sabato 16 maggio 2015

NOVENA A MARIA AUSILIATRICE - secondo giorno: Maria è la nostra guida



 PREGHIERA A MARIA AUSILIATRICE
(composta da San Giovanni Bosco)

O Maria, Vergine potente,
Tu grande e illustre difesa della Chiesa,
Tu aiuto mirabile dei cristiani,
Tu terribile come esercito schierato a battaglia,
Tu, che hai distrutto da sola
tutti gli errori del mondo,
Tu, nelle angustie, nelle lotte, nelle necessità
difendici dal nemico
e nell'ora della morte
accoglici nei gaudii eterni.
AMEN






"Maria  Ausiliatrice sia a voi tutti di guida al  cielo"                                                         

(MB IX, 861)


Gesù nel Vangelo ci esorta spesso a fare attenzione a chi facciamo assurgere al ruolo di nostre "guide"e lo fa con parole forti, come quando si rivolge ai discepoli parlando dei farisei, che si scandalizzavano delle sue affermazioni:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro». (Lc 6,39-40)
e ancora:
«Se qualcuno vi dirà: "Ecco, il Cristo è qui", oppure: "È là", non credeteci; perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi segni e miracoli, così da ingannare, se possibile, anche gli eletti. Ecco, io ve l'ho predetto"».
(Mt 24,23-25)
Il mondo contemporaneo è il tempo dei "guru" in ogni campo e i mass-media stanno prepotentemente sfruttando questa sorta di segreto (e dannoso) bisogno dell'uomo di farsi guidare costantemente da altri per vestirsi alla moda, truccarsi alla moda, addirittura "imparare a vivere".
Il problema è che dal marketing televisivo, qualcuno, nella realtà, cominci a ritenere che senza queste "figure di riferimento" non si possa far nulla, che siano persone necessarie per vivere e vivere bene, che creino delle dipendenze da cui sia difficile staccarsi.
Per un cattolico la figura di riferimento, l'indispensabile, il Tutto, è uno solo: Gesù Cristo.
Ma Gesù stesso disse a don Bosco che gli avrebbe dato "una maestra" (faccio riferimento al sogno dei nove anni). Maria è la guia, la guida sicura verso il Cielo, perché, proprio secondo le parole del Figlio, non è che una discepola (dunque non più del maestro), ma ha imparato alla perfezione alla scuola di Gesù, ed è dunque diventata l'imitatrice perfetta; è divenuta "come" il suo maestro.
Se vogliamo andare a Gesù, se vogliamo raggiungere il Paradiso, l'invito di Maria è sempre lo stesso : «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5). 
Sono le parole che la Vergine pronunciò a Cana, ai servitori ignari del miracolo che stava per essere compiuto dal giovane falegname di Nazareth, invitato alle nozze come tanti altri...
sono le parole che Maria continua a ripetere da due millenni a ogni uomo: avvicinatevi a Gesù, fate quello che Egli vi dirà, di qualunque cosa si tratti, fosse anche quella apparentemente più assurda, più inutile...perché Dio sa scrivere dritto anche sulle righe storte e sa cavare miracoli anche dal nostro niente!
Chi segue la Madre non sbaglia mai direzione: non ha sbagliato neanche don Bosco, il santo "sognatore" che ha fatto cose umanamente impossibili, seguendo proprio Maria, la guida che Gesù gli aveva dato fin dalla fanciullezza!

venerdì 15 maggio 2015

NOVENA A MARIA AUSILIATRICE - primo giorno: i tempi difficili e Maria Ausiliatrice


Cari amici, proprongo anche qui la novena che ho preparato per il blog dedicato a Maria Ausiliatrice.
Nell'Anno Bicentenario della nascita di don Bosco non potevo che concentrarmi sulle parole del santo. Per cui ogni giorno della novena prenderà avvio da quello che don Bosco ha detto su Maria invocata quale Aiuto dei Cristiani.
Buona preghiera a tutti!

 


 
 
 
 
  PREGHIERA A MARIA AUSILIATRICE

(composta da San Giovanni Bosco)

O Maria, Vergine potente,
Tu grande e illustre difesa della Chiesa,
Tu aiuto mirabile dei cristiani,
Tu terribile come esercito schierato a battaglia,
Tu, che hai distrutto da sola
tutti gli errori del mondo,
Tu, nelle angustie, nelle lotte, nelle necessità
difendici dal nemico
e nell'ora della morte
accoglici nei gaudii eterni.
AMEN






  "La Madonna vuole che la onoriamo sotto il titolo di Maria Ausiliatrice: i tempi corrono così tristi che abbiamo proprio bisogno che la Vergine SS. ci aiuti a conservare e difendere la fede cristiana".                                                              

(MB VII, 334)


L'attualità della devozione a Maria Ausiliatrice è tale che le parole usate da don Bosco ben due secoli fa continuano ad essere ancora oggi valide e veritiere.
Viviamo "tempi tristi" di rivoluzioni politiche spesso a "disservizio" dell'uomo e della religione; Dio è per troppe persone uno "spray" diffuso nell'aria, che viene e va, come qualcosa di evanescente che non si imprime realmente nella persona (cfr. Papa Francesco, Meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctae Martae, 18 aprile 2013); i valori etici e morali sono divenuti totalmente "negoziabili" ad uso e consumo personale, insomma, il mondo - nel Duemila come nell'Ottocento - continua a presentare sfide ardue, a cui, potremmo aggiungere per rimanere in tema squisitamente salesiano, va affiancata quella che Papa Benedetto definì "l'emergenza educativa"  (Benedetto XVI, Lettera alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell'educazione, 21 gennaio 2008).
Le parole che tante volte la Vergine, in numerose apparizioni riconosciute dalla Chiesa, ha pronunciato sulla necessità della conversione e del permanere saldi nella fede, ci spronano a guardare a Maria Ausiliatrice come ad una "colonna" (per citare lo stesso don Bosco) cui aggrapparci per mantenerci fermi e fiduciosi anche in mezzo a queste correnti di pseudo-religioni e pseudo-umanesimi che vorrebbero cambiare completamente il volto dell'uomo, stravolgendo quegli assetti di dignità umana che, in fin dei conti, si rintracciano in istutizioni come il matrimonio e la famiglia, in dimensioni quali la genitorialità, l'educazione, la sessualità.
Quando si inverte la rotta su questi temi si finisce automaticamente per allontanarsi dalla fede, nascondendosi dietro la scusa di una qualche forma di "emancipazione" che distacchi l'uomo dai presunti bigottisimi della religione (e non di rado di quella cattolica).
Eppure il vero progresso è proprio coltivare la società e la famiglia nella fede, perché solo la dimensione della Verità ci rende capaci di "edificare" persone e dinamiche relazionali complete, sincere, pienamente e veramente umane.
Il rischio, andando all'opposto, è di finire dall'umano al ... dis-umano, a ciò che disgiunge l'uomo dall'uomo e l'uomo dal mondo che Dio ha creato, per fare di ciascuno l'isola apparentemente felice in cui tuttavia, ognuno, si ritrova semplicemente ad essere "solo", in antitesi al progetto di Dio sulla creatura: quello della condivisione, l'immagine e somiglianza ad una Divinità Una e Trina, relazionale, appunto.
Maria, donna del "sì" pronto e fiducioso, donna della fedeltà alla vocazione ricevuta è realmente l'Ausiliatrice dell'uomo che vive in questo contesto di sbandamenti e ricostruzioni di un tessuto socio-culturale che si maschera spesso di legalità per spacciare come "cose buone" meccanismi, fenomeni e "figure" che non rientrano nella "mentalità" di Dio.
Affidiamoci allora a Lei, certi che se le chiedermo aiuto, Ella che è Madre Ausiliatrice ci tenderà subito la mano. Anzi, è già pronta, con la mano tesa, ad afferrare la nostra.

giovedì 14 maggio 2015

ANNO DELLA VITA CONSACRATA: la Beata Laura Vicuña




"Laura s'è presa sulle spalle
il peso di una madre incompiuta, il suo vivere lontana dalle regole, la debolezza,
l'indifferenza per il sentimento religioso, l'incapacità di ribellarsi 
alla violenza di un legame indegno.
Un carico troppo pesante per una figlia, per di più
un'adolescente dotata di una straordinaria precocità umana e spirituale,
che ha voluto diventare la madre di sua madre".

(Franca Zamobini, prefazione al libro "Laurita delle Ande", Paoline, 2004)


Questa ragazzina che a soli undici anni di età si consacrò al Signore emettendo dei voti privati è Laura Vicuña - "Laurita"-, gioiello della santità della Famiglia Salesiana, morta a tredici anni di età, beatificata da Giovanni Paolo II nel 1988 e invocata come patrona delle vittime di incesti e di abusi sessuali.




Laura Vicuña nasce il 5 aprile 1891 a Santiago del Cile. Suo padre appartiene al ramo decaduto di una nobile famiglia di origine spagnola, mentre sua madre è donna di umili origini; proprio l'unione tra due persone di così diversa estrazione sociale era costato a Domenico - il papà di Laura - l'allontanamento dai parenti.
Orfana di padre (anche se secondo talune fonti del padre si persero semplicemente le tracce, forse essendo fuggito dal Cile per motivi politici), Laura emigra - a causa dei tumulti rivoltosi che fermentano nel Paese - alla volta dell'Argentina insieme alla sua sorellina e a sua mamma, Mercedes.
La vita che le tre conducono è difficile, dapprima in zona di frontiera (qui Mercedes lavora come sarta), poi in Argentina, dove arrivano grazie all'aiuto di  Manuel Mora, un ricco proprietario terriero, che si ripresenterà nella vita della mamma di Laura e avvierà con lei una convivenza che sarà poi la causa di una delle scelte più importanti della beata: offrirsi al Signore come vittima per la conversione di sua madre.
Spinta dalla necessità di porre fine ad un'esistenza di stenti e dal desiderio di offrire alle sue figlie un'istruzione degna del loro cognome, Mercedes accetta di iniziare una relazione con Manuel Mora.
"L'incontro è fatale per la vita di tutti i protagonisti della storia di Laura.
In un modo o nell'altro, ognuno pagherà a carissimo prezzo la leggerezza con cui Mercedes, pur spinta dal bisogno e dalle circostanze avverse, decide di unire la sua vita a quella di un uomo come Manuel Mora", uomo apparentemente generoso e buono, ma dai molti lati oscuri  (Miela Fagiolo d'Attilia, Laurita delle Ande, Paoline, 2004, p. 42).



Laura e la sorellina vengono iscritte come educande interne nel collegio delle Figlie di Maria Ausiliatrice di Junin, fondato da don Domenico Milanesio nel 1885.
Laura fin da subito stupisce per il suo atteggiamento, che lascia trasparire non dolore per il distacco dalla madre, ma gioia per l'ingresso in quella casa... ma non è solo questo il motivo per cui la giovane appare "diversa" da tutte le altre educande.
Testimoniò così sr.Angela Piai, italiana di Vittorio Veneto e direttrice dell'istituto:
"Fin dai primi giorni al collegio, si notava in lei una capacità di giudizio superiore alla sua età e una spiccata inclinazione alla religione. Il suo cuore innocente trovava pace e serenità solo in Dio e nella sua devozione, per quanto si trattasse di una bambina, era seria e sincera, senza affettazione né esagerazione.. Curava la sua persona, il suo letto, i vestiti, tutte le sue cose e osservava regolarmente gli orari". (Ibidem p. 53)
L'amicizia tra questa Figlia di Maria Ausiliatrice e la piccola Laura sarà di grande valore per entrambe: Laura avrà modo di avviare "un cammino di crescita spirituale e umana che doveva portarla rapidamente alla santità", e sr. Angela divenne una preziosa conoscitrice e poi testimone della santità di questa ragazzina.
Non va sottovalutato un dato che può aiutarci a comprendere meglio la "portata", il peso, il valore dell'interiorità di Laura: sotto la guida di sua madre la piccola aveva imparato a leggere e a scrivere e le era stata insegnata semplicemente qualche preghiera.
Tra spostamenti e lavoro alacre per tirare i remi in barca, Mercedes non aveva avuto modo e tempo di offrire di più alle proprie figlie, da questo punto di vista.
L'incontro di Laura con questa Figlia di Maria Ausiliatrice è  allora realmente "provvidenziale": sr. Angela fu una delle voci più importanti al processo di beatificazione e fu lei che affidò la piccola Laura a colui che il Signore aveva scelto per guidarla nelle vie della perfezione cristiana, ossia don Crestanello, salesiano che fu suo direttore spirituale ed il suo primo biografo.
Leggiamo ancora una volta le parole di sr. Angela:
"Compresi subito di trovarmi di fronte ad una creatura così eccezionale che provai quasi un sentimento di paura di rovinare in qualche modo l'opera del Signore su di lei. Per questo la affidai in modo speciale a don Crestanello, che più di me deve aver avuto l'immediata intuizione del tesoro spirituale di quest'anima angelica, dato che egli non si limitò ad ammirarne la bellezza, ma l'istruì durante gli anni del collegio con la sua saggezza spirituale e una paternità davvero salesiana.
Non è certo uno dei meriti minori di don Crestanello, quello di aver saputo così bene entrare nei disegni di Dio circa la sua eletta". (Ibidem, p. 54)
Questo non deve indurre a pensare che Laura fosse già "nata santa": "agli aspetti di positività del suo carattere si aggiungono quelli che esprimono in lei la presenza di una certa impulsività, una facilità al risentimento, all'irritabilità, all'impazienza e al desiderio di apparire. Pertanto il cammino di risposta a Dio che ben presto intraprenderà non sarà privo di ostacoli da superare.
E' un cammino quasi del tutto nuovo perché fino ai nove anni la sua vita spirituale fu piuttosto trascrurata" (Maria Drosio, "Laura Vicuña, L'impegno e il dono di sé, in Quaderni di Spiritualità Salesiana n. 3, 2004 - nuova serie, p. 74, LAS).
Non meravigliamoci di questo: è una situazione "classica" nella storia di molti santi e di molti consacrati. Sorge spontaneo un parallelo con un'altra figura molto amata nelle Ande, Santa Teresa de Los Andes, una giovane carmelitana di nobile famiglia, dal carattere piuttosto forte prima di avviare la sua scalata verso la santità.
L'educazione ricevuta presso l'istituto delle Fma e il contatto con i salesiani è fondamentale nella svolta spirituale di Laura.
"Quando entra nel collegio è ignara o quasi delle verità di fede cristiane. L'istruzione religiosa, che in quel luogo aveva un posto di privilegio, la trova molto interessata; infatti, attraverso essa, scopre verità e valori o totalmente sconosciuti o appena presenti alla sua coscienza. Questi soddisfano non solo la sua sete di conoscere, ma le accendono in cuore il desiderio di tradurre in pratica ciò che impara" (Ibidem, pp. 75-75).
Laura prende consapevolezza di un Dio che è sempre vicino a lei, che la vede sempre, che è provvidente e premuroso, che tiene alla felicità di ciascuno dei suoi figli.
Interessante, per comprendere il suo progresso spirituale, è quanto rivelò a don Crstanello:
"Mi pare che Dio stesso mantenga vivo in me il ricordo della sua divina presenza.
Dovunque mi trovo, sia in classe, sia nel cortile, questo ricordo mi accompagna, mi conforta. 
Le obiettò il padre spirituale: - Forse ti preoccupi troppo di questo pensiero, e magari trascuri i tuoi doveri -.
- Oh no, padre -, rispose. - Mi accorgo al contrario che questo pensiero mi aiuta a far tutto meglio e non mi disturba in nessun modo, perché non è che io stia continuamente pensando a questo, ma senza pensarvi godo del ricordo". (Ibidem, p. 76)


Questa consapevolezza si affianca, in Laura, a quella di Gesù come inviato del Padre che si offre liberamente per la salvezza dei peccatori. Quello stesso Gesù che è vivo e vero nel Sacramento dell'Eucaristia.
La prima Comunione di Laura segna una tappa fondamentale nella sua ascesi e i propositi presi per quel giorno la collocano accanto ad un altro grande piccolo santo della Famiglia Salesiana, quale è Domenico Savio. Ce ne dà testimonianza sempre don Crestanello:
"Tracciò un piano generale di vita per l'avvenire. Via di amore, di mortificazione e di sacrificio. Il primo fu la dedizione totale della sua anima e di tutto il suo essere a Gesù, con la promessa di voler amare e servire Lui solo, in tutti i giorni della sua vita.
Il secondo: preferire piuttosto la morte che offenderlo col peccato mortale.
Il terzo: ansiosa com'era che Dio fosse conosciuto, amato e servito da tutti, propose di fare da parte sua quanto poteva per farlo conoscere e amare, e per riparare le grandi offese che quotidianamente Egli riceve dagli uomini". (Ibidem p. 77)


In questo contesto sono due gli avvenimenti importanti per il percorso spirituale di Laura.
Il primo è la presa di coscienza (a seguito di quella che oggi chiameremmo "catechesi" sul matrimonio, realizzata dalle suore dell'istituto) della situazione "irregolare", dello stato di peccato in cui vive la madre.
La seconda è la comprensione della vocazione alla vita consacrata.
Quest'ultima - proprio per via della situazione familiare - non può trovare lo sbocco da lei desiderato, ossia l'ingresso tra le Figlie di Maria Ausiliatrice.
Laura a soli undici anni, col permesso del suo direttore spirituale e dopo essere stata da lui istruita sui voti, li emette in forma privata, consacrandosi così al Signore.
La consacrazione di Laura si lega strettamente, a questo punto, alla sua offerta quale "vittima" per la fine della relazione tra sua madre e Manuel Mora.
Una simile offerta avrebbe avuto un grandissimo valore anche senza la consacrazione, ma quest'ultima la rende ancora più piena, le conferisce più valore.
Consacrata al Signore per seguire più da vicino Gesù, si offre vittima per chi le sta molto a cuore, esattamente come Gesù.
"L'amore per Gesù che muore per salvare i peccatori facendosi mediatore tra l'uomo e Dio la sospinge ad essere anche lei, nel suo piccolo, mediatrice insieme con Lui per la salvezza delle anime. Laura aveva colto molto bene la gravità del peccato, l'offesa che esso recava al Dio-Amore. Quando si rese conto della situazione di peccato in cui viveva la mamma non si dette più pace e iniziò una vita di preghiera e di sacrifici sempre crescenti per ottenere dal Signore il suo ravvedimento.
Non vedendo segni di pentimento, comprese che la via della salvezza dei peccatori non è fatta solo di preghiere e di sacrifici, ma, sull'esempio di Cristo crocifisso, di immolazione totale". (Ibidem, pp. 82-83)
Laura morirà due anni dopo, consumata da un reperimento fisico che inizia proprio pochi giorni dopo la sua offerta.
Manuel Mora, che già aveva precedentemente manifestato un interesse morboso nei suoi riguardi e che, dopo essere stato respinto, aveva rifiutato di pagare la retta per l'istruzione delle figlie di Mercedes (saranno le suore a permettere ad entrambe di continuare a studiare ugualmente), pretende a questo punto di trascorrere una notte nella casetta vicina al collegio, in cui Mercedes si era trasferita per accudire meglio la figlia ammalata.
"Pallida come un cencio al vedere l'uomo che sempre le aveva incusso terrore e ora ardiva toglierle il diritto di chiudere in pace i suoi giorni, Laura non si smarrì.
Se il corpo cedeva agli assalti del male, lo spirito fortificato dalla preghiera e dalla sofferenza era più vigoroso che mai, e in nessuna maniera avrebbe accettato i soprusi del Mora.
- Se egli si ferma - disse con risolutezza - io me ne vado in collegio dalle Suore - e, raccogliendo in uno sforzo supremo le energie che le restavano, uscì sulla strada e si incamminò verso il collegio. 
Manuel, vedendosi ancora una volta sconfitto da quella ragazzina, la rincorre e la maltratta; da quel momento la salute di Laura si aggrava ulteriormente". (Ibidem, p. 81)
Questa forza interiore fu la stessa che le permise di ottenere, a prezzo del suo sacrificio, il cambiamento di vita della madre.

Laura Vicuña rappresenta un esempio di santità consacrata che è oggi più che mai valido, in un contesto in cui i fanciulli sono oggetto delle morbosità degli adulti oppure la cattiva educazione ricevuta in famiglia li espone a pericoli che rischiano di far perdere loro, già fin da giovanissimi, quell'innocenza che tanto stava a cuore a questa giovane beata.
Questa ragazzina diventa un modello in un tempo in cui il senso del peccato non viene a volte inculcato dalle famiglie, che hanno idee religiose "fai da te" o vivono un cristianesimo "all'acqua di rose" (per citare papa Francesco), o che non hanno affatto a cuore il "problema" della fede.
Laura Vicuña testimonia che la santità e la santità consacrata non sono questione di provenienza sociale, di pregressa formazione religiosa e di età, ma che tutto rientra nella logica di una chiamata e di una risposta; di un ascolto e di una parola data; di una "maternità spirituale" che non è legata ad un fattore anagrafico; di una comprensione del mistero che solo Dio, per vie altrettanto misteriose, può rendere come un tesoro in uno scrigno aperto ai "piccoli del Regno".

domenica 10 maggio 2015

LA FEDELTA' NELL'AMORE - riflessioni a margine del Vangelo di oggi -


"Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.
In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui.
In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati".
(1 Gv 4,7-10)

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 "In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. 
Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri»".
  (Gv 15, 9-17)


Il Vangelo di oggi torna ancora una volta a farci riflettere sul tema dell' "amare come" Gesù, ma non possiamo scollegare le pericopi evangeliche dal brano che la Liturgia della Parola ci offre come seconda lettura, perché solo integrando i due testi, entrambi giovannei, è possibile avere una visione più piena di quello che ci dice il Vangelo.
Il "come" del Padre di cui Gesù parla, lo ritroviamo infatti nell'epistola di san Giovanni: il Padre ci ha amati con un amore così grande da accettare di inviarci il Figlio e di placare la Sua giustizia proprio su di Lui, nella persona umana di Gesù che si è caricato dei nostri peccati ed è morto per essi.
Scriveva Giovanni Paolo II nell'Enciclica Dives in Misericordia, n. 7:
"Nella passione e morte di Cristo - nel fatto che il Padre non risparmiò il suo Figlio, ma «lo trattò da peccato in nostro favore» - si esprime la giustizia assoluta, perché Cristo subisce la passione e la croce a causa dei peccati dell'umanità. Ciò è addirittura una «sovrabbondanza» della giustizia, perché i peccati dell'uomo vengono «compensati» dal sacrificio dell'Uomo-Dio. Tuttavia, tale giustizia, che è propriamente giustizia «su misura» di Dio, nasce tutta dall'amore: dall'amore del Padre e del Figlio, e fruttifica tutta nell'amore. Proprio per questo la giustizia divina rivelata nella croce di Cristo è «su misura» di Dio, perché nasce dall'amore e nell'amore si compie, generando frutti di salvezza. La dimensione divina della redenzione non si attua soltanto nel far giustizia del peccato, ma nel restituire all'amore quella forza creativa nell'uomo, grazie alla quale egli ha nuovamente accesso alla pienezza di vita e di santità che proviene da Dio".




In sostanza, il Padre ha dato il Figlio, il Figlio Si è dato per la nostra salvezza e lo Spirito Santo ha accettato di venire nei nostri cuori, scaturendo dal Cuore per eccellenza, quello di Cristo che si è lasciato svuotare sulla Croce, fino all'ultima goccia di Sangue e di Acqua.
Questo legame tra giustizia e amore ci dice in primo luogo una cosa straordinariamente grande: l'amore "vero" è l'amore capace del "sacrificio" per l'altro.
E' l'amore che esce da sè, che ama "più di sé stessi". Proprio come Gesù, che - e qui prendo in prestito le parole di un amico sacerdote - ci dice esattamente questo, con la sua morte in Croce: "Ti amo più di Me Stesso".

Questo amore "oltre sé stessi" lo ritroviamo pienamente in una creatura, l'unica che veramente sia riuscita a raggiungere il livello pieno dell'amare "come" Dio: Maria Santissima.
In lei ritroviamo l'amore "vero" gratuito, disinteressato, senza pretese. E' l'amore che ama per il bene dell'altro, senza chiedere nulla in cambio. 
E' l'amore che non soffre di gelosie, che dà fiducia all'altro nonostante tutto, che accetta di soffrire per amore dell'amato.
Nella storia d'amore tra Maria e Dio tutto avviene in questa chiave di "vero" amore.
Maria acconsente a quel "matrimonio" tra lei ed il Suo Dio senza avanzare pretese.
Accetta l'amore che le viene offerto e lo ricambia pienamente, con una donazione sponsale totale nella sua verginità, nell'accettazione del suo ruolo di Madre di Cristo e dell'umanità intera.
Il paradosso dell'amore vero è che esso continua a palpitare anche quando tutto sembra essere in antitesi a ciò che - secondo i canoni umani - è l'amore: la felicità immediata, la riconoscenza, il ricambiare gioia con gioia.
La vita di Maria è un pellegrinaggio sofferto, tra derisioni dei suoi conterranei per la sua prematura gravidanza; la pena nell'attesa che Giuseppe "comprendesse"; i molti viaggi in condizioni di fortuna per salvare la vita di suo figlio; e ancora lo scherno della gente per un Figlio che si crede Dio. Fino alla pena atroce della crocifissione di Gesù.
Umanamente, una donna "ordinaria" avrebbe potuto chiedere a quel Dio che l'aveva scelta per sposa, madre e figlia: "è questo l'amore con cui mi ripaghi"?
Ma il "come", lo stile dell'amore di Maria è diverso da quello di qualunque altra creatura.
Lei ama "come" il Padre ha amato fin dall'eternità, "così come" il Figlio ama e ha amato e amerà. Maria ama "senza misura". Maria ama nello Spirito Santo che è suo Sposo, una sola cosa con la sua sposa.
Maria ama l'Amore in Sè stesso, non per l'amore che possa ricevere.
In questo, come creatura, si "supera", esce da sè stessa, perché quale persona (uomo o donna che sia), umanamente parlando, non desidera che la propria sete di amore venga saziata, ricambiata con gesti, parole, premure, attenzioni che siano continue conferme e dimostrazioni d'amore? 
Gesù stesso, manifestando il Suo Cuore, si è definito nelle sue apparizioni a Santa Margherita Maria Alacoque come "l'assetato": "Ho sete, ardo dal desiderio di essere amato".
E certamente anche Maria - come donna - avrà sperimentato "la sete dell'amore", ma in questo suo "amare come Dio" ha saputo oltrepassare la soglia del "chiedere". Si è limitata ad accettare, giorno per giorno, momento per momento, solo e soltanto ciò che Dio disponeva per lei, fossero consolazioni sensibili o aridità, gioie o dolori, affettuosità filiali e tenerissime di quel Figlio fattoSi Uomo o misteriose prese di distanza (come nell'episodio dello smarrimento nel Tempio o in quello delle Nozze di Cana).

In questo Maria si mostra a noi veramente quale "specchio della santità divina" (come ce la dipingono le Litanie Lauretane): in lei troviamo - umanamente - quella fedeltà straordinaria di cui solo Dio è divinamente capace e che il Figlio - umanamente e divinamente - ci ha dimostrato venendo sulla terra in Carne ed Ossa, oltre che in Anima e Divinità.
Così come Dio si mantiene fedele alla sua promessa, alla sua alleanza con l'umanità, fino a dare il Figlio per salvezza dei peccatori che si sono allontanati dalla sua Legge, così Maria si mantiene fedele a quel "sì" pronunciato nella sua casa di Nazareth.
Dio è fedele "nonostante tutto", fino al punto di escogitare un sistema impensabile all'uomo, per salvare quanti vogliano salvarsi: l'Incarnazione, la Passione e la Risurrezione del Figlio.
Maria è fedele "nonostante tutto": perchè non è stato un "matrimonio" fra gli agi del mondo, quello tra Maria e il suo Signore, così come d'altronde non lo è stato nemmeno quello tra lei e il suo Giuseppe.
Tutto questo, in un contesto psico-socio-culturale in cui il matrimonio diventa una sorta di merce di consumo da fast-food, può spingerci a molteplici riflessioni, che non riguardino solo il dato primario che ci viene oggi dal Vangelo (l'amore verso Dio e verso il prossimo), ma che, nello specifico, ci aiutino a meditare sul concetto di fedeltà nella famiglia: fedeltà tra coniugi, fedeltà verso i figli che spesso pagano lo scotto più pesante delle infedeltà intese come "rotture" di quel patto matrimoniale stretto nel giorno del matrimonio sacramentale.
La fedeltà di Dio e di Maria nel loro modo, nel loro stile di amare dicono poi a ciascuno di noi: rimani fedele a Dio nonostante tutto, anche in quelle prove che agli occhi del mondo appaiono come negazioni dell'amore, ma in cui Dio ti mette alla prova per saggiarti "come oro nel crogiuolo" (Sap 3,6) o per fartene trarre un bene impensato o per evitarti un male peggiore; rimani fedele a Dio nella buona e nella cattiva sorte, come Dio rimane fedele a te, aspettandoti alla porta (Ap 3,20) fino all'ultimo tuo respiro, concedendoti la possibilità di salvezza, nel tuo pentimento, anche all'ultimo istante, in virtù del sacrficio di Suo Figlio;
rimani fedele ai tuoi fratelli, alle tue sorelle in Cristo, perché così è stato fedele Dio, che ti ama da sempre e per sempre, che vuole che nessuno vada perduto; rimani fedele agli altri, nonostante tutto, perché alla sera della vita sarai giudicato sull'amore e perché è facile amare solo quelli che ci amano, ma questo non è il "vero amore" (cfr. Mt 5,43-46).
Rimani fedele, perché la prova più bella, più sincera, più vera dell'amore è proprio questa: la fedeltà, l'amore che non si spegne dinanzi alle prove, ai rifiuti, ai silenzi.
Nella fedeltà puoi dimostrare che ami veramente, che non ami per ricevere, ma per dare.
Esattamente così come ha amato Dio, esattamente così come ha amato Maria.
Esattamente così come ci amerà Dio per sempre, donandosi a noi per l'eternità, Lui...proprio Lui, l'Infinito Amore che non avrebbe bisogno di nessuno, ma che vuole aver bisogno, un infinito bisogno del nostro povero amore.

lunedì 4 maggio 2015

"TU MI APPARTIENI" - Riflessioni a margine del Vangelo di ieri e di oggi


"Ora così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe,
che ti ha plasmato, o Israele:
«Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni
»".
(Is 43,1)
Il Vangelo di oggi (Gv 14,21-26) non fa esplicita menzione del verbo "appartenere", ma letto in progressione con quello di ieri (Gv 15,1-8), in cui abbiamo ascoltato di essere i tralci della Vite Vera che è Gesù, ben possiamo rileggerlo proprio in questa chiave: quella dell'appartenenza a Dio, che già Isaia, nell'Antico Testamento, ci aveva offerto.

Gesù ieri ci ha invitati a rimanere in Lui per portare frutto. E rimanere in Lui è essere "tralci vivi" della Vite che è la Vita.
Se siamo Suoi tralci noi gli apparteniamo e... al contempo...Lui vuole appartenere a noi. 
E' un mistero dal valore per noi incalcolabile: l'Infinito, l'Assoluto, l'Eterno si vuole donare a noi, vuole che noi gli apparteniamo, ma, proprio perché questa appartenenza non si basa che sull'Amore, essa è reciproca. Se Dio ci ama e "si dona" a noi, questo implica che Dio ha desiderio di appartenerci!
L'etimologia di appartenere è significativa: rimanda a "giungere", "stendersi", "pervenire", "riferirsi", "concernere" e si risolvere nello sdoppiamento "per - tenere", "pertinente".
Nell'appartenenza d'Amore Dio "giunge" fino a noi, si "stende" verso di noi nella Sua Tenerezza (come non pensare alla tenerezza del Verbo Bambino o a quella di Gesù adulto che passa sanando e beneficando?). Ci chiama, affinché possiamo "pervenire", ritornare a Lui, comprendendo di essere qualcosa che "si riferisce" a Lui, che lo riguarda: il Signore ci rende la parte secondaria (i tralci) di una parte principale (la Vite). Noi siamo "pertinenti" a Lui.
 
Allo stesso modo oggi leggiamo un altro pressante e stupendo invito di Cristo, rivolto a coloro che lo ameranno e che, amando Lui, ameranno anche il Padre: "Verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" "Io mi manifesterò a lui" .
Qui ritroviamo quel termine "presso" che già in un'altra riflessione avevo avuto modo di analizzare, e che in Giovanni esprime una relazione unica, intensissima, di vicinanza indicibile, come quella che ha il Padre con il Verbo, la Madre con il Figlio.
Il Padre e il Figlio vogliono realizzare con l'umanità questa stessa relazione, questa stessa intimità di amore soprannaturale.
Ed è sempre per mezzo dello Spirito Santo che ciò accade, perché solo il Paraclito può renderci capaci di scoprire Gesù che si "manifesta" a noi, facendoci comprendere le Sue Parole, guidandoci nella scoperta della Verità, permettendoci di gustare questa presenza d'Amore Trinitaria che vuole inabitarci.

Come non pensare alla beata Elisabetta della Trinità, che scrisse parole mirabili su quella che potremmo definire l'appartenenza reciproca tra Dio e la sua creatura?
Ecco le parole che scrisse nel 1902 ad una sua corrispondente epistolare:

"Viviamo con Dio come con un amico, rendiamo viva la nostra fede allo scopo di comunicare con Dio attraverso tutto ciò che fa i Santi. 
Noi portiamo in noi il nostro cielo poiché colui che sazia i glorificati nella luce della visione, si dà a noi nella fede e nel mistero. E' la stessa cosa! Mi sembra di aver trovato il mio cielo sulla terra perché il cielo è Dio e Dio è nella mia anima.
Il giorno in cui ho capito questo, tutto s'è illuminato in me e vorrei sussurrare questo segreto a coloro che amo, perché anch'essi, attraverso ogni cosa, aderiscano semore a Dio e si realizzi quella preghiera del Cristo: «Padre, che siano consumati in uno»". 

(Elisabetta della Trinità, Scritti, Edizioni OCD, 1996, p. 204)