giovedì 2 gennaio 2025

Giubileo della Speranza

 

"IL TEMPO E LA SPERANZA"

Buoni propositi per il nuovo anno




Il nuovo anno comincia sotto il segno di una donna: Maria, la Madre di Dio, la Madre degli uomini.
Ma del tempo diciamo che è esso è dono di Dio, e così l'anno che inizia è il regalo che ci concede il Padre per essere, ancora una volta, immersi nella storia in un moto di rinnovamento che viviamo alla luce dei cosiddetti "buoni propositi" con cui accogliamo, in fin dei conti, ogni fine che si riversa in un ricominciare. Sono le nostre aspettative personali e globali, che riflettono, nella loro profondità più intima, il nostro bisogno di trascendenza: ciò che abbiamo non è mai sufficiente, siamo sempre alla ricerca di altro, abbiamo costantemente necessità di guardare oltre, di respirare una felicità più grande, di cogliere obiettivi più elevati, di incontrare, in fin dei conti, la versione migliore di noi stessi. 
La dimensione storica che attraversiamo non è soltanto un pugno di mesi in successione l'uno dopo l'altro, ma un cammino che cresce con noi e in cui noi stessi cresciamo, nella speranza di andare incontro agli altri e all'Altro, e che gli altri e l'Altro facciano altrettanto con noi. 
Ogni nuovo anno è, insomma, una piccola Genesi, in cui desideriamo essere ricreati, per riprendere la nostra corsa con più slancio, lasciandoci alle spalle le cose che di quello precedente non ci sono piaciute, che ci hanno provocato sofferenza, ferite, traumi; ma anche conservando e migliorando le situazioni nuove, belle, entusiasmanti che abbiamo vissuto; portando con noi le persone che ci hanno offerto la loro vicinanza, la loro amicizia, il loro amore.
La fine che si riversa nell'inizio ha un po' il sapore dell'innamoramento, in cui davvero sentiamo che tutte le cose si fanno sempre nuove, sempre "principio" di un oggi che diventa un domani più bello e pieno; la fine che si consuma nel principio ha sempre un po' il gusto dell'amore che sboccia, in cui la speranza ha la parola più forte, e ci fa realmente credere che tutto sia possibile.
L'anno nuovo, come la vita e come l'amore, richiede allora un Padre e una Madre per essere veramente generativo, vitale, vivente. Qualcuno che non solo ci porti alla luce, ma che ci prenda anche per mano e ci accompagni, ci insegni ciò che ci serve e poi ci lasci liberi di andare con le nostre gambe. 
L'anno nuovo, come la vita e come l'amore, necessita di un Padre e una Madre che rigenerino in noi la fiducia nella freschezza di nuove possibilità; che riaccendano in noi la capacità di scorgere grandi orizzonti anche quando tutto sembra cupo; che rianimino in noi il desiderio di rialzarci anche se siamo caduti. 
Se Dio è il Dio della speranza, del tempo e della storia, allora ogni nuovo anno è, principalmente, un tempo di speranza: non c'è virtù umana per esercitare un qualche potere sul tempo – diceva papa Francesco nel 2013 – ma l'unica virtù per guardare al tempo è la speranza [1].  
Nella speranza, proprio il tempo che apparentemente si riavvolge intorno al nastro di partenza non è semplicemente una fiaba, ma lo spazio di nuove, concrete possibilità: e laddove non si possono cambiare vicende e persone, allora, che nella speranza, possiamo almeno cambiare noi stessi, per avere sguardi, pensieri e cuore allenato. Per vivere meglio, più padroni di noi stessi, autonomi e forti come quel Padre e quella Madre che ci introducono in questo nuovo inizio per farci guardare dentro di noi e nelle nostre esistenze, e farci scoprire, proprio nella speranza, ricchezze che forse non sapevamo di possedere.
Questa è la vera speranza: essere consapevoli di non essere soli, e che ogni tassello che compone la nostra vita ha un senso, anche quando non si incastra secondo i nostri progetti umani, perché tutto procede verso Colui che raccoglie e armonizza in sé tutta la storia.
La nostra, insieme alla Sua. 

Buon 2025 a tutti, buon Giubileo della speranza!


[1] Papa Francesco, Meditazione mattutina a Santa Marta, 25 novembre 2013.

giovedì 19 dicembre 2024

Una nuova pubblicazione per il Giubileo

 

"ANCORATI ALLA VERDE SPERANZA"

Pellegrini con arte verso la meta





La speranza non delude
- ci dice san Paolo - perché siamo certi dell'amore di Dio che lo Spirito ha riversato nei nostri cuori.
Ma proprio la speranza può facilmente essere confusa con altre cose che rimangono diverse da essa: come l'ottimismo ideologico o come la semplice aspettativa umana di un buon esito delle situazioni umane. Proprio san Paolo, però, aiuta a tracciare un profilo diverso della speranza cristiana quale virtù teologale, e lo fa attraverso un'immagine: quella dell'àncora. A partire da questa traduzione visiva della speranza è possibile provare a tracciare un cammino che affronta anche le declinazioni artistiche dello sperare. Un viaggio interessante, che ci conduce fra pittura e poesia, fra Bibbia e magistero, e che ci fa attraversare secoli di storia, usi e costumi. Quante volte, per esempio, abbiamo associato il verde alla speranza, senza però sapere da dove parta questo abbinamento? Questo libro vuole allora essere un approccio ampio al tema della speranza, in vista del prossimo giubileo, provando però a guardare il tutto da un punto di vista diverso, con l'occhio di chi sa che i concetti, quando diventano colore e forma, molto spesso si imprimono più a fondo nell'animo umano e invitano più profondamente alla riflessione.
Prepariamoci dunque all'Anno Santo provando a scoprire lati insoliti, ma non per questo meno importanti, della speranza cristiana.

Il libro è disponibile su Amazon in formato cartaceo e E-book.

sabato 12 agosto 2023

Sguardo cristiano su notizie di attualità

"SANTO SUBITO"

Il politically correct della morte




Difficile che la morte di personaggi "famosi" ci "scansi". Non per la fama (più o meno grande) della persona in questione, a cui potremmo certamente anche essere legati da questioni private, pubbliche, artistiche, o alla quale, certamente e come per tanti di noi avviene, potremmo pure non essere legati affatto. Ma è cosa poco fattibile, il rimanerne al di fuori, semplicemente per il complesso e movimentato processo mediatico che essa mette in atto, una vera e propria macchina da spettacolo che, volente o nolente, alla fine ci coinvolge tutti, tanto da spettatori attivi quanto passivi.
La morte di Michela Murgia non fa eccezione, e, parlando in prima persona, alla massa di informazioni lette sui giornali e sui social, si aggiungono i vari messaggi in cui vengono condivisi articoli e altri contenuti, legati non solo al mondo della cronaca squisitamente "laica" (e magari anche politicizzata), ma pure a quella connessa a un mondo più "ecclesiale", come i quotidiani Avvenire e Osservatore Romano.
Un bombardamento mediatico, in cui si sovrappongono citazioni estrapolate dai libri della scrittrice e attivista, dalle ultime interviste, ma anche commenti che hanno il sapore, a volte, di veri e propri panegirici incensatori o di muri del pianto davanti ai quali innalzare una richiesta tardiva di perdono per atteggiamenti, condanne, sentenze pregresse.
Tutte questioni che ci pongono davanti a un problema di tipo esistenziale (il giudizio sulla persona è cosa facile o complessa? Cosa identifica veramente l'essere umano con determinate posizioni, istituzioni, credi religiosi? Come si dialoga davvero con chi la pensa diversamente da noi?), e con risvolti certamente anche spirituali, tanto più se la persona in questione si definiva cattolica, ma di un cattolicesimo "fuori dalle righe".
Come credenti, allora, l'evento naturale della morte di un personaggio pubblico (anche e soprattutto quando accaduto in circostanze drammatiche come una improvvisa e prematura malattia) pone certamente degli interrogativi, e fra questi alcuni strettamente di fondo, propedeutici a tutti gli altri: domande sulla facilità con cui spesso, noi esseri umani, passiamo dal condannare all'assolvere (o viceversa), solitamente nemmeno in punto di morte, ma subito dopo; quesiti sulla nostra "incredibile" capacità di risolvere conflitti ben più grandi di noi (ideologici, teologici, politici) apparentemente (e magari momentaneamente) solo in un post-mortem in cui è facile elargire commiserazioni, plausi, riconoscimenti, senza che l'altro interlocutore abbia la facoltà di prendere parola.
Non è una questione futile, a ben pensarci. Si rischia di ridurre tutto quello che ruota attorno alla morte (e ciò accade sempre più di frequente) a un banale sentimentalismo, all'onda del momento, al buonismo dell'istante dinanzi al dolore per la scomparsa di qualcuno, alla "ingiustizia" della dipartita di una persona giovane, alla svendita delle proprie posizioni (fino a poco prima strenuamente difese) per una sorta di politically correct che ci permette di rimanere nel circo mediatico, di fare di tutta un'erba un fascio, di raccogliere consensi, di presentare il volto di una politica inclusiva, di un mondo di letterati colti, di una religione della misericordia che cancella i dogmi, le regole, le caselle in cui ordinare il proprio credere.
Riflettere su tali argomenti non significa, semplicemente, optare per il condannare o l'assolvere. Sarebbe fin troppo facile risolvere il tutto come un problema di bianco e di nero. Il problema è però quello di una onestà intellettuale che non è negoziabile e rinnegabile dinanzi al pietismo momentaneo, perché altrimenti si incappa nell'anarchia del "santo subito", con canonizzazioni socio-politico-religiose a cui tutti, sempre più di frequente, assistiamo.
Bisognerebbe, forse, in un certi momenti, imparare a tacere, e, dinanzi al mistero della morte, specialmente quella di personalità ricche di sfumature, ma anche controverse (e al netto di tutto il buono/cattivo, giusto/sbagliato che ogni essere umano accumula insieme come bagaglio di vita) ricordarsi che una preghiera silenziosa e la sospensione del giudizio canonizzatorio rimangono la migliore risposta a ciò che, appunto, rimane per noi, dell'aldiqua, un arcano. Mentre sono certezze le Verità in cui crediamo, i valori non commerciabili, e la ragione con cui possiamo applicarli nella vita di ogni giorno, rimanendo fedeli a essi, pur nell'apertura al dialogo con chi la pensa diversamente da noi. Perché la coerenza a ciò che professiamo, in fin dei conti, è ciò che ci rende veramente affidabili e degni di fede, capaci di dare una testimonianza verace, che non si inchina dinanzi alle mode del momento.

domenica 4 giugno 2023

Pensieri per lo spirito

TRINITÀ, DIO RICCO DI AMORE
«L'amore determina il futuro» (Karol Wojtyla)



La Trinità nell'Horae ad usum Parisiensem (Latin 1176, fol. 186r.), 
Parigi, Bibliothèque Nationale de France
Fonte: gallica.bnf.fr

Il Signore passò davanti a lui, 
proclamando: 
«Il Signore, il Signore, 
Dio misericordioso e pietoso, 
lento all’ira 
e ricco di amore e di fedeltà»
(Es 34,6-7).




È aggettivo di sovrabbondanza il termine "ricco": parola del superfluo, vocabolo dalle sfumature di sicurezza e dalle prospettive di tranquillità a lungo termine.
Così lo intravediamo già nella parabola lucana del ricco stolto (Lc 12,13-21), racconto che, tuttavia, non ha un lieto fine, perché la ricchezza accumulata dal protagonista non procura a quell'anima mia invocata nell'incipit la beatitudine tanto sperata. 
Eppure tale rimane – anche nell'immaginario collettivo – l'idea della ricchezza: un lasciapassare per il futuro, un salvagente per gli imprevisti, una garanzia per la propria pace.
Possedere molti beni diventa forse un antidoto alla paura dell'ignoto: arpionarsi alla ricchezza è quasi scongiurare il pericolo della malattia, della morte, l'avanzare della vecchiaia, l'inevitabilità del consumarsi dell'esistenza. Avere molti beni offre la possibilità di godersi la vita, di arraffare compulsivamente una felicità che, in fin dei conti, ci sembra sempre sfuggente, perché la sappiamo destinata a incontrare un termine ultimo. Almeno nei connotati spazio-temporali del nostro vivere terreno.
Aver accumulato e poter disporre di questo accumulo negli anni a venire sembra allora il palliativo a ogni mancanza d'altro: perché i soldi possono anche anestetizzare l'assenza di affetti.
Ma che la ricchezza materiale non sia davvero il preludio della felicità lo sottolinea sempre la Scrittura, quando Gesù sentenzia senza mezzi termini che «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio» (Mt 19,24).
La conclusione stessa della parabola del ricco stolto ne è segno eloquente: «"Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?". Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio» (Lc 12,20-21).
La ricchezza è, allora, un'arma a doppio taglio:
 porta spesso all'eccesso, al vizio, al godimento sì, ma senza limiti, senza paletti etici e morali (in una parola: il consumo delle cose porta alla consumazione di se stessi); oppure, quando anche non si raggiungano questi estremi, conduce a delle false sicurezze, a un vivere mascherato di eternità, a una realtà virtuale in cui fingere che non esistano lo scorrere del tempo, la morte, il passaggio da questa a un'altra vita.
Non è, allora, la ricchezza in sé il punto (anzi, Gesù stesso dice che bisogna arricchirsi presso Dio), ma proprio la vita stessa.
Quale vita vogliamo vivere? Quale consapevolezza abbiamo di questa esistenza? Siamo certi che il godimento dell'oggi sia solo un preludio a quello del futuro senza fine? Sappiamo che ogni ricchezza di questa terra è un rimando a un'altra ricchezza più solida, più verace, realmente eterna?
La ricchezza può dunque diventare un simbolo, e lo è nella misura in cui ciò di cui per primo vogliamo arricchirci è l'amore. Non come possesso, ma come capacità incondizionata di donarci agli altri, in un impegno che abbia il sapore della stabilità. In quest'ottica ogni ricchezza materiale non diventa egoistica soddisfazione di bisogni personali, corsa contro il passare degli anni, isolamento nel proprio benessere, ma acquista le sfumature della condivisione, della carità, della cura dell'altro e di se stessi nell'autocoscienza di un compito di amore ricevuto da Dio.
E in questo senso anche il nostro stesso Dio è ricco. Ricco di amore e di fedeltà, come lo descrive il libro dell'Esodo nel brano della prima lettura di questa domenica dedicata alla Santa Trinità.
La vera felicità trinitaria sta tutta qui: in questa ricchezza di amore e di fedeltà, in questa relazione che fa del divino il perennemente innamorato, il perennemente donato, il perennemente fedele. Il perennemente gioioso.
Questa idea di ricchezza rovescia le nostre convinzioni su ciò che ci rende ricchi, e ci riporta all'esperienza che forse tutti noi abbiamo provato, almeno una volta nella vita. Alla felicità che pervade l'animo umano nel momento in cui si è innamorati, al senso di mistero e di eternità che l'amore scava nel cuore umano. Al desiderio di riversarsi per sempre in un altro e di sentire per sempre l'altro in sé. Tutte sensazioni (e realtà) che vanno di pari passo con l'amore.
«L'uomo ha a disposizione una esistenza e un amore» – scriveva Karol Wojtyla nella sua opera teatrale La bottega dell'orefice – «come farne un insieme che abbia senso? La gente si lascia trascinare dall'amore come se fosse un assoluto, anche se mancano le misure dell'assoluto. La gente segue la propria illusione, senza cercare d'innestare questo amore nell'Amore che ha una tale misura. Non hanno neanche il sospetto di questa necessità perché sono accecati non tanto dalla forza del sentimento quanto dalla mancanza d'umiltà. 
È una mancanza d'umiltà verso quella che dovrebbe essere l'amore nella sua vera essenza. Questo pericolo diminuisce se ne siamo coscienti. In caso contrario – il pericolo è incombente; l'amore cede sotto il peso della realtà quotidiana» [1]. 
Innestarsi in Dio, "entrare" nella Trinità, innestare il proprio amore umano nel suo amore. Ecco il segreto, perché «Dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21).
La prima ricchezza dell'uomo deve essere Dio, il suo stesso amore. Solo così ogni amore umano potrà essere vero, resistente agli urti del tempo e perdurare per sempre. Proprio come l'amore di Cristo, che nella sua esperienza terrena ha amato di un amore resistente al fardello di ogni prova, anche al pesante legno della Croce.
«Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano». (Mt 6,19-20)
Perché solo «l'amore determina il futuro» [2].



NOTE

[1] Karol Wojtyla, La bottega dell'orefice, Libreria Editrice Vaticana, 1978 (ristampa 2015), pp. 81-82.
[2] Ibidem, p. 28.

domenica 7 maggio 2023

Sguardo cristiano su notizie di attualità

DI UOMINI, DONNE E COMPLICITÀ
Vera mascolinità e femminilità a partire dalla Scrittura










 


C’è qualcosa di negativo fra i vari significati della parola “complice”.
Qualcosa di così pesante che il termine ci appare spesso solo nella sua accezione oscura, facendoci pensare immediatamente a un’azione cattiva come un reato, un delitto, un furto; tutte cose in cui si opera il male perché due persone si alleano assieme per compierlo, in diversa misura. Siamo abituati, insomma, più a una complicità di cattiveria che a una di buoni propositi.
Forse, nella nostra innata tendenza all’egoismo e al disordine interiore, abbiamo dimenticato che l’essere complici ha anche un altro, e ben diverso, ventaglio di sfaccettature, comprensibili ritornando all’origine della parola, alla sua etimologia. Quella di un vocabolo che deriva dal lat. tardo complex -plĭcis, composto di con- e della radice *plek- presente in plectĕre-allacciare e anche in plicare-piegare 
Piegato, allacciato insieme, dunque. Non c’è, nella natura linguistica della complicità, l’ombra del male. Il termine è completamente svestito di connotazioni etiche, morali, legali. A noi la scelta di riempire questa neutralità di bontà o di malvagità, di giustizia o di ingiustizia, di correttezza o di scorrettezza.
Che tutto dipenda dalla nostra libertà è la Scrittura stessa a rammentarlo, squadernandoci davanti agli occhi queste due possibilità come facce di una stessa medaglia.
Nella Genesi Dio crea l’uomo e la donna, in una ricchezza semantica che solo l’ebraico biblico disvela (diversamente dalla nostra traduzione italiana), laddove  ish è l’uomo e ishàh la donna tratta dalla sua costola, con somiglianze ad altre parole quali ishiut-individualità, e ishut-matrimonio-unione. Un complesso di rimandi che completa l’idea della donna compagna che sta di fronte all’uomo come aiuto (secondo la traduzione letterale del testo originario).
L’idea dello stare “di fronte” fa pensare certamente a uno specchio, in cui, in un certo senso, l’altro possa riflettersi per vedere e costruire meglio la propria identità, la propria pienezza. Piegandosi assieme “con”, allora, si ritorna “al centro”, a quella completezza di corpo e di spirito voluta dal Creatore (i due che tornano a essere un’unica carne), ma questo è, più in profondità, il piegarsi verso Qualcuno che sta “in mezzo” a questa unità, se è vero che l’uomo è inizialmente creato a immagine e somiglianza di Dio. 
La vera complicità è allora in sé (rimanendo su un piano strettamente scritturistico) intrinsecamente positiva, orientata a un bene superiore: il piegarsi verso l’altro per raggiungere insieme l’Altro per eccellenza.
Il problema scaturisce quando (e la Bibbia lo dimostra subito dopo) il confronto speculare si spezza, e ci si piega verso altro che non è né l’altro né Dio. La tentazione di Eva immette un “quarto elemento” in questa relazione, cui consegue quanto già noto sul peccato originale e la cacciata dall’Eden.
Il problema è che il “quarto elemento”, in diversa misura, permea quotidianamente il nostro mondo di relazioni uomo-donna, e ne sentiamo echi diversi, spesso sottilmente rintracciabili anche nelle idee fuorvianti sull’idea di eros, mascolinità e femminilità.
Dimenticando le cose principali ci si ferma su quelle accessorie, e diventano preponderanti le questioni sui ruoli “istituzionali” all’interno della coppia, quelle linguistiche sulle desinenze di professioni e competenze, quelle ideologiche sulla libertà di sperimentare “nella mente”. I gossip di quest'ultima settimana hanno prodotto materiale abbondante su questi versanti della questione.
Il punto è che il femminismo sembra tradursi in una rivalsa strampalata di antiquariato della nonna, in elucubrazioni grammaticali trite e ritrite, o in una sorta di futurismo déjà vu che fa cassa (perché l’immagine aumenta le vendite!).
Sono lotte pseudosindacali che lasciano il tempo che trovano, ma che danno adito a teatrini (radiofonici, televisivi e giornalistici) rasentanti il ridicolo in quanto fluttuanti fra le questioni ormai alla moda della fluidità di genere, dell'emancipazione (in quale senso?) femminile, della parità uomo-donna (che però sembra essere poi contraddetta), e dunque non in grado di affrontare l'argomento dal punto di vista che conta, antropologicamente prima ancora che spiritualmente: quello della vera diversità fra uomo e donna che serve a costruire la vera identità maschile e femminile. E, per dirla poi su un piano cristiano, quella che serve a rendere la donna più donna nel rapporto con l’uomo e l’uomo più uomo nel rapporto con la donna, come papa Francesco sottolineava nel 2018: « Questo è l’amore. E qual è il compito, dell’uomo nell’amore? Rendere più donna la moglie, o la fidanzata. E qual è il compito della donna nel matrimonio? Rendere più uomo il marito, o il fidanzato. È un lavoro a due, che crescono insieme; ma l’uomo non può crescere da solo, nel matrimonio, se non lo fa crescere sua moglie e la donna non può crescere nel matrimonio se non la fa crescere suo marito. E questa è l’unità, e questo vuol dire “una sola carne”: diventano “uno”, perché uno fa crescere l’altro. Questo è l’ideale dell’amore e del matrimonio» (Veglia di preghiera con i giovani italiani, 11 agosto 2018). 
Non è, allora, questione di “divisioni di compiti” o di desinenze linguistiche, né tantomeno di sperimentazioni mentali, ma di tirare fuori la vera essenza del maschile e del femminile, della grazia e della virilità, della dolcezza e della forza, con l’apporto unico che ciascuno dei due sessi può dare alla società in ogni sua struttura.
Eravamo forse più avanti 30 anni fa, col famoso spot Fiat “Buonasera” (se non lo ricordate andate a rivederlo!). Ed eravamo più avanti finanche nei secoli passati, quando san Giuseppe veniva ritratto intento a cullare Gesù, mentre Maria riposa nella lettura della Scrittura dopo le fatiche del parto, oppure tutto preso dall'asciugarne al fuoco i panni mentre la Madonna si concentra nella preghiera e nell'adorazione.
Proprio lui, quell’uomo giusto del Vangelo che di sdolcinato non aveva nulla, ma che a ben guardarlo appare così profondamente uomo da affrontare le critiche di un intero villaggio per sposare la donna che ama – una ragazza che agli occhi del mondo era incinta di un altro – e così profondamente virile e coraggioso da lasciare tutto, e più volte, per proteggere la propria famiglia. Insomma, un uomo vero accanto a una donna vera, un uomo moderno accanto a una (Ma)donna moderna; due che sono affiatati e complici nella ricerca del bene.
Perché di questo ci parla, in fondo, anche la storia della Salvezza: di uomini, donne e complicità.
Di modelli da imitare, ancora oggi, per diventare veri uomini e vere donne in un mondo che ci propone delle mere contraffazioni, imitazioni interscambiabili a basso costo, sperimentazioni del maschile e del femminile che vanno e vengono come le mode sulle passerelle... o come le notizie sui giornali.

Natività dal Libro delle Ore di Besançon (XV sec.), Ms 69 f.48r, Cambridge, Fitzwilliam Museum - Fonte: Wikipedia 

Cerchia di Antoine Le Moiturier, Natività (1450 c.), New York, Metropolitan Museum of Art Fonte: Metropolitan Museum of Art