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mercoledì 19 marzo 2025

Arte e fede

UN DONO AL PADRE

Festa di san Giuseppe


Di san Giuseppe nell'arte si potrebbero dire molte cose, essendo rappresentato in varie scene, che affondano le loro radici nel materiale biblico che lo vede protagonista.
Ma l'immagine che va per la maggiore è, senza dubbio, quella probabilmente più semplice, in cui il santo appare assieme al Bambino/fanciullo Gesù. Si tratta di opere declinate, di volta in volta, con una serie di piccole variazioni: in alcune il Figlio cammina accanto al padre, dandogli talora la mano; in altre (moltissime) il santo falegname di Nazareth porta il figlio in braccio; in tante il pargoletto indica con la mano il papà, per invogliarci a rivolgerci a lui; in alcune, poche rispetto a questa grande massa di opere, san Giuseppe riceve un fiore in dono da Gesù. 

Proprio questo tipo di iconografia ritroviamo, per esempio, nella pala che don Bosco volle per la Basilica di Maria Ausiliatrice in Torino (immagine a sx). Grande devoto di san Giuseppe, Giovanni Bosco ne curava le feste e il mese a lui dedicato, inserì sempre nelle chiese da lui erette un altare dedicato a questo santo, e, per la basilica torinese, diede precise indicazioni al pittore Lorenzone per la realizzazione di quest'opera, datata al 187. 
Interessanti sono le scritte bibliche che campeggiano in alto (Ite ad Joseph - Andate a Giuseppe) e sulla nella trabeazione del timpano (Constituit eum dominum domus suae - Lo costituì signore della sua casa). Esse ci introducono nel significato generale del quadro, che qualcuno non disdegnò definire come una vera e propria predica su ciò che è la devozione a san Giuseppe (così come riportato nel volume X delle Memorie Biografiche).
Dio stesso ci invita, nella persona di suo Figlio, a rivolgerci a san Giuseppe (dichiarato proprio due anni prima patrono della Chiesa universale), uomo così giusto e meritevole da essere stimato degno di diventare "signore della Sua casa", custode dei Suoi tesori più preziosi: Gesù e Maria. E quanto Giuseppe sia "signore della casa di Dio" lo testimonia il dono che il Bambino gli offre: il piccolo Gesù ha con sé un panierino di rose, che porge – una alla volta – al proprio padre terreno. Questi, poi, le lascia cadere sotto di sé, sulla Basilica di Maria Ausiliatrice (e quindi sulla Torino) collocata sotto i suoi piedi. Sono le grazie che Dio sparge, per mezzo di san Giuseppe, sull'oratorio, ma che possiamo rileggere, in senso traslato, come segno della prolifica attività di intercessore del santo. Non a caso santa Teresa d'Avila, nella sua autobiografia, aveva potuto ben dire di essere sempre stata esaudita nelle richieste rivolte a lui, perché san Giuseppe ha ricevuto il potere da Dio di soccorrerci in tutti i nostri bisogni. 
Una convinzione che è entrata a far parte – a pieno titolo – della preghiera più diffusa al santo: il Sacro Manto in onore di san Giuseppe.

In qualche altra sparuta immagine, Gesù offre a suo padre un giglio, simbolo di purezza.Così lo ritroviamo nella scultura conservata presso la Chiesa di San Donato a Bassano del Grappa (VI), edificata agli inizi del Duecento, parte di uno dei primi conventi francescani del Veneto. La tradizione vuole che qui sant'Antonio di Padova abbia incontrato Ezzelino III. Così lo ritroviamo nella scultura conservata presso la Chiesa di San Donato a Bassano del Grappa (VI), edificata agli inizi del Duecento, parte di uno dei primi conventi francescani del Veneto. La tradizione vuole che qui sant'Antonio di Padova abbia incontrato Ezzelino III.
Questa iconografia poco diffusa, delicata, ci rammenta che ogni purezza viene da Dio (Gesù è il giglio, il puro per eccellenza), e che san Giuseppe ha saputo vivere in pienezza questa "castità" che è ricchezza, nella bellezza del suo essere sposo e padre, custode di Maria e di Gesù, e, proprio per questo, custode di tutta la Chiesa, custode di noi tutti. 
Questa iconografia poco diffusa, delicata, ci rammenta che ogni purezza viene da Dio (Gesù è il giglio, il puro per eccellenza), e che san Giuseppe ha saputo vivere in pienezza questa "castità" che è ricchezza, nella bellezza del suo essere sposo e padre, custode di Maria e di Gesù, e, proprio per questo, custode di tutta la Chiesa, custode di noi tutti. 



San Giuseppe col Bambino, Bassano del Grappa, Chiesa di San Donato 
© Maria Rattà 2024

È un'opera di tranquilla e raffinata dolcezza, che nella sua delicatezza esprime tutto l'affetto di un padre verso un figlio e di un figlio verso un padre. Un affetto che si manifesta, come già nella pala del Lorenzone, anche attraverso il gesto di un "regalo", tanto simbolico quanto concreto. 
Regalo, parola che nella sua etimologia rimanda anche ai doni che i sudditi facevano al re. 
Così Gesù, che è il Re dei re, si fa "obbediente", suddito di Giuseppe che è "signore della casa": Cristo si fa figlio per davvero, non per finta. E ci invoglia a fare altrettanto, prendendo sul serio Giuseppe, che se padre di Cristo è anche padre nostro. Lo diceva senza mezzi termini san  Josemaría Escrivá de Balaguer, quando scriveva: "San Giuseppe, Padre di Cristo, è anche Padre tuo e tuo Signore" (Cammino, n. 559).
Non dimentichiamoci, allora, di Giuseppe di Nazareth, che nel suo umile silenzio appare quasi come la figura più dimessa nel grande progetto di salvezza, ma che proprio nella sua discrezione è grande, perché capace di agire senza troppe parole, senza strepiti, senza proclami.
Gesù, ha accettato di esserne figlio, e così come ha vissuto nell'obbedienza il suo rapporto col Padre celeste, altrettanto lo ha fatto verso Giuseppe, vero padre perché vero sposo di Maria. 
La sua vicenda ci dice che Dio non scherza, specialmente coi sentimenti. 
Non facciamolo neanche noi.

Buona festa a tutti i papà, buona festa a tutti coloro che portano il nome di Giuseppe. 


domenica 4 giugno 2023

Pensieri per lo spirito

TRINITÀ, DIO RICCO DI AMORE
«L'amore determina il futuro» (Karol Wojtyla)



La Trinità nell'Horae ad usum Parisiensem (Latin 1176, fol. 186r.), 
Parigi, Bibliothèque Nationale de France
Fonte: gallica.bnf.fr

Il Signore passò davanti a lui, 
proclamando: 
«Il Signore, il Signore, 
Dio misericordioso e pietoso, 
lento all’ira 
e ricco di amore e di fedeltà»
(Es 34,6-7).




È aggettivo di sovrabbondanza il termine "ricco": parola del superfluo, vocabolo dalle sfumature di sicurezza e dalle prospettive di tranquillità a lungo termine.
Così lo intravediamo già nella parabola lucana del ricco stolto (Lc 12,13-21), racconto che, tuttavia, non ha un lieto fine, perché la ricchezza accumulata dal protagonista non procura a quell'anima mia invocata nell'incipit la beatitudine tanto sperata. 
Eppure tale rimane – anche nell'immaginario collettivo – l'idea della ricchezza: un lasciapassare per il futuro, un salvagente per gli imprevisti, una garanzia per la propria pace.
Possedere molti beni diventa forse un antidoto alla paura dell'ignoto: arpionarsi alla ricchezza è quasi scongiurare il pericolo della malattia, della morte, l'avanzare della vecchiaia, l'inevitabilità del consumarsi dell'esistenza. Avere molti beni offre la possibilità di godersi la vita, di arraffare compulsivamente una felicità che, in fin dei conti, ci sembra sempre sfuggente, perché la sappiamo destinata a incontrare un termine ultimo. Almeno nei connotati spazio-temporali del nostro vivere terreno.
Aver accumulato e poter disporre di questo accumulo negli anni a venire sembra allora il palliativo a ogni mancanza d'altro: perché i soldi possono anche anestetizzare l'assenza di affetti.
Ma che la ricchezza materiale non sia davvero il preludio della felicità lo sottolinea sempre la Scrittura, quando Gesù sentenzia senza mezzi termini che «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio» (Mt 19,24).
La conclusione stessa della parabola del ricco stolto ne è segno eloquente: «"Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?". Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio» (Lc 12,20-21).
La ricchezza è, allora, un'arma a doppio taglio:
 porta spesso all'eccesso, al vizio, al godimento sì, ma senza limiti, senza paletti etici e morali (in una parola: il consumo delle cose porta alla consumazione di se stessi); oppure, quando anche non si raggiungano questi estremi, conduce a delle false sicurezze, a un vivere mascherato di eternità, a una realtà virtuale in cui fingere che non esistano lo scorrere del tempo, la morte, il passaggio da questa a un'altra vita.
Non è, allora, la ricchezza in sé il punto (anzi, Gesù stesso dice che bisogna arricchirsi presso Dio), ma proprio la vita stessa.
Quale vita vogliamo vivere? Quale consapevolezza abbiamo di questa esistenza? Siamo certi che il godimento dell'oggi sia solo un preludio a quello del futuro senza fine? Sappiamo che ogni ricchezza di questa terra è un rimando a un'altra ricchezza più solida, più verace, realmente eterna?
La ricchezza può dunque diventare un simbolo, e lo è nella misura in cui ciò di cui per primo vogliamo arricchirci è l'amore. Non come possesso, ma come capacità incondizionata di donarci agli altri, in un impegno che abbia il sapore della stabilità. In quest'ottica ogni ricchezza materiale non diventa egoistica soddisfazione di bisogni personali, corsa contro il passare degli anni, isolamento nel proprio benessere, ma acquista le sfumature della condivisione, della carità, della cura dell'altro e di se stessi nell'autocoscienza di un compito di amore ricevuto da Dio.
E in questo senso anche il nostro stesso Dio è ricco. Ricco di amore e di fedeltà, come lo descrive il libro dell'Esodo nel brano della prima lettura di questa domenica dedicata alla Santa Trinità.
La vera felicità trinitaria sta tutta qui: in questa ricchezza di amore e di fedeltà, in questa relazione che fa del divino il perennemente innamorato, il perennemente donato, il perennemente fedele. Il perennemente gioioso.
Questa idea di ricchezza rovescia le nostre convinzioni su ciò che ci rende ricchi, e ci riporta all'esperienza che forse tutti noi abbiamo provato, almeno una volta nella vita. Alla felicità che pervade l'animo umano nel momento in cui si è innamorati, al senso di mistero e di eternità che l'amore scava nel cuore umano. Al desiderio di riversarsi per sempre in un altro e di sentire per sempre l'altro in sé. Tutte sensazioni (e realtà) che vanno di pari passo con l'amore.
«L'uomo ha a disposizione una esistenza e un amore» – scriveva Karol Wojtyla nella sua opera teatrale La bottega dell'orefice – «come farne un insieme che abbia senso? La gente si lascia trascinare dall'amore come se fosse un assoluto, anche se mancano le misure dell'assoluto. La gente segue la propria illusione, senza cercare d'innestare questo amore nell'Amore che ha una tale misura. Non hanno neanche il sospetto di questa necessità perché sono accecati non tanto dalla forza del sentimento quanto dalla mancanza d'umiltà. 
È una mancanza d'umiltà verso quella che dovrebbe essere l'amore nella sua vera essenza. Questo pericolo diminuisce se ne siamo coscienti. In caso contrario – il pericolo è incombente; l'amore cede sotto il peso della realtà quotidiana» [1]. 
Innestarsi in Dio, "entrare" nella Trinità, innestare il proprio amore umano nel suo amore. Ecco il segreto, perché «Dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21).
La prima ricchezza dell'uomo deve essere Dio, il suo stesso amore. Solo così ogni amore umano potrà essere vero, resistente agli urti del tempo e perdurare per sempre. Proprio come l'amore di Cristo, che nella sua esperienza terrena ha amato di un amore resistente al fardello di ogni prova, anche al pesante legno della Croce.
«Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano». (Mt 6,19-20)
Perché solo «l'amore determina il futuro» [2].



NOTE

[1] Karol Wojtyla, La bottega dell'orefice, Libreria Editrice Vaticana, 1978 (ristampa 2015), pp. 81-82.
[2] Ibidem, p. 28.

sabato 16 aprile 2022

Pensieri per lo spirito

 SILENZIO E PAROLA

L'ossimoro del Sabato Santo



Pietro Lorenzetti, Discesa agli inferi (XIV sec.), Assisi, Basilica inferiore


COMMIATO
(Giuseppe Ungaretti)

[...]
poesia
è il mondo l'umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento

Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso


Silenzio e parola è l'ossimoro del Sabato Santo, il contrasto che riassume tutte le contraddizioni apparenti della parabola terrena di Gesù di Nazaret.
Perché questo è il giorno in cui il Verbo giace nel silenzio del sepolcro; la vita è soffocata dalla morte; la luce è inghiottita dalle tenebre.
Ma veramente questo è ciò accade dietro la pietra sepolcrale?
O la Parola, la Vita, la Luce fermentano nel silenzio, nella morte, nel buio, preparandosi all'esplosione finale?
Silenzio è certamente assenza di rumore, derivando da silēre - tacere. Il silenzio è, almeno nel suo significato principale e immediato, mancanza di parole, di suoni udibili, piacevoli o meno che siano.
E a questo punto si pone un dilemma che ricorda quello dell'uovo e della gallina: ma viene prima il silenzio o la parola?
Se si dovesse rimanere su un piano puramente "verticale", teologico, certamente Dio come Parola esiste da sempre, ma poi l'esperienza dell'amore (e Dio è amore) ci insegna che, su un piano "orizzontale", terreno, umano, l'amore si declina anche attraverso silenzi di vicinanza, di affetto, di stupore, di miseria, di incredulità, di dolore... silenzi che sanno raccontare molto più delle parole stesse. E finanche nel rapporto con Dio che è Parola, in questo incrocio fra il verticale e l'orizzontale, fra il Cielo e la terra, occorre trovare degli spazi di silenzio, imprescindibili per ascoltare Dio stesso, ma anche perché impossibile è comprendere totalmente la pienezza del suo mistero. Proprio ieri, in un'intervista su Rai 1, abbiamo "ascoltato" il silenzio del Papa davanti alla domanda su come vivere nel Venerdì Santo, l'ora delle 15:00, quella in cui Gesù muore. Davanti a certe cose che ci superano si può solo tacere. Ogni parola sarebbe aggiunta superflua, quasi ridicola, che poco potrebbe dire, tanto potrebbe anche "rovinare" la perfezione, la sublimità, la grandezza del momento.
L'esperienza del silenzio nel rapporto con Dio Padre l'ha vissuta anche Gesù: quando si ritirava solo, a pregare, durante la notte, avvolto anche dal silenzio della natura e dell'umanità che riposava; quando nella sofferenza del supplizio finale il Padre taceva; quando, nel momento della morte, nella conclusione, sulla Croce, della sua esperienza terrena, la vita "umana" ha cessato di essere, e la pietra ha poi sigillato il suo sepolcro, lasciando che i morti andassero coi morti. O almeno così era sembrato a quanti lo avevano conosciuto e amato... oppure odiato.
Ma il ricordo di quanto accaduto, in seguito, nel giorno di Pasqua ci dice  che quel silenzio non era la fine della Parola, che quella morte non era la fine della vita, che il buio del sepolcro non era la sepoltura della luce.
Sì, è vero, Gesù è sceso in un "abisso", parola che ci richiama l'idea delle profondità, della mancanza di luce. Lo recitiamo nel Credo, lo deduciamo dalla Scrittura. 
Ma la sua discesa agli inferi è avvenuta per la liberazione delle anime dei giusti che lo avevano preceduto. Ed era una discesa che precedeva un ritorno, quello della Risurrezione, vita piena, irruzione di luce, Verbo fattosi Carne per l'eternità.
Cosa può dire, allora, a noi discepoli di Cristo, questo apparente contrasto fra il silenzio e la parola? Cosa può dire la discesa negli inferi? Cosa può dire il ritorno alla vita?
«Il dizionario etimologico latino faceva risalire il significato nascosto della parola silentium per via di metatesi (inversione sillabica) al termine exilium. Cioè dalla parola exil-ium, si è passati a silex (l'austerità e la durezza del deserto di roccia?) e da qui a silentium. Anche se questa etimologia è dubbia, il significato è davvero suggestivo. Il silenzio è un esilio volontario nei meandri della nostra coscienza. Di questo l'epoca contemporanea ha davvero bisogno, e a tutti i livelli!» [1].
Senza silenzio non possiamo ascoltarci. Tante volte siamo portati a giustificarci inventandoci mille scuse per rendere plausibili le nostre azioni, i nostri pensieri, i nostri modi di fare, i nostri sentimenti, le nostre cattive inclinazioni, i nostri talenti.
Senza silenzio non possiamo vederci. Troppe volte cerchiamo di dipingerci migliori o peggiori di quelli che siamo, presi dalla paura del giudizio degli altri, delle loro aspettative, dei loro standard.
Senza silenzio non possiamo vivere. Spesso ci lasciamo soffocare da quello che il mondo vuole, impone, offre... e così facendo rischiamo di mettere a tacere i nostri veri desideri, ma soprattutto il progetto di Dio su ciascuno di noi.
Perché senza silenzio non possiamo ascoltare, vedere e vivere di e in Dio.
Solo nell'abisso del nostro stesso io possiamo e dobbiamo essere onesti con noi stessi, trasparenti nei confronti di Dio, lasciando che la sua Paola ci inabiti, ci guidi attraverso la voce della coscienza e il soffio dello Spirito.
Solo scendendo nei nostri stessi inferi possiamo vedere il nostro personale "inferno", la nostra "morte" interiore, spirituale, che ci sta cucita addosso perfettamente, e desiderare con tutto il cuore l'arrivo di Gesù, il Salvatore che ci tende la mano per salvarci e liberarci, facendoci risalire da questo abisso.
Solo scendendo nei nostri abissi possiamo trovare le parole vere, non il vuoto totale, e lasciarci "scavare", plasmare, modellare dalla Parola.
Nel silenzio, lasciando spazio solo alle parole di verità e alla Parola di Verità, possiamo imparare a dire parole che profumano di Vangelo; possiamo rifiorire nella Parola; possiamo imparare ad amare e a farci amare.
È quanto basta per risorgere.


[1] Alberto Fabio Ambrosio, Il silenzio necessario

lunedì 29 marzo 2021

Pensieri per lo spirito

 QUANTO DURA UN PROFUMO?

Meditazioni per la Settimana Santa






Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. 
Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». 
(Gv 12, 3-8)





Il Lunedì Santo è il giorno del profumo, del nardo "prezioso", che letteralmente, in greco, è definito "fedele". Una fragranza costosissima, che Maria sparge sui piedi di Gesù, attirando l'ammirazione di Cristo, ma anche lo scontento di Giuda, desideroso di fare altro con l'equivalente in denaro di quell'essenza.  
Vale tanto quanto pesa, quel nardo. Trecento grammi per trecento denari. Una perfetta equivalenza di un denaro al grammo, e di grammi e denari che sembrano volatilizzarsi, dissolvendosi solo in una scia, nel momento stesso in cui il profumo assolve al suo scopo. 
Ma dopo la perfetta matematica, nel brano di Giovanni arriva il momento dell'enigma, l'enigma del profumo: nelle parole di Giuda esso sembra essere stato tutto, irrimediabilmente, incoscientemente sprecato... in quelle di Gesù pare invece che ce ne sia ancora, e che vada destinato alla sua sepoltura.
L'evangelista o Gesù o Giuda sono forse impazziti? No, è la chiave di comprensione sta in quella parola iniziale, in quell'attributo "fedele", che evidentemente Giovanni non usa a caso.
In effetti il nardo è stato "fedele" a se stesso: proprio come il servo inutile della parabola ha fatto quello che doveva fare (cfr. Lc 7,10). Maria l'ha usato per lo scopo per il quale era stato creato: profumare. Il profumo, che è una "cosa", è stato fedele, ed è tanta la "stranezza" di questo aggettivo che le traduzioni lo riportano come "puro" o "genuino"... Eppure proprio la fedeltà del nardo – la fedeltà di una "cosa" –, stride con l'infedeltà di Giuda – l'infedeltà di una "persona". Una persona che parla del bene dei poveri mentre in verità ha in mente solo la propria avidità; una persona che dice il falso; una persona che agisce con malizia.
Il parallelo del nardo è invece Gesù, l'immagine del Dio fedele, che non può mai rinnegare se stesso, tanto che – lo dirà san Paolo  se l'uomo smette di essere fedele, Dio no, non può mai essere infedele, perché Egli non può rinnegare se stesso: Dio è la fedeltà, e in Gesù è la fedeltà in persona (cfr. 2 Tm 12,13).
E la fedeltà non contempla i concetti di spreco, parzialità, calcolo, termine. 
La fedeltà è generosa, così come dimostra il nardo, che non solo riempie di sé i piedi di Gesù, ma abbraccia tutta la casa. La fedeltà è generosa quasi fino a dare l'impressione di essere incomprensibile, irrazionale, assurda... agli occhi di molti anche un po' "stupida".
E questo perché essa sembra portare all'esaurimento: il nardo si consuma sulla carne e nell'aria esattamente così come la vita di Gesù si consumerà sulla croce.
Ma lo "spreco", in realtà, è solo apparente: il profumo, infatti, non è solo per chi lo indossa, ma allieta chiunque passi accanto a chi si è profumato; così la morte di Gesù non è solo meritoria per lui stesso, Figlio fedele al Padre, servo obbediente fino alla morte... ma è una morte che diviene fonte di salvezza tutti per gli uomini.
Ecco il "ritorno", il "guadagno" della fedeltà, quello di cui poi scriverà san Paolo, dicendo: «Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno» (Cor 9,22).
L'egoismo è il vero spreco che ci toglie il "fiuto" per il guadagno della fedeltà, e la pazienza per aspettarlo... 
Sul legno issato sul Golgota il Maestro sembra porre  termine – quasi come fosse una meteora – alla sua piccola parabola di gloria di quando era stato osannato come un profeta, un guaritore, il Messia. Come il nardo, la cui fragranza finisce con l'evaporare nell'aria al passaggio del tempo, Cristo sembra scomparire nel momento della morte, e la sua chiusura nel sepolcro pare cancellarlo agli occhi del mondo.
Ma la Domenica di Pasqua racconterà un'altra storia: non tutto ciò che sembra invisibile, impalpabile, etereo è destinato a durare per poco, a finire, a essere dimenticato.
Il profumo si imprime sulla pelle, nelle narici di chi lo sente, nella sua memoria: così tanto da poterlo ricordare per anni, forse anche per tutta la vita. Allo stesso modo Dio ha voluto imprimere su di sé la nostra carne umana, diventando uno di  noi; di più: ha voluto imprimere Lui in noi, donandosi fedelmente agli uomini, pegno di una donazione eterna, perché dovunque essi vadano veramente possano dire: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,22). 

sabato 9 gennaio 2021

Pensieri per lo spirito

UN CAMMINO VERSO L'ALTRO
Riflessioni sul Vangelo della Domenica del Battesimo del Signore (Anno B)



Particolare del Battistero nella Chiesa dell'Immacolata a Catanzaro


 In quel tempo, Giovanni proclamava: 
«Viene dopo di me colui che è più forte di me: 
io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. 
Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». 
Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea
e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. 
E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli 
e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. 
E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: 
in te ho posto il mio compiacimento». 
(Mc 1,711)





Il Vangelo di questa domenica si connota per il dinamismo dei verbi "venire" e "discendere". Sono verbi di movimento, che apparentemente indicano una sola direzione, ma nell'insieme la Parola presenta invece un moto reciproco. Un venirsi incontro, si potrebbe dire. Un andare reciprocamente verso l'altro/Altro che connota la dimensione reale del battesimo.
Inizia Giovanni, che dice di Gesù: «Viene dopo di me colui che è più forte di me».
Giovanni aveva ricevuto anche lui una missione da Dio. Giovanni battezzava, e anche Gesù battezzerà. Ma Giovanni riconosce di non essere il più grande, sa che la sua missione non è per mettere al centro se stesso, ma Dio. Giovanni sa che il suo compito è fare da apripista a Gesù.
È un monito per ogni discepolo di Cristo, e aiuta a ricordare che nessuno di noi è il centro del proprio essere cristiani – figli di Dio –, perché solo Dio deve stare al centro; è anche come un richiamo, sempre utile, all'umiltà. Per quanto Dio possa averci colmato di talenti, carismi e doni, c'è sempre chi è più grande di noi; c'è sempre chi è più avanti nelle vie dello Spirito e fa fruttificare in maggiore pienezza i doni del Battesimo; c'è sempre chi può diventare per noi un modello, una guida, un aiuto. 
A questo primo rimando di Giovanni segue quello rintracciabile nel venire di Gesù: «Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni». In questo cammino terreno di figliolanza ciascuno di noi deve decidersi per Dio, muovendosi verso di Lui. Inizialmente hanno deciso per noi i nostri genitori, quando ci hanno fatto dono del Battesimo attraverso una loro scelta, ma il passaggio all'età adulta ci coinvolge personalmente: siamo noi a dover scegliere se continuare o meno nel cammino di fede.  Un cammino in cui spesso sono altri ad aiutarci, a fare da "tramite", ad avvicinarci maggiormente a Dio. Nessuno di noi, come cristiano, "viaggia" da solo. Abbiamo sempre bisogno di quell'andare "a due a due" che dalla Genesi fino al Vangelo ritorna tante volte nella Scrittura. Siamo figli nel Figlio e figli di un unico Padre, quel Padre che non è solo "mio", ma "nostro", come Gesù stesso ci ha insegnato, ammaestrandoci attraverso una preghiera, quella più bella, che Egli stesso ci ha consegnato. 
Il Battesimo ha/è certamente una dimensione personale, ma non solo: ha/è anche una dimensione comunitaria, perché ci immette in una relazione con Dio che è sì esclusiva, nel senso di unica per ciascuno di noi, ma che può realizzarsi pienamente solo se amiamo Dio (che non vediamo) nei fratelli (che vediamo). Siamo chiamati per amarci gli uni gli altri, come Dio ci ha amati e ci ama. A questo ci invita la consapevolezza del Battesimo ricevuto.
Infine è Dio che opera il suo "venire": «Gesù vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo». Questo accade mentre Gesù compie un'altra azione di movimento: «Uscendo dall'acqua». Quel Dio che ci ha amati per primo, e prima ancora che nascessimo, aspetta e rispetta la libertà dell'uomo per colmarlo sempre più dei suoi doni. Il Battesimo apre la porta del nostro essere allo Spirito, e se decidiamo di lasciarlo agire, uscendo da noi stessi, morendo a noi stessi, accettando di essere fatti "per l'Altro e per gli altri", allora sarà Lui a trasformarci, a darci quanto ci occorre per rispondere al progetto che Dio ha su ciascuno di noi. E avremo la forza di essere veramente figli nei quali il Padre possa riporre il suo compiacimento, figli dei quali andar fiero, nei quali trovare "ristoro", soddisfazione, gioia.

domenica 20 dicembre 2020

Pensieri per lo spirito

LE PAROLE E IL TURBAMENTO

Riflessioni sul Vangelo della IV Domenica di Avvento (Anno B)



Beato Angelico, Annunciazione di Cortona (particolare, 1430 c.)



 In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.
(Lc 1,26-38)





Il Vangelo della IV domenica di Avvento dell'anno B ci riporta indietro rispetto agli eventi narrati nelle precedenti domeniche, ritornando al momento in cui il Natale comincia a prendere forma, in un certo senso, nell'evento dell'annunciazione, quando il consenso di Maria al progetto di Dio rende umanamente possibile l'incarnazione.
La scena è intima, un colloquio a tu per tu fra l'angelo e la Vergine; all'invito alla gioia del primo segue il turbamento di Maria: l'evangelista Luca lo riannoda non all'arrivo della creatura angelica, ma proprio alle parole che egli pronuncia nel salutarla, parole che rivelano un contenuto su Maria e su Dio al di là di quanto Maria stessa potesse sapere, conoscere, intuire di se stessa e di Dio. Sono parole che sottolineano quindi anche la dimensione umana della Vergine, una dimensione di umiltà, di piccolezza non solo in senso relativo (Maria che si sente, che sa di essere piccola) ma anche in senso assoluto (Maria, che pur grande rispetto a tutte le creature, rimane comunque piccola rispetto a Dio, ma viene elevata da Lui). 
È un dettaglio importante per la nostra riflessione, perché rammenta un po' quello che accade anche al credente, quando seriamente si sforza di condurre la propria vita spirituale, senza "tira e molla" con Dio, senza incoerenze (per quanto umanamente si possa), ma certamente con le personali e inevitabili fragilità umane. 
Coltivare la vita interiore fa diventare "sensibili" a quella che normalmente chiamiamo la "voce della coscienza", ma che potremmo anche descrivere come la voce di Dio in noi.  
Ma che cos'è la coscienza? Il Catechismo della Chiesa Cattolica così ne parla, al n. 1776: «Nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce, che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente parla alle orecchie del cuore. L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al suo cuore. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità propria».
Sacrario, nucleo segreto, una sorta di "nocciolo", potremmo anche dire. Quello in cui risiede il nostro punto di contatto più profondo fra il nostro io e Dio.
Quando ci si "allena" a sentire questa voce il turbamento, in un certo qual modo, non ha più spazio: diventiamo consapevoli del fatto che davvero la coscienza ci parla, e che in essa il nostro animo può farsi attento e responsivo alla voce di Dio. 
Ma questo non ci rende le cose più facili, perché rimaniamo sempre anche in contatto con la nostra libertà, e perciò con la nostra scelta di renderci o meno docili nel rispondere a quello che Dio ci "suggerisce" di fare o non fare.
Il turbamento, la nostra profonda confusione, la lotta, nascono a volte in noi, ma è un turbamento diverso da quello di Maria, perché il suo è quasi come l'imbarazzo di una giovane timida davanti a un innamorato che ne dichiara le virtù e le bellezze in un modo "sovrumano". Il nostro "imbarazzo" è spesso, invece, il frutto delle nostre "piccinerie" (ben diverse dalla "piccolezza"): non ci riteniamo all'altezza di certe missioni nonostante Dio ci "dica" che si fida di noi; temiamo di metterci in gioco; non vogliamo cambiare i nostri progetti; preferiamo fare soddisfazione maggiore ai nostri egoismi, piccoli e grandi... e quante altre motivazioni si potrebbero ancora elencare!
E così facendo, dando ascolto non alla voce della coscienza-voce di Dio, ma alla nostra personale voce, lasciamo cadere nel vuoto quell'annuncio di cose nuove, di progetti "altri" che Dio ci chiede di attuare, anche nelle piccole cose di ogni giorno. 
Perché il turbamento di Maria si risolve all'assicurazione dell'angelo su ciò che Dio farà in lei; il nostro, invece, spesso non svanisce perché, anche se diciamo di non fidarci di noi stessi, in realtà non ci fidiamo davvero, totalmente di Dio, che può condurci fuori dalle nostre "piccinerie" per farci grandi pur rimanendo "piccoli"!
Sta sempre dunque sempre a noi affinare non solo la capacità di udire la voce di Dio, ma anche quella di dire continuamente il nostro ogni volta che Egli irrompe nella nostra vita con i suoi "annunci." Solo così risponderemo veramente al suo progetto e non perderemo la capacità di avere orecchi capaci di sentire, in maniera sempre più affinata, quanto Egli ci chiede. Solo così potremo essere, come Maria, strumenti, servi del Signore, per il bene nostro e di quanti ci circondano. 
Solo così, facendo della nostra vita quotidiana un "annuncio ben risposto", avrà veramente senso celebrare il Natale come ricordo del "nuovo annuncio" per eccellenza, come inizio "storico" della Buona Novella che in Gesù si è fatta carne.

sabato 26 settembre 2020

Pensieri per lo spirito

  L'OGGI CHE VALE UN'ETERNITÀ

Riflessioni sul Vangelo della XXVI Domenica del T.O.




Ph Boudewijn “Bo” Boer - Unsplash


 Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: 
«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. 
Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. 
Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. 
Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». 
Risposero: «Il primo». 
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute 
vi passano avanti nel regno di Dio. 
Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto;
i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. 
Voi, al contrario, avete visto queste cose, 
ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». 
(Mt 21,28-32)





Il Vangelo della XXVI settimana del tempo ordinario propone ancora il tema "della vigna" in cui essere operai. Ma stavolta Gesù-Maestro, pedagogo dello spirito, riempie l'argomento di sfumature nuove, per condurre gli ascoltatori a un livello nuovo nella comprensione del Regno.
«Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna», dice il padre ai figli, e in quell'oggi sembra risuonare ancora una volta la parola ascoltata domenica scorsa, quando il padrone era uscito per cercare lavoratori da prendere «a giornata» (Mt 20,1).
In sottofondo alla parabola c'è allora il tema del "tempo" che sembra cristallizzarsi nella dimensione così "breve" (o così "lunga) della giornata, dell'oggi
Da una parte potrebbe spaventare questo senso di "precarietà", di incertezza di un lavoro che per oggi c'è ma domani? E dall'altro questo concetto sembra rimandare anche all'idea della pena che accompagna ogni giorno, della fatica che il lavoro richiede.
In una rilettura "unitaria" del Vangelo sembrano però risuonare due parole di Gesù, che vanno però nella stessa direzione. 
La prima: «A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,34). 
È inutile affannarsi per il domani, l'importante è impegnarsi qui e adesso, senza pensare alle fatiche del domani. Lavorare è difficile, richiede dedizione, sudore, concentrazione, e quando si lavora nel campo di un altro, in una vigna che non è la propria... è ancora più difficile. Ci si potrebbe far prendere da tanti pensieri sbagliati: l'invidia per la ricchezza altrui, l'indifferenza per il lavoro stesso, la brama del solo guadagno, il desiderio di imbrogliare. È qui che Gesù cerca di far fare un passo avanti a chi lo ascolta: non siamo più davanti a un padrone e ai suoi operai (come nel Vangelo della XXV domenica) ma davanti a un padre con i propri figli. Come in una progressione, la Liturgia della Parola mostra che Dio non è semplicemente un "padrone giusto" che fa delle sue cose quello che vuole, che ricompensa chiunque lavori, anche solo per poche ore, nella sua vigna. Dio è un Padre e chiede di collaborare con Lui nel lavoro dell'amore. Il padre di questa parabola non dice infatti :«Va' a lavorare nella MIA vigna», ma semplicemente «Va’ a lavorare nella vigna”» (v. 28). Non dice nemmeno "nostra", perché da ciascuno dei suoi figli della  dipende il sentirla come "propria". 
Così è anche per ogni discepolo: solo quando davvero ci si sente "a casa di Dio" in qualunque luogo ci si trovi (perché tutto è vigna, tutto è campo in cui agire da cristiani) allora si può rispondere positivamente alla domanda di andare a lavorare, e il lavoro non sarà più un'imposizione, un comando strano (perché a lavorare ci potrebbero andare i servi, non i figli!), ma quel giogo dolce che Gesù stesso ha voluto portare sulle sue spalle, venendo a lavorare nella vigna del Padre. Qui sta la seconda parola di Gesù che sembra essere richiamata dal Vangelo di questa XXVI domenica: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,29-30). 
Questo giogo, questo "dolce" impegno dell'amore da costruire insieme a Dio, si può decidere di portarlo da subito, oppure si può all'inizio dire di no, o avere quelle giornate in cui la risposta all'invito a lavorare "oggi" diventa negativa, nonostante il cammino fatto... ma Dio è un Padre paziente, che sempre aspetta il sì dei suoi figli, che sempre attende che essi, con umiltà, con l'umiltà imparata dal Figlio Unigenito, tornino sui propri passi e vadano a lavorare nella vigna. 
Per oggi, per quell'oggi da costruire giorno dopo giorno, nella consapevolezza che il futuro si gioca adesso, nel momento presente. 
Un momento che può valere un'eternità.

sabato 22 agosto 2020

Pensieri per lo spirito

 LA VOCE DELLO SPIRITO

Riflessioni sul Vangelo della XXI Domenica del T.O.






 In quel tempo, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». 
Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». 
Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 
E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 
A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
(Mt 16,13-20)





«È la voce del sangue»: lo si dice spesso per indicare quel misterioso, ma reale, concreto legame che ci unisce alle persone della nostra famiglia; un richiamo, un affetto istintivo che ci porta verso quelli che sono i nostri genitori, figli, parenti... Una voce che chiama anche quando non si sa che qualcun altro abbia effettivamente con noi un legame parentale, perché il sangue – simbolo di vita, simbolo di ciò che ci è stato trasmesso con la nascita – "chiama" il proprio stesso sangue, ci attira verso coloro ai quali "apparteniamo" e che ci "appartengono".
Anche nella relazione col Padre – in quella famiglia spirituale, ma non per questo meno reale che formiamo con Dio – questa voce del sangue esiste e chiama gli uomini: è la "voce dello Spirito" che parla dentro di noi, che ci spinge verso la Verità, verso l'unico vero Dio.
È anch'essa a volte una voce misteriosa, che agisce nell'io umano in maniere altrettanto misteriose, che non si possono spiegare solo a parole, solo con la ragione, solo con calcoli matematici. Ma se il nostro DNA spirituale è quello di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio (come la Bibbia ben sottolinea fin dalle prime pagine della Genesi), allora sì, questo patrimonio genetico "comune" fra noi e Dio si manifesta nello Spirito che parla in noi, e che cerca di illuminarci sul nostro legame con Dio stesso, sulla sua volontà su di noi, sulla via da seguire nell'esistenza di ogni giorno.
A volte si tratta di una voce soffocata nell'irrequietezza della vita, in cui cerchiamo di trovare la felicità e l'appagamento in cose lontane da Dio (e come non ripensare all'esperienza di un sant'Agostino!); a volte è una voce debole perché siamo ancora attaccati ai nostri modi di agire, pensare, vivere e fatichiamo a seguire altre rotte; altre volte è una voce che pian piano iniziamo ad ascoltare e seguire perché cominciamo veramente a credere e a fidarci di quello che ci dice e di Colui a cui ci conduce; spesso, però, proprio come succederà a Pietro, è una voce che ascoltiamo, che "abbracciamo" nell'impeto del momento, anche con una certa risolutezza, ma che poi non manchiamo di rifiutare, andando così incontro al "tradimento" verso Dio, alla caduta, allo sconforto... 
Ma come la voce del sangue non cessa di intonare il suo richiamo, così anche quella dello Spirito rimane sempre in noi e continua a parlarci, dandoci la speranza di poter riconoscere sempre, nonostante tutti i nostri sbagli e le nostre debolezze,  che c'è un Padre che ci ha chiamati alla vita e che ci vuole vivi per sempre... e che sempre può essere il momento giusto per chiedergli perdono, per rialzarsi e ritornare a Lui, per continuare ad approfondirne la conoscenza e per amarlo sempre di più.
Proprio come accade a Pietro, che prima riconosce il Dio vivente e il suo Figlio, e poi lo rinnega... allora vedremo le sue lacrime, il suo pentimento, il riconoscimento della sua indegnità dinanzi a Cristo. E Gesù, il Figlio Unigenito del Padre, Colui che più di tutti ha riconosciuto e ascoltato la voce dello Spirito-la voce del sangue, sarà ancora lì, accanto a lui, a confermargli l'incarico affidatogli come capo della Chiesa nascente.
Perché «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,9) e così l'uomo rimane sempre figlio di Dio nel Figlio prediletto... 
A ciascuno di noi la libertà di riconoscersi figli di Dio e poi di non "rinnegare" il Padre, che senza nostro merito, ci ha amati per primo, ci ha chiamati alla vita, si è reso "Padre per sempre".

sabato 8 agosto 2020

Pensieri per lo spirito

 «SE SEI TU»!

Riflessioni sul Vangelo della XIX Domenica del T.O.



[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
(Mt 14,22-33) 




«Se sei tu»: è qui, in queste tre parole, che si racchiude tutta la paura dell'uomo nei confronti di Dio. Un Dio che nessuno ha mai visto con i propri occhi nella sua nuda e cruda essenza, ma che anche gli stessi discepoli, i contemporanei di Gesù, hanno potuto ascoltare, osservare e toccare nelle sembianze di uno di loro, di un uomo come tutti noi.
Se Dio fosse apparso nella sua magnificenza dell'Altro da noi, nella sua, cioè, totale diversità da ogni cosa creata, sarebbe stato facile, immediato (probabilmente) credere in Lui, fidarsi di Lui, riconoscerlo come Dio.
Ma Egli si presenta invece nell'ordinario della creazione, apparentemente in forma altrettanto ordinaria. È questo che spaventa l'uomo, presentandogli la necessità del "salto nel buio" che la fede richiede.
Quelli che hanno a che fare con Gesù, con l'Uomo-Dio, a un certo punto si trovano davanti all'improrogabile esigenza di balzare giù dalla barca, affrontando il buio della sera, e camminare a luci spente verso Dio. Il progresso verso qualcosa – cioè il progredire, l'avanzare avanti – richiede di rischiare, perché senza rischio non c'è, in verità, sicurezza.
La fede, in fondo, spesso è questo: camminare anche quando non ci si vede bene, lasciando che solo Dio (che parla nella Scrittura, nell'Eucaristia, nei fatti della vita, nella nostra coscienza) sia veramente la lampada al nostro cammino. Accettare di rischiare in nome di qualcosa che non possiamo toccare concretamente con mano, ma a cui crediamo, in cui investiamo, su cui poggiamo... per raggiungere qualcosa di grande, di eterno, di bello, che altro non è che Dio stesso.
Non è allora il mare a spaventare Pietro, non sono le cose che si possono incontrare in questo salto nel buio a terrorizzare gli uomini.
È quell'incertezza sulla meta che a volte ci prende, l'insicurezza matematica dell'esistenza di Dio, il pensiero che alla fine si possa rimanere "a bocca asciutta" a spaventarci a morte, e a rischiare di farci affondare.
In sintesi, è il dubbio sull'esistenza di Dio, sulla vita dopo la morte, sul Paradiso, che alimenta le nostre paure, quel dubbio che come un tarlo a volte si presenta nelle difficoltà dell'esistenza, davanti al dolore innocente, alle catastrofi mondiali.
È il dubbio come resistenza personale prima di lasciarsi andare per credere con la ragione, ma oltre la ragione, ogni volta di nuovo, è la domanda che il Battista fa riferire dai propri discepoli a Gesù, mentre è in carcere, prima di donare la vita per amore della Verità: «Sei tu colui che deve venire o ne dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3).
È il dubbio come incomprensione e timore dinanzi al mistero di qualcosa che a volte ci fa dire, come dicevano quelli che insultavano il Cristo crocifisso: «Salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!» (Mt 27,40) ... perché vorremmo che la risposta di Dio al dolore (nostro e altrui) fosse immediata, come in un gioco di prestigio, dimenticando che il mondo, per volere di Dio, è retto da leggi di libertà, perché l'amore non può che essere libero per essere vero.
Ed è in questa libertà che Gesù stesso è stato messo alla prova, come uomo, nel suo rapporto con Dio. «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane; Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù» (Mt 4,3;5): con queste parole il demonio lo tenta nel deserto. È una tentazione grande, sulla stessa identità di Gesù come Figlio del Padre, come Salvatore. È la tentazione di voler vedere Dio come il mago dei miracoli, il prestigiatore che cambia le cose per il meglio con un tocco della sua bacchetta.
Ma Dio non è un aggiustatutto secondo le nostre regole. Dio non cambia il mare che dobbiamo attraversare, ma ci dona la forza di percorrerlo, ci aiuta a compiere la traversata. Questo è il miracolo di Pietro che cammina sulle acque. Questo è il miracolo di un Dio che ci tende la mano, quando stiamo affondando fra i problemi e i dolori della vita, e ci aiuta ad andare avanti, nonostante tutto, verso la meta. Non da soli, ma insieme. Insieme a Lui.