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venerdì 1 marzo 2019

Pensieri per lo spirito

LA FEDELTÀ NELL'AMORE
La scommessa del per sempre



Una bocca amabile moltiplica gli amici, 
una lingua affabile le buone relazioni. 
Siano molti quelli che vivono in pace con te, 
ma tuo consigliere uno su mille. 
Se vuoi farti un amico, mettilo alla prova e non fidarti subito di lui. 
C’è infatti chi è amico quando gli fa comodo, 
ma non resiste nel giorno della tua sventura. 
C’è anche l’amico che si cambia in nemico e scoprirà i vostri litigi a tuo disonore. 
C’è l’amico compagno di tavola, ma non resiste nel giorno della tua sventura.
Nella tua fortuna sarà un altro te stesso e parlerà liberamente con i tuoi servi. 
Ma se sarai umiliato, si ergerà contro di te e si nasconderà dalla tua presenza. 
Tieniti lontano dai tuoi nemici e guàrdati anche dai tuoi amici. 
Un amico fedele è rifugio sicuro: chi lo trova, trova un tesoro. 
Per un amico fedele non c’è prezzo, non c’è misura per il suo valore. 
Un amico fedele è medicina che dà vita: lo troveranno quelli che temono il Signore. 
Chi teme il Signore sa scegliere gli amici: come è lui, tali saranno i suoi amici.
(Sir 6,5-17)





Il Libro del Siracide tratteggia un bellissimo ritratto dell'amico per eccellenza, ma più ancora, fornisce a ciascuno di noi le coordinate per trovare veri amici e quell'amico che diventa l'uno su mille, il consigliere fidato. Alla base di tutto sta la fedeltà, perché il vero amico è quello che rimane fedele anche nella sventura, colui che non si ritorce contro, che non sparla, che non si nasconde.
Anche il Salmo (118) parla di fedeltà, a leggerlo con attenzione. Custodire la legge del Signore e camminare sotto la sua guida sul sentiero dei suoi comandi altro non è che rispondere con la fedeltà all'amore fedele ed eterno di Dio, di Colui che non tradisce mai, che attende sempre, fino all'ultimo, la conversione dell'uomo. 
Anche il Vangelo (Mc 10,1-12) ha per tema la fedeltà, e più in particolare quella nel matrimonio. Un legame indissolubile, attraverso il quale i due diventano una carne sola, inscindibile. 
Questo percorso biblico parte, nella progressione cronologica delle letture, dall'amicizia e arriva all'amore sponsale. Al centro sta l'amore di Dio per l'uomo e quello dell'uomo per Dio. In realtà è proprio questo "centro" il "principio". Se l'uomo è capace di amare è perché Dio lo ha amato per primo. E se l'uomo ama Dio diventa suo amico, come furono amici di Dio Abramo e Mosè. Tant'è che Gesù stesso parlerà del suo amore come amore di amicizia, quell'amore che non è superato da altri amori, ma è talmente grande da arrivare a dare la vita per l'amico.
Allora, a partire dall'esperienza dell'amore di Dio, si può sperimentare l'amore di amicizia, e arrivare anche alle vette della splendida relazione amicale. Già nell'amicizia si può sperimentare l'essere una cosa sola. È bellissima la pagina che san Gregorio Nazianzeno scrive parlando della sua amicizia con san Basilio: 

«Sembrava che avessimo un'unica anima in due corpi. Se non si deve assolutamente prestar fede a coloro che affermano che tutto è in tutti, a noi si deve credere senza esitazione, perché realmente l'uno era nell'altro e con l'altro. L'occupazione e la brama unica per ambedue, era la virtù, e vivere tesi alle future speranze e comportarci come se fossimo esuli da questo mondo, prima ancora d'essere usciti dalla presente vita. Tale era il nostro sogno. Ecco perché indirizzavamo la nostra vita e la nostra condotta sulla via dei comandamenti divini e ci animavamo a vicenda all'amore della virtù» 
(Ufficio delle letture del 2 gennaio).

Questa unità diventa unione di anime e di corpi nel vincolo del matrimonio. Un legame alla base del quale ci deve sempre essere anche l'amore di amicizia. 

«Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la "più grande amicizia"», scriveva il papa nell'Amoris Laetitia (n. 123).  «È un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una buona amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità, e una somiglianza tra gli amici che si va costruendo con la vita condivisa. Però il matrimonio aggiunge a tutto questo un’esclusività indissolubile, che si esprime nel progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza». 

Ecco, allora, ancora una volta, il tema della fedeltà. Fedeltà... parola che richiama un altro concetto importante: la fede (fedele, dal lat. fĭdēlis, der. di fides «fede»). E allora il cerchio si chiude, i conti tornano...
Non c'è fedeltà senza fede. Non c'è fedeltà a Dio se non si crede veramente in Lui, nella sua esistenza, nel suo amore. Non c'è amicizia fedele se non si è disposti a "fidarsi", ad avere fede nell'altro, a scommettere nella bontà e nell'onestà di colui che ci sta di fronte come amico. Non c'è amore coniugale senza la più grande scommessa di fede umana (e, si potrebbe osare... anche divina): credere nella promessa del per sempre contratta tra due creature fragili, deboli... umanissime.
Ma se al centro di tutto (dell'amicizia umana e dell'amore coniugale) rimane Dio, nella fedeltà del nostro rapporto con Lui, allora la scommessa è possibile, la fedeltà raggiungibile. Perché Dio diventa garante di quell'amore di amicizia, di quell'amore coniugale. E Dio è fedele, sempre.

mercoledì 27 maggio 2015

QUALE "AMICIZIA"? - riflessioni a margine del Vangelo di oggi



«Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: "Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo". 
Egli disse loro: "Che cosa volete che io faccia per voi?". 
Gli risposero: "Concedici di sedere, nella tua gloria, 
uno alla tua destra e uno alla tua sinistra". 
Gesù disse loro: "Voi non sapete ciò che domandate"». 
(Mc 10,35-38)


Il Vangelo di oggi (Mc 10, ) ci presenta una scena "curiosa", che non è tuttavia nuova nella sua "tipologia": i discepoli pretendono di insegnare a Gesù il mestiere di Dio.
E' veramente ...ridicolo, a ben pensarci, quell'imperativo con cui Giacomo e Giovanni si rivolgono al Maestro: "vogliamo che tu faccia quello che noi ti chiedermo". I servi danno ordine al padrone!
In realtà la pretesa diventa l'innesto per il discorso di Gesù sul vero servizio (quello che noi intendiamo quando ci diciamo costituiti "re" attraverso il Battesimo), ma può essere uno  spunto interessante per affrontare il tema dell'amicizia a largo raggio, e, in modo particolare, quello dell'amicizia con Dio.

La prima cosa che stupisce è che i due discepoli, pur ascoltando le parole di Cristo sulla prossima Passione, si lascino trascinare dalla loro richiesta sui "posti" in Paradiso. Tralasciano tutto il resto del discorso e vanno dritti dritti al sodo. 
Le cose sono due: o hanno già così tanta fede da badare all'aspetto escatologico della Risurrezione oppure...sono ancora così immaturi da lasciarsi prendere dai propri "sogni di gloria".
La risposta, probabilmente, sta nel mezzo.
Che Giovanni fosse un tipo un po' irruento, ma anche sostanzialmente coraggioso e profondamente fedele a Gesù lo appuriamo da altri passi del Vangelo: in Luca lo ritroviamo ancora una volta assieme a Giacomo, indispettito per l'operare di alcuni che facevano miracoli nel nome del Signore senza appartenere ai discepoli. La domanda dei due fratelli è ancora una vota...strabiliante: "Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi"? (Lc 9,54);
d'altronde, poi lo ritroviamo - unico tra gli apostoli - ai piedi della Croce, ad affrontare la Passione dell'Amico...ed è sempre lui, assieme a Pietro, a correre verso il sepolcro ormai vuoto, il mattino di Pasqua.
Se proprio Giovanni - il discepolo prediletto - si presenta così impulsivo, un po' "fanciullesco" nel suo parlare (e nel suo pensare!) questo ci fa comprendere che nell'amicizia - e nell'amicizia con Dio - tutti corriamo il rischio di iniziare con atteggiamenti spirituali ancora poco maturi, e che tutti, dunque, abbiamo bisogno di essere guidati da Gesù.
Giacomo e Giovanni - in questi loro iniziali cadute di stile - ci mettono in guardia dal pericolo di un'amicizia in cui il fine sia la richiesta di un privilegio, di un guadagno (magari anche lecito), di una necessaria "condivisione" di prestigio e potere con l'amico.
D'altronde ha ragionato così anche Pietro: dopo il discorso sul ricco che difficilmente entrerà nel regno dei Cieli (Mt 19,24), il futuro primo Papa rivolge a Gesù una domanda che ha lo stesso retrogusto di quella di Giacomo e Giovanni.
"Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo"? (Mt, 19,27)
Siamo alle...solite: Signore, abbiamo fatto questo e quello per te...cosa ci darai in cambio? Come ci...ricompenserai? Cosa ne ricaveremo? Ci guadagneremo qualcosa, dopo tutto quello a cui abbiamo rinunciato per te? Dacci almeno un posto in prima fila! Dacci almeno un posto accanto a te, per regnare assieme a te, per essere guardati da tutti, considerati importanti...affinché chiunque ci veda capisca che noi abbiamo fatto tanto per te, così tanto che tu hai voluto - giustamente - darci un premio di grande valore!
In queste parole si annida la tentazione della vanagloria, assieme ad un sentimento di amicizia ancora "interessata" e, se ci riflettiamo bene, di un'amicizia che non ha ancora compreso che la donazione maggiore non è mai quella dell'uomo verso Dio, ma quella di Dio che è venuto fino all'uomo, che si è fatto Uomo per donarsi agli uomini!
Allora Gesù, spostando il discorso sul vero regnare inteso come servizio e non come essere serviti(Mc 10,43-45) cerca di aprirci gli occhi sul vero senso dell'amicizia con Dio e tra gli uomini.
Facendo notare come Egli stesso stia dando l'esempio di "colui che serve" Gesù rimprovera tacitamente gli apostoli....in un certo senso è un promemoria di altre sue parole.
"Un discepolo non è più del maestro" (Lc 6,40) e "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri". (Gv 13,34)
Nell'amore di amicizia non ci può essere "pretesa" di qualche beneficio temporale. Si ama per amore, si ama disinteressatamente, o non è...amicizia.
D'altronde, Gesù non sta negando nulla ai suoi amici: più avanti rimarcherà loro che preparerà un posto nel suo regno per ciascuno di essi (Gv 14,2). Donerà loro lo Spirito Santo, li condurrà alla Verità, sta offrendo loro la sua amicizia, si è fatto Uomo proprio per avvicinarsi a noi!
Quello a cui ci invita è a non "chiedere oltre", ad accettare e riconoscere che l'amicizia di Dio è già un dono in sè stesso e che il Signore non manca di colmarci ogni giorno e anzi - di più - in ogni istante, di beni dal valore incalcolabile.
Non c'è disparità a nostro danno, in questo rapporto!
Allora perché "pretendere" di più? Non ci basta quello che già abbiamo?
E se questo vale verso Dio, il ragionamento può diventare il metro di misura di ogni buona amicizia. Se dall'amico riceviamo affetto e magari anche molti beni spirituali (e di certo non mancheranno anche i piccoli scambi materiali che caratterizzano ogni affetto), perché nutrire un desiderio smodato di un "di più"?
Non è questione di sapersi accontentare (questo sarebbe un ripiego), ma di imparare a riconoscere la preziosità di ciò che l'amico ci comunica; di avere occhi per vedere tutto ciò che ci viene donato dall'altro; di comprendere che laddove cominciamo a desiderare una "glorificazione" da un rapporto di amicizia non stiamo cercando più veramente il bene dell'altro, ma stiamo tentando di soddisfare il nostro orgoglio, la nostra superbia. Sentimenti che rischiano di minare alle basi l'amicizia, di trasformare la relazione amicale in un do-ut-des, in una compravendita, e non in una mutua, reciproca, spontanea e volontaria donazione e comunicazione di beni principalmente spirituali e di aiuto materiale laddove sia possibile.
E' quell'amicizia "in Cristo" che Pietro, dopo facili entusiasmi, rinnegamenti e pentimenti, così esprimerà, prima di guarire lo storpio alla porta di Bella: "Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina"! (At 3,6)

sabato 31 gennaio 2015

SOLENNITA' DI DON BOSCO - L'amicizia è come un "pergolato di rose"!



  SOLENNITA' DI SAN GIOVANNI BOSCO



O San Giovanni Bosco, padre e maestro della gioventù,

che tanto lavorasti per la salvezza delle anime,

sii nostra guida nel cercare il bene delle anime nostre

e la salvezza dei prossimo;

aiutaci a vincere le passioni e il rispetto umano;

insegnaci ad amare

 Gesù Sacramentato,

Maria Ausiliatrice

e il Papa;

e implora da Dio per noi una buona,
affinché possiamo raggiungerti in Paradiso. 


Amen.



"Benedire Dio e ringraziarlo per tutti gli avvenimenti che predispone la Sua provvidenza è un'occupazione molto santa". 
(San Francesco di Sales, Trattato dell'amor di Dio, IX, 14)
Pensando a cosa scrivere su don Bosco nel giorno della sua festa, rimanendo sempre nel tema affrontato durante la novena - cioè l'amicizia spirituale con Luigi Comollo -, due cose mi sono venute alla mente: il sogno del "pergolato di rose" e l'amicizia di Giovanni con Gesù.
Parto dal sogno: in esso viene simbolicamente raffigurato l'agire pastorale di don Bosco con i giovani come un cammino sotto un pergolato di rose, che man mano che il santo avanza si fa sempre più fitto.
All'apparenza tutto è bello, chi vede il santo camminare sotto questo "manto" di fiori splendidi e profumati, dice: " Oh, come don Bosco cammina sempre sulle rose; egli procede tranquillamente; tutto gli va bene"! (Eugenio Pilla, I sogni di don Bosco, p. 92, 2004, Cantagalli), ma nessuno si avvede di quanto le rose abbiano spine che pungano, avviluppandosi, man mano che il pergolato si infittisce, attorno alla figura di don Bosco.
Le spine lacerano le vesti, pungono i piedi e li feriscono, procurano ferite sul capo.
La stessa cosa accade anche a quanti, seguendo l'invito del santo, si erano messi a seguirlo su quel percorso: chierici, preti, laici.
Pensando d'essere stato ingannati e trascinati su una via che non è "tutta rose e fiori" come l'avevano immaginata, molti di loro cominciano a protestare e abbandonano don Bosco.
"Egli si era rivolto indietro per dare uno sguardo a quanti lo seguivano, ma provava pena nel constatare che una parte di essi era già scomparsa e altri stavano per allontanarsi.
Per la speranza d'impedir loro di abbandonarlo, il sognatore era ritornato un po' sui propri passi per richiamare quanti erano in procinto di andarsene, ma essi non gli davano neppure ascolto.
Allora, deluso, il veggente aveva cominciato a lacrimare e a querelarsi, dicendo tra sé:
- Possibile che debba io solo percorrere tutto questo lungo viale così faticoso e irto di spine? -
Il Santo si era tuttavia consolato nel veder procedere dietro a sé uno stuolo di sacerdoti e di chierici, che si dichiaravano disposti a seguirlo.
Confortato dalle loro dichiarazioni, il Santo li precedeva per continuare il tragitto, ma soltanto alcuni si perdevano di animo e si arrestavano; la maggior parte di essi invece continuava a camminare per giungere con lui alla mèta.
Percorso, per tutta la sua lunghezza, il pergolato, il veggente si era trovato in vista di un amenissimo giardino, dove lo seguivano i suoi compagni di calvario, tutti dimagriti, scarmigliati e sanguinanti.
Allora si era alzato un fresco venticello, al soffio del quale, tutte le ferite si rimarginavano come d'incanto.
Al soffiar poi di una deliziosa brezza il veggente si era trovato, come per incanto, attorniato da una immensa moltitudine di giovani, chierici, laici coadiutori e anche di sacerdoti disposti a guidar quella gioventù allegra e serena.
Parecchi di essi erano noti, ma molti gli riuscivano sconosciuti".
Il sogno si conclude con l'arrivo dinanzi ad un maestoso edificio, di grande bellezza anche all'interno, più bello di tutte le regge del mondo e sul cui pavimento erano disposte bellissime e profumatissime rose senza spine.
A quel punto appare a don Bosco la Vergine Maria, che dando la spiegazione del pergolato di rose, assicura: - Con la carità e la mortificazione supererete tutto e giungerete alle rose senza spine - .
(Ibidem, pp.93-95)
Potremmo dire: "abbracciare" Gesù e quindi "seguirLo nella via che prospetta, accettare la Sua amicizia e vivere per essa è sostanzialmente questo camminare sotto un pergolato e su di un pavimento di rose con le spine.
L'amicizia stessa (anche con gli uomini!) presenta lo stesso aspetto: è abbracciare l'altro così com'è, con le imperfezioni correggibili e con quelle a volte incorreggibili; con le sofferenze compartecipate, con le separazioni inevitabili.
Giovanni Bosco e Luigi Comollo vissero tutto questo, la loro amicizia, inizialmente con qualche spina (le correzioni fraterne di Luigi a Giovanni), sembra poi attraversare la fase delle rose senza spine....ma si conclude con l'improvvisa e fulminea morte di Comollo, una spina tanto più dolorosa proprio perché inattesa e repentina.
E' bello guardare da una certa distanza due grandi amici: tutto appare bello, luminoso, trasparente. Non di rado c'è sempre chi invidia amicizie di questo genere.
Eppure, da lontano, le "spine" nascoste dalle rose non si vedono. Sembrano non esistere gli accomodamenti di carattere, la pazienza nel correggere e nell'attendere buoni risultati, il cedere ora l'uno ora l'altro su divergenze non importanti....e quelle piccole sofferenze che a volte possono scatenarsi anche tra grandi amici, dettate da incomprensioni di poco conto, dalle sensibilità delle psicologie, e via dicendo.
E' così anche nell'abbracciare Gesù, quel Gesù che è un Cristo Crocifisso.
A chi vede un santo nell'atteggiamento di abbracciare il Gesù sofferente, sul legno della Croce, tutto sembra bello. Pare quasi di vederlo "volare" per arrivare fino alla Croce.
Pensiamo però a quello che accade: si abbraccia un Uomo sfigurato dal Sangue, pieno di spine sul Capo.
Mettersi "guancia a guancia" con Lui, stringere le mani attorno alle Sue spalle significa ricoprirsi del Suo Sangue e farsi pungere dalle Sue spine.
Se accettiamo di essere amici così possiamo star certi che anche noi, con la "carità e la mortificazione" sapremo giungere a quel pavimento di rose senza spine che la Madonna promise a don Bosco.
D'altronde, se Gesù è stato coronato di spine e impororato dal Sangue è stato proprio per lo stesso motivo per cui anche noi siamo chiamati a camminare su un tappeto di rose pungenti: l'amicizia tra l'uomo e Dio.
Gesù Si è fatto Uomo e ci ha "abbracciati" con le nostre miserie, debolezze, con il nostro peccato...per purificarci. Così facendo Si è addossato le spine del nostro buio interiore, del nostro male esteriore. San Paolo dice che "Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio" (2 Cor 5,21).
Imitare Cristo nel "Suo" modo di amare vuol dire fare come lui. Una delle letture di oggi (a scelta nel Proprio Salesiano) ce lo rammenta, laddove Paolo scrive ai  Filippesi di imitare ciò che lui stesso ha offerto come modello (cfr. Fil 4 4,9). 
Lo stesso Gesù ce lo ripete: "Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi". (Gv 13,15)

Don Bosco ha camminato attorniato dalle spine pungenti delle amicizie interrotte dalla morte (come quella con Comollo); di quelle a volte scosse - ma non spezzate! - dalle incomprensioni di chi non capiva la sua grande attività di "sognatore"; di quelle interrotte dagli abbandoni volontari per seguire strade più facili.... e la stessa sua amicizia con Gesù è stata un cammino su un pergolato di rose piene di spine. Quante fatiche per dare attuazione a quel sogno dei nove anni! Fino all'ultimo respiro, don Bosco fu caricato di enormi "pesi" che gravarono sulle sue spalle.
Ora, invece - e ne abbiamo anche la certezza, perché la Chiesa ce lo addita santo, nella gloria del Paradiso - finalmente le sue amicizie sono tutte rose profumate, belle e prive di spine.
L'abbraccio di don Bosco è adesso con il Signore Risorto, che conserva i segni della Passione nella Sua Carne, ma non ha più corone pungenti e neanche chiodi penetranti; 
 l'abbraccio di don Bosco è con la sua amatissima Vergine Ausiliatrice, che sempre gli ha fatto da Maestra e da Guida...ma per onorare la quale a volte Giovanni si è sentito dare del pazzo, perché parlava con certezza incrollabile di cose che Ella gli aveva mostrato, ma che non esistevano ancora in terra!;
l'abbraccio di don Bosco è con tutti i suoi amici che qui lo hanno seguito... qualcuno fino alla fine, altri  solo per un tratto....; 
l'abbraccio di don Bosco è con i suoi giovani, come Domenico Savio, la cui morte fu veramente una spina dolorosissima nel cuore di questo "padre, maestro ed amico" e come Michele Magone, il teppistello che avrebbe voluto fare il prete, se il Signore lo avesse conservato in vita!;
l'abbraccio di Giovanni Bosco è con Luigi Comollo, amico inseparabile dell'anima che in Cielo avrà certamente tenuto fede al patto di pregare l'uno per l'altro e avrà seguito passo passo il suo amico, chiedendo per lui a Gesù e Maria di aiutarlo, sostenerlo, correggerlo, nell'attesa di rincontrarlo per sempre, laddove "la carità non avrà mai fine" (1 Cor 13,8)!

Che da don Bosco possiamo imparare ad essere veramente amici di Gesù, lo Sposo dell'anima nella "buona e nella cattiva sorte", tra le rose e le spine di questa terra, e che amando Cristo impariamo ad amare anche i fratelli allo stesso modo, riconoscendo che nemmeno l'amicizia ci esenta dal dolore, ma ci rende capaci di "abbracciarlo" con gioia interiore, sapendo che poi arriverà anche la gioia piena, senza spine e senza termine.
 
BUONA FESTA A TUTTA LA FAMIGLIA SALESIANA E A TUTTI GLI AMICI DI DON BOSCO!

venerdì 23 gennaio 2015

NOVENA A SAN GIOVANNI BOSCO - L'amicizia - secondo giorno -


 NOVENA A SAN GIOVANNI BOSCO
 

O San Giovanni Bosco, padre e maestro della gioventù,

che tanto lavorasti per la salvezza delle anime,

sii nostra guida nel cercare il bene delle anime nostre 

e la salvezza dei prossimo;

aiutaci a vincere le passioni e il rispetto umano;

insegnaci ad amare
 Gesù Sacramentato, 

Maria Ausiliatrice 

e il Papa;

e implora da Dio per noi una buona morte,
affinché possiamo raggiungerti in Paradiso. 

Amen.





 
L'incontro tra Giovanni Bosco e Luigi Comollo ebbe luogo a Chieri, dove il nostro futuro santo stava compiendo gli studi.
Nelle sue Memorie dell'Oratorio così ne parla:

"Tra gli alunni del nostro anno correva la voce che sarebbe arrivato un ragazzo santo.
Si trattava del nipote del parroco di Cinzano, prete anziano e venerato per la sua santità.
Avrei voluto conoscere quel ragazzo, ma non ne sapevo nemmno il nome.
Ecco come lo conobbi un giorno.
Mentre entravamo in classe, molti giovavano a cavallina, gioco pericoloso.
Un ragazzo arrivato da poco, sui quindici anni, tra tutto quel trambusto prendeva posto tranquillamente nel banco, apriva i libri e studiava.
Sembrava non sentire quegli schiamazzi.
Qualcuno cominciò a guardarlo storto. Uno più insolente degli altri gli andò vicino, lo prese per un braccio, poi gli mollò due schiaffi che risuonarono in tutta la scuola.
Mi sentii ribollorire il sangue nelle vene.
Aspettavo che l'offeso si vendicasse giustamente, tanto più che era più alto e più forte.
Invece niente.
Con la faccia rossa, quasi livida, diede uno sguardo di compassione a quel farabutto e gli disse:
- Sei contento? Allora lasciami in pace. Ti perdono.

Rimasi impressionato: quello era eroismo puro.
Cercai subito di sapere il nome di quel giovane: era Luigi Comollo, il ragazzo santo, il nipote del parroco di Cinzano.

Da quel momento l'ho sempre avuto come intimo amico.
Posso dire che da lui ho imparato a vivere da vero cristiano.
Ci siamo capiti e stimati immediatamente.
Avevamo bisogno l'uno dell'altro: io di aiuto spirituale, lui di aiuto materiale.
Il fatto è che Luigi, timidissimo, non osava nemmeno tentare di difendersi contro gli insulti e le malvagità.
Io invece, per il coraggio e la forza gagliarda, ero rispettato da tutti, anche da chi aveva più anni e più forza di me".
(San Giovanni Bosco, Memorie dell'Oratorio, pp-44-45, Elledicì, 1986)


Possiamo scorgere in questo incontro tra Giovanni e Luigi, proprio quello che aveva scritto, secoli prima, san Francesco di Sales:


"La volontà ha una convenienza così grande con il bene che, appena lo scorge, si volge dalla sua parte per compiacersi in lui.
Il compiacimento è la prima scossa o la prima emozione che il bene provoca nella volontà". 
Dalla compiacenza si passa poi al "movimento, lo scorrere e l'avanzare del cuore verso il bene".
(San Francesco di Sales, Trattato dell'Amor di Dio, Libro I- Cap. 7)
Se Giovanni fu attirato dalle qualità e virtù di Luigi Comollo, certamente anche quest'ultimo, aiutato dalla sua vita interiore profonda, avrà scorto in Giovanni la stoffa del santo, sebbene ancora avviluppata in una scorza un po' dura (ne parleremo nel proseguo della novena).
Se l'amicizia è reciproca, come fu in questo caso, allora i due amici vedono e si lasciano affascinare dal bene che ciascuno porta in sè. Rientra in questo "bene" tanto l'insieme delle virtù morali, quanto anche quello delle doti umane.
Così don Bosco ci insegna a non aver paura di ammettere che qualcuno possa essere più avanti di noi nel cammino della santità, ma anche a riconoscere che pure chi è più indietro possa mettere in comune - cosa tipica dell'amicizia - i propri talenti.
E' esattamente questa capacità di fare "comunione" che rende l'amicizia sana, priva di gelosie ed invidie, capace di diventare collante tra due anime e due persone, per migliorarle e stimolarle verso una maggiore perfezione, soprattutto spirituale.

giovedì 22 gennaio 2015

NOVENA A SAN GIOVANNI BOSCO - primo giorno -

Nell'anno del Bicentenario della nascita di don Bosco, vorrei puntare l'attenzione sul valore attribuito dal santo all'amicizia cristiana, intesa quale sprone e sostegno nel cammino comune degli uomini verso il Signore.
In questo, don Bosco fu santo perfettamente "salesiano". Come non ripensare alle pagine della "Filotea" di San Francesco di Sales, in cui il Vescovo di Ginevra tesseva l'elogio della vera amicizia spirituale?
Gli amici  (nel termine più ampio) di don Bosco furono molti: amici in Cristo, amici da conquistare a Cristo, amici da amare con carità senza limiti.
Gli amici spirituali (quelli dell'anima) di san Giovanni Bosco furono pochi, ma lasciarono in lui un'impronta incancellabile.
Tra questi vi fu Luigi Comollo, giovane seminarista, con il quale il ragazzo dei Becchi strinse un rapporto intenso e tutto teso al raggiungimento della santità.
Si potrebbe essere portati a pensare - per chi non conosce la storia di don Bosco - che sia stato Giovanni l'ispiratore di Luigi. Accadde invece il contrario: se di certo Giovanni possedeva già molte e buone qualità e virtù negli anni del seminario, i pericoli di questo ambiente non erano pochi, e le asperita' da correggere ancora presenti in lui.
Luigi Comollo divenne un pungolo per il giovane Giovanni.
I due strinsero un'amicizia così salda da portare don Bosco ad affermare di aver perseverato "seriamennte" nella vocazione grazie a lui.
Luigi Comollo trascorse accanto a Giovanni poco tempo, prima di morire in giovane età. 
Il ricordo che lasciò in don Bosco fu così forte e così vivo, da spingerlo a narrarne la vita in un libro, e da farlo parlare in termini di vera stima e gratitudine, nei suoi scritti autobiografici.
 
Con questo don Bosco da' piena attestazione alle parole del suo ispiratore e patrono della Congregazione Salesiana, San Francesco di Sales:
 "Ama tutti con un grande amore di carità, ma legati con un rapporto di amicizia soltanto con coloro che possono operare con te uno scambio di cose virtuose. 
Più le virtù saranno valide, più l'amicizia sarà perfetta.
Se lo scambio avviene nel campo delle scienze, la tua amicizia sarà, senza dubbio, molto lodevole; più ancora se il campo sarà quello delle virtù, come la prudenza, la discrezione, la fortezza, la giustizia.
Ma se questo scambio avverrà nel campo della carità, della devozione, della perfezione cristiana, allora sì, che si tratterà di un'amicizia perfetta. Sarà ottima perché viene da Dio, ottima perché tende a Dio, ottima perché il suo legame è Dio, ottima perché sarà eterna in Dio.
Che bello poter amare sulla tetra come si ama in cielo, e imparare a volersi bene in questo mondo come faremo eternamente nell'altro. 
Non parlo qui del semplice amore di carità, perché quello dobbiamo averlo per tutti gli uomini; parlo dell'amicizia spirituale, nell'ambito della quale, due, tre o più persone si scambiano la devozione, gli affetti spirituali e diventano realmente un solo spirito. 
A ragione quelle anime felici possono cantare: Com'è bello e piacevole per i fratelli abitare insieme. Ed è vero, perché il delizioso balsamo della devozione si effonde da un cuore all'altro con una comunicazione ininterrotta, di modo che si può veramente dire che Dio ha effuso la sua benedizione e la sua vita su simile amicizia per i secoli dei secoli.
Mi sembra che tutte le altre amicizie siano soltanto fantasmi a confronto di questa e i loro legami anelli di vetro e di giaietto, a confronto del legame della devozione che è tutta di oro fino".
(San Francesco di Sales, Filotea, cap. XIX)
 

 
 
 
 NOVENA A SAN GIOVANNI BOSCO
 
O San Giovanni Bosco, padre e maestro della gioventù,
che tanto lavorasti per la salvezza delle anime,
sii nostra guida nel cercare il bene delle anime nostre 
e la salvezza dei prossimo;
aiutaci a vincere le passioni e il rispetto umano;
insegnaci ad amare
 Gesù Sacramentato, 
Maria Ausiliatrice 
e il Papa;
e implora da Dio per noi una buona morte,
affinché possiamo raggiungerti in Paradiso. 
Amen.




 
"Il bene di uno sia il bene di tutti e il male di uno sia il male di tutti.
 Bisogna che ci sosteniamo a vicvenda, e che mai uno biasimi ciò che l'altro fa, mai si abbia invidia". 
(Don Bosco, Conferenza ai Salesiani, 1976, MB XII, 630)
 
Il bene di uno sia diffusivo, si irraggi sugli altri; il male di uno venga percepito come qualcosa che ci tanga, al fine di correggerlo, senza commettere l'errore di disinteressarcene.
Le virtù altrui non siano per noi motivo di invidia, ma di ammirazione e di imitazione.
 
Don Bosco ebbe modo di sperimentare molte volte, sulla propria pelle e su quella di altri, queste parole indirizzate ai suoi confratelli e figli salesiani.
Fin dagli anni del seminario, in modo particolare, rimase colpito da un'esperienza di amicizia intensa, seppur di breve durata, che certamente lasciò in lui un'impronta indelebile.
Si tratta dell'amicizia con Luigi Comollo, da tutti stimato come un giovane dalle innegabili qualità e virtù morali.
L'amicizia con lui fu per don Bosco un vero toccasana ed un rimedio a quei mali che avrebbero potuto colpirlo, finanche nell'ambiente apparentemente protetto in cui si trovava.
Ecco come ne parla nelle Memorie dell'Oratorio:
 
"Proprio in seminario ho ascoltato discorsi molto cattivi.
Circolavano libri immorali e contro la religione: furono bloccati durante una revisione.
I tipi pericolosi, appena conosciuti, venivano allontanati.
Oppure erano loro stessi che a un certo punto se ne andavano.
Ma durante i mesi passati in seminario erano stati una peste, e la peste contagia buoni e cattivi.
Ho evitato questo pericolo scegliendo come amici ragazzi ottimi".
 
Don Bosco ne menziona tre. Spicca il nome di Luigi Comollo.
Ecco una sintetica descrizione, fornitaci dallo stesso santo, del benefico effetto dell'amicizia con questo ragazzo, da molti definito un santo, prima ancora del suo ingresso in seminario:
 
"Sovente la mia ricreazione era interrotta da Luigi. Mi tirava per una manica, mi invitava a seguirlo e mi conduceva in chiesa.
Lì mi faceva pregare: visita al SS. Sacramento, preghiera per gli agonizzanti, recita del rosario, ufficio della Madonna per le anime del purgatorio.
Quel ragazzo meraviglioso fu una grande fortuna per me.
Sapeva scegliere il momento più adatto per avvisarmi, farmi una correzione, dirmi una parola di incoraggiamento.
Faceva tutto con tanta gentilezza e carità che provavo piacere ad essere richiamato da lui.
Eravamo molto amici.
Tentavo di imitarlo, ma ero cento chilometri indietro.
Tuttavia, se non sono stato rovinato dai compagni più dissipati, se ho perseverato seriamente nella mia vocazione, lo debbo a lui.
Più che un amico, era un ideale per me, un modello altissimo di virtù uno stimolo continuo a scuotere la pigrizia per essere un poco come lui".
(San Giovanni Bosco, Memorie dell'Oratorio, pp. 75;77, 1986, Elledicì )

I santi ci insegnano - e tra questi don Bosco non fa eccezione - una grande verità del cristianesimo: Dio non destina l'uomo alla solitudine. Dio non è un Dio "geloso" nel senso erronamente inteso di privare l'essere umano delle relazioni amicali, anche di quelle intense.
Concludo allora con le parole di San Francesco di Sales, che nel suo (per l'epoca e non solo!) "best-seller" della Filotea, ci ha lasciato questo arguto, saggio, veritiero commento:


"Fuor di dubbio, e nessuno si sogna di negarlo, che Nostro Signore nutrisse un'amicizia più tenera e personale per Giovanni, Lazzaro, Marta, Maddalena; lo dice la Scrittura. Sappiamo che S. Pietro aveva una predilezione per Marco e per Santa Petronilla; S. Paolo per S. Timoteo e S. Tecla. 
S. Gregorio di Nazianzo si gloria cento volte dell'amicizia che aveva per S. Basilio e così la descrive: Si aveva l'impressione che in noi due ci fosse una sola anima con due corpi. 
E' vero che non bisogna prestare fede a coloro che dicono che tutto è in tutto; tuttavia è vero che tutti e due eravamo in ciascuno e ciascuno nell'altro; coltivare la virtù e ordinare i programmi della nostra vita alle speranze future; questo era il modo di uscire da questa terra mortale, prima di morire.
S. Agostino dice che S. Ambrogio voleva molto bene a S. Monica, per le rare virtù che ammirava in lei, ed ella gli voleva bene come a un angelo di Dio.
Ma ho torto a farti perdere tempo per una cosa così chiara. 
S. Girolamo, S. Agostino, S. Gregorio, S. Bernardo e tutti i più grandi Servi di Dio hanno avuto amicizie personali senza pregiudizio per la loro perfezione. 
S. Paolo, rimproverando ai Gentili il disordine morale della vita, li accusa di essere gente senza affetto, ossia gente incapace di amicizia. 
S. Tommaso, come del resto tutti i buoni filosofi, dice che l'amicizia è una virtù: certamente parla dell'amicizia personale perché, dice, la vera amicizia non può essere estesa a molte persone.
La perfezione dunque, non consiste nel non avere amicizie, ma nell'averne una buona, santa e bella". 
(San Francesco di Sales, Filotea, cap. XIX)