giovedì 6 febbraio 2014

LA DIMENSIONE COMUNITARIA DELL'APOSTOLATO: riflessioni sul Vangelo di oggi



"Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì".
  (Mc 6,10)

Il Vangelo di oggi (Mc 6,7-13) a prima vista sembra un insieme di "istruzioni pratiche" di Gesù ai Suoi: andate a due a due, non portate niente con voi, trovate qualcuno che vi ospiti e rimanete lì finché non ripartirete, se troverete accoglienza nella loro città.

Ad uno sguardo più attento, l'occhio si concentra però su due pericopi:


"mandarli a due a due"  (Mc 6,7)

"in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì"
(Mc 6,10)

La dimensione comunitaria dell'apostolato è "tutta" qui, in queste due frasi: annunciare a due a due; entrare in contatto con quelli che sono destinatari dell'annuncio.
I risvolti sono però...infiniti.

Quell' "a due a due" è così importante che è diventato un capisaldo della vita religiosa: i francescani erano mandati a due a due dal Serafico Padre, le monache di clausura, se escono dal monastero per qualche motivo strettamente necessario, spesso vanno ancora oggi in coppia...
Questa dualità -che mi piace riportare nella sua origine alla dualità uomo-donna genesiaca, non è altro che quella "interazione-integrazione" che solo nell'alterità è possibile ritrovare.
L'uomo non è completo da solo: questo vale anche per l'apostolato, in tutti i campi ed a tutti i livelli.
Lo testimoniano le storie di santi legati a doppio filo da amicizie spirituali intensissime (san Francesco e Santa Chiara), ma anche di laici che hanno spesso agito in simbiosi (come non pensare ai coniugi Maritain!) e via dicendo.

L'interazione nell'apostolato è una "risorsa", una marcia in più: condivisione di fatiche, scambio di opnioni, ricerca di soluzioni, ma anche e soprattutto "sinergia" e "completamento" di talenti, di carismi, sia a beneficio della crescita personale, che di quanti sono destinatari dell'annuncio.

Fin qui si rimane al primo dei due livelli. L'annunciare "assieme a" e mai da soli.

Ma c'è il secondo aspetto, che non è meno rilevante: andare in casa di qualcuno e rimanervi...

Questo è interessante: chi è ospite di altre persone tende a condividere un pezzo di vita comune.
Dai pasti alla lettura di un libro, ad un momento di sano divertimento.
La "coabitazione" genera "conoscenza" e la conoscenza, necessariamente (in positivo o negativo che sia a seconda dei casi) determina la "condivisione".

Proviamo ad immaginare la scena di Gesù ospite in casa di Lazzaro, Marta e Maria.
Gesù parla con Maria, che ascolta la Sua Parola; interviene poi Marta e così il discorso si allarga.... in una condivisione di pensieri profondi e di insegnamenti, che va ben al di là della semplice preparazione e condivisione di un pasto.
Gesù -non a caso- fa dei "pasti" un momento di grande pedagogia e "comunione" con tutto ciò che Lui è. Fino alla "grande", "Ultima Cena" in cui veramente si dona totalmente, integralmente e per sempre. Fino alla Sacra Mensa dell'Eucaristia nella quale nuovamente si dona a noi.

Come accadeva allora ai pranzi "con" Gesù, così accadeva probabilmente fra gli apostoli e gli altri discepoli inviati in missioni e quanti li ospitavano, allargando la prospettiva dalla "integazione duale" ad una "condivisione" a largo raggio.

Proviamo ad applicare questa metodologia anche al nostro apostolato (qualunque sia il campo in cui operiamo), credo che molto possa cambiare in meglio: fermarsi a parlare con qualche fratello e sorella della parrocchia, condividere una riflessione sulla fede in famiglia, toccare il tasto giusto con i nostri colleghi di lavoro....dare noi stessi nel dare Lui.

L'amicizia profonda che il Signore può creare fra due o poche persone non deve intaccare minimamente la condivisione più ampia. 
Ne può essere anzi il "presupposto": penso all'opera di San Francesco di Sales, che dopo aver conosciuto Santa Giovanna di Chantal, le scriveva: "Mi sento più amoroso verso le anime"; o ai coniugi Maritain i quali, condividendo e intensificando il percorso personale-duale di fede, cominciarono ad organizzare dei veri e propri "salotti" di stampo intellettuale-religioso.

Che la "missione" di ciascuno di noi possa essere veraente una condivisione non solo di conoscenze teologiche, di capacità pratiche, di competenze tecniche, ma anche e soprattutto di testimonianze concrete di fede, che possano essere esempio, sprone, stimolo per gli altri.

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