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domenica 8 gennaio 2023

Pensieri per lo spirito

IL BAMBINO DENTRO

Battesimo del Signore - Fine del tempo di Natale



Statua di Gesù Bambino nella parrocchia Maria SS. Immacolata di Montepaone superiore
© Maria Rattà 2023



"In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare". (Mt 3,13-15)



Impedire è il verbo del blocco: "mettere ceppi, impacci ai piedi" [1], ci dice la sua etimologia.
È il verbo dell'arrestare, del deviare, dell'imporre i propri piani a quelli di un altro.
Ma si può "impedire" qualcosa a Dio? Si può frenare la corsa del Verbo che ha deciso di incarnarsi per camminare fra gli uomini, che ha voluto farsi strada fra noi tracciando i suoi passi su una terra fatta di fango e di acqua, di sterco e di fiori, di sozzura e bellezza?
No, il Vangelo di oggi ci ricorda chiaramente che i piani di Dio non sono i nostri, le sue vie sono distanti anni luce da quelle che noi vorremmo imporgli, suggerendogli soluzioni alternative, più comode, più giuste secondo i nostri criteri.
Gesù ci ricorda con forza di essere venuto per percorrere questo mondo fatto di luci e ombre, per portare Se Stesso, vera luce che illumina ogni uomo.
Il Battista, che pure prima si era definito incapace di slegargli i lacci dei sandali, sembra ora dimenticarlo, e con il suo "volergli impedire" il battesimo fra le acque del Giordano, ne vuole arrestare il percorso, dettando un itinerario diverso, "a misura di Dio" (secondo il criterio umano).
Ma questo non è possibile, perché la modalità che Dio ha scelto per salvarci è quella di ogni comune mortale. Dunque Egli passa anche per questo Battesimo "di conversione", lui che bisogno di convertirsi non ne aveva di certo.
Ma così facendo ci indica che crescere significa questo: accettare liberamente di percorrere la via della Verità che salva.
E finisce, allora, il tempo di Natale, con un Gesù che non è più Bambino, ma Uomo, che non ha bisogno di essere portato in braccio, ma che sa camminare da solo, a testa alta, seguendo la voce interiore del Padre.
In fondo, anche per ciascuno di noi l'infanzia è solo una parentesi storica in un tempo più vasto.
Ma è quell'infinitesimale, magico, indimenticabile momento in cui impariamo a camminare nella sicurezza di altri che vegliano su di noi, tenuti per mano da quelli che più ci amano e che più amiamo, aiutati a rialzarci e a riprovarci, e poi lasciati liberi anche di correre.
La festa di oggi, a conclusione delle giornate natalizie, ci rammenta, allora, anche la preziosità dell'infanzia. E ci invita a farne tesoro, perché possiamo tracciare sempre, anche da adulti, piccoli passi quotidiani verso il Vero, non ricercando gli onori, ma servendo; non correndo da soli verso la meta, ma insieme agli altri; non lasciando indietro chi cade, ma aiutandolo a rialzarsi.
Ricordando sempre, che spesso, tutti ritorniamo come bambini bisognosi di aiuto, cercatori di guide, incapaci di sfrecciare se qualcun altro non ci sostiene, non ci spinge, non ci ricarica di energie positive. E incapaci sempre di andare lontano se non ci facciamo prendere per mano dall'Altro che ci ha preceduti su questa via di piccolezza. 
Fa', o Signore, che possiamo diventare veri uomini avendo sempre cura del bambino che è in noi!


venerdì 6 gennaio 2017

Riflessioni spirituali



UNA MANIFESTAZIONE
DI LUCE
L'Epifania di Gesù


La solennità dell'Epifania ci rimanda con forza al tema della luce: i Magi sono guidati da una stella all'incontro con Colui che è la luce stessa, venuta nel mondo.
L'etimologia della parola Epifania permette di cogliere ulteriori rimandi, che abbracciano tutta la storia della salvezza e, soprattutto, avvolgono la storia di ogni uomo, inondandola di nuova luce.




«I Magi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 
Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. 
Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, 
si prostrarono e lo adorarono. 
Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra».

(Mt 2, 7-11)


«Il termine epiphánia è prelevato dalla famiglia del verbo epiphaíno "apparire, manifestarsi" (l’accento è graficamente sulla i, ma foneticamente sulla a). Il verbo phaíno (senza il prefisso epi-) significa letteralmente "venire alla luce" (quindi "apparire"), infatti deriva dalla radice indoeuropea bha-"luce", che ha formato sempre in greco la parola phós "luce", diventata in italiano una specie di prefisso (tecnicamente si definisce prefissoide), alla base di parole come fotosintesi, fotografia, fotocellula» [1]. 

L'etimologia aiuta a cogliere il significato più simbolico, spirituale – ma proprio per questo più importante ed essenziale – della festa dell'Epifania, un evento che rimanda inevitabilmente al tema della luce
.
In realtà è tutto il racconto evangelico del tempo di Natale a condurci su questo concetto. Un concetto materiale, ma soprattutto evocativo di un mistero più grande di quello che la luce – come elemento naturale (o artificiale) – rappresenta in sé. In tal senso lo ritroviamo nelle canzoni tradizionali dedicate al Dio Bambino sceso sulla Terra, come Astro del Ciel, Tu scendi dalle stelle, o Venite, adoriamo, i cui versi rammentano che «La luce del mondo brilla in una grotta».
Questi canti non hanno fatto altro che attingere alla sapienza biblica, alla Scrittura, in cui il tema della luce è strettamente connesso alla storia della salvezza. 
Benedetto XVI ben lo sottolineò nel 2006: 

«L'apostolo Giovanni scrive nella sua Prima Lettera: "Dio è luce e in lui non ci sono tenebre" (1 Gv 1, 5); e più avanti aggiunge: "Dio è amore". Queste due affermazioni, unite insieme, ci aiutano a meglio comprendere: la luce, spuntata a Natale, che oggi si manifesta alle genti, è l'amore di Dio, rivelato nella Persona del Verbo incarnato. Attratti da questa luce, giungono i Magi dall'Oriente. 
Nel mistero dell'Epifania, dunque, accanto ad un movimento di irradiazione verso l'esterno, si manifesta un movimento di attrazione verso il centro, che porta a compimento il movimento già inscritto nell'Antica Alleanza. La sorgente di tale dinamismo è Dio, Uno nella sostanza e Trino nelle Persone, che tutto e tutti attira a sé. La Persona incarnata del Verbo si presenta così come principio di riconciliazione e di ricapitolazione universale (cfr Ef 1, 9-10). Egli è la meta finale della storia, il punto di arrivo di un "esodo", di un provvidenziale cammino di redenzione, che culmina nella sua morte e risurrezione. 
Per questo, nella solennità dell'Epifania, la liturgia prevede il cosiddetto "Annuncio della Pasqua": l'anno liturgico, infatti, riassume l'intera parabola della storia della salvezza, al cui centro sta "il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto"» [2].

Non vi è contrapposizione tra la nascita e la morte, saldamente legate dal concetto della luce. Può esservi – continuando a usare un linguaggio metaforico – una luce più forte, più abbagliante, di quella della risurrezione dai morti?
Cristo Risorto «è la luce che vince la notte», come recita un canto liturgico; Egli è la luce che vince ogni notte: quella del peccato, della sofferenza, della povertà, della solitudine, della malattia e, non da ultima, quella della morte sia spirituale che materiale.
Alla luce di questa luce l'uomo può vedere la luce (cfr. Sal 36,10), perché solo in Lui «è la sorgente della vita» (Ibidem).
È una luce di speranza, una luce che orienta in modo diverso la storia dell'uomo e dell'umanità: non si cammina verso il nulla, ma verso un futuro escatologico che comincia a realizzarsi già in questo pellegrinaggio terreno, nel cammino dell'homo viator. È una luce che illumina il tragitto da percorre, aiuta a discernere tra le diverse scelte possibili, cambia la prospettiva da cui guardare la vita intera, il mondo, gli altri e finanche se stessi.
Il mistero della risurrezione diventa così un mistero di gloria e di luce, e questo consente al credente di vivere l'epifania del Signore ogni giorno, riconoscendo nelle piccole e grandi esperienze quotidiane, nell'esistenza stessa, nella speranza nutrita per il futuro prossimo e remoto, la manifestazione di quella che Simeone descrive nel suo cantico (Lc 2, 30-32): 
«i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
L'Epifania del Signore deve suscitare anche oggi stupore per le meraviglie operate da Dio, un Dio che non ha avuto limiti di fantasia, tanto da arrivare a nascere come uno di Dio, morire come uno di noi e... risorgere, come ancora noi non risorgiamo, ma così come risorgeremo, alla sua stessa maniera.
Fantasia, fantasmagorico, fenomenabile: tutte parole ricavate dallo stesso verbo phaíno da cui deriva la parola epifania [3]; tutti termini che ci ricordano che Dio non è apparso come un fantasma (secondo l'uso che a questo termine diamo nell'uso comune, e che pur nasce dalla stessa radice di epifania), perché al di là della straordinarietà dell'Incarnazione non si nasconde un sogno effimero, una realtà evanescente, ma il Dio con noi, quel Dio che è sceso per essere con l'uomo «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20), e per sempre, nell'eternità della nuova Gerusalemme celeste (cfr. Ap 21, 3-4). Quella Gerusalemme che nell'Apocalisse ci appare descritta con parole, ancora una volta, di luce (Ap 22, 5):
«Non vi sarà più notte,
e non avranno più bisogno
di luce di lampada né di luce di sole,
perché il Signore Dio li illuminerà.
E regneranno nei secoli dei secoli».


NOTE

[1] Il significato di epifania viene alla luce, Fabio Ruggiano, 
http://www.academia.edu/25632613/Il_significato_di_epifania_viene_alla_luce

[2] Benedetto XVI, Omelia, 6 gennaio 2006.

[3] Si rimanda al testo del prof. Fabio Ruggiano, cit.


mercoledì 31 agosto 2016

Spiritualità per il Giubileo


 CONDOLERSI
La misericordia del dolore

Giotto, Compianto sul Cristo morto (1303-1305)
Cappella degli Scrovegni, Padova

La morte di qualcuno chiama sempre in causa il dolore di un altro. Il con-dolersi (cum-dolere) è l'espressione istintiva di un mistero che tocca l'uomo nel suo più recondito io, a prescindere dal credo religioso o dalla vicinanza fisica o parentale.
Si può provare dolore per la perdita di un parente, di un amico, di un conoscente e perfino di un estraneo. Non sono solo i drammatici eventi come il sisma che ha colpito nei giorni scorsi l'Italia centrale a innescare questo meccanismo del cuore (e della psiche), ma anche storie della vita quotidiana segnalano all'uomo che il fatto stesso di confrontarsi con la dipartita di qualcuno ricorda - inevitabilmente, tempestivamente, profondamente - che la morte è un paradosso, quel paradosso che apparentemente sembra spazzare via volti, sorrisi, gesti, parole. Tutto ciò che rende l'uomo vivo agli occhi di un altro, tutto ciò che fa godere della presenza fisica, tangibile dell'altro e dell'espressione dei suoi sentimenti. È questa la mancanza che determina il dolore, ma non soltanto questa. Perché, se toccati da questo promemoria si riesce - in una qualche misura - a immedesimarsi nel dolore provato da chi sperimenta da vicino la perdita di una persona cara (specie se dopo lunghe o brevi malattie, catastrofi naturali, eventi improvvisi e inattesi) d'altro canto si prova dolore anche per il dolore di chi muore. Un dolore che si fa più o meno intenso in base all'età e alle circostanze in cui quel qualcuno muore. 
Il condolersi diventa così l'espressione di una solidarietà umana che traduce - in sintesi - non semplicemente o solamente una maggiore o minore sensibilità personale, ma quell'essere parte di una stessa, lunga, antica catena umana. Una catena in cui ogni anello condivide la stessa sorte, va incontro allo stesso enigma, al medesimo salto nel buio. È un enigma la morte vissuta da chi resta ed è un enigma la morte vissuta da chi muore. 
La fede non elimina del tutto questo enigma, perché l'uomo non riesce a comprendere pienamente il senso del dolore, il perché della morte; e così è chiamato sempre ad affidarsi come un cieco nelle mani di una guida sicura. In questa cecità nasce lo smarrimento, la sofferenza. Perché fidarsi ciecamente non è un concetto assimilabile razionalmente, ma può accadere solo se si uniscono mente e cuore, ragione e fede. Solo se si ama Colui che assicura un futuro dopo la sofferenza e la morte. Così dolersi con quelli che restano e dolersi per quelli che muoiono è una forma di solidarietà con chi è uomo come noi, chiamato al gioire e al soffrire, in quelle doglie del parto che coinvolgono tutta la creazione e tutti gli esseri umani in attesa della vita eterna (cfr. Rm 8,22). Il condolersi è una forma di compassione, a patto che non si trasformi in una semplice preoccupazione per il proprio futuro ("E se capitasse anche a me? - se perdessi anche io qualcuno allo stesso modo?"), a condizione che nasca come o si trasformi (anche o soltanto) in una misericordia concreta, una misericordia che si attua per mezzo della vicinanza a chi soffre, della preghiera per i vivi rimasti e per i morti che si affidano al Giudice Misericordioso per eccellenza. 
Se il condolersi è tutto questo, allora anche la parola condoglianze, che ne deriva, diventa la manifestazione sintetica di questa misericordia: ricordo davanti a Dio, affetto sincero, un abbraccio, uno sguardo, un silenzio, un incoraggiamento. Ed è in questa misericordia che l'uomo si avvicina realmente a un altro uomo, ma anche a Dio, perché «niente unisce maggiormente con Dio che un atto di misericordia»  [1]. 
Nel condolersi si vive quel che scrive san Paolo, nella sua lettera ai Romani «La carità non sia ipocrita; Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm 12, 9;15). La misericordia viene dal cuore per andare al cuore. Il dolore non può essere una fintiva: deve sgorgare dal di dentro della persona. Ma questa misericordia del dolore è anche - di fondo - una misericordia di speranza: «a partire dall’amore misericordioso con il quale Gesù ha espresso l’impegno di Dio, anche noi possiamo e dobbiamo corrispondere al suo amore con il nostro impegno. E questo soprattutto nelle situazioni di maggiore bisogno, dove c’è più sete di speranza» [2], situazioni come la morte, in cui la speranza delle speranze, quella contro ogni speranza, si fa strada: la vita non finisce con l'esistenza terrena che si chiude; la morte non disgiunge per sempre gli uni dagli altri. La morte non è soltanto dolore: è un passaggio, il passaggio alla nostra pasqua, al trionfo definitivo della misericordia divina sulla caducità umana, alla gioia eterna.

NOTE

[1] Francesco, Prima meditazione in occasione del Ritiro Spirituale guidato in occasione del Giubileo dei Sacerdoti, 2 giugno 2016.

[2] Francesco, Udienza Giubilare, 20 febbraio 2016.

domenica 3 gennaio 2016

Riflessioni sulla Parola


LA «PRE - POTENZA» DELL'AMORE
Un Dio che salva con la forza della debolezza

Nella Scrittura ricorrono molte volte termini quali «potenza» e «forza». Oltre che nel loro significato secondo l'uso comune, essi compaiono anche in un'altra accezione, per indicare qualcosa che è proprio di Dio, ma che va ben oltre l'uso della brutalità, della «prepotenza» intesa come prevaricazione sull'altro con egoismo e violenza.
Qual è, allora, la potenza di Dio? Si può dire che Egli sia pre-potente, secondo il significato originario del termine, cioè che intervenga - nella storia collettiva e personale - come Colui che è prima della forza intesa come egemonica e soverchiante?





POTENZA E PRE-POTENZA

Un Dio che si fa Bambino per amore, che assume la natura umana affinché gli uomini possano assumere quella divina, che si fa debole, affinché gli uomini si facciano forti, permette di spostare l'attenzione dalla potenza alla pre-potenza. Non alla prepotenza cui spesso si è automaticamente portati a pensare (la forza che genera sopruso, la brutalità egoistica), ma a ciò che viene prima della potenza. La pre-potenza, dunque.

Prepotente: una definizione semantica ed etimologica


Dal Dizionario Treccani on line:

prepotènte agg. [dal lat praepotens - entis, comp. di prae - «pre-» e potens -entis «potente»]

1. letter. ant. Molto potente, dotato di grande forza e potere, spec. in rapporto ad altri, quindi anche, talora, soverchiante o egemonico. 

2. Nell’uso com., detto di chi tende a imporsi a ogni costo sugli altri, a far prevalere il proprio punto di vista, la propria volontà, il proprio interesse, anche con atti di prevaricazione e di coercizione della volontà altrui. 

3. fig. 
a. Con riferimento a desiderî, bisogni, stimoli, sentimenti e sim., così forte e impellente da non poter essere trattenuto, frenato; irresistibile, insopprimibile: sentiva un p. desiderio di piangere e di sfogarsi; avere un p. bisogno di affetto, di calore umano. 

b. letter. Molto forte, violento, detto di elementi naturali, di agenti atmosferici, o anche d’altre manifestazioni: una luce p. invase la stanza quasi abbagliandomi; con p. squilli mi diedi ad avvertire la gente del mio passaggio (Panzini). 


Il vero - e più antico - significato della parola è diverso da quello che si tende a darle nell'uso comune. Prepotente, dunque, è qualcuno molto potente, ma non necessariamente un prevaricatore egoista e superbo.
D'altro canto, l'etimologia del vocabolo spinge a guardare ancora oltre le definizioni: prepotente è qualcuno che è «pre- potente», cioè prima della potenza, che agisce in modo da porsi prima, al di là, oltre, senza bisogno di esercitare la potenza per come la intende il mondo.


UN SALVATORE POTENTE

La Scrittura definisce Dio quale «Salvatore potente»:

«Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te
è un salvatore potente.
Gioirà per te,
ti rinnoverà con il suo amore,
esulterà per te con grida di gioia»
(Sof 3,17).

«Benedetto il Signore, Dio d'Israele,
perché ha visitato e redento il suo popolo,
e ha suscitato per noi un Salvatore potente
nella casa di Davide, suo servo,
come aveva detto
per bocca dei suoi santi profeti d'un tempo:
salvezza dai nostri nemici,
e dalle mani di quanti ci odiano.
Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri
e si è ricordato della sua santa alleanza,
del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre,
di concederci, liberati dalle mani dei nemici,
di servirlo senza timore, in santità e giustizia
al suo cospetto, per tutti i nostri giorni»
(Lc 1, 69-75).

Cristo è il «salvatore potente» che salva l'umanità peccatrice attraverso la sua apparente debolezza: quella di un Dio che si fa uomo, per vivere come tutti gli uomini, fino a morire crocifisso, esponendosi così alla derisione e alla pubblica infamia, oltre che alla sofferenza fisica. 
La modalità della salvezza che Egli offre è quella dell'amore. È l'amore, è la misericordia, la vera "potenza" di Dio, non la forza fisica umanamente intesa, la forza che si associa spesso al concetto di prevaricare sulla dignità altrui, di distruggere, di disfare; è l'amore che rende l'uomo pre-potente, ossia capace di agire prima della - potenza, al di là della brutalità (sia essa fisica, psicologica, verbale).
Che sia questo il tipo di pre-potenza scelto da Dio, lo conferma san Paolo, quando dice: «quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti» (1 Cor 1,27).
Con la sua pre-potenza d'amore, Dio ha riscattato gli uomini dalla prepotenza del male, del peccato, della concupiscenza... della morte.

L'amore è la vera forza

Nelle epistole paoline il concetto di «forza» ricorre frequentemente. Non in senso di forza fisica e prepotente secondo l'accezione comune, ma quale forza che viene da Dio, dalla sua grazia, dal suo amore. Una forza ben diversa da quella del mondo.
Scrivendo a Timoteo, infatti, così si esprime san Paolo: «Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo» (2 Tm 1, 7-8).
Dove si parla di «forza» di Dio, nell'originale greco si legge, in realtà: «soffri con (me) per il buon annuncio secondo (la) potenza di Dio» [1].
Anche di potenza di Dio parla Paolo, nella seconda lettura che viene proclamata nella IIa Domenica dopo Natale, Anno C:

«Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo  illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere  e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l'efficacia della sua forza e del suo vigore.
Egli la manifestò in Cristo,
quando lo risuscitò dai morti
e lo fece sedere alla sua destra nei cieli,
al di sopra di ogni Principato e Potenza,
al di sopra di ogni Forza e Dominazione
e di ogni nome che viene nominato
non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro.
Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi
e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose»
(Ef 1,1 7-22).

La manifestazione massima della potenza divina è la Risurrezione di Cristo: umanamente impossibile, possibile a Dio. Possibile per il sacrificio d'amore, perché la grazia vince il peccato, la vita sconfigge la morte. Il Risorto diventa così l'emblema della misericordia (dell'amore di Dio) che sbaraglia il peccato, nella maniera più assoluta, più totale e definitiva. 
È un concetto che ritorna anche nella visione escatologica dell'Apocalisse:

«Ora si è compiuta
la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio
e la potenza del suo Cristo,
perché è stato precipitato
l'accusatore dei nostri fratelli,
colui che li accusava davanti al nostro Dio
giorno e notte»
(Ap 12,10).

UN INVITO E UNA SPERANZA PER OGNI UOMO

«Dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora,
il regno dei cieli subisce violenza
e i violenti se ne impadroniscono»
(Mt 11,12).

Il Vangelo è molto più chiaro di quel che sembra, a una lettura solo superficiale. L'esegesi della pericope di Matteo ha dato luogo a varie interpretazioni, e una in particolare si ricollega al concetto di pre-potenza quale amore più forte della violenza. Anzi, di una violenza diversa da quella cui si è abituati a pensare. Il Vangelo ci parla di «quella che viene talora definita come “santa violenza” ed è praticata da coloro che sono “violenti” verso sé stessi: infatti, essi ingaggiano una dura battaglia ascetica contro i propri vizi e contro le seduzioni del male e, così, “s’impadroniscono” del regno di Dio. È, in pratica, la logica che Gesù aveva abbozzato nel Discorso della Montagna attraverso l’immagine "della porta stretta e della via augusta che conduce alla vita e che pochi riescono a trovare" (Matteo 7,13-14). La scelta del Vangelo non è agevole, esige coraggio e impegno, è come conquistare una cittadella attraverso un assedio paziente e resistente» [2]. 
Questa battaglia ascetica porta il discepolo di Gesù a essere capace di agire con sé stesso andando oltre la potenza negativa della concupiscenza e della tentazione (per amare se stessi), e il prossimo andando "oltre" la potenza intesa come forza, applicando il comandamento dell'amore verso l'altro, un amore che va esteso a tutti, anche ai nemici.
L'amore dimostra così, ancora una volta, tutta la sua capacità di essere la vera "potenza", la pre-potenza: qualcosa che è prima della forza egoistica, brutale, istintiva.
«Caritas Christi urget nos», «L'amore di Cristo ci spinge [3] al pensiero che uno morì per tutti e quindi tutti morirono; e morì per tutti affinché quelli che vivono non vivano più per sé stessi, ma per Colui che è morto e risuscitato per loro» (2 Cor 5, 14-15).
Questa certezza espressa da san Paolo diventa invito e speranza per ogni credente: non solo la potenza dell'amore di Cristo anima, possiede, spinge con forza, in maniera irresistibile (come nell'accezione 3a della parola prepotente, secondo la Treccani) il cristiano, diventando motore delle sue azioni, dei suoi pensieri, delle sue parole, ma essa diventa anche la salda speranza nella potenza d'amore divina che, così come ha risuscitato Cristo dai morti, allo stesso modo farà risorgere con lui e in lui anche gli uomini. 
Da qui la fiducia - e l'audacia - con cui il cristiano può dire:
«Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13).


NOTE

[1] Nuovo Testamento Interlineare, San Paolo, 2014, p. 1738.

[2] Gianfranco Ravasi, Il regno e la violenza, Famiglia Cristiana on line, 29 marzo 2012.

[3] La traduzione CEI 2008 della Bibbia riporta «l'amore del Cristo ci possiede»; «spinge» è il vocabolo greco nella versione originale dell'Epistola, come riportato nel Nuovo Testamento Interlineare, San Paolo, 2014, pp. 1496-1497. Le pericopi paoline sono state estrapolate dalla citata versione.

sabato 7 novembre 2015

LA SCALTREZZA COME VIRTÚ

Due parabole a confronto
Riflessioni sul Vangelo


Il brano evangelico della parabola dell'amministratore disonesto pone una serie di difficoltà interpretative: perché Gesù loda la scaltrezza dell'amministratore disonesto? Questo implica una lode anche alla sua persona, alle sue motivazioni, o vuole essere, al contrario un invito:
1) a riflettere sulla condizione del discepolo, servo chiamato ad amministrare i beni, le ricchezze divine;
2) a comprendere che, accanto a una scaltrezza come "disvalore", esiste anche una scaltrezza quale "virtù"?





«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: "Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare".
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. 
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. 
Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
________________


Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.

Non potete servire Dio e la ricchezza.

Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose 
e si facevano beffe di lui. 
Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».

(Lc 16,1-15) 





LA SCALTREZZA: DIFETTO O VIRTÙ?

Il brano lucano contenente la parabola dell'amministratore scaltro è uno di quei passi che lascia spesso perplessi gli ascoltatori. Gesù loda l'amministratore disonesto o la sua scaltrezza? Il Maestro vuole che i figli della luce imitino, in qualche modo, quel comportamento così "mondano"? Ma, allora, perché Cristo parla di «ricchezza disonesta» e «ricchezza vera»? Cosa vuol dire doversi fare degli amici che «accolgano nelle dimore eterne»? È contraddittorio il discorso su Dio e mammona?
Ovviamente, trattandosi di Parola di Dio, i paradossi servono semplicemente ad accentuare la valenza pedagogica di ciò che proprio Dio vuole comunicare e insegnare all'uomo.
Il nocciolo del brano è nei concetti di «scaltrezza/scaltro». Un'erronea comprensione di entrambi, o di uno di essi, penalizza una visione integrale ed "evangelica" del racconto -espediente utilizzato da Gesù, e sospinge a una rilettura confusa e contraddittoria dell'episodio. Se si vuole capire fino in fondo ciò che il Maestro vuole dire, non ci si può esimere da un'analisi semantica di quei due vocaboli sopra citati.
Il Dizionario Etimologico della Lingua Italiana dà questa definizione del vocabolo «scaltro»: «chi possiede avvedutezza, esperienza, unite a una certa malizia». La scaltrezza è dunque un mix, una sintesi di più elementi, tra i quali spiccano quelli positivi dell'accortezza e dell'esperienza, e quello - che forse fa sorgere più dubbi - della malizia.

Malizia o furbizia?

Il problema nasce dalla concezione comune che si tende ad avere del termine «scaltrezza». Generalmente lo si riferisce a persona che sa destreggiarsi nel mondo - e nei suoi affari - ricorrendo, per l'appunto, alla malizia negativa, "malvagia". Nell'opinione di massa, scaltro è chi tutela i propri affari, a scapito di quelli altrui, con egoismo o addirittura cattiveria. 
Per qualcun altro, la scaltrezza è propria di chi agisce con furbizia, non necessariamente negativa, ma da intendersi anche come astuzia, intelligenza, immediatezza.
In effetti, proprio il passaggio da malizia a furberia, può diventare una chiave di lettura del brano lucano.
Nel Vangelo di Luca, Gesù, con grande maestria, ci offre una duplice visione della scaltrezza: quella dell'amministratore disonesto e quella che poi Egli stesso tratteggerà. La prima corrisponde, senza dubbio, all'idea comune che si ha della scaltrezza: l'amministratore agisce scaltramente e maliziosamente per non finire sulla strada, una volta licenziato; nel farlo, condona parte dei debiti dovuti al suo padrone, non per bontà verso quei debitori, ma per attaccamento al proprio benessere; non facendo gli interessi del datore di lavoro - che sta danneggiando -, ma i propri.
Indubbiamente, quest'uomo sta operando (seppure per fini egoistici) con «avvedutezza» ed «esperienza», ma anche con una «malizia» "negativa", che lo porta a cercare di salvare se stesso, screditando (letteralmente!) un altro. In effetti, etimologicamente parlando, «malizia» deriva da «malitia,  derivato di malus», cioè «malvagio».
Il termine malizia, tuttavia, nella sua applicazione pratica, viene definito anche come «la conoscenza che ciascuno ha dei segreti della sua arte; gli utili espedienti che sono il frutto di una lunga pratica» (Enciclopedia Treccani). In tal senso, essa non è necessariamente, all'atto pratico, negativa, ma può assumere una sfumatura "positiva". 
Da qui una rilettura:
  • del vocabolo «scaltro», in accordo all'Enciclopedia Treccani: «Di persona, pronto e capace nel riconoscere e valutare quanto può tornare a proprio utile o a proprio danno; accorto e perspicace nel parlare e nell’agire»; 
  • e di quello di «scaltrezza»: «La qualità di chi è scaltro, fatta insieme di furberia, di accortezza e di sveltezza».
Solitamente si è portati a intendere negativamente anche la furbizia, la qualità tipica di chi è furbo, ossia «accorto nel fare il proprio tornaconto, nell’evitare di cadere in inganni e tranelli e nel cavarsela da situazioni imbrogliate o pericolose», ma, come si evince dal suo significato, il furbo non è necessariamente anche cattivo. Quando si parla di "tornaconto" - e sarà questo quello che cercherà di far capire Gesù - bisogna intendere anche il concetto di "fare il proprio bene", di "amare se stessi" (cfr. Lv 19,18; Mt 19,19), di evitarsi un male. Questo non implica, come in un'equazione, che il furbo sia anche uno che danneggia l'altro. Può semplicemente trattarsi di una persona che sa cavarsi dai guai, o evitarli, senza far male ad alcuno. Proprio secondo l'invito della Scrittura, che è «ama il prossimo tuo come te stesso».

«PRUDENTI COME I SERPENTI E SEMPLICI COME LE COLOMBE» (Mt 10,16)

Nel Vangelo di Matteo compare una frase di Gesù che si collega perfettamente a questa idea di furberia "sana": «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16). Il Maestro pone nuovamente i suoi interlocutori dinanzi a un paradosso. Così come la scaltrezza può rimandare alla malizia, che si ricollega al male, così la prudenza viene ricollegata al serpente, che è simbolo del male, del Maligno, come la stessa Scrittura sottolinea, a partire dalla Genesi. Il serpente, però, nel Libro dell'Esodo assume una connotazione diversa: il bastone di Mosè si trasforma in un serpente, davanti al quale il faraone fugge (cfr. Es 4,3); il serpente innalzato sull'asta di bronzo e che, guardato da quanti fossero stati morsi proprio da un serpente, sarebbe stato fonte di guarigione (cfr. Num 21,9). Sarà poi Gesù, di cui Mosè è prefigurazione, a inchioderà definitivamente il male alla Croce, annientandolo; la Croce diventerà allora strumento di salvezza per quanti «volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37). Gesù dimostra che è possibile trarre il bene anche dal e nonostante il male. Per questo può lodare l'amministratore disonesto, perché dal suo comportamento sbagliato, «i figli della luce» possano imparare a convertire la scaltrezza "maliziosa" in scaltrezza "santa", perché possano passare dalla scaltrezza come disvalore, a quella che è virtù. Dalla scaltrezza fondata sulla malizia negativa, a quella sulla furbizia positiva. 

La scaltrezza come disvalore e la scaltrezza come virtù

La scaltrezza intesa alla maniera di come l'intende l'amministratore disonesto è certamente un disvalore, contrario all'insegnamento del Vangelo. 
Ma quella di cui parla Gesù assume la connotazione di una virtù, di così grande importanza che Egli la ritiene importante per assicurare, all'uomo, un posto nelle «dimore eterne».
«Può la scaltrezza esser considerata una virtù? Così come l'intelligenza e altri doni naturali, essa può esser utilizzata per il bene o per il male. È propriamente una virtù quando esercitata disinteressatamente per, ad esempio, aiutare il prossimo in condizioni di necessità, o agire con maggior efficacia nell'opera evangelizzatrice della Chiesa, avendo come fine la salvezza delle anime e la gloria di Dio.
Di essa tratta San Tommaso come parte integrante della virtù cardinale della prudenza, ossia, della virtù per la quale l'uomo impiega i mezzi adeguati per raggiungere il fine santo cui mira. La solerzia, insegna il Dottor Angelico, è "la congettura rapida e facile rispetto ai mezzi". E padre Royo Marín, grande discepolo e confratello dell'Aquinate, così la definisce: "Sagacità (chiamata anche solerzia, eustochia), è la prestezza di spirito per risolvere da soli i casi urgenti, per i quali non è possibile fermarsi per chiedere consiglio".
La parola latina solertia, impiegata dal Dottore Angelico nella Somma Teologica, è comunemente tradotta anche con sagacità, perspicacia, arguzia; questi tre vocaboli, però, si riferiscono più a una qualità speculativa: l'acutezza di spirito. La scaltrezza o solerzia indica qualcosa di più pratico: la capacità con un colpo d'occhio, di capire la situazione, prendere la decisione e passare all'azione.
Il Divino Maestro ci ordina di metterla in pratica. "Siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe" (Mt 10, 16). Con queste parole, Egli ci raccomanda: siate innocenti, sì, ma anche astuti!
Infatti l'innocenza senza astuzia può tradursi in stupidità.
Tuttavia, Cristo ci stimola non solo con parole, ma anche con l'esempio(Lc 20, 1-8). Così, Lui stava un giorno insegnando nel Tempio quando i principi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani Lo interpellarono:
– Con che diritto fai queste cose?
Avrebbe ben potuto il Figlio di Dio replicare che lo faceva per autorità propria. Ma preferì agire in modo differente. Forse, tra gli altri motivi, per darci una lezione di solerzia.
– Anch'io vi farò una domanda: il battesimo di Giovanni era del Cielo o degli uomini?
Domanda imbarazzante. Se avessero affermato che era "del Cielo", avrebbero ricevuto lo scacco matto: "Perché, allora, non avete creduto in lui?". Se avessero risposto "degli uomini", avrebbero corso il serio rischio di essere lapidati dal popolo. Dopo una breve confabulazione, si videro costretti a cedere:
– Non sappiamo.
– Ebbene non vi dirò con che diritto faccio queste cose – replicò ancora una volta Gesù.
Costretti a riconoscere la loro sconfitta, i nemici del Salvatore cambiarono tattica: mirando ad accusarLo davanti al governatore romano, pagarono delle spie per osservarLo e tenderGli una trappola. Questi lo avvicinarono, fingendosi uomini dabbene, e Gli rivolsero la capziosa domanda: – Dicci, Maestro, è permesso o no pagare le tasse a Cesare?
– Da' a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio – rispose loro Gesù. Replica così efficace che l'Evangelista concluse la narrazione dell'episodio con una semplice osservazione: "Così non hanno potuto sorprender? Lo in nessuna delle sue parole davanti al popolo. Al contrario, stupiti per la sua risposta, dovettero tacere" (Lc 20, 26). Ossia, in termini più popolari, tappò loro la bocca.
Dandoci questi esempi, il Divino Maestro ci invita a imitarLo» [1].

DUE PARABOLE A CONFRONTO.
UNA SANTA SCALTREZZA?

È interessante notare che il discorso di Gesù sulla ricchezza si fondi per intero su elementi specularmente contraddittori: disonesta/vera; altrui/vostra.
In questi termini il Maestro inserisce la spiegazione della parabola, che però, avviene con un linguaggio ancora "parabolico", misterioso, di difficile interpretazione. Un'idea di fondo, tuttavia, la si può trarre, partendo proprio dalla figura dell'amministratore, e ponendola in rapporto a quella di un' altra parabola, quella dei «servi che vegliano» (Lc 12, 33-48). La parabola, anche in questo caso, è idealmente strutturata di due parti: il racconto pedagogico e poi la sua spiegazione; anche qui, come nella parabola dell'amministratore disonesto, Gesù ricorre a una spiegazione criptica, ermetica.



«"Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro!  Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo". 

«Allora Pietro disse: "Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?". Il Signore rispose: "Chi è dunque l'amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: 'Il mio padrone tarda a venire' e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l'aspetta e a un'ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. 
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più"».

 (Lc 12, 41-48)


Ponendo a confronto le due parabole, in un certo senso, si chiarifica il significato di quella dell'amministratore disonesto, che, non a caso, anche cronologicamente si colloca successivamente, all'interno del Vangelo di Luca.
Nell'amministratore è chiamato a identificarsi ogni discepolo (sebbene l'interpretazione per eccellenza sia quella che lo rapporta alla figura sacerdotale), a cui Dio affida una parte della sua ricchezza, per amministrarla, distribuirla e farla così fruttificare. L'amministratore è un «servo» e non amministra una ricchezza propria, ma i beni di un "Altro". Ecco il perché della dicotomia ricchezza altrui/vostra, nel capitolo 16 di Luca.
Appare paradossale, a prima vista, l'invito che Gesù rivolge all'inizio della parabola dei «servi che vegliano»: «vendete ciò che possedete e datelo in elemosina, fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli».
La contraddizione nasce dal fatto che - lo dice Gesù stesso - l'amministratore (il servo) non dispone di ricchezze personali, ma di quelle del suo padrone. La chiave di comprensione del tutto è allora la misericordia: dare in elemosina, vendere ciò che si è ricevuto, per colmare una miseria altrui, soddisfa l'incarico affidato dal padrone all'amministratore, di «dare la razione di cibo a tempo è equivalente alla donazione totale dell'io, sull'esempio di Cristo, nella sua donazione totale, fino alla Croce.
Dare chinandosi sulle miserie altrui (la parola "elemosina" rimanda infatti a un'opera di misericordia) è un condonare ben diverso da quello che opera l'amministratore disonesto, che agisce per egoismo, non per bontà e neanche per compassione.
Naturalmente, dare in elemosina ciò che si sta gestendo, ma che appartiene a un altro, tecnicamente, è commettere un "illecito". E tuttavia, Gesù, dice che il servo che agirà così, guadagnerà un tesoro sicuro nei cieli. Potrebbe essere questa, allora, la ricchezza "disonesta" di cui parla Gesù, quella che farà trovare amici, che accoglieranno nelle dimore eterne?Quella che renderà possibile ricevere la ricchezza vera, nel Regno celeste, dove il padrone stesso passerà a servire i suoi servi? La misericordia, la generosità, la compassione sono allora, metaforicamente parlando, una sorta di "santa scaltrezza", sulla scorta di quanto Gesù dice: «Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Lc 6, 38)?
Le due parabole lucane centrate sulla figura dell'amministratore, poste a confronto, fanno così emergere una duplice idea di «ricchezza disonesta»: la ricchezza "realmente" disonesta che conduce alla morte, perché frutto di ingiustizia, e che ci si procura a danno degli altri, senza bontà e senza compassione; la ricchezza "fintamente" disonesta che è invece quella di chi dona largamente ai poveri, con cuore sincero, generoso e misericordioso; quella di chi condivide i talenti ricevuti, per arricchirne anche gli altri, sulla scorta dell'esempio di Cristo, che da ricco si è fatto povero, per arricchire l'uomo, «per mezzo della sua povertà». (cfr. 2 Cor 8,9)


[1] Don Francisco Teixeira de Araújo, EP, La virtù della scaltrezza, Sito degli Araldi del Vangelo


giovedì 13 agosto 2015

PERDONARE SEMPRE

Settanta volte sette
- Commento al Vangelo di oggi -



"Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette."
Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano.

(Mt 18, 21-22; 19,1)



Il Vangelo di oggi (da cui ho estrapolato solo qualche pericope) ci spinge quasi con "violenza" sul tema del perdono. Con violenza, sì, perché Gesù vuole scardinare i perbenismi e le fintive dell'animo umano...
Con violenza, perché perdonare implica il vincere i sentimenti impulsivi del cuore, per fare spazio all'amore di Dio.

SETTE VOLTE?
Il sette, nella Bibbia, è il numero della perfezione. In un certo senso Pietro sta allora già facendo un discorso "santamente sensato": se qualcuno sbaglia verso un fratello, l'errante va perdonato fino in fondo. 
Il perdono è qualcosa che non ammette mezze misure. O si perdona veramente, totalmente, con cuore "riconciliato", o non si perdona affatto, perché il finto perdono è pura ipocrisia, è menzogna davanti agli uomini, nel proprio io e nei confronti di Dio.
Ma...

L'UOMO E' IN GRADO DI MISURARE LA PROPRIA CAPACITA' DI PERDONARE?
La risposta di Gesù sembra dirci di no.
O meglio, forse l'uomo è in grado si farlo solo in "astratto", giudicando casi ipotetici o guardando con occhio critico le vicende altrui.
Cosa accade, invece, quando ad essere "coinvolto" dall'esperienza della difficoltà di perdonare è ciascuno di noi?
Può accadere che quella misura astrattamente "infinita" - perfetta - del perdonare si dissolva, e che, per questo, ci si senta giunti "al limite" della sopportazione, all'estremo della capacità di passare sopra le offese e di tendere la mano al prossimo che ci ha fatto un qualche torto, più o meno grave.

DAL SETTE AL SETTANTA
Il passaggio numerico vuole comunicarci questo: per perdonare non bisogna mai pensare di aver fatto "il massimo". Le circostanze, l'amor proprio, l'egoismo, la concupiscenza, i sentimenti anche non voluti (ma reali) di astio, le ferite per i danni cagionatici da qualcuno, potrebbero annebbiare la nostra capacità di "calcolare" il massimo del perdono di cui siamo capaci.
Il rischio è allora di bloccarsi, di impelagarsi in un facile "non ce la faccio", "non posso".
Gesù ci dice: andate oltre. Superatevi.
E' possibile farlo solo pensando di non essere mai arrivati al limite.
Possiamo perdonare sempre di più. 
E' quello che ci ha dimostrato Lui.

"PERDONA LORO PERCHE' NON SANNO QUELLO CHE FANNO"... (Lc 23,24)
Tra le ultime parole di Gesù sulla Croce, troviamo quelle sul perdono.
C'è qui un parallelo con il Vangelo odierno, in cui si legge che, prima di lasciare la Galilea, Gesù termino i discorsi sul perdono.
Così, il Cristo Crocifisso, prima di lasciare la terra, volle concludere il suo grande discorso sul perdono, invocandolo per i Suoi crocifissori, per il ladrone pentito, per tutta l'umanità.

COSA SAREBBE UN CRISTIANESIMO SENZA PERDONO?
Potremmo amare senza perdonare?
L'essenza dell'Amore è amare misericordiosamente. Nessuna creatura sarebbe degna delle attenzioni divine. 
La vita delle stesse creature, se la guardiamo a fondo e con disincanto positivo, è un continuo riconciliarsi: gli amici si "perdonano" per le lievi o grandi incomprensioni; gli sposi si perdonano per i piccoli, inevitabili diverbi; i genitori perdonano i figli per le loro marachelle; i figli perdonano i genitori per quei quasi imprescindibili "errori" educativi che cammin facendo si compiono....
Chi è senza peccato, scagli la prima pietra (cfr. Gv 8,7)! 

Tutti siamo stati avvolti dal perdono di Dio e continuamente ne abbiamo bisogno; ciascuno vive la dimensione dell'amore umano come perdono donato e ricevuto, perché la perfetta integrazione delle creature in Dio avrà luogo solo in Paradiso.

Il perdono, dunque, non è una diminuizione, ma un accrescimento.
Per-donare, in cui quel "per", etimologicamente, indica un "compimento": sulla Croce tutto è compiuto. Sulla Croce il perdono "settanta volte sette" ha raggiunto quelle proporzioni divine che Dio stesso mette alla "portata" di tutti.
Dalla Croce dobbiamo ricavare la possibilità di perdonare oltre ogni nostra possibilità.
Il perdono non ha limiti.
Dio ce lo ha dimostrato.