martedì 24 gennaio 2017

«Viveva come se vedesse l'Invisibile». Novena a don Bosco 2017/ 3

FIDUCIA IN DIO
FIDUCIA NELL'UOMO


 La Famiglia Salesiana quest'anno è invitata a riflettere sul tema «Maestro, dove abiti? Con te o senza te non è la stessa cosa». Tema affascinante per ogni cristiano, perché porta alla ribalta l'argomento della sequela di Cristo: l'essenza dell'essere cristiani. 
Don Bosco ha scoperto dove dimora Dio. 
E ha dimorato con Lui. 

Ma lo ha fatto dimorando tra gli uomini e fidandosi di loro...




PREGHIERA A SAN GIOVANNI BOSCO

O San Giovanni Bosco, padre e maestro della gioventù,
che tanto lavorasti per la salvezza delle anime,
sii nostra guida nel cercare il bene delle anime nostre
e la salvezza dei prossimo;
aiutaci a vincere le passioni e il rispetto umano;
insegnaci ad amare
 Gesù Sacramentato,
Maria Ausiliatrice
e il Papa;
e implora da Dio per noi una buona,
affinché possiamo raggiungerti in Paradiso. 

Amen.



Don Bosco sa che con Dio o senza Dio non è la stessa cosa, ma sa anche che con o senza l'uomo non lo è. La scommessa che il Signore ha fatto sull'uomo è così la stessa scommessa che Giovanni mette in atto nei confronti dei suoi contemporanei e specialmente dei suoi interlocutori privilegiati: i giovani. 
«Fiducia» è una parola che risuona spesso nei discorsi su don Bosco, ed è una strategia a cui il santo ricorre fin dagli inizi della sua opera pastorale coi ragazzi, come quando incontra Bartolomeo Garelli nella sacrestia della Chiesa di San Francesco d'Assisi, a Torino.
Scrive don Francis Desramaut: [don Bosco] «diffidava di un uomo debole e peccatore e tuttavia nel contempo gli dava fiducia. Conosceva le debolezze della creatura. La buona volontà del giovane, come quella di Magone Michele, spesso è solo "una nube" che si dissipa sotto la pressione delle influenze. "Egli è proprio dell'età volubile della gioventù di cangiar sovente proposito". Anche nel mondo adulto le persone della tempra di Domenico Savio sono rare, non occorre essere profondi psicologi per accorgersene. Credeva anche all'esistenza del principe delle tenebre e alla sua azione sugli uomini. Ignorare che, secondo lui, il demonio era sempre in agguato, che si raggirava giorno e notte, sicut leo rugiens, significherebbe trascurare uno degli aspetti salienti del suo spirito e della sua vera dottrina.
Realista, non ignorava nemmeno il male insito nell'uomo. Fin dalla sua giovinezza ha considerato pericolosa la frequenza dei "cattivi compagni" in collegio e perfino nel seminario di Chieri. Poi, nelle prigioni di Torino, ha imparato a conoscere "quanto sia grande la malizia e la miseria degli uomini". La compagnia dei perversi viene denunciata nelle prime pagine del suo principale manuale di preghiere, che ha ripetuto questa lezione a centinaia di migliaia di persone che se ne sono servite.  Detto questo, la sua spiritualità, come la sua pedagogia, si basava su due perni: la fiducia in Dio che non abbandona la sua creatura e la fiducia nella saggezza e nel cuore dell'uomo. Don Bosco non fu, dunque, né un sempliciotto che navigava nell'illusione, né un pessimista sprezzante dei più evidenti capolavori di Dio sulla terra. Cosciente dei limiti della creatura, credeva alla sua bontà. Al suo ottimismo verbale corrispondeva una reale fiducia nell'uomo» [1].
Don Bosco vedeva, in ogni ragazzo, il volto visibile del Dio invisibile.

NOTE

[1] Francis Desramaut, Don Bosco e la vita spirituale, Elledici, 1967, pp. 56-59.
  

lunedì 23 gennaio 2017

«Viveva come se vedesse l'Invisibile». Novena a don Bosco 2017/ 2

IL FIGLIO RICOPIÒ LA MADRE


 La Famiglia Salesiana quest'anno è invitata a riflettere sul tema «Maestro, dove abiti? Con te o senza te non è la stessa cosa». Tema affascinante per ogni cristiano, perché porta alla ribalta l'argomento della sequela di Cristo: l'essenza dell'essere cristiani. 
Don Bosco ha scoperto dove dimora Dio. 
E ha dimorato con Lui. 
Ha imparato a farlo non solo con l'indispensabile aiuto della Grazia e sotto la guida dello Spirito Santo, ma anche attraverso alcune persone incontrate nel corso della propria vita. Tra queste, mamma Margherita.


PREGHIERA A SAN GIOVANNI BOSCO

O San Giovanni Bosco, padre e maestro della gioventù,
che tanto lavorasti per la salvezza delle anime,
sii nostra guida nel cercare il bene delle anime nostre
e la salvezza dei prossimo;
aiutaci a vincere le passioni e il rispetto umano;
insegnaci ad amare
 Gesù Sacramentato,
Maria Ausiliatrice
e il Papa;
e implora da Dio per noi una buona,
affinché possiamo raggiungerti in Paradiso. 

Amen.



Giovanni Bosco è certamente un bambino dotato di un carisma particolare e favorito da Dio di doni speciali, come testimonia il sogno che fa all'età di nove anni.
Ma se queste qualità naturali e questi aiuti soprannaturali riescono a fiorire straordinariamente nella sua vita, è anche perché egli incontra delle persone che sapranno aiutarlo a capire dove dimora Dio e come fare per stare sempre con Lui.
Tra queste non si non può non menzionare mamma Margherita. Una donna energica, che non si lascia abbattere dalla sciagura della vedovanza, che non si fa piegare dalla fame, dalla povertà. Margherita ha fede, ma una fede che non è fatta semplicemente di devozioni esteriori, di preghiere biascicate distrattamente, per abitudine. No, Margherita crede che Dio e Maria siano una presenza reale, familiare, costante. Per questo si affida a loro e insegna anche ai suoi figli a farlo. Giovanni sarà quello in cui l'esempio della madre attecchirà meglio, e così, se nei primi decenni di vita del ragazzo sarà la madre a insegnare al figlio come trovare Dio nella preghiera, e a non impedirgli di adoperarsi nell'apostolato, alla fine sarà Giovanni a impartire una lezione a sua madre. Quando lei sarà ormai anziana, lui, già sacerdote, già alle prese con un primo oratorio, la chiamerà per dimorare con Dio in un modo nuovo: incontrandolo tra i giovani pericolanti della Torino dell'Ottocento.
Tale madre, tale figlio, si potrebbe dire. E infatti le Memorie Biografiche ce ne danno questo bel ritratto: «il figlio ricopiò in se stesso la madre, e vedremo risplendere in lui la stessa fede, la stessa purità, lo stesso amore alla preghiera; la sua pazienza, l’intrepidezza, la costanza, la fiducia nel Signore; lo zelo della salute delle anime, la semplicità e l’amorevolezza nei modi, la carità verso tutti, l’operosità instancabile, la prudenza nel porre e condurre a termine gli affari, nel sorvegliare con mirabile maestria i soggetti, la tranquillità nelle cose avverse; tutti pregi riflessi in lui dal cuore di Margherita e in lui impressi, come la lente fotografica imprime sul vetro preparato le immagini che le stanno innanzi. 
E questa stessa preparazione fu opera di Margherita, colle sue sante industrie e la sua antiveggenza, che non contrastava, ma andava modificando e rivolgendo a Dio le inclinazioni e i doni naturali, dei quali era arricchito Giovanni. Manifestava egli grande apertura di mente, attacco ai propri giudizii, tenacità di propositi; e la buona madre lo assuefece ad una perfetta obbedienza, non lusingandone l’amor proprio, ma persuadendolo a piegarsi alle umiliazioni inerenti al suo stato: in pari tempo non lasciò mezzo intentato, perché potesse darsi agli studii, e ciò senza affannarsi soverchiamente e lasciando che la divina Provvidenza determinasse il tempo opportuno. Il cuore di Giovanni, che doveva un giorno aver ricchezze immense di affetto per tutti gli uomini, era pieno di esuberante sensibilità che poteva riuscir allora pericolosa, se fosse stata secondata: Margherita non abbassò mai la maestà di madre a inconsulte carezze, o a compatire o tollerare ciò che poteva avere ombra di difetto; non per questo ella usò mai con lui modi aspri o maniere violenti, che lo esasperassero o fossero cagione di raffreddamento nella sua figliale affezione. Giovanni aveva in sé quel sentimento di sicurezza nell’agire, pel quale l’uomo sentesi naturalmente portato a sovrastare e che è necessario in chi è destinato a presiedere alle moltitudini, ma che si può con tanta facilità trasnaturare in superbia; e Margherita non esitò a reprimerne i piccoli capricci fin dal principio, quando egli non poteva ancor essere capace di responsabilità morale. Quando però lo vedrà primeggiare fra i compagni per scopo di fare il bene, osserverà in silenzio i suoi andamenti, non contrarierà le sue piccole imprese, e non solo lo lascierà libero di agire a suo piacimento, ma gli procaccerà ancora i mezzi necessari, anche a costo di sue privazioni. Per tal modo ella dolcemente e soavemente s’insinuerà nell’animo di lui e lo piegherà a far sempre la propria volontà» [1]. 
Una volontà orientata a beni superiori: la salvezza dell'anima, la rettitudine della coscienza, l'onestà civile. Quella stessa volontà che guiderà Giovanni, fino al compimento finale della propria missione terrena nei confronti dei propri figli, tanto da poter dire ai suoi giovani: «Io non chieggo che le vostre anime, non desidero che il vostro bene spirituale. Io vi prometto e vi do tutto quel che sono e quel che ho. Io per voi studio, per voi vivo e per voi sono disposto anche a dare la vita» [2].

NOTE


[1] MB I,  41.
[2] MB VII, 585.

domenica 22 gennaio 2017

«Viveva come se vedesse l'Invisibile». Novena a don Bosco 2017/ 1


PROFONDAMENTE UOMO
PROFONDAMENTE SANTO


 La Famiglia Salesiana quest'anno è invitata a riflettere sul tema «Maestro, dove abiti? Con te o senza te non è la stessa cosa». Tema affascinante per ogni cristiano, perché porta alla ribalta l'argomento della sequela di Cristo: l'essenza dell'essere cristiani. 
Don Bosco ha scoperto dove dimora Dio. 
E ha dimorato con Lui. 
Come? Essendo profondamente uomo e profondamente uomo di Dio, cioè coniugando la preghiera e l'azione....


PREGHIERA A SAN GIOVANNI BOSCO

O San Giovanni Bosco, padre e maestro della gioventù,
che tanto lavorasti per la salvezza delle anime,
sii nostra guida nel cercare il bene delle anime nostre
e la salvezza dei prossimo;
aiutaci a vincere le passioni e il rispetto umano;
insegnaci ad amare
 Gesù Sacramentato,
Maria Ausiliatrice
e il Papa;
e implora da Dio per noi una buona,
affinché possiamo raggiungerti in Paradiso. 

Amen.



Il tema su cui quest'anno è invitata a riflettere la Famiglia Salesiana è quello della sequela, ben sintetizzato da questo titolo: «Maestro, dove abiti? Con te o senza te non è la stessa cosa». È un tema che riguarda comunque ogni cristiano, perché la sequela è il nucleo essenziale dell'esperienza cristiana. Un cristiano è tale se segue Cristo, se impara a dimorare con lui, se comprende che la vita, con lui è totalmente diversa, incomparabilmente migliore a una vita... senza di lui.
Don Bosco questo lo ha capito molto bene, fin dagli anni della fanciullezza. E questa presa di coscienza si è tradotta in una attuazione straordinariamente ordinaria e... ordinariamente straordinaria dello stare con Dio.
Don Bosco ha saputo coniugare i due luoghi privilegiati del dimorare con Dio, ossia l'agire e il pregare, traducibili anche come il fare e il contemplare o il lavorare e l'adorare. Lo ha fatto nelle esperienze quotidiane, prima di bambino, poi di adolescente, infine da uomo adulto e anche da anziano.
Lo ha fatto da povero ragazzo di campagna e da studente lavoratore (se volessimo usare un termine moderno!). Lo ha fatto da seminarista e da giovane prete in cerca di una chiarezza interiore sulla scelta pratica del proprio futuro. Lo ha fatto da fondatore, alle prese con problemi logistici, finanziari ed educativi. Lo ha fatto da figlio, da "padre" in senso spirituale e da... santo.
L'art. 21 delle Costituzioni Salesiane descrive così don Bosco: «profondamente uomo e uomo di Dio, ricco della virtù della sua gente e ricolmo dei doni dello Spirito, aperto alle realtà terrestri viveva come se vedesse l'Invisibile». 
Vivere come se si vedesse l'Invisibile: è il baricentro della vita di don Bosco, è il segreto della sua profondità spirituale, ma anche della sua profondità umana. È il suo asso nella manica, la sua carta vincente. Essere profondamente uomo, perché Dio si può vedere negli altri uomini, trovare su questa stessa terra che Egli ha voluto abitare, incarnandosi.
Essere profondamente uomo di Dio, perché Dio è il principio, il centro e il fine di tutto, anche dell'esistenza di ogni essere umano. 
Don Bosco declina questa sua umanità e spiritualità in tratti variegati: la fiducia verso gli altri (soprattutto verso i giovani), l'amorevolezza, la cura pastorale, l'incrollabile fede anche nelle situazioni più disparate, la capacità di leggere i segni soprannaturali con cui il Signore interviene nella sua vita, l'attingere forza da una preghiera costante, intensa, che va ben al di là delle semplici parole.
Così ci insegna che, se vogliamo essere veramente seguaci di Cristo, anche ciascuno di noi deve imparare a raggiungere la pienezza della propria umanità, ma anche della propria spiritualità.
Traguardi forse ardui da raggiungere, ma sicuramente desiderabili, perché a questo l'uomo è chiamato: realizzarsi nella sua unica, ma sfaccettata realtà, di essere umano e di essere spirituale. 

martedì 10 gennaio 2017

Cibo e Parola


LA FORTUNA DEL CREDENTE
Un buon auspicio per il nuovo anno
(in collaborazione con Enza, foodblogger su Foodtales)


L'arrivo dell'anno nuovo è spesso associato al proliferare di oroscopi, contenenti le previsioni su amore, fortuna e salute.
Un tema scottante anche per molti cristiani che si affidano agli oracoli degli astrologi, in cerca di un'alternativa ai problemi o nella speranza di una buona riuscita dei propri affari sentimentali e materiali.
Ma cos'è la fortuna, per il cristiano? La fede è conciliabile con l'astrologia?
E perché la coccinella (simbolo portafortuna) è associata (cosa che forse non tutti sanno) alla Vergine Maria?



La coccinella di frutta realizzata da Enza
Trovate la modalità di preparazione alla fine del post




La fede e l'astrologia

L'arrivo del nuovo anno è sempre preceduto e accompagnato dalle previsioni su salute, amore e fortuna per i dodici mesi che verranno. Dicembre e gennaio diventano così momenti propizi per il pullulare di oroscopi, diversificati in base ai vari segni zodiacali, e accolti con maggiore o minore attendibilità in base anche alla fama dell'astrologo di turno.
«Le origini dell’astrologia si perdono nei tempi e si confondono con quelle dell’astronomia. Già presso le antiche civiltà cinese, indiana, mesopotamica, egizia, mediterranea, precolombiana, l’astronomia provvide a suddividere il tempo in ore, giorni, mesi, anni, secondo i moti celesti e a fissare il calendario. A questo sapere a sfondo empirico si associarono le credenze astrologiche, connesse con le mitologie, i rituali tribali, funerari e religiosi» [1] pagani.
Da un punto di vista cristiano le previsioni sul futuro realizzate su queste basi non hanno credibilità, perché nessuno conosce il futuro dell'uomo e della terra, se non Dio solo, e coloro ai quali Egli accordi il dono di esserne messi a parte, come nel caso dei profeti, o di alcuni santi.
Per tal motivo «i cristiani dei primi secoli concepirono l’astrologia e la magia come invenzioni diaboliche. In particolare s. Agostino ripudiò con fermezza l’astrologia, accusandola di voler sostituire il determinismo naturale alla volontà di Dio. Colpita dall’anatema agostiniano, l’astrologia quasi scomparve in Occidente per circa 8 secoli» [2]. Ma in seguito essa riapparve e, oggi più che mai, grazie anche alla rapida diffusione tramite i vari mass-media, nuove forme di superstizione rischiano di contaminare il cuore dell'uomo.

Dove la fede scarseggia attecchisce l'occultismo

«Ennio Antonelli, allora arcivescovo di Perugia, indirizza ai fedeli, nel luglio del 1990, una breve lettera Contro la superstizione. 
Si ricorda che la superstizione attecchisce dove scarseggiano la fede e l’istruzione religiosa: "È una reazione sbagliata alla precarietà della vita, alle sofferenze, alle ansie e alle paure" (n. 2). Essa rimane inconciliabile con la fede autentica che si sa abbandonare alla volontà di Dio senza condizioni, cercando lui stesso prima che i suoi favori, e sa sottoporre a lui, con umiltà, le richieste per i bisogni della vita terrena, senza pretendere risposte automatiche.
La fede, inoltre, mentre ispira la preghiera, promuove anche l’uso ragionevole e responsabile delle capacità umane (scienza medica e altre scienze). Quello che, tuttavia, non è lecito è il non distinguere i vari ambiti e "attribuire i risultati all’efficacia automatica di formule e riti, all’uso meccanico di immagini e oggetti sacri" (n. 3). Infatti, in se stesse, tali cose non hanno alcun potere e valore. È indice di superstizione, non di fede, attribuire un potere intrinseco contro malefici e influssi diabolici o contro le malattie a candele, incenso, sale o acqua benedetta» [3].

La fortuna per i santi

I santi hanno spesso avuto la capacità di prevedere eventi futuri, ma in accordo a un dono ricevuto da Dio per la sua stessa maggior gloria e per il bene delle anime.
Pensiamo a san Giuseppe, che in sogno viene avvisato del piano di Erode di uccidere i bambini – incluso Gesù – (cfr. Mt 2,13), o anche al santo che proprio in gennaio si festeggia: don Bosco.
Don Bosco fu spesso ispirato da Dio attraverso sogni (e certamente anche per mezzo di intuizioni interiori) circa gli avvenimenti futuri, come la sua stessa vocazione sacerdotale, la nascita dell'oratorio, la costruzione della Basilica di Maria Ausiliatrice a Valdocco. Non di rado era al corrente anche di vicende nefaste, come la prossima morte di qualcuno dei suoi oratoriani. Avvisato per volere divino, il santo impiegava questo carisma per fare del bene alle anime e avvicinarle a Dio, qualora ne fossero lontane, anche a dispetto delle apparenze.
E proprio don Bosco spese una parola – colma di ironia, ma anche di saggia verità – sulla fortuna, parola particolarmente attuale, se si pensa all'incremento del ricorso al gioco (d'azzardo o meno), per cercare di accumulare ricchezze: 
«Vennero due uomini a domandargli che loro desse alcuni numeri per giocare al lotto, persuasi che li avrebbe dati buoni. Egli con varii ragionamenti cercò distrarli, ma essi impazientiti, perché si andava per le lunghe, lo interruppero:
– Ma non è questo che vogliamo! Vogliamo che ci dica quali numeri dobbiamo giuocare per vincere.
Allora egli; – Mettete questi tre numeri: il 5, il 10, il 14.
D. Bosco disse loro: – Aspettate che vi dia la spiegazione.
– Eh! Non fa di bisogno, in questo, di nessuna spiegazione.
– Eppure se non vi do la spiegazione non saprete giuocare.
– Sentiamola adunque.
– Eccola: il  numero 5 sono i cinque comandamenti della Santa Chiesa: il numero 10 sono i dieci comandamenti di Dio; il numero 14 sono le quattordici opere di misericordia.
Giuocate questi numeri e vi guadagnerete un tesoro infinito.
In altra occasione diede il 4 e il 2, spiegandoli coi quattro novissimi e coi due sacramenti Confessione e Comunione. Molte altre volte uscì in ischerzi somiglianti» [4]. Ma il messaggio centrale di questi «ischezi» è di grande valore: la fortuna più grande dell'uomo è raggiungere l'amicizia con il Signore (il permanere in grazia di Dio) e con il prossimo, attraverso le opere di carità.

Un simbolo della fortuna: la coccinella

Sembra allora che si possa – in termini simpatici – mantenere un legame tra fortuna e fede. Ed è curioso, in tal senso, che uno dei simboli più popolarmente considerati portafortuna abbia un legame con la fede cattolica, dimostrando che, ciò che in termini superstiziosi viene considerato come buona ventura, potrebbe essere meglio spiegato come intervento provvidenziale di Dio nelle vite degli uomini.
Si tratta della coccinella, che presso gli antichi assumeva una valenza positiva innanzitutto per via del colore rosso, notoriamente legato alla buona fortuna in battaglia e in campo medico. Associata fin da tempi remoti alla divinità pagana Licina (dea della fertilità, della bellezza, dell'amore e della luce, con l'avvento della cristianità questo insetto assunse una connotazione "mariana", tanto che essa viene anche definita «scarabeo della Madonna», o, in inglese, «Lady Bug». L'origine del nome deriva da una leggenda: sembra che le popolazioni europee, i cui raccolti furono messi in pericolo, nel Medioevo, da un attacco di afidi (insetti che distruggono le colture) si fossero rivolti con ferventi preghiere a Maria[5] affinché li liberasse da questa piaga. In risposta, avrebbero visto arrivare stuoli di coccinelle, che si nutrono di altri insetti, tra cui, gli afidi stessi. Da qui, il nome dato alla coccinella: «Our Lady's Bug» («L'insetto di Nostra Signora»), tra le cui variazioni linguistiche vi sarebbe il più comune «Lady Bug». Che sia storia o leggenda, sta di fatto che ancora oggi, in varie parti del mondo, l'associazione tra l'insetto rosso punteggiato di nero e la Vergine Maria (o anche Dio stesso) permane nei nomi localmente attribuiti alla coccinella.
In Italia, per esempio, «la coccinella oggi è detta anche Gallinella del Signore oppure Gallinella della Madonna, forse perché molto spesso rappresenta una benedizione del Cielo, collaborando come una gallina contro la presenza di parassiti che si ritorcono negativamente sull'economia umana» [6].



 
COCCINELLA DI FRUTTA
di Enza, foodblogger su Foodtales



Sbucciare e affettare un kiwi. 
Dalle fette più grandi ricavare con una formina a cuore i petali e con le restanti parti completare il quadrifoglio.
Con la mezza mela opportunamente incisa da una parte, comporre le ali della coccinella e decorare con cerchietti di susina. 
Completare l'insetto con la testa e le antenne fatte di suina.
Decorare il piatto con cerchietti di melone.


NOTE

[1] Voce Astrologia, Enciclopedia Treccani on line.
[2] Ibidem.
[3] Alessandro Ratti, Il magistero recente su magia e superstizione, Sito Internet della rivista Credere oggi.
[4] MB, VII, 24-25.
[5] Talune fonti identificano nei tedeschi la popolazione colpita. Cfr. 
[6] Gallinella del Signore, Coccinella, Sito Internet Summa Gallicana.

BIBLIOGRAFIA DEGLI ALTRI SITI CONSULTATI

Our Lady's BugSito Internet dei Servi del Cuore Immacolato di Maria .
La coccinella blu, Sito Internet Corvo Rosso.


venerdì 6 gennaio 2017

Riflessioni spirituali



UNA MANIFESTAZIONE
DI LUCE
L'Epifania di Gesù


La solennità dell'Epifania ci rimanda con forza al tema della luce: i Magi sono guidati da una stella all'incontro con Colui che è la luce stessa, venuta nel mondo.
L'etimologia della parola Epifania permette di cogliere ulteriori rimandi, che abbracciano tutta la storia della salvezza e, soprattutto, avvolgono la storia di ogni uomo, inondandola di nuova luce.




«I Magi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 
Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. 
Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, 
si prostrarono e lo adorarono. 
Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra».

(Mt 2, 7-11)


«Il termine epiphánia è prelevato dalla famiglia del verbo epiphaíno "apparire, manifestarsi" (l’accento è graficamente sulla i, ma foneticamente sulla a). Il verbo phaíno (senza il prefisso epi-) significa letteralmente "venire alla luce" (quindi "apparire"), infatti deriva dalla radice indoeuropea bha-"luce", che ha formato sempre in greco la parola phós "luce", diventata in italiano una specie di prefisso (tecnicamente si definisce prefissoide), alla base di parole come fotosintesi, fotografia, fotocellula» [1]. 

L'etimologia aiuta a cogliere il significato più simbolico, spirituale – ma proprio per questo più importante ed essenziale – della festa dell'Epifania, un evento che rimanda inevitabilmente al tema della luce
.
In realtà è tutto il racconto evangelico del tempo di Natale a condurci su questo concetto. Un concetto materiale, ma soprattutto evocativo di un mistero più grande di quello che la luce – come elemento naturale (o artificiale) – rappresenta in sé. In tal senso lo ritroviamo nelle canzoni tradizionali dedicate al Dio Bambino sceso sulla Terra, come Astro del Ciel, Tu scendi dalle stelle, o Venite, adoriamo, i cui versi rammentano che «La luce del mondo brilla in una grotta».
Questi canti non hanno fatto altro che attingere alla sapienza biblica, alla Scrittura, in cui il tema della luce è strettamente connesso alla storia della salvezza. 
Benedetto XVI ben lo sottolineò nel 2006: 

«L'apostolo Giovanni scrive nella sua Prima Lettera: "Dio è luce e in lui non ci sono tenebre" (1 Gv 1, 5); e più avanti aggiunge: "Dio è amore". Queste due affermazioni, unite insieme, ci aiutano a meglio comprendere: la luce, spuntata a Natale, che oggi si manifesta alle genti, è l'amore di Dio, rivelato nella Persona del Verbo incarnato. Attratti da questa luce, giungono i Magi dall'Oriente. 
Nel mistero dell'Epifania, dunque, accanto ad un movimento di irradiazione verso l'esterno, si manifesta un movimento di attrazione verso il centro, che porta a compimento il movimento già inscritto nell'Antica Alleanza. La sorgente di tale dinamismo è Dio, Uno nella sostanza e Trino nelle Persone, che tutto e tutti attira a sé. La Persona incarnata del Verbo si presenta così come principio di riconciliazione e di ricapitolazione universale (cfr Ef 1, 9-10). Egli è la meta finale della storia, il punto di arrivo di un "esodo", di un provvidenziale cammino di redenzione, che culmina nella sua morte e risurrezione. 
Per questo, nella solennità dell'Epifania, la liturgia prevede il cosiddetto "Annuncio della Pasqua": l'anno liturgico, infatti, riassume l'intera parabola della storia della salvezza, al cui centro sta "il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto"» [2].

Non vi è contrapposizione tra la nascita e la morte, saldamente legate dal concetto della luce. Può esservi – continuando a usare un linguaggio metaforico – una luce più forte, più abbagliante, di quella della risurrezione dai morti?
Cristo Risorto «è la luce che vince la notte», come recita un canto liturgico; Egli è la luce che vince ogni notte: quella del peccato, della sofferenza, della povertà, della solitudine, della malattia e, non da ultima, quella della morte sia spirituale che materiale.
Alla luce di questa luce l'uomo può vedere la luce (cfr. Sal 36,10), perché solo in Lui «è la sorgente della vita» (Ibidem).
È una luce di speranza, una luce che orienta in modo diverso la storia dell'uomo e dell'umanità: non si cammina verso il nulla, ma verso un futuro escatologico che comincia a realizzarsi già in questo pellegrinaggio terreno, nel cammino dell'homo viator. È una luce che illumina il tragitto da percorre, aiuta a discernere tra le diverse scelte possibili, cambia la prospettiva da cui guardare la vita intera, il mondo, gli altri e finanche se stessi.
Il mistero della risurrezione diventa così un mistero di gloria e di luce, e questo consente al credente di vivere l'epifania del Signore ogni giorno, riconoscendo nelle piccole e grandi esperienze quotidiane, nell'esistenza stessa, nella speranza nutrita per il futuro prossimo e remoto, la manifestazione di quella che Simeone descrive nel suo cantico (Lc 2, 30-32): 
«i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
L'Epifania del Signore deve suscitare anche oggi stupore per le meraviglie operate da Dio, un Dio che non ha avuto limiti di fantasia, tanto da arrivare a nascere come uno di Dio, morire come uno di noi e... risorgere, come ancora noi non risorgiamo, ma così come risorgeremo, alla sua stessa maniera.
Fantasia, fantasmagorico, fenomenabile: tutte parole ricavate dallo stesso verbo phaíno da cui deriva la parola epifania [3]; tutti termini che ci ricordano che Dio non è apparso come un fantasma (secondo l'uso che a questo termine diamo nell'uso comune, e che pur nasce dalla stessa radice di epifania), perché al di là della straordinarietà dell'Incarnazione non si nasconde un sogno effimero, una realtà evanescente, ma il Dio con noi, quel Dio che è sceso per essere con l'uomo «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20), e per sempre, nell'eternità della nuova Gerusalemme celeste (cfr. Ap 21, 3-4). Quella Gerusalemme che nell'Apocalisse ci appare descritta con parole, ancora una volta, di luce (Ap 22, 5):
«Non vi sarà più notte,
e non avranno più bisogno
di luce di lampada né di luce di sole,
perché il Signore Dio li illuminerà.
E regneranno nei secoli dei secoli».


NOTE

[1] Il significato di epifania viene alla luce, Fabio Ruggiano, 
http://www.academia.edu/25632613/Il_significato_di_epifania_viene_alla_luce

[2] Benedetto XVI, Omelia, 6 gennaio 2006.

[3] Si rimanda al testo del prof. Fabio Ruggiano, cit.