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domenica 12 gennaio 2025

Pensieri per lo spirito

GESÙ, ETERNO BAMBINO

Fine del tempo di Natale



© Maria Rattà 2025

Ha un sapore dolceamaro questa fine/inizio, in cui termina per noi il tempo di Natale e comincia, per Gesù, la missione pubblica che si concluderà sulla Croce.
È un passaggio quasi forzato, accelerato: quel 
Gesù Bambino, che abbiamo poco tempo fa adorato in una grotta, diventa improvvisamente adulto, e si mette in fila lungo le rive del Giordano per farsi condonare dei peccati che, in verità, non sono suoi, ma di altri. Un attraversamento carico di responsabilità, di "adultità", in cui finisce la spensieratezza dell'infanzia, e la leggerezza fa spazio alla serietà. Quella della vita, quella della vocazione, quella della solidarietà con gli altri.  
Un apparente paradosso evangelico, però, ci fa notare che proprio l'infanzia, per certi versi, non può e non deve finire: «S
e non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3).
Una parola che Gesù per primo non ha semplicemente pronunciato, ma messo in pratica. Nella giustizia che Egli vuole si adempia (cfr. Mt 3,15) attraverso questo «battesimo di conversione» (Lc 3,3), si manifesta proprio il suo rimanere eternamente bambino. Il suo passaggio dall'infanzia all'età adulta è segnato infatti dal dialogo col Padre, dall'affidamento a Lui, dalla comunione profonda.
Sì, possiamo pensare a Gesù come uno di noi, che è rimasto pur sempre bambino nella propria interiorità: uno che ha conservato nel cuore la nostalgia dell'infanzia perduta, delle carezze della madre, degli insegnamenti del padre; uno che ha custodito nell'intimo i profumi di casa, le attenzioni dei nonni, le risate con i compagni di giochi; uno che ha preservato le memorie di attimi di sicura protezione fra le braccia di chi, crescendo, non si può più ritrovare fisicamente, ma che sempre rimane impresso nella pelle e nell'animo. 
Ma Gesù, quel Gesù adulto che insieme ai peccatori attende di essere battezzato dal cugino Giovanni, è come un bambino che sa di aver bisogno di qualcuno più grande di lui; che riconosce di non essere solo al mondo; consapevole di dover comunicare con Colui che può guidarlo verso la vera felicità, che può aiutarlo a comprendere la propria chiamata, che può svelare ai suoi stessi occhi i talenti di cui è dotato. «
Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera» (Lc 3,21): è l'atteggiamento del bambino che alza lo sguardo e tende le mani ai propri genitori, nella sicura certezza di non essere abbandonato.
E dall'Alto il cielo risponde, con una colomba, una voce, una parola d'amore. 
Perché solo nell'amore è possibile che il tempo di festa finisca, lasciando spazio a un ordinario che mantenga una sua propria bellezza e dignità; perché solo nell'amore si può assumere la fatica dell'impegno e del lavoro in attesa di un nuovo tempo festivo; perché solo nell'amore la normalità diventa straordinaria anche nel dolore. 
E se ciò è possibile è solo perché l'amore non è un tappabuchi, ma uno straripamento di pienezza anche nelle croci del cammino: è sapersi supportati e sopportati da chi ci ama. Non solo, cioè, accompagnati, ma anche sorretti: sopportare, infatti, è reggere il peso di un altro. Chi ci ama si fa carico di noi anche quando la debolezza ci impedisce di andare avanti, di proiettare oltre lo sguardo, di coltivare la gioia. Chi ci ama ci prende per mano, o in braccio, 
proprio come un genitore fa col suo bambino stanco di camminare, o vinto dal sonno o a rischio di perdersi rimanendo da solo.  
Chi ci ama ci sta accanto e ci risolleva per ridonarci la gioia. Quella gioia spontanea, serena, irrefrenabile che è tipica dei bambini, di chi ancora non ha visto le miserie del mondo, le cattiverie umane, le bugie dei prepotenti e dei meschini.
Così è Gesù nelle mani del Padre: un eterno Bambino, sollevato al di sopra di ogni bruttura; innocente e felice. Perché amato e riamante. Proprio come nel suo Natale.

GENEROSO NATALE (Alda Merini)

Oh, generoso Natale di sempre!
Un mitico bambino
che viene qui nel mondo
e allarga le braccia
per il nostro dolore.
Non crescere, bambino,
generoso poeta
che un giorno tutti chiameranno Gesù.
Per ora sei soltanto
un magico bambino
che ride della vita.
e non sa mentire.

domenica 8 gennaio 2023

Pensieri per lo spirito

IL BAMBINO DENTRO

Battesimo del Signore - Fine del tempo di Natale



Statua di Gesù Bambino nella parrocchia Maria SS. Immacolata di Montepaone superiore
© Maria Rattà 2023



"In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare". (Mt 3,13-15)



Impedire è il verbo del blocco: "mettere ceppi, impacci ai piedi" [1], ci dice la sua etimologia.
È il verbo dell'arrestare, del deviare, dell'imporre i propri piani a quelli di un altro.
Ma si può "impedire" qualcosa a Dio? Si può frenare la corsa del Verbo che ha deciso di incarnarsi per camminare fra gli uomini, che ha voluto farsi strada fra noi tracciando i suoi passi su una terra fatta di fango e di acqua, di sterco e di fiori, di sozzura e bellezza?
No, il Vangelo di oggi ci ricorda chiaramente che i piani di Dio non sono i nostri, le sue vie sono distanti anni luce da quelle che noi vorremmo imporgli, suggerendogli soluzioni alternative, più comode, più giuste secondo i nostri criteri.
Gesù ci ricorda con forza di essere venuto per percorrere questo mondo fatto di luci e ombre, per portare Se Stesso, vera luce che illumina ogni uomo.
Il Battista, che pure prima si era definito incapace di slegargli i lacci dei sandali, sembra ora dimenticarlo, e con il suo "volergli impedire" il battesimo fra le acque del Giordano, ne vuole arrestare il percorso, dettando un itinerario diverso, "a misura di Dio" (secondo il criterio umano).
Ma questo non è possibile, perché la modalità che Dio ha scelto per salvarci è quella di ogni comune mortale. Dunque Egli passa anche per questo Battesimo "di conversione", lui che bisogno di convertirsi non ne aveva di certo.
Ma così facendo ci indica che crescere significa questo: accettare liberamente di percorrere la via della Verità che salva.
E finisce, allora, il tempo di Natale, con un Gesù che non è più Bambino, ma Uomo, che non ha bisogno di essere portato in braccio, ma che sa camminare da solo, a testa alta, seguendo la voce interiore del Padre.
In fondo, anche per ciascuno di noi l'infanzia è solo una parentesi storica in un tempo più vasto.
Ma è quell'infinitesimale, magico, indimenticabile momento in cui impariamo a camminare nella sicurezza di altri che vegliano su di noi, tenuti per mano da quelli che più ci amano e che più amiamo, aiutati a rialzarci e a riprovarci, e poi lasciati liberi anche di correre.
La festa di oggi, a conclusione delle giornate natalizie, ci rammenta, allora, anche la preziosità dell'infanzia. E ci invita a farne tesoro, perché possiamo tracciare sempre, anche da adulti, piccoli passi quotidiani verso il Vero, non ricercando gli onori, ma servendo; non correndo da soli verso la meta, ma insieme agli altri; non lasciando indietro chi cade, ma aiutandolo a rialzarsi.
Ricordando sempre, che spesso, tutti ritorniamo come bambini bisognosi di aiuto, cercatori di guide, incapaci di sfrecciare se qualcun altro non ci sostiene, non ci spinge, non ci ricarica di energie positive. E incapaci sempre di andare lontano se non ci facciamo prendere per mano dall'Altro che ci ha preceduti su questa via di piccolezza. 
Fa', o Signore, che possiamo diventare veri uomini avendo sempre cura del bambino che è in noi!


domenica 13 gennaio 2019

Pensieri per lo spirito

"MA EGLI SI RITIRAVA
IN LUOGHI DESERTI"
Battesimo del Signore (C)



Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 27-30) 
Erode, Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data 
dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: «Non sono io il Cristo», 
ma: «Sono stato mandato avanti a lui». Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; 
ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. 
Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire».

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 5, 15-16)
Di lui si parlava sempre di più, e folle numerose venivano per ascoltarlo 
e farsi guarire dalle loro malattie. 
Ma egli si ritirava in luoghi deserti a pregare.




Il Battesimo di Gesù segna l'inizio della sua missione nel mondo. Si conclude così il tempo di Natale, con questa scena di un Cristo ormai adulto, in un perfetto cerchio di significato che si chiude, perché l'incarnazione del Verbo è finalizzata proprio a questo: annunciare il Regno del Padre, spronare alla conversione dei cuori, al cambiamento delle vite, condividere tutto, fino al dono dell'esistenza stessa. 
Gli ultimi giorni che portano alla fine del tempo festivo ci offrono una liturgia della Parola che è già centrata sul mistero del Battesimo e della missione di Gesù. Giovanni, nel sabato che precede la festa odierna, ci porta in avanti, con un piccolo balzo temporale: Cristo ha già cominciato a fare quello per cui è venuto nel mondo, sta battezzando anche lui, le folle accorrono. I discepoli del Battista vanno da quest'ultimo per riferirgli quanto accade. Forse, secondo modalità ancora umane, temono che il nuovo "battezzatore e predicatore" rubi la scena al loro maestro. Ma Giovanni Battista è di un'altra pasta e vive veramente come il chicco di frumento che muore per dare frutto: è Gesù la vera guida, è lui che ha il compito più grande, è lui che è più grande. Nel vero servizio non c'è rivalità, non c'è vanagloria. Il dono che l'altro è, i doni che mette a disposizione per il bene della comunità non sono motivo di gelosia e contese, ma, al contrario, di gioia.
E questa gioia dovrebbe invadere il cristiano: Gesù è venuto per ogni uomo, per dirgli che c'è un Padre che lo ama e che lo vuole felice nella dimensione terrena e (soprattutto) in quella ultraterrena; per dirgli che non ci può essere felicità se non nell'abbandonarsi a questo amore e nell'amare anche il prossimo, così come si è amati gratuitamente da Dio.
Un sogno a occhi aperti, dunque, per il credente che si lascia toccare dal Cristo venuto nel mondo? No, la realtà è un dato di fatto con il quale bisogna fare i conti. Il venerdì prima dell'Epifania è stata la Parola tratta dal Vangelo di Luca a fare il punto della situazione, a renderci più consapevoli che credere non risolve i nostri problemi "umani". Gesù guarisce un ammalato di lebbra, uno che vive praticamente ai margini della società, un vero e proprio appestato che non può avere contatti con nessuno, ed è escluso da tutti a causa della sua malattia. A quel punto la fama di Gesù cresce, le folle vengono da lui per ascoltarlo e farsi guarire dalle proprie infermità.... ma – annota Luca – egli si ritirava in luoghi deserti a pregare
Come a dire: l'azione di Dio non può essere pilotata da quella dell'uomo. I progetti divini non sempre coincidono con quelli umani. La chiosa lucana sembra suggerire che Gesù non si concedesse sempre alle folle, non predicasse a chiunque glielo chiedesse, non guarisse tutti gli ammalati portati al suo cospetto.
È certamente un mistero: persone affamate di Parola e di sanità venivano da lui, ma magari tra queste vi erano semplicemente dei curiosi e dei mistificatori, interessati ad ascoltare e vedere solo per mettere alla prova e per denigrare.
Ma tutti quelli che erano animati da rette intenzioni, da vera fede, perché non hanno  ricevuto una risposta positiva alla propria richiesta? 
Impossibile rispondere. È il mistero della fede stessa, che chiede di credere senza aver visto, di affidarsi senza prevedere il futuro terreno, di fidarsi anche quando alla ragione e ai sentimenti tutto sembra contrario ai propri desideri, alle proprie aspettative di pienezza. 
L'attimo è quello in cui si gioca la salvezza, il momento per momento in cui rinnovare il proprio a Dio, la propria sicurezza nella vita eterna che viene dopo e oltre ogni esperienza umana. L'annuncio del Regno è l'unica certezza da accogliere, quella di sapere che esiste un Dio che letteralmente muore d'amore per l'uomo. Solo radicati nell'amore è possibile restare fedeli a quel Gesù che, a volte, sembra rimanere sordo alle richieste dell'uomo... così come Egli è rimasto fedele a quel Padre che, dall'alto del Cielo, è sembrato non ascoltare il grido del Figlio issato sulla Croce.
Quando la vita (o, più semplicemente, il nostro io) con le sue domande di amore, salute, sicurezza economica e quanto altro si possa immaginare, ci attornia come una folla che alza la voce e pressa per avere risposte, ritiriamoci anche noi nel deserto, a pregare nel silenzio, affinando le orecchie per ascoltare quel Dio che, spesso, non parla nel tuono e nel vento impetuoso, ma nel soffio flebile, gentile, non invadente. Come una carezza.

domenica 7 gennaio 2018

Pensieri per lo spirito

PER QUESTO SIAMO VENUTI 
NEL MONDO
Dalla vita biologica alla vita in Cristo



 «Gesù venne da Nazaret di Galilea 
e fu battezzato nel Giordano da Giovanni».
(Mc 1,9)
Antonio Raggi, Battesimo di Cristo (XVII sec.), Roma, Chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini




Una vita piena di senso

Il salto temporale che la Liturgia della Parola fa compiere proprio nell'ultimo giorno del Tempo di Natale sembra spiazzarci: abbiamo festeggiato Gesù bambino, nato in una grotta al culmine del Tempo di Avvento, periodo di attesa e preparazione; poi è venuto il ricordo della Santa Famiglia di Nazaret e, nella solennità che apre il nuovo anno, si è reso omaggio alla Madre di Dio, che ha dato la vita al Salvatore dell'umanità; nell'Epifania si è fatta memoria della manifestazione di Dio in quel Bambino nato dalla Vergine e figlio putativo di Giuseppe. Una manifestazione che i Magi hanno saputo riconoscere e accogliere, accettando la sfida del cammino interiore ed esteriore per andare verso Gesù. Un Gesù ancora piccolo, ancora nascosto al resto del mondo, custodito tra le braccia di Maria, vegliato da Giuseppe e ospitato in una povera mangiatoia. 
Ed ecco che, improvvisamente, dopo pochi giorni (o addirittura... il giorno seguente, come accade quest'anno!) ci troviamo davanti un Gesù adulto, che da solo lascia Nazaret per raggiungere suo cugino Giovanni – sulle rive del fiume Giordano – e ricevere il battesimo di penitenza, o di conversione, come viene anche detto. Questo passaggio che a prima vista appare (secondo le logiche umane) un po' stonato, fuori tema – si potrebbe dire –, è invece la logica conseguenza di ciò che il Natale significa, nella sua essenza più profonda. Ed è anche il messaggio finale che questa festa consegna a ogni battezzato in Cristo.
In primo luogo il Battesimo di Gesù ci catapulta già verso la fine della vicenda umana del Cristo. La rilettura simbolica di questo evento è infatti legata alla volontaria accettazione del peccato degli uomini che Gesù prende su di sé, per liberarne definitivamente l'umanità. Una liberazione che sarà completa con gli eventi della Passione, morte e risurrezione, in cui peccato e morte saranno definitivamente sconfitti. La vita umana che Gesù ha assunto a Natale è una vita di senso proprio perché vissuta nell'adempimento del volere del Padre, di quel Padre che vuole che nessuno si perda (cfr. Mt 18,14; 2Pt 3.9), di quel Padre che Gesù testimonia e, addirittura, mostra agli altri nel proprio volto, nei propri gesti, nelle proprie parole, nelle proprie decisioni. Decisioni che appaiono controcorrente, a volte finanche esplosive per la gente del suo tempo e a volte anche per quella di oggi, ma perfettamente coerenti con il dono della vita che il Verbo ha voluto ricevere nella persona umana, storica e quindi concreta di Gesù. Un dono che Egli ha preso sul serio, quale dimensione spazio-temporale in cui annunciare il Dio-amore, e farlo sentire vicino (in un modo nuovo, totalmente avvolgente proprio per la sua concretezza umana) alla gente del suo tempo, e così anche a noi, oggi, attraverso questa sua testimonianza. Cioè che rende significativa la vita di Gesù è proprio l'adempimento di tale missione. Quando Pilato lo interrogherà, chiedendogli: «Dunque tu sei re?» Gesù risponderà: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Gv 18,37)

Sacerdoti, re e profeti

È questo il testamento natalizio che la festa di oggi consegna a ogni credente. Correndo verso la meta (cfr. Fil 3,14) riceviamo un passaggio di consegne, da Gesù stesso, come in una staffetta. Il battesimo rende il cristiano re, sacerdote e profeta. Egli deve allora fare proprie le parole di Gesù, la cui regalità è nell'essere nato per dare testimonianza alla verità. È una regalità in cui il Cristo riassume anche la missione profetica e la propria dignità sacerdotale, ossia l'offerta che Egli farà di sé. E anche il battezzato è chiamato spendere energie, amore, tempo, preghiera, silenzi, sforzi, sofferenze e finanche delusioni – la vita intera, insomma – per l'annuncio del Regno, per la testimonianza concreta del Dio presente in mezzo a noi.
Il percorso che Gesù ha compiuto deve essere il nostro, la nostra regalità di figli di Dio che si pongono a servizio degli altri nell'amore è effettivamente tale solo se il dono della vita biologica e quello della vita in Cristo che abbiamo ricevuto attraverso il battesimo ci orientano verso la strada da seguire, per riempire di vero senso la nostra vita. Un senso che non sia semplicemente temporale, umano, materiale, ma che vada oltre, proiettandoci verso l'esistenza (non da soli, ma con gli altri) che non ha fine, verso l'amore che non ha scadenze. 
Per questo siamo venuti nel mondo. 



lunedì 25 dicembre 2017

Pensieri per lo spirito

IL VERBO SI È FATTO CARNE
Una parola di gioia e speranza
Natale del Signore




 «E il Verbo si fece carne 
e venne ad abitare in mezzo a noi».
(Gv 1,14)



Il Verbo si è fatto «carne». Con queste parole, nel suo prologo, Giovanni ci introduce al mistero di un Dio che arriva a farsi uomo, che entra nella storia e nel tempo, per vivere una vita come quella di ogni altro essere umano. Una vita scandita dallo scorrere delle ore e dall'avvicendarsi delle stagioni; una vita intrecciata con altre vite, di poveri e di ricchi, di semplici e di potenti, di buoni e di cattivi; una vita in cui si inanellano giornate felici e giornate drammatiche, momenti di gioia e momenti di estremo dolore fisico, spirituale, psicologico. Una vita che, una volta iniziata, comincia il suo conto alla rovescia verso la morte. 
Carne ci dice tutto questo, rimandandoci alla condizione umana e mortale che conosciamo bene, per esperienza diretta. Carne è la parola della caducità, della fragilità che Dio decide di abbracciare per amore, per far passare la carne dell'uomo dalla decadenza all'eternità, dalla corruttibilità all'incorruttibilità. Ma carne è anche la parola della tenerezza, e usandola in riferimento al Natale, probabilmente riporta alla mente l'idea delle carni morbide e rosee di un bambino, che sembrano una tela dai colori purissimi, lisci, soffici, privi d'imperfezione. Quella carne che, per la sua bellezza, ogni madre e ogni padre si fermano a contemplare, dopo la nascita del proprio bambino.
Ma carne ci parla anche di qualcos'altro. Perché dire carne non è necessariamente dire uomo. E Giovanni avrebbe benissimo potuto scrivere che il Verbo si è fatto uomo. Invece scrive che si è fatto carne. Non è una scelta casuale (quale scrittore userebbe a caso le parole?) e neppure dettata dal desiderio di raffinatezza, perché la carne rimanda anche a un atto umano, quello del mangiare, che di poetico, almeno in un contesto che dovrebbe essere la poesia per eccellenza (Dio ama così tanto l'uomo da farsi uomo, per fare dell'uomo un dio) ha veramente poco. 
Eppure anche in questo senso Giovanni usa questa parola, infatti egli torna altre volte a scrivere carne e, in particolare nel discorso eucaristico di Gesù, quello sul pane che dà la vita:

«"Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo". 
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?".  
Gesù disse loro: "In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda"». 
(Gv 6,51-52)

Ci può essere poesia più sublime di questa? Dire che il Verbo, ossia la Parola si è fatta carne significa rimandarci immediatamente a quello che di più prezioso Cristo ci ha donato: la sua carne da mangiare. Nella carne è riassunta tutta l'esperienza umana di Cristo; quella carne racchiude il suo mistero divino ed è unita ad esso; quella stessa carne ci viene donata nell'Eucaristia. Ecco che la carne di Cristo è la nostra porta di accesso più potente, più straordinaria all'esperienza umana del Dio fattosi uomo e a quella divina dell'Uomo che era, è e sarà per sempre Dio. È un mistero davanti al quale non possiamo avere altre parole: cosa mai potremmo dire per esprimere cosa sia questa Parola incarnata? Nessuna valanga di concetti e termini potrebbe mai raggiungere la pienezza e la ricchezza di ciò che Essa è. Sappiamo solo questo: nel Natale facciamo memoria (riviviamo, oggi!) del grande mistero dell'Eterno e Infinito che è diventato carne umana, esperienza vissuta, gioia e dolore, pianto e riso; morte e risurrezione: è infatti una carne che ha seguito il sentiero della volontà del Padre, una carne unita al Verbo divino che è stata glorificata e resa immortale. Di questa carne noi ci possiamo nutrire, assimilandola, gustandola, lasciando che ci doni energia per vivere, e per vivere bene, al meglio... per vivere per sempre. 
Carne, a Natale, è parola di gioia e di speranza. Con una frase di Chiara Corbella, anche noi, alla luce della carne del Dio Bambino, possiamo dire: "Siamo nati per non morire mai più". 
Buon Natale a tutti!

venerdì 6 gennaio 2017

Riflessioni spirituali



UNA MANIFESTAZIONE
DI LUCE
L'Epifania di Gesù


La solennità dell'Epifania ci rimanda con forza al tema della luce: i Magi sono guidati da una stella all'incontro con Colui che è la luce stessa, venuta nel mondo.
L'etimologia della parola Epifania permette di cogliere ulteriori rimandi, che abbracciano tutta la storia della salvezza e, soprattutto, avvolgono la storia di ogni uomo, inondandola di nuova luce.




«I Magi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 
Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. 
Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, 
si prostrarono e lo adorarono. 
Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra».

(Mt 2, 7-11)


«Il termine epiphánia è prelevato dalla famiglia del verbo epiphaíno "apparire, manifestarsi" (l’accento è graficamente sulla i, ma foneticamente sulla a). Il verbo phaíno (senza il prefisso epi-) significa letteralmente "venire alla luce" (quindi "apparire"), infatti deriva dalla radice indoeuropea bha-"luce", che ha formato sempre in greco la parola phós "luce", diventata in italiano una specie di prefisso (tecnicamente si definisce prefissoide), alla base di parole come fotosintesi, fotografia, fotocellula» [1]. 

L'etimologia aiuta a cogliere il significato più simbolico, spirituale – ma proprio per questo più importante ed essenziale – della festa dell'Epifania, un evento che rimanda inevitabilmente al tema della luce
.
In realtà è tutto il racconto evangelico del tempo di Natale a condurci su questo concetto. Un concetto materiale, ma soprattutto evocativo di un mistero più grande di quello che la luce – come elemento naturale (o artificiale) – rappresenta in sé. In tal senso lo ritroviamo nelle canzoni tradizionali dedicate al Dio Bambino sceso sulla Terra, come Astro del Ciel, Tu scendi dalle stelle, o Venite, adoriamo, i cui versi rammentano che «La luce del mondo brilla in una grotta».
Questi canti non hanno fatto altro che attingere alla sapienza biblica, alla Scrittura, in cui il tema della luce è strettamente connesso alla storia della salvezza. 
Benedetto XVI ben lo sottolineò nel 2006: 

«L'apostolo Giovanni scrive nella sua Prima Lettera: "Dio è luce e in lui non ci sono tenebre" (1 Gv 1, 5); e più avanti aggiunge: "Dio è amore". Queste due affermazioni, unite insieme, ci aiutano a meglio comprendere: la luce, spuntata a Natale, che oggi si manifesta alle genti, è l'amore di Dio, rivelato nella Persona del Verbo incarnato. Attratti da questa luce, giungono i Magi dall'Oriente. 
Nel mistero dell'Epifania, dunque, accanto ad un movimento di irradiazione verso l'esterno, si manifesta un movimento di attrazione verso il centro, che porta a compimento il movimento già inscritto nell'Antica Alleanza. La sorgente di tale dinamismo è Dio, Uno nella sostanza e Trino nelle Persone, che tutto e tutti attira a sé. La Persona incarnata del Verbo si presenta così come principio di riconciliazione e di ricapitolazione universale (cfr Ef 1, 9-10). Egli è la meta finale della storia, il punto di arrivo di un "esodo", di un provvidenziale cammino di redenzione, che culmina nella sua morte e risurrezione. 
Per questo, nella solennità dell'Epifania, la liturgia prevede il cosiddetto "Annuncio della Pasqua": l'anno liturgico, infatti, riassume l'intera parabola della storia della salvezza, al cui centro sta "il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto"» [2].

Non vi è contrapposizione tra la nascita e la morte, saldamente legate dal concetto della luce. Può esservi – continuando a usare un linguaggio metaforico – una luce più forte, più abbagliante, di quella della risurrezione dai morti?
Cristo Risorto «è la luce che vince la notte», come recita un canto liturgico; Egli è la luce che vince ogni notte: quella del peccato, della sofferenza, della povertà, della solitudine, della malattia e, non da ultima, quella della morte sia spirituale che materiale.
Alla luce di questa luce l'uomo può vedere la luce (cfr. Sal 36,10), perché solo in Lui «è la sorgente della vita» (Ibidem).
È una luce di speranza, una luce che orienta in modo diverso la storia dell'uomo e dell'umanità: non si cammina verso il nulla, ma verso un futuro escatologico che comincia a realizzarsi già in questo pellegrinaggio terreno, nel cammino dell'homo viator. È una luce che illumina il tragitto da percorre, aiuta a discernere tra le diverse scelte possibili, cambia la prospettiva da cui guardare la vita intera, il mondo, gli altri e finanche se stessi.
Il mistero della risurrezione diventa così un mistero di gloria e di luce, e questo consente al credente di vivere l'epifania del Signore ogni giorno, riconoscendo nelle piccole e grandi esperienze quotidiane, nell'esistenza stessa, nella speranza nutrita per il futuro prossimo e remoto, la manifestazione di quella che Simeone descrive nel suo cantico (Lc 2, 30-32): 
«i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
L'Epifania del Signore deve suscitare anche oggi stupore per le meraviglie operate da Dio, un Dio che non ha avuto limiti di fantasia, tanto da arrivare a nascere come uno di Dio, morire come uno di noi e... risorgere, come ancora noi non risorgiamo, ma così come risorgeremo, alla sua stessa maniera.
Fantasia, fantasmagorico, fenomenabile: tutte parole ricavate dallo stesso verbo phaíno da cui deriva la parola epifania [3]; tutti termini che ci ricordano che Dio non è apparso come un fantasma (secondo l'uso che a questo termine diamo nell'uso comune, e che pur nasce dalla stessa radice di epifania), perché al di là della straordinarietà dell'Incarnazione non si nasconde un sogno effimero, una realtà evanescente, ma il Dio con noi, quel Dio che è sceso per essere con l'uomo «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20), e per sempre, nell'eternità della nuova Gerusalemme celeste (cfr. Ap 21, 3-4). Quella Gerusalemme che nell'Apocalisse ci appare descritta con parole, ancora una volta, di luce (Ap 22, 5):
«Non vi sarà più notte,
e non avranno più bisogno
di luce di lampada né di luce di sole,
perché il Signore Dio li illuminerà.
E regneranno nei secoli dei secoli».


NOTE

[1] Il significato di epifania viene alla luce, Fabio Ruggiano, 
http://www.academia.edu/25632613/Il_significato_di_epifania_viene_alla_luce

[2] Benedetto XVI, Omelia, 6 gennaio 2006.

[3] Si rimanda al testo del prof. Fabio Ruggiano, cit.


domenica 3 gennaio 2016

Riflessioni sulla Parola


LA «PRE - POTENZA» DELL'AMORE
Un Dio che salva con la forza della debolezza

Nella Scrittura ricorrono molte volte termini quali «potenza» e «forza». Oltre che nel loro significato secondo l'uso comune, essi compaiono anche in un'altra accezione, per indicare qualcosa che è proprio di Dio, ma che va ben oltre l'uso della brutalità, della «prepotenza» intesa come prevaricazione sull'altro con egoismo e violenza.
Qual è, allora, la potenza di Dio? Si può dire che Egli sia pre-potente, secondo il significato originario del termine, cioè che intervenga - nella storia collettiva e personale - come Colui che è prima della forza intesa come egemonica e soverchiante?





POTENZA E PRE-POTENZA

Un Dio che si fa Bambino per amore, che assume la natura umana affinché gli uomini possano assumere quella divina, che si fa debole, affinché gli uomini si facciano forti, permette di spostare l'attenzione dalla potenza alla pre-potenza. Non alla prepotenza cui spesso si è automaticamente portati a pensare (la forza che genera sopruso, la brutalità egoistica), ma a ciò che viene prima della potenza. La pre-potenza, dunque.

Prepotente: una definizione semantica ed etimologica


Dal Dizionario Treccani on line:

prepotènte agg. [dal lat praepotens - entis, comp. di prae - «pre-» e potens -entis «potente»]

1. letter. ant. Molto potente, dotato di grande forza e potere, spec. in rapporto ad altri, quindi anche, talora, soverchiante o egemonico. 

2. Nell’uso com., detto di chi tende a imporsi a ogni costo sugli altri, a far prevalere il proprio punto di vista, la propria volontà, il proprio interesse, anche con atti di prevaricazione e di coercizione della volontà altrui. 

3. fig. 
a. Con riferimento a desiderî, bisogni, stimoli, sentimenti e sim., così forte e impellente da non poter essere trattenuto, frenato; irresistibile, insopprimibile: sentiva un p. desiderio di piangere e di sfogarsi; avere un p. bisogno di affetto, di calore umano. 

b. letter. Molto forte, violento, detto di elementi naturali, di agenti atmosferici, o anche d’altre manifestazioni: una luce p. invase la stanza quasi abbagliandomi; con p. squilli mi diedi ad avvertire la gente del mio passaggio (Panzini). 


Il vero - e più antico - significato della parola è diverso da quello che si tende a darle nell'uso comune. Prepotente, dunque, è qualcuno molto potente, ma non necessariamente un prevaricatore egoista e superbo.
D'altro canto, l'etimologia del vocabolo spinge a guardare ancora oltre le definizioni: prepotente è qualcuno che è «pre- potente», cioè prima della potenza, che agisce in modo da porsi prima, al di là, oltre, senza bisogno di esercitare la potenza per come la intende il mondo.


UN SALVATORE POTENTE

La Scrittura definisce Dio quale «Salvatore potente»:

«Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te
è un salvatore potente.
Gioirà per te,
ti rinnoverà con il suo amore,
esulterà per te con grida di gioia»
(Sof 3,17).

«Benedetto il Signore, Dio d'Israele,
perché ha visitato e redento il suo popolo,
e ha suscitato per noi un Salvatore potente
nella casa di Davide, suo servo,
come aveva detto
per bocca dei suoi santi profeti d'un tempo:
salvezza dai nostri nemici,
e dalle mani di quanti ci odiano.
Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri
e si è ricordato della sua santa alleanza,
del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre,
di concederci, liberati dalle mani dei nemici,
di servirlo senza timore, in santità e giustizia
al suo cospetto, per tutti i nostri giorni»
(Lc 1, 69-75).

Cristo è il «salvatore potente» che salva l'umanità peccatrice attraverso la sua apparente debolezza: quella di un Dio che si fa uomo, per vivere come tutti gli uomini, fino a morire crocifisso, esponendosi così alla derisione e alla pubblica infamia, oltre che alla sofferenza fisica. 
La modalità della salvezza che Egli offre è quella dell'amore. È l'amore, è la misericordia, la vera "potenza" di Dio, non la forza fisica umanamente intesa, la forza che si associa spesso al concetto di prevaricare sulla dignità altrui, di distruggere, di disfare; è l'amore che rende l'uomo pre-potente, ossia capace di agire prima della - potenza, al di là della brutalità (sia essa fisica, psicologica, verbale).
Che sia questo il tipo di pre-potenza scelto da Dio, lo conferma san Paolo, quando dice: «quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti» (1 Cor 1,27).
Con la sua pre-potenza d'amore, Dio ha riscattato gli uomini dalla prepotenza del male, del peccato, della concupiscenza... della morte.

L'amore è la vera forza

Nelle epistole paoline il concetto di «forza» ricorre frequentemente. Non in senso di forza fisica e prepotente secondo l'accezione comune, ma quale forza che viene da Dio, dalla sua grazia, dal suo amore. Una forza ben diversa da quella del mondo.
Scrivendo a Timoteo, infatti, così si esprime san Paolo: «Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo» (2 Tm 1, 7-8).
Dove si parla di «forza» di Dio, nell'originale greco si legge, in realtà: «soffri con (me) per il buon annuncio secondo (la) potenza di Dio» [1].
Anche di potenza di Dio parla Paolo, nella seconda lettura che viene proclamata nella IIa Domenica dopo Natale, Anno C:

«Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo  illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere  e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l'efficacia della sua forza e del suo vigore.
Egli la manifestò in Cristo,
quando lo risuscitò dai morti
e lo fece sedere alla sua destra nei cieli,
al di sopra di ogni Principato e Potenza,
al di sopra di ogni Forza e Dominazione
e di ogni nome che viene nominato
non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro.
Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi
e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose»
(Ef 1,1 7-22).

La manifestazione massima della potenza divina è la Risurrezione di Cristo: umanamente impossibile, possibile a Dio. Possibile per il sacrificio d'amore, perché la grazia vince il peccato, la vita sconfigge la morte. Il Risorto diventa così l'emblema della misericordia (dell'amore di Dio) che sbaraglia il peccato, nella maniera più assoluta, più totale e definitiva. 
È un concetto che ritorna anche nella visione escatologica dell'Apocalisse:

«Ora si è compiuta
la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio
e la potenza del suo Cristo,
perché è stato precipitato
l'accusatore dei nostri fratelli,
colui che li accusava davanti al nostro Dio
giorno e notte»
(Ap 12,10).

UN INVITO E UNA SPERANZA PER OGNI UOMO

«Dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora,
il regno dei cieli subisce violenza
e i violenti se ne impadroniscono»
(Mt 11,12).

Il Vangelo è molto più chiaro di quel che sembra, a una lettura solo superficiale. L'esegesi della pericope di Matteo ha dato luogo a varie interpretazioni, e una in particolare si ricollega al concetto di pre-potenza quale amore più forte della violenza. Anzi, di una violenza diversa da quella cui si è abituati a pensare. Il Vangelo ci parla di «quella che viene talora definita come “santa violenza” ed è praticata da coloro che sono “violenti” verso sé stessi: infatti, essi ingaggiano una dura battaglia ascetica contro i propri vizi e contro le seduzioni del male e, così, “s’impadroniscono” del regno di Dio. È, in pratica, la logica che Gesù aveva abbozzato nel Discorso della Montagna attraverso l’immagine "della porta stretta e della via augusta che conduce alla vita e che pochi riescono a trovare" (Matteo 7,13-14). La scelta del Vangelo non è agevole, esige coraggio e impegno, è come conquistare una cittadella attraverso un assedio paziente e resistente» [2]. 
Questa battaglia ascetica porta il discepolo di Gesù a essere capace di agire con sé stesso andando oltre la potenza negativa della concupiscenza e della tentazione (per amare se stessi), e il prossimo andando "oltre" la potenza intesa come forza, applicando il comandamento dell'amore verso l'altro, un amore che va esteso a tutti, anche ai nemici.
L'amore dimostra così, ancora una volta, tutta la sua capacità di essere la vera "potenza", la pre-potenza: qualcosa che è prima della forza egoistica, brutale, istintiva.
«Caritas Christi urget nos», «L'amore di Cristo ci spinge [3] al pensiero che uno morì per tutti e quindi tutti morirono; e morì per tutti affinché quelli che vivono non vivano più per sé stessi, ma per Colui che è morto e risuscitato per loro» (2 Cor 5, 14-15).
Questa certezza espressa da san Paolo diventa invito e speranza per ogni credente: non solo la potenza dell'amore di Cristo anima, possiede, spinge con forza, in maniera irresistibile (come nell'accezione 3a della parola prepotente, secondo la Treccani) il cristiano, diventando motore delle sue azioni, dei suoi pensieri, delle sue parole, ma essa diventa anche la salda speranza nella potenza d'amore divina che, così come ha risuscitato Cristo dai morti, allo stesso modo farà risorgere con lui e in lui anche gli uomini. 
Da qui la fiducia - e l'audacia - con cui il cristiano può dire:
«Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13).


NOTE

[1] Nuovo Testamento Interlineare, San Paolo, 2014, p. 1738.

[2] Gianfranco Ravasi, Il regno e la violenza, Famiglia Cristiana on line, 29 marzo 2012.

[3] La traduzione CEI 2008 della Bibbia riporta «l'amore del Cristo ci possiede»; «spinge» è il vocabolo greco nella versione originale dell'Epistola, come riportato nel Nuovo Testamento Interlineare, San Paolo, 2014, pp. 1496-1497. Le pericopi paoline sono state estrapolate dalla citata versione.