mercoledì 30 settembre 2015

TRIDUO A SANTA TERESA DI LISIEUX (terzo giorno)

Missionaria "nell'animo"
- Anno della Vita Consacrata -






Il logo dell'Anno della Vita Consacrata vuole comunicare un messaggio attraverso i suoi simboli:
  • «la colomba raffigura l'azione dello Spirito Santo fonte di vita e ispiratore di creatività. 
  • Le acque formate da tessere di mosaico, indicano la complessità e l’armonia degli elementi umani e cosmici che lo Spirito fa "gemere" secondo i misteriosi disegni di Dio perché convergano nell'incontro ospitale e fecondo che porta a nuova creazione.
  • Le tre stelle esprimono la circolarità e la relazionalità dell’amore trinitario che la vita consacrata cerca di vivere quotidianamente nel mondo e richiamano anche il trino sigillo aureo con cui l’iconografia bizantina onora Maria, modello e patrona di ogni vita consacrata.
  • Il piccolo globo poliedrico significa il mondo con la varietà dei popoli e delle culture. Invito ai consacrati e alle consacrate «a diventare portatori dello Spirito (pneumatophóroi), uomini e donne autenticamente spirituali, capaci di fecondare segretamente la storia» (VC 6)» [1].
Santa Teresa del Bambin Gesù e del Volto Santo, la cui memoria liturgica ricorre il 1 ottobre, ha saputo vivere in pienezza ciò che questi simboli esprimono e ha lasciato in eredità a tutti - laici e consacrati - le perle preziose, il tesoro nel campo, le cose antiche e sempre nuove che ha saputo scoprire nell'intimità con la Sapienza Divina, quella che l'ha arricchita della Scientia Amoris, consentendole di essere annoverata tra i Dottori della Chiesa.



O Dio, nostro Padre, che apri le porte del tuo regno agli umili e ai piccoli, fa' che seguiamo con serena fiducia la via tracciata da santa Teresa di Gesù Bambino, perché anche a noi si riveli la gloria del tuo volto. 
(dalla Liturgia)


IL PICCOLO GLOBO: MISSIONARIA "DALLA" CLAUSURA

Convertire i peccatori: Teresa "missionaria" fin dagli anni della giovinezza

Si può dire che Teresa comincia a vivere la sua missionarietà già da laica, da piccola laica.
Nel 1887, quando la santa ha solo 14 anni, un grande criminale sta per essere sottoposto alla pena capitale. Si tratta di Enrico Pranzini, condannato per aver assassinato tre donne. Il caso ha vasta eco sulla stampa nazionale, e anche Teresa, dunque, ne viene a conoscenza.
Da poco tempo, la giovane francese aveva ricevuto una "grazia", che ella stessa descrive nella sua Autobiografia: «Una domenica, guardando una fotografia di Nostro Signore in Croce, fui colpita dal sangue che cadeva da una delle sue mani Divine: ne provai un grande dolore pensando che quel sangue cadeva a terra senza che nessuno si desse premura di raccoglierlo, e decisa di tenermi in spirito ai piedi della Croce per ricevere la rugiada Divina che ne sgorgava, comprendendo che avrei dovuto, in seguito, spargerla sulle anime... Anche il grido di Gesù sulla Croce mi riecheggiava continuamente nel cuore: "Ho sete!". Queste parole accendevano in me un ardore sconosciuto e vivissimo. Volevo dar da bere al mio Amato e io stessa mi sentivo divorata dalla sete delle anime. Non erano ancora le anime dei sacerdoti che mi attiravano, ma quelle dei grandi peccatori: bruciavo dal desiderio di strapparli alle fiamme eterne... » [1]. La vicenda di Pranzini e il coinvolgimento di Teresa si inseriscono in questo "cambiamento" nell'animo della santa. La ragazza, animata dall'ardente desiderio della conversione del criminale, comincia a pregare per lui, a offrire «i meriti infiniti di Nostro Signore, i tesori della Santa Chiesa» e fa dire una Messa per lui, con la "complicità" della sorella più grande, Celina, la quale non solo si offre di essere il "braccio destra" di Teresa dal punto di vista pratico, ma si unisce a lei nella preghiera per implorare a Dio la grazia tanto attesa.
Teresa all'età di tredici anni
Teresa manifesta così il suo spirito missionario che la contraddistinguerà anche al Carmelo: raggiungere le anime non con la predicazione, non con la presenza fisica, ma attraverso la preghiera, nell'offerta di quei piccoli atti d'amore quotidiano che sono come legna che fa ardere il fuoco dell'amore di Dio, un amore onnipotente che può ottenere tutto, anche l'insperato.
La futura santa spinge al massimo la sua fiducia, in una sorta di anticipazione del nocciolo della piccola via, quello della "confidenza" senza limiti: «Sentivo in fondo al cuore la certezza che i nostri desideri sarebbero stati esauditi; ma allo scopo di darmi coraggio per continuare a pregare per i peccatori, dissi al Buon Dio che ero sicurissima che avrebbe perdonato al povero disgraziato Pranzini; che l'avrei creduto anche se non si fosse confessato e non avesse dato alcun segno di pentimento, tanto avevo fiducia nella misericordia infinita di Gesù; gli domandavo soltanto "un segno" di pentimento per mia semplice consolazione... La mia preghiera fu esaudita alla lettera! Il giorno dopo la sua esecuzione mi trovo sotto mano il giornale "La Croix". L'apro in fretta, e cosa vedo?... Pranzini non si era confessato, era salito sul patibolo e stava per passare la testa nel lugubre foro, quando a un tratto, colto da una ispirazione improvvisa, si volta, afferra un Cricifisso che il sacerdote gli presenta e bacia per tre volte le sante piaghe!... Poi la sua anima andò a ricevere la sentenza misericordiosa di Colui che dichiara che in Cielo ci sarà più gioia per un solo peccatore che fa penitenza che per 99 giusti che non hanno bisogno di penitenza!» [2].

Carmelitana e missionaria

La vita religiosa, per Teresa, è un perfezionamento della sua vocazione missionaria.
«Nonostante la mia piccolezza, vorrei illuminare le anime, come i Profeti, i Dottori! Ho la vocazione d'essere Apostolo... Vorrei percorrere la terra, predicare il tuo nome! Ma, o mio Amato, una sola missione non mi basterebbe: vorrei al tempo stesso annunciare il Vangelo nelle cinque parti del mondo e fino nelle isole più lontane... vorrei essere missionaria non solo per qualche anno, ma vorrei esserlo stata dalla creazione del mondo ed esserlo fino alla consumazione dei secoli...» [3].
Teresa vorrebbe partire realmente per le missioni, ma la sua fragile salute è un impedimento alla realizzazione del suo desiderio. La santa non si scoraggia e, nella "determinata determinazione" tipica dei santi (usando un'espressione della Santa Madre Teresa d'Avila), la "vocazione nella vocazione" che di lì a poco la santina del Carmelo di Lisieux scoprirà, le aprirà lo scenario di un nuovo modo di vivere la sua vocazione missionaria: «La Carità mi diede la chiave della mia vocazione. Capii che la Chiesa aveva un corpo, composto da diverse membra, il più necessario, il più nobile di tutti non le mancava: capii che la Chiesa aveva un cuore, e che questo Cuore era acceso d'Amore Capii che solo l'Amore faceva agire le membra della Chiesa: e che se l'Amore si dovesse spegnere, gli Apostoli non annuncerebbero più il Vangelo, i Martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue... Capii che l'Amore racchiudeva tutte le Vocazioni, che l'Amore era tutto, che abbracciava tutti i tempi e tutti i luoghi!» [4]. Teresa può essere missionaria attraverso l'Amore!
Il suo messaggio sull'amore che rende missionari è stato sottolineato anche da Giovanni Paolo II. Egli scelse, come data per la proclamazione di Teresa a Dottore della Chiesa, il 19 otobre 1997, Domenica missionaria: «Tutti gli uomini sono chiamati ad accogliere nella fede il Vangelo che salva. A tutti i popoli, a tutte le terre e le culture, la Chiesa è inviata: "Andate... e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato" (Mt 28, 19-20). Queste parole, pronunciate da Cristo prima di salire al cielo, unitamente alla promessa fatta agli Apostoli ed ai successori di essere con loro sino alla fine del mondo (cfr Mt 28, 20), costituiscono l'essenza del mandato missionario: nella persona dei suoi ministri è Cristo stesso ad andare ad gentes, verso quanti non hanno ancora ricevuto l'annuncio della fede. 2. Teresa Martin, Carmelitana scalza di Lisieux, desiderava ardentemente di essere missionaria. E lo è stata, al punto da poter essere proclamata Patrona delle Missioni. Gesù stesso le mostrò in quale modo avrebbe potuto vivere tale vocazione: praticando in pienezza il comandamento dell'amore, si sarebbe immersa nel cuore stesso della missione della Chiesa, sostenendo con la forza misteriosa della preghiera e della comunione gli annunciatori del Vangelo. Ella realizzava così quanto è sottolineato dal Concilio Vaticano II, allorché insegna che la Chiesa è, per sua natura, missionaria (cfr Ad gentes, 2). Non solo coloro che scelgono la vita missionaria, ma tutti i battezzati, sono in qualche modo inviati ad gentes» [5].  E' un altro grande messaggio che Teresa ha lanciato al mondo, affinché rinnovi perpetuamente la propria chiamata "missionaria".

L'urna con i resti mortali di S. Teresa di Lisieux
Proprio lei, che ha vissuto tutta la sua breve, ma intensa, vita religiosa, senza mai uscire dalla mura della clausura, continua ancora oggi la sua "missione", raggiungendo molte anime attraverso i suoi scritti e la sua dottrina e attraverso le sue spoglie mortali, che in una peregrinatio continua, non smettono realmente di "percorrere la terra" da un capo all'altro!


NOTE
[1]  Santa Teresa di Gesù Bambino, Opere complete, Libreria Editrice Vaticana, Edizioni OCD, 1997, pp. 145-146.
[2] Ibidem, pp. 146-147.
[3] Ibidem, p. 222.
[4] Ibidem, p.223.
[5] Giovanni Paolo II, Omelia nella Santa Messa per la proclamazione a "Dottore della Chiesa" di Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, 19 ottobre 1997.

martedì 29 settembre 2015

TRIDUO A SANTA TERESA DI LISIEUX (secondo giorno)

Carità e dimensione mariana nella spiritualità di s. Teresa di Lisieux
- Anno della Vita Consacrata -






Il logo dell'Anno della Vita Consacrata vuole comunicare un messaggio attraverso i suoi simboli:
  • «la colomba raffigura l'azione dello Spirito Santo fonte di vita e ispiratore di creatività. 
  • Le acque formate da tessere di mosaico, indicano la complessità e l’armonia degli elementi umani e cosmici che lo Spirito fa "gemere" secondo i misteriosi disegni di Dio perché convergano nell'incontro ospitale e fecondo che porta a nuova creazione.
  • Le tre stelle esprimono la circolarità e la relazionalità dell’amore trinitario che la vita consacrata cerca di vivere quotidianamente nel mondo e richiamano anche il trino sigillo aureo con cui l’iconografia bizantina onora Maria, modello e patrona di ogni vita consacrata.
  • Il piccolo globo poliedrico significa il mondo con la varietà dei popoli e delle culture. Invito ai consacrati e alle consacrate «a diventare portatori dello Spirito (pneumatophóroi), uomini e donne autenticamente spirituali, capaci di fecondare segretamente la storia» (VC 6)» [1].
Santa Teresa del Bambin Gesù e del Volto Santo, la cui memoria liturgica ricorre il 1 ottobre, ha saputo vivere in pienezza ciò che questi simboli esprimono e ha lasciato in eredità a tutti - laici e consacrati - le perle preziose, il tesoro nel campo, le cose antiche e sempre nuove che ha saputo scoprire nell'intimità con la Sapienza Divina, quella che l'ha arricchita della Scientia Amoris, consentendole di essere annoverata tra i Dottori della Chiesa.



O Dio, nostro Padre, che apri le porte del tuo regno agli umili e ai piccoli, fa' che seguiamo con serena fiducia la via tracciata da santa Teresa di Gesù Bambino, perché anche a noi si riveli la gloria del tuo volto. 
(dalla Liturgia)


LE TRE STELLE: CARITA' E DIMENSIONE MARIANA IN TERESA DI LISIEUX

La carità verso il prossimo come espressione della carità verso Dio

«Quando una sorella aveva bisogno della Serva di Dio affinché le prestasse un servizio e perciò veniva a disturbarla in un qualsiasi momento della giornata, ella era sicura d'essere sempre ben accolta: mai suor Teresa di Gesù Bambino ha manifestato noia nell'essere importunata. Era sempre pronta a far piacere, perfino a prezzo di grandi sacrifici. Quando si trovava nell'impossibilità di darci ciò che le era stato domandato, se ne scusava in una maniera così amabile, che ce ne si ritornava così soddisfatti come se elle ci avesse accordato l'oggetto della richiesta. Ella mi disse un giorno: "Non bisogna mai rifiutare niente a nessuno, anche quando ciò ci costasse molta pena. Pensate che è Gesù che vi domanda questo piccolo servizio; allora, come lo renderete con alacrità, e con un viso sempre amabile! Nella sua grande carità, scusava sempre quelle che potevano causarle della sofferenza, giudicando benevolmente le loro intenzioni. 
Le attenzioni della sua carità si indirizzavano in maniera speciale sulle sorelle che potevano donarle qualche motivo di pena. Un giorno le posi questa domanda: "Come è possibile che voi siate sempre sorridere quando suor **** vi parla?; perché non ha niente che vi possa attirare, poiché vi fa sempre soffrire". Ella mi rispose: "E' esattamente per questo che le voglio bene e le manifesto così tanto affetto; come dimostrerei il mio amore a Gesù se agisse diversamente con quelle che mi fanno soffrire?» [1].
La risposta di Teresa era pienamente corrispondente a quanto ritroviamo nel Manoscritto «B» di Storia di un'anima:
«Sì, mio Amato, ecco come si consumerà la mia vita!...  Non ho altro mezzo per provarti il mio amore che gettare fiori, cioè non lasciar sfuggire nessun piccolo sacrificio, nessuno sguardo, nessuna parola, approfittare di tutte le cose più piccole e farle per amore!» [2].
Un altro testimone ai processi di beatificazione e canonizzazione della santa, padre Godefroy Mdelaine, così si espresse: «E' noto a tutte nel Carmelo che tra le sue sorella era un angelo di pace e di carità. La Serva di Dio mi ha manifestato sovente i suoi ardenti desideri di spendersi per guadagnare le anime. Nella sua anima bruciava una fiamma apostolica. Queste aspirazioni non erano in lei pura teoria; si traducevano in atti costanti di preghiere, di buone opere e di mortificazioni» [3].

A somiglianza di Maria

Teresa non solo ama profondamente la Vergine Maria, ma vuole anche amare a imitazione della Madre Celeste. Ecco perché può scrivere, nella sua poesia Perché t'amo, Maria: 
«perché un figlio possa amar la madre sua,
essa ha da spartir con lui le pene e piangere.
La vita tua nel Vangelo santo medito,
osando guardarti ed accostarmi a te.
Non mi è difficile credermi tua figlia:
mortale e dolente come me ti vedo».


In questo accostamento di cui parla Teresa, si intravede l'altra tipica dimensione della spiritualità mariana nel Carmelo: Maria è anche "sorella".
Tutto parte però dal fatto che la Vergine sia Madre, in quanto Madre dello Sposo Unico di Teresa; come con il Figlio ha condiviso gioie e dolori, così occorre fare anche con Teresa, figlia nel Figlio.
La carità viene dunque vissuta nell'ottica di quel progetto trinitario che ha "coinvolto" Maria nel piano della Redenzione per la salvezza delle anime. La via dell'infanzia spirituale è questo amore dimostrato a Gesù, imitando quello della Madre sua, per contribuire, attraverso i "piccoli fiori" dei sacrifici quotidiani vissuti nel nascondimento e nell'umiltà, a portare le anime alla salvezza:
«T'amo, Maria, quando ti chiami serva
del Dio che tu conquisti con l'umiltà.
Per tal virtù ascosa sei onnipotente
e nel tuo cuore attiri la Trinità.
Ecco t'adombra lo Spirito d'Amore
e il Figlio uguale al Padre s'incarna in te.

Egli avrà molti fratelli peccatori,

ché Gesù si chiamerà tuo primogenito». 
Nella vocazione di Teresa (quell'essere "l'amore in grembo alla Chiesa", come ella stessa la definì nell'autobiografia) il rapporto madre-figlia tra lei e la Vergine, assume una connotazione di rapporto sorella-sorella nella familiarità, nel senso di vicinanza con Maria (elemento già espresso nella poesia) che la rende non una figura lontana, ma "prossima".
«Scrive infatti Epifanio († 403): “Maria è nostra sorella, per il fatto che noi tutti abbiamo la
nostra origine in Adamo”. Questa stessa affermazione è ripresa da molti altri scrittori patristici, prima e dopo di lui. In tempi moderni paolo VI ha sviluppato questo tema, come ad esempio nel discorso conclusivo tenuto alla terza sessione del Concilio Vaticano (21 novembre 1964): “Pur nella ricchezza delle meravigliose prerogative con le quali Dio l’ha arricchita, facendola diventare Madre del Verbo Incarnato, Maria è molto vicina a noi. È figlia di Adamo come noi e perciò è nostra sorella per legame della natura. Però essa è la creatura preservata dal peccato originale in vista dei meriti del Salvatore. Ai privilegi ottenuti, essa ha aggiunto la virtù personale di una fede totale ed esemplare”.
I concetti che il Papa sottolinea maggiormente sono la fede e l’esemplarità di Maria.
C’è sempre il pericolo che i privilegi di cui Maria gode la facciano sembrare distante dai peccatori; l’insegnamento papale, invece, mette in risalto ciò che noi abbiamo in comune con lei e cioè la nostra natura umana ereditata da Adamo e la nostra fede. Il concetto di sorella porta in sé quell’elemento della vicinanza di Maria a noi e della presenza di una compagna che ci ama, caratteristiche tipiche della mariologia carmelitana» [4].
In un certo senso, il mistero del "possedere" Dio che accomuna tanto la Vergine quanto Teresa (ma ciò dovrebbe valere, in misura diversa, valere per il battezzato che viene a ricevere Cristo sotto le Specie Eucaristiche) diventa il nucleo comune della dimensione mariana della spiritualità di Teresa, che percepisce la Madonna nel suo ruolo di Madre e sorella, di donna cui affidarsi, ma anche da imitare, non semplicemente da "contemplare" da lontano:
«Madre amata, io nella mia piccolezza
come te possiedo in me l'Onnipotente.
Ma perché son debole io non mi turbo:
i tesori della madre vanno ai figli
e io son figlia tua, diletta Madre.
Mie sono le tue virtù, mio è il tuo Amore!

E quando in cuore mi scende l'Ostia bianca,

di riposar in te crede Gesù Agnello.
Tu mi fai capire che m'è ben possibile 
l'orme tue seguir, Regina degli Eletti».
Teresa giunge all'imitazione che si fa "identificazione". D'altronde, non ha detto Gesù stesso che chiunque fa la volontà del Padre suo e per lui «sorella e madre» (cfr. Mt 12,50)? 
La Madonna ha vissuto questo rapporto con il Figlio nel totale distacco da se stessa, per diventare tutta di Dio. Così è chiamata a fare anche Teresa:
«Maria, ami noi come Gesù ci ama 
e accetti di staccarti da Lui per noi.
Amare è dare tutto e donar se stessi.
Tu l'hai mostrato restando nostro aiuto» [5].
Questo ha fatto anche Teresa di Lisieux, percorrendo il suo cammino di santità non come mezzo di autoglorificazione, ma per completare, nella sua carne, quello che manca ai patimenti di Cristo,  «a favore del suo corpo,  che è la Chiesa» (cfr. Col 1,24).


NOTE

[1] Procès de béatificazion et canonisation de Sainte Thèrese de l'Enfant-Jésus et de la Sainte-Face, Teresianum, 1973, p. 427.
[2] Santa Teresa di Gesù Bambino, Opere complete, Libreria Editrice Vaticana, Edizioni OCD, 1997, p. 225.
[3] Testimoni di Teresa di Gesù Bambino dai Processi di Beatificazione e Canonizzazione, Edizioni OCD,  2004, pp. 270-271.
[4] Christopher O'Donnell, O.Carm. , Maria, Madre e sorella, Uno studio sull'eredità spirituale dell'Ordine, http://www.latheotokos.it/programmi/carmelitani.pdfpp-21-22.
[5] Santa Teresa di Gesù Bambino, Opere complete, Libreria Editrice Vaticana, Edizioni OCD, 1997, pp. 722-723; 726.


lunedì 28 settembre 2015

TRIDUO A SANTA TERESA DI LISIEUX

"La piccola via": una dottrina frutto dello Spirito Creatore
- Anno della Vita Consacrata -






Il logo dell'Anno della Vita Consacrata vuole comunicare un messaggio attraverso i suoi simboli:
  • «la colomba raffigura l'azione dello Spirito Santo fonte di vita e ispiratore di creatività. 
  • Le acque formate da tessere di mosaico, indicano la complessità e l’armonia degli elementi umani e cosmici che lo Spirito fa "gemere" secondo i misteriosi disegni di Dio perché convergano nell'incontro ospitale e fecondo che porta a nuova creazione.
  • Le tre stelle esprimono la circolarità e la relazionalità dell’amore trinitario che la vita consacrata cerca di vivere quotidianamente nel mondo e richiamano anche il trino sigillo aureo con cui l’iconografia bizantina onora Maria, modello e patrona di ogni vita consacrata.
  • Il piccolo globo poliedrico significa il mondo con la varietà dei popoli e delle culture. Invito ai consacrati e alle consacrate «a diventare portatori dello Spirito (pneumatophóroi), uomini e donne autenticamente spirituali, capaci di fecondare segretamente la storia» (VC 6)» [1].
Santa Teresa del Bambin Gesù e del Volto Santo, la cui memoria liturgica ricorre il 1 ottobre, ha saputo vivere in pienezza ciò che questi simboli esprimono e ha lasciato in eredità a tutti - laici e consacrati - le perle preziose, il tesoro nel campo, le cose antiche e sempre nuove che ha saputo scoprire nell'intimità con la Sapienza Divina, quella che l'ha arricchita della Scientia Amoris, consentendole di essere annoverata tra i Dottori della Chiesa.



O Dio, nostro Padre, che apri le porte del tuo regno agli umili e ai piccoli, fa' che seguiamo con serena fiducia la via tracciata da santa Teresa di Gesù Bambino, perché anche a noi si riveli la gloria del tuo volto. 
(dalla Liturgia)


LA COLOMBA E LE ACQUE: "LA PICCOLA VIA"

Teresa di Lisieux morì nel 1897, a soli 24 anni e senza destare "eccessivo entusiasmo" in parecchi di quelli che l'avevano conosciuta.
Al momento di scriverne la lettera necrologica destinata ai vari monasteri carmelitani, qualcuna si chiese: e cosa diremo di lei? Non ha fatto nulla di particolare!
Qualche anno più tardi, nel 1903, un giovane sacerdote -  Thomas Taylor - che sarebbe divenuto apostolo infaticabile della santa, ebbe un colloquio con la priora del Carmelo di Lisieux, Madre Maria di Gonzaga, e «insistè perché si iniziasse a lavorare in favore di una possibile causa di beatificazione». La risposta fu poco entusiasta, e lascia intendere tanto il "velo" dietro cui la piccola Teresa aveva saputo nascondere la sua vita interiore ricchissima e feconda, quanto la portata innovativa che avrà la "scienza" di Teresa: «Ma allora, quante Carmelitane bisognerebbe canonizzare!» [2]
Finanche lo zio della santa, Isidoro Guérin, inizialmente non si dimostrò affatto propenso a una causa di canonizzazione. Ammirava le virtù della nipote defunta, «aveva però un altro concetto della santità canonizzata. Sotto l'influsso dei pregiudizi dell'ambiente, la vedeva aureolata di doni straordinari, accompagnata da penitenze straordinarie e da imprese abbaglianti. Era troppo prudente per tentare il rischio di un processo a Roma ed esporsi ad un insuccesso di cui si sarebbero forse beffati i club normanni. Non incoraggiò per nulla i passi fatti in questa direzione»[3].
Fu l'intervento di Padre Prévost, un sacerdote cui si erano rivolte le sorelle della carmelitana, a far "capitolare" una dopo l'altra, le obiezioni di Isidoro, uomo di fede, ma ancora legato a un'idea di santità diversa da quella che sarebbe stata consegnata al mondo da Teresa di Lisieux, futuro Dottore della Chiesa, la piccola suora che avrebbe insegnato alle anime "la piccola via", la "via dell'infanzia spirituale".
In lei aveva mirabilmente operato lo Spirito Santo, quello Spirito creatore da cui ella si era lasciata plasmare, per lanciare all'umanità il messaggio di una santità alla portata di tutti, con i mezzi di ogni giorno. Una "novità" straordinaria per la pietà popolare di quei tempi, ma anche per la Chiesa intera, per la gerarchia ecclesiastica. Il frutto dello Spirito creatore aveva arricchito dei suoi doni una giovane carmelitana morta a soli 24 anni.

Dottore della Chiesa...

«Santa Teresa di Lisieux - disse Giovanni Paolo II in occasione della proclamazione della santa quale Dottore della Chiesa - non ha potuto frequentare una Università e neppure studi sistematici. Morì in giovane età: e tuttavia da oggi in poi sarà onorata come Dottore della Chiesa, qualificato riconoscimento che la innalza nella considerazione dell'intera comunità cristiana ben al di là di quanto possa farlo un "titolo accademico".
Quando, infatti, il Magistero proclama qualcuno Dottore della Chiesa, intende segnalare a tutti i fedeli, e in modo speciale a quanti rendono nella Chiesa il fondamentale servizio della predicazione o svolgono il delicato compito della ricerca e dell'insegnamento teologico, che la dottrina professata e proclamata da una certa persona può essere un punto di riferimento, non solo perché conforme alla verità rivelata, ma anche perché porta nuova luce sui misteri della fede, una più profonda comprensione del mistero di Cristo. Il Concilio ci ha ricordato che, sotto l'assistenza dello Spirito Santo, cresce continuamente nella Chiesa la comprensione del "depositum fidei", e a tale processo di crescita contribuisce non solo lo studio ricco di contemplazione cui sono chiamati i teologi, né solo il Magistero dei Pastori, dotati del "carisma certo di verità", ma anche quella "profonda intelligenza delle cose spirituali" che è data per via di esperienza, con ricchezza e diversità di doni, a quanti si lasciano guidare docilmente dallo Spirito di Dio (cfr Dei Verbum, 8). La Lumen gentium, da parte sua, insegna che nei Santi "Dio stesso ci parla" (Lumen Gentium, n. 50). E' per questo che, al fine dell'approfondimento dei divini misteri, che rimangono sempre più grandi dei nostri pensieri, va attribuito speciale valore all'esperienza spirituale dei Santi, e non a caso la Chiesa sceglie unicamente tra essi quanti intende insignire del titolo di "Dottore".
Tra i "Dottori della Chiesa" Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo è la più giovane, ma il suo cammino spirituale è così maturo ed ardito, le intuizioni di fede presenti nei suoi scritti sono così vaste e profonde, da meritarle un posto tra i grandi maestri dello spirito» [4].

... grazie alla "via dell'infanzia spirituale"

«Io ho sempre desiderato di essere una santa, ma ohimè! - scriveva Teresa di Lisieux nel Manoscritto C della sua autobiografia -  ho sempre constatato, quando mi sono paragonata ai santi, che c'è tra loro e me la stessa differenza che esiste tra una montagna la cui cima si perde nei cieli e il granello di sabbia oscuro calpestato sotto i piedi dei passanti; invece di scoraggiarmi, io mi sono detta: il Buon Dio non potrebbe ispirarmi desideri irrealizzabili, io posso dunque malgrado la mia piccolezza aspirare alla santità; farmi più grande, è impossibile, io debbo sopportarmi tale quale sono con tutte le mie imperfezioni; ma io voglio cercare il mezzo di andare in Cielo per una piccola via molto dritta, molto corta, una piccola via tutta nuova. Noi siamo in un secolo di invenzioni, ora non è più necessaria la fatica di salire i gradini di una scala, a casa dei ricchi un ascensore li sostituisce con vantaggio. Io vorrei anche per me trovare un ascensore per innalzarmi fino a Gesù, perché sono troppo piccola per salire la rude scala della perfezione. Allora ho cercato nei libri santi l’indicazione dell'ascensore, oggetto del mio desiderio ed io ho letto queste parole uscite dalla bocca della Sapienza Eterna: 
Se qualcuno è piccolissimo, che venga a me . Allora io sono venuta, presagendo che avevo trovato quello che cercavo e volendo sapere, o mio Dio! quello che tu avresti fatto al piccolissimo che avrebbe risposto alla tua chiamata, ho continuato le mie ricerche ed ecco quello che ho trovato: - Come una madre accarezza suo figlio, così io vi consolerà, io vi porterò sul mio grembo e vi cullerò sulle mie ginocchia! Ah! mai parole più tenere, più melodiose, sono mai venute a rallegrare l'anima mia, l’ascensore che deve innalzarmi fino al Cielo, sono le tue braccia, o Gesù! Per questo io non ho bisogno di diventare grande, al contrario bisogna che io resti piccola, che io lo diventi sempre di più. O mio Dio, tu hai sorpassato la mia attesa e io voglio cantare le tue misericordie».


La "piccola" Teresa di Lisieux ancora bambina

La piccola via di Teresa è condensata in queste stesse parole della santa. La "piccola via" è la via della santità nell'ordinario, attraverso la carità esercitata in tutte le occasioni, e, soprattutto, grazie alla misericordia di un Dio che "prende in braccio" le proprie creature. Senza misericordia, la creatura non sarebbe capace di rialzarsi dopo le sue innumerevoli cadute. Ecco perché l'uomo non può permettersi il "lusso" dello scoraggiamento. Esiste un Dio che lo risolleva, che vuole risollevarlo. La santità non ha bisogno di estasi, visioni, stimmate. Questi sono fenomeni straordinari che il Signore non concede a tutti. La santità non ha bisogno di uomini già perfetti, ma che si lasciano perfezionare e che accettano di "sfidare" la propria debolezza, perché c'è un Dio che puntato tutto sull'uomo, pur conoscendolo nella sua interezza di spirito e materia. La santità, quella sì, è pensata da Dio per ciascuna delle sue creature.
Come ebbe a dire Benedetto XVI, «anche noi con santa Teresa di Gesù Bambino dovremmo poter ripetere ogni giorno al Signore che vogliamo vivere di amore a Lui e agli altri, imparare alla scuola dei santi ad amare in modo autentico e totale. Teresa è uno dei “piccoli” del Vangelo che si lasciano condurre da Dio nelle profondità del suo Mistero. Una guida per tutti, soprattutto per coloro che, nel Popolo di Dio, svolgono il ministero di teologi. Con l'umiltà e la carità, la fede e la speranza, Teresa entra continuamente nel cuore della Sacra Scrittura che racchiude il Mistero di Cristo. E tale lettura della Bibbia, nutrita dalla scienza dell’amore, non si oppone alla scienza accademica. La scienza dei santi, infatti, di cui lei stessa parla nell'ultima pagina della Storia di un'anima, è la scienza più alta. "Tutti i santi l'hanno capito e in modo più particolare forse quelli che riempirono l'universo con l'irradiazione della dottrina evangelica. Non è forse dall'orazione che i Santi Paolo, Agostino, Giovanni della Croce, Tommaso d'Aquino, Francesco, Domenico e tanti altri illustri Amici di Dio hanno attinto questa scienza divina che affascina i geni più grandi?" (Ms C, 36r). Inseparabile dal Vangelo, l'Eucaristia è per Teresa il Sacramento dell'Amore Divino che si abbassa all'estremo per innalzarci fino a Lui. Nella sua ultima Lettera, su un'immagine che rappresenta Gesù Bambino nell'Ostia consacrata, la Santa scrive queste semplici parole: "Non posso temere un Dio che per me si è fatto così piccolo! (...) Io Lo amo! Infatti, Egli non è che Amore e Misericordia!" (LT 266).
Nel Vangelo, Teresa scopre soprattutto la Misericordia di Gesù, al punto da affermare: "A me Egli ha dato la sua Misericordia infinita, attraverso essa contemplo e adoro le altre perfezioni divine! (...) Allora tutte mi paiono raggianti d'amore, la Giustizia stessa (e forse ancor più di qualsiasi altra) mi sembra rivestita d'amore" (Ms A, 84r). Così si esprime anche nelle ultime righe della Storia di un'anima: "Appena do un'occhiata al Santo Vangelo, subito respiro i profumi della vita di Gesù e so da che parte correre... Non è al primo posto, ma all'ultimo che mi slancio… Sì lo sento, anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei, con il cuore spezzato dal pentimento, a gettarmi tra le braccia di Gesù, perché so quanto ami il figliol prodigo che ritorna a Lui" (Ms C, 36v-37r). "Fiducia e Amore" sono dunque il punto finale del racconto della sua vita, due parole che come fari hanno illuminato tutto il suo cammino di santità, per poter guidare gli altri sulla stessa sua "piccola via di fiducia e di amore", dell’infanzia spirituale (cf Ms C, 2v-3r; LT 226). Fiducia come quella del bambino che si abbandona nelle mani di Dio, inseparabile dall'impegno forte, radicale del vero amore, che è dono totale di sé, per sempre. Così Teresa indica a tutti noi che la vita cristiana consiste nel vivere pienamente la grazia del Battesimo nel dono totale di sé all'Amore del Padre, per vivere come Cristo, nel fuoco dello Spirito Santo, il Suo stesso amore per tutti gli altri» [5].


NOTE

[1]Congregazione Per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, Vita consecrata in Ecclesia hodie Evangelium, Prophetia, Spes, Presentazione del Logo dell’Anno della Vita consacrata 
[2] Testimoni di Teresa di Gesù Bambino dai Processi di Beatificazione e Canonizzazione, Edizioni OCD,  2004, p. 11.
[3] Ibidem, p. 12.
[4] Giovanni Paolo II, Omelia nella Santa Messa per la proclamazione a "Dottore della Chiesa" di Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, 19 ottobre 1997.
[5] Benedetto XVI, Udienza Generale, 6 aprile 2011.






lunedì 21 settembre 2015

Arte e fede / 1



«LA VOCAZIONE DI SAN MATTEO»
Commento estetico-spirituale al quadro di Caravaggio

La Chiesa ricorda, il 21 settembre, la figura di San Matteo, un santo "baciato" dalla misericordia di Dio. Un santo che ha vissuto l'esperienza dell'irrompere della Grazia nella propria vita.
Proviamo a rileggere la sua storia di conversione attraverso un'opera famosissima della pittura italiana: La vocazione di san Matteo, di Caravaggio.


«Mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: "Seguimi". Ed egli si alzò e lo seguì».

(Mt 9, 9)

Caravaggio, La vocazione di San Matteo (1598 - 1601), Roma, San Luigi dei Francesi


Un po' di storia...

Caravaggio dipinge questa tela per la Cappella Contarelli, nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, a Roma. Si tratta della sua prima commissione "importante", di cui quest'opera farà poi parte: la realizzazione di un ciclo di quadri, le Storie di San Matteo. Non sarà un'impresa priva di di difficoltà. Il primo dipinto presentato dall'artista, San Matteo e l'angelo, viene rifiutato dai committenti, perché «San Matteo non aveva aspetto di santo, non era abbellito, non aveva decoro, contegno, atteggiamento devozionale, era addirittura volgare, mostrando in primo piano i grossi piedi nudi ed appariva un povero vecchio rozzo e analfabeta, cui l'angelo doveva guidare la mano nella faticosa scrittura del Vangelo. Tutto ciò è vero. Ma proprio qui sta la novità e l'importanza della composizione caravaggesca che rifiuta la tradizionale identificazione di bello con buono, di brutto con cattivo. Anzi la grazia di Dio può toccare chiunque, non soltanto il meritevole; nessuno può pretendere la salvezza in cambio delle opere compiute, come uno scambio di merci. Matteo, il "pubblicano", ossia l'esattore delle tasse, ritenuto infame dagli ebrei, è santificato dalla fede; è la fede che gli permette di scrivere il Vangelo, testimoniando la venuta in terra del Redentore» [1].
Si tratta di un'idea che, seppure scartata nella sua trasposizione pittorica di questa prima tela, troverà poi espressione nel quadro de La vocazione di San Matteo.

La vocazione di San Matteo

La tela del Caravaggio che rappresenta la chiamata di Matteo è visivamente eloquente, andando al di là delle informazioni che l'evangelista stesso, nel proprio Vangelo, offre, circa la sua "vocazione".
La pagina della Scrittura dona infatti solo l'essenziale, senza alcun orpello descrittivo sui luoghi o sulle emozioni interiori: Gesù stava andando via, e vedendo un uomo - di nome Matteo - seduto al banco delle imposte, lo invita a seguirlo. L'uomo, immediatamente, lascia tutto e si pone alla sequela. L'evangelista ricorre a uno stile asciutto, che non offre la possibilità di indugiare su dati quasi ritenuti "secondari". L'interesse di chi scrive è evidenziare, oltre al dato "storico" della chiamata, anche una serie di elementi "simbolici": lo sguardo di Cristo a cui nulla sfugge (il contrasto tra l'allontanarsi e il fermarsi per aver visto); l'importanza della chiamata "personale" (l'identificazione attraverso il nome) e della immediatezza nella risposta ("si alzò e lo seguì"). 
Caravaggio, al contrario, descrive la scena con dovizia di particolari e maestria "scenografica", - tipica del barocco - ma aggiungendo anche il suo tocco personale del "chiaroscuro", e fornendo una chiave di lettura "nascosta" attraverso un richiamo a un altro grande maestro dell'arte: Michelangelo. Tutto questo consente al fruitore dell'opera di "rileggere" la chiamata dell'evangelista attraverso il quadro caravaggesco.

La "luce del mondo"

Colpisce in primo luogo lo sfondo scuro su cui si staglia - illuminata solo parzialmente - la figura di Gesù posta all'estrema destra del quadro: è un contrasto emblematico, che in chiave teologica si può interpretare come la vittoria del Verbo - "luce del mondo" - sulle tenebre del peccato (cfr. Gv 1,5).
"Il mondo" (secondo l'accezione giovannea) non può vincere lo splendore della Grazia: Dio viene a chiamare i peccatori (come Cristo stesso afferma nella pagina evangelica della conversione di Matteo), offrendo la salvezza quale dono "gratuito", che previene finanche ogni richiesta umana.

Interessante è la presenza, accanto a Gesù, di San Pietro.
La chiamata a seguire Cristo è una chiamata "per" la Chiesa e "nella" Chiesa
«Il significato del fatto narrato (la grazia che discende nel buio del peccato) è reso mediante la luce; non ne conosciamo l'origine fisica; non proviene dalla finestra, che pure è chiaramente visibile davanti a noi; proviene, intensa e obliqua, da destra, come se la porta, dalla quale è appena entrato Cristo, posta a un livello più alto della stanza, fosse rimasta spalancata. Ma proprio perché non possiamo renderci conto sicuro della sua provenienza, perde il significato razionale, concreto, di luce reale; non è più il "lume universale" del rinascimento, è una luce morale, che scende sfiorando la testa di Gesù ed esaltandone e individuandone la bella mano, si sofferma sugli astanti, bloccandoli nell'atto che stanno compiendo, conferendo loro intensa vita plastica» [2].
L'irrompere della grazia nella vita di Matteo, quasi come un avvenimento inatteso, si evince non solo dalla luce, ma anche dall'atteggiamento di Levi e degli altri attorno a lui. E' però soprattutto la differenza delle reazioni dei vari personaggi a sottolinearlo. 

Intenti nell'effettuare il conto delle monete, i due uomini all'estrema sinistra non accennano il minimo movimento del capo per osservare Gesù, rimanendo assorbiti dalle faccende "del mondo"; i due, più giovani, maggiormente vicini alla porta, lanciano al Maestro degli sguardi tra l'annoiato e l'incuriosito, che non dimostrano un vero interesse per il "messaggio" che Gesù viene a recare. 

Matteo, al contrario, viene "scosso" dalla perentorietà e immediatezza del gesto di chiamata operato dal Maestro. Lo si legge nel suo sguardo, nel pacato stupore dei suoi occhi bene aperti e puntati sul Cristo (quasi in un equilibrio di sentimenti che consente a Caravaggio di descrivere un Matteo né esagitato, né indifferente all'irrompere della Grazia), nel gesto del dito puntato contro di sé. 


Levi passa così, dall'essere immerso nella sua attività esattoriale (e nel suo peccato) all'essere "travolto" dalla Misericordia Divina, che agisce secondo i suoi disegni imperscrutabili. Matteo sembra infatti voler chiedere a Gesù: "Sono proprio io quello che cerchi?".

Il Volto della Misericordia e il "dito" di Dio

Il sapiente uso caravaggesco della luce consente di rintracciare una risposta valida per ogni uomo: Gesù viene sempre a chiamare la pecorella smarrita. Caravaggio mette bene in luce soltanto due "dettagli" della figura di Cristo: il volto e la mano destra. Usando le parole di papa Francesco, possiamo rileggere il primo elemento lasciandoci guidare dalla Misericordiae Vultus: 

«Gesù Cristo è il Volto della Misericordia del Padre. La vocazione di Matteo è inserita nell’orizzonte della misericordia. Passando dinanzi al banco delle imposte gli occhi di Gesù fissarono quelli di Matteo. Era uno sguardo carico di misericordia che perdonava i peccati di quell’uomo e, vincendo le resistenze degli altri discepoli, scelse lui, il peccatore e pubblicano, per diventare uno dei Dodici. San Beda il Venerabile, commentando questa scena del Vangelo, ha scritto che Gesù guardò Matteo con amore misericordioso e lo scelse: miserando atque eligendo» [3].
Il secondo dettaglio (la mano di Gesù "puntata" verso Matteo) è invece una vera e propria "citazione" pittorica operata da Caravaggio, che rimanda infatti alla celebre Creazione di Adamo, affrescata da Michelangelo Merisi nella Cappella Sistina, a cavallo tra il primo  e il secondo decennio del 1500.
La mano di Gesù ricalca quella di Adamo, a simboleggiare che Cristo è il Nuovo Adamo,  "l'uomo nuovo" che viene a fare nuove tutte le cose (cfr. Ap 21,5) e a ridonare vita alla creatura interiormente morta a causa del peccato.

Michelangelo Merisi, La creazione di Adamo, particolare, (1508 - 1512), Cappella Sistina.
A sinistra, la mano di Adamo, a destra, quella di Dio Padre.
Il rimando pittorico mira a immergere lo spettatore nella scena della Genesi, così come uscita dalla mente artistica di Michelangelo Merisi. Michelangelo aveva voluto dare l'idea della vita che passa da Dio all'uomo attraverso il contatto che sta per avvenire tra le loro mani, anzi, proprio in quell'apparente spazio "vuoto" tra le dita dell'uno e dell'altro; così, Caravaggio, ripetendo questo elemento all'interno della sua tela, vuole indicare che solo lasciandosi toccare da Cristo è possibile riacquistare la vita nel senso spirituale del termine.
«Si tratta di una raffinata citazione, che crea un rimando complesso tra il creato e il creatore, tra la natura umana e la natura divina di Cristo, tra creazione e redenzione, tra Adamo e Cristo, che si trasferisce - con la sottolineatura del nuovo rapporto di "creazione" sottinteso dalla chiamata  - fra Gesù e Matteo» [4].
Siamo di fronte al «dito di Dio» che scaccia i demoni che albergano nel cuore e nella vita dell'uomo, segno eloquente che è giunto il regno di Dio (cfr. Lc 11,20).

 Rispondere "col cuore": «Se vuoi... vieni! Seguimi!»

Il gesto di Matteo, che al dito di Gesù, puntato verso di lui, risponde a sua volta indicando se stesso, è eloquente della necessità, per ogni uomo, di operare una scelta libera e volontaria alla chiamata di Dio.
Matteo porta il dito sul lato del cuore, cioè su quell'organo che, biblicamente, è simbolo dell'intera persona.
«Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore» (Dt 6,5). Nella Bibbia l’invito ad amare il Signore coinvolge sempre il “cuore” dell’uomo. Infatti, mentre per noi il cuore indica il “luogo” dei sentimenti e dell’affetto, nella concezione biblica designa invece tutto l’uomo, la sua volontà e coscienza, la sua capacità di scegliere e di decidere tra il bene e il male. Nel cuore è quindi il centro della persona, da cui si diffondono il bene e il male. Per questo Gesù può dire ai suoi contemporanei che il male non viene dal di fuori dell’uomo, ma ha le sue vere origini nell’uomo stesso, nelle sue scelte, nel suo stile di vita, cioè nel suo “cuore”: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri… invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo» (Marco 7,21-23; Cfr anche Matteo 15,10-20). Nel “cuore” dell'uomo quindi culmina l’opera educatrice di Dio che, partendo dalle molte norme esteriori, è ora finalmente arrivata, con la parola di Gesù, al suo centro, alla sua interiorità, al suo “cuore”» [5].
Nel gesto di Matteo e nella "richiesta" di Gesù, è possibile "rivedere" una scena narrata da Marco, quando Gesù incontrò il giovane ricco e «fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: "Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!"» (Mc 10,21).
Gesù sta invitando Matteo a "puntare" sulla propria interiorità per trovare la sua risposta alla "proposta vocazionale" e, infatti, «il tema della chiamata consente di sottolineare la giusta relazione tra l'onnipotenza e l'onniscienza di Dio, da un lato, e la libera volontà umana, dall'altro» [5].
Il Vangelo della festa liturgica di San Matteo, definisce la "conclusione" dell'opera di Caravaggio. Una conclusione che il pittore ha affidato non ai colori, alle luci, o alle ombre, ma ha lasciato alla Parola stessa: «Egli si alzò e lo seguì».


NOTE

[1] Pietro Adorno, L'arte italiana, Vol. secondo, Tomo secondo, Casa Editrice G. d'Anna, 1993, p. 1069.
[2] Pietro Adorno, Ibidem, p. 1070.
[3] Francesco, Misericordiae Vultus, nn. 1; 8.
[4] Rodolfo Papa, Cavaraggio, Lo stupore dell'arte, Arsenale Editrice, 2009, p. 118.
[5] Primo Gironi, Il "cuore" nella Bibbiahttp://www.la-domenica.it/guida-all-ascolto-della-parola-8.html
[6] Rodolfo Papa, Ibidem, p. 118.

venerdì 18 settembre 2015

L'ESPERIENZA RELIGIOSA DI BARTOLO CATTAFI (prima parte)

- Fede e poesia -




INNANZI A TE

Nudo sono innanzi a Te

un filo di paglia
mi può trafiggere





Bartolo Cattafi nasce in provincia di Messina il 6 luglio 1922, da una famiglia di possidenti terrieri. Il padre, medico molto stimato per le doti sia umane che professionali, muore quattro mesi prima della nascita del figlio, la cui educazione verrà quindi affidata esclusivamente alla madre. Matilde Ortoleva - questo il nome della donna - è persona di «severi costumi, religiosissima e con una forte personalità» [1]. Cattafi consegue la maturità classica e in seguito la laurea in Giurisprudenza, titolo che non sfrutterà mai professionalmente.

Cattafi negli anni '60

UN PERCORSO DI FEDE LUNGO UNA VITA

Il percorso spirituale del poeta sarà lungo quanto la sua vita.
Indubbiamente comincia - lo si desume dalle note biografiche - dall'educazione ricevuta dalla madre; poi affiora anche nella poesia. Negli anni quaranta abbiamo già liriche che affrontano la tematica religiosa (come "Innanzi a te").
Tuttavia, a livello di scelte personali, Cattafi si trova ad agire controcorrente rispetto al suo credo: nel 1967 si sposa, solo civilmente, con Ada De Alessandri. Si tratta, però, di un matrimonio che troverà in seguito il suo sbocco religioso, e che durerà per tutta la vita.
Cattafi continua, nella sua produzione poetica, a manifestare la sua percezione "religiosa", spirituale dell'esistenza.

La svolta degli anni '70

Negli anni '70, Cattafi si reca a Lourdes come barelliere. Ne rimane non solo una traccia biografica, ma anche poetica, con sette liriche dedicate a questa esperienza; interessante è la testimonianza che il poeta offre in una lettera agli zii: «qui tutto è meraviglioso. Presto servizio (servizio d'ordine) ai piedi della Madonna, i miei occhi sono spesso due gioiose fontane. Manderei qui a imparare a sbattere il muso tutto gli atei del mondo. E' la gente buona e che soffre quella che vale. E Cristo e Maria innanzi tutto, da sempre». [2]
Quella di Cattafi è una testimonianza forte. Sperimenta la gioia di "stare con Maria", percepisce il valore educativo (per gli altri) della sofferenza; intuisce l'importanza pedagogica del dolore nell'ottica divina, a partire dai modelli che Dio stesso ha voluto presentarci: il Figlio e la Madre. Comprende che nel dolore accettato con fede si diventa "buoni".
La spiritualità di Cattafi non è un fuoco di paglia: nel 1975 nasce l'unica figlia del poeta, Elisabetta Maria, che viene battezzata nello stesso anno, neanche due settimane dopo la sua venuta al mondo [3]. E' un periodo di forte travaglio interiore per Cattafi. Occorre vincere le ultime remore per abbandonarsi completamente alla fede.
Fondamentale è l'intervento dell'amico Giuseppe Miligi, «che da anni riceveva le confidenza del poeta e ne seguiva con vigile discrezione il travaglio spirituale» [4] e che lo mette in contatto con un gesuita, padre Federico Weber, che scioglie i problemi di coscienza del poeta. Problemi legati ad «un esasperato senso di colpa e, insieme, una visione riduttiva dell'amore misericordioso di Dio» [5].

Il matrimonio religioso e la frequenza alla Mensa Eucaristica

Il 2 gennaio 1978 viene celebrato il matrimonio religioso di Cattafi con Ada De Alessandri. 
«Il 10 marzo, per la prima volta dopo gli anni giovanili, egli si accosta al sacramento della Comunione (evento sottolineato nel Diario con queste parole: "Finalmente, è la cosa più importante!"). L'adesione al credo cristiano è adesso completa e senza riserve [6].
Dai diari del poeta sappiamo che dal marzo successivo la sua frequenza all'Eucaristia si fece quasi quotidiana [7]. I Diari degli anni '78-79 firniscono numerosi indizi del trasporto con  cui partecipava al banchetto eucaristico e al rito della Messa [8]». 

Verso l' "Oltre"

Alla fine del 1979, Cattafi scopre di avere un cancro ai polmoni. A nulla varranno l'intervento e la chemioterapia. «Cattafi si avverte come in bilico:  Un piede di qua/ e l'altro di là/ tutto è lieve e smussato/ pane vino/ con un mezzo sapore d'eternità (Di qua, di là). Il cammino della vita si fa insieme, paradossalmente, faticoso e lieto.  La tensione interiore va oltre ogni metro, ogni alfabeto, come scriveva in Oltre: L'alfa e la beta per cominciare/ e va oltre/ troppo oltre l'omega/ l'anima inquieta. 
Nel cammino della vita egli avverte la presenza imponderabile della Grazia. In una poesia composta a Cimbro nel dicembre del '78 ne riconosce anzi due forme: quella che fa cadere a fiocchi/ gelo candore oblio e quella che c'imbratta la faccia/ di fiamme e fumo/ che ci rammenta d'essere/ schiatta di legna da ardere al buon Dio (La Grazia). La Grazia che Cattafi sembra riconosce e a cui sa affidarsi sembra soprattutto la seconda, quella di fuoco, che arriva a bruciare interiormente e spingere alla fede. Il poeta, come Giobbe, avverte i "soprusi" di Dio, avverte la sua presenza incisiva e pressante, anche nel torchio della malattia. La risposta, come quella di Giobbe, è una fede robusta, espressa da parole ben scandite di accoglienza totale e libertà interiore. 
Il poeta muore il 13 marzo del 1979. Un mese prima aveva scritto:



IN TE

In te in te confido
tutto ho rubato al mondo
sei il Cubo la Sfera il Centro
me ne sto tranquillo
tutto t'è stato ammorticchiato dentro.



La parabola poetica di Cattafi resta inclusa tra questi due versi roventi di quello che egli definì l' altro fuoco: la presa d'atto Nudo sono innanzi a Te e l'estremo affidamento In te in te confido» [9].


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[1]Vincenzo Leotta in Bartolo Cattafi, Poesie 1943-1979, Arnoldo Mondadori, 2001, p. 347.
[2] Ibidem, p. 353.
[3] cfr. Antonio Spadaro «Scoprire senza selci l'altro». La poesia di Bartolo Cattafi, in Civ. Catt. 2002 I, p. 254.
[4]Vincenzo Leotta in ult. cit., p. 353.
[5] Ibidem, p. 353.
[6] Ibidem, p. 353.
[7] Antonio Spadaro, in ult. cit. p. 257.
[8] Vincenzo Leotta, in ult. cit. p. 353.
[9]  Antonio Spadaro, in ult. cit. pp. 257-258.