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mc 6,34-44), che la Liturgia della Parola ci ripropone oggi, nel tempo di Natale dopo l'Epifania.

Mi coglie lo stupore perché in questo "miracolo" di divisione e condivisione posso rintracciare nuovi spunti per capire come essere io stessa, come essere "noi" stessi altrettanti miracoli di spartizione e comunione; 

mi coglie lo stupore perché vedo ogni volta un po' di più la fiducia che nientemeno Dio ripone in me, in noi, povere e semplici Sue creature, che tutto devono a Lui;

mi coglie lo stupore perché Dio non si accontenta di lasciarci agire e di agire insieme a noi, ma addirittura sa ottenere un "avanzo", un eccesso nel Suo Bilancio di Amore...

L' elemento del Vangelo di oggi che può meravigliare per la sua ricchezza è la parola "compassione":  concetto che rimanda -anche proprio in termini linguistici- alla "passione" e si può collegare a tre verbi che ritroviamo al versetto 42, "dare/distribuire/dividere".

Passione significa "intima commozione dell'animo, che può essere anche non dolorosa", "trasporto verso qualcosa"
la compassione è allora un sentimento strettamente legato alla passione. In effetti, la parola compassione si compone del prefisso "com" (con, insieme) e "passione".
Dio prova Passione per l'uomo, Dio si commuove di Amore per la Sua Creatura, Dio è tutto proteso verso l'essere umano...e compatisce con lui, cioè partecipa ad ogni sua gioia e dolore.

Siamo noi, allora, ad avere spesso in mente un concetto errato sia del termine "passione" che di "compassione".

Il vero amore appassionato non è quello sensuale, ma un amore che mi porta ad essere tutto proteso verso l'altro nei suoi svariati bisogni, magari addirittura prevenendoli e mettendo da parte i miei!

La vera compassione non è solo la "pietà" per chi soffre o la condivisione del dolore, perché se  la passione è l'essere tutto speso per l'altro, allora questo vuol dire che io "compatisco", cioè sono proteso CON (e non solo verso) l'altro, sia nelle sue gioie che nei suoi dolori, come rammenta San Paolo:
 "Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto". (Rm 12,15)

Ecco che allora, i tre verbi di "dare/distribuire/dividere", presenti nel Vangelo di oggi, si possono meglio valutare in una dimensione simbolica.

I cinque pani e i due pesci provengono da un ragazzo, da uno della folla (come ci dice la narrazione di Gv 6,9), sono quindi qualcosa che l'uomo mette a disposizione.
Sono però, in realtà, anche un dono che noi stessi abbiamo ricevuto da Dio, "Creatore e Signore del Cielo e della terra", tanto che si può trovare un parallelo con la parabola dei talenti (Mt 25,14-30) in cui ricorrono esattamente gli stessi numeri, con riferimento alle monete fatte fruttare: cinque e due.

Il simbolismo del condividere quanto abbiamo ricevuto da Dio è contenuto in quel "prese i cinque pani e i due pesci e li dava".
E' bellissima la scena di un Dio che vuole agire, lavorare insieme all'uomo: il Signore mette a nostra disposizione la materia prima, noi gliela riconsegniamo, certi che solo la Sua benedizione sul nostro lavoro (spirituale e materiale) potrà renderci capaci di ottenere buoni frutti.
Basti pensare alla scena di Gn 22,17: Dio benedirà Abramo e la sua discendenza sarà numerosa....
 ecco il valore dell'essere benedetti da Dio!

Dio ci dona tutto dandosi a noi nel Verbo Incarnato, che patisce e compatisce per e con noi e i frutti della Redenzione sono, in un certo senso, nelle nostre mani.
Se sapremo trafficarli, come talenti preziosi, Dio ci benedirà per il nostro impegno, e li farà fruttificare in noi e a beneficio degli altri.
Noi vedremo crescere, tra le nostre stesse mani, i doni spirituali che abbiamo ricevuto, o quelli materiali...
Pensiamo solo al concetto di "provvidenza": quante volte si sente dire, un po' alla buona, in termini quasi popolari, che chi "fa provvidenza" agli altri, non rimane mai privo di provvidenza per sé stesso?

Dio Si dona, Dio vuole che io mi doni, ma non solo che divida quanto ho, ma che lo "distribuisca".
Dividere, in un certo senso, è quasi un'azione propriamente divina, come richiama la sua etimologia: DIS- "separazione" e "Videre", vedere, in senso di "cercare, trovare".
Dio, con l'Incarnazione, apparentemente si separa dal Cielo, per venire a cercarci sulla terra ed in questo si "divide" fra tutti noi uomini!
Dio, nella Sua Morte in Croce, accetta la divisione dell'anima dal corpo, per donarci la Salvezza....

L'etimologia del verbo distribuire è in parte più ricca e rimanda a quel nostro agire di creature che possono solo donare quanto ricevono da Dio: contiene il suffisso "dis" che vuol dire "divisione" (e quindi rimanda alla donazione di Cristo!)  e "tribuere" che significa "dare".

Dio mi chiede di dividere e poi donare anche il poco che ho! 
Dio non mi chiede altro che di imitare Lui....
Dio non pretende da me l'impossibile, ma mi invita ad attingere al Suo Sacrificio sulla Croce, in cui Si è dato a tutti, per rendere me capace di farmi "tutto a tutti" (1Cor 9,22)

Questo è spendersi con amore, con l'Amore di Cristo che ci comanda: "AMATEVI GLI UNI GLI ALTRI.... COME IO HO AMATO VOI"...(Gv 15,17)

Questo è spendersi con l'Amore di Cristo Sommo Sacerdote che ...

"Prese il pane 
e pronunziata la benedizione, 
lo spezzò 
e lo diede ai discepoli"

(Mt 26,26)

domenica 6 gennaio 2013

EPIFANIA DEL SIGNORE: facciamo della nostra vita una "vetrofania" dell'Epifania di Cristo!


Re Magi- Basilica Sant'Apollinare Nuovo, Ravenna


Epifania, letteralmente, dal greco, "manifestazione, apparizione".
Viene nel mondo la Luce Vera e questa Luce ci chiama ad essere LUCE DEL MONDO.

Che da ogni nostro gesto, parola, delicatezza, traspaia, appaia l'amore che è riflesso dell'Amore di un Dio che ha preso fattezze umane per dimostrare concretamente come amarci, come spingerci l'un l'altro verso la santità, come essere "un solo corpo mistico" di cui il Verbo Incarnato è il Capo.

Che tutta la nostra vita possa essere una continua epifania: come i Magi portiamoci -anima e corpo- davanti a quel Signore che viene ad illuminare le nostre esistenze terrene, per trarre da Lui Vita, Speranza, Carità, aumento di Fede.
Trasformiamo noi stessi in una "vetrofania", facendo di ogni giorno nostro giorno una finestra  attraverso la quale mostrare agli altri che il nostro Dio è un Dio VERO, VIVO, PIENO DI PREMURE, un Dio che però richiede anche le nostre tenerezze, delicatezze, verso di Lui che è nostro Creatore e verso le Sue creature in cui possiamo scorgerLo, perché tutti noi siamo a Sua immagine e somiglianza.

Che la festa di oggi ci aiuti a riscoprire allora questo doppio valore dell'essere Figli di un Dio che si è fatto come noi per farci come Lui: siamo chiamati a mostrarLo concretamente al mondo nel nostro stile di preghiera e di vita spesa per e con amore; siamo chiamati a riconoscerLo presente, manifestato anche nei nostri fratelli e dunque ad amare in loro quel Dio che si fa presente nell'uomo, in ogni uomo.

"Ogni volta che avete fatto queste cose
 a uno solo
di questi miei fratelli più piccoli,
 l'avete fatto a me". 
(Mt 25,40)

Buona Epifania a voi tutti!

sabato 5 gennaio 2013

TROVARE, LASCIARSI TROVARE, TROVAR"SI"...riflessioni a margine del Vangelo di oggi



Gesù con Filippo e Natanaele


La pagina evangelica di oggi (Gv 1,43-51) offre una traccia di meditazione molto ricca, sui concetti di "trovare", "lasciarsi trovare", "trovarsi".

L'evangelista dice che "Gesù trovò Filippo": è un richiamo a quel "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi", che riecheggia sempre nel Vangelo Giovanneo (Gv 15,16).

La "chiamata" (quella per eccellenza alla sequela radicale di Cristo o in ogni caso quella più ordinaria alla vita cristiana) è un dono e come tale va accolto: è Lui per primo che ci viene incontro, che Si fa presente, reale, Carne Viva nella nostra vita, per attirarci a Sé.
E' il Padre che ci conosce e ci ama da sempre: noi proveniamo da Dio e verso Dio siamo quindi riattirati. 
Questo richiamo d'Amore si realizza attraverso il Figlio, per opera dello Spirito Santo che agisce in noi e ci fa sentire quel legame paterno-filiale, anche quando vorremmo metterlo a tacere.

E' un mistero grande: l'Onnipotente Si fa una necessità di amore, desidera ardentemente che la Sua creatura ritorni alla sua "origine e fonte".

Gesù, che sta "alla porta" e bussa (cfr. Ap 3,20) è quasi il simbolo in cui condensare questa ricerca della Sua creatura: Gesù vuole trovarci, ci viene incontro, escogita tante volte mille piccoli espedienti -all'apparenza anche banali- per farci percepire la Sua presenza di attesa e di Amore paziente...


Eppure, nel brano della Parola di oggi, poco più avanti si legge anche che Filippo "trovò Natanaele e gli disse: Abbiamo trovato [...] Gesù".

Sembra una contraddizione: se è Dio che ci "trova", come può dire l'uomo di aver trovato Lui e addirittura di trovare altri fratelli?

In realtà, il paradosso è solo apparente: lo Spirito in noi grida "Abbà, Padre" (Gal 4,6), ci spinge a cercare la Verità, anche quando ancora ne abbiamo un'idea confusa, o addirittura sbagliata.
L'uomo è animato dal desiderio di vita e di felicità: questo è già un cercare Dio, anche quando non se ne ha consapevolezza.

Sant'Agostino riassume egregiamente questo desiderio oscuro della Verità, quando parlando di Dio afferma nelle sue "Confessioni": "Ti cercavo fuori di me e non ti trovavo, perché Tu sei il Dio del mio cuore".
Allorché l'uomo arriva alla pienezza della Verità, che è Cristo, magari dopo molte peripezie, forse dopo aver fatto esperienza di false verità, può dire: anche io Ti ho trovato!

Un carissimo amico sacerdote -don Mario-, nell'omelia per la Solennità dell'Immacolata, ha espresso un concetto che si riaggancia bene a queste riflessioni e che ci consente di vedere come in Maria, finalmente, si realizzi pienamente l'incontro fra Dio e l'uomo, rotto in precedenza dal peccato di Adamo.
Quello di Maria, nostra "maestra nella fede", è l'esempio che dobbiamo seguire tutti!:

"Il peccato originale inizia fra due cammini paralleli, ma nello stesso tempo divergenti: il cammino dell'uomo e il cammino della Trinità.
Il cammino dell'uomo che fugge e si nasconde dal suo Creatore e Signore, e il cammino della Trinità che muove i Suoi passi alla ricerca della creatura, alla ricerca dell'uomo perduto.
Ma la ricerca dell'uomo si concluderà soltanto nell'Incarnazione.

Due cammini paralleli, perché strettamente legati l'uno all'altro: A UN PASSO DELL'UOMO CORRISPONDE UN PASSO DI DIO, A UN PASSO DI DIO CORRISPONDE UN PASSO DELL'UOMO".

Con l'Incarnazione Dio compie il passo "più grande": Si dona totalmente, Si manifesta, ci cerca come Uomo e come Dio e quando ci trova, anche noi, ritrovandoLo in Gesù, Figlio, Verbo Incarnato e Signore, possiamo dire: "MIO DIO, TI HO TROVATO"!

E' allora un "trovarsi": mi lascio trovare da Dio che mi cerca e Dio -nel paradosso del Suo Amore infinito e assetato- Si lascia trovare da me, da una semplice creatura....

Il "trovarsi" non finisce qui: se Dio trova me ed io trovo Lui, anche a me spetta "trovare" qualcuno che sia ancora in ricerca.

Nel Vangelo di oggi è quanto accade a Filippo: trovato, chiamato da Gesù, si lascia chiamare e  trovare e poi conduce al Messia un altro discepolo, Natanaele, che il Signore stesso definisce "israelita in cui non c'è falsità".

E' questa una definizione stupenda, che ci apre le porte della speranza: chi cerca la verità, anche inconsapevolmente, cerca Dio e ha buone possibilità di tenere il cuore aperto all'incontro UNICO CON LA VERITA' INCARNATA...con Gesù di Nazaret.

"Il Signore è vicino a quanti lo cercano con cuore sincero" (Sal 145,18)

Il Signore ci raggiunge e Si fa raggiungere, perché si è realizzata la promessa annunciata dalla voce del profeta Ezechiele: il dono del cuore nuovo, di un cuore di carne....che sappia amare.
Anche stavolta, è Maria Santissima che ci offre il modello di cristiano raggiunto da Dio e che si lascia raggiungere:

"Solo con il dono di un cuore nuovo, l'uomo potrà facilmente e finalmente lasciarsi raggiungere da Colui che è fedele alle Sue promesse.
Il Cuore nuovo che Dio ci da' sta a noi accoglierlo o rifiutarlo.
Con Maria noi diciamo ECCOMI, con Maria vogliamo essere aperti e attenti alla voce di Dio, vogliamo ricordare questo incontro con Dio e non vogliamo rimandarlo.

Dio si è servito di Maria per iniziare la Sua opera.

Dio oggi vuole servirsi di ciascuno di noi per portare Gesù alle persone che incontriamo, si serve ancora di noi perché non vuole aspettare oltre, perché è troppo importante che la Parola di Dio arrivi al più presto al cuore e nella vita di ogni uomo, perché l'uomo deve essere cambiato, ciascuno di noi deve cambiare, deve convertire la propria vita, passando dall'Incarnazione, dal non voler fare nulla, dalla pigrizia spirituale, all'entrare nella volontà di Dio, nell'entusiasmo di quel Gesù che è dentro di noi e che vogliamo comunicare anche agli altri.

GESU' VIENE A NOI, PERO' E' ANCHE GIUSTO CHE NOI ANDIAMO VERSO DI LUI, PER INCONTRARLO, PER INCONTRARCI" ...    
(dall'omelia di don Mario)

...e per portarLo anche a chi Lo cerca ancora!