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mercoledì 2 aprile 2014

FESTA DI SAN FRANCESCO DI PAOLA

Nel corso del triduo a san Francesco di Paola, abbiamo avuto modo di meditare sull'ascesi tipica della sua vita quaresimale, sviluppandola nella declinazione di una "forza liberatrice" verso Dio, verso l'uomo e verso le realtà e le pesone del proprio tempo.
C'è un aspetto - nella biografia del santo paolano - che non ha solo il sapore di un dettaglio cronologico, ma che, nel suo significato più profondo, si può ricondurre alla forza liberante che proprio nella vita ascetica, "quaresimale", san Francesco aveva già imparato a fare propria.
Questo aspetto biografico è ben più che un "particolare" insignificante: per ben ventiquattro anni, gli ultimi della sua vita, san Francesco dimora in terra straniera, a Plessis-les-Tour, in Francia.
Vi fu chiamato per "capriccio" dell'allora re di Francia, Luigi XI, sovrano che aveva consolidato la monarchia e la potenza del regno ricorrendo alla violenza, al sopruso ed alla completa mancanza di scrupoli, anche nei confronti dei suoi stessi familiari.
Indebolito a seguito dell'apoplessia che lo aveva colpito e desideroso di continuare a vivere per regnare sul trono di Francia, ricorre inizalmente a medici, astrologi e maghi.
Alla fine, avuta notizia della fama di questo grande taumaturgo della Calabria, lo manda a chiamare tramite il Re di Napoli. 
Inizialmente Francesco di Paola declina e solo quando Papa Sisto IV gli ingiunge di raggiungere la terra straniera, per obbedienza - e comprendendo che quello era il volere di Dio - il santo parte. 
Giunto dal re, non gli promette la guarigione fisica, ma - con pazienza e sopportazione di molte prove - gli ottiene alla fine quella spirituale, dono ben più grande, attraverso il quale lo prepara al prossimo incontro con il Signore.
San Francesco non farà più ritorno in Calabria: un distacco radicale, preparato dalla vita ascetica, quaresimale, che fino ad allora aveva condotto.
Neanche del suo corpo rimarrà nulla: custodito per più di cinquant'anni in terra di Francia, le sue spoglie verranno ala fine bruciate dagli Ugonotti.
E' stata l'ascesi, quell' "esercizio" al distacco dal non necessario che ha reso san Francesco capace anche dello strappo forse più totale e difficile per lui: non rivedere più i suoi luoghi natii, non poter rimettere piede nei suoi conventi, non incontrare più la maggior parte dei suoi amici e dei suoi familiari, passare da una vita "semplice" in un mondo semplice, ad una vita da ricostruire "semplice" all'interno di una realtà di corte complessa e aristocratica, infine - ma non da ultimo - essere costretto a ritrovarsi in una terra in cui, come ben vent'anni prima della sua partenza, aveva predetto ad un amico: "è necessario andare" pur se "non capiremo la lingua, nè loro la nostra, ma è volontà di Dio".

San Francesco ci insegna dunque la capacità di saper leggere - dopo opportuno discerimento - nei segni della storia, negli eventi concreti, nella parola di chi è al di sopra di noi, le indicazioni che ci vengono da Dio ed alle quali Egli ci chiede di aderire liberamente.
Possiamo infati scegliere se compiere la Sua volontà o meno: a volte alcuni passi sono dolorosi, ma si rendono necessari nel nostro percorso verso la santità e per il bene di molte anime.

Impariamo dal Santo di Paola a non opporre resistenza alla voce di Dio che si manifesta in molti modi, impariamo da lui a saper dire "sì" anche quando questa libera accettazione delle Sue richieste è per noi risposta sofferta, disponibilità costosa.

Un augurio sentito a quanti - come me - quest'oggi festeggiano il santo Patrono della propria regione (la Calabria), alla gente di mare che lo ha per protettore, a tutto l'Ordine dei Minimi e a chi porta il nome di questo santo.
SAN FRANCESCO DI PAOLA, IL SANTO DELLA QUARESIMA
L'ascetica come forza liberante...fino al distacco dalla terra natia
 
O Dio, con la vita povera di Cristo, 
Santuario di San Francesco di Paola,  Paola (Cs)




ci hai voluto arricchire dei beni 
celesti: 

concedici che, 
sull'esempio del nostro protettore
san Francesco, 

possiamo vivere col cuore distaccato 
dai beni di quaggiù 

e rivolto sempre ai beni del tuo Regno.

AMEN
 Dal libro "Scritti su San Francesco di Paola" di Mons. Giuseppe Morosini:
«Quando gli ambasciatori del re di Francia giunsero da Francesco a Paterno, ove allora egli si trovava, e consegnarono l'invito del loro re Luigi XI, Francesco subito lo declinò.
Egli non lesse o non intravide in tale invito la vlontà di Dio.
Certamente seppe dagli inviati del re che il motivo della richiesta del sovrano era il desiderio di ottenere un miracolo.
Ma lui tante volte aveva insegnato che il miracolo esige un contesto di fede e un progetto di Dio, che nessun uomo può forzare.
Rifiutò ancora quando intervenne il re di Napoli a sollecitare la partenza.
Si arrese solo dinanzi all'obbedienza formale impostagli d papa Sisto IV.

Il rifiuto iniziale può apparirci molto strano, se pensiamo che proprio lui nel passato, aveva già predetto questo viaggio.
Partire per andare a compiere un miracolo su commissione, non era certo un segnale di Dio per Francesco: chi era lui per decidere di compiere un miracolo?
Ogni volta che li aveva operati, ea sempre nella preghiera che aveva colto il volere di Dio e non nelle trame politiche dei grandi della terra.
Già nel rifiuto di S. Francesco a partire si possono rilevare alcuni elementi utili a tracciare il suo identikit come emigrante, che non è quello consueto dell'emigrante, che lascia la sua terra per i motivi più disparati e sogna di ricreare altrove quelle condizioni di vita, che non a conosciuto nellasua terra di origine, alla quale rimae comunque legato.
S. Francesco di Paola non lascia la sua tera deliberatamente.
Sappiamo che egli aveva intrapreso questo viaggio all'insegna della sottomissione alla volontà di Dio. 

Per nulla avrebbe lasciato la Calabria e soprattutto la sua famiglia religiosa che stava muovendo i primi passi, se non ci fosse stato un iscernimento di fede, fatto alla luce dell'obbedienza impostagli dal papa Sisto IV.
Il trasferimento in Francia avvenne all'insegna della fede, come quello di Abramo.

Quando partì, al'età di 67 anni, egli era impegnato nel progetto di consolidamento organizzativo e giuridico del suo movimento religioso e di espansione del medesimo nei confini del regno di Napoli.
Ma non parte per espandere il suo Ordine.
Egli decide di partire solaente per obbedire al papa, senza alcun progetto su di un futuro ce lo riguardasse, con l'interiore speranza di ritornare, anche se tale speranza era combattuta dal timore di dover chiudere i suoi giorni in terra straniera.
Egli parte portando con sé la sua umanità, il suo vigore, ma soprattutto la sua disponibilità a leggere nella storia i disegni della volontà di Dio.

Quali siano state le ripercussioni tra la gente per la partenza di S. Francesco per la Francia non le conosciamo.
Non abbiamo documenti in tal senso.
I biografi hanno enfatizzato la commozione del Santo per il distacco dalla sua terra, narrando delle impronte dei piedi lasciate su di una pietra.
Dumont le Romain, Luigi XI accoglie San Francesco di Paola a Plessis-les-Tour


Francesco e i suoi compagni eremiti dovettero affrontare i problemi di ogni emigrante, anche se, per risolverli, erano agevolati dal re, interessanto al miracolo sperato in ogni gesto che compiva.
Francesco seppe rimanere sempre al suo posto, con la sua identità di povero eremita.
L'adattamento, però, al nuovo ambiente ceramente non fu dei più facili.
  • Dovettero affrontare anzitutto la situazione logistica. Per rimanere fedeli alla loro vocazione eremitica, scelsero di alloggiare in alcune stanze preparate accanto alla capella diS. Mattia, costruita entro il recinto del castello.
Ma soffrirono parecchio nel loro desiderio di continuare la vita silenziosa e solitaria dell'eremo lasciato in Calabria.
Le loro abitazioni erano troppo vicine alla corte per non sentire il disturbo di un ambiente che certamente non favoriva la loro preghiera.


  • C'era, poi, il problema della comunicazone a causa della lingua diversa.
Soprattutto Francesco aveva bisogno dell'interprete, in quano doveva trattare gli argomenti delicati, che gli avevano affidato il papa e il suo; la situazione, pertanto, non si presentava facile.

C'era da vincere poi l'ambiente ostile che si era creato in alcuni membri della corte, capeggiati dal medico personale del re.
Questi cercava di persuadere il re che l'eremita era uno dei tanti guaritori imbroglioni passati già, senza alcun esito, dal suo capezzale.
Tanta parte della corte non vedeva di buon occhio l'arrivo di un eremita da oltralpi.

Luigi XI, da una parte frequentava quotidianamente l'eremita che aveva fatto veire dalla Calabria nella speanza di ottenere il miracolo dellaguarigione, dall'altra parte, visto che il miracolo tardava a venire, sembrò cedere alle pressioni di quanti parlavano male di Francesco.
Lo fece pertanto sorvegliare di nascosto e lui stesso lo provocò con la corruzione.
Il re cedette alla fine, quando lui stesso provò la rettitudine, dopo che anche quanti erano stati incaricati a spiare l'Eremita gli riferirono del suo stile di vita, tutto preghiera e penitenza; e dopo che con la figlia Anna nel parco assistette all'estasi di Francesco.
S. Francesco visse con sofferenza o disagio interiore l'ostilità di un mondo dove, suo malgrado, era finito per obbedienza al papa.

  • Francesco doveva contemporaneamente salvaguardare lo stile della sua vita, aiutare il re in un processo di ravvedimento spirituale, e svolgere la missione diplomatica affidatagli dal suo re e dal papa all'interno di una realtà che immediatamente si mostrò ostile.
  • Bisognava, inoltre, sottoporsi ad un duplice adattamento riguardo al cibo, sia per a diversità culturale tra Francia e Italia, sia soprattutto per far accettare la sua rigorosa penitenza quaresimale, non più capita in Francia dagli Ordini religiosi, che pur avrebbero dovuto osservarla, anche se non con il rigore con il quale Francescola viveva e l'aveva proposta ai suoi religiosi.
Ma Francesco non approfitta della prodigalità del re e provvede lui stesso al suo nutrimento, cotivando verdure in un pezzo di giardino messogli a disposizione dal re.

  • La lontananza dalla sua terra e i problei del suo movimento religioso preoccupano il suo animo e lo tengono sempre all'erta.
Ma la fiducia in Dio e la coscienza di svolgere una missione voluta dall'alto, davano serenità a lui e ai frati che erano con lui, i quali certamente ebbero modo di ricordare spesso la profezia del loro padre:"Andremo in un paese dove non capiremo la lingua di chi l'abita, né loro la nostra".
Anche loro si disposero a compiere quella volontà di Dio, così come erano stati invitati a fare».


martedì 1 aprile 2014

TRIDUO A SAN FRANCESCO DI PAOLA - terzo giorno: l'ascetica è riequilibrio nel rapporto con la natura

TRIDUO A SAN FRANCESCO DI PAOLA, IL SANTO DELLA QUARESIMA
 
Terzo giorno: "L'ascetica è riequilibrio nel rapporto con la natura"


O Dio, con la vita povera di Cristo, 
Santuario di San Francesco di Paola,  Paola (Cs)




ci hai voluto arricchire dei beni 
celesti: 

concedici che, 
sull'esempio del nostro protettore
san Francesco, 

possiamo vivere col cuore distaccato 
dai beni di quaggiù 

e rivolto sempre ai beni del tuo Regno.

AMEN
 
 
 
 
 Dal libro "Scritti su San Francesco di Paola" di Mons. Giuseppe Morosini:
 
"L'ascesi non è disprezzo della natura, ma riequilibrio d'un rapporto che riporta l'uomo, che prende le distanze dai beni di questo mondo, al vero dominio sulle cose voluto da Dio per l'uomo, che è il rispetto e la cura di quanto ha ricevuto in dono.
L'uomo per rispettare la natura e custodirla deve sacrificare qualche suo desiderio di utilizzo sfrenato di essa; ma è un sacrificio necessario, che ritorna a benefecio dell'uomo stesso.
In questo senso l'ascesi riconcilia l'uomo con la natura". 
 
San Francesco è un santo "modernissimo", come il suo omonimo d'Assisi, sotto il profilo della "custodia del creato", tema tanto caro anche agli ultimi pontefici.
Senza rapporto con Dio, senza distacco dalle cose, non è possibile imparare la difficile arte della "conservazione", della custodia della natura.
E' interessante sottolineare alcuni versetti della Genesi: 
 
"Dio li benedisse e Dio disse loro:
«Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra e soggiogatela,
dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente che striscia sulla terra»".
 
(Gen 1,28)
 
In quel "siate fecondi e moltiplicateli" si trova nascosta una chiave interpretativa della creazione che forse da sempre l'uomo ha sottovalutato.
In questo "invito" divino, all'uomo è consegnato anche l'obbligo morale di custodire il creato, di dominarlo non nel senso di distruggerlo, ma di sfruttarlo "conservandolo" funzionante nei suoi ritmi naturali imposti da Dio, per preservarlo come fonte di vita materiale anche per le future generazioni.

Santi come san Francesco di Paola ci ricordano esattamente questo, con la loro scelta radicale di vivere, ad esempio, rinunciando in perpetuo alla carne e ai suoi derivati; salvando finanche degli animali dalla morte o richiamandoli in vita; vivendo di molta preghiera e poco cibo.

L'insegnamento per l'uomo di oggi è quello a rendersi attento ad evitare lo spreco dei beni, anche nelle piccole attenzioni giornaliere con beni che sempre di più si fanno "preziosi", come l'acqua;
a non accumulare scorte di cibo che poi verranno cestinate;
a non pretendere di "trasformare" finanche i meccanismi che regolano la natura, per trarne profitto economico: Dio stesso ha regolato con delle leggi precise ogni cosa, mutare quelle leggi significa compromettere il buon "andamento globale" del tutto, spezzare l'equilibrio di un ecosistema.
Quanto oggi si vive, dagli effetti disastrosi dei trivellamenti per l'estrazione del petrolio in alcune zone all'eccessiva esposizione a radiazioni presenti nell'atmosfera, dall'inquinamento delle falde acquifere alla modificazione genetica degli alimenti, è una forte spia che indica la necessità di recuperare anche questa dimensione "cristiana" del rispetto della natura.
 
Il distacco dai beni che San Francesco ha realizzato nella sua vita, è un invito anche per noi, per recuperare un rapporto più equilibrato con la natura che ci circonda.
 

lunedì 31 marzo 2014

TRIDUO A SAN FRANCESCO DI PAOLA - secondo giorno: l'ascetica è forza liberatrice da esercitare verso gli altri


TRIDUO A SAN FRANCESCO DI PAOLA, IL SANTO DELLA QUARESIMA
Secondo giorno: "L'ascetica è forza liberatrice da esercitare verso gli altri"


O Dio, con la vita povera di Cristo, 
Santuario di San Francesco di Paola,  Paola (Cs)




ci hai voluto arricchire dei beni 
celesti: 

concedici che, 
sull'esempio del nostro protettore
san Francesco, 

possiamo vivere col cuore distaccato 
dai beni di quaggiù 

e rivolto sempre ai beni del tuo Regno.

AMEN



Dal libro "Scritti su San Francesco di Paola" di Mons. Giuseppe Morosini:
«La vera forza liberatrice dell'ascesi S. Francesco di Paola l'ha esercitata nei confronti degli altri.
La sua umanità, l'accoglienza esercitata verso tutti, la sensibilità dimostrata verso i problemi e le difficoltà degli altri, sono state frutto di quella purificazione interiore che l'ascesi porta con sé: "Il digiuno rende il cuore contrito ed umiliato", ha scritto nella Regola per i frati.
Il culto dell'umiltà, legato a filo doppio con il digiuno, rende capaci "di essere benigni, modesti ed esemplari", "di onorarsi a vicenda nella carità", "di perdonarsi scambievolmente fino a dimenticare il torto ricevuto": sono le semplici ma grandi racomandazioni lasciate da S. Francesco nelle sue Regole per costruire la comunione nella comunità.
S. Francesco non si tira indietro e accetta la sfida della vita, superando gli spazi angusti della solitudine contemplativa per prendere il largo della storia, interpretando l'incalzare degli avvenimenti come il segno di una missione che Dio gli affida.
L'umile e austero eremita si trasforma in profeta severo, esigente, coraggioso, non disponibile a compromessi.
Il cronista di corte francese nota questa trasformazione, anche se solo da un punto di vista umano: "Si muoveva come uno educato da sempre alla vita di corte"»  
L'ascesi apre il cuore agli altri, rende capaci di stare "meglio" con tutti, trasforma la capacità "qualitativa" dell'essere con Dio e con il prossimo, chiunque esso sia.
Guardando al modello, che è Cristo, si ritrova esattamente in Lui questa capacità di vivere il rapporto interpersonale in maniera molto naturale, spontanea: Cristo sa stare con tutti e così Lo ritroviamo a pranzo con pubblicani, peccatori, come pure dagli sposi di Cana, dagli amici Marta, Maria e Lazzaro, con i Suoi discepoli e con le folle, come nell'episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Gesù Signore sa come relazionarsi con il Padre nella preghiera solitaria, così come in quella collettiva (il Padre Nostro, l'istituzione dell'Eucaristia); è capace di parlare con i capi religiosi del Suo tempo, con i poveri, con i ricchi.
Per ciascuno ha modi, sfumature linguistiche e psicologiche differenti, ma non in base ad un capriccio personale, ma tenendo conto di quanto l'altro necessita per essere avvicinato a Dio, ora con una parola dolce, ora con un rimprovero.
Qual è il "segreto" che nasconde l'ascesi, come rende possibile tutto questo?
Credo che occorra tornare alla derivazione etimologica già chiarita ieri: ascesi-esercizio, esercitarsi.
L'ascesi esercita nella vicinanza sempre maggiore a Dio e, attraverso il distacco dalle cose non necessarie, anche ai bisogni degli altri.
E' in sostanza un progressivo allenamento alla "Verità": più si avanza nel percorso ascetico, maggiormente si percepisce l'intensità e la forza di questa Verità.
Solo in nome della Verità e dalla Verità, l'uomo trova la forza di "denunciare" il male, senza temere di parlare davanti al ricco, al potente, al dotto.
Solo per amore della Verità si impara a stare con tutti, in ogni ambiente, nella certezza di essere tutti fratelli in Cristo, e di avere la responsabilità di condurre a Lui chi è ancora lontano.
Solo attirati dalla Verità è possibile sentire slanci d'amore verso i derelitti, i più poveri, i più abbandonati, chinarsi sulle miserie umane come hanno fatto tanti santi, da S. Francesco d'Assisi al nostro Santo paolano, fino a Madre Teresa di Calcutta.
L'ascesi diventa allora necessario pane quotidiano per tutti, perché solo coltivando in noi uno spazio per l'unica ricchezza, che è la Verità, è possibile imparare a sentirsi sorretti da Dio in ogni ambiente e a portare Lui in ogni luogo, a persone di ogni ceto, a portare l'Amore anche ai non credenti.

  

domenica 30 marzo 2014

TRIDUO A SAN FRANCESCO DI PAOLA - primo giorno: l'ascetica è forza di liberazione


Carissimi amici,
quest'oggi comincia il triduo a San Francesco di Paola, santo a me particolarmente caro, in quanto calabrese.
Per le meditazioni di quest'anno ho deciso di ricorrere ad un testo di Padre Giuseppe Fiorini Morosini, paolano, minimo e attualmente vescovo di Reggio Calabria.
Il tema centrale sarà la "spiritualità quaresimale" in San Francesco, quale spunto di ascetica giornaliera accessibile a tutti noi.
Buona lettura e buona preghiera!




 TRIDUO A SAN FRANCESCO DI PAOLA, IL SANTO DELLA QUARESIMA
Primo giorno: "L'ascetica è forza di liberazione"


O Dio, con la vita povera di Cristo, 
Santuario di San Francesco di Paola,  Paola (Cs)




ci hai voluto arricchire dei beni 
celesti: 

concedici che, 
sull'esempio del nostro protettore
san Francesco, 

possiamo vivere col cuore distaccato 
dai beni di quaggiù e 

rivolto sempre ai beni del tuo Regno.

AMEN
 Dal libro "Scritti su San Francesco di Paola" di Mons. Giuseppe Morosini:

"S. Francesco di Paola è il Santo della quaresima.
E' chiamato così perché ha scelto di seguire Gesù, facendo propri per tutta la vita gli ideali evangelici, che la Chiesa propone durante la quaresima.
Di S. Francesco di Paola si dice che era austero con se stesso, ma umano con gli altri e che era dedito alla contemplazione.
Tre indicazioni che esprimono al meglio il suo mondo interiore e la sua proposta di imitare Cristo.
Egli non fugge, ed è anche in funzione di questo mondo che vive la sua austerità, secondo le parole della Scrittura: Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oprressi e spezzare ogni giogo? (Is 58,6)

L'ascetica cristiana è forza di liberazione, che rinnova l'uomo e lo libera da quei condizionamenti che impediscono di realizzare un rapporto autentico con se stesso, con Dio, con gli altri, con la natura che ci circonda.
Se percorriamo la vita di S. Francesco alla luce di questa verità, ci accorgiamo come egli abbia coltivato in se tale forza e l'abbia dimostrata nei suoi comportamenti".


E' curiosa l'etimologia della parola "asceta": "askètes" da "askèo". "Chi fa gli esercizi"-"esercitare".
L'etimologia ci riporta all'essenzialità della mortificazione implicata dall'ascetica.
Esercitarsi...fare esercizio.
Allenarsi, potremmo dire.
Ma esercitarsi per cosa? Per riuscire bene in quale attività?
La risposta ce la offre questo testo di Padre Morosini: l'austerità cristiana è anche orientata in funzione del mondo.
Questa è stata anche la caratteristica della "grandezza" spirituale di San Francesco di Paola.
Denunciare, non solo con le parole, ma anche con i fatti, l'ingiustizia di un sistema sociale in cui la ricchezza dei nobili era spesso il frutto dell'oppressione dei poveri.
Impegnarsi, concretamente, nel perorare la causa dei più deboli.
Pregare, sorretto da questa forza interiore frutto dell'ascesi, per la pace in un contesto di forte minaccia e di assetti incerti (non va dimenticato che le invasioni turche erano ancora minaccia seria nella Calabria del tempo e che vi erano molti giochi di potere per il possesso sulle varie terre, anche da parte delle potenze che regnavano al Sud).
Dimostrare, con il proprio esempio, che "non di solo pane vivrà l'uomo"....(Lc 4,4)

Come applicare tutto questo nella vita "ordinaria" di un credente?
San Francesco ci lascia questo insegnamento: l'ascesi non è rinchiudersi in una cella "povera", in un convento "povero" ed in un paese "povero", in una preghiera solitaria per chiudere gli occhi sui problemi del mondo.
L'ascesi è vivere rinunciando all' "attaccamento ossessivo" che ci distoglie dalle vere necessità dei fratelli e dalla capacità di denunciare gli egoismi del mondo. 
"Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e, 
vedendo il suo fratello in necessità, 
gli chiude il proprio cuore, 
come rimane in lui l'amore di Dio"? 
(1 Gv 3,17)
San Giovanni ci dà la chiave di lettura di questa prima meditazione su San Francesco: ascetica è anche fare "esercizio" di spoliazione per comprendere quanti vivono ordinariamente quella stessa situazione di mancanza - ma in modo perenne - di un qualcosa che, nella vita, normalmente si dà per scontata.
In questo senso, l'ascesi la si può e la si deve praticare sempre, non solo in quaresima.
In questa ottica, l'ascetica cristiana diviene il mezzo per "aprire" gli occhi sui bisogni dei meno "ricchi" (in tutti i sensi: i meno ricchi di beni materiali, come di quelli affettivi!).
L'ascetica, che ci svuota del non necessario, ci riempie di Dio che è l'unica Vera Libertà e Ricchezza.
Allora sarà possibile, come lo fu per San Francesco, riuscire a toccare il cuore di quanti, vivendo lontani da Dio, schiacciano sotto il loro giogo di potere i più deboli.
Proprio come diceva Sant'Agostino: "con il tuo amore stai rimproverando il vuoto della sua vita".