venerdì 12 marzo 2010

OBBEDIENZA. La parola dimenticata -Seconda parte-



Qui potete leggere la prima parte


Se tanto alta è la “dignità” che ci conferisce il corretto equilibrio tra libertà e obbedienza, allora occorre ricercare la causa dell'insofferenza umana alla “sottomissione” proprio nell'errato modo di concepirla, che spesso l'uomo “fabbrica”. Papa Benedetto XVI, infatti, scrive: “l'uomo che intende la libertà come puro arbitrio di fare quello che si vuole e andare dove si vuole vive nella menzogna, perché, secondo la sua stessa natura, egli è parte di una reciprocità, la sua libertà è una libertà da dividere con gli altri; la sua stessa natura porta in sé disciplina e norma; identificarsi intimamente con queste, ecco la libertà”.
Le false libertà di oggi sono purtroppo molte: la sete smodata di potere, la lussuria senza freno, la prematura “indipendenza” giovanile, la deviata “autonomia” nel matrimonio, l'autocrazia (non solo politica), la smania di controllare ogni cosa con la scienza, arrivando anche a “ricreare” l'uomo. Ciascuna di queste schiavitù conduce l'essere umano al rinnegamento di quei limiti entro i quali si deve invece sviluppare l'autonomia, riconoscendo di non essere soli nel mondo, ma di dover rispettare anche le libertà altrui, creando un equilibrio in cui si contemperino ordine e creatività, individualismo e collettività. Portare all'eccesso i propri desideri non è vera libertà, è irrazionalità. Il libertinaggio (intellettuale, legale e via dicendo) rende l'uomo meno umano e più “bestia”, perché impedisce il contemperamento tra i due estremi della persona: il desiderio di indipendenza totale e la necessità di autocontrollo.
Per i cattolici, il discorso dell'obbedienza si fa più ampio, non meramente discorso socio-culturale o politico, ma anche e soprattutto discorso di fede che consente poi di animare le realtà terrene. Obbedire significa riconoscerci esistenti solo nell'ambito di un rapporto di figliolanza con il Padre e dunque, come dice anche il Santo Padre, “comporta l'abbandono dell'autonomia che si chiude in se stessa; include ciò che Gesù intende con la parola del diventare bambini”. In una parola: obbedire ci fa realmente comprendere di non essere isole deserte, ma di avere sempre al nostro fianco altre persone, da cui imparare, a cui dovere rispetto...anche a cui insegnare qualcosa. L'esempio che ci viene da Nostro Signore è proprio questo: obbediente fino alla morte di Croce, ma anche “totalmente sottomesso al Padre in quanto Figlio”, sottomissione carica di frutti perché fa vivere “proprio per questo totalmente nell'uguaglianza con il Padre”.
La libertà ci rende ugualmente liberi, concede il giusto spazio a tutti, conduce ad un sistema di interscambio non interessato, non auto-celebrativo, non egoistico. Consente a ciascuno di dare del proprio all'altro e contestualmente, rende capaci di accogliere il dono che se ne riceve. Ci rende disponibili all'ascolto vero, l'unico che porti ad un ridimensionamento dell'io -nel dono reciproco di sé stessi- e ad un incremento di Dio in noi.
Santa Teresa d'Avila così scrive nel “Castello interiore” : dall'obbedienza “dipende il progresso nella virtù e l'acquisto graduale dell'umiltà; nell'obbedienza sta la sicurezza contro il timore di smarrire la strada del cielo, timore che è bene sia sentito da noi mortali finché dura questa vita; nell'obbedienza sta la pace così apprezzata dalle anime che desiderano piacere a Dio. Se infatti con tutta sincerità esse si sottopongono a questa santa obbedienza e vi assoggettano l'intelletto,il demonio cessa di assalirle procurando continue cause di agitazione. Parimenti cessano i nostri inquieti movimenti volti sempre a farci agire in base alla nostra volontà e ad asservire la ragione a ciò che è di nostra personale soddisfazione, perché ci ricordiamo di aver decisamente sottomesso il nostro volere a quello di Dio, assoggettandoci a chi ne fa le veci”. L'Imitazione di Cristo sposa questo stesso concetto: “molti vivono nell'ubbidienza più per necessità che per amore; sono insofferenti e facilmente mormorano. Essi, però, non guadagneranno la libertà dello spirito, se non si sottometteranno con tutto il cuore per amore di Dio”.
Bisogna tuttavia fare una precisazione: l'obbedienza intesa in questi termini non va confusa con una semplicistica e poco ragionata “sottomissione” a persone, istituzioni, situazioni ingiuste ed immorali. Una concezione errata dell'obbedienza conduce appunto all'estremismo della disobbedienza che sfocia nella falsa libertà.
La vera libertà che precede e anima l'obbedienza “rende l'uomo responsabile dei suoi atti, nella misura in cui sono volontari”, afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica. Dunque, se è vero che -come recita sempre il CCC- “siamo tenuti ad onorare e rispettare tutti coloro che Dio, per il nostro bene, ha rivestito della sua autorità” (come i genitori o le autorità civili) è altrettanto vero che, da una parte, anche queste stesse persone che hanno autorità su di noi non siano soltanto titolari di “diritti”, ma anche di doveri nei nostri confronti e che sia lecito non prestare obbedienza nel caso in cui vengano imposte decisioni irragionevoli o immorali.
Ad es. nell'ambito familiare “il rispetto filiale si manifesta anche attraverso la vera docilità e l'obbedienza”, ragion per cui “per tutto il tempo in cui vive nella casa dei suoi genitori, il figlio deve obbedire ad ogni loro richiesta motivata dal suo proprio bene o da quello della famiglia” e “agli ordini ragionevoli dei loro educatori e di tutti coloro ai quali i genitori li hanno affidati”. Tuttavia “se in coscienza sono persuasi che è moralmente riprovevole obbedire a un dato ordine, non vi obbediscano”.
I genitori hanno inoltre il dovere di educare i propri figli, e “rispettarli come persone umane […] provvedere ai loro bisogni materiali e spirituali” lasciarli liberi di “scegliere la propria professione e il proprio stato di vita”.
Parimenti, anche nel rapporto tra individuo e istituzioni, sussiste la stessa relazione tra diritti-doveri ed è necessario il ricorso ad un obbedienza non meramente servile, ma contemperata con la libertà personale e collettiva. Infatti “l'esercizio dell'autorità mira a rendere evidente una giusta gerarchia dei valori al fine di facilitare l'esercizio della libertà e della responsabilità di tutti” e “i poteri politici sono tenuti a rispettare i diritti fondamentali della persona umana”, dunque “coloro che sono sottomessi all'autorità considereranno i loro superiori come rappresentati di Dio, che li ha costituti ministri dei suoi doni”, ma , proprio per questo, “la leale collaborazione dei cittadini comporta il diritto, talvolta il dovere, di fare le giuste rimostranze su ciò che a loro sembra nuocere alla dignità delle persone e al bene della comunità”. Inoltre, “il cittadino è obbligato in coscienza a non seguire le prescrizioni delle autorità civili quando tali precetti sono contrari alle esigenze dell'ordine morale, ai diritti fondamentali delle persone o agli insegnamenti del Vangelo. Il rifiuto dell'obbedienza alle autorità civili, quando le loro richieste contrastano con quelle della retta coscienza, trova la sua giustificazione nella distinzione tra il servizio di Dio e il servizio della comunità politica”.
Obbedire quindi non vuol dire né buttare alle ortiche la propria intelligenza (al contrario! Implica il riconoscere quelle limitazioni necessarie al bene comune, oltre che al proprio!) né il proprio Credo (che comporta il rispetto della persona umana, del Vangelo -per noi cristiani-, della morale e dell'etica) . Soltanto comprendendo questo è possibile obbedire realmente, senza sentirsi né “manichini” né “animati dal desiderio di evasione”.
Ritornando al consiglio che viene dispensato dalla mistica carmelitana e riapplicandolo in un contesto prettamente spirituale, è ovvio poi che esso trovi le sue radici in quello che viene direttamente dal Figlio di Dio: “Padre Nostro....sia fatta la Tua volontà, come in Cielo così in terra”.
Papa Benedetto XVI, spiegando la lettera di San Paolo ai Galati, così si esprime: la libertà “ è libertà per il bene, libertà che si lascia guidare dallo Spirito di Dio e proprio questo lasciarsi guidare dallo Spirito di Dio è il modo per arrivare a essere liberi”.
La “nuova obbedienza” che Gesù ha portato nella storia dell'uomo è quella che ci consente di entrare “nella famiglia di coloro che a Dio dicono Padre e possono dirlo nel noi di coloro che con Gesù e mediante l'ascolto a Lui prestato sono uniti alla volontà del Padre e così stanno nel nuvleo di quell'obbedienza a cui la Torah mira”.
Proviamo a ripartire dalle semplici -ma ricchissime- parole della preghiera che Gesù ci ha insegnato. Sono parole che ripetiamo quotidianamente, magari senza grande fervore, presi dall'abitudinarietà. Facciamo più attenzione al significato di quello che chiediamo a Dio Padre, nel momento in cui consegniamo a Lui la nostra volontà, per fare soltanto la Sua. Guardiamo al modello concreto del Figlio di Dio, non solo nelle grandi prove della vita, ma anche in quelle apparentemente più “piccole”. Teniamo bene in mente quello che ci dice Luca, nel suo Vangelo, sull'atteggiamento di Gesù successivo alla sua apparente “disobbedienza” ai genitori (l'episodio narrato in Lc 2, 41-52): “Partì dunque con loro e stava loro sottomesso […] e cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini”.
Troveremo la forza spirituale e psicologica necessaria per “prestare ascolto” alla voce di Dio, che ci parla anche attraverso gli uomini e per crescere spiritualmente -attraverso la pratica dell'obbedienza- come fece Nostro Signore, rendendoci così veramente degni del nostro chiamarci “figli di Dio”.

mercoledì 10 marzo 2010

OBBEDIENZA. La parola dimenticata -Prima parte-



Etimologia della parola“obbedienza”: udire per prestare ascolto.

 
(Rembrandt -Il figliol prodigo)

Nell'antica Roma, il concetto dell'”obbedienza” era molto forte. Non a caso, la società patriarcale e imperiale del tempo era strettamente fondata su questo valore che, in virtù della sua “obbligatorietà”, imponeva un giogo -economico, familiare, personale- fortemente pesante. Insomma, un modo sbagliato di concepire l'idea dell'obbedienza, riducendola a mero “asservimento”: della moglie sul marito, dei figli nei confronti del padre, dello schiavo rispetto al padrone, dei sudditi verso l'imperatore di turno.
L'avvento del Cristianesimo portò invece ad un cambiamento qualitativo del concetto di obbedienza, facendone una modalità del rapporto con Dio, con i fratelli in Cristo...in un certo senso, anche di quello con sé stessi.
Con l'ingresso di Gesù nella storia, l' obbedire non è più un'imposizione. Dio non “obbliga” nessun a far nulla, viene incontro all'uomo chiedendo semplicemente di amarLo....ma lascia al singolo la scelta libera e personale. E inoltre ci consegna l'esempio migliore, perfetto: Suo Figlio, che, come dice anche il Catechismo della Chiesa Cattolica, “nella sua vita nascosta, con la sua sottomissione, ripara la nostra insubordinazione”.
Mondo romano e mondo cristiano offrono dunque le antitesi dell'obbedienza. Socio-culturale-politica e poteriale nel primo e di puro amore libero nel secondo.
Prendere coscienza di questo nuovo modo di intendere l'obbedienza, ha cambiato radicalmente la storia dell'umanità, in un crescendo di consapevolezza della dignità di ogni uomo, nella convinzione che Dio ci abbia “creati a sua immagine e somiglianza” (e non che abbia creato l'uomo di serie a e quello di serie b, o l'uomo incapace per natura di essere obbediente!) e in qualche modo, influenzando anche gli aspetti del sociale non strettamente cattolici. Numerose “rivolte” storiche non hanno avuto una matrice cristiana, ma si sono poste, come nocciolo della questione, la parità “decisionale” dell'essere umano, prescindendo dal sesso, dalla razza, dal ceto.
Comprendere, non solo a livello di fede, che l'uomo abbia una sua “libertà nell'obbedienza”, dovrebbe condurre -quasi per regola- alla perfezione di un sistema di cui il “prestare ascolto” sia la logica conseguenza, se non sempre dell'esperienza religiosa, quantomeno della ragione, non occultata oggi, rispetto al passato, da preconcetti e ignoranza. O almeno, cosi' dovrebbe essere.
Analizzando tuttavia la storia contemporanea -anche al livello di microsocietà- è facile riscontrare come si sia invece pervenuti al risultato opposto.
L'uomo di oggi non obbedisce, divincolandosi spasmodicamente da ogni maglia stretta di regole, canoni, codici prefabbricati. Spesso, rifuggendo anche da quell'insieme di argini autocreati per gestire la propria esistenza. Insomma, costruiti dagli altri oppure in autonomia, gli apparenti “limiti” dell'obbedire, spaventano. E di fronte alla paura, si sceglie la via più facile: la fuga.
Nel corso della lectio al clero romano -nel novembre 2009- il Santo Padre Benedetto XVI ha affermato: “obbedienza. E’ una parola che non piace a noi, nel nostro tempo. Obbedienza appare come un’alienazione, come un atteggiamento servile. Uno non usa la sua libertà, la sua libertà si sottomette ad un’altra volontà, quindi uno non è più libero, ma è determinato da un altro, mentre l’autodeterminazione, l’emancipazione sarebbe la vera esistenza umana”.
Ecco, il punto centrale e scottante dell'argomento, è perfettamente contenuto in queste cristalline parole del Santo Padre. 
Paradossalmente, il progresso ci ha fatto regredire. 
Le conquiste sociali, scientifiche, personali, hanno condotto ad intendere il “prestare ascolto” alla maniera del mondo romano, a fare -ingiustamente- dell'obbedienza una sottomissione sterile da cui si vuole evadere, considerandola come improduttiva e acerrima nemica della mente e dello spirito umano.
Lo sconvolgimento dei sistemi che ne è derivato -nel campo della giustizia, della famiglia, della scuola- lo abbiamo sotto gli occhi ogni giorno. Si potrebbe obiettare: era così anche prima, i sistemi umani sono intrinsecamente fallibili. Niente di più vero: le metodologie umane non sono perfette, nascondono in nuce il nucleo della loro imperfezione. 
Ma le società del passato si facevano sostenitrici di un corpus di valori che ancora venivano alimentati nelle famiglie, a livello governativo, nella “buona società”. Insomma, pecore nere si, ce n'erano tante anche all'epoca, ma il modello che andava per la maggiore era quello di un mondo in cui le regole esistevano e andavano rispettate. Pena il sovvertimento dell'ordine, non soltanto sociale. 
Guardando le cose in una prospettiva cristiana, si potrebbe riassumere il successivo “decadimento” di questo sistema, facendo nostre le parole del Papa, che nel libro “Gesù di Nazaret” scrive : “oggi c'è l'ideologia del successo, del benessere, che ci dice: Dio è solo una finzione, ci fa solo perdere tempo e ci toglie la voglia di vivere. Non ti preoccupare di Lui! Cerca da solo di carpire dalla vita quanto puoi!”
E se Dio non esiste, va da sé che, nella maggior parte dei casi, venga meno nell'esistenza umana anche tutto l'insieme di “elementi” che da Lui derivano: famiglia, rispetto delle leggi (Gesù stesso disse “Date a Cesare quel che è di Cesare....”), senso della morale, etica.
In una parola sola, si incenerisce l'obbedienza (intesa ad ampio raggio) che dobbiamo non solo al Signore, ma anche a chi, in un certo modo, Lo rappresenta in terra (genitori, governi, “capi” religiosi) e a quel corpo di regole su cui si regge l'ordine materiale delle cose -la dimensione storica e temporale in cui il Creatore ci ha voluto calare-.
A questo punto, l'uomo si lascia afferrare da una effimera sete di libertà, come accade al Figliol prodigo nella parabola evangelica. Quel figlio che a casa sua si sentiva “schiavo” del padre e del lavoro, che decide di lasciare tutto e partire, per fare di testa propria. 
Decide di usare solo la sua “libertà”....e cade nel fango. Così riesce a rendersi conto che finanche gli schiavi di suo padre sono più liberi di lui. Che il rispetto delle regole, la giusta obbedienza, non tolgono nulla all'uomo, ma gli consentono di esercitare invece la personale autonomia con ragionevolezza, senza farlo accecare dallo smodato desiderio di egoistico libertinaggio.
Sant'Ambrogio ci ha lasciato queste intense parole al riguardo: “Colui che sottomette il proprio corpo e governa la sua anima senza lasciarsi sommergere dalle passioni è padrone di sé; può essere chiamato re perché è capace di governare la propria persona; è libero e indipendente e non si lascia imprigionare da una colpevole schiavitù”.


Fine della prima parte

venerdì 5 marzo 2010

STRANE COINCIDENZE ITALO-TEDESCHE. UN VENERDI' DI QUARESIMA CHE NON FINISCE MAI

Per Papa Benedetto XVI la Via Crucis del luogo comune e del gratuito attacco ad personam sembra essersi tramutata in un fermo immagine che non conduce alla resurrezione, ma che da tempo -da troppo tempo- si è fissata sulla scena della solita, stessa stazione, o meglio, al crocevia fra la prima (la condanna a morte) e l' undicesima (la crocifissione).
Nel gioco al rimpiattino dei novelli imperatori e soldati romani del papato Ratzingeriano, tutti sanno, molti dicono, pochi ci rimettono la tunica.
L'unico a fare realmente le spese di questo nascondino -carrieristico, mediatico e incivile- è sempre il Cristo di turno alias quel Pontefice che, già in partenza, si sarebbe macchiato del “peccato geografico”. Eh si, perché come il Messia non poteva venire dalla Galilea, un Papa del XXI secolo non potrebbe essere tedesco. Ed ecco sfornato il primo capo d'accusa in questo rimpiattino-calvario moderno.
Ma non basta, perché il Papa non sarebbe abbastanza mediatico, non seguirebbe le regole dello “show-ecclesial business”... e dunque, così come il Cristo non si prestava a rimanere nei canoni della sua epoca, osando guarire qualcuno di sabato e “rinnegando” il rituale delle abluzioni....ecco pronta la seconda imputazione.
Eppure non è ancora sufficiente. Dimenticavamo: il Santo Padre non vorrebbe realmente riappacificarsi con i fratelli ebrei. “Sponsorizza” Pio XII...e questo non va bene. E il terzo capo d'accusa è servito su un piatto d'argento.
In tutto questo concitato parlottare di “servi” accusatori, discepoli del rinnego e comparsate varie -apparse di volta in volta per seminare un po' di “sana” zizzania”- il Vicario di Cristo rimane impassibile nel nuovo Sinedrio tele-giornalistico. Cristallino nella sua serenità, nella sua limpidezza di coscienza, di pensiero, di azione. La spiritualità cattolica insegna che la perfezione si raggiunge con il dominio di sé e con il rinunciare a scusarsi, tanto più quando si sappia di essere accusati ingiustamente. E' l'esempio che diede Gesù a suo tempo, è quello che i Santi hanno attuato. Il Papa non fa che seguirne la scia, dando la migliore delle testimonianze di umiltà e di fede incrollabile nell'unico vero Giudice delle coscienze e dell'agire umano.
Tuttavia, il pensiero si mette in moto in automatico -quasi ormai per triste abitudine- davanti a certe strane “coincidenze”, a sovrapposizioni di notizie, fatti, “scandali” presunti, che sembrano puntualmente venire alla luce in prossimità di eventi particolarmente significativi per il pontificato di Benedetto XVI.
Senza fare troppi passi indietro, basti ritornare con la memoria al mese di Gennaio.
L'incontro in Sinagoga tra il Santo Padre e la comunità ebraica di Roma è stato immancabilmente preceduto da un rintuzzo di notizie -più o meno montate ad arte- tese esclusivamente ad infervorare gli animi di pregiudizio e falsità storica.
E ora la solfa si ripete.
A metà marzo dovrebbe essere resa nota la lettera che Benedetto XVI ha scritto in merito alla spinosa questione dei “preti pedofili” irlandesi. Una missiva che giungerebbe dopo un'operazione di profondo “repulisti”, supportato da indagini e dossier accurati. Un testo che, nello stile di Papa Ratzinger, non sarà semplicemente elencazione di retorica e luoghi comuni.
Ed ecco che, come da copione, i giorni scorsi sono stati un susseguirsi di notizie su ulteriori episodi di abusi su minori -intollerabili, ovviamente, laddove realmente siano stati perpetrati- fino ad arrivare ad una “nota” doppietta storica: il duo “Kung-Repubblica” che questa mattina proponeva -come antidoto alla pedofilia- il solito, irrisolutivo e semplicistico rimedio dell'abolizione del celibato ecclesiastico. Ovviamente con la stoccata finale al Vaticano “silenzioso” che avrebbe occultato la verità -finita sulle scrivanie del palazzo apostolico- fin dai tempi in cui a capo della Congregazione per la dottrina della fede, c'era proprio il Card. Ratzinger. Ed è questo il vero nocciolo dell'articolo del “teologo”. Fingere di delineare soluzioni ad un problema gravissimo, per poi partire nel reiterato attacco senza fondamento nei confronti del Vicario di Cristo.
Si potrebbe dire: è la solita solfa già sentita.
Ma, guarda caso, questa solfa viene propinata in una fase delicatissima della questione “pedofilia in Irlanda” e, ancora più casualmente, ha “anticipato” con un tempismo senza pari, lo scoppio della bomba a orologeria lanciata, poche ore dopo, contro Papa Benedetto XVI e suo fratello, Georg Ratzinger.
Il Corriere della sera scrive di “presunti abusi sessuali su bambini” del coro di Ratisbona -diretto all'epoca dal fratello del Santo Padre- che avrebbero avuto luogo negli anni 50 e i cui responsabili non solo sarebbero stati condannati, ma non sono neanche più tra i vivi. Sul Blog degli amici di Papa Ratzinger, viene svelato il “retroscena” della stampa italiana (ancora una volta, Repubblica...Libero, il Giornale e le agenzie di stampa  Ansa, Apcom, Asca...), che per prima avrebbe tirato in ballo il nome del fratello del Pontefice, non comparso invece -almeno inizialmente- sui portali giornalistici esteri e non accusato da nessuno (d'altronde, il direttore di un coro sarebbe responsabile di qualcosa -ammesso che qualcosa fosse accaduto- di cui non aveva cognizione?).
Non solo, ma Georg Ratzinger assunse la direzione del coro nel 1964 e allora...i conti non tornano.
Ma la stampa sta prontamente intervenendo in questo senso, per “correggere” i numeri impazziti e il periodo in cui gli abusi sarebbero stati perpetrati, si è già allargato e coprirebbe gli anni dal 1958 al 1973.
In mezzo a questa matematica impazzita, sembrano non tornare nemmeno i numeri della Via Crucis del Papa, novello Cristo che qualcuno si diverte a lasciare sospeso fra condanna e crocifissione, in un percorso quaresimale che sembra destinato a non dover finire mai. E in quest'altalena fra le stazioni del calvario benedettiano, ci voleva anche il Cireneo che aiutasse a portare il peso dell'ingiusta croce. E Simone di Cirene, oggi, si chiama Georg Ratzinger.
Che i moderni “giudici e crocifissori” della famiglia Ratzinger, possano rammentare la fine della “favoletta” del Golgota: userebbero maggiore prudenza e intelligenza, nell'ergersi a romani del nuovo secolo.

mercoledì 3 marzo 2010

RIFLESSIONI SULLA BELLEZZA. Da Sant'Agostino a San Giovanni della Croce...fino a Benedetto XVI -terza parte-

 (Guido Reni, La strage degli innocenti)

Qui potete leggere la seconda parte
  
Rivolgendosi al clero romano -in occasione della lectio del 2007- il Santo Padre rammentò ai sacerdoti (non solo a quelli della Capitale ed in ogni caso il discorso è valido per chiunque!) che “l'Italia è particolarmente ricca di arte, e l'arte è un tesoro di catechesi inesauribile, incredibile. Per noi è anche un dovere conoscerla e capirla bene. Non come fanno qualche volta gli storici dell'arte, che la interpretano solo formalmente, secondo la tecnica artistica. Dobbiamo piuttosto entrare nel contenuto che ha ispirato questa grande arte” per farlo rivivere. 
In un certo senso - si potrebbe dire- il Papa invogliava ad un “ritorno alle origini”, a quei tempi in cui l'arte (soprattutto la pittura), asserviva ad un duplice scopo: abbellire un edificio (che fosse Chiesa o palazzo!), dimostrando così anche la “potenza” di chi commissionava l'opera stessa, ma contemporaneamente “illustrare” concretamente un concetto, una storia biblica, mitologica, un evento storico. L'arte era una maniera intuitiva per far comprendere qualcosa anche alla popolazione analfabeta, poco colta, al semplice pellegrino che poteva così -realmente- trovare un libro aperto nel quale leggere senza difficoltà. 

lunedì 1 marzo 2010

RIFLESSIONI SULLA BELLEZZA. Da Sant'Agostino a San Giovanni della Croce...fino a Benedetto XVI -seconda parte-

 
(Raffaello Sanzio, Madonna del Granduca)


Qui potete leggere la prima parte

San Giovanni della Croce è consapevole di due dei rischi che possono derivare da un cattivo uso della “materialità” nella ricerca della Bellezza dietro il bello.
Per prima cosa, egli scrive: la Chiesa ha prescritto il culto delle immagini principalmente in vista di due scopi, cioè venerare per mezzo di esse i Santi, e muovere la volontà e risvegliare la devozione verso di loro. Ora, in quanto servono a tutto questo, le immagini sono utili e il loro uso necessario. Si devono quindi scegliere quelle più vicine al soggetto rappresentato e che meglio muovono la volontà alla devozione. E' qui che dobbiamo fermare la nostra attenzione, più che sul valore delle immagini o sul pregio della loro esecuzione e dei loro ornamenti. Ci sono alcune persone che guardano più alla bellezza delle immagini e al loro valore che a ciò che rappresentano. Riversano sulla bellezza e sugli ornamenti esteriori la devozione interiore, che dovrebbero rivolgere spiritualmente al santo che non vedono, dimenticando subito l'immagine, che è solo un mezzo. In questo modo vengono appagati e solleticati i sensi e là si concentrano l'amore e la gioia della volontà. Tutto questo ostacola completamente la vera devozione, che esige invece la rinuncia alle affezioni verso tutti gli oggetti particolari”.
L'invito che ci viene rivolto è chiaro: innanzitutto, non fissiamo i nostri sentimenti sull'oggetto in sé -per quanto possa essere bellissimo- ma ricordiamoci sempre che esso è solo un mezzo per offrire, alla nostra materialità, un modo tangibile di “figurarci” le realtà soprannaturali, per aiutarci nella preghiera e nell'amore verso Nostro Signore.
Secondo: non cadiamo nel madornale errore di ritenere che l'affetto verso Dio sia maggiormente stimolato da una cosa “preziosa” e magari realizzata da un grande artista.
L'arte moderna, in questo senso, ci offre purtroppo un esempio di quanto ciò sia spesso deleterio.
Architetto o pittore o scultore famoso, oro e altri materiali pregiati, non originano l'equazione matematica che dia, come unico risultato possibile, quello della bellezza eccelsa in cui si specchi quella divina.
Quante delle nostre “sconosciute” Chiese, dei nostri “piccoli” musei civici o provinciali, magari delle nostre stesse case, nascondono veri “tesori dell'arte”, opere bellissime, di mano ignota o magari poco conosciuta! Bellissime perché capaci di farci indirizzare il pensiero ed il cuore al Sommo Creatore.
Terzo punto sottolineato da San Giovanni -in un altra pagina della sua opera- è il seguente: consapevole del fatto che dalle opere d' arte sacra possa derivare uno stimolo (se non addirittura l'assenza di esso!) o, al contrario, una diminuzione della devozione, egli, senza mezzi termini, afferma che sono da biasimare quelli che le fanno così male che, anziché favorire la devozione, la fanno passare; per questo si dovrebbe proibire a certi artigiani l'esercizio di quest'arte, perché, incapaci, lavorano rozzamente”.