lunedì 3 aprile 2023

Pensieri per lo spirito

 OGNI UOMO È UN'ISOLA?

Riflessioni sul Lunedì Santo (anno A)




Frammento di sarcofago con Cristo e gli Evangelisti su una nave (325-350 c.), Roma, Musei Vaticani
L’opera si ricollega alle frequenti raffigurazioni marine tipiche dell’arte antico greco-romana, 
ampiamente usate in chiave cristiana per decorare i sarcofagi. Il nocchiero è Cristo e sulla destra si 
intravede ciò che rimane del basamento di un faro - Fonte: VisitItaly
 

«E le isole attendono il suo insegnamento». 
(Is 42,4)




È parola di terra e di acqua, di solitudine e di socialità, l’isola. Parola di paradiso e d’inferno, di riposo e di noia, di disperazione e di speranza. È parola, anche, di attesa, nell’evocazione (probabilmente nata per imprinting letterario) che essa esercita su di noi: di quanti naufragi raccontano le pagine dei grandi scrittori: deviazioni di percorso in cui si aspetta, nello sperduto punto verde in mezzo alle acque, che giunga finalmente qualcuno a salvare i dispersi.
Perché il mare che avvolge la terra isolata la inghiotte, e non ne può saziare la sete. Perché la solitudine del naufragio non ci colma la vita. Perché – come filo conduttore di questa Settimana Santa – anche il Lunedì ci ricorda che “nessuno si salva da solo”. L’isola è metafora del nostro cammino, dei nostri inizi, delle nostre cadute in cui ci isoliamo nelle nostre incoerenze, nelle nostre fragilità, nelle nostre incomprensioni, nelle false sazietà del mondo, e ci lasciamo circondare dal mare che ci toglie relazioni con gli altri, ma, soprattutto “la” relazione con l’Altro.
Sempre, allora, attendiamo che “altro” dal mare arrivi, mentre continuiamo a sventolare la bandiera bianca che segnala la nostra presenza; sempre aspettiamo che giunga qualcuno a portarci quell’acqua viva che, sola, veramente disseta per la vita eterna. L’isola può ricordare, ma per un attimo soltanto, il paradiso: lussureggiante, incontaminata, incastonata nel mare di zaffiro. Ma, alla lunga, questo brandello di terra si fa isolamento, luogo di reclusione forzata dove ci si imbruttisce nel prosciugarsi di ogni contatto umano, e su cui nulla rimane per sopravvivere, per vivere veramente. Se inizialmente cerchiamo l’isola come Eden perduto alla fine attendiamo, a volte anche senza saperlo consapevolmente, che giunga l’Unico veramente capace di far «uscire dal carcere i prigionieri, / dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre» (Is 42,7): è Colui che salva Lazzaro dall’isola cupa della morte fisica, ma perché Lazzaro si lascia salvare, perché Lazzaro non si è mai separato dal Cristo, nello spirito; è Colui che, ancora una volta, vorrebbe salvare anche Giuda, ma Giuda (e ci fermiamo al dato del Vangelo senza tracciare speculazioni sul “dopo”) rimane sempre, anche in questo brano odierno, l’uno dei suoi discepoli che decide di fare da sé, di vivere sulla propria isola di ideali politico-religiosi e di interessi economici.
«Nessun uomo è un’isola» (John Donne), ma, si potrebbe dire, solo nel momento in cui comprende che tutti abbiamo la tendenza, per motivi e in circostanze differenti, a farci proprio ciò che non siamo, a trasformarci in isole. A noi decidere se permettere a Cristo di camminare sulle acque per venirci incontro e salvarci, o rimanere inghiottiti nell’isolamento del mare, dove la vita, nell’apparente del rigoglio della natura, si estirpa in noi per orgoglio, per superbia, per cecità del cuore.

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