sabato 25 luglio 2020

Pensieri per lo spirito

IL TESORO NELLA MATRIOSKA
Riflessioni sul Vangelo della XVII Domenica del T.O.






«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». 
(Mt 13,44-52)




Campo, mercato, mare, casa: Gesù sembra dare delle precise coordinate "spaziali" che definiscano l'area in cui si trova il "Regno". Ma si tratti di "luoghi" che diventano metafora di un concetto che anche altrove il Maestro ribadisce: il Regno di Dio è in mezzo a noi, dovunque noi siamo. È nelle nostre realtà, quelle che quotidianamente abitiamo, nelle realtà concrete che ci ospitano. Gesù usa parole che parlano il linguaggio del nostro mondo reale, delle situazioni che conosciamo, dei terreni che abitiamo. Campo, mercato, mare, casa. Realtà che parlano un linguaggio a noi ben noto, il linguaggio della vita che si dipana nella crescita del seme, nello scambio che è di commercio e di culture, nelle acque che sono fonte di vita e spazio del viaggio, nella casa che è l'ambito degli affetti, della sicurezza, del riposo, della gioia.
Sembra tutto quasi organizzato come in una matrioska: il Regno è nel mondo, passa attraverso le diverse situazioni in cui noi lo "abitiamo" e così – per analogia ed estensione – si può concludere dicendo che, come il tesoro sta nel campo e la rete raccoglie i pesci solo quando è gettata nel mare, così il Regno è nella nostra anima che è nostro più intimo terreno, luogo in cui "trattare" con noi stessi per compiere il bene, mare in cui il supremo Pescatore getta la rete per raccogliere pesci buoni...
Scegliendo di incarnarsi, Gesù non ha fatto che mostrare realmente come il Cielo e la Terra siano profondamente legati; quanto questo mondo transitorio e quello futuro ed eterno siano interconnessi; come la realtà spirituale e quella materiale non siano in contrapposizione, a meno che noi non li facciamo entrare in conflitto. Il mondo e noi stessi conteniamo già il Regno, ma esso è nascosto, sepolto sotto molte cose: il male che impedisce di vederlo, gli egoismi, le difficoltà, le distrazioni...
Se sappiamo cercare e "comprare" il campo che contiene il tesoro, se sapremo ciò "padroneggiarlo" per quello che ha di buono, senza puntare a ciò che in esso e negativo e senza farci dominare da esso, allora potremo portare quel tesoro – il Regno – dovunque noi andremo e in questo modo potremo attuare la vera "rivoluzione" che ogni cristiano dovrebbe realizzare: quella di vivere da veri figli di Dio, da "buoni pesci" che alla fine saranno riconosciuti tali per aver operato animati dall'amore di Dio. Perché l'amore è quel tesoro che non si esaurisce mai, da cui si possono trarre sempre cose nuove, in cui non ci si può stancare, annoiare, perdersi... perché «l’amore» – come dice papa Francesco – «per sua natura è creativo», e, fa eco san Paolo, «la carità non avrà mai fine» (1Cor 13,8).

sabato 18 luglio 2020

Pensieri per lo Spirito

COME CRISALIDI
IN ATTESA DI DIVENTARE FARFALLE
Riflessioni sul Vangelo della XVI Domenica del T.O.





 In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo:
«Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme
nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, 
seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. 
Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. 
Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: 
“Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? 
Da dove viene la zizzania?”. 
Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. 
E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. 
No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, 
con essa sradichiate anche il grano. 
Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura 
e al momento della mietitura dirò ai mietitori: 
Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; 
il grano invece riponètelo nel mio granaio”». 
(Mt 13,24-30)

Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli 
è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto,
è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, 
tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
(Mt 13,31-32)




La parabola del grano e della zizzania di primo acchito può trarre in inganno, facendoci sembrare che Gesù sia semplicemente preoccupato di salvaguardare il grano buono... ma una lettura più approfondita di questi versetti fa invece risaltare la grande misericordia di Dio anche e proprio nei confronti di quella che al momento presente sembra la zizzania del campo! Dio, infatti, non fa nulla anzitempo, ma lascia a ogni uomo la possibilità di "portare frutto", perché Egli è il pastore che va in cerca della pecora malata, dispersa, perduta... lasciando intanto le altre 99 «nel deserto» (Lc 15,4), finché, «pieno di gioia» non ritorna anche con la pecora smarrita, caricata sulle proprie spalle.
Si potrebbe tracciare un parallelo fra la parabola del grano e della zizzania e altre due, narrate sempre da Matteo. La prima è quella del padre che aveva due figli, raccontata in 21,28-31. I due figli vengono mandati entrambi dal padre a lavorare nella vigna di famiglia. Il primo risponde subito di sì, presentandosi agli occhi del genitore come il "buono" della situazione... perché l'altro dice invece senza mezzi termini che lui invece no, non sarebbe andato a lavorare! Com'è diversa a volte, però, la realtà, rispetto alle parole! Il primo dei due figli, rimangiando quanto detto poco prima, non mette piede nella vigna; il secondo, al contrario, rimangia anch'egli le proprie parole, ma per agire meglio rispetto a come aveva pensato di fare, e va a lavorare, diventando, di fatto, il vero "buono" della situazione. 
Se il padre della parabola avesse dovuto giudicare i due figli solo sulla base delle loro risposte, dando al migliore "un premio", certamente avrebbe fallito. Sarebbe stato tratto in inganno da una parola non corrispondente ai fatti. Dio però non è un padre di questo tipo, perché non ricompensa chi solamente dice «Signore, Signore» (Mt 7,21), ma chi fa veramente la sua volontà. 
Nel narrare la parabola dei due figli, Gesù non si addentra nella storia di quella famiglia, non si sofferma sul comportamento dei due figli fino a quel momento. Forse uno era sempre sembrato educato e obbediente e l'altro no... un po' come nella parabola del Figlio prodigo (Lc 15,11-32); ma a volte le apparenze ingannano, e nella vita lo si sperimenta molte volte: alcuni agiscono indossando una maschera di bell'aspetto, mentre dentro sono come i sepolcri imbiancati di cui parla Gesù (Cfr Mt 23,27); altre volte qualche persona buona si "perde per strada", deviando dalla via del bene a seguito di imprevisti, disgrazie, o per pigrizia che impedisce di coltivare una vera via di preghiera umile. Altre volte ancora... qualche pecora nera si tramuta in pecora bianca: è il mistero della conversione!
Sradicare la zizzania quando ancora il grano non ha portato frutto significa potenzialmente mozzare la libertà degli uomini: quella di continuare a essere grano buono; di diventare o mostrarsi zizzania; quella di convertirsi, passando dall'essere l'erba cattiva all'essere l'erba buona.
Sradicare la zizzania quando ancora il grano non ha portato frutto significa poter sbagliare nel dare "il premio": ecco che la parabola del grano e della zizzania si lega anche a quella narrata in Matteo 20,1-16. Solo alla fine della giornata il padrone della vigna pagherà gli operai chiamati a giornata, e a tutti, anche a quelli dell'ultima ora, darà la stessa ricompensa, perché si tratta di un padrone buono, che fa delle sue cose secondo il suo volere, che è un volere di bontà, di amore, di misericordia.
Noi siamo il grano e siamo la zizzania. Il tempo della nostra vita è un tempo di lotta continua, e fino alla fine siamo chiamati a dire il nostro sì... da questo dipende cosa saremo alla fine, cosa saremo "definitivamente", se grano o zizzania: felici eternamente con Dio o eternamente disperati senza di Lui.
Ed è confortante sapere che Dio ci ama e ci dona tutto il tempo necessario per scegliere cosa diventare, in cosa trasformarci momento dopo momento, rialzandoci anche dopo le inevitabili cadute. Se dunque Dio agisce così, anche i suoi figli sono chiamati a "sospendere il giudizio definitivo" su ogni creatura. Così, se da un lato a volte siamo spinti a giudicare delle azioni che sono palesemente e inequivocabilmente non buone, dall'altro dobbiamo anche lasciare aperti degli spiragli di cambiamento agli altri, pensando che tutti noi siamo come crisalidi potenzialmente in attesa di diventare delle farfalle; 
sapendo che la conversione è sempre possibile, per via di quel famoso «punto accessibile al bene» di cui parlava don Bosco, e che è presente in ogni essere umano. Quel punto che è piccolo come un seme, un seme da cui può nascere grano buono, un seme da cui può spuntare e crescere il regno di Dio... un grande albero da un piccolo seme. 

lunedì 13 aprile 2020

Pensieri per lo spirito

EMMAUS 4.0
Viandanti in cerca di Dio al tempo della pandemia



James Tissot, I pellegrini di Emmaus in cammino (XIX sec.)




«Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» (Lc 24,29). 
La pagina lucana sull’incontro dei discepoli di Emmaus col Risorto è animata dal sapore del bisogno e del desiderio. Quel desiderio che si percepisce più forte nella solitudine. «Resta con noi»: un invito rivolto al forestiero non solo come preoccupazione per l’altro, non semplicemente perché non prosegua il viaggio nel buio che sopraggiunge, ma perché qualcosa, nel cuore dei due discepoli viandanti, fa percepire loro la necessità del rimanere insieme, dello stare con quel personaggio misterioso proprio nel momento in cui incalza l’incertezza del giorno che si trasforma in oscurità, della luce che lascia spazio alle tenebre, a quella notte – biblicamente simbolo della morte e del peccato – che sta per arrivare. 


Una parola che arriva dritta al cuore

Non lo capiscono adesso, i due senza nome, di avere un bisogno più forte della loro comprensione razionale, ma lo capiranno dopo, ricordando che il loro cuore ardeva nell'ascolto e nella compagnia di quell'uomo che si era rivelato infine come il Cristo. 
Ecco, il segreto di Emmaus è forse proprio questo, quel segreto che rende ancora oggi questa pagina una delle più belle di tutta la Scrittura: l’uomo ha bisogno di Dio, ma è spesso un bisogno così inconscio, ma anche così connaturale all'essenza stessa del Creatura verso il suo Creatore, che in qualche modo tutti cercano di colmare questo desiderio, questa “fame” ancestrale e infinita. A volte gettandosi su bellezze ingannevoli, come sant'Agostino ben esprimerà descrivendo il proprio tumultuoso percorso spirituale: «Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te» (Agostino, Le confessioni, X, 27,38). 
Ma nelle parole di Agostino c’è già una sottolineatura che ci riporta al centro del brano di Luca: io ti cercavo “fuori” – dice il santo – mentre tu eri “dentro” di me. E anche i discepoli di Emmaus avevano sentito qualcosa proprio “dentro” di loro, nel loro cuore, che ardeva nel petto mentre lo straniero – Cristo – parlava con essi, spiegando le Scritture. «Mi hai chiamasti» – prosegue Agostino, – «e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace» (Ibidem). Se i discepoli di Emmaus avessero ascoltato prima il richiamo del cuore, avrebbero aperto anche prima i loro occhi. E tuttavia, proprio la loro iniziale cecità, e la loro ammissione a posteriori su ciò che “sentivano”, fa comprendere che c’è veramente, come recentemente ha detto il Papa, una sorta di “fiuto” per riconoscere in qualche modo la presenza del Signore anche senza averne piena consapevolezza. «Il popolo che segue Gesù lo ascolta - non se ne accorge del tanto tempo che passa ascoltandolo, perché la Parola di Gesù entra nel cuore […]. Il popolo di Dio segue Gesù … non sa spiegare perché, ma lo segue e arriva al cuore, e non si stanca […]. Il popolo di Dio ha una grazia grande: il fiuto. Il fiuto di sapere dove c’è lo Spirito. È peccatore, come noi: è peccatore. Ma ha quel fiuto di conoscere le strade della salvezza» (Meditazione nella cappella Santa Marta, 28 marzo 2020). 


Emmaus al tempo del Coronavirus 

 In questo tempo di pandemia, i credenti, come i discepoli di Emmaus, continuano a ripetere al Signore: «Resta con noi». Resta con noi, Signore, perché si fa notte nell’impatto violento contro l’idea della morte che potrebbe coglierci per qualcosa fino a ora di sconosciuto, giovani e anziani, ricchi e poveri… senza distinzioni. Resta con noi, perché sopraggiunge la notte nel dolore della perdita dei nostri cari, che non possiamo neanche sfiorare con un dito per accompagnarli in questo difficile passaggio dalla terra al Cielo; resta con noi, perché brancoliamo nel buio di un male ignoto che rende incerto il nostro futuro, interroga la scienza, spiazza programmi, sconquassa i sistemi politici, devasta le sicurezze economiche e affettive. Resta con noi, perché viene la notte in cui ci rendiamo conto di non aver compreso, fino a ora, la nostra fragilità, la nostra pochezza dinanzi a un mondo ben più complesso di noi e che credevamo tuttavia di poter controllare, senza ricordarci che di questo stesso mondo noi siamo custodi e non dispotici proprietari e sfruttatori. 
Ecco allora che, come i “viandanti” di Emmaus, la nostra stessa coscienza (in cui anche Dio ci parla) sembra dirci: «Stolti e lenti di cuore» (Lc 24,25), perché non abbiamo compreso il ruolo che il Creatore aveva affidato all’uomo nel consegnarli le “chiavi” di questo pianeta; perché ci siamo creduti onnipotenti e capaci di bastare a noi stessi nella soddisfazione egoistica di ogni nostro desiderio, mentre la pandemia ci mette davanti agli occhi una grande verità, troppo spesso dimenticata: nessuno si salva da solo. 
Anche noi, dunque, siamo in cammino, con compagni di viaggio proprio come i due discepoli di Emmaus che percorrevano assieme la strada verso un villaggio distante. E il senso di questo camminare a due a due – che diventa cura, attenzione, comprensione, sostegno dell’uno verso l’altro – si declina concretamente in mille sfaccettature che passano dal rispetto delle leggi (soprattutto in questo momento, ricordando anche quanto diceva don Bosco: «Buoni cristiani e onesti cittadini») che ci consentono di aiutare anche chi è lontano da noi (oltre a noi stessi), al fare “chiesa domestica” nelle nostre case; dal condividere tempi di fraternità “virtuale” con gli amici, incoraggiandosi a vicenda, fino al pregare gli uni per gli altri, anche attraverso i moderni mezzi di comunicazione, sperimentando così che l’unione vera è quella del cuori, che non conosce confini geografici e costrizioni spaziali. 
È certamente una quotidianità diversa da quella che conoscevamo, questa che la pandemia ci porta a vivere… ma proprio questo stare nel quotidiano, nel “domestico” in maniera quasi “forzata” e rallentata, ci permette di portare più attenzione alle parole di un Dio che ci parla nel corso della storia, e ci riconduce al momento in cui i discepoli riconoscono il Signore, durante la cena, allo spezzare del pane. In un gesto, cioè, di straordinaria ferialità, di “ordinaria amministrazione”, che però diventa la luce che squarcia il buio e fa finalmente “vedere” in modo nuovo ai due discepoli la realtà che avevano avuto innanzi fino a quel momento. La presenza di Gesù si rivela in un gesto che sì, ha ormai assunto una valenza nuova e suprema nel momento dell’Ultima Cena, ma che rimane anche il gesto semplice di ogni pasto, di ogni condivisione. Un gesto elementare, necessario per vivere, proprio come il pane, alimento base, alimento per la vita. 
E a quel punto, Gesù scompare alla vista dei due. Quasi come a dire: “Adesso sapete come e dove trovarmi”. Se volessimo uscire da una lettura più classica, eucaristica, di questo brano, e calarci in contesto più pratico e quasi più laico, potremmo anche dire che il Maestro invita ciascuno di noi a trovarlo nell’oggi, nel momento presente fatto di cose ordinarie, anzi, in un’ordinarietà che, nel suo essere “imposta” rischia di diventare stucchevole, noiosa… litigiosa, addirittura. Un’ordinarietà che se non compresa nella sua ricchezza può rimanere infruttuosa. Gesù vuole che invece l’ordinarietà sia la nostra “straordinarietà” nel diventare uno dei luoghi dell’incontro con Lui. La stessa incarnazione lo evidenza: il Cristo sta anche nella semplicità della vita che scorre, attraversata da persone ed eventi. Il tempo presente diventa il tempo in cui recuperare questa dimensione quasi dimenticata dell’Onnipresenza di Dio. E senza andare a scomodare concetti teologici per molti difficili, è sufficiente soffermarsi sull’essenziale, così banale che troppe volte lo scordiamo: Dio è nel fratello che mi sta accanto, creato a Sua immagine e somiglianza; è nel gesto di amore con cui posso occuparmi dei miei cari; è nella bellezza del Creato di cui posso godere anche dalla piccola finestra di casa; è nell’impegno di chi si sta prendendo cura dei tanti malati che affollano gli ospedali. Che la sosta di questo nostro oggi a Emmaus ci ricordi allora proprio questo: che Dio per primo è venuto e viene a cercarci. E lo fa là dove siamo, senza schiamazzi, ma nella delicatezza delle piccole cose, nella bellezza pacata della primavera in cui la natura rinasce comunque intorno a noi, nella corporeità delle persone che diventano Sua trasparenza… anche quando non sanno di esserlo. E questo Dio onnipresente ci chiede di portarlo così, con altrettanta delicatezza, nelle vite di chi incontriamo. Proprio come fanno i due discepoli di Emmaus, rientrando a Gerusalemme e annunciando di aver visto il Risorto, narrando «ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane». (Lc 24,35). 
Perché Gesù non ci invita a cercare grandi segni, ma anzi, alla generazione in cerca di segni, aveva risposto che non ne sarebbe stato dato altro se non il segno di Giona (cfr Lc 11,29). Ossia: la sua Risurrezione. È il segno in cui anche papa Francesco ci ha invitato a guardare, pregando in una piazza san Pietro deserta di fedeli in carne e ossa, ma gremita certamente di tanti cuori: «In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza» (Omelia, 27 marzo 2020). Solo nella speranza della risurrezione rimarremo persone in cammino, anche stando apparentemente fermi nelle nostre case, nelle nostre vite che scorrono sempre negli stessi cicli di cose da fare, nei soliti incontri con le solite persone. Solo così saremo davvero viandanti alla ricerca di senso, capaci di ascoltare e vedere con gli occhi del cuore, per annunciare la Buona notizia a quanti raggiungeremo, per essere noi stessi segno di quella Buona novella, di quel Gesù Risorto che è venuto a instaurare il Regno del Padre dandoci una caparra di immortalità, un preludio della Gerusalemme Celeste nell’amore che salva, sazia, disseta.


* Questa riflessione è stata pubblicata anche sul sito della rivista Note di pastorale giovanile

lunedì 9 marzo 2020

Pensieri per lo spirito

RIFLESSIONI 
DI UNA LAICA CATTOLICA 
IN TEMPO DI CORONAVIRUS



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 «Mi sembra di aver trovato il mio cielo sulla terra 
perché il cielo è Dio e Dio è nella mia anima. 
Il giorno in cui ho capito questo, tutto s'è illuminato in me 
e vorrei sussurrare questo segreto a coloro che amo, 
perché anch'essi, attraverso ogni cosa, 
aderiscano sempre a Dio 
e si realizzi quella preghiera del Cristo: 
"Padre, che siano consumati in uno"»

(Santa Elisabetta della Trinità)




Il tempo del Coronavirus ci sta repentinamente e violentemente mettendo dinanzi alla necessità di ricomprendere il "senso" del sacrificio. Su tutti i livelli, da quello sanitario a quello economico, da quello personale a quello cultuale.
Dato che, come si suol dire, è inutile piangere sul latte versato (il virus ormai si è diffuso, è arrivato anche da noi), sarebbe bello e utile fare veramente nostre le parole di una preghiera molto diffusa: 

«Dio, concedimi la serenità di accettare 
le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare le cose che posso,
e la saggezza per conoscere la differenza».

Ad ascoltare tv e radio, a leggere giornali, a guardare i social e anche a sentire molte polemiche (pure religiose) che sono montate e stanno montando attorno a questa situazione di emergenza, sembra purtroppo che a tanti (troppi?) stia mancando soprattutto l'ultima delle caratteristiche indicate dalla breve preghiera sopra riportata: la saggezza per discernere, da cui poi derivano anche la capacità di accettare consapevolmente la vicenda attuale per quella che realmente è, e il coraggio di fare quanto dipenda da ciascuno per cambiare in meglio le cose.
In questo momento viene chiesto a tutti noi di sacrificare qualcosa delle nostre abitudini, del nostro modus vivendi. Che si tratti di baci e abbracci, di incontri ravvicinati con gli amici, di spostamenti non necessari, delle nostre pratiche di preghiera comunitaria.
Viene chiesto un sacrificio enorme soprattutto a chi sta vivendo in maniera tragica il Coronavirus sulla propria pelle, in vari modi: dedicando le proprie competenze mediche per curare senza sosta gli ammalati e per aiutare lo Stato a prendere le giuste decisioni; lavorando per cercare di adottare le misure normative necessarie ad arginare la diffusione del virus; perdendo purtroppo i propri cari per un malattia che fino a pochi mesi fa nemmeno esisteva.
Per molti (coinvolti o meno che siano in maniera diretta), si aggiunge appunto la rinuncia al Sacramento dell'Eucaristia e alle altre pratiche cultuali comunitarie e credo sia importante ricordare, innanzitutto, che in questo non siamo coinvolti solo noi Cattolici (il Decreto Legge parla infatti in generale di tutte le cerimonie religiose, non solo delle nostre!), ma tutti i Cristiani: penso agli Ortodossi e ai Protestanti, tanto per citarne solo due. E volendo allargare lo sguardo (per non cadere nel tranello dell'egoismo anche in questo campo), penso anche alle grandi religioni monoteiste: agli Ebrei ai Musulmani. Penso, infine, a tutti gli "uomini di buona volontà" che credono in un dio diverso dal nostro, ricordando a quanto afferma il Concilio Vaticano II: «Ugualmente anche le altre religioni che si trovano nel mondo intero si sforzano di superare, in vari modi, l'inquietudine del cuore umano proponendo delle vie, cioè dottrine, precetti di vita e riti sacri. La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini» (Nostra Aetate, n. 2).

Sento allora di dover tracciare (in primo luogo per me stessa), alcune considerazioni:

1.  La scienza non è contraria alla fede né viceversa. La scienza (intesa rettamente, come insieme di conoscenze che aiutano l'uomo per la tutela della vita e del creato) non viene forse da Dio? Non è Dio che ha creato il mondo con i suoi meccanismi, lasciando poi all'essere umano il compito di scoprirli e di custodire il creato e gli esseri umani stessi?
Gesù tentato dal diavolo non si butta dal pinnacolo sfidando la legge di gravità, ma risponde che non si deve tentare il Signore, nostro Dio. La scienza e la Chiesa, in questo frangente stanno operando a tutela della vita e della salute (in questo caso della vita di tutti, ma soprattutto delle fasce più deboli), così come fanno quando si prevede che alle persone celiache sia distribuita la Comunione senza glutine. Certo, il Signore potrebbe fare miracoli pure in quei casi, e i celiaci potrebbero magari ricevere l'Ostia "normale" pensando che non succederà loro niente, ma è giusto che l'uomo di fede usi quelle che Giovanni Paolo II definiva «due ali»: la fede e la ragione (cfr. Fides et ratio, n. 1), ben sapendo che Dio parla e si manifesta anche attraverso le cose "ordinarie" della nostra realtà, i meccanismi reali, e non dispensando miracoli come un prestigiatore.

2. Impariamo a non dare per scontate l'Eucaristia, le pratiche di pietà comuni, la socialità stessa fra le persone. Nei tempi antichi i fedeli non potevano ricevere la Comunione quotidianamente, eppure non per questo sono mancati grandi santi. Molti di noi, magari, pur avendo oggi la possibilità di incontrare ogni giorno Gesù, non lo fanno... per pigrizia, per disorganizzazione. E non lo incontrano nemmeno nella preghiera, nella lettura della Bibbia. Facciamo che la "fame" che sentiamo adesso diventi stimolo per un rapporto più intenso col Signore, da realizzare adesso in modi alternativi alla Messa, e quando tutto sarà risolto, con una frequentazione eucaristica più intensa, più consapevole, e, se possibile, più frequente.

3. La nostra fede muore se, per un tempo limitato e per una ragione grave, diventa impossibile partecipare fisicamente alla Messa? Ma allora sarebbe dovuta morire anche quella di tanti cristiani perseguitati, che non potevano parteciparvi...  o dovrebbe morire ogni volta che siamo malati e manchiamo da Messa per una o due settimane... Certamente l'Eucaristia rimane il centro e culmine della vita cristiana (cfr. Lumen Gentium, n. 11), ma in tempi di emergenza come questi (così come ogni qualvolta che per malattia non possiamo uscire di casa) abbiamo a disposizione molti modi concreti e spirituali per essere ugualmente uniti a Dio e ai fratelli: la Messa in televisione o via Facebook (finanche il Papa ha deciso di trasmettere in streaming ogni mattina!), la Comunione spirituale (pratica raccomandata anche dai Santi), la preghiera personale, la meditazione della Parola, la preghiera in famiglia, da riscoprire in questo tempo in cui siamo invitati a rimanere di più in casa, e ricordando le parole di Cristo:
«Se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. 
Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,18-20).

4. La Chiesa  è Madre e Maestra, e come una madre sta facendo quanto necessario (anche col sacrificio!) per proteggere i suoi figli senza abbandonarli (le chiese rimangono aperte per la preghiera personale purché si evitino assembramenti, i sacerdoti ci sono e sono disponibili purché sempre nel rispetto delle normative attuali), e come una maestra ci sta guidando a servirci dei mezzi moderni per sentirci ugualmente in unità di cuore, di spirito, di intenti, nella mancanza dell'unità "fisica".
A chi dice che una volta non si vietavano le Messe, basterebbe far notare che una volta non c'erano le conoscenze mediche di oggi, non si sapeva che basta una gocciolina che noi espelliamo anche semplicemente nel parlare, per favorire la diffusione dei virus. 

5. A questo punto, dico a me stessa e lo dico a chi mi legge: le polemiche, i dubbi su cui si rimugina, le perplessità, generano polemiche, ci sottraggono tempo prezioso per pregare, per meditare sulla Parola, per stare in Comunione spirituale con Dio e coi fratelli, magari ci distolgono anche dal lavoro. Proviamo a fare invece di questo "sacrificio" che è la mancanza del Sacrificio Eucaristico, ciò che veramente la parola sacrificio vuol dire: sacrum facere, rendere sacro.
Rendere sacro, cioè avvinto a Dio questo nostro tempo in cui qualcosa, sì, certamente ci manca, ma che non per questo diventa tempo meno prezioso agli occhi del Signore.
Ma dipende da noi, da come lo viviamo: sarà indubbiamente tempo sacro, tempo dedicato a Dio, tempo unito al Signore, se lo impiegheremo agendo da «buoni cristiani e onesti cittadini» (come direbbe don Bosco), quindi rispettando quanto lo Stato e la Chiesa ci chiedono di fare in questo momento, pregando ugualmente e con tutto il cuore. Sapendo che il Signore è sempre e dovunque, che, come diceva Santa Elisabetta della Trinità (carmelitana scalza): 
«Mi sembra di aver trovato il mio cielo sulla terra perché il cielo è Dio e Dio è nella mia anima. Il giorno in cui ho capito questo, tutto s'è illuminato in me e vorrei sussurrare questo segreto a coloro che amo, perché anch'essi, attraverso ogni cosa, aderiscano sempre a Dio e si realizzi quella preghiera del Cristo: "Padre, che siano consumati in uno"» (L 107).

sabato 2 novembre 2019

Pensieri per lo spirito

MORIRE PER...?
Riflessioni alla luce di Rm 5,5-11




 Fratelli, la speranza non delude, 
perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori 
per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito 
Cristo morì per gli empi. 
Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto;
forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. 
Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che,
mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. 
A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue,
saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. 
Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio 
per mezzo della morte del Figlio suo, 
molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. 
Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, 
per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, 
grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione.
(Rm 5,5-11)






La parola di Paolo è "dura", perché sembra dare delle coordinate precise sul morire per gli altri, elencando due precise categorie di persone che potrebbero meritare (se così si può dire) il sacrificio di una vita: i giusti e i buoni.
Bontà e giustizia, ai tempi di Paolo, sembrano però aver comunque perso, agli occhi della maggioranza degli uomini, il loro valore... perché solo qualcuno, e con ritrosia, sarebbe disposto a offrire la propria vita per esse e per chi dunque le incarna. Segno di un vivere con superficialità i valori veri, di non essere in grado di crederci fino in fondo, fino a morire piuttosto che rinnegarli.
Il "bello" di Dio è che Egli invece si è donato completamente per gli uomini quando non erano né giusti né buoni, ma semplicemente "empi". 
Empio è parola che assume nella nostra lingue molte sfumature: cattivo, sacrilego, ma anche ingiusto. Le assumeva anche al tempo di Paolo, perché nel Salmo 7 si legge  che «L'empio produce ingiustizia, concepisce malizia, partorisce menzogna» (Sal 7,15).
La grandezza dell'amore di Dio sta allora proprio in questo: Egli ha saputo trovare nell'uomo ingiusto, cattivo e sacrilego, qualcosa per cui comunque valesse la pena dare la vita. Dio ha saputo vedere quel che don Bosco definiva «il punto accessibile al bene» presente in ogni essere umano, e proprio per questo si è consegnato alla morte. 
Si potrebbe però trovare anche un ulteriore significato nel morire di Cristo secondo l'ottica paolina. È sempre san Paolo a darcene una chiave di lettura: «Se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2Tm 2,13).
Il cerchio si chiude: chi crede veramente nella verità, nella bontà, nella giustizia, si rende testimone di questi valori fino alla morte. E chi più di Cristo poteva avere a cuore la testimonianza coerente di ciò che Dio stesso è, di ciò che Egli era nella sua vita terrena?
Le ricorrenze di tutti i Santi e dei defunti fanno guardare al mistero della morte e della santità da una prospettiva cristologica, e pongono un interrogativo ben preciso: il cristiano sa essere, come Gesù, un testimone credibile del Dio buono e giusto (laddove buono si potrebbe tradurre anche con misericordioso)? Il cristiano saprebbe dare la vita (espressione che può anche intendersi in senso metaforico, come impegno costante per l'altro) per i fratelli giusti e buoni e/o affinché questa bontà e questa giustizia si manifestino in loro?