mercoledì 28 aprile 2010

"La Chiesa è immacolata e indefettibile". Splendide riflessioni in difesa della Chiesa e del Santo Padre, scritte da Mons. Scognamiglio Clá Dias




“La Chiesa Cattolica censura il mondo perché questo è corrotto. Essa richiede un elevato standard di comportamento, casto e puro. L'assalto feroce e serrato dei nemici consiste nel cercare di accusarla ingiustamente di non praticare la morale che essa stessa ha impiantato nella società. A questo si riduce l'attuale campagna pubblicitaria per quanto riguarda la pedofilia. […] 
Medici, professori, infermieri e altri professionisti appaiono in numero elevato tra i perpetratori di crimini di pedofilia, ma chi giungerà all'assurdità di accusare tutti i membri di queste categorie e a denigrare una classe intera per i crimini di una minoranza? E' invece così che si procede nel caso dei sacerdoti cattolici. Lo shock che il delitto sessuale di un sacerdote causa nell'opinione pubblica -shock giustificato, perché la Chiesa Cattolica è l'unica istituzione dalla quale si spera che i suoi membri siano di una purezza immacolata, come pure che i suoi sacerdoti siano santi -gli avversari lo sanno sfruttare. [...]
La Chiesa è santa, sottolinea Paolo VI, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia. La Chiesa è l'unica istituzione che ha una dimensione divina. Per questo, nonostante i difetti della sua dimensione umana, la sua sostanza è sempre pura. Ella è santa, perché santo è il suo Fondatore: è la Sposa immacolata di Cristo. 
L'ingiustizia degli accusatori si mostra ancor più flagrante quando, passando ai fatti, si constata che è stato Benedetto XVI, già da Cardinale, che più ha agito per sradicare il problema, zelo questo che si è ulteriormente accentuato una volta occupata la cattedra di Pietro”.

Sono parole tratte da un bellissimo documento, redatto da Monsignor João Scognamiglio Clá Dias  -Canonico onorario della Basilica di Santa Maria Maggiore, fondatore e superiore generale dell'associazione degli Araldi del Vangelo-.
Il testo integrale si presenta, fin già dal titolo, come un inno alla speranza e alla fiducia incrollabile: “La Chiesa è immacolata e indefettibile” e la caduta di alcuni dei suoi membri -anche religiosi- non deve e non può minare la nostra fede, né il nostro senso profondo di appartenenza alla Santa Romana Chiesa, fondata da Gesù Cristo.
Lo scritto di Monsignor Scognamiglio offre una panoramica storicamente precisa del “degrado” morale del mondo pagano prima dell'avvento del Cristianesimo: un mondo in cui l'essere umano non godeva di vera libertà e crimini come la pedofilia erano largamente “praticati” e finanche “tollerati”.  E la storia si ripete: oggi, in un mondo in cui la decadenza morale torna nuovamente a farsi sentire in tutta la sua crudezza e crudeltà, spesso sono gli stessi criminali a farsi accusatori, proprio come i pagani che osteggiavano la Buona Novella: “quei pagani facevano come il ladro che, mentre ruba, grida: Acchiappa il ladro!”
Tuttavia, queste riflessioni, non vogliono “sfuggire” all'evidenza dei fatti: “Che vi siano sacerdoti impreparati e indegni, nessuno lo può negare; che abusi orribili siano stati commessi, e certamente anche in numero superiore a quanto registrato, è doveroso riconoscere”. 
Ma, allo stesso tempo, il testo di Monsignore presenta una disamina limpidissima della finalità (umana e non solo...) degli attacchi di questi ultimi tempi alla Chiesa Cattolica, in cui si agisce secondo il metodo del “facciamo di tutta l'erba un fascio”, per screditare l'intera "istituzione", seminare "sfiducia" e "sfruttare" i crimini commessi da alcuni, per macchiare l'intera comunità.
“Utilizzare mancanze gravissime, ma circostanziali, relative a una minoranza di chierici, per insudiciare tutta la classe sacerdotale è una ingiustizia. Usare questo come pretesto per tentare di demolire la Chiesa è diabolico. L’attuale campagna pubblicitaria contro la Chiesa ci fa dimenticare una verità della quale la storia ci dà una inequivocabile testimonianza: è stata la Chiesa Cattolica che ha liberato il mondo dall’immoralità, ed è proprio perché sta rifiutando la Chiesa che il mondo affonda nuovamente nella melma dalla quale è stato riscattato”.

Vi consiglio caldamente di leggere questo splendido documento, appassionata testimonianza di amore alla Chiesa, al suo Pastore in terra e al suo “fondamento” eterno: Gesù Cristo.
E' un testo che potrà, proprio per la sua completezza -non solo nei richiami storici, ma anche e soprattutto evangelici e teologici- rafforzarci ancora di più nella nostra fede e nel nostro sostegno alla Chiesa e al Papa, tanto osteggiati e “rinnegati” in questi ultimi tempi.

martedì 27 aprile 2010

Luci spirituali e aridità, nella dottrina di San Giovanni della Croce e Santa Teresa d'Avila -ULTIMA PARTE-



Qui potete leggere la quarta parte

Anche Santa Teresa d'Avila ci fornisce delle indicazioni preziose, per discernere la fonte della luce interiore. 
E' un discorso che la Santa riferisce alla quiete nell'orazione, ma ben si può adattare ad un discorso anche più generale di discernimento dell'origine della consolazione spirituale: “se proviene dal demonio, ritengo che l'anima dotata di esperienza se ne accorgerà, perché lascia inquietudine, poca umiltà e poca disposizione per gli effetti prodotti dallo spirito di Dio, nessuna luce nell'intelletto né fermezza nella verità. Ma può fare poco o nessun danno, se l'anima indirizza a Dio la gioia e la dolcezza che prova in quello stato e  pone in lui ogni suo pensiero e desiderio. Il demonio non può guadagnare nulla, anzi Dio permetterà che, a causa dello stesso diletto che produce nell'anima, perda molto, perché questa, pensando che venga da Dio, si darà spesso all'orazione (o anche alla preghiera semplice, potremmo dire per chi non pratica l'orazione), con vivo desiderio di lui. E se è un'anima umile e non curiosa, né ha cura dei diletti, ancorché spirituali, ma amante della croce, farà poco conto del piacere procuratole dal demonio, mentre non potrà fare altrettanto se è spirito di Dio, che terrà, invece, in gran stima. Tutto ciò che presenta il demonio è una menzogna come lui, ma se vede che l'anima, per effetto di quel piacere  e di quel diletto si umilia (perché di questo deve molto preoccuparsi: procurare in tutte le cose spirituali di uscirne con grande umiltà), non tornerà spesso all'assalto, vedendo che ne esce sconfitto”. E nel “Cammino di perfezione”, la mistica carmelitana ci spiega cosa sia infatti l'umiltà: “l'umiltà non consiste certo nel rifiutare un dono che il re vi fa, ma nell'accettarlo riconoscendo quanto ne siete immeritevoli, e gioirne”.
Agendo con tale “distacco”, il Signore non mancherà di ricompensare l'anima. San Giovanni della Croce afferma che “Dio non mancherà di condurla, di grado in grado, sino all'unione e trasformazione in Lui” e ci concederà quei “favori”, quelle “luci” che ci faranno progredire nella vita spirituale.
Non solo, ma, come spiega Santa Teresa d'Avila, ne avremo tre vantaggi: “la conoscenza della grandezza di Dio, perché più testimonianze abbiamo di essa e più riusciamo a capirla; in secondo luogo la conoscenza di noi stessi e l'umiltà, al pensiero che un essere così basso nei confronti del Creatore di tante meraviglie abbia osato offenderlo al punto che non osa guardarlo; in terzo luogo, infine, il disprezzo di tutte le cose della terra, fatta eccezione per quelle che può rivolgere al servizio di un così grande Dio”.
Ci si potrebbe porre, a questo punto la stessa domanda che si pone, nel “Castello Interiore”, Santa Teresa d'Avila...la quale ci offre anche la sua risposta! “Mi direte: ma in questo modo, senza procurarseli, come si potranno avere? A ciò rispondo che non ve n'è un altro migliore di quello che vi ho indicato, cioè di non far nulla per procurarveli. Eccovene le ragioni: la prima, perché, per ricevere queste grazie, bisogna anzitutto amare Dio senza interesse; la seconda, perché è una piccola mancanza di umiltà pensare che per i nostri miseri servizi si debba ottenere un bene così grande; la terza, perché la vera disposizione a tale scopo, per noi che, infine, abbiamo offeso il Signore, è il desiderio di soffrire e di imitarlo, non di avere diletti spirituali; la quarta, perché Sua Maestà non è obbligato a darceli, come non è obbligato a darci il paradiso se osserviamo i suoi comandamenti, potendoci salvare anche senza di questo; egli sa meglio di noi ciò che ci conviene e chi siano coloro che lo amano davvero. La quinta ragione è che” se lavorassimo noi stessi per procurarci queste gioie, “lavoreremmo invano, Infatti, non essendo quest'acqua condotta attraverso canali (ossia, non sono “luci” che ci possiamo procurare da noi stessi, alimentandoci con qualche cosa) giovano a poco i nostri sforzi, se la fonte non vuol fornirla”. 
Dunque, nel momento in cui Dio vorrà offrirci qualche luce e consolazione spirituale, che produca gli effetti “positivi” di cui parla San Giovanni della Croce, rendiamoGli lode e facciamone buon uso, per il progresso spirituale personale e dei nostri fratelli. Afferma infatti Santa Teresa d'Avila, nel Libro della Vita: “è necessario rinnovare le forze per servire Dio e cercare di non essere ingrati, perché ci concede i suoi doni a questa condizione: che se non facciamo buon uso del tesoro che ci dà e dell'alto stato in cui ci pone, ce lo riprenderà, facendoci restare molto più poveri di prima, per dare le sue gioie a coloro in cui risplendano con proprio ed altrui vantaggio”. 
Anche “L'imitazione di Cristo” ci offre lo stesso consiglio: “Quando, dunque, ti viene concessa da Dio una consolazione spirituale, ricevila e ringrazia; ma renditi conto che è dono di Dio, non frutto del tuo merito. Non insuperbirtene, non esserne troppo lieto, non presumere scioccamente di te; al contrario, per questo dono sii più umile, più cauto e prudente in tutte le tue azioni, perché quell'ora passerà e le terrà dietro la prova. Quando, però, ti sarà tolta la consolazione divina, non disperare; attendi con umiltà e pazienza un'altra visita celeste, perché Egli può darti una consolazione anche più grande”.
Nell'intervallare luci e aridità, il Signore vuole infatti disporre l'anima, oltre che all'umiltà e alla capacità di amarLo in sé stesso e non per i suoi doni, anche ad una maggiore unità con Lui, ed ad una più intensa comprensione della Verità. Sempre nell'Imitazione di Cristo, leggiamo infatti: “La consolazione divina è concessa perché l'uomo sia più forte a sostenere le  tribolazioni”.
In un certo senso, potremmo qui applicare le parole del Vangelo di Marco, in cui Gesù, prima della moltiplicazione dei pani e dei pesci, disse: “Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle proprie case, verranno meno per via; e alcuni di loro vengono di lontano”. (Mt 8,2-3). A livello “spirituale”, è come se Nostro Signore ci dicesse di non temere le aridità, perché conosce bene la nostra natura incostante e fragile e per questo motivo non disdegnerà di offrirci qualche consolazione interiore, per renderci più sopportabile il cammino in salita verso di Lui!
 Un cammino che necessariamente passa attraverso la “croce”, come ci rammenta, ancora una volta, “L'imitazione di Cristo”: “Nessuno diventa idoneo a comprendere le cose celesti, se prima non si sia assoggettato a sopportare per Cristo le avversità. Il merito nostro ed il profitto della nostra condizione spirituale non consistono nell'abbondanza delle soavi consolazioni, ma piuttosto nella sopportazione delle pesanti difficoltà e pene. E se ci fosse stato qualche cosa di meglio e di più utile della sofferenza per la salvezza degli uomini, Cristo certamente ce lo avrebbe indicato con la parola e con l'esempio”.
“Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24)
Possano, queste parole di Gesù, condurci a Lui, anche e soprattutto nel momento della prova e dell'aridità spirituali, sicuri che Dio dispone ogni cosa per il nostro bene eterno e per la Sua Gloria e che il Suo aiuto, anche quando a noi non appare palesemente, non verrà mai a mancarci, se lo  invocheremo con cuore sincero. 

martedì 20 aprile 2010

Lei è mio fratello. Ossia, come confondere le acque dell'identità sessuale degli adolescenti


(La scrittrice di narrativa per ragazzi, Julie Anne Peters)


“La natura umana è così disposta verso chi si trova in situazioni patetiche, che di un giovane il quale  muoia si può star certi che si parlerà sempre bene”. 
Parole scritte da Jane Austen, nel romanzo “Emma”, pubblicato per la prima volta nel 1815, ma -al pari degli aforismi, sostanzialmente senza tempo.
Andando alla ricerca esatta del concetto di “patetico”, si scopre che esso indichi ciò che “suscita compassione e commozione o tristezza”, ma anche “ciò che è troppo sdolcinato, affettato, che tende a commuovere artificiosamente”.
Quanto queste definizioni siano veritiere, lo si può constatare analizzando quella natura umana di cui scriveva la Austen: capita -almeno una volta nella vita- di dimenticare, di punto in bianco, difetti e mancanze (anche gravi!) di qualcuno, nel momento in cui quel qualcuno cada in disgrazia (economica, di salute e via dicendo), o addirittura muoia.
Di colpo, si comincia a ricordare solo il positivo, o a tratteggiare -forzatamente- in questo senso, alcuni suoi lati del carattere o dell'agire.
Basterebbe andare un po' in giro per funerali, per rendersi conto di quanto questo sia un elemento innegabile della “strana” natura umana, che a volte si lascia alle spalle la razionalità, confondendo bontà con buonismo. 
Ora, per noi cristiani cattolici, vero è che la “misericordia” non vada concessa a suon di schiaffi, ma altrettanto vero è che vada conciliata con la “giustizia” e sarebbe assurdo non vedere e cercare di correggere gli aspetti meno positivi di altre persone che ci stanno intorno. Insomma, l'equilibrio...non guasta mai.
Al giorno d'oggi, tuttavia, il solo buonismo va di moda, e tende a presentarci modelli non proprio di “perfezione” (sociali, psicologici, non parlo solo di questioni di santità di vita cristiana!), come “patetiche”, proprio per spingere gli osservatori, ad uno sguardo compassionevole, sovvertendo l'idea di modelli da proporre, dietro la scusa del: oggi i tempi sono cambiati.
E di questo, tante volte, non ce ne rendiamo neanche conto.
Prendiamo il caso dell'ultima (veramente patetica) trovata della scrittrice newyorkese Julie Anne Peters, autrice di narrativa per ragazzi. 
Direte voi: che male può mai aver fatto questa signora, che si occupa di libri per adolescenti?
Chi ha bazzicato già sulle pagine di Repubblica (tho!), probabilmente lo saprà già, per gli altri, cerco di fare un po' il punto della situazione.
La signora ha pubblicato un'opera (ribadiamolo, destinata ai ragazzi, edita anche in Italia dalla Giunti) intitolata : “LEI E' MIO FRATELLO”.
Il titolo è tutto un programma, almeno per i più svegli.
Sunto super sprint della storia: il lui protagonista, vuole diventare una lei.
In famiglia la madre, inizialmente, non capisce, il padre (probabilmente più "intuitivo"), cerca di reprimerlo. Lui si traveste di notte, assumendo i panni di “Luna” e la sorella è l'unica ad appoggiarlo.
Fin qui, ci si potrebbe anche chiedere se di qui a poco (ammesso che nel frattempo non l'abbiano già fatto), la scrittrice verrà ingaggiata come nuova sceneggiatrice di “Beautiful”.
Ma intanto,andando a leggere bene l'articolo, i capelli si rizzano in testa. E vengono in mente le parole di Gesù: "Chi scandalizza uno di questi piccoli, è meglio che per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare". (Mc 9,42)
Dunque, andiamo avanti: nel pezzo di Silvana Mazzocchi, leggiamo che “i toni sono lievi e delicati, ma scabrosi. Luna è liam, adolescente bello e sensuale”. 
Mi chiedo (fede a parte, ma usando anche solo un po' di sano buon senso morale, che può essere a-religioso): se avessi dei figli, vorrei che leggessero queste robe?
Alzino la mano, quanti fra voi, nati e cresciuti a merendine e “Biancaneve”, “Bambi” e “Pollon”, siano venuti su malamente, come poveri repressi, ignari delle cose del mondo. Personalmente, mi sento (Deo gratias!) sanissima di mente e di corpo, non ho gli occhi coperti dal prosciutto e questo “fritto misto” di sessualità e pseudomorale-etica con cui oggi si infarcisce qualunque cosa, mi disgusta.
Se il racconto di cui stiamo conoscendo qualche coordinata, è rivolto a ragazzi, qualcuno saprebbe dirmi, cosa serva loro fare imparare cose come “sensualità”? 
Parliamoci chiaro: ad una certa età, che lo si voglia o no, i sensi cominciano ad alzare le antenne. E' un processo "naturale".
Proprio per questo, un genitore (un buon genitore) dovrebbe cominciare a badare a quello che i propri figli fanno, leggono, guardano.
 Altrimenti, si rischia che, in un mondo come il nostro, in cui tutto è lecito, tutto è fattibile, tutto è “libertà”, alla fine non ci siano più freni.
 E non raccontiamoci storie, visto che poi, sui giornali, veniamo a sapere della ragazzina che vendeva i propri filmati osè per permettersi qualche lusso economico, o dei ragazzini che ricattano le proprie coetanee con filmati altrettanto osceni, ripresi di nascosto o con tanto di consenziente “intimità”.
Se queste cose accadono, un motivo c'è. E uno dei motivi è che oggi, il concetto di “sensualità” è sbandierato ai quattro venti in una maniera semplicemente disgustosa.
Per la maggior parte dei media, l'equazione è questa: sensualità= erotismo volgare. 
Bando alle ciance, basta accendere la tv quando trasmettono programmi come "Ballando con le stelle". Se è rimasto tale a quale a quando ho smesso di guardarlo, due anni fa, potete capirmi di certo.
Torniamo al “romanzo”: “Lui nei panni maschili non ci sa proprio stare, e manda segnali già il giorno del suo NONO compleanno, quando chiede in regalo una Barbie e un reggiseno”.
Casomai ci fosse qualcosa da aggiungere alla già esaustiva scrittrice, direi: un bel modo di dire (con classe) che il romanzo fomenta certi istinti. Per un adulto maturo (a livello razionale, di intelligenza, intendo), il reggiseno è solo un reggiseno. Punto. Un capo di biancheria, seppure intimo. 
Per un adulto meno maturo....già le cose cambiano....
E molti dei ragazzini di oggi, che crescono in questa società imbevuta di quello che ho già detto poco sopra, cosa intenderanno????? Mi fermo qui, o l'indignazione per questa pagliacciata, mi farebbe dire cose pesanti. Ognuno, ci potrà riflettere sopra da solo.
“Lian cresce immerso nel suo disagio, il padre continua a pressarlo perché diventi un vero macho” prosegue l'articolo di Repubblica.
Ecco ci siamo: la cultura del patetico di cui parlavo in apertura. 
Siamo arrivati al classico cliché che fa scattare il meccanismo psicologico del : “Poverino”!
Il povero protagonista è a disagio, si parte dall'estremismo della richiesta (a nove anni!) di un reggiseno, si arriva all'altro estremismo del genitore (per altro frustrato per motivi lavorativi), che ne vuole fare  un macho man. 
Il gioco della retorica sociale che fa piangere di commozione per il povero ragazzo, è presto costruito. Ma non finisce qui, perché il racconto nasconde ancora una carta da giocare: il tentato omicidio di lui-lei.
Ma ovviamente, lui-lei non muore (pena la conclusione precoce del romanzo), ed il resto è destinato a conoscerlo solo il lettore di questo “splendido capolavoro della narrativa contemporanea”.
La Mazzocchi, nel suo articolo, definisce il libro come “uno dei titoli più interessanti della nuova collana Y di Giunti, dedicata agli adolescenti, un contenitore ideato per offrire a ragazzi e ragazze libri belli da leggere, ma anche strumenti utili per affrontare i nodi del passaggio all'età adulta”.
ALT: non sapevo (caspita, sono così ignorante a 28 anni!!!!!!), che la “transessualità” fosse uno dei -ripetiamo- “nodi del passaggio all'età adulta”.
Come dire: cerchiamo di confondere ancora di più le idee a questi ragazzini che vedono, sentono, parlano di tutto. A questi ragazzini che sono spesso confusi (anche per questi motivi), sulla propria identità sessuale.
Intendiamoci: io non sto svalutando le questioni psicologiche ed umane, che possano essere sottese ad un rapporto personale conflittuale con l'identità sessuale. 
Ma non ritengo che la trovata di un volume (peraltro destinato a ragazzi), sia il modo migliore per affrontarlo.
Prima che come cattolica, sono di questo parere come "persona".
Come cattolica, ovvio che valuti negativamente la transessualità (Dio ci ha dato dei geni? Allora ha un senso accettare quelli, pena la sostituzione della nostra progettualità a quella di Dio stesso!), ma come persona moralmente, eticamente orientata, credo che il romanzo della scrittrice americana, sia un modo veramente banalmente “malizioso” e qualitativamente scadente, per approcciare i ragazzi a questo tema.
Tutto è costruito sulla “classica” storia del tipo “represso” in famiglia, in cui tutti arrivano a degli estremismi di comportamento che fanno un po' paura.
Il modello di famiglia che ne esce fuori è quello di un nucleo di persone in cui -fondamentalmente- tutti si fanno i fatti propri (a parte, forse, la sorella del protagonista), cercando solo di tirare acqua al proprio mulino, sfogando le proprie personali umiliazioni, in un rapporto conflittuale con gli altri (mi viene spontaneo pensare: forse sarà il prossimo soggetto di un film almodovariano?).
Si propone, ad adolescenti già bombardati dal peggio del peggio, spesso per niente maturi, una storia di sotterfugi, genitorialità modello "ciechi ostinati anni 50" e si dà a bere che oggi, tutti i figli abbiano paura di venire allo scoperto con i propri parenti?
Si offre, come "alternativa", quella di una società in cui ognuno debba seguire "gli  istinti", per essere veramente liberi, anziché seguire un percorso verso il socialmente (non parlo nemmeno di "religiosamente") corretto? 
Un tema come questo (indubbiamente causa di sofferenza per chi lo vive in prima persona), andrebbe trattato non in un romanzo per "ragazzi", non con questi toni palesemente "estremisti".
Mi spiace dover concludere, che d'ora in poi, occorrerà stare attenti anche a cosa prelevino, i propri figli, dagli scaffali delle librerie a loro dedicati. 

lunedì 19 aprile 2010

LA VERGOGNA E IL PERDONO. Riflessioni a margine dell'incontro di Benedetto XVI con le vittime maltesi della pedofilia





In molti hanno “invitato” Benedetto XVI -a volte senza mezzi termini e con parole poco educate- a “chiedere scusa”, ad offrirsi come “capro espiatorio” per il male nella Chiesa, specialmente per il male con cui i preti pedofili hanno macchiato la purezza del loro sacerdozio, quella del Corpo mistico, che è la Chiesa stessa, e quella dei corpi -“tempio dello Spirito Santo”- di tante piccole vittime innocenti.
“SCUSA E PEDOFILIA”: parole non pronunciate dal Santo Padre, parole non dette che hanno suscitato l'ira dei recalcitranti media e  generato “delusione” in alcuni gruppi di fedeli e delle stesse vittime.
Parole che, in realtà, hanno trovato -da molto tempo- un degno “sostituto” in quella più volte utilizzata, pronunciata, scritta, da Benedetto XVI: VERGOGNA.
Esprimere vergogna va ben oltre una richiesta di scuse: la vergogna non è un semplice atto “formale”, ma  un sentimento che tocca le corde più intime dell'animo umano, a maggior ragione quando non venga provata per peccati, crimini, azioni “personali”, ma altrui. 
Gli psicologi affermano che “la vergogna si esprime nell'assorbimento del dolore fino a farlo diventare interno al sé” e comporta una “sensibilità per i vissuti degli altri, la sensibilità, l'accoramento, il dispiacere, l'afflizione, la costernazione, lo sconforto, la compassione, la pietà, la capacità di sostegno degli altri, il prendere a cuore le sofferenze degli altri” e nasce “dalla delusione interna”. 
E' facile rinvenire i motivi di delusione (e di dolore) di Benedetto XVI, in questo delicato e sofferto frangente: delusione per chi -pur avendo ricevuto un dono di valore inestimabile, ossia il sacerdozio- ha disprezzato questo regalo, usando quelle mani che diventano strumento per la Consacrazione del Pane e del Vino, per compiere atti ignobili e peccaminosi. 
Dolore per l'offesa, il danno, la “violazione”, arrecata ad esseri deboli, a piccoli innocenti, alla purezza fatta persona.  Dolore per quel Cristo che viene oltraggiato e disprezzato da quanti si macchiano di questi crimini orrendi; per quel Gesù -uomo dei dolori- che soffre in ciascun essere umano sofferente e quindi, in ciascuna vittima di questo terribile male. 
Dolore, infine, per quella Chiesa -di cui il Papa è Pastore- “ferita dai nostri peccati” -usando le parole che proprio sabato scorso, egli, ha pronunciato durante il viaggio verso Malta.
Per gli psicologi “la vergogna, legata alla memoria, permette all'uomo di non dimenticare l'orrore” che è stato compiuto e di agire di conseguenza, per rimediare al male compiuto (da altri, in questo caso) e per impedire che ancora ne venga commesso.  
In questo senso, le parole che ieri il Santo Padre ha riservato alle vittime della pedofilia, incontrare a Malta, sono quantomai significative, al pari di tutte le precedenti espressioni di dolore e “vergogna” per gli abusi di religiosi su bambini.
La nota diffusa nel pomeriggio di Domenica, dalla Sala Stampa Vaticana, ha descritto un Papa “profondamente commosso dalle storie” delle persone incontrate, e che ha -ancora una volta-  “espresso la sua vergogna ed il suo dolore per quello che le vittime e le loro famiglie hanno sofferto” e la garanzia “che la Chiesa sta facendo e continuerà a fare tutto quello che è in suo potere per indagare le accuse, assicurare alla giustizia coloro che sono responsabili degli abusi e applicare effettivamente le misure tese a salvaguardare i giovani in futuro”.
“Ho visto il Papa piangere di emozione e mi sono sentito liberato da un grande peso” ha affermato   Lawrence Grech, una delle vittime presenti all'incontro, aggiungendo: “non mi aspettavo scuse dal Papa ma ho visto in lui e nel vescovo di Malta l'umiltà di una Chiesa che in quel momento rappresentava tutto il problema della Chiesa moderna. Io mi sento liberato e sollevato da un grande peso. Da tanto tempo non andavo più a messa e avevo perso la fede, ma ora mi sento un cattolico convinto. L'incontro con il Papa è stato il più grande regalo mai ricevuto dopo la nascita di mia figlia”.
La vergogna -intesa dunque come “compartecipazione” intima, sofferta, al dolore altrui- assieme alla commozione sincera ed all'umiltà, ha realizzato uno dei miracoli più belli e grandi dell'animo umano: il perdono verso quella Chiesa e quel Credo, che per molte delle vittime della pedofilia nel clero, sono divenuti il principale “capro espiatorio”, gli oggetti del risentimento, della rabbia e della negazione.
“Il perdono esige che si esca dall'immediatezza della ferita subita e che, da una parte, si tenga conto del passato per perdonare, dall'altra si apra alla promessa di un futuro per sperare”, afferma Lewis Smedes. 
Benedetto XVI offre questa speranza, la speranza di un futuro in cui si vigili con sempre crescente cura ed attenzione, affinché ignobili crimini e peccati -come quello della pedofilia- non mietano altre vittime. 
E anche la speranza -di cui il Papa ha scritto nella sua recente lettera pastorale ai cattolici irlandesi- “nella comunione della Chiesa” in cui “incontriamo la persona di Gesù Cristo, egli stesso vittima di ingiustizia e di peccato”. 

BUON ANNIVERSARIO, SANTO PADRE!


Cinque anni fa, il Card. Joseph Ratzinger, saliva al soglio di Pietro.

Ricordo ancora quella giornata, la trepidazione davanti alla televisione, le telefonate per far "seguire" in diretta -a mia madre, in ospedale per assistere mia nonna- l'annuncio del nuovo Papa.
E rammento lo scoppio di gioia, nel sentire pronunciare il nome "Josephum"...
Si, il Card. Ratzinger, per il quale avevamo fatto "il tifo" era il Papa che lo Spirito Santo aveva scelto per questo nostro tempo.
Non posso che ringraziare il Signore per questo  immenso dono: con Papa Benedetto XVI sto crescendo nella fede, nell'amore verso la Chiesa, nella condivisione del mio essere proprio in questa Chiesa.
E' un viaggio -personale e collettivo- che si fa sempre più pieno ed affascinante.
Un viaggio che, soltanto cinque anni fa, non avrei mai immaginato così intenso ed entusiasmante.

Che il Signore protegga sempre il nostro amato Santo Padre e ci renda  fedeli al suo ricco magistero, capaci di seguirne l'esempio di profondissima umiltà, di fede "fondata sulla roccia" e di "condivisione" -con la semplicità dei semplici- di quanto Dio offre in dono a ciascuno di noi. 

GRAZIE SANTO PADRE! I MIEI MIGLIORI E PIU' AFFETTUOSI AUGURI PER QUESTO ANNIVERSARIO!

domenica 18 aprile 2010

Luci spirituali e aridità, nella dottrina di San Giovanni della Croce e Santa Teresa d'Avila -QUARTA PARTE-


Qui potete leggere la terza parte

La nostra fede sarà più pura, più forte, proprio quando sorretta solo dalla volontà e non dai sensi, vera prova del nostro amore fiducioso in Dio!  
Infatti, dice ancora San Giovanni della Croce: “l'intelletto deve rimanere libero e purificato da tutto ciò che cade sotto i sensi, spoglio e sgombro da tutto quanto potrebbe conoscere chiaramente, stabilito nella fede. E' così grande, infatti, la somiglianza tra la fede e Dio, che non c'è differenza tra il vedere Dio qua è e il credere in lui: Dio è infinito, ed essa ce lo propone infinito, Dio è uno e trino, ed essa ce lo propone uno e trino; Dio è tenebra per la nostra intelligenza, e anch'essa è oscurità e tenebra per la nostra intelligenza”.
La fede ci fa compiere un salto nel vuoto: ci conduce a Colui che, pur sforzandoci e impiegando tutte le nostre forze intellettive, non potremo mai “afferrare” in questa vita, finché non ne avremo il pieno possesso nell'altra. 
“La fede ci parla di cose che non possiamo capire con l'intelletto. La fede è sostanza delle cose che si sperano. Sebbene l'intelletto aderisca alle cose sperate con ferma certezza, tuttavia non riesce a comprenderle, perché, se le penetrasse, non vi sarebbe più fede. Questa, infatti, benché dia certezza all'intelletto, non gli offre chiarezza, ma solo oscurità”.
Quest'ultima frase di San Giovanni della Croce fa ben comprendere allora, quanto il nostro sforzo  di cercare Dio, non si possa mai considerare concluso, giunto alla meta, fintanto che siamo imbrigliati in un corpo mortale.
 Le aridità, viste in questa ottica, diventano un ausilio anche per coloro i quali abbiano già percorso un lungo cammino di fede; esse aiutano (potremmo dire semplificando molto!) a non cedere all'abitudine nel rapporto con il Signore, a non dare per scontato   di poter arrivare a comprendere totalmente il mistero di Dio, allorquando siamo investiti di luci spirituali. Insomma, aridità e luci diventano due “mezzi” che creano nell'anima un equilibrio, evitando di cadere nell'eccesso di un amore debole e vanaglorioso, così in quello di un amore che non si veda mai ricambiato e sostenuto da qualche piccolo conforto. 
Quando tuttavia siamo investiti da queste luci spirituali, occorre prestare attenzione, per capire se esse veramente provengano da Dio, o siano il frutto di altri fattori.
Anche in questo, San Giovanni della Croce ci è di grande aiuto e ci consiglia, proprio “a scanso di equivoci” e tanto più perché dobbiamo imparare ad amare Dio per sé stesso e non per i suoi doni (che potrebbero anche, come le aridità dimostrano, venirci a mancare!), di non desiderare questi doni. Se il Signore ce ne vorrà regalare qualcuno, niente e nessuno potranno impedirglielo, ma se non vi saremo attaccati (come fossero la cosa principale da noi cercata!), se effettivamente proverranno da Lui, ci faranno progredire, in caso contrario, sapremo vincere gli inganni del demonio.
Egli dice infatti: “sebbene tutti questi fenomeni possano prodursi nei sensi corporali per l'intervento di Dio, non si deve mai fare assegnamento su di essi né accoglierli. Occorre, piuttosto, guardarsene categoricamente, senza nemmeno indagare se siano buoni o cattivi. Del resto, quanto più sono esterni e corporali, tanto meno certamente provengono da Dio. Infatti, abitualmente e convenientemente Dio si manifesta più allo spirito, dove c'è maggiore sicurezza e profitto per l'anima, che ai sensi, ove ordinariamente si celano molti pericoli e inganni. In realtà in queste circostanze il senso si erige a giudice ed estimatore delle cose spirituali, credendo che siano come le percepisce, mentre esse sono tanto diverse quanto lo sono il corpo e l'anima. Sbaglia molto chi apprezza questa sorta di favori e corre grave pericolo di essere ingannato o, quanto meno, troverà in sé un forte ostacolo per accedere al piano dello spirito. Infatti, ripeto, tutti questi favori corporali non hanno alcun rapporto con le cose dello spirito. Per questo motivo occorre sempre ritenere che essi provengano dal demonio piuttosto che da Dio. Il demonio ha più mano libera sulla parte esteriore e corporale e gli è più facile ingannare su questo punto che non riguardo alla parte interiore e spirituale. […] Essendo tanto palpabili e materiali, solleticano molto i sensi, e l'anima crede che siano più preziose in quanto sensibili. Essa, perciò, corre dietro a loro e abbandona la fede, ritenendo che quella luce sia la guida e il mezzo per raggiungere il suo scopo, cioè, l'unione con Dio. Al contrario, essa smarrisce la via e il mezzo della fede quando maggiormente pone attenzione a simili manifestazioni. Ma vi è di più. Quando l'anima si accorge che le accadono tali fatti straordinari, spesso comincia ad accarezzare segretamente una certa opinione di valere qualcosa dinanzi a Dio, il che è contrario all'umiltà. Il demonio, inoltre, sa instillare nell'anima una segreta autocompiacenza, qualche volta anche troppo palese. Occorre, quindi, respingere sempre simili rappresentazioni e sensazioni, perché, anche se venissero da Dio, non gli si reca offesa né si perdono l'effetto e il frutto che Dio intende comunicare all'anima per mezzo di esse, solo perché respinte e non cercate. Il motivo sta nel fatto che, se la visione corporea o qualunque sensazione proveniente dai sensi, o qualsiasi altra comunicazione interiore, viene da Dio, nel momento stesso in cui appare ed è avvertita produce il suo effetto nello spirito, ancor prima che l'anima abbia deciso di accettarla o respingerla. Dio, infatti, come concede questi fenomeni soprannaturali senza il minimo concorso o una disposizione particolare da parte dell'anima, prova in esso l'effetto che vuole ottenere con tali grazie, perché queste accadono e si attuano nello spirito passivamente, Non si tratta, quindi, di volerle o di respingerle, perché ci sia o non ci sia l'effetto. […] Quelle che vengono dal demonio provocano nell'anima, sebbene essa non le desideri, turbamento o aridità, vanità o presunzione di spirito, ma non hanno tanta efficacia nel male quanto quelle che vengono da Dio l'hanno nel bene. Quelle che vengono dal demonio possono suscitare solo i primi impulsi nella volontà, ma non possono obbligarla, se vi si oppone; l'inquietudine che esse arrecano non dura molto, se il poco coraggio e la poca prudenza dell'anima non permette loro di durare più a lungo. Quanto alle manifestazioni che provengono da Dio, esse penetrano nell'anima, spingono la volontà ad amare e producono il loro effetto, al quale l'anima non può resistere, anche se volesse, come il vetro non può opporsi al raggio di sole quando ne viene colpito”.


Fine della quarta parte

venerdì 16 aprile 2010

BUON COMPLEANNO, SANTO PADRE!






Auguri di buon compleanno, Santo Padre, con un grazie dal profondo del cuore per la paterna ed amorevole cura con cui ci guida!

AD MULTOS ANNOS! 




PREGHIERA PER IL PAPA

O Gesù, Re e Signore della Chiesa: rinnovo alla tua presenza la mia adesione incondizionata al tuo Vicario sulla terra, il Papa. In lui ci hai voluto mostrare il cammino sicuro e certo che dobbiamo seguire in mezzo al disorientamento, all' inquietudine e allo sgomento. Credo fermamente che per mezzo suo tu ci governi, istruisci e santifichi, e sotto il suo vincastro formiamo la vera Chiesa: una, santa, cattolica ed apostolica.

Concedimi la grazia di amare, di vivere e di diffondere come figlio fedele i suoi insegnamenti. Custodisci la sua vita, illumina la sua intelligenza, fortifica il suo spirito, difendilo dalle calunnie e dalla malvagità. Placa i venti erosivi dell' infedeltà e della disobbedienza, e concedici che, attorno a lui, la tua Chiesa si conservi unita, ferma nel credere e nelloperare e sia così lo strumento della tua redenzione. Così sia.

martedì 13 aprile 2010

Proviamo a "decantare" l'aceto che i giornali ci spacciano per vino! Rapporti tra leggi e giurisdizioni statali ed ecclesiastiche



E' stata pubblicata ieri, la “Guida alla comprensione delle procedure di base della Congregazione per la Dottrina della fede riguardo alle accuse di abusi sessuali”, reperibile sul sito del Vaticano, all'interno di un'apposita sezione -intitolata :  Abuso sui minori. La risposta della Chiesa.
Le prime righe del documento sentenziano: “La disposizione che deve essere applicata è il Motu Proprio Sacramentorum sancitatis tutela del 30 aprile 2001 insieme al Codice di Diritto Canonico del 1983.  La presente è una guida introduttiva che può essere d'aiuto a laici e non canonisti”.
Su vari giornali è stato riportato -per dirla succintamente- che la “novità” di tali linee guida, rispetto al Motu Proprio, consisterebbe nel contenere esplicito riferimento alla “collaborazione con le autorità civili”. 
Si legge infatti: “Va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte”. 
La carta stampata ha enfatizzato questo punto del documento reso noto ieri (ma applicato già dal 2003, come regolamento interno della CDF), sostanzialmente facendo intendere che, per la prima volta, si metterebbe nero su bianco che la normativa interna della Chiesa non impedirebbe l'applicazione di quella statale. 
Ritengo che questo puntare il dito su tale elemento sia fuorviante per i più, che hanno probabilmente una concezione del diritto ecclesiastico, di quello canonico e dei procedimenti ad essa interni, totalmente sbagliata, fondata sull' altrettanto errata conoscenza dei Patti Lateranensi e delle normative interne alla Chiesa stessa.
Sarebbe allora opportuno rinfrescare un po' alcuni concetti, per evitare che le affermazioni giornalistiche continuino ad inculcare l'idea di una Chiesa che “sottrae” (o abbia voluto sottrarre) crimini all'applicazione della normativa statale (civile o penale che sia).

Partiamo dai concetti base:
  • diritto ecclesisatico: "settore dell'ordinamento giuridico dello Stato che riguarda il fattore religioso [...] che concerne la vita e le attività delle Chiese, soprattutto nei loro rapporti esterni -con le altre Chiese o con lo stato-" (leggiamo nel "Manuale di diritto ecclesiastico" di Mario Tedeschi). Vi rientrano i Patti Lateranensi, alcune norme costituzionali e via dicendo...;
  • diritto canonico: "diritto che concerne l'ordinamento giuridico della Chiesa cattolica [...] queste norme, assumono rilievo solo se espressamente richiamate dal nostro ordinamento, attraverso le tradizionali figure tipiche del diritto internazionale privato” ;
  •  il diritto internazionale privato, sancisce principi generali, quali, ad esempio, quelli rinvenibili nella Legge 31 maggio 1995, n. 218  : ART.3  La giurisdizione italiana sussiste quando il convenuto è domiciliato o residente in Italia o vi ha un rappresentante che sia autorizzato a stare in giudizio a norma dell'art. 77 Cod. Proc. Civ. e negli altri casi in cui è prevista dalla legge. Art. 4 Accettazione e deroga della giurisdizione 1. Quando non vi sia giurisdizione in base all'art. 3, essa nondimeno sussiste se le parti l'abbiano convenzionalmente accettata e tale accettazione sia provata per iscritto (vedi Patti Lateranensi)
  • i patti lateranensi non affermano in alcun modo che l'essere sacerdoti o religiosi, non comporti la soggezione alla legge interna di uno Stato. Ovviamente, qui parliamo di quanto è relativo al rapporto Italia-Chiesa, ma sostanzialmente, il discorso è “espandibile” anche ad altre situazioni normative di altri Stati.  L'art. 9 del Trattato (che fa parte dei Patti Lateranensi), addirittura, a scanso di equivoci in tal senso, sentenzia: “In conformità alle norme del diritto internazionale sono soggette alla sovranità della Santa Sede tutte le persone aventi stabile residenza nella Città del Vaticano. Tale residenza non si perde per il semplice fatto di una temporanea dimora altrove, non accompagnata dalla perdita dell'abitazione nella Città stessa o da altre circostanze comprovanti l'abbandono di detta residenza. Cessando di essere soggette alla sovranità della Santa Sede, le persone menzionate nel comma precedente, ove a termini della legge italiana, indipendentemente dalle circostanze di fatto sopra previste, non siano da ritenere munite di altra cittadinanza, saranno in Italia considerate senz'altro cittadini italiani. Alle persone stesse, mentre sono soggette alla sovranità della Santa Sede, saranno applicabili nel territorio della Repubblica italiana, anche nelle materie in cui deve essere osservata la legge personale, quelle della legislazione italiana, e, ove si tratti di persona che sia da ritenere munita di altra cittadinanza, quelle dello Stato cui essa appartiene”.

Il succo è chiaro: non c'è “alternatività” tra le norme statali e quelle del diritto canonico (quindi non è vero che o si applica l'una o si applica l'altra!), perché queste ultime non regolamentano fattispecie giuridiche dal punto di vista di “reato” o “delitto” come inteso nei nostri codici, ma, dicendola in termini molto spiccioli, sul piano di ciò che è “spirituale”, proprio della Chiesa! 
Il can. 1401 del codice di diritto canonico, statuisce infatti:  "La Chiesa per diritto proprio ed esclusivo giudica: 1) le cause che riguardano cose spirituali e annesse alle spirituali; 2) la violazione delle leggi ecclesiastiche e tutto ciò in cui vi è ragione di peccato, per quanto concerne lo stabilirne la colpa ed infliggere pene ecclesiastiche". 
Questo vuol dire che (a dispetto di quanto erroneamente si lascia più volte intendere, non solo in occasione della pubblicazione delle linee guida), un reato che sia tale per la legge italiana, sarà perseguibile e punibile in base alla normativa italiana, secondo quanto viene previsto dai nostri codici (penali e civili). Rimarrà parimenti punibile sul piano "religioso", per comminare le pene "ecclesiastiche".
Stupisce però una cosa: questo “meccanismo” parallelo tra le due giustizie, in alcuni casi sembrerebbe essere dato per “scontato” e quindi conosciuto. 
Siamo al solito “due pesi e due misure”: perché nessuno si lamenta che la Chiesa scomunichi per il delitto di aborto, anche se attuato entro i primi 3 mesi di gestazione?
La normativa italiana, infatti, non considera “delitto” l'aborto quando praticato nei primi 90 giorni dal concepimento, o dopo tale termine in presenza di “circostanze particolari”, mentre per la Chiesa, il diritto canonico prevede -senza distinzioni "temporali"-, al Can. 1398: "Chi procura l'aborto ottenendo l'effetto incorre nella scomunica latae sententiae".  (si parla qui di aborto "diretto", come precisato dal CCC).
Eppure, la Chiesa non ha mai “impedito” una “disapplicazione” della legislazione interna, che non concepisce l'aborto come “omicidio”. Qui, però, nessuno si lamenta: si sa che il diritto canonico considera delitto l'aborto, si sa quindi che le due “legislazioni” (e anche le due giurisdizioni, visto che la legge italiana prevede delle pene per la violazione della normativa sull'interruzione volontaria della gravidanza) corrano in “parallelo”. 
Perché si finge (SI FINGE!) nei casi relativi alla pedofilia, di NON sapere che la legge e la giurisdizione ecclesiastica non "escludono" quelle italiane o di qualsivoglia altro stato?
Insomma, i giornali ci spacciano per vino buono, l'aceto stantio che ci offrono da bere.
Bisogna usare solo un pò di buon senso, per "decantare" questa bevanda aspra che ci servono quotidianamente. 
Guardiamo a come vengano trattate altre "situazioni", e sarà facile capire che la distinzione fra la giustizia ecclesiastica e quella civile è già ben nota alla cara carta stampata, ma fa comodo fingere di non ricordarsene, quando questo contribuisce ad ingenerare confusione fra i lettori e discredito ai danni della Chiesa Cattolica.

sabato 10 aprile 2010

Novena per il Santo Padre


Da domani e fino al 19, i "Cavalieri di Colombo" cominceranno una novena per il Santo Padre.
Uniamoci anche noi a loro, stringendoci tutti attorno al nostro amato Benedetto XVI!

Ecco il testo della novena proposta dai Cavalieri, reperibile anche sul loro sito:



Signore, sorgente della vita eterna e della verità, dona al nostro pastore, Benedetto, lo spirito di coraggio e di retto giudizio, lo spirito di discernimento e di amore. 
Governando fedelmente quanti sono affidati alla sua cura, possa egli, come successore dell'Apostolo Pietro e Vicario di Cristo, edificare la tua Chiesa come sacramento di unità, amore e pace per tutto il mondo. Amen


Preghiamo per Papa Benedetto.
Il Signore lo protegga,
gli conceda lunga vita, 
lo benedica sulla terra 
e non lo consegni nelle mani dei nemici.
Poni la tua mano sul tuo santo servo 
e sul tuo Figlio, che hai unto.


Pater- Ave- Gloria

MA CHI VOGLIONO CONVINCERE??? A spasso tra proverbi e parabole: chi semina vento raccoglie tempesta

(illustrazione della "zizzania")

C'è un detto popolare che sentenzia: la mamma dei cretini è sempre incinta e mi pare che il proverbio, dal sapore un po' forte, ben si adatti alla continua e martellante campagna antipapale che sta partorendo -con cadenza regolare- nuovi pargoletti mediatici, da mandare in pasto ai vari orchi di turno. 
Ma attenzione, perché per sua signoria carta stampata, i cannibali dovremmo essere noi, che -come marionette prive di cervello pensante- ci dovremmo muovere esclusivamente nelle direzioni indicateci, divorando in un solo boccone il piatto che ci viene offerto.
Eppure ritengo che qualcosa stia andando storto nella maratona giornalistica del giochetto “caccia al Papa”: facciamoci due conti in tasca...e facciamoli anche alle testate, alle emittenti, a tutto il mondo dei mass media che continua a trapanare le nostre orecchie con questi urli di “abbasso Benedetto”, che ci rimbombano in testa a giorni alterni.
Loro credono d'essere intelligenti, snob e puritani. E ci stanno invece facendo una magrissima figura, a ben guardare le cose con un po' di lungimiranza. 
Come si dice : il gatto si morde la coda ed i giornali se la stanno veramente azzannando!
Forse non se ne sono ancora accorti, accecati come sono dal desiderio di “affondare” Sua Santità Benedetto XVI e la Chiesa Cattolica, ma facendo attenzione ai “particolari” di queste vicende sgradevolissime, si può trarre già fin da adesso un bilancio positivo, applicando le parole dell'apostolo Paolo (“tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”).
Da un lato, i giornali stanno facendo la pessima figura di chi sbatte in prima pagina una notizia, -con l'indubbio (per loro) vantaggio di seminare una buona dose di zizzania e con l'altrettanto sperato (sempre per loro) intento di infartuare qualcuno-, per poi dover, seppure a malincuore, tornare sui propri passi, rimangiare in parte quanto scritto, ammettere a denti stretti che non era tutto vero.
Sul caso Murphy, il New York Times, ha adottato proprio questa “strategia”, sebbene già da qualche giorno, sul blog di Paolo Rodari, si fossero scoperti i “tasselli” mancanti di questa storia di pseudogiornalismo. 
Questo, a ben vedere, mina probabilmente il senso di "fiducia" che molti riponevano (o hanno riposto fino ad oggi) negli operatori del settore...o meglio, in alcuni di essi. 
Non solo: le grandi testate stanno dimostrando la loro “alta e qualificata” competenza settoriale, buttando sulle proprie pagine (come si butterebbero alla rinfusa in una lavatrice i panni da sciacquare!) lettere, dialoghi e quanto riescano ad ottenere (o reperire), senza un minimo di “inchiesta” giornalistica alle spalle.
I famosi “5 perché” del giornalismo (ossia, la regola basilare da rispettare per scrivere un buon pezzo “informativo”) sono andate a farsi benedire: si pubblica qualunque cosa, purché in grado di “danneggiare” (anche solo a livello di “sentito dire” popolare) Joseph Ratzinger. 
Salvo poi scatenare il lavoro di altri (veri) giornalisti, o di “volontari” del Papa (come l'insostituibile Raffaella del blog degli amici di Papa Ratzinger!), che alacremente si impegnano per smascherare quanto pretestuosamente titolato dai grandi giornali. 
Proprio oggi, abbiamo potuto apprezzare l'ancora una volta encomiabile Andrea Tornielli e la nostra carissima Raffaella, che hanno delucidato meglio il “retroscena” della lettera del Card. Ratzinger sul caso Kiesle, data in pasto ai lettori americani e poi a quelli di tutto il mondo.
Ora, a ben vedere, tutto questo, non  sta “avvicinando” maggiormente i fedeli tra di loro e ancora di più intorno al  Pastore, che è il Santo Padre?
Ecco, la zizzania seminata da altri, sebbene ancora non sia stata falciata e separata del tutto dal grano, sta costringendo proprio questo grano a fare “massa”, a rendersi “visibile”. 
Nel campo del mondo secolarizzato, in cui ognuno ha la propria religione, ideologia o “visione” della vita, in cui i "ricchi e potenti" sembrano controllare tutto (finanche l'informazione!) questo grano non è del tutto disperso e nascosto o soffocato dalla zizzania.
No, è invece un grano che si sta stringendo accanto al suo simile, per farsi notare in un campo in cui -apparentemente- l'erba cattiva cresce a dismisura. 
E' un grano che non si lascia intossicare dall'erbaccia che vorrebbe “ibridarlo” e farlo morire. 
Forse questo non era previsto dai seminatori di vento malefico, forse non era la conseguenza da loro “ipotizzata”. 
Ci sono forze insospettabilmente resistenti in questo grano, non sempre maturo, ma anche composto di spighe giovani, che guardano avanti senza retrospettive malinconiche, ma con il giusto equilibrio nell'ondeggiare sotto i colpi del vento, ancorate saldamente al terreno che non è -grazie a Dio- totalmente impregnato dal veleno diffuso dalla zizzania, ma concimato con grande pazienza dal buon “fertilizzante” di un saggio ed umile lavoratore, che con infinita e tenace amorevolezza, resistendo anche lui (soprattutto lui!) alle sferzate del vento, semina il suo campo, un campo che è stato affidato espressamente alle sue cure. 
Alla fine, seminatore e grano daranno frutto, mentre la zizzania sarà estirpata.
E chi semina oggi vento, raccoglierà tempesta, come profetizzato da Osea: 

E poiché hanno seminato vento 
raccoglieranno tempesta.
Il loro grano sarà senza spiga,
se germoglia non darà farina,
e se ne produce, la divoreranno gli stranieri. 




venerdì 9 aprile 2010

Luci spirituali e aridità, nella dottrina di San Giovanni della Croce e Santa Teresa d'Avila -TERZA PARTE-


Qui potete leggere la seconda parte

La pienezza del non necessario, non lascerebbe in noi spazio per le cose essenziali. 
Non solo, ma ci renderebbe, da una parte, molto “materiali”, inclini quindi più alle cose di questa terra, che a quelle del Cielo. Questo comporterebbe per noi il non rimetterci sempre e comunque alla volontà di Dio, ma ci spingerebbe ad un affetto disordinato verso tutto il reale, facendoci sprecare inutilmente per esso tempo ed energie, ad abbatterci nel caso della loro perdita, a coltivare lo smodato desiderio di beni materiali, di relazioni affettive in cui non sia Dio Colui che vediamo nell'altro.
In poche parole: non diventeremmo mai persone spirituali, che sappiano anche “fruire” delle realtà materiali vedendo in esse non un fine, bensì un mezzo, e che sappiano amare riconoscendo nell'altro un segno della bontà del Padre, un compagno nel viaggio della crescita spirituale, senza quindi incentivare affetti “disordinati” verso le creature.
La mancanza di luci spirituali e di consolazioni sensibili, ci aiuta poi a progredire nell'umiltà.
Se infatti fossimo sempre allietati da gioie spirituali, rischieremmo di peccare di “vanagloria”: potremmo considerarci superiori ad altri che non godono di questi favori divini e cadere quindi, dalla padella (le passioni disordinate prima della nostra conversione) alla brace ben peggiore (la ricaduta dopo aver visto la bellezza di una vita orientata a Dio).
Solo nell'umiltà possiamo imparare a considerarci piccoli, sempre bisognosi di imparare e di essere tenuti per mano dal Padre, non superiori agli altri, non “gelosi” dei favori e dell'amore di Dio. La vera carità, infatti, non è gelosa, come non manca di ricordarci San Paolo!
Non dimentichiamo, inoltre, che l'umiltà è una delle “armi” migliori per mettere in fuga il demonio! Dice infatti, San Giovanni della Croce: una cautela che “devi prendere direttamente contro il demonio è quella di praticare, sinceramente e costantemente, l'umiltà nelle parole e nelle azioni, rallegrandoti del bene degli altri come se fosse tuo e desiderando che vengano preferiti a te in tutto. Devi farlo di vero cuore. […] Questo cerca di fare soprattutto con coloro che non ti sono simpatici. Sii sempre più contento di essere ammaestrato da tutti che di voler insegnare al più piccolo di tutti”. “Altrimenti” l'uomo non perderà “l'amor proprio né acquisterà l'amor di Dio”.
Sono parole che non hanno bisogno di molte spiegazioni, se diventiamo veramente umili (e l'aridità ci vuole condurre anche a questo), non saremo più orgogliosi e avidi quando il Signore ci consolerà con qualche luce, né saremo dispiaciuti di quelle che Egli vorrà invece concedere ad altri. Solo Dio sa cosa è meglio per noi e, in ogni caso, i tesori che il Signore rivela a qualcuno, visti in questa ottica, non sono perle da sotterrare nel proprio campo, ma da condividere. In quest'ottica, nulla di ciò che viene concesso ad altri, è meno “mio” di quanto lo sia ciò che direttamente venga rivelato a me. I santi ci dimostrano proprio questo: hanno lasciato, come patrimonio senza tempo, libri spirituali, insegnamenti, consigli. Tutto ciò che hanno ricevuto dal Signore, lo hanno condiviso con i loro contemporanei e continuano a farlo ancora oggi, con noi! 
San Giovanni della Croce, ai due benefici elencati come conseguenza della perseveranza nelle aridità, ne aggiunge anche un terzo: l'accrescimento delle virtù. “Non guardi mai al piacere o al dispiacere che deriva dal compiere o non compiere una data azione, ma al fatto che deve compierla per Dio. Per operare con forza e con costanza e arrivare presto all'eccellenza delle virtù, cerchi di preferire le cose difficili a quelle facili”.
Infatti, quelli che San Giovanni chiama “appetiti” (le passioni umane, gli attaccamenti disordinati alle cose o persone, alimentati appunto dal “sensibile”), se non sedati, provocano un danno enorme all'anima: la rendono “tiepida e debole a tal punto che non ha più la forza di seguire la virtù e di perseverare in essa. Gli appetiti non mortificati arrivano a tanto; uccidono la vita di Dio nell'anima, perché questa non li ha uccisi per primi”. L'aridità spirituale, insegnando all'uomo ad amare indipendentemente da ciò che esso gusta coi sensi, consente anche di mortificarci in tutti gli affetti e i desideri disordinati (e volontari!), orientandoci solo a Dio. 
Il mistico carmelitano ci invita quindi a cogliere il lato “positivo” di questa mancanza di gusto nelle cose spirituali, dicendo che, attraverso di esso e con la perseveranza nell'amore verso Nostro Signore, cominciando a svuotarci “di tutto ciò che può dipendere dalla” propria “abilità” (vale a dire: se Dio comincia a darci una mano, facendoci capire che dobbiamo progredire anche senza il sapore “sensibile” di ciò che facciamo, allora accogliamo questo aiuto e facciamo altrettanto da noi, cercando di distaccarci dagli affetti disordinati!) perverremo ad un grande risultato. 
Anche quando l'anima ricevesse “molti doni soprannaturali” ne rimarrà “sempre distaccata e come ignara nei loro confronti, al pari di un cieco, aggrappandosi alla fede oscura, prendendola per guida e luce, senza appoggiarsi a cose che comprende, gusta, sente e immagina. Tutto questo, infatti, è tenebra che la fa sbagliare, mentre la fede è al di sopra di questo comprendere, gustare, sentire e immaginare. Se l'anima, dunque, non si fa cieca riguardo a tali cose, rimanendo completamente al buio, non arriverà mai a ciò che è superiore, cioè a quello che insegna la fede. 
Chi non è cieco del tutto, non si lascia condurre volentieri dalla sua guida, ma, per quel poco che vede, ritiene sia meglio seguire la strada che intravede appena, perché non ne scorge altre migliori; in tal modo potrebbe far sbagliare anche la sua guida che vede meglio di lui, perché, in fondo, comanda più lui che il suo accompagnatore. Così' pure accade all'anima. Se si avvale di qualche sua conoscenza, di qualche suo gusto o sentimento di Dio, per quanto ottime mediazioni, sono sempre poca cosa e impari all'Essere Divino; si sbaglia facilmente nel seguire tale cammino o si arresta, perché non vuole affidarsi, completamente cieca, alla fede che è la sua vera guida. […] In altri termini, chi vuole arrivare all'unione con Dio non deve appoggiarsi sulla propria conoscenza umana, né attaccarsi ai gusti, ai sensi, all'immaginazione, ma credere che Dio esiste. […] Dio non può essere conosciuto, in questa vita, così com'è. Anzi, in questa vita il massimo che si possa percepire e gustare di Dio, è infinitamente distante dalla sua realtà e dal suo puro possesso”. [...]La fede è l'unico mezzo attraverso cui Dio si manifesta all'anima nella luce divina che supera ogni intelligenza. E così, quanto più l'anima ha fede, tanto più è unita a Dio”.
E' ovvio che avremo più fede qualora agiremo e pregheremo pur senza averne ricompensa sensibile.

Fine della terza parte