domenica 2 aprile 2023

Pensieri per lo spirito

OBBEDIENZA E RIBELLIONE

Riflessioni sulla Domenica delle Palme (anno A)




L’ingresso di Gesù a Gerusalemme nel Ms. Yates Thompson 15 (Francia, 1300 c.) f.17v
custodito presso la British Library di Londra - Fonte: British Library di Londra


«Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: “Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me”». 
(Mt 21, 1-2)





Mandare è verbo di movimento, di azione, ma, soprattutto è verbo di fiducia. Mandare, da man(um) – dare, ossia «dare la mano». Parola di consegna, di affidamento totale.
Gesù, nel disporre ogni cosa per il suo ingresso trionfale a Gerusalemme, non fa tutto da solo. Delega, dispone che altri facciano per lui, che partecipino alla sua opera. Sono sempre a due a due, come fin dall’inizio essi erano stati “mandati”: perché la sequela non è mai solo un fatto privato, ma sempre mio e dell’altro che mi è accanto; perché il mio compagno di viaggio è colui che mi sostiene, mi sprona, mi incoraggia, mi dà l’esempio; perché l’altro è il simbolo vivente del fatto che “nessuno si salva da solo”.
 A due a due, non di più, perché in troppi si rischia la dispersione, l’ascolto di tante voci disparate che possono farci smarrire; perché il cuore ha bisogno di trovare un rifugio sicuro in qualcuno di cui potersi veramente fidare, nell’intimità di una vicinanza più stretta. Anche stavolta, dunque, Gesù “manda”, mettendo qualcosa di sé nelle mani degli altri, dei propri discepoli, esattamente come farà più avanti, per la preparazione dell’Ultima Cena (è in particolare la versione di Marco a sottolineare la dimensione della dualità dell’invio).
Niente, della vita di Cristo, è soltanto e semplicemente suo: tutto è anche di chi lo segue; tutto viene consegnato, compartecipato, condiviso. Non si tratta, come potrebbe apparire a una prima lettura un po’ superficiale, di un semplice “comandare”. Gesù non è il re che impartisce ordini per dimostrare la propria superiorità e tenere al loro posto i propri subordinati. Non cavalcherà, infatti, il cavallo (nel nostro ideale umano associato a principi e sovrani), ma la ben più modesta asina, secondo l’oracolo del profeta Zaccaria sul re umile, vittorioso, giusto, che giunge in groppa proprio a un’asina (Zc 9,9-10).
Il mandare di Gesù è il desiderio di ricreare l’alleanza Uomo-Dio spezzata dal peccato; è il riflesso della mentalità trinitaria impastata di comunione; è il segno della totale scommessa di Dio sull’essere umano, che Egli reputa capace di poter rispondere alla domanda di verità, di giustizia, di amore, alla sua missione di pace. Il mandare di Gesù è l’espressione della consegna di un compito ben preciso, che in questa vita ciascuno di noi riceve, e di cui – per previdenza divina fin dalle pagine della Genesi – non siamo depositari nella solitudine, ma nella preziosa alleanza della compagnia, dell’amicizia di un altro con cui condividere la stessa missione di grazia. In due, forse, è più facile rimanere saldi al compito ricevuto, custodire quel dono che Dio ha deposto fra le nostre mani. Da soli si rischia di non avere più nessuno che ci apra gli occhi sul buio che ci attraversa l’animo, e di passare dall’obbedienza come risposta al dono alla ribellione come incomprensione del progetto divino.
Anche Giuda sarà stato mandato “a due a due” nella sua esperienza di discepolato. Ma a un certo punto avrà deciso di camminare da solo: «Uno di voi mi tradirà» (Mt 26,21). È questo, forse, il suo errore più grande, il rifiuto di Dio e il rifiuto dell’uomo come rifiuto dell’altro che si vede – erroneamente – come una condanna, un intralcio ai propri piani.
Ma nel rinnovamento di tutte le cose che Gesù viene a portare, l’altro non deve essere più chi mi blocca o mi trascina al peccato, ma lo specchio capace di riflettere la mia luce e anche la mia oscurità, per aprirmi gli occhi quando la mia cecità sta per farmi cadere.
Luce del mondo, lampada sul candelabro, aiuto simile a me, perché con me condivida i dubbi, le paure, le tentazioni, e mi aiuti a superarle, nella certezza che il dono ricevuto non viene da noi, semplici e povere creature, ma da Uno più grande, quell’Uno in Tre che di affidamento, obbedienza, umiltà e luce ben se ne intende, molto più di noi.

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