giovedì 8 maggio 2025

HABEMUS PAPAM!

 

"Dio ci vuole bene, Dio vi ama tutti, e il male non prevarrà! 
Siamo tutti nelle mani di Dio. Pertanto, senza paura, uniti mano nella mano con Dio e tra di noi andiamo avanti. Siamo discepoli di Cristo. 
Cristo ci precede. Il mondo ha bisogno della sua luce. 
L’umanità necessita di Lui come il ponte per essere raggiunta da Dio e dal suo amore". (Leone XIV)


mercoledì 23 aprile 2025

Sguardo cristiano su notizie di attualità

EQUILIBRI PAPALI

Considerazioni sulla morte del Papa (di ogni Papa)



Alla morte di ogni Papa siamo soliti affrontare ciò che proprio ogni papa non vorrebbe: una sorta di culto alla persona che cozza con la natura (moderna?) del Papato, ma ancor di più col cristianesimo. 

Ne fummo già testimoni con il "santo subito" di Papa Giovanni Paolo, in cui, pur nulla togliendo alla santità del Papa (che poi la Chiesa non ha mancato di riconoscere in via ufficiale), si rischiava di sviare dal momento solenne che il cattolicesimo stava vivendo in quel momento: una sede vacante dopo un lunghissimo pontificato; la perdita di una guida che aveva accompagnato il popolo di Dio per buona parte della vita; la fine di un'era anche storica, se così vogliamo dire, connotata da grandi eventi in cui il papa inizialmente sconosciuto ai più aveva fortemente contribuito (basti pensare alla caduta del muro di Berlino); ma, e soprattutto, l'estrema gravità del momento in cui anche un Papa (sì, anche un Pontifex Maximus!) si presenta al cospetto del Dio della vita.
Pensassimo solo a questo – da cristiani, semplicemente da cristiani – ci affacceremmo con "timore e tremore" anche al mistero della morte di un Papa, che ha grandi doni, sì, ma anche grandissime responsabilità, e a cui sarà chiesto molto di più, perché molto ha ricevuto; perché molto gli fu affidato, come ricorda in generale il Vangelo di Luca. La morte richiede, qualcune morte richiede, preghiera e silenzio. 

Certamente la fine di un papato è anche, innegabilmente e doverosamente, un tempo di bilanci. Ma la cosa sempre poco costruttiva dei bilanci è che usiamo soppesare le cose buone di una persona contro quelle presunte "cattive", o poco riuscite, degli altri. E forse oggi, vent'anni dopo la fine del pontificato di Giovanni Paolo II, assistiamo a questo processo in maniera più evidente del solito, complice anche una società dell'immagine in cui ciò che più si imprime nel costrutto razionale sono le istantanee di un momento, quelle che divengono, poi, fotogrammi simbolo. Cose sempre esistite, ma che certamente l'uso massiccio dei social ha amplificato. 
Anche i molti dibattiti televisivi che in queste ore si stanno snocciolando sulle varie reti, mostrano spesso la faccia dell'ipocrisia di chi, vivo un Papa, è acerrimo nemico della sua "politica ecclesiale", e morto questi ne diventa, immediatamente e improvvisamente, grande estimatore. 

In questi giorni sono molti i giusti elogi al pontificato di papa Francesco, ma anche molti gli spropositi di chi, cavalcando l'onda del momento, utilizza frasi ad arte per minimizzare i papi precedenti, per distruggere la storia del Papato, per sminuire coloro che stati dati come guide della Chiesa.
Diventa più che mai necessario fare attenzione, un'attenzione estrema, per non cadere in trappole perniciose, che ci farebbero diventare a nostra volta dei sobillatori, aperti alla creazione di fazioni che non fanno bene né a noi stessi come cristiani singoli né alla Chiesa come istituzione né al mondo non cattolico che ci guarda dal di fuori.

Ogni pontificato, checché se ne dica, si costruisce a partire da quello precedente, tanto in ciò che di completo è stato fatto quanto in ciò che è rimasto a metà, tanto in ciò che viene portato a compimento quanto in quello che viene, apparentemente o meno, ribaltato.
E in ogni pontificato, anche se in maniera differente, si ripete (per grazia di Dio e per libera disponibilità umana) una donazione fino alla fine.

Stupendo il gesto di papa Francesco di uscire per la benedizione Urbi et Orbi di Pasqua, e la sua decisione di fare il giro fra i presenti in piazza, ma non dimentichiamoci del pugno sbattuto sul leggio da Giovanni Paolo II, in una delle sue ultime apparizioni, quando l'allora papa Wojtyla non riuscì a pronunciare una sola parola; oppure la benedizione silenziosa impartita nel suo ultimo Angelus, il 20 marzo del 2005, Domenica delle Palme: era un uomo sofferente, ammalato di Parkinson, che aveva subito una tracheotomia.

Non scordiamoci nemmeno dell'ultima udienza di Benedetto XVI, il 27 febbraio del 2013. Pur nella rigidità di movimenti che lo contraddistinse da quell'ultima fase in poi, portò avanti quella catechesi, ricordandoci che la Chiesa non è nostra, ma di Cristo, che non la lascia affondare. Anche la sua decisione di rimanere nel monastero Mater Ecclesiae, anziché ritornare in Baviera, fu una scelta che dimostrò il suo desiderio di rimanere comunque a servizio della Chiesa - dentro le mura vaticane - fino alla fine. Lo aveva sottolineato in quella stessa ultima udienza, affermando: «Il “sempre” è anche un “per sempre” - non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro». 

Si parla anche molto, in questi giorni, di una presunta dicotomia fra teologia e pastorale, per opporre il pontificato di Francesco a quelli precedenti. 
Eppure dimentichiamo l'apporto teologico che fu alla base di un pontificato innovativo come quello di Giovanni Paolo II (definito da qualcuno, per i suoi tanti viaggi, "il trolley di Dio"), sotto cui uscì la nuova edizione del Catechismo della Chiesa Cattolica, grazie alla Commissione presieduta dal Cardinale Ratzinger. 
Ragionando in termini di spaccature, dimentichiamo anche il magistero di Benedetto XVI, fine teologo, che ha forgiato una nuova generazione di sacerdoti che ancora oggi vediamo nelle nostre parrocchie, dando loro solidità nelle verità di fede, senza le quali il nostro credere sarebbe senza fondamenta solide.
Scordiamo, ancor di più, che la teologia – scienza affascinante perché ci permette di addentrarci nei misteri insondabili di Dio – ha un posto di tale rilievo nella nostra spiritualità perché la stessa Scrittura ne è ricca. Basterebbe fermarsi solo al Vangelo di Giovanni, che si distingue dai sinottici proprio e principalmente per questa sua attenzione teologica, che non va a diminuire l'importanza degli altri Vangeli, ma che ce li fa apprezzare da un altro punto di vista, li integra, li arricchisce. È l'insieme che fa la completezza, non la divisione.

Si parla, infine, di moltissime riforme attuate da papa Francesco. Tutto vero, innegabile, ma non dimentichiamo che queste riforme arrivano dopo le aperture dei precedenti papi: se a livello papale possiamo parlare dei "santi della porta accanto" (termine molto caro a papa Francesco), è certamente anche perché Giovanni Paolo II diede un impulso straordinario alla canonizzazione dei laici, superando uno schema consolidato che premiava in percentuale estremamente più alta la santità di sacerdoti e religiosi/e. 
Se possiamo parlare di lotta alla pedofilia nella Chiesa, è perché Benedetto XVI ruppe il silenzio, parlandone ancora più apertamente del suo predecessore (ci si potrebbe soffermare soltanto sulla Lettera ai Cattolici d'Irlanda, e sulle precedenti modifiche alle "Normae de gravioribus delictis" nel 2010).
E si potrebbero fare discorsi analoghi sulle riforme economiche, sull'abolizione di alcuni simboli (la tiara pontificia scomparve sotto Paolo VI; la sedia gestatoria aveva già incontrato poco il favore di Giovanni Paolo I e ne fu poi definitivamente abolito l'uso da Giovanni Paolo II), sulla cura del creato e su molti altri argomenti.

Se si può parlare di santità, dunque, non dimentichiamoci di tutta la schiera dei papi che abbiamo avuto nel corso dei secoli. Fra cui già ci sono santi canonizzati, beati e venerabili.
Non inciampiamo nell'errore di osannare il presente disprezzando il passato. Ogni papa, fra l'altro, è naturale che porti con sé ciò che caratterialmente è: è successore di Pietro, ma nella sua personale identità, che se venisse a mancare ci toglierebbe qualcosa, perché lo renderebbe meno libero nella sua risposta a Dio attraverso la sua storia personale, la sua essenza, la sua personalità. 
Lo abbiamo visto nel corso dei secoli: il Papa buono, il Papa del sorriso, l'Atleta di Dio, il Papa teologo. Tutti nomi che ci dicono qualcosa dello specifico carattere di ogni pontefice, del loro carisma peculiare all'interno della Chiesa. 

Forse per questo, don Bosco, conoscitore dell'animo giovanile che tanto vive più facilmente quei sentimentalismi estremizzati che a volte prendono anche noi adulti, invitava i suoi a scrivere: "W il Papa" piuttosto che uno specifico "W Pio IX" (il pontefice del suo tempo). 
Perché ad osannare l'uno rispetto ai tanti si corrono due rischi: o si perdono quei chiaroscuri che fanno umana ogni persona o si distrugge il passato, la storia che ci ha preceduti, dimenticando però che da quella, noi tutti, proveniamo. 

Anche la Chiesa. 

Anche il Papa. 

Anche noi, pecore del gregge dell'Unico Pastore.

mercoledì 19 marzo 2025

Arte e fede

UN DONO AL PADRE

Festa di san Giuseppe


Di san Giuseppe nell'arte si potrebbero dire molte cose, essendo rappresentato in varie scene, che affondano le loro radici nel materiale biblico che lo vede protagonista.
Ma l'immagine che va per la maggiore è, senza dubbio, quella probabilmente più semplice, in cui il santo appare assieme al Bambino/fanciullo Gesù. Si tratta di opere declinate, di volta in volta, con una serie di piccole variazioni: in alcune il Figlio cammina accanto al padre, dandogli talora la mano; in altre (moltissime) il santo falegname di Nazareth porta il figlio in braccio; in tante il pargoletto indica con la mano il papà, per invogliarci a rivolgerci a lui; in alcune, poche rispetto a questa grande massa di opere, san Giuseppe riceve un fiore in dono da Gesù. 

Proprio questo tipo di iconografia ritroviamo, per esempio, nella pala che don Bosco volle per la Basilica di Maria Ausiliatrice in Torino (immagine a sx). Grande devoto di san Giuseppe, Giovanni Bosco ne curava le feste e il mese a lui dedicato, inserì sempre nelle chiese da lui erette un altare dedicato a questo santo, e, per la basilica torinese, diede precise indicazioni al pittore Lorenzone per la realizzazione di quest'opera, datata al 187. 
Interessanti sono le scritte bibliche che campeggiano in alto (Ite ad Joseph - Andate a Giuseppe) e sulla nella trabeazione del timpano (Constituit eum dominum domus suae - Lo costituì signore della sua casa). Esse ci introducono nel significato generale del quadro, che qualcuno non disdegnò definire come una vera e propria predica su ciò che è la devozione a san Giuseppe (così come riportato nel volume X delle Memorie Biografiche).
Dio stesso ci invita, nella persona di suo Figlio, a rivolgerci a san Giuseppe (dichiarato proprio due anni prima patrono della Chiesa universale), uomo così giusto e meritevole da essere stimato degno di diventare "signore della Sua casa", custode dei Suoi tesori più preziosi: Gesù e Maria. E quanto Giuseppe sia "signore della casa di Dio" lo testimonia il dono che il Bambino gli offre: il piccolo Gesù ha con sé un panierino di rose, che porge – una alla volta – al proprio padre terreno. Questi, poi, le lascia cadere sotto di sé, sulla Basilica di Maria Ausiliatrice (e quindi sulla Torino) collocata sotto i suoi piedi. Sono le grazie che Dio sparge, per mezzo di san Giuseppe, sull'oratorio, ma che possiamo rileggere, in senso traslato, come segno della prolifica attività di intercessore del santo. Non a caso santa Teresa d'Avila, nella sua autobiografia, aveva potuto ben dire di essere sempre stata esaudita nelle richieste rivolte a lui, perché san Giuseppe ha ricevuto il potere da Dio di soccorrerci in tutti i nostri bisogni. 
Una convinzione che è entrata a far parte – a pieno titolo – della preghiera più diffusa al santo: il Sacro Manto in onore di san Giuseppe.

In qualche altra sparuta immagine, Gesù offre a suo padre un giglio, simbolo di purezza.Così lo ritroviamo nella scultura conservata presso la Chiesa di San Donato a Bassano del Grappa (VI), edificata agli inizi del Duecento, parte di uno dei primi conventi francescani del Veneto. La tradizione vuole che qui sant'Antonio di Padova abbia incontrato Ezzelino III. Così lo ritroviamo nella scultura conservata presso la Chiesa di San Donato a Bassano del Grappa (VI), edificata agli inizi del Duecento, parte di uno dei primi conventi francescani del Veneto. La tradizione vuole che qui sant'Antonio di Padova abbia incontrato Ezzelino III.
Questa iconografia poco diffusa, delicata, ci rammenta che ogni purezza viene da Dio (Gesù è il giglio, il puro per eccellenza), e che san Giuseppe ha saputo vivere in pienezza questa "castità" che è ricchezza, nella bellezza del suo essere sposo e padre, custode di Maria e di Gesù, e, proprio per questo, custode di tutta la Chiesa, custode di noi tutti. 
Questa iconografia poco diffusa, delicata, ci rammenta che ogni purezza viene da Dio (Gesù è il giglio, il puro per eccellenza), e che san Giuseppe ha saputo vivere in pienezza questa "castità" che è ricchezza, nella bellezza del suo essere sposo e padre, custode di Maria e di Gesù, e, proprio per questo, custode di tutta la Chiesa, custode di noi tutti. 



San Giuseppe col Bambino, Bassano del Grappa, Chiesa di San Donato 
© Maria Rattà 2024

È un'opera di tranquilla e raffinata dolcezza, che nella sua delicatezza esprime tutto l'affetto di un padre verso un figlio e di un figlio verso un padre. Un affetto che si manifesta, come già nella pala del Lorenzone, anche attraverso il gesto di un "regalo", tanto simbolico quanto concreto. 
Regalo, parola che nella sua etimologia rimanda anche ai doni che i sudditi facevano al re. 
Così Gesù, che è il Re dei re, si fa "obbediente", suddito di Giuseppe che è "signore della casa": Cristo si fa figlio per davvero, non per finta. E ci invoglia a fare altrettanto, prendendo sul serio Giuseppe, che se padre di Cristo è anche padre nostro. Lo diceva senza mezzi termini san  Josemaría Escrivá de Balaguer, quando scriveva: "San Giuseppe, Padre di Cristo, è anche Padre tuo e tuo Signore" (Cammino, n. 559).
Non dimentichiamoci, allora, di Giuseppe di Nazareth, che nel suo umile silenzio appare quasi come la figura più dimessa nel grande progetto di salvezza, ma che proprio nella sua discrezione è grande, perché capace di agire senza troppe parole, senza strepiti, senza proclami.
Gesù, ha accettato di esserne figlio, e così come ha vissuto nell'obbedienza il suo rapporto col Padre celeste, altrettanto lo ha fatto verso Giuseppe, vero padre perché vero sposo di Maria. 
La sua vicenda ci dice che Dio non scherza, specialmente coi sentimenti. 
Non facciamolo neanche noi.

Buona festa a tutti i papà, buona festa a tutti coloro che portano il nome di Giuseppe. 


domenica 12 gennaio 2025

Pensieri per lo spirito

GESÙ, ETERNO BAMBINO

Fine del tempo di Natale



© Maria Rattà 2025

Ha un sapore dolceamaro questa fine/inizio, in cui termina per noi il tempo di Natale e comincia, per Gesù, la missione pubblica che si concluderà sulla Croce.
È un passaggio quasi forzato, accelerato: quel 
Gesù Bambino, che abbiamo poco tempo fa adorato in una grotta, diventa improvvisamente adulto, e si mette in fila lungo le rive del Giordano per farsi condonare dei peccati che, in verità, non sono suoi, ma di altri. Un attraversamento carico di responsabilità, di "adultità", in cui finisce la spensieratezza dell'infanzia, e la leggerezza fa spazio alla serietà. Quella della vita, quella della vocazione, quella della solidarietà con gli altri.  
Un apparente paradosso evangelico, però, ci fa notare che proprio l'infanzia, per certi versi, non può e non deve finire: «S
e non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3).
Una parola che Gesù per primo non ha semplicemente pronunciato, ma messo in pratica. Nella giustizia che Egli vuole si adempia (cfr. Mt 3,15) attraverso questo «battesimo di conversione» (Lc 3,3), si manifesta proprio il suo rimanere eternamente bambino. Il suo passaggio dall'infanzia all'età adulta è segnato infatti dal dialogo col Padre, dall'affidamento a Lui, dalla comunione profonda.
Sì, possiamo pensare a Gesù come uno di noi, che è rimasto pur sempre bambino nella propria interiorità: uno che ha conservato nel cuore la nostalgia dell'infanzia perduta, delle carezze della madre, degli insegnamenti del padre; uno che ha custodito nell'intimo i profumi di casa, le attenzioni dei nonni, le risate con i compagni di giochi; uno che ha preservato le memorie di attimi di sicura protezione fra le braccia di chi, crescendo, non si può più ritrovare fisicamente, ma che sempre rimane impresso nella pelle e nell'animo. 
Ma Gesù, quel Gesù adulto che insieme ai peccatori attende di essere battezzato dal cugino Giovanni, è come un bambino che sa di aver bisogno di qualcuno più grande di lui; che riconosce di non essere solo al mondo; consapevole di dover comunicare con Colui che può guidarlo verso la vera felicità, che può aiutarlo a comprendere la propria chiamata, che può svelare ai suoi stessi occhi i talenti di cui è dotato. «
Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera» (Lc 3,21): è l'atteggiamento del bambino che alza lo sguardo e tende le mani ai propri genitori, nella sicura certezza di non essere abbandonato.
E dall'Alto il cielo risponde, con una colomba, una voce, una parola d'amore. 
Perché solo nell'amore è possibile che il tempo di festa finisca, lasciando spazio a un ordinario che mantenga una sua propria bellezza e dignità; perché solo nell'amore si può assumere la fatica dell'impegno e del lavoro in attesa di un nuovo tempo festivo; perché solo nell'amore la normalità diventa straordinaria anche nel dolore. 
E se ciò è possibile è solo perché l'amore non è un tappabuchi, ma uno straripamento di pienezza anche nelle croci del cammino: è sapersi supportati e sopportati da chi ci ama. Non solo, cioè, accompagnati, ma anche sorretti: sopportare, infatti, è reggere il peso di un altro. Chi ci ama si fa carico di noi anche quando la debolezza ci impedisce di andare avanti, di proiettare oltre lo sguardo, di coltivare la gioia. Chi ci ama ci prende per mano, o in braccio, 
proprio come un genitore fa col suo bambino stanco di camminare, o vinto dal sonno o a rischio di perdersi rimanendo da solo.  
Chi ci ama ci sta accanto e ci risolleva per ridonarci la gioia. Quella gioia spontanea, serena, irrefrenabile che è tipica dei bambini, di chi ancora non ha visto le miserie del mondo, le cattiverie umane, le bugie dei prepotenti e dei meschini.
Così è Gesù nelle mani del Padre: un eterno Bambino, sollevato al di sopra di ogni bruttura; innocente e felice. Perché amato e riamante. Proprio come nel suo Natale.

GENEROSO NATALE (Alda Merini)

Oh, generoso Natale di sempre!
Un mitico bambino
che viene qui nel mondo
e allarga le braccia
per il nostro dolore.
Non crescere, bambino,
generoso poeta
che un giorno tutti chiameranno Gesù.
Per ora sei soltanto
un magico bambino
che ride della vita.
e non sa mentire.

giovedì 2 gennaio 2025

Giubileo della Speranza

 

"IL TEMPO E LA SPERANZA"

Buoni propositi per il nuovo anno




Il nuovo anno comincia sotto il segno di una donna: Maria, la Madre di Dio, la Madre degli uomini.
Ma del tempo diciamo che è esso è dono di Dio, e così l'anno che inizia è il regalo che ci concede il Padre per essere, ancora una volta, immersi nella storia in un moto di rinnovamento che viviamo alla luce dei cosiddetti "buoni propositi" con cui accogliamo, in fin dei conti, ogni fine che si riversa in un ricominciare. Sono le nostre aspettative personali e globali, che riflettono, nella loro profondità più intima, il nostro bisogno di trascendenza: ciò che abbiamo non è mai sufficiente, siamo sempre alla ricerca di altro, abbiamo costantemente necessità di guardare oltre, di respirare una felicità più grande, di cogliere obiettivi più elevati, di incontrare, in fin dei conti, la versione migliore di noi stessi. 
La dimensione storica che attraversiamo non è soltanto un pugno di mesi in successione l'uno dopo l'altro, ma un cammino che cresce con noi e in cui noi stessi cresciamo, nella speranza di andare incontro agli altri e all'Altro, e che gli altri e l'Altro facciano altrettanto con noi. 
Ogni nuovo anno è, insomma, una piccola Genesi, in cui desideriamo essere ricreati, per riprendere la nostra corsa con più slancio, lasciandoci alle spalle le cose che di quello precedente non ci sono piaciute, che ci hanno provocato sofferenza, ferite, traumi; ma anche conservando e migliorando le situazioni nuove, belle, entusiasmanti che abbiamo vissuto; portando con noi le persone che ci hanno offerto la loro vicinanza, la loro amicizia, il loro amore.
La fine che si riversa nell'inizio ha un po' il sapore dell'innamoramento, in cui davvero sentiamo che tutte le cose si fanno sempre nuove, sempre "principio" di un oggi che diventa un domani più bello e pieno; la fine che si consuma nel principio ha sempre un po' il gusto dell'amore che sboccia, in cui la speranza ha la parola più forte, e ci fa realmente credere che tutto sia possibile.
L'anno nuovo, come la vita e come l'amore, richiede allora un Padre e una Madre per essere veramente generativo, vitale, vivente. Qualcuno che non solo ci porti alla luce, ma che ci prenda anche per mano e ci accompagni, ci insegni ciò che ci serve e poi ci lasci liberi di andare con le nostre gambe. 
L'anno nuovo, come la vita e come l'amore, necessita di un Padre e una Madre che rigenerino in noi la fiducia nella freschezza di nuove possibilità; che riaccendano in noi la capacità di scorgere grandi orizzonti anche quando tutto sembra cupo; che rianimino in noi il desiderio di rialzarci anche se siamo caduti. 
Se Dio è il Dio della speranza, del tempo e della storia, allora ogni nuovo anno è, principalmente, un tempo di speranza: non c'è virtù umana per esercitare un qualche potere sul tempo – diceva papa Francesco nel 2013 – ma l'unica virtù per guardare al tempo è la speranza [1].  
Nella speranza, proprio il tempo che apparentemente si riavvolge intorno al nastro di partenza non è semplicemente una fiaba, ma lo spazio di nuove, concrete possibilità: e laddove non si possono cambiare vicende e persone, allora, che nella speranza, possiamo almeno cambiare noi stessi, per avere sguardi, pensieri e cuore allenato. Per vivere meglio, più padroni di noi stessi, autonomi e forti come quel Padre e quella Madre che ci introducono in questo nuovo inizio per farci guardare dentro di noi e nelle nostre esistenze, e farci scoprire, proprio nella speranza, ricchezze che forse non sapevamo di possedere.
Questa è la vera speranza: essere consapevoli di non essere soli, e che ogni tassello che compone la nostra vita ha un senso, anche quando non si incastra secondo i nostri progetti umani, perché tutto procede verso Colui che raccoglie e armonizza in sé tutta la storia.
La nostra, insieme alla Sua. 

Buon 2025 a tutti, buon Giubileo della speranza!


[1] Papa Francesco, Meditazione mattutina a Santa Marta, 25 novembre 2013.

giovedì 19 dicembre 2024

Una nuova pubblicazione per il Giubileo

 

"ANCORATI ALLA VERDE SPERANZA"

Pellegrini con arte verso la meta





La speranza non delude
- ci dice san Paolo - perché siamo certi dell'amore di Dio che lo Spirito ha riversato nei nostri cuori.
Ma proprio la speranza può facilmente essere confusa con altre cose che rimangono diverse da essa: come l'ottimismo ideologico o come la semplice aspettativa umana di un buon esito delle situazioni umane. Proprio san Paolo, però, aiuta a tracciare un profilo diverso della speranza cristiana quale virtù teologale, e lo fa attraverso un'immagine: quella dell'àncora. A partire da questa traduzione visiva della speranza è possibile provare a tracciare un cammino che affronta anche le declinazioni artistiche dello sperare. Un viaggio interessante, che ci conduce fra pittura e poesia, fra Bibbia e magistero, e che ci fa attraversare secoli di storia, usi e costumi. Quante volte, per esempio, abbiamo associato il verde alla speranza, senza però sapere da dove parta questo abbinamento? Questo libro vuole allora essere un approccio ampio al tema della speranza, in vista del prossimo giubileo, provando però a guardare il tutto da un punto di vista diverso, con l'occhio di chi sa che i concetti, quando diventano colore e forma, molto spesso si imprimono più a fondo nell'animo umano e invitano più profondamente alla riflessione.
Prepariamoci dunque all'Anno Santo provando a scoprire lati insoliti, ma non per questo meno importanti, della speranza cristiana.

Il libro è disponibile su Amazon in formato cartaceo e E-book.

sabato 12 agosto 2023

Sguardo cristiano su notizie di attualità

"SANTO SUBITO"

Il politically correct della morte




Difficile che la morte di personaggi "famosi" ci "scansi". Non per la fama (più o meno grande) della persona in questione, a cui potremmo certamente anche essere legati da questioni private, pubbliche, artistiche, o alla quale, certamente e come per tanti di noi avviene, potremmo pure non essere legati affatto. Ma è cosa poco fattibile, il rimanerne al di fuori, semplicemente per il complesso e movimentato processo mediatico che essa mette in atto, una vera e propria macchina da spettacolo che, volente o nolente, alla fine ci coinvolge tutti, tanto da spettatori attivi quanto passivi.
La morte di Michela Murgia non fa eccezione, e, parlando in prima persona, alla massa di informazioni lette sui giornali e sui social, si aggiungono i vari messaggi in cui vengono condivisi articoli e altri contenuti, legati non solo al mondo della cronaca squisitamente "laica" (e magari anche politicizzata), ma pure a quella connessa a un mondo più "ecclesiale", come i quotidiani Avvenire e Osservatore Romano.
Un bombardamento mediatico, in cui si sovrappongono citazioni estrapolate dai libri della scrittrice e attivista, dalle ultime interviste, ma anche commenti che hanno il sapore, a volte, di veri e propri panegirici incensatori o di muri del pianto davanti ai quali innalzare una richiesta tardiva di perdono per atteggiamenti, condanne, sentenze pregresse.
Tutte questioni che ci pongono davanti a un problema di tipo esistenziale (il giudizio sulla persona è cosa facile o complessa? Cosa identifica veramente l'essere umano con determinate posizioni, istituzioni, credi religiosi? Come si dialoga davvero con chi la pensa diversamente da noi?), e con risvolti certamente anche spirituali, tanto più se la persona in questione si definiva cattolica, ma di un cattolicesimo "fuori dalle righe".
Come credenti, allora, l'evento naturale della morte di un personaggio pubblico (anche e soprattutto quando accaduto in circostanze drammatiche come una improvvisa e prematura malattia) pone certamente degli interrogativi, e fra questi alcuni strettamente di fondo, propedeutici a tutti gli altri: domande sulla facilità con cui spesso, noi esseri umani, passiamo dal condannare all'assolvere (o viceversa), solitamente nemmeno in punto di morte, ma subito dopo; quesiti sulla nostra "incredibile" capacità di risolvere conflitti ben più grandi di noi (ideologici, teologici, politici) apparentemente (e magari momentaneamente) solo in un post-mortem in cui è facile elargire commiserazioni, plausi, riconoscimenti, senza che l'altro interlocutore abbia la facoltà di prendere parola.
Non è una questione futile, a ben pensarci. Si rischia di ridurre tutto quello che ruota attorno alla morte (e ciò accade sempre più di frequente) a un banale sentimentalismo, all'onda del momento, al buonismo dell'istante dinanzi al dolore per la scomparsa di qualcuno, alla "ingiustizia" della dipartita di una persona giovane, alla svendita delle proprie posizioni (fino a poco prima strenuamente difese) per una sorta di politically correct che ci permette di rimanere nel circo mediatico, di fare di tutta un'erba un fascio, di raccogliere consensi, di presentare il volto di una politica inclusiva, di un mondo di letterati colti, di una religione della misericordia che cancella i dogmi, le regole, le caselle in cui ordinare il proprio credere.
Riflettere su tali argomenti non significa, semplicemente, optare per il condannare o l'assolvere. Sarebbe fin troppo facile risolvere il tutto come un problema di bianco e di nero. Il problema è però quello di una onestà intellettuale che non è negoziabile e rinnegabile dinanzi al pietismo momentaneo, perché altrimenti si incappa nell'anarchia del "santo subito", con canonizzazioni socio-politico-religiose a cui tutti, sempre più di frequente, assistiamo.
Bisognerebbe, forse, in un certi momenti, imparare a tacere, e, dinanzi al mistero della morte, specialmente quella di personalità ricche di sfumature, ma anche controverse (e al netto di tutto il buono/cattivo, giusto/sbagliato che ogni essere umano accumula insieme come bagaglio di vita) ricordarsi che una preghiera silenziosa e la sospensione del giudizio canonizzatorio rimangono la migliore risposta a ciò che, appunto, rimane per noi, dell'aldiqua, un arcano. Mentre sono certezze le Verità in cui crediamo, i valori non commerciabili, e la ragione con cui possiamo applicarli nella vita di ogni giorno, rimanendo fedeli a essi, pur nell'apertura al dialogo con chi la pensa diversamente da noi. Perché la coerenza a ciò che professiamo, in fin dei conti, è ciò che ci rende veramente affidabili e degni di fede, capaci di dare una testimonianza verace, che non si inchina dinanzi alle mode del momento.

domenica 4 giugno 2023

Pensieri per lo spirito

TRINITÀ, DIO RICCO DI AMORE
«L'amore determina il futuro» (Karol Wojtyla)



La Trinità nell'Horae ad usum Parisiensem (Latin 1176, fol. 186r.), 
Parigi, Bibliothèque Nationale de France
Fonte: gallica.bnf.fr

Il Signore passò davanti a lui, 
proclamando: 
«Il Signore, il Signore, 
Dio misericordioso e pietoso, 
lento all’ira 
e ricco di amore e di fedeltà»
(Es 34,6-7).




È aggettivo di sovrabbondanza il termine "ricco": parola del superfluo, vocabolo dalle sfumature di sicurezza e dalle prospettive di tranquillità a lungo termine.
Così lo intravediamo già nella parabola lucana del ricco stolto (Lc 12,13-21), racconto che, tuttavia, non ha un lieto fine, perché la ricchezza accumulata dal protagonista non procura a quell'anima mia invocata nell'incipit la beatitudine tanto sperata. 
Eppure tale rimane – anche nell'immaginario collettivo – l'idea della ricchezza: un lasciapassare per il futuro, un salvagente per gli imprevisti, una garanzia per la propria pace.
Possedere molti beni diventa forse un antidoto alla paura dell'ignoto: arpionarsi alla ricchezza è quasi scongiurare il pericolo della malattia, della morte, l'avanzare della vecchiaia, l'inevitabilità del consumarsi dell'esistenza. Avere molti beni offre la possibilità di godersi la vita, di arraffare compulsivamente una felicità che, in fin dei conti, ci sembra sempre sfuggente, perché la sappiamo destinata a incontrare un termine ultimo. Almeno nei connotati spazio-temporali del nostro vivere terreno.
Aver accumulato e poter disporre di questo accumulo negli anni a venire sembra allora il palliativo a ogni mancanza d'altro: perché i soldi possono anche anestetizzare l'assenza di affetti.
Ma che la ricchezza materiale non sia davvero il preludio della felicità lo sottolinea sempre la Scrittura, quando Gesù sentenzia senza mezzi termini che «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio» (Mt 19,24).
La conclusione stessa della parabola del ricco stolto ne è segno eloquente: «"Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?". Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio» (Lc 12,20-21).
La ricchezza è, allora, un'arma a doppio taglio:
 porta spesso all'eccesso, al vizio, al godimento sì, ma senza limiti, senza paletti etici e morali (in una parola: il consumo delle cose porta alla consumazione di se stessi); oppure, quando anche non si raggiungano questi estremi, conduce a delle false sicurezze, a un vivere mascherato di eternità, a una realtà virtuale in cui fingere che non esistano lo scorrere del tempo, la morte, il passaggio da questa a un'altra vita.
Non è, allora, la ricchezza in sé il punto (anzi, Gesù stesso dice che bisogna arricchirsi presso Dio), ma proprio la vita stessa.
Quale vita vogliamo vivere? Quale consapevolezza abbiamo di questa esistenza? Siamo certi che il godimento dell'oggi sia solo un preludio a quello del futuro senza fine? Sappiamo che ogni ricchezza di questa terra è un rimando a un'altra ricchezza più solida, più verace, realmente eterna?
La ricchezza può dunque diventare un simbolo, e lo è nella misura in cui ciò di cui per primo vogliamo arricchirci è l'amore. Non come possesso, ma come capacità incondizionata di donarci agli altri, in un impegno che abbia il sapore della stabilità. In quest'ottica ogni ricchezza materiale non diventa egoistica soddisfazione di bisogni personali, corsa contro il passare degli anni, isolamento nel proprio benessere, ma acquista le sfumature della condivisione, della carità, della cura dell'altro e di se stessi nell'autocoscienza di un compito di amore ricevuto da Dio.
E in questo senso anche il nostro stesso Dio è ricco. Ricco di amore e di fedeltà, come lo descrive il libro dell'Esodo nel brano della prima lettura di questa domenica dedicata alla Santa Trinità.
La vera felicità trinitaria sta tutta qui: in questa ricchezza di amore e di fedeltà, in questa relazione che fa del divino il perennemente innamorato, il perennemente donato, il perennemente fedele. Il perennemente gioioso.
Questa idea di ricchezza rovescia le nostre convinzioni su ciò che ci rende ricchi, e ci riporta all'esperienza che forse tutti noi abbiamo provato, almeno una volta nella vita. Alla felicità che pervade l'animo umano nel momento in cui si è innamorati, al senso di mistero e di eternità che l'amore scava nel cuore umano. Al desiderio di riversarsi per sempre in un altro e di sentire per sempre l'altro in sé. Tutte sensazioni (e realtà) che vanno di pari passo con l'amore.
«L'uomo ha a disposizione una esistenza e un amore» – scriveva Karol Wojtyla nella sua opera teatrale La bottega dell'orefice – «come farne un insieme che abbia senso? La gente si lascia trascinare dall'amore come se fosse un assoluto, anche se mancano le misure dell'assoluto. La gente segue la propria illusione, senza cercare d'innestare questo amore nell'Amore che ha una tale misura. Non hanno neanche il sospetto di questa necessità perché sono accecati non tanto dalla forza del sentimento quanto dalla mancanza d'umiltà. 
È una mancanza d'umiltà verso quella che dovrebbe essere l'amore nella sua vera essenza. Questo pericolo diminuisce se ne siamo coscienti. In caso contrario – il pericolo è incombente; l'amore cede sotto il peso della realtà quotidiana» [1]. 
Innestarsi in Dio, "entrare" nella Trinità, innestare il proprio amore umano nel suo amore. Ecco il segreto, perché «Dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21).
La prima ricchezza dell'uomo deve essere Dio, il suo stesso amore. Solo così ogni amore umano potrà essere vero, resistente agli urti del tempo e perdurare per sempre. Proprio come l'amore di Cristo, che nella sua esperienza terrena ha amato di un amore resistente al fardello di ogni prova, anche al pesante legno della Croce.
«Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano». (Mt 6,19-20)
Perché solo «l'amore determina il futuro» [2].



NOTE

[1] Karol Wojtyla, La bottega dell'orefice, Libreria Editrice Vaticana, 1978 (ristampa 2015), pp. 81-82.
[2] Ibidem, p. 28.

domenica 7 maggio 2023

Sguardo cristiano su notizie di attualità

DI UOMINI, DONNE E COMPLICITÀ
Vera mascolinità e femminilità a partire dalla Scrittura










 


C’è qualcosa di negativo fra i vari significati della parola “complice”.
Qualcosa di così pesante che il termine ci appare spesso solo nella sua accezione oscura, facendoci pensare immediatamente a un’azione cattiva come un reato, un delitto, un furto; tutte cose in cui si opera il male perché due persone si alleano assieme per compierlo, in diversa misura. Siamo abituati, insomma, più a una complicità di cattiveria che a una di buoni propositi.
Forse, nella nostra innata tendenza all’egoismo e al disordine interiore, abbiamo dimenticato che l’essere complici ha anche un altro, e ben diverso, ventaglio di sfaccettature, comprensibili ritornando all’origine della parola, alla sua etimologia. Quella di un vocabolo che deriva dal lat. tardo complex -plĭcis, composto di con- e della radice *plek- presente in plectĕre-allacciare e anche in plicare-piegare 
Piegato, allacciato insieme, dunque. Non c’è, nella natura linguistica della complicità, l’ombra del male. Il termine è completamente svestito di connotazioni etiche, morali, legali. A noi la scelta di riempire questa neutralità di bontà o di malvagità, di giustizia o di ingiustizia, di correttezza o di scorrettezza.
Che tutto dipenda dalla nostra libertà è la Scrittura stessa a rammentarlo, squadernandoci davanti agli occhi queste due possibilità come facce di una stessa medaglia.
Nella Genesi Dio crea l’uomo e la donna, in una ricchezza semantica che solo l’ebraico biblico disvela (diversamente dalla nostra traduzione italiana), laddove  ish è l’uomo e ishàh la donna tratta dalla sua costola, con somiglianze ad altre parole quali ishiut-individualità, e ishut-matrimonio-unione. Un complesso di rimandi che completa l’idea della donna compagna che sta di fronte all’uomo come aiuto (secondo la traduzione letterale del testo originario).
L’idea dello stare “di fronte” fa pensare certamente a uno specchio, in cui, in un certo senso, l’altro possa riflettersi per vedere e costruire meglio la propria identità, la propria pienezza. Piegandosi assieme “con”, allora, si ritorna “al centro”, a quella completezza di corpo e di spirito voluta dal Creatore (i due che tornano a essere un’unica carne), ma questo è, più in profondità, il piegarsi verso Qualcuno che sta “in mezzo” a questa unità, se è vero che l’uomo è inizialmente creato a immagine e somiglianza di Dio. 
La vera complicità è allora in sé (rimanendo su un piano strettamente scritturistico) intrinsecamente positiva, orientata a un bene superiore: il piegarsi verso l’altro per raggiungere insieme l’Altro per eccellenza.
Il problema scaturisce quando (e la Bibbia lo dimostra subito dopo) il confronto speculare si spezza, e ci si piega verso altro che non è né l’altro né Dio. La tentazione di Eva immette un “quarto elemento” in questa relazione, cui consegue quanto già noto sul peccato originale e la cacciata dall’Eden.
Il problema è che il “quarto elemento”, in diversa misura, permea quotidianamente il nostro mondo di relazioni uomo-donna, e ne sentiamo echi diversi, spesso sottilmente rintracciabili anche nelle idee fuorvianti sull’idea di eros, mascolinità e femminilità.
Dimenticando le cose principali ci si ferma su quelle accessorie, e diventano preponderanti le questioni sui ruoli “istituzionali” all’interno della coppia, quelle linguistiche sulle desinenze di professioni e competenze, quelle ideologiche sulla libertà di sperimentare “nella mente”. I gossip di quest'ultima settimana hanno prodotto materiale abbondante su questi versanti della questione.
Il punto è che il femminismo sembra tradursi in una rivalsa strampalata di antiquariato della nonna, in elucubrazioni grammaticali trite e ritrite, o in una sorta di futurismo déjà vu che fa cassa (perché l’immagine aumenta le vendite!).
Sono lotte pseudosindacali che lasciano il tempo che trovano, ma che danno adito a teatrini (radiofonici, televisivi e giornalistici) rasentanti il ridicolo in quanto fluttuanti fra le questioni ormai alla moda della fluidità di genere, dell'emancipazione (in quale senso?) femminile, della parità uomo-donna (che però sembra essere poi contraddetta), e dunque non in grado di affrontare l'argomento dal punto di vista che conta, antropologicamente prima ancora che spiritualmente: quello della vera diversità fra uomo e donna che serve a costruire la vera identità maschile e femminile. E, per dirla poi su un piano cristiano, quella che serve a rendere la donna più donna nel rapporto con l’uomo e l’uomo più uomo nel rapporto con la donna, come papa Francesco sottolineava nel 2018: « Questo è l’amore. E qual è il compito, dell’uomo nell’amore? Rendere più donna la moglie, o la fidanzata. E qual è il compito della donna nel matrimonio? Rendere più uomo il marito, o il fidanzato. È un lavoro a due, che crescono insieme; ma l’uomo non può crescere da solo, nel matrimonio, se non lo fa crescere sua moglie e la donna non può crescere nel matrimonio se non la fa crescere suo marito. E questa è l’unità, e questo vuol dire “una sola carne”: diventano “uno”, perché uno fa crescere l’altro. Questo è l’ideale dell’amore e del matrimonio» (Veglia di preghiera con i giovani italiani, 11 agosto 2018). 
Non è, allora, questione di “divisioni di compiti” o di desinenze linguistiche, né tantomeno di sperimentazioni mentali, ma di tirare fuori la vera essenza del maschile e del femminile, della grazia e della virilità, della dolcezza e della forza, con l’apporto unico che ciascuno dei due sessi può dare alla società in ogni sua struttura.
Eravamo forse più avanti 30 anni fa, col famoso spot Fiat “Buonasera” (se non lo ricordate andate a rivederlo!). Ed eravamo più avanti finanche nei secoli passati, quando san Giuseppe veniva ritratto intento a cullare Gesù, mentre Maria riposa nella lettura della Scrittura dopo le fatiche del parto, oppure tutto preso dall'asciugarne al fuoco i panni mentre la Madonna si concentra nella preghiera e nell'adorazione.
Proprio lui, quell’uomo giusto del Vangelo che di sdolcinato non aveva nulla, ma che a ben guardarlo appare così profondamente uomo da affrontare le critiche di un intero villaggio per sposare la donna che ama – una ragazza che agli occhi del mondo era incinta di un altro – e così profondamente virile e coraggioso da lasciare tutto, e più volte, per proteggere la propria famiglia. Insomma, un uomo vero accanto a una donna vera, un uomo moderno accanto a una (Ma)donna moderna; due che sono affiatati e complici nella ricerca del bene.
Perché di questo ci parla, in fondo, anche la storia della Salvezza: di uomini, donne e complicità.
Di modelli da imitare, ancora oggi, per diventare veri uomini e vere donne in un mondo che ci propone delle mere contraffazioni, imitazioni interscambiabili a basso costo, sperimentazioni del maschile e del femminile che vanno e vengono come le mode sulle passerelle... o come le notizie sui giornali.

Natività dal Libro delle Ore di Besançon (XV sec.), Ms 69 f.48r, Cambridge, Fitzwilliam Museum - Fonte: Wikipedia 

Cerchia di Antoine Le Moiturier, Natività (1450 c.), New York, Metropolitan Museum of Art Fonte: Metropolitan Museum of Art

lunedì 17 aprile 2023

Pensieri per lo spirito

L'AMORE A PORTE CHIUSE

Riflessioni sul Vangelo della Domenica in Albis (ANNO A)




© Cristina Gottardi - Unsplash

 
  «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse
le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei,
venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo:
«Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».
Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo.
A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!».
Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco,
io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa
e c'era con loro anche Tommaso.
Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!».
Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!».
Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».
Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto;
beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni
che non sono stati scritti in questo libro.
Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
(Gv 20,19-31)




La sera di quel giorno, il primo della settimana, a porte chiuse.
L'incipit del brano che conclude l'Ottava di Pasqua sembra un ossimoro seminato per spiazzarci, in un crescendo di contraddizioni di buio e luce, di principio e fine, di aperture e barricamenti.
A fare da collante alle figure di quest'ossimoro è il timore, quello dei Giudei certamente, ma anche il timore del cuore di ciascun discepolo, titubante e impaurito nel camminare sul filo del credere e del non credere, dello sperare e del disperare, dell'attendere e del fuggire.
Il cuore è probabilmente il vero protagonista di questo racconto: quello dei seguaci di Cristo, che infatti non chiudono a chiave solo la porta di una casa, ma anche dei loro cuori dubbiosi; e quello di Gesù, che nel suo essere sempre Colui che ama per primo non può lasciare che queste porte rimangano sigillate per sempre.
Eppure il Maestro non viene spalancando portoni, non scardinando serrature; non arriva a divellere spranghe e sfondare battenti. No, Gesù, semplicemente, entra. A porte chiuse. Nel rispetto di quel misto di paura e braci di speranza che forse albergavano nel cuore dei suoi amici. Nel rispetto del mistero dell'uomo che impone paletti, innalza steccati, costruisce trincee per proteggersi dal troppo amore e dal troppo sperare.
Così, viene Gesù. Nello stile di un Dio senza clamori, senza rombi di tuono ed effetti speciali. In fondo questo entrare a porte chiuse, che pure tanto ci sorprende ogni volta nel rileggere il brano giovanneo, fa finanche meno rumore di un bussare gentile. È il silenzio di una presenza senza squilli di tromba, senza inutili orpelli, che non viene a scatenare paure accessorie, ma solo a portare la pace, a stare "con".
Perché l'amore, sostanzialmente, è questa semplicità assoluta dell'esserci. Senza preavvisi, senza presentazioni, senza richieste, senza pretese.
L'amore, se amore deve essere, è allora sempre un amare a porte chiuse. Superando le barriere del cuore che troppo facilmente si spaventa a ogni movimento inconsulto della vita, a ogni imprevisto, a ogni passo falso degli eventi. Superando la chiusura del cuore incerto fra il crederci davvero o l'abbandonarsi al pessimismo della sola ragione; del fidarsi totalmente dell'altro o dell'opporre resistenze umane impastate di logiche materiali e psicologiche; colmando la distanza tra il finire e il cominciare, tra l'oscurità e la luce. 
Tutti, in fin dei conti, sogniamo di essere amati davvero così: negli ossimori del nostro sentire, nelle contraddizioni del nostro stesso amare, dietro quelle porte chiuse in cui solo chi ci ama davvero può conoscerci fino in fondo. Senza parlare, senza domandare. Semplicemente rimanendo con noi. Semplicemente vincendo le nostre resistenze senza violare i nostri lucchetti, con la gentilezza di chi sa straripare nell'amore per riportarci a galla. E mai per sommergerci. 

domenica 9 aprile 2023

Pensieri per lo spirito

 IL BUIO E LA LUCE

Riflessioni sulla Domenica di Pasqua (anno A)





Caspar David Friedrich, Il mattino di Pasqua (1828 – 1835),
Museo Nacional Thyssen-Bornemisza, Madrid
Fonte: Museo Nacional Thyssen-Bornemisza

 
  «Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino,
quando era ancora buio
». (Gv 20,1)




La Pasqua di Resurrezione si apre fra il buio e la luce, fra il tramonto delle stelle e l’alba del sole. Come ogni risurrezione, anche quella di Gesù sorprende Maria nelle tenebre dei suoi abissi, dei suoi sconforti, del suo pianto.
E non può che avvenire così, per farci passare dalla morte (l’oscurità per eccellenza) alla vita (la luce per antonomasia). Come in una fotografia, in un dipinto del Caravaggio o di De Chirico, la luce risalta perché le ombre la fanno emergere, perché nel contrasto fra il bianco e il nero, fra l’eterea inconsistenza della luminosità e la materica pesantezza del buio si staglia l’affascinante presenza di ciò che in realtà materia non è, ma che pure tanto bene ci fa alla vista, al cuore, ai sensi tutti. La luce è bellezza, la luce è gioia, la luce è respiro vitale. Ma se tutto fosse luce, nella nostra vita e nella storia del mondo, finiremmo forse con l’esserne abbagliati. Non siamo pronti, su questa terra, alla sola e semplice luce.
Vedere Dio faccia a faccia nella sua essenza pura non è sostenibile per il nostro sguardo e, paradossalmente, a volte riusciamo a incontrarlo solo “per contrasto”: dopo il nostro peccato, dopo la caduta del fratello, in mezzo al male del mondo in cui ancora qualcuno riesce a operare solo per il bene.
Il chiaroscuro, nella sua interezza, ci mostra le mille sfaccettature della realtà e dell’animo umano, di noi stessi, persi sempre in un gioco di equilibri interiori fra la speranza e la disperazione, tra la felicità e la tristezza, fra la santità e il peccato. Il contrasto ci rende capaci di vedere la deformità del male e la prorompente silenziosità umile del bene; la contrapposizione di ombra e di luce ci rende capaci di valutare la necessità di risalire dai nostri abissi per ritrovarci nella trasparenza che ci scalda, ci purifica, ci abbellisce. Dopo aver visto il contrasto, allora, possiamo scegliere di fare della nostra esistenza un mattino di risurrezione, in cui il sole già si innalza nel cielo e la sua luce ricopre la terra: sfumature di chiarore e vaporizzazione di tenebra si fondono assieme (come nel quadro di Friedrich), e la contrapposizione non è più netta, come in pieno giorno o lungo la notte, ma tutto si fa armonia, in un passaggio tonale che preannuncia rinascita.
Credere nella Risurrezione, allora, è proprio questo: ritrovare, nel quadro della storia umana, una bellissima pagina di luce scritta in un libro fatto di buio, quel buio da cui il Cristo – la luce vera del mondo – è venuto a tirarci fuori.

Buona Pasqua di luce!