domenica 4 aprile 2021

Auguri!





Il Cristo risorto di Rubens


«La fede non è un repertorio del passato, Gesù non è un personaggio superato. Egli è vivo, qui e ora. Cammina con te ogni giorno, nella situazione che stai vivendo, nella prova che stai attraversando, nei sogni che ti porti dentro. Apre vie nuove dove ti sembra che non ci siano, ti spinge ad andare controcorrente rispetto al rimpianto e al “già visto”. Anche se tutto ti sembra perduto, per favore apriti con stupore alla sua novità: ti sorprenderà». (Papa Francesco)

Auguri di buona Pasqua! 

sabato 3 aprile 2021

Pensieri per lo spirito

DISCENDERE PER RISALIRE
Meditazioni per la Settimana Santa





Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. 
(Is 52,10) 

Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà. Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un'unica e indivisa natura. 

(Ufficio delle Letture del Sabato Santo)



Discendere, scendere, risorgere.
Il Sabato Santo è il giorno in cui si incontrano l'abbassarsi e il risalire, il Cielo e la Terra, il buio e la luce, la morte e la risurrezione.
Il verbo discendere, nella sua etimologia, contiene già la radice del salire: descèndere, composto da de e scàndere, di e salire. Senza discesa non c'è risalita, perché senza chicco che muore nella terra non c'è spiga che sale verso il cielo, senza vita che si perde nel tempo non c'è vita che continua nell'eterno.
Il futuro dell'umanità è tutto racchiuso in questi verbi di movimento, ma – e soprattutto – nella discesa e risalita di Cristo. La sua discesa: quella dalla condizione di Dio per farsi Uomo-Dio; quella dalla gloria terrena di Messia osannato alla fama di malfattore appeso a una croce; quella dalla vita alla morte; quella dal sepolcro fin negli inferi, per liberare chi era in catene.
Da questa discesa, compiuta per amore degli uomini e in obbedienza al Padre, il sangue di Cristo origina la sua discendenza, la discendenza dei redenti in Lui, la discendenza dei salvati dal peccato e dalla morte. Una discendenza di risorti in Cristo.
Scendere non è necessariamente, infatti, sinonimo del percorrere l'ultima tappa, dell'arrivare alla fermata finale. A volte la discesa è un trampolino di lancio, per raggiungere traguardi più alti. 
Così è la discesa di Cristo:  necessaria per spiccare il salto della risurrezione, dell'ascesa al Cielo, della riconquista della gloria che da sempre Egli aveva quale Verbo di Dio; della rinascita dell'intera umanità.
E la discesa di Gesù ci ricorda che ogni uomo ha la sua "personale" discesa nella morte, il salto senza il quale non si può raggiungere la vita eterna. E ogni uomo ha pure le sue personali piccole discese del vivere quotidiano: quelle dell'umiliazione, dell'ingiustizia, dell'indifferenza subite, a volte anche dell'odio ricevuto... Proprio come nell'esistenza terrena del Maestro, esperto di discese tramutate in rampe di lancio.
Queste nostre umane, sofferte, temute discese non sono però dei salti nei buio: Gesù le ha percorse prime di noi, vivendole nella loro interezza, nella loro mistura di paura e dolore, di affidamento e tentazione, di angoscia e speranza. E come ad Adamo, anche a noi quel Cristo disceso negli inferi ricorda la grande, stupefacente verità che la Pasqua è: la Croce non è la fine, ma l'asta per raggiungere il Cielo; non siamo stati creati per essere prigionieri degli inferi, ma abitanti della luce, delle Altezze... atleti del salto in alto, pronti a spiccare il volo verso il traguardo che non ha fine. 

venerdì 2 aprile 2021

Pensieri per lo spirito

ORECCHI PER INTENDERE
Meditazioni per la Settimana Santa




Particolare dal Bacio di Giuda (XIV sec.) di Giotto 


 Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?». 
Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.
(Gv 18,10-11; 25-27)




Malco, Pietro e Gesù. Le figure del Venerdì Santo. L'una protagonista assoluta, l'altra  coprotagonista... l'ultima, quella di Malco, personaggio secondario. O, almeno, così sembra, all'inizio della scena.
Perché proprio questo Malco, che viene catapultato nell'Orto degli Ulivi solamente per essere mutilato del proprio orecchio da parte di Pietro (e, in Luca, anche guarito da Gesù), scompare solo all'apparenza, rimanendo in verità come un'ombra che  "insegue" lo stesso Pietro fino nel cortile della casa del sommo sacerdote. 
È qui che il discepolo del Maestro sosta mentre per Gesù cominciano le ore drammatiche del processo, delle torture e della morte in Croce; all'inizio Pietro rimane vicino alla porta, timoroso d'entrare, ma in ansia per le sorti dell'amico e Maestro; poi entra dentro, richiamato da un altro discepolo; e infine si ferma per scaldarsi attorno al fuoco. Spera di essere una presenza in incognito, in attesa di notizie su Gesù, ma la sua non è un'apparizione inosservata: non solo la portinaia e altri lo rammentano come uomo al seguito di Cristo, ma uno dei presenti lo riconosce espressamente perché «parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l'orecchio». Uno, dunque, che la faccia dell'aggressore del proprio familiare se l'era ben impressa in mente, probabilmente perché profondamente "toccato" dall'ingiustizia subita da Malco. 
Non era quello, infatti, un gesto qualsiasi: «Tagliare l'orecchio destro di una persona era all'epoca un marchio di infamia» [1]. E forse Pietro lo aveva fatto veramente nell'intento di "marchiare" a fuoco quel servo, e ciò che esso, di fatto, rappresentava, nel mancato riconoscimento di Gesù.
Infatti, «nel testo greco dei Vangeli, Malco è sempre definito "il servo del sommo sacerdote", con l'articolo determinativo τόν, tón, "il": ciò fa pensare che non si trattasse di un semplice inserviente, bensì di un collaboratore personale e importante del sommo sacerdote» [2].
L'atto "violento" di Pietro ha il sapore di una sorta di "vendetta d'onore". Ma sebbene nell'Orto degli Ulivi egli sia baldanzoso, temerario, impavido nel prendere le distanze da ciò di cui Malco è un simbolo, un rappresentate, non così sarà poi quando veramente per Gesù si avvicinerà l'ora della condanna.
E attorno al fuoco, nel cortile della casa del sommo sacerdote, è Pietro a sembrare il vero mutilato. Quel Pietro tanto umanamente spaventato per quanto potrebbe accadere anche a lui, per la sola "colpa" di aver seguito Gesù; quel Pietro così poco coraggioso, sul momento, di subire la stessa sorte del Maestro per amore della Verità; quel Pietro che di impavido, ormai, ha conservato solo il ricordo.
Pietro è il vero "mutilato": è "senza orecchi" per intendere. Alla domanda «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?» egli prende allora in prestito le "orecchie da mercante", e risponde con una menzogna, negando di conoscere il Cristo.
Gesù, d'altronde, lo aveva detto, non solo nel preannunciare proprio a Pietro il suo triplice tradimento, ma anche quando, più in generale, aveva affermato: «Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello» (Mc 7,5).
Pietro, evidentemente, non aveva ancora misurato le proprie forze. Aveva ben pensato di farlo con quelle degli altri, di giudicare il fratello che stava dall'altra parte, di reagire al rifiuto della Verità con la negazione della Verità (perché la violenza non è mai la Verità). 
La lezione del triplice canto del gallo che suggella, con precisione certosina, la sua debolezza, già prevista dal Maestro, gli è necessaria per comprendere che dentro il suo occhio c'è una grande trave, una trave di umanità non ancora modellata nella forza dello spirito. Perché per Pietro né la carne né lo spirito, in questo momento, sono ancora talmente tanto forti da sopportare la prova finale, la sequela definitiva sulla via della Croce.
L'orecchio di Malco, come la trave nell'occhio, sono il monito alla nostra coscienza. Nel mare del nostro essere navigano sempre travi impastate di umanità non ancora fortificate dallo e nello spirito. Ogni giorno bisogna rendersi attenti per scorgerle e levarle via di mezzo. Sempre le nostre orecchie corrono il rischio di diventare deboli ricevitori della verità, perché perse fra i molti suoni, canti di sirene che cercano di sedurci. Ricordarci della nostra debolezza, come di quella di Pietro, ci farà allora del bene. Ci aiuterà a riconoscere che il cammino cristiano è un continuo percorso di purificazione interiore, per imparare a vedere e sentire meglio Dio che passa nelle strade delle nostra vita. Anche quando ci chiede di seguirlo su un cammino di piccole e grandi croci quotidiane. 


[1] Voce Malco, Enciclopedia Telematica Cathopedia. 
[2] Ibidem


giovedì 1 aprile 2021

Pensieri per lo spirito

UNA VESTE NUOVA
Meditazioni per la Settimana Santa





 Depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. 
Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli 
e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».
(Gv 13 4-5; 12-15)





Deporre le vesti, servire, riprendere le vesti.
Ma in quali vesti il Giovedì Santo ci presenta Gesù? 
Prima di tutto Egli appare come il "capotavola": è lui che ha voluto l'Ultima Cena, è lui che ha indicato ai discepoli come fare per organizzarla, è sempre lui che "dirige" la serata. 
Ma poi Cristo indossa anche l'abito del servo, di colui che si "abbassa" al gesto della lavanda dei piedi, tipico dei servi verso i padroni, delle mogli verso i mariti, dei figli verso i padri. Un gesto che aveva una sua precisa funzione pratica, non simbolica, nel mondo dell'epoca: ripulire i piedi che, percorrendo le polverose strade del tempo, e rivestiti dei soli sandali, raccoglievano tutta la sporcizia su di essi. Certamente, la "potenza" non materiale del gesto stava nel fatto che esso ribadiva la gerarchia del tempo: a doverlo compiere era chi, socialmente, "rivestiva" una posizione inferiore, e nel caso di Gesù è proprio questo che scandalizza i suoi, di cui Pietro si fa palesemente portavoce.
Ma la deposizione delle vesti, così volontaria, così spontanea, anche così semplice nella sua stranezza di quel momento, Gesù la compie senza battere ciglio, come qualcosa di "dovuto", ma soprattutto di "sentito". Gesù è colui che volontariamente ha accettato di spogliarsi della condizione divina – lo rimarcherà poi san Paolo – non ritenendo un privilegio l'essere come Dio. Gesù è colui che liberamente ha deciso di assumere la condizione di servo, diventando simile agli uomini... e umiliandosi fino alla morte di Croce.
Non è solo il gesto dello spezzare il pane e del condividerlo, allora, che rimanda alla Croce. Già la lavanda dei piedi è il simbolo forte di quello che avverrà sul Golgota, quando Gesù verrà spogliato della sua tunica e crocifisso: «Gesù portò la Croce vestito (Mt 27,31; Mc 15,20: "lo vestirono con i suoi indumenti e lo condussero alla crocifissione"). Dopo la crocifissione furono divise le sue vesti. I Romani in ciò si adattarono al senso di pudore dei Giudei. È da concludersi da ciò che anche sulla Croce Gesù portasse un leggero rivestimento. Ma i Padri, attenendosi alla consuetudine romana, ritenevano che Gesù fosse nudo sulla Croce» [1].
E su quella Croce, rivestito forse solo di un semplice panno, Gesù ripulisce i peccati dell'umanità con il proprio sacrificio, con il sangue, il sudore, il dolore di cui si impregna proprio quel semplice panno che lo riveste.
A questo punto della storia, agli occhi del mondo, Gesù sembra però essere pienamente rivestito solo della sua umanità: un condannato qualunque, un "pazzo" qualunque che si è creduto Figlio di Dio ed è rimasto sconfitto nel grande gioco della fede e della politica.
D'altro canto, però, la deposizione delle vesti può far pensare anche a un altro momento, non più doloroso, ma di speranza e di gioia: quello in cui Giovanni e Pietro, il mattino di Pasqua, arrivando di corsa al sepolcro dopo l'annuncio delle donne, troveranno la pietra rotolata e «i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte» (Gv 20, 5-7).
Gesù ha nuovamente deposto le vesti, ma questa volta per indossare quelle che fin dal principio gli erano consone, quelle che da sempre avevano già rivestito la sua persona divina: Gesù è ora il Risorto, il Figlio di Dio glorificato, l'Uomo-Dio che non conoscerà più la morte. La parabola del Maestro non è terminata con le vesti umane, terrene, indossate sulla Croce. Quello era il momento del servizio, della "lavanda" dei peccati degli uomini. Ora è il momento in cui, finalmente, Gesù riprende le sue vesti, le vesti nuove, candide della risurrezione, per sedere definitivamente a fianco del Padre, laddove la morte non ha più alcun potere.
Ma questo Gesù, che sarà con noi fino alla fine del mondo, e nell'eternità, ci lascia in consegna il "mistero" del servizio: anche il discepolo è chiamato continuamente a deporre le proprie vesti "gloriose" di figlio di Dio, per rivestire quelle del servo di Dio, perché solo servendo come Gesù, il servo dei servi di Dio, la deposizione delle nostre vesti di egoismo, indifferenza, comodità, ci farà guadagnare una veste migliore, una veste cucita tutta d'un pezzo, intessuta di fili d'oro, incorruttibile. La veste dell'eternità, cucita dall'amore di Dio, Padre buono e misericordioso.



[1] Urban Holzmeister,  Voce «Croce», in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1948-1954, vol. IV, coll. 951-956, in Paulus 2.0


mercoledì 31 marzo 2021

Pensieri per lo spirito

 METTERE LE CARTE IN TAVOLA

Meditazioni per la Settimana Santa



Ultima Cena (IX sec.) nell'Abbazia di Sant'Angelo in Formis (Caserta)


 Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».
(Mt 26, 20-25)





Mettersi alla stessa tavola e mettere le mani nello stesso piatto
Sono i gesti che si compiono fra amici e familiari, sono gesti attraverso cui si dovrebbe declinare un atteggiamento più profondo del semplice mangiare: la condivisione degli stessi intenti, dei medesimi valori, di un affetto profondo. La mensa e il piatto diventano il luogo dello scambio di idee, preoccupazioni, premure e aspettative. La mensa come una tavola rotonda attorno a cui discutere delle piccole e grandi cose della vita; il piatto come una bilancia su cui pesare la qualità degli affetti, lo sviluppo delle relazioni, l'intensità e la verità del vivere assieme. La tavola come simbolo della decisione di stare con qualcuno per un tratto del cammino, per condividere un'esperienza di vita, per seguirlo, mangiando lo stesso pane di fatiche e successi, delusioni e gioie, ideali e fini.
Chi si siede attorno alla stessa mensa, chi mangia nello stesso piatto, lo fa sempre con qualcun altro, un qualcuno a cui non può rimanere indifferente: la dinamica che si viene a creare è necessariamente quella della relazione. Scelgo o accetto di  sedermi alla stessa mensa di qualcuno. Scelgo di percorrere la mia esistenza in solitaria oppure scelgo o accetto di camminare assieme a un'altra persona.
A sottolinearlo è anche il fatto che Matteo aggiunga un altro dettaglio, identificato dalla preposizione con: Gesù si mise a tavola con i suoi così come il traditore metterà la mano nel piatto con Gesù. 
Gesù ha chiamato, e i discepoli hanno risposto. Ha risposto anche Giuda, ma il suo camminare non è stato sincero, o non lo è diventato da un certo punto in poi; così la tavola diventa proprio il luogo in cui si svelano i pensieri del suo cuore. «Mettere le carte in tavola» recita un modo di dire. Questo chiede Gesù a Giuda, quando afferma che uno dei dodici lo avrebbe tradito; quando indica apertamente il "segnale" per riconoscere il traditore; quando, ancora, invita il discepolo a fare presto quello che vuol fare. Sembra che il Maestro lo inviti a venire fuori, alla luce del sole, a chiarire apertamente la sua posizione. Gesù, come farà in seguito, chiamandolo ancora "amico", dimostra a Giuda che, pur "sapendo", lo ha accolto comunque alla propria mensa, ha accettato di mangiare assieme, gli sta dando ancora una possibilità. Una possibilità di riguadagnare la sua fiducia, di fare un passo indietro, di cambiare idea. Perché la tavola può essere anche il luogo della riconciliazione, della pace fatta, del perdono chiesto e ottenuto... come nella parabola del Figlio prodigo.
Ma, si sa, la tavola può diventare anche il luogo del disaccordo, il palcoscenico dell'inganno e del tradimento.
Perché nel piatto in cui si mangia si può anche sputare. E Giuda sembra dimenticare le tavole comuni, i piatti condivisi, il discepolato vissuto alla sequela di Cristo. Piuttosto che sputare il rospo della verità preferisce sputare nel piatto in cui aveva mangiato, rinnegando quanto aveva vissuto assieme al suo Maestro, dimenticando la Verità, preferendo il denaro all'amicizia.
Anche la nostra vita è fatta di mense comuni e piatti condivisi, di relazioni e di cammini percorsi assieme. L'Ultima Cena ci invita a non dare queste "mense" per scontate, e ci sprona a preferire il dialogo sincero alle intricate trame dell'inganno e del silenzio.
Perché ogni tavola è quella in cui, nella relazione con l'altro, si gioca anche la nostra relazione con l'Altro, con Colui per il quale giochiamo sempre a carte scoperte... attorno alla tavola del nostro cuore.