mercoledì 5 aprile 2023

Pensieri per lo spirito

  IL PREZZO DELLA COSCIENZA

Riflessioni sul Mercoledì Santo (anno A)




János Pentelei Molnár, Giuda riceve 30 monete d’argento per aver tradito Gesù (1909)
Fonte: Wikipedia


  «Il Signore ascolta i miseri /e non disprezza i suoi che sono prigionieri». 
(Sal 69,34)



Punto cruciale delle narrazioni evangeliche di questi sei giorni (dato che il Sabato Santo non c’è Liturgia) è (anche) il tradimento di Giuda, uno dei protagonisti (o l’antagonista che dir si voglia) delle pagine bibliche che ci accompagnano nel cammino di Gesù verso la Croce.
Proprio così: Giuda, figura che ritorna più e più volte, come se a ogni rilettura eccessiva avesse sempre un nuovo tassello da aggiungere al puzzle della nostra riflessione, imponendosi con la sua presenza scomoda, che ci riempie di sentimenti contrastanti.
In effetti Gesù da solo, come personaggio principale, ci direbbe forse poco: non ci basta che un Dio ci salvi, abbiamo bisogno di vedere fino a che punto il suo amore possa spingersi, quanto possa lottare per ciascuno di noi, fino a quale misura sia capace di arrivare per dimostrare la sua vicinanza a ogni essere umano. Don Bosco tradurrebbe questo pensiero con il suo famoso imperativo, che per estensione si può applicare a tutti, senza distinzione di età: «Non basta amare i giovani: occorre che loro si accorgano di essere amati».
Siamo fatti così e questo è anche giusto e normale. Non desideriamo un amore a parole, ma di fatti; non ci sentiamo appagati dall’essere amati quando siamo “impeccabili”, ma desideriamo esserlo anche e soprattutto quando inciampiamo nelle nostre incoerenze, incostanze e incomprensioni. È il bisogno stesso della salvezza in sé che alberga in noi, nel desiderio di essere amati. E salvezza rimanda, etimologicamente, a salvo, termine che deriva dalla stessa radice di salute. Perché «non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mt 9,9-12).
Il Salmo odierno, con parole differenti, rimanda a questa stessa sorgente concettuale: Dio non ci ama perché siamo sempre buoni e perfetti, ma perché abbiamo un valore insito che ci rende, potremmo dire usando un termine teologicamente scorretto, “meritevoli” di essere amati: siamo stati creati a immagine e somiglianza sua e Dio non vuole che perdiamo questa impronta di divinità in noi. Di più: siamo stati riscattati dal Figlio di Dio attraverso il sacrificio di Se stesso. «Siete stati comprati a caro prezzo», dirà poi san Paolo (1Cor 6,20).
È un’apparente contraddizione, allora, quanto accade nel Vangelo di oggi. Ascoltare le parole dure di Gesù verso Giuda è come assistere alla negazione di questo valore dell’uomo e della capacità infinita di Dio di amarlo nonostante tutto. Ma la pedagogia del Cristo è più sottile: il rimprovero di Dio, l’ammonizione, l’avvertimento… non sono mai per scoraggiare la creatura o per condannarla. Sono per scuoterne la coscienza, per aprirle gli occhi, per farla ravvedere. È la missione di Gesù chiamare i peccatori, smascherare la menzogna per far posto alla verità... richiamare le coscienze. Ma bisogna riconoscere di essere malati per essere guariti; imperfetti, per essere amati, altrimenti si corre il rischio di fare come Giuda: sentirsi scoperti, ma continuare a vivere nella finzione. Perché la comprensione della verità alberga nella nostra coscienza e ci impone di accoglierla e di obbedirle. Ma la coscienza si può anche tacitare, e allora la verità viene inghiottita in noi dal buio e diventiamo tenebre, incapaci di lasciarci illuminare dalla Luce vera.
«Alcuni dei maggiori crimini dei giorni nostri» – diceva Joseph Ratzinger nel 1994 – «sono stati perpetrati, e lo sono tuttora, proprio in nome della coscienza individuale come se non esistesse una norma superiore. La coscienza non crea la verità ma si limita a individuarla e attuarla» [1]. 
Questo è il grande dramma umano del peccato: sapere che un Dio esiste, che una Verità c’è, ma mettere a tacere la coscienza che reclama spazio a ciò che è giusto e vero. E allora noi stessi, nel dare un prezzo per la “svendita” di Dio svalutiamo noi stessi, ci “de-prezziamo” nel “dis-prezzarci”: «Vale poco una coscienza, o miei cari fratelli, trenta denari» (don Primo Mazzolari). Quanto il prezzo del tradimento di Giuda.
Quanto il costo della sua disperazione.

[1] Benedetto XVI: inno alla coscienza, Sito internet dell’Agenzia Sir

martedì 4 aprile 2023

Pensieri per lo spirito

 GLI SPAZI DEL CUORE

Riflessioni sul Martedì Santo (anno A)





L’Ultima Cena (1400–1410), nel Ms. 33, fol. 286v, J. Paul Getty Museum, Los Angels 
Gesù porge il boccone a Giuda, un boccone nero come lo spirito del Maligno che sta entrando in lui. 
Perché non ci giova timbrare il cartellino di un’Eucarestia se non viviamo in vera comunione con Cristo
Fonte: J. Paul Getty Museum Blog

 
«Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui». 
(Gv 13,27)




Quante volte ci capita di ricorrere a un’espressione un po’ forte: “Non sputare nel piatto in cui mangi”! Un modo di dire che sottolinea il valore del cibo che è vita, donazione, fatica e sudore, provvidenza, grazia e benedizione per cui essere riconoscenti. Frutto della terra e frutto del Cielo, opera dell’uomo e opera di Dio. Se questo vale per il cibo “materiale” quanto più esso è vero per quello spirituale: il Corpo di Cristo sotto le specie del pane, quel pane spezzato e donato ai discepoli nell’Ultima Cena.
Di questo Corpo anche Giuda si nutre, e, paradosso dei paradossi, dopo aver ricevuto Dio in sé, in lui entra anche un altro, uno che è tutto l’opposto di quel Maestro che ha davanti: il demonio, il male, il buio, l’angelo ribelle... il divisore.
È un contrasto drammatico che sembra assumere davvero i toni geometrici di una divisione di spazi: Giuda si alimenta di Dio, ma non sa dargli nel proprio cuore il posto che gli spetta; un altro allora prende dimora in lui, divorando la luce che voleva risanarlo. Anche questo sembra un fallimento: la morte di Dio nell’animo del discepolo, un anticipo della Passione, della Croce di Gesù in cui il male sembra sconfiggere il bene.
Ma il deicidio nel cuore dell’uomo non è il fallimento di Dio, è il fallimento dell’uomo stesso che non si lascia plasmare da chi accoglie in sé. Vale, per parafrasi, la frase di san Paolo (riferita a ben altre questioni “alimentari”): «Chi è nel dubbio, mangiando si condanna, perché non agisce secondo coscienza; tutto ciò, infatti, che non viene dalla coscienza è peccato» (Rm 14,23).
È il risultato dell’ipocrisia dello stare accanto a Gesù senza amarlo davvero, senza provare ad assumere il “suo” punto di vista sulla vita, sulle cose e sugli altri. È il deicidio frutto della menzogna, della maschera dell’io, della sequela interessata, della «grazia a buon mercato» (Dietrich Bonhoeffer) senza vera sequela. Di questo deicidio si macchia Giuda, e di questo deicidio rischiamo di macchiarci anche noi ogni volta che crediamo che basti timbrare il cartellino di un’Eucaristia o di una preghiera per essere giusti agli occhi di Dio, nella verità assoluta, dimenticando invece che accogliere davvero il Signore in noi significa attribuire a Lui la totalità del nostro spazio interiore e lasciarci trasformare da Lui, diventare come Lui, capaci di guardare ogni realtà e ogni creatura con i suoi occhi: con uno sguardo di luce, di compassione, di giustizia, di verità senza compromessi; con uno sguardo di obbedienza al Padre; con uno sguardo di servizio per amore.

lunedì 3 aprile 2023

Pensieri per lo spirito

 OGNI UOMO È UN'ISOLA?

Riflessioni sul Lunedì Santo (anno A)




Frammento di sarcofago con Cristo e gli Evangelisti su una nave (325-350 c.), Roma, Musei Vaticani
L’opera si ricollega alle frequenti raffigurazioni marine tipiche dell’arte antico greco-romana, 
ampiamente usate in chiave cristiana per decorare i sarcofagi. Il nocchiero è Cristo e sulla destra si 
intravede ciò che rimane del basamento di un faro - Fonte: VisitItaly
 

«E le isole attendono il suo insegnamento». 
(Is 42,4)




È parola di terra e di acqua, di solitudine e di socialità, l’isola. Parola di paradiso e d’inferno, di riposo e di noia, di disperazione e di speranza. È parola, anche, di attesa, nell’evocazione (probabilmente nata per imprinting letterario) che essa esercita su di noi: di quanti naufragi raccontano le pagine dei grandi scrittori: deviazioni di percorso in cui si aspetta, nello sperduto punto verde in mezzo alle acque, che giunga finalmente qualcuno a salvare i dispersi.
Perché il mare che avvolge la terra isolata la inghiotte, e non ne può saziare la sete. Perché la solitudine del naufragio non ci colma la vita. Perché – come filo conduttore di questa Settimana Santa – anche il Lunedì ci ricorda che “nessuno si salva da solo”. L’isola è metafora del nostro cammino, dei nostri inizi, delle nostre cadute in cui ci isoliamo nelle nostre incoerenze, nelle nostre fragilità, nelle nostre incomprensioni, nelle false sazietà del mondo, e ci lasciamo circondare dal mare che ci toglie relazioni con gli altri, ma, soprattutto “la” relazione con l’Altro.
Sempre, allora, attendiamo che “altro” dal mare arrivi, mentre continuiamo a sventolare la bandiera bianca che segnala la nostra presenza; sempre aspettiamo che giunga qualcuno a portarci quell’acqua viva che, sola, veramente disseta per la vita eterna. L’isola può ricordare, ma per un attimo soltanto, il paradiso: lussureggiante, incontaminata, incastonata nel mare di zaffiro. Ma, alla lunga, questo brandello di terra si fa isolamento, luogo di reclusione forzata dove ci si imbruttisce nel prosciugarsi di ogni contatto umano, e su cui nulla rimane per sopravvivere, per vivere veramente. Se inizialmente cerchiamo l’isola come Eden perduto alla fine attendiamo, a volte anche senza saperlo consapevolmente, che giunga l’Unico veramente capace di far «uscire dal carcere i prigionieri, / dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre» (Is 42,7): è Colui che salva Lazzaro dall’isola cupa della morte fisica, ma perché Lazzaro si lascia salvare, perché Lazzaro non si è mai separato dal Cristo, nello spirito; è Colui che, ancora una volta, vorrebbe salvare anche Giuda, ma Giuda (e ci fermiamo al dato del Vangelo senza tracciare speculazioni sul “dopo”) rimane sempre, anche in questo brano odierno, l’uno dei suoi discepoli che decide di fare da sé, di vivere sulla propria isola di ideali politico-religiosi e di interessi economici.
«Nessun uomo è un’isola» (John Donne), ma, si potrebbe dire, solo nel momento in cui comprende che tutti abbiamo la tendenza, per motivi e in circostanze differenti, a farci proprio ciò che non siamo, a trasformarci in isole. A noi decidere se permettere a Cristo di camminare sulle acque per venirci incontro e salvarci, o rimanere inghiottiti nell’isolamento del mare, dove la vita, nell’apparente del rigoglio della natura, si estirpa in noi per orgoglio, per superbia, per cecità del cuore.

domenica 2 aprile 2023

Pensieri per lo spirito

OBBEDIENZA E RIBELLIONE

Riflessioni sulla Domenica delle Palme (anno A)




L’ingresso di Gesù a Gerusalemme nel Ms. Yates Thompson 15 (Francia, 1300 c.) f.17v
custodito presso la British Library di Londra - Fonte: British Library di Londra


«Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: “Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me”». 
(Mt 21, 1-2)





Mandare è verbo di movimento, di azione, ma, soprattutto è verbo di fiducia. Mandare, da man(um) – dare, ossia «dare la mano». Parola di consegna, di affidamento totale.
Gesù, nel disporre ogni cosa per il suo ingresso trionfale a Gerusalemme, non fa tutto da solo. Delega, dispone che altri facciano per lui, che partecipino alla sua opera. Sono sempre a due a due, come fin dall’inizio essi erano stati “mandati”: perché la sequela non è mai solo un fatto privato, ma sempre mio e dell’altro che mi è accanto; perché il mio compagno di viaggio è colui che mi sostiene, mi sprona, mi incoraggia, mi dà l’esempio; perché l’altro è il simbolo vivente del fatto che “nessuno si salva da solo”.
 A due a due, non di più, perché in troppi si rischia la dispersione, l’ascolto di tante voci disparate che possono farci smarrire; perché il cuore ha bisogno di trovare un rifugio sicuro in qualcuno di cui potersi veramente fidare, nell’intimità di una vicinanza più stretta. Anche stavolta, dunque, Gesù “manda”, mettendo qualcosa di sé nelle mani degli altri, dei propri discepoli, esattamente come farà più avanti, per la preparazione dell’Ultima Cena (è in particolare la versione di Marco a sottolineare la dimensione della dualità dell’invio).
Niente, della vita di Cristo, è soltanto e semplicemente suo: tutto è anche di chi lo segue; tutto viene consegnato, compartecipato, condiviso. Non si tratta, come potrebbe apparire a una prima lettura un po’ superficiale, di un semplice “comandare”. Gesù non è il re che impartisce ordini per dimostrare la propria superiorità e tenere al loro posto i propri subordinati. Non cavalcherà, infatti, il cavallo (nel nostro ideale umano associato a principi e sovrani), ma la ben più modesta asina, secondo l’oracolo del profeta Zaccaria sul re umile, vittorioso, giusto, che giunge in groppa proprio a un’asina (Zc 9,9-10).
Il mandare di Gesù è il desiderio di ricreare l’alleanza Uomo-Dio spezzata dal peccato; è il riflesso della mentalità trinitaria impastata di comunione; è il segno della totale scommessa di Dio sull’essere umano, che Egli reputa capace di poter rispondere alla domanda di verità, di giustizia, di amore, alla sua missione di pace. Il mandare di Gesù è l’espressione della consegna di un compito ben preciso, che in questa vita ciascuno di noi riceve, e di cui – per previdenza divina fin dalle pagine della Genesi – non siamo depositari nella solitudine, ma nella preziosa alleanza della compagnia, dell’amicizia di un altro con cui condividere la stessa missione di grazia. In due, forse, è più facile rimanere saldi al compito ricevuto, custodire quel dono che Dio ha deposto fra le nostre mani. Da soli si rischia di non avere più nessuno che ci apra gli occhi sul buio che ci attraversa l’animo, e di passare dall’obbedienza come risposta al dono alla ribellione come incomprensione del progetto divino.
Anche Giuda sarà stato mandato “a due a due” nella sua esperienza di discepolato. Ma a un certo punto avrà deciso di camminare da solo: «Uno di voi mi tradirà» (Mt 26,21). È questo, forse, il suo errore più grande, il rifiuto di Dio e il rifiuto dell’uomo come rifiuto dell’altro che si vede – erroneamente – come una condanna, un intralcio ai propri piani.
Ma nel rinnovamento di tutte le cose che Gesù viene a portare, l’altro non deve essere più chi mi blocca o mi trascina al peccato, ma lo specchio capace di riflettere la mia luce e anche la mia oscurità, per aprirmi gli occhi quando la mia cecità sta per farmi cadere.
Luce del mondo, lampada sul candelabro, aiuto simile a me, perché con me condivida i dubbi, le paure, le tentazioni, e mi aiuti a superarle, nella certezza che il dono ricevuto non viene da noi, semplici e povere creature, ma da Uno più grande, quell’Uno in Tre che di affidamento, obbedienza, umiltà e luce ben se ne intende, molto più di noi.

domenica 8 gennaio 2023

Pensieri per lo spirito

IL BAMBINO DENTRO

Battesimo del Signore - Fine del tempo di Natale



Statua di Gesù Bambino nella parrocchia Maria SS. Immacolata di Montepaone superiore
© Maria Rattà 2023



"In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare". (Mt 3,13-15)



Impedire è il verbo del blocco: "mettere ceppi, impacci ai piedi" [1], ci dice la sua etimologia.
È il verbo dell'arrestare, del deviare, dell'imporre i propri piani a quelli di un altro.
Ma si può "impedire" qualcosa a Dio? Si può frenare la corsa del Verbo che ha deciso di incarnarsi per camminare fra gli uomini, che ha voluto farsi strada fra noi tracciando i suoi passi su una terra fatta di fango e di acqua, di sterco e di fiori, di sozzura e bellezza?
No, il Vangelo di oggi ci ricorda chiaramente che i piani di Dio non sono i nostri, le sue vie sono distanti anni luce da quelle che noi vorremmo imporgli, suggerendogli soluzioni alternative, più comode, più giuste secondo i nostri criteri.
Gesù ci ricorda con forza di essere venuto per percorrere questo mondo fatto di luci e ombre, per portare Se Stesso, vera luce che illumina ogni uomo.
Il Battista, che pure prima si era definito incapace di slegargli i lacci dei sandali, sembra ora dimenticarlo, e con il suo "volergli impedire" il battesimo fra le acque del Giordano, ne vuole arrestare il percorso, dettando un itinerario diverso, "a misura di Dio" (secondo il criterio umano).
Ma questo non è possibile, perché la modalità che Dio ha scelto per salvarci è quella di ogni comune mortale. Dunque Egli passa anche per questo Battesimo "di conversione", lui che bisogno di convertirsi non ne aveva di certo.
Ma così facendo ci indica che crescere significa questo: accettare liberamente di percorrere la via della Verità che salva.
E finisce, allora, il tempo di Natale, con un Gesù che non è più Bambino, ma Uomo, che non ha bisogno di essere portato in braccio, ma che sa camminare da solo, a testa alta, seguendo la voce interiore del Padre.
In fondo, anche per ciascuno di noi l'infanzia è solo una parentesi storica in un tempo più vasto.
Ma è quell'infinitesimale, magico, indimenticabile momento in cui impariamo a camminare nella sicurezza di altri che vegliano su di noi, tenuti per mano da quelli che più ci amano e che più amiamo, aiutati a rialzarci e a riprovarci, e poi lasciati liberi anche di correre.
La festa di oggi, a conclusione delle giornate natalizie, ci rammenta, allora, anche la preziosità dell'infanzia. E ci invita a farne tesoro, perché possiamo tracciare sempre, anche da adulti, piccoli passi quotidiani verso il Vero, non ricercando gli onori, ma servendo; non correndo da soli verso la meta, ma insieme agli altri; non lasciando indietro chi cade, ma aiutandolo a rialzarsi.
Ricordando sempre, che spesso, tutti ritorniamo come bambini bisognosi di aiuto, cercatori di guide, incapaci di sfrecciare se qualcun altro non ci sostiene, non ci spinge, non ci ricarica di energie positive. E incapaci sempre di andare lontano se non ci facciamo prendere per mano dall'Altro che ci ha preceduti su questa via di piccolezza. 
Fa', o Signore, che possiamo diventare veri uomini avendo sempre cura del bambino che è in noi!