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domenica 4 giugno 2023

Pensieri per lo spirito

TRINITÀ, DIO RICCO DI AMORE
«L'amore determina il futuro» (Karol Wojtyla)



La Trinità nell'Horae ad usum Parisiensem (Latin 1176, fol. 186r.), 
Parigi, Bibliothèque Nationale de France
Fonte: gallica.bnf.fr

Il Signore passò davanti a lui, 
proclamando: 
«Il Signore, il Signore, 
Dio misericordioso e pietoso, 
lento all’ira 
e ricco di amore e di fedeltà»
(Es 34,6-7).




È aggettivo di sovrabbondanza il termine "ricco": parola del superfluo, vocabolo dalle sfumature di sicurezza e dalle prospettive di tranquillità a lungo termine.
Così lo intravediamo già nella parabola lucana del ricco stolto (Lc 12,13-21), racconto che, tuttavia, non ha un lieto fine, perché la ricchezza accumulata dal protagonista non procura a quell'anima mia invocata nell'incipit la beatitudine tanto sperata. 
Eppure tale rimane – anche nell'immaginario collettivo – l'idea della ricchezza: un lasciapassare per il futuro, un salvagente per gli imprevisti, una garanzia per la propria pace.
Possedere molti beni diventa forse un antidoto alla paura dell'ignoto: arpionarsi alla ricchezza è quasi scongiurare il pericolo della malattia, della morte, l'avanzare della vecchiaia, l'inevitabilità del consumarsi dell'esistenza. Avere molti beni offre la possibilità di godersi la vita, di arraffare compulsivamente una felicità che, in fin dei conti, ci sembra sempre sfuggente, perché la sappiamo destinata a incontrare un termine ultimo. Almeno nei connotati spazio-temporali del nostro vivere terreno.
Aver accumulato e poter disporre di questo accumulo negli anni a venire sembra allora il palliativo a ogni mancanza d'altro: perché i soldi possono anche anestetizzare l'assenza di affetti.
Ma che la ricchezza materiale non sia davvero il preludio della felicità lo sottolinea sempre la Scrittura, quando Gesù sentenzia senza mezzi termini che «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio» (Mt 19,24).
La conclusione stessa della parabola del ricco stolto ne è segno eloquente: «"Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?". Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio» (Lc 12,20-21).
La ricchezza è, allora, un'arma a doppio taglio:
 porta spesso all'eccesso, al vizio, al godimento sì, ma senza limiti, senza paletti etici e morali (in una parola: il consumo delle cose porta alla consumazione di se stessi); oppure, quando anche non si raggiungano questi estremi, conduce a delle false sicurezze, a un vivere mascherato di eternità, a una realtà virtuale in cui fingere che non esistano lo scorrere del tempo, la morte, il passaggio da questa a un'altra vita.
Non è, allora, la ricchezza in sé il punto (anzi, Gesù stesso dice che bisogna arricchirsi presso Dio), ma proprio la vita stessa.
Quale vita vogliamo vivere? Quale consapevolezza abbiamo di questa esistenza? Siamo certi che il godimento dell'oggi sia solo un preludio a quello del futuro senza fine? Sappiamo che ogni ricchezza di questa terra è un rimando a un'altra ricchezza più solida, più verace, realmente eterna?
La ricchezza può dunque diventare un simbolo, e lo è nella misura in cui ciò di cui per primo vogliamo arricchirci è l'amore. Non come possesso, ma come capacità incondizionata di donarci agli altri, in un impegno che abbia il sapore della stabilità. In quest'ottica ogni ricchezza materiale non diventa egoistica soddisfazione di bisogni personali, corsa contro il passare degli anni, isolamento nel proprio benessere, ma acquista le sfumature della condivisione, della carità, della cura dell'altro e di se stessi nell'autocoscienza di un compito di amore ricevuto da Dio.
E in questo senso anche il nostro stesso Dio è ricco. Ricco di amore e di fedeltà, come lo descrive il libro dell'Esodo nel brano della prima lettura di questa domenica dedicata alla Santa Trinità.
La vera felicità trinitaria sta tutta qui: in questa ricchezza di amore e di fedeltà, in questa relazione che fa del divino il perennemente innamorato, il perennemente donato, il perennemente fedele. Il perennemente gioioso.
Questa idea di ricchezza rovescia le nostre convinzioni su ciò che ci rende ricchi, e ci riporta all'esperienza che forse tutti noi abbiamo provato, almeno una volta nella vita. Alla felicità che pervade l'animo umano nel momento in cui si è innamorati, al senso di mistero e di eternità che l'amore scava nel cuore umano. Al desiderio di riversarsi per sempre in un altro e di sentire per sempre l'altro in sé. Tutte sensazioni (e realtà) che vanno di pari passo con l'amore.
«L'uomo ha a disposizione una esistenza e un amore» – scriveva Karol Wojtyla nella sua opera teatrale La bottega dell'orefice – «come farne un insieme che abbia senso? La gente si lascia trascinare dall'amore come se fosse un assoluto, anche se mancano le misure dell'assoluto. La gente segue la propria illusione, senza cercare d'innestare questo amore nell'Amore che ha una tale misura. Non hanno neanche il sospetto di questa necessità perché sono accecati non tanto dalla forza del sentimento quanto dalla mancanza d'umiltà. 
È una mancanza d'umiltà verso quella che dovrebbe essere l'amore nella sua vera essenza. Questo pericolo diminuisce se ne siamo coscienti. In caso contrario – il pericolo è incombente; l'amore cede sotto il peso della realtà quotidiana» [1]. 
Innestarsi in Dio, "entrare" nella Trinità, innestare il proprio amore umano nel suo amore. Ecco il segreto, perché «Dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21).
La prima ricchezza dell'uomo deve essere Dio, il suo stesso amore. Solo così ogni amore umano potrà essere vero, resistente agli urti del tempo e perdurare per sempre. Proprio come l'amore di Cristo, che nella sua esperienza terrena ha amato di un amore resistente al fardello di ogni prova, anche al pesante legno della Croce.
«Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano». (Mt 6,19-20)
Perché solo «l'amore determina il futuro» [2].



NOTE

[1] Karol Wojtyla, La bottega dell'orefice, Libreria Editrice Vaticana, 1978 (ristampa 2015), pp. 81-82.
[2] Ibidem, p. 28.

domenica 8 gennaio 2023

Pensieri per lo spirito

IL BAMBINO DENTRO

Battesimo del Signore - Fine del tempo di Natale



Statua di Gesù Bambino nella parrocchia Maria SS. Immacolata di Montepaone superiore
© Maria Rattà 2023



"In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare". (Mt 3,13-15)



Impedire è il verbo del blocco: "mettere ceppi, impacci ai piedi" [1], ci dice la sua etimologia.
È il verbo dell'arrestare, del deviare, dell'imporre i propri piani a quelli di un altro.
Ma si può "impedire" qualcosa a Dio? Si può frenare la corsa del Verbo che ha deciso di incarnarsi per camminare fra gli uomini, che ha voluto farsi strada fra noi tracciando i suoi passi su una terra fatta di fango e di acqua, di sterco e di fiori, di sozzura e bellezza?
No, il Vangelo di oggi ci ricorda chiaramente che i piani di Dio non sono i nostri, le sue vie sono distanti anni luce da quelle che noi vorremmo imporgli, suggerendogli soluzioni alternative, più comode, più giuste secondo i nostri criteri.
Gesù ci ricorda con forza di essere venuto per percorrere questo mondo fatto di luci e ombre, per portare Se Stesso, vera luce che illumina ogni uomo.
Il Battista, che pure prima si era definito incapace di slegargli i lacci dei sandali, sembra ora dimenticarlo, e con il suo "volergli impedire" il battesimo fra le acque del Giordano, ne vuole arrestare il percorso, dettando un itinerario diverso, "a misura di Dio" (secondo il criterio umano).
Ma questo non è possibile, perché la modalità che Dio ha scelto per salvarci è quella di ogni comune mortale. Dunque Egli passa anche per questo Battesimo "di conversione", lui che bisogno di convertirsi non ne aveva di certo.
Ma così facendo ci indica che crescere significa questo: accettare liberamente di percorrere la via della Verità che salva.
E finisce, allora, il tempo di Natale, con un Gesù che non è più Bambino, ma Uomo, che non ha bisogno di essere portato in braccio, ma che sa camminare da solo, a testa alta, seguendo la voce interiore del Padre.
In fondo, anche per ciascuno di noi l'infanzia è solo una parentesi storica in un tempo più vasto.
Ma è quell'infinitesimale, magico, indimenticabile momento in cui impariamo a camminare nella sicurezza di altri che vegliano su di noi, tenuti per mano da quelli che più ci amano e che più amiamo, aiutati a rialzarci e a riprovarci, e poi lasciati liberi anche di correre.
La festa di oggi, a conclusione delle giornate natalizie, ci rammenta, allora, anche la preziosità dell'infanzia. E ci invita a farne tesoro, perché possiamo tracciare sempre, anche da adulti, piccoli passi quotidiani verso il Vero, non ricercando gli onori, ma servendo; non correndo da soli verso la meta, ma insieme agli altri; non lasciando indietro chi cade, ma aiutandolo a rialzarsi.
Ricordando sempre, che spesso, tutti ritorniamo come bambini bisognosi di aiuto, cercatori di guide, incapaci di sfrecciare se qualcun altro non ci sostiene, non ci spinge, non ci ricarica di energie positive. E incapaci sempre di andare lontano se non ci facciamo prendere per mano dall'Altro che ci ha preceduti su questa via di piccolezza. 
Fa', o Signore, che possiamo diventare veri uomini avendo sempre cura del bambino che è in noi!


sabato 26 settembre 2020

Pensieri per lo spirito

  L'OGGI CHE VALE UN'ETERNITÀ

Riflessioni sul Vangelo della XXVI Domenica del T.O.




Ph Boudewijn “Bo” Boer - Unsplash


 Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: 
«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. 
Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. 
Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. 
Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». 
Risposero: «Il primo». 
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute 
vi passano avanti nel regno di Dio. 
Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto;
i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. 
Voi, al contrario, avete visto queste cose, 
ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». 
(Mt 21,28-32)





Il Vangelo della XXVI settimana del tempo ordinario propone ancora il tema "della vigna" in cui essere operai. Ma stavolta Gesù-Maestro, pedagogo dello spirito, riempie l'argomento di sfumature nuove, per condurre gli ascoltatori a un livello nuovo nella comprensione del Regno.
«Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna», dice il padre ai figli, e in quell'oggi sembra risuonare ancora una volta la parola ascoltata domenica scorsa, quando il padrone era uscito per cercare lavoratori da prendere «a giornata» (Mt 20,1).
In sottofondo alla parabola c'è allora il tema del "tempo" che sembra cristallizzarsi nella dimensione così "breve" (o così "lunga) della giornata, dell'oggi
Da una parte potrebbe spaventare questo senso di "precarietà", di incertezza di un lavoro che per oggi c'è ma domani? E dall'altro questo concetto sembra rimandare anche all'idea della pena che accompagna ogni giorno, della fatica che il lavoro richiede.
In una rilettura "unitaria" del Vangelo sembrano però risuonare due parole di Gesù, che vanno però nella stessa direzione. 
La prima: «A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,34). 
È inutile affannarsi per il domani, l'importante è impegnarsi qui e adesso, senza pensare alle fatiche del domani. Lavorare è difficile, richiede dedizione, sudore, concentrazione, e quando si lavora nel campo di un altro, in una vigna che non è la propria... è ancora più difficile. Ci si potrebbe far prendere da tanti pensieri sbagliati: l'invidia per la ricchezza altrui, l'indifferenza per il lavoro stesso, la brama del solo guadagno, il desiderio di imbrogliare. È qui che Gesù cerca di far fare un passo avanti a chi lo ascolta: non siamo più davanti a un padrone e ai suoi operai (come nel Vangelo della XXV domenica) ma davanti a un padre con i propri figli. Come in una progressione, la Liturgia della Parola mostra che Dio non è semplicemente un "padrone giusto" che fa delle sue cose quello che vuole, che ricompensa chiunque lavori, anche solo per poche ore, nella sua vigna. Dio è un Padre e chiede di collaborare con Lui nel lavoro dell'amore. Il padre di questa parabola non dice infatti :«Va' a lavorare nella MIA vigna», ma semplicemente «Va’ a lavorare nella vigna”» (v. 28). Non dice nemmeno "nostra", perché da ciascuno dei suoi figli della  dipende il sentirla come "propria". 
Così è anche per ogni discepolo: solo quando davvero ci si sente "a casa di Dio" in qualunque luogo ci si trovi (perché tutto è vigna, tutto è campo in cui agire da cristiani) allora si può rispondere positivamente alla domanda di andare a lavorare, e il lavoro non sarà più un'imposizione, un comando strano (perché a lavorare ci potrebbero andare i servi, non i figli!), ma quel giogo dolce che Gesù stesso ha voluto portare sulle sue spalle, venendo a lavorare nella vigna del Padre. Qui sta la seconda parola di Gesù che sembra essere richiamata dal Vangelo di questa XXVI domenica: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,29-30). 
Questo giogo, questo "dolce" impegno dell'amore da costruire insieme a Dio, si può decidere di portarlo da subito, oppure si può all'inizio dire di no, o avere quelle giornate in cui la risposta all'invito a lavorare "oggi" diventa negativa, nonostante il cammino fatto... ma Dio è un Padre paziente, che sempre aspetta il sì dei suoi figli, che sempre attende che essi, con umiltà, con l'umiltà imparata dal Figlio Unigenito, tornino sui propri passi e vadano a lavorare nella vigna. 
Per oggi, per quell'oggi da costruire giorno dopo giorno, nella consapevolezza che il futuro si gioca adesso, nel momento presente. 
Un momento che può valere un'eternità.

domenica 2 agosto 2020

Pensieri per lo spirito

IL RISTORO DELLO SPIRITO
Riflessioni sul Vangelo della XVIII Domenica del T.O.







Avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.  
(Mt 14,31-21)




Ordinò alla folla di sedersi sull'erba. Ordinò loro di riposarsi. Ordino loro di stare attorno a lui. Ordinò loro di ristorarsi.
Gesù non ordina alla folla di seguirlo, sono invece le persone, di loro spontanea iniziativa, ad andargli dietro... forse nella speranza di ascoltare la sua parola così diversa da quella di tutti gli altri, forse nell'aspettativa di qualche miracolo. E Gesù, sentendo compassione, veramente sazia il desiderio di guarigione di queste persone, sanandone i malati.
Quando si fa sera, quando tutto sembra finito, quando pare che Gesù non debba più fare niente per loro... quelle persone, però, decidono di rimanere. Sono evidentemente come attratte da una forza misteriosa che si sprigiona dal Cristo. Cos'altro si potevano aspettare da Lui, infatti, questi cinquemila uomini (senza contare le donne e i bambini)? 
Forse niente, forse semplicemente volevano "rimanere" ancora con Lui, restare insieme, esprimendo così la loro 
gratitudine, attraverso questa inconscia modalità che li tiene come "incollati" a Gesù, incapaci di ritornare nelle loro case perché "grati", cioè pieni di affetto per Colui che ha elargito tanto bene nei loro confronti.
Com'è strano questo Uomo-Dio, che non impone, ma lascia agli uomini la libertà di seguirlo per ascoltarlo, ma poi comanda a questa folla di mettersi a sedere, di riposarsi, di mangiare!
E d'altronde, non è la prima volta che lo fa! «Venite in disparte e riposatevi un po'» (Mc 6,31) aveva detto ai suoi discepoli, stanchi per la missione fra la gente.
Questo Dio così umano sa che l'uomo è fatto di entusiasmo e stanchezza, di vigore e di debolezza, di forza e di delicatezza; questo Dio così umano è quel Dio per mezzo del quale tutto è stato creato, istituendo però il settimo giorno come giorno del riposo dopo tutte le opere che aveva realizzato.
Riposo: è quello che si fa dopo un'attività intensa, che ci ha stancati, che ci ha fatto spendere energie mentali e fisiche. E perché Gesù, allora, invita la folla a riposare dopo aver beneficiato dei suoi miracoli?
Perché seguire Gesù per tutto il giorno, come lo hanno seguito questi uomini, donne e bambini (ciascuno con la propria storia di malattia, resistenza fisica e delicatezza di costituzione) è stancante per l'uomo, anche quando egli si rende conto dei tanti benefici che Dio opera nei suoi confronti; perché la sequela, quando è vera, è impegnata e impegnativa, cioè faticosa: richiede davvero di amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente (cfr. Mt 22,37), di prendere ogni giorno la propria croce per seguire Gesù (cfr. Mt 10,38), di mettere mano all'aratro senza voltarsi indietro (cfr. Lc 9,62), qualunque sia lo stato di vita che abbiamo abbracciato.
La sequela è uno "sport", un'allenamento continuo che fa... bruciare molte calorie! San Paolo più volte, nei suoi scritti, parla addirittura di una "corsa" da portare avanti fino al traguardo, per essere ricompensati con il premio. Ma ogni bravo sportivo sa che non si può andare avanti nell'allenamento costante senza un'adeguata alimentazione.
Così Gesù, il nostro "coach" dello spirito, sa che senza ristoro non possiamo proseguire nella sequela, cammino spesso in salita perché pone l'uomo in lotta costante contro le proprie inclinazioni "sbagliate", contro i propri difetti, contro le vicende storte della vita. La buona battaglia di cui parla san Paolo (cfr. 2Tm 4,8), ma anche, rimanendo sempre sul linguaggio paolino... una sorta di incontro di boxe (cfr. 1Cor 9,26) in cui cerchiamo di mettere Ko tutto quello che ci allontana da Dio.
Il ristoro che Gesù offre, però, non è un allontanarsi da Lui. Gesù non va via mentre i discepoli sfamano la folla. Gesù rimane con tutti loro. Ristorare lo spirito non è staccare una spina per attaccarne una diversa, è semplicemente un modo diverso di stare con il Maestro; non è un "perdere tempo", ma un impiegare diversamente il tempo. È ritagliare lo spazio per la meditazione, per la lettura della Scrittura, per la preghiera personale. È ritagliare il tempo per stare "cuore a Cuore" con Gesù, nel segreto della propria stanza e della propria anima. È parlare con Lui, raccontagli i nostri problemi, le nostre ansie, le nostre speranze, le nostre difficoltà. È cercare il confronto e il conforto in un amico che ci aiuta a camminare nella vita interiore; è fare silenzio dalle attività apostoliche per ritemprarsi in un incontro ancora più intimo con il Signore. È, ultimo ma non ultimo, l'incontro con il Signore vivo e vero nell'Eucaristia, il vero pane che sazia la fame dell'uomo e lo prepara all'incontro definitivo con Lui che avverrà oltre il tempo e lo spazio, dandogliene un anticipo, una caparra, un assaggio.
Riposo è allora vivere le parole del Salmo 131,2: «Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia».

Ordinò loro di sedersi. E lo ordina anche a noi, ogni giorno, ogni volta che siamo stanchi, sfiduciati o dubbiosi, confusi sul da farsi. 
Perché solo in questo ristoro possono sedarsi i dubbi, le paure, le crisi; solo in questo ristoro si può ritrovare l'energia necessaria per ripartire e continuare a correre, protesi verso la meta, senza voltarsi indietro, sempre sicuri di ritrovare, ogni giorno, fosse anche solo nella stanza del nostro cuore, quel prato verde su cui sedersi, per stare accanto a Gesù, riposando in Lui.

giovedì 1 marzo 2018

Pensieri per lo spirito

QUARESIMA,
TEMPO PER FARCI CURARE 

DAL VELENO





«Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l'asta; 
quando un serpente aveva morso qualcuno, 
se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita». (Nm 21,9)




Quaresima: tempo di penitenza, in cui lasciarci curare dal veleno che ci ha infettati. Perché il peccato è un veleno, tossico per la nostra anima e per la nostra vita. Il problema è che esso ci appare spesso rivestito di una maschera. Lo vediamo buono, bello, gradevole. Cominciamo a ingerirlo e magari all'inizio non ci procura del danno, anzi, sembra finanche farci stare bene. Siamo euforici, come sotto l'effetto di una droga o di un allucinogeno, ci sembra di assaporare il gusto vero della vita, l'ebbrezza della libertà; ci sentiamo dominatori su ciò che ci circonda, perché in grado di decidere senza ascoltare nessuno, se non noi stessi. È solo quando quel veleno ha finito con l'intossicarci che finalmente iniziamo a capire. È solo quando i sintomi spiacevoli e indesiderati di quel veleno infettano la nostra esistenza, che finalmente ci rendiamo conto che qualcosa non va e che è necessario cambiare stile di vita, modificare le nostre abitudini, scegliere qualcosa di diverso per nutrirci.
Ma per cambiare rotta, per convertisi, prima di tutto, è necessario disintossicarsi. Il veleno, di norma, non lo si smaltisce in automatico. Serve un antidoto, qualcosa che si opponga al male con il bene. E per disintossicarsi occorre prima avere l'umiltà di riconoscersi ammalatiavvelenati. È come un cerchio che va spezzato, e non è così immediato avere la forza per farlo. Se lo fosse, tutti opterebbero per la conversione. Invece sono tanti quelli che decidono di chiudere gli occhi sul proprio stato di salute spirituale, continuando ad accumulare veleno su veleno, alternando fasi di sofferenza acuta a momenti di sballo e finta felicità. 
Ma, paradossalmente, per qualcuno è proprio il momento dell'avvelenamento a coincidere con quello dell'umiltà: ci si riconosce fragili, bisognosi di una cura, di un antidoto. Nel momento della debolezza ci si accorge di non essere così forti e indipendenti, e si comprende di avere bisogno di ciò che veramente salva: l'amore. È il momento in cui non ci si basta più a se stessi, ma si ha bisogno dell'altro. Quel qualcuno che si prenda cura di noi, non perché si aspetti per forza qualcosa in cambio, ma perché per quel qualcuno noi e il nostro benessere sono importanti, perché quel qualcuno ci ama, così come siamo, nonostante tutto. L'impotenza e il dolore interiore sono come l'estrema sofferenza fisica dell'intossicato che comprende, improvvisamente, quanto sia necessaria una repentina scelta: per la vita, o per la morte, per l'amore o per il non amore, prima che il veleno annienti totalmente ogni volontà di scegliere. 
Se si opta per la vita, si opta per Cristo: il peccatore convertito è un uomo che si è prima lasciato avvelenare dal male e poi ha aperto gli occhi, si è presentato dinanzi a Colui che risana l'uomo nella sua integrità. Nella conversione l'essere umano si vede finalmente per come è: piccolo, indifeso, bisognoso di Dio. È solo l'amore di Dio che può veramente disintossicare l'uomo, perché una volta per tutte, sulla Croce, Cristo si è fatto il serpente innalzato da guardare per avere la salvezza, prefigurato dal serpente di bronzo innalzato da Mosè. Egli, cioè, ha assunto su di sé il peccato degli uomini, il veleno che ci uccideva, anzi, di più: si è fatto peccato (2 Cor 5,21), per sconfiggerlo definitivamente. Questa vittoria rimane perenne: ecco perché, l'uomo, per tutto il tempo storico della sua vita, può guardare sempre alla Croce per ottenere salvezza, vita interiore, rinascita, pegno di eternità. 
Facciamo della Quaresima il tempo della disintossicazione da tutto ciò che ci tiene lontani da Dio; da tutto ciò che inquina il nostro io; da quello che invece di renderci più vivi, ci ammala dentro.

giovedì 8 febbraio 2018

Pensieri per lo spirito

«DAL DI DENTRO ESCONO 
I PROPOSITI DI MALE»
La medicina per il "cuore"



 [Gesù] «diceva: "Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo"». (Mc 7, 20-23)






Il cuore... buono o cattivo?

Il Vangelo è esigente. Gesù lo è. Essere cristiani lo richiede. E quando Cristo parla del cuore dell'uomo non ci invita ad accontentarci di una spiegazione banale, ma ci spinge a ragionare con attenzione su ciò che siamo veramente.
Gesù non dipinge il cuore umano in tinte pastello, al contrario usa toni forti, cromatismi accesi, quasi con pennellate grossolane che albergano ruvidamente sulla tela e ci fanno sentire a disagio nel guardare il risultato finale.
Perché l'essere umano è convinto (molto spesso) che dire cuore significhi parlare di romanticismo e tenerezza, di affettuosità e delicatezze, di attitudini gentili e generose. Che il cuore, in sintesi, possa essere foriero solo di cose buone e belle, gradevoli, interessanti, gioiose, come un dipinto dai colori sfumati e dalle luci soffuse.
Invece no, qui la Parola ci contraddice, facendo una disamina del cuore umano molto più onesta e realista di quella che noi stessi siamo soliti fare. Noi siamo abili nel camuffare il brutto sotto le vesti dell'accattivante, del piacevole, del soddisfacente. Così l'egoismo lo tramutiamo in amore verso noi stessi, la superbia in autostima, l'invidia nella risposta sacrosanta a un torto subito, la sensualità smodata in esigenza naturale, e via dicendo. Invece il Vangelo mette nero su bianco che proprio dal cuore – cioè da quello che nel linguaggio della Bibbia è il centro della persona, il simbolo della persona stessa nella sua interezza – provengono tanto i desideri cattivi quanto quelli buoni. 
Non ci sono mezze misure: è dall'insieme di ciò che siamo (anima-corpo /materia-spirito /peccatori-in ricerca di santità) che fuoriescono tanto l'amore quanto l'odio, tanto la generosità quanto l'avarizia, tanto la solidarietà quanto la chiusura, tanto la difesa della vita quanto la volontà di morte. Il cuore è come il mare in cui si raccolgono le acque di tutti i fiumi che ci attraversano: la ragione, gli impulsi, gli istinti, i sentimenti buoni e cattivi, la riflessione, i moti quasi inconsapevoli e quelli invece più calcolati e voluti.
Nel nostro cuore avviene una lotta continua tra il bene e il male, tra il giusto e l'ingiusto, tra ciò che vorremmo diventare e ciò che invece sentiamo di essere nella nostra natura impastata di carne tentabile, facile alla caduta, al compromesso, all'accontentarsi della scelta più mediocre, che soddisfa solo sul momento.
È come se in quel centro vitale del nostro essere biologico e spirituale si combattesse quotidianamente una battaglia proprio per la vita o la morte. 
Guai se quella battaglia vedesse vincere la morte. Allora dal cuore uscirebbero i pensieri cattivi; le parole astiose e calunniose; i gesti volgari, senza pazienza e senza dolcezza; le decisioni egoistiche che seminano distruzione nella vita degli altri; le strategie che uccidono nel corpo e nello spirito colui che ci sta di fronte. 

Gesù è la medicina per il cuore

Il problema non è, infatti, la lotta. La lotta fa parte della vita stessa. Il nostro corpo ce lo dimostra, nella sua affannosa resistenza biologica a ciò che quotidianamente lo attacca; nella sua necessità di sfamarsi e dissetarsi a volte oltre la reale necessità, per il semplice desiderio di farlo; nell'impellenza dell'alternanza tra sonno e veglia, attività e riposo.
No, il problema è "chi" facciamo vincere in questa battaglia, in questo continuo duello tra il bene che vorremmo fare e il male che non vorremmo compiere (cfr. Rm 7, 19).
San Paolo lo dice a chiare lettere: 

«Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io dunque, con la mia ragione, servo la legge di Dio, con la mia carne invece la legge del peccato». (Rm 7, 21-25).

Anche Gesù è stato tentato, e proprio perché ha sempre obbedito a Dio piegando consensualmente la propria volontà a quella del Padre, Egli può diventare la "medicina" del nostro cuore.
Così anche noi, pur se la nostra carne "tende" al peccato, possiamo vincerla con la "ragione", con la volontà ferrea di voler seguire Dio. È la fede non fatta solo di sentimentalismo del momento, ma "applicata" con intelligenza nel quotidiano che rende vittoriosi i propositi di bene nella lotta ingaggiata nel nostro cuore, cioè nella nostra persona. Quando Gesù è tentato dal diavolo nel deserto (cfr. Mt 4, 1-11) non vive quel momento con la semplice emotività, ma con intelligenza. Alle proposte allettanti del demonio, Gesù controbatte con risposte sagge, ragionevoli, basate sulla conoscenza della Scrittura, frutto di un amore per il Padre lungamente coltivato. Risposte così "matematicamente" inattaccabili che la volontà del Cristo rimane ferma nel voler seguire la Legge di Dio, e il demonio non può che allontanarsi, sconfitto, dopo aver proposto ogni sorta di bene materiale al Figlio di Dio fattosi uomo. Gesù non risponde con rabbia e non abbraccia il fascino della tentazione. Il suo cuore rimane «mite e umile» (Mt 11,29), così come Egli stesso lo definisce, ed è questa la chiave della vittoria dei propositi di bene su quelli di male. L'umiltà ci rende consapevoli dei limiti della nostra fragile natura umana,  vigilanti contro gli assalti della tentazione, e ci sprona a confidare più in Dio che in noi stessi. 

«La mitezza è un atteggiamento del cuore che ci dona la padronanza assoluta di noi stessi nelle difficoltà, nelle prove e nelle sofferenze della vita. La mitezza non conosce la collera e la violenza, ci aiuta a dominare tutte le manifestazioni dell’orgoglio: lo sdegno, la collera, lo spirito di gelosia o di vendetta, la tentazione di imporsi agli altri e di dominare gli altri» [1].

Sta a noi dunque scegliere se essere buoni o cattivi, se alimentare propositi di bene  o di male. L'uomo non è in balia di forze oscure che lo dominano. Egli può, così come Gesù, riuscire ad allontanare il male che vorrebbe prevaricare, e trovare in fondo al proprio cuore – nel nucleo più profondo di sé – la presenza di Dio, la presenza dell'Amore che sconfigge le tenebre del peccato, del male e della morte.



[1] Tonia Abbattista, Il frutto dello Spirito è la mitezza, Sito internet ufficiale su Luisa Piccareta

domenica 14 gennaio 2018

Pensieri per lo spirito

E IL SIGNORE È PER IL CORPO
Sublimare l'umanità





Un'umanità ricca

La Liturgia della Parola della prima settimana del Tempo ordinario, collocandosi praticamente a un tiro di sasso dal Tempo di Natale appena conclusosi, continua a portare la nostra attenzione sul concetto di umanità. Un'umanità che non è demonizzata, ma neppure assolutizzata. È invece un'umanità reale, sfaccettata, piena di luci e di ombre. Un'umanità che soffre e prega, come quella di cui ci parlano le letture tratte dall'Antico Testamento, nella figura di Anna, sposa desolata per la propria sterilità e in più derisa dall'altra moglie del proprio consorte, ma che nonostante tutto implora Dio; è un'umanità che ama con tutte le proprie forze e a dispetto di ogni ostacolo, come quella di Elkanà, lo sposo devoto e premuroso della già citata Anna.  È un'umanità che ascolta la chiamata di Dio nel contesto quotidiano, addirittura durante il sonno, come accade a Samuele. 
Ed è anche un'umanità che si ribella a Dio, come fa il popolo di Israele, allorché invoca la scelta di un re, per non essere diverso da tutti gli altri popoli.
Anche l'umanità del Nuovo Testamento, in cui spicca il Gesù uomo, è un'umanità ricca e "piena", in cui niente di ciò che è tipicamente umano viene escluso. C'è il Gesù-uomo che parla, predica, prega, chiama e suscita, proprio per questa sua umanità "così nuova", stupore e timore in chi lo ascolta, fascino irresistibile in quelli che invita a seguirlo, preoccupazione nei demoni che scaccia. L'umanità del Cristo è chinata sull'umanità dei propri simili: così lo vediamo in Mc 1, 29-39, interessarsi della suocera di Pietro, che giace a letto ammalata, e di tanti altri ammalati (come il lebbroso di Mc 1, 40-45 e come il paralitico del secondo capitolo, versetti 2, 1-12) che approderanno finalmente, grazie a lui, alla guarigione. Ma qui il Vangelo inserisce la commistione tra corpo e spirito, la necessità di non dimenticare che non si vive di solo pane, che non si è composti solo di materia. Gesù guarisce i fisici malati, ma guarisce anche gli spiriti portatori di un morbo peggiore, liberandoli dai demoni; Gesù si spinge per tutta la Galilea, per predicare e annunciare il Regno; ed è lo stesso Gesù che al paralitico dice chiaramente «ti sono perdonati i peccati» (Mc 2,5) e «prendi la tua barella e va' a casa tua» (v. 11). 

Passare "attraverso" l'umanità di Gesù

L'Uomo Gesù ci ricorda che siamo fatti di luce e di ombra, di chiaro e di scuro, di bene e di male. Ecco perché la sua stessa umanità diventa il tramite per accedere al divino, per essere risanati dalla sua dimensione di carne, di Uomo speso per amore, di Uomo crocifisso, piagato, donato fino all'ultima goccia di sangue. Di Uomo risorto, che conserva i segni della passione. Se noi tutti siamo come il paralitico, che ha bisogno di essere portato a Dio per guarire nella carne e nell'anima, allora Gesù stesso (la sua umanità) è il buco scavato nel tetto di quell'abisso che dividerebbe ogni creatura umana da Dio, dal totalmente Altro, per usare un'espressione cara a Benedetto XVI. Gesù si è lasciato letteralmente scavare dai chiodi le mani e i piedi; si è fatto squarciare il cuore da una lancia e forare la testa da una corona di spine. Passando attraverso quelle piaghe, ma anche passando attraverso la sua umanità che insegna, corregge, ammonisce, e soprattutto ama, noi possiamo arrivare al divino di Gesù, e quindi al Padre e allo Spirito, che sono intimamente uniti a lui, che sono "in" lui" e che risanano nell'amore. Proprio il sabato della prima settimana conclude infatti questi primi sette giorni successivi al Natale con l'episodio della chiamata di Levi (Mc 2, 13-17) e con la chiara esposizione della missione di Gesù: essere venuto per i malati, non per i sani, per i peccatori, che hanno bisogno di guarigione (cfr. Mc 2,17). La vita di Levi cambia improvvisamente: la chiamata di Cristo deve avere assunto i contorni di una modalità umana talmente tanto convincente, appassionante, profonda... una modalità esteriore che diventa anche e soprattutto interiore, così profonda, da non lasciare spazi a dubbi. Occorre seguire Gesù. 
E qual è questo Gesù che si segue?

Andare a casa di Gesù

I discepoli della prima ora, probabilmente, vivono qualcosa di indefinito. Non riescono a percepire tutta l'essenza, tutta la verità di Gesù. Ma si sentono attirati irresistibilmente da questo uomo speciale, carismatico, mite, ma anche energico, che parla come mai nessuno ha fatto, ama, come mai nessuno ha amato, guarisce e compi prodigi che mai nessuno ha compiuto. Così la seconda domenica del Tempo ordinario si apre con la domanda di Giovanni e Andrea: «dove dimori?» (Gv 1,38). Questa domanda racchiude il bisogno umano, (umanissimo!) di passare del tempo con l'altro, con l'amico. Gesù attira perché non cammina su una nuvola d'ora, spargendo fulmini e saette, come forse qualche divinità antica faceva nell'immaginario collettivo. Gesù attira perché vive una vita umana, straordinaria nell'ordinario e ordinaria nello straordinario, una vita piena, che sembra dire agli altri: anche tu puoi farlo, anche tu puoi dare senso alla tua esistenza. Anche tu puoi accedere a Dio, un Dio personale, vicino, a cui dare del tu, a cui dire abbà, papino.
Andare a casa di Gesù, vedere dove Egli dimori, stare con lui, ricordare finanche l'ora di quell'incontro, significa accedere a quel che cercato dai discepoli («che cercate?» chiede infatti loro il Cristo); significa osservare più da vicino, più intimamente, il mondo umano di Gesù. Perché, come anche oggi si usa dire, la casa parla di chi la abita, ci svela qualcosa della sua personalità, dei suoi gusti, della sua sensibilità. A casa non ci si porta chiunque. A casa si invitano gli amici, i parenti. La casa non si condivide con il primo che capita, ma con i propri familiari. La casa nuova non è quella di due estranei, ma di due sposi. Così, ciascuno di noi, è chiamato ad abitare nella casa di Cristo-Sposo, nella dimora di Gesù. Ed è chiamato a farlo con la propria carne, nella propria carne. Cioè con la modalità umana attraverso cui facciamo l'esperienza di Dio, quell'umanità che è il tramite finanche del nostro spirito; l'umanità che può essere trasparenza di Dio anche per gli altri. L'umanità con cui ci nutriamo – materialmente – dell'Eucaristia, il vero e più intimo a tu per tu, dimorare con Gesù, con Dio, in un Cuore a cuore, o Corpo a corpo, per rimanere in tema. La carne di Gesù è il nostro cibo eucaristico. È il passare dal cercare un che al trovare un chi. Unico, assoluto, insostituibile. Ecco perché è così importante ricordare che «il corpo non è per l'impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo» (1Cor 6,13), perché anche questi nostri corpi, al pari di quello di Gesù, saranno risuscitati. Il nostro corpo può parlare o meno di Dio, attraverso la voce, gli occhi, le mani. Parliamo o non parliamo di Dio con le parole che usiamo o meno, con i vestiti che indossiamo o meno, con i gesti che compiamo o meno. Glorifichiamo Dio con il nostro corpo, pensando che un giorno realmente, con questo nostro stesso corpo, ripeteremo (ma in modo totalmente nuovo) l'esperienza dei primi discepoli: andremo e vedremo dove dimora Gesù, abiteremo la sua casa, per sempre, secondo le parole di Gesù stesso «Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi» (Gv 14,20).

domenica 7 gennaio 2018

Pensieri per lo spirito

PER QUESTO SIAMO VENUTI 
NEL MONDO
Dalla vita biologica alla vita in Cristo



 «Gesù venne da Nazaret di Galilea 
e fu battezzato nel Giordano da Giovanni».
(Mc 1,9)
Antonio Raggi, Battesimo di Cristo (XVII sec.), Roma, Chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini




Una vita piena di senso

Il salto temporale che la Liturgia della Parola fa compiere proprio nell'ultimo giorno del Tempo di Natale sembra spiazzarci: abbiamo festeggiato Gesù bambino, nato in una grotta al culmine del Tempo di Avvento, periodo di attesa e preparazione; poi è venuto il ricordo della Santa Famiglia di Nazaret e, nella solennità che apre il nuovo anno, si è reso omaggio alla Madre di Dio, che ha dato la vita al Salvatore dell'umanità; nell'Epifania si è fatta memoria della manifestazione di Dio in quel Bambino nato dalla Vergine e figlio putativo di Giuseppe. Una manifestazione che i Magi hanno saputo riconoscere e accogliere, accettando la sfida del cammino interiore ed esteriore per andare verso Gesù. Un Gesù ancora piccolo, ancora nascosto al resto del mondo, custodito tra le braccia di Maria, vegliato da Giuseppe e ospitato in una povera mangiatoia. 
Ed ecco che, improvvisamente, dopo pochi giorni (o addirittura... il giorno seguente, come accade quest'anno!) ci troviamo davanti un Gesù adulto, che da solo lascia Nazaret per raggiungere suo cugino Giovanni – sulle rive del fiume Giordano – e ricevere il battesimo di penitenza, o di conversione, come viene anche detto. Questo passaggio che a prima vista appare (secondo le logiche umane) un po' stonato, fuori tema – si potrebbe dire –, è invece la logica conseguenza di ciò che il Natale significa, nella sua essenza più profonda. Ed è anche il messaggio finale che questa festa consegna a ogni battezzato in Cristo.
In primo luogo il Battesimo di Gesù ci catapulta già verso la fine della vicenda umana del Cristo. La rilettura simbolica di questo evento è infatti legata alla volontaria accettazione del peccato degli uomini che Gesù prende su di sé, per liberarne definitivamente l'umanità. Una liberazione che sarà completa con gli eventi della Passione, morte e risurrezione, in cui peccato e morte saranno definitivamente sconfitti. La vita umana che Gesù ha assunto a Natale è una vita di senso proprio perché vissuta nell'adempimento del volere del Padre, di quel Padre che vuole che nessuno si perda (cfr. Mt 18,14; 2Pt 3.9), di quel Padre che Gesù testimonia e, addirittura, mostra agli altri nel proprio volto, nei propri gesti, nelle proprie parole, nelle proprie decisioni. Decisioni che appaiono controcorrente, a volte finanche esplosive per la gente del suo tempo e a volte anche per quella di oggi, ma perfettamente coerenti con il dono della vita che il Verbo ha voluto ricevere nella persona umana, storica e quindi concreta di Gesù. Un dono che Egli ha preso sul serio, quale dimensione spazio-temporale in cui annunciare il Dio-amore, e farlo sentire vicino (in un modo nuovo, totalmente avvolgente proprio per la sua concretezza umana) alla gente del suo tempo, e così anche a noi, oggi, attraverso questa sua testimonianza. Cioè che rende significativa la vita di Gesù è proprio l'adempimento di tale missione. Quando Pilato lo interrogherà, chiedendogli: «Dunque tu sei re?» Gesù risponderà: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Gv 18,37)

Sacerdoti, re e profeti

È questo il testamento natalizio che la festa di oggi consegna a ogni credente. Correndo verso la meta (cfr. Fil 3,14) riceviamo un passaggio di consegne, da Gesù stesso, come in una staffetta. Il battesimo rende il cristiano re, sacerdote e profeta. Egli deve allora fare proprie le parole di Gesù, la cui regalità è nell'essere nato per dare testimonianza alla verità. È una regalità in cui il Cristo riassume anche la missione profetica e la propria dignità sacerdotale, ossia l'offerta che Egli farà di sé. E anche il battezzato è chiamato spendere energie, amore, tempo, preghiera, silenzi, sforzi, sofferenze e finanche delusioni – la vita intera, insomma – per l'annuncio del Regno, per la testimonianza concreta del Dio presente in mezzo a noi.
Il percorso che Gesù ha compiuto deve essere il nostro, la nostra regalità di figli di Dio che si pongono a servizio degli altri nell'amore è effettivamente tale solo se il dono della vita biologica e quello della vita in Cristo che abbiamo ricevuto attraverso il battesimo ci orientano verso la strada da seguire, per riempire di vero senso la nostra vita. Un senso che non sia semplicemente temporale, umano, materiale, ma che vada oltre, proiettandoci verso l'esistenza (non da soli, ma con gli altri) che non ha fine, verso l'amore che non ha scadenze. 
Per questo siamo venuti nel mondo. 



lunedì 25 dicembre 2017

Pensieri per lo spirito

IL VERBO SI È FATTO CARNE
Una parola di gioia e speranza
Natale del Signore




 «E il Verbo si fece carne 
e venne ad abitare in mezzo a noi».
(Gv 1,14)



Il Verbo si è fatto «carne». Con queste parole, nel suo prologo, Giovanni ci introduce al mistero di un Dio che arriva a farsi uomo, che entra nella storia e nel tempo, per vivere una vita come quella di ogni altro essere umano. Una vita scandita dallo scorrere delle ore e dall'avvicendarsi delle stagioni; una vita intrecciata con altre vite, di poveri e di ricchi, di semplici e di potenti, di buoni e di cattivi; una vita in cui si inanellano giornate felici e giornate drammatiche, momenti di gioia e momenti di estremo dolore fisico, spirituale, psicologico. Una vita che, una volta iniziata, comincia il suo conto alla rovescia verso la morte. 
Carne ci dice tutto questo, rimandandoci alla condizione umana e mortale che conosciamo bene, per esperienza diretta. Carne è la parola della caducità, della fragilità che Dio decide di abbracciare per amore, per far passare la carne dell'uomo dalla decadenza all'eternità, dalla corruttibilità all'incorruttibilità. Ma carne è anche la parola della tenerezza, e usandola in riferimento al Natale, probabilmente riporta alla mente l'idea delle carni morbide e rosee di un bambino, che sembrano una tela dai colori purissimi, lisci, soffici, privi d'imperfezione. Quella carne che, per la sua bellezza, ogni madre e ogni padre si fermano a contemplare, dopo la nascita del proprio bambino.
Ma carne ci parla anche di qualcos'altro. Perché dire carne non è necessariamente dire uomo. E Giovanni avrebbe benissimo potuto scrivere che il Verbo si è fatto uomo. Invece scrive che si è fatto carne. Non è una scelta casuale (quale scrittore userebbe a caso le parole?) e neppure dettata dal desiderio di raffinatezza, perché la carne rimanda anche a un atto umano, quello del mangiare, che di poetico, almeno in un contesto che dovrebbe essere la poesia per eccellenza (Dio ama così tanto l'uomo da farsi uomo, per fare dell'uomo un dio) ha veramente poco. 
Eppure anche in questo senso Giovanni usa questa parola, infatti egli torna altre volte a scrivere carne e, in particolare nel discorso eucaristico di Gesù, quello sul pane che dà la vita:

«"Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo". 
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?".  
Gesù disse loro: "In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda"». 
(Gv 6,51-52)

Ci può essere poesia più sublime di questa? Dire che il Verbo, ossia la Parola si è fatta carne significa rimandarci immediatamente a quello che di più prezioso Cristo ci ha donato: la sua carne da mangiare. Nella carne è riassunta tutta l'esperienza umana di Cristo; quella carne racchiude il suo mistero divino ed è unita ad esso; quella stessa carne ci viene donata nell'Eucaristia. Ecco che la carne di Cristo è la nostra porta di accesso più potente, più straordinaria all'esperienza umana del Dio fattosi uomo e a quella divina dell'Uomo che era, è e sarà per sempre Dio. È un mistero davanti al quale non possiamo avere altre parole: cosa mai potremmo dire per esprimere cosa sia questa Parola incarnata? Nessuna valanga di concetti e termini potrebbe mai raggiungere la pienezza e la ricchezza di ciò che Essa è. Sappiamo solo questo: nel Natale facciamo memoria (riviviamo, oggi!) del grande mistero dell'Eterno e Infinito che è diventato carne umana, esperienza vissuta, gioia e dolore, pianto e riso; morte e risurrezione: è infatti una carne che ha seguito il sentiero della volontà del Padre, una carne unita al Verbo divino che è stata glorificata e resa immortale. Di questa carne noi ci possiamo nutrire, assimilandola, gustandola, lasciando che ci doni energia per vivere, e per vivere bene, al meglio... per vivere per sempre. 
Carne, a Natale, è parola di gioia e di speranza. Con una frase di Chiara Corbella, anche noi, alla luce della carne del Dio Bambino, possiamo dire: "Siamo nati per non morire mai più". 
Buon Natale a tutti!

mercoledì 15 novembre 2017

Pensieri per lo spirito

LA VERA FEDE È UN A TU PER TU
C'è credere.... e credere


Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. 
 Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!». 
(Lc 17, 11-19)







Uno solo tornò indietro, per ringraziare. In dieci erano stati purificati. 
E in dieci, poco prima, avevano camminato verso Gesù, gli si erano posti innanzi, avevano "alzato la voce" per farsi sentire. Loro – gli esclusi, i nessuno della società, il buco nero del mondo dell'epoca – avevano osato sperare! E che fossero i signori nessuno Luca lo sottolinea quando riporta che erano rimasti a una certa distanza dal Cristo. Perché erano impuri. Perché non ci sarebbe stato altro essere umano, in quel mondo impastato di pregiudizi e di falsa religiosità, che li avrebbe mai sfiorati con un dito.
Da quella distanza avevano implorato pietà – un miracolo – dal "maestro" e subito, senza indugio, alla sua risposta avevano fatto quanto lui aveva detto. Alla sua parola si erano messi in cammino, diretti verso il Tempio, dai sacerdoti. Da quelli, cioè, a cui ci si presentava per far constatare una guarigione.
Lo avevano fatto, anche se ancora non erano guariti. Evidentemente nutrivano una fiducia cieca in Gesù oppure... stavano tentando il tutto per tutto. Ma il racconto di Luca ci fa capire che si trattava di fede, perché solo chi ha fede ottiene, e Gesù nei Vangeli lo dice così tante volte che non possiamo dimenticarcelo. Infatti, cammin facendo, per i lebbrosi è avvenuto l'umanamente impossibile: la lebbra è sparita. 
Siamo (o dovremmo essere) al momento clou della storia, quello in cui ci aspetteremmo grida di gioia, sguardi pieni di stupore, lacrime di commozione. 
Invece no. Niente di tutto questo. Non per nove di quei lebbrosi guariti, che continuano a camminare, diretti verso il Tempio, come nulla fosse, come se tutto avesse un ché di scontato, dovuto, assicurato, garantito. Dov'è la meraviglia per il Dio che compie cose mai viste? Dov'è lo sconvolgimento per le sorti di una vita che improvvisamente sono state rovesciate? 
In questo racconto in cui tutto, fino a ora, è filato liscio come l'olio, qualcosa si spezza. Perché non siamo in una favola, ma nella realtà. Una realtà in cui la gratitudine è spesso un optional, vista come umiliante, come una buona maniera priva di senso. Una realtà in cui anche nei confronti di Dio non siamo, spesso, capaci di ringraziare per i segni della sua bontà, della sua presenza, che si manifesta in mille modi nelle nostre vite.
Dei dieci lebbrosi solo uno torna indietro, sentendo il bisogno, la necessità di ritrovarsi faccia a faccia con Gesù, di instaurare un rapporto nuovo con lui: stavolta non si ferma a distanza, ma si prostra direttamente davanti al maestro, gli parla da vicino, lo ringrazia e loda Dio senza più bisogno di alzare la voce. Il lebbroso capisce che adesso la priorità non è andare dai sacerdoti, ma da colui che veramente lo ha salvato, da colui che lo ha reso finalmente puro. Non c'è bisogno di attenersi ai riti prescritti (cfr. Lv 14), non c'è bisogno di immolare animali e di farsi aspergere con il loro sangue per essere di nuovo mondi. Gesù è colui che purifica, Gesù è il Dio fatto uomo, che  dimostrerà il suo amore per l'umanità fino a versare tutto il proprio sangue, sulla Croce.
A questo punto si inserisce la seconda nota amara del racconto: colui che ha salvato i corpi piagati di quelle dieci persone si rende conto che di dieci guariti nel corpo, di dieci che hanno creduto nella possibilità di un miracolo fisico, solo uno si è lasciato veramente salvare nella sua interezza. Solo quel samaritano, che ha riconosciuto nella persona di Gesù che guarisce la presenza del Dio che risana. 
Questo samaritano, e le parole finali del Cristo, interrogano la fede dei credenti di oggi. La nostra fede si ferma solo al credere che Dio possa operare l'impossibile, o va oltre, accettando che nulla ci è dovuto, ma che ogni grazia è un atto d'amore di Dio? La nostra fede va oltre, diventando un rapporto personale, un a tu per Tu, un colloquio di lode, ringraziamento, amicizia, vicinanza con il Dio che salva?