mercoledì 20 novembre 2013

SILLOGISMO DELLA PREGHIERA....riflessione sul "germe" di eternità insito nell' orazione!


"Per me la preghiera è uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia"

Comincia con queste parole di Santa Teresa di Lisieux, la quarta e ultima parte del Catechismo della Chiesa Cattolica, sezione dedicata interamente alla PREGHIERA.

Il Vangelo ci parla spesso di "Gesù orante"
La giovane santa rispecchia in pieno la spiritualità del suo ordine, quello "ri"fondato da Teresa d'Avila, la grande "maestra" dell'orazione che nel Libro della sua vita, così definisce, a sua volta, questa tipica preghiera carmelitana:

"Per me l'orazione mentale non è altro se non un rapporto d'amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama"  (Libro della Vita cap 7, par. 5)

E andando più avanti, descrivendo alcuni "gradi" dell'orazione mentale, la Santa di Avila ne parla come di "una piccola scintilla del vero amore di Dio che il Signore comincia ad accendere nell'anima". (Libro della Vita cap 15, par. 3)

Questa descrizione corrisponde a quanto afferma il CCC: "Che lo sappiamo o no, la preghiera è l'incontro della sete di Dio con la nostra sete.
Dio ha sete che noi abbiamo sete di Lui"  (CCC 2560)

Probabilmente, troppe volte sbagliamo il nostro approccio alla preghiera perché la consideriamo come qualcosa di diverso da quella che essa è realmente: un colloquio d'amore.
Di più: un dialogo fra innamorati.

Provando a pensare in termini concreti, ricorrendo al parallelo delle persone innamorate, tutto diventa più facile: davanti alla persona che si ama è semplice, naturale, appagante:
rimanere in silenzio, contemplandone la bellezza;
descrivere i propri stati d'animo;
parlare dei propri problemi;
fidarsi delle eventuali soluzioni o rassicurazioni che l'altro ci offre;
lasciarsi guardare con occhio semplice e puro;
"bastarsi" l'un l'altro, trovare tutto ciò che è sufficiente per star bene nell'amore dell'altro.

Ecco, pregare Dio AMANDOLO, equivale a questo.
Mi pongo dinnanzi a Dio che Innamorato della Sua creatura, cioè di me!
Mi pongo sotto gli occhi di Colui che "ci ha amati per Primo" (1Gv19)
Questo mettermi davanti a Lui è quasi l'atto di chi si "consegna": dono totalmente me stessa, dono la mia totalità a Colui che Si lascia contemplare, amare e che allo stesso tempo Si consegna a me e ...mi contempla!
In questo dialogo d'amore "Dio solo basta"  -direbbe sempre Santa Teresa d'Avila- , ma,  paradossalmente, anche la creatura "basta" a Dio: sazia cioè, la sete d'Amore che arde nel Cuore di Dio, un Cuore che in Cristo Si è fatto CARNE.

Paradosso che Dio "contempli" la creatura, Lui che è il Solo a meritare di essere contemplato?

No, se ben leggiamo la Bibbia fin dalle sue prime pagine!
Nella Parola troviamo un Dio Creatore che si "ferma" davanti all'Uomo e alla Donna, formati a Sua immagine e somiglianza, sottolineando la loro differenza rispetto a tutte le altre cose create:
"E Dio vide che era cosa molto buona" (Gn 1,31)

Quando l'anima è in grazia, Dio non può non compiacerSi di essa.  
Dio è come l'innamorato che si...accontenta, che si sazia di guardare la bellezza dell'amata che ha dinanzi!
Il Cantico dei Cantici, con la sua storia d'amore umana, è anche leggibile come la storia d'amore tra Dio e la Sua creatura e ben spiega questo mistero che intercorre tra il Dio Creatore e l'uomo creatura.

E' quanto evidenzia anche il Salmo 8, dove è la voce della creatura a rimanere stupita per la grandezza che Dio stesso ha donato all'essere umano:


"Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate,
che cosa è l'uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell'uomo perché te ne curi? 
Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato:
gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi"

(Sal 8 4-7)

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 2526 sottolinea come, sebbene sia "tutto l'uomo" a pregare, "per indicare il luogo da quale sgorga, le Scritture parlano talvolta dell'anima o dello spirito, più spesso del cuore.
E' il cuore che prega".

La preghiera ci mette in comunione con il Dio trinitario che è Comunione!
Direbbe il beato Card. Newman: "Cor ad cor loquitur". Il cuore parla al cuore.

La preghiera, allora, può benissimo essere definita come amore verso il Dio Amore!

A questo punto, tirando le somme, mi piace concludere con un...sillogismo :

Se l'amore, quello che il linguaggio biblico (soprattutto paolino) definisce come CARITA'  non avrà mai fine ("Caritas numqam excidit" recita la neovulgata) e se la preghiera, in qualche modo essenziale è carità, cioè amore verso Dio, ne segue che la preghiera ha in sè un germe di "eterno", perché è amore e l'amore non muore!
Dio "incide" sul Suo Cuore infinito e senza tempo ogni nostra preghiera, rendendola viva, vera, potenzialmente infinita come l'Amore.

Le applicazioni pratiche di questo concetto possono essere molte, ma a me piace pensarne soprattutto una: dovunque l'uomo preghi con vero cuore, con animo in grazia, ecco che allora la creatura "dissemina" amore che "permane".

Proviamo ad immaginare quello che spesso si percepisce in certi luoghi speciali, come quelli in cui hanno vissuto i santi: lì riusciamo a "sentire" qualcosa di diverso, lì sentiamo l'AMORE con cui quei santi hanno pregato e operato.

Anche noi siamo chiamati a santificarci e la preghiera -come amore verso Dio- non può essere elemento "estraneo" al cammino di santità.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci rammenta che "pregare è una necessità vitale; niente vale quanto la preghiera;
essa rende possibile ciò che è impossibile, facile ciò che è difficile.  
Preghiera e vita cristiana sono inseparabili, perché si tratta del medesimo amore e della medesima abnegazione, che scaturisce dall'amore. 
Prega incessantemente colui che unisce la preghiera alle opere e le opere alla preghiera." (CCC 2744- 2745) 

Concludo questa condivisione di pensieri con un passo tratto dalle splendide catechesi che Benedetto XVI dedicò alla preghiera, spaziando da quella nell'Antico Testamento alla preghiera di Gesù fino a quella negli Atti e in San Paolo.

Cogliamo l'invito del Papa Emerito, esortazione che anche Papa Francesco ci sta ricordando, battendo il tasto specialmente sulla necessità di fare quotidiana memoria dei misteri della vita di Cristo attraverso la recita del Santo Rosario:
 
"Oggi i cristiani sono chiamati a essere testimoni di preghiera, proprio perché il nostro mondo è spesso chiuso all'orizzonte divino e alla speranza che porta l’incontro con Dio. 
Nell’amicizia profonda con Gesù e vivendo in Lui e con Lui la relazione filiale con il Padre, attraverso la nostra preghiera fedele e costante, possiamo aprire finestre verso il Cielo di Dio.
Anzi, nel percorrere la via della preghiera, senza riguardo umano, possiamo aiutare altri a percorrerla: anche per la preghiera cristiana è vero che, camminando, si aprono cammini".





 

lunedì 18 novembre 2013

BLOG DELL' ORDINE DEI CARMELITANI SCALZI SECOLARI D'ITALIA



Il 14 novembre scorso ha debuttato on line il blog dell'Ocds - Carmelitani Scalzi Secolari d'Italia.



Questo spazio internet -nato col contributo di tutte le fraternità del nostro Paese, vuole essere -secondo le parole di Padre Saverio Cannistrà, Generale dell'Ordine- "un modo per confrontarsi, per superare le distanze, per mettere in condivisione i percorsi formativi" dei tanti secolari carmelitani.

Il blog si offre anche come ausilio per la "crescita cristiana e carmelitana" dei membri, mettendo a disposizione di appartenenti all'Ordine (e lettori virtuali) una selezione di interessanti contributi che spaziano dalla "Regola di Sant'Alberto" al materiale prettamente formativo, dai "sussidi" al Magistero della Chiesa dedicato al ruolo dei laici.


Il blog, presentato dalla presidente del Coordinamento Interprovinciale d'Italia, Brigida De Grandi, si apre con i contributi del Delegato Generale, p. Alzinir Debastiani, dell'Assistente Nazionale ocds p. Aldo Formentin e dei responsabili della comunicazione delle Province ocds d’Italia, coordinati da Stefania De Bonis, animatrice della cultura e della comunicazione (Anicec).

E' quantomai significativo che questo luogo virtuale di incontro, formazione e condivisione, veda la luce proprio nel 2013: è questo, infatti, l' anno in cui viene proposta la lettura dell'Epistolario di Santa Teresa d'Avila, -fondatrice del Carmelo- in preparazione al V centenario della sua nascita.

Teresa di Gesù era una comunicatrice nata, e ha sfruttato moltissimo quello che all'epoca era il solo mezzo di "espressione" e "divulgazione" a distanza: lo scritto epistolare.
Alle innumerevoli missive vanno poi aggiunti i libri -classici della spiritualità cristiana- redatti per obbedienza al suo direttore spirituale.

La Santa Fondatrice avrebbe di certo fatto uso -se fosse vissuta ai nostri tempi- dei moderni strumenti di comunicazione, internet incluso.

E' da accogliere dunque come una grazia, questo nuovo blog tutto "carmelitano".
Potrà essere una risorsa non solo per i secolari dell'Ordine, a tutti gli effetti "figli e figlie di Nostra Signora del Monte Carmelo" come da Costutuzioni carmelitane, ma anche per tutti gli innamorati della spiritualità di questo ordine religioso; per quanti indossano lo Scapolare del Carmelo; per chi è attirato dall'idea di una scelta che lo porti a vivere con maggiore radicalità l'impegno Battesimale di Figli di Dio nella Santa Madre Chiesa.

lunedì 11 novembre 2013

ACCRESCI IN NOI LA FEDE! Sappiamo perdonare?



Nel Vangelo di oggi mi colpisce il legame tra fede e perdono, anzi, tra fede e capacità di perdonare.


I discepoli chiedono a Gesù il dono di una fede "più grande" dopo aver ascoltato il discorso sulla correzione del fratello e sul perdono da accordargli se, pur sbagliando sette volte al giorno, per altrettante sette volte l'errante torni pentito.

Sappiamo che sette, nella Bibbia, è il numero della perfezione.
Sette volte, ci dice Gesù, dobbiamo perdonare il fratello che ci porge le sue scuse, che ci offre il suo pentimento.
Sette volte come è proprio di chi è perfetto.

"Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste". (Mt 5,48)

Anzi, quel sette, qualche capitolo più avanti in Matteo, diventerà un "settanta volte sette"! (Mt 18,22)
Un numero, dunque, simbolico: perdonare in modo perfetto, perdonare sempre!

Se il Signore Gesù utilizza il numero della perfezione in riferimento al perdonare, in un certo senso butta già le mani avanti: attenzione -ci dice- accordare il perdono non è cosa umanamente facile, scontata, naturale.

Parafrasando un noto aforosma, si potrebbe dire che amare può essere anche solo umano, perdonare -invece- è sempre DIVINO. 

Serve grande fede, infatti, per porgere l'altra guancia, per tendere nuovamente la mano in segno di amicizia, per offrire ancora affetto e fiducia: fede in un Dio che è Misericordia infinita, capace di infinite "seconde possibilità" accordate all'uomo che sbaglia e che si pente.

Solo se la creatura raggiunge -interiormente- la dimensione spirituale che fa dell'uomo un essere in cammino verso la santità (che lo sappia o meno!), si riesce a realizzare questa "perfezione" nell'amore: amare anche chi ha sbagliato nei nostri confronti, chi ci ha ferito, deluso, offeso, calunniato.

Sembrerebbe però un paradosso la sottolineatura di Gesù: perdona se l'altro torna da te pentito.
Forse che non occorra perdonare chi si penta? Forse che non si debba dare una seconda chance, se l'altro non dimostra la comprensione del proprio errore?

No, perché altrove, Cristo stesso ci dice: 

"Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano.
 
Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l'altra.
 
"A chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica,
 tu lascia anche il mantello" 

(Mt 5, 39-40)


Il contrasto fra queste azioni: perdonare - ricevere il pentimento dell'altro è solo un espediente pedagogico-teologico utilizzato da Gesù.

Nel capitolo 5 di Matteo, il Maestro sta "preparando" i discepoli, sottolineando la necessità di perdonare quando si riceve il pentimento dell'altro;
più avanti Egli mostra il passo successivo nella fede, perdonare anche quando l'altro non si è pentito, quando ci fa del male.

Infatti dice:

"Se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete?
Non fanno così anche i pubblicani"?

E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?
Non fanno così anche i pagani"?  

(Mt 5, 46-47) 

Fino ad arrivare, al capitolo 18 di Matteo, ad un invito a concedere il perdono anche quando l'altro NON MANIFESTI SEGNI DI PENTIMENTO!

Come si possono conciliare, allora, queste diverse tappe nel perdono umano e quelle del perdono divino?

  • il senso della "giustizia" umana che alberga nel cuore dell'uomo (e che è un riflesso della giustizia divina) porterebbe ad applicare un sistema puramente retributivo: ti perdono se tu ti penti ;
     
  •  il senso della "Misericordia" divina ci spinge ad andare oltre, a superare il senso puramente umano della giustizia: perdonare non solo se l'altro si ravvede, ma perdonare sempre. Deve essere un perdono non solo fatto "di parole", ma di gesti concreti (come sottolinea il capitolo 18 di Matteo). A parole si fa presto a dire: "ti perdono", fattivamente è più difficile passare all'azione materiale (la carità) e spirituale (la preghiera) per colui che, non dimostrando segni di pentimento, continui ad agire con noi come nemico  
     
  •  questo non vuol dire che Dio dispensi il perdono all'uomo impenitente (ne sono dimostrazione  il sacramento della confessione ed i Novissimi sul Giudizio), ma che Egli accordi SEMPRE, SU QUESTA TERRA, la possibilità di tornare a Lui. Dio non chiude il Cuore all'uomo, ATTENDE il Suo ritorno e dissemina il suo cammino di piccole tracce, di segni di amore che lo aiutino a comprendere l'immenso desiderio dell'Amore di Dio, affinché si converta e si penta. Perciò  a noi uomini non è dato anticipare il Giudizio finale che spetta solo a Dio: come Egli ci dona un tempo in cui ci offre la possibilità continua di pentirci e di essere perdonati, anche noi dobbiamo dare agli altri questa stessa possibilità! La possibilità del cambiamento, della conversione del cuore.

L'Annus Fidei che volge al termine ci prepara con questi brani di Vangelo che sottolineano l'importanza e le esigenze della Fede. Chiediamo al Signore di farne tesoro, meditando su questi temi, affinché l'anno di grazia che abbiamo vissuto, produca in noi frutti duraturi.

mercoledì 6 novembre 2013

"DIO NON TOGLIE MAI": IL SIGNORE E' SEMPRE "ADDIZIONE"!


La "mistica" dell'amicizia cristiana nel corso dei secoli non ha mancato di regalarci figure stupende di santi (o di santi e persone non canonizzate, ma di certo in cammino sulla strada della santità), legati tra loro da un affetto tutto puro e spirituale.

Si tratta di persone che hanno lasciato il "segno" in modi diversi: epistolari ricchissimi, opere caritatevoli, nuovi istituti religiosi o, più semplicemente, una collaborazione materiale e/o spirituale nel cammino ascetico verso Dio, in un'influenza reciproca carica di frutti spirituali e in condivisione di attività pastorali ed ecclesiali.
Penso alle primissime figure di San Giovanni Crisostomo - Sant'Olimpiade e San Girolamo -Santa Paola; poi, andando più avanti nei secoli a quelle del beato Giordano di Sassonia e della Beata Diana d'Andalò, di Santa Teresa d'Avila e Padre Gracian, San Francesco di Sales e Santa Giovanna di Chantal e, in tempi più recenti, San Pio da Pietrelcina e la sua figlia spirituale Cleonice Morcali (terziaria francescana e consacrata con voti privati), della quale è stato da poco ripubblicato il "Diario Spirituale".

In questi giorni ho tra le mani il volume "Diario di un'amicizia- La famiglia Poltawski e Karol Wojtyla", scritto dall'amica e figlia spirituale del Santo Padre, la dottoressa Wanda Poltawska.
E' un testo di forte carica emotiva oltre che -e soprattutto spirituale- in cui il tema dell'amicizia spirituale emerge con connotati molto moderni, ma anche con grande profondità (stupende le pagine di introduzione sulla permanenza di Wanda nel lager di Ravensbruck).

A pag.422 c'è un passo di notevole  impatto "psicologico" che ieri sera mi è stato di supporto per la meditazione personale.

Siamo nel 1978, Mons. Karol Wojtyla è stato eletto Pontefice di Santa Romana Chiesa e l'amica e figlia spirituale si ritrova a vivere questo momento di "cambiamento" in un rapporto di amicizia e direzione spirituale fino a prima realizzato in un quotidiano ritmo di preghiera e lavoro, in parte comune.


In seguito, come già emerge dalle lettere del Santo Padre (e come la storia testimonia) l'amicizia, la collaborazione e la direzione spirituale, avranno modo di continuare, in forme nuove, anche con momenti di vita condivisa (la famiglia Poltwaski trascorreva dei periodi di vacanza a Castel Gandolfo e si recava anche in Vaticano)




Ad un certo punto, l'autrice scrive:

"Don Tadeusz ha detto: -L'amicizia non ha bisogno della vicinanza-
 E ancora: -Gratuitamente dato, gratuitamente tolto- 

Lo so che il dono era gratuito, ma tu mi avevi detto qualcosa di diverso, che: Il Signore Dio non toglie mai, a meno che non sia per dare di più"

Dio è Amore, Dio è...dono gratuito di Sè.
Non può mai essere "sottrazione, diminuzione"....

La Bibbia è ricchissima di esempi che possano dimostrarlo!
Si potrebbero citare, per cominciare, il Padre della fede: Abramo...e poi Sara -sua moglie- privata per tanti anni della gioia di un bambino. 
Entrambi ricambiati, alla fine, con una "discendenza numerosa come le stelle del cielo" (Gn 22,17)
 
Penso a Giobbe, proprio colui che per primo afferma: 
"Il Signore ha dato, il Signore ha tolto", aggiungendo "come piacque al Signore, così è avvenuto: sia benedetto il nome del Signore! 
Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male"? 
(Gb 1,20)
E' proprio Giobbe che, preso di mira da Satana a causa della sua fedeltà al Signore, viene provato per permissione di Dio, fino a perdere ogni cosa: famiglia, beni, salute. 
In un certo senso, anche gli amici, i quali finiscono -in un modo o nell'altro- col deriderlo e non comprenderlo. Anzi, col deridere addirittura l'Onnipotente!
Come si conclude il libro che narra la sua storia?
Con un rimprovero -da parte di Dio- agli amici che non si erano comportati come tali e con la completa riabilitazione di Giobbe, che recupera la salute, ottiene nuovamente la stima e l'affetto dei parenti e torna a formarsi una numerosa famiglia.
La cosa più importante è che Giobbe vive un grande guadagno per la sua fede, che non solo non è diminuita (nonostante i dubbi, i momenti di debolezza), ma si è addirittura accresciuta.

Mi piace inserire qui anche la figura di San Paolo: apparentemente la conversione al cristianesimo gli procura la perdita di quella posizione di prestigio all'interno della sua comunità religiosa. Da dottore della Legge, fustigatore dei seguaci di Cristo, a "incatenato" per Cristo.
Eppure è a lui che Dio rivela tanti e tanti misteri, fino a farne uno dei primi teologi della storia della cristianità, colui che venne "rapito fino al terzo cielo" (2 Cor 12,2) in un'elevatissima contemplazione mistica.

Non posso escludere dal novero di coloro cui ho pensato, neanche Maria e Giuseppe, i santi sposi.
Molti padri della Chiesa concordano nel sostenere che Maria Santissima avrebbe voluto votarsi completamente a Dio, mantenendosi vergine.
Una pia tradizione riporta che anche Giuseppe avesse segretamente fatto voto, per conservarsi casto per il Signore.

Ad ogni modo, il matrimonio fra Maria e Giuseppe, al di là dell'apparente privazione della consumazione delle nozze, è il più fecondo che mai la storia dell'umanità abbia potuto contemplare: è in seno alla Sacra Coppia che nasce e cresce Gesù, Figlio di Dio, Figlio di Maria...e, pur se non per generazione fisica, anche Figlio di Giuseppe!
Questo è stato il dono più prezioso da loro ricevuto, che ben ha compensato ogni altra privazione affrontata nella loro vita piena di peripezie, dalla fuga in Egitto alla nascita del Bimbo in una stalla!

E non è forse la privazione "fisica" di Gesù morente sulla Croce, che consente alla Vergine Santissima di divenire Madre di tutti i credenti?

Ma c'è soprattutto un brano del Vangelo che più di tutti mi è tornato alla mente, nel meditare sul Dio che non toglie mai e, se lo fa, lo fa per dare di più:


"Pietro allora prese a dirgli: 
«Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». 
Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. 
Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi»".
 (Mc 10, 28-31)


Gesù sta parlando qui della vita consacrata, rivolgendosi ai suoi discepoli.
Lo fa dopo il rifiuto (e ci sarà stato poi pentimento?) del giovane ricco che, pur chiamato, rinuncia a seguire Gesù, perché "possedeva molti beni" (Mt 10,22).
Il giovane ricco, pur essendo proprietario di molto denaro...ha fatto male i suoi conti: ha scambiato Dio per Uno al quale piaccia sottrarre...
La risposta di Cristo è invece eloquente: Dio non toglie nulla e, a chi rinuncia a qualcosa (o a molto!) per Lui, darà di più.

Ricordo ancora un'omelia di un salesiano, di passaggio qnella mia parrocchia, proprio centrata su questo tema.
 "Viviamo in case che non abbiamo faticato per costruire, abbiamo un patrimonio spirituale, una tradizione che non abbiamo dovuto creare noi...."

Ecco, questo è il primo punto, quello forse più nevralgico per chi ascolta una chiamata (con le rinuncie che essa comporta): apparentemente si perde qualcosa, ma si guadagna molto di più.
In un contesto materiale, a seconda delle diverse scelte di vita (consacrazione in ordini religiosi, in istituti secolari, voti privati) si "perde" la possibilità di sposarsi, di avere dei beni come case, automobili e conti in banca, ma si acquista una "famiglia", si ha un tetto sulla testa, si moltiplicano le sante amicizie.

Se poi vogliamo allargare il raggio della riflessione, ci vengono in aiuto i brani del Vangelo che la Liturgia della Parola ci ha presentato ieri (Lc 14,15-24)  ed oggi (Lc 14,25-33).
Questi passi rendono evidente la necessità del "togliere per ricevere di più" in tutti gli stati di vita:

  • non anteporre beni materiali, lavoro e nemmeno affetti coniugali a Dio. Lui solo viene prima di tutto e tutti, Lui è l'orientamento della vita, Lui è la bussola! Certamente anche questo comporta una rinuncia: sopprimere certi istinti naturali che tenderebbero a coprire i difetti delle persone che si amano; ad essere attaccati a certi oggetti e via dicendo;
  • seguire Dio amandoLo più di amici, fratelli, sorelle, genitori e sposi. Questo a volte comporta caricarsi di una croce, come accade quando occorre conciliare le divergenze nelle famiglie, farsi carico delle sofferenze altrui, pregare per le debolezze degli altri, correggere, assumersi il difficile compito di educatori, sapere anche "troncare" alcuni rapporti di amicizia quando divengono nocivi per la fede.

Scrollarsi di dosse certe "comodità" che rischiano di fare addormentare la nostra fede è a volte difficile, specie in certe circostanze della vita.
Comprendere che Dio non toglie, al di là delle apparenze, comporta la necessità di fare un SALTO NEL BUIO: MA E' UN SALTO DI QUALITA'!
Nei momenti dolorosi ed in quelli di distacco, gli "strappi" interiori sono costosi e lasciano segni profondi.
Eppure le ricompense promesse dal Signore superano ogni fatica, ogni sofferenza, ogni apparente perdita.
Qualunque rinuncia, se accettata come volontà di Dio, realmente ci presenta -al termine- un bilancio positivo, contro ogni aspettativa.

Come ama dirmi un carissimo amico: "siamo sempre nell'abbondanza, e a volte non ce ne accorgiamo"...

Forse sono proprio certe situazioni che mettono alla prova le capacità di resistenza umane, le forze spirituali e l'abilità di vivere in maniera rinnovata alcuni rapporti, a fare della vita interiore e della vita in genere, una straordinaria esperienza di pianto e di gioia, di semina e di raccolta, di CRESCITA al di là delle apparenze.

Proprio come dice il Salmista:

 
 Nell'andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni.

(Sal 126.6)

venerdì 1 novembre 2013

SIATE SANTI, PERCHE' IO SONO SANTO!


Qualche tempo fa mi è ricapitato fra le mani -quasi per caso- un appunto un po' datato.
Un foglio di quaderno sul quale avevo annotato un pensiero comparso sul frontespizio di un numero del bollettino salesiano del 1878:

"Delle cose divine, 
la più divina 
è quella di cooperare con Dio
 a salvare le anime".


La Parola di Dio proclamata nella XXVIII Domenica del T.O. sembrava calzare a pennello su queste righe:
era infatti la Domenica di Naaman il Siro, che si converte dopo essere stato guarito dalla lebbra -grazie ai consigli apparentemente semplici di Eliseo, profeta e uomo di Dio;
era la Domenica del Samaritano purificato anch'egli da quella stessa malattia, ad opera di Cristo Signore;
era la Domenica di San Paolo che -con tutto il suo tipico ardore spirituale- afferma: "Io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù"  (2 Tm 10)

Da questo piccolo collage di pensieri e parole bibliche, quasi parrebbe che facile sia l'operazione del "cooperare" con Dio alla salvezza delle anime.
Ma è proprio l'insieme degli elementi che fa balzare agli occhi -ad una visione più profonda- la difficoltà dell'operazione nel suo complesso.

Per "curare" la lebbra altrui viene chiesto principalmente a ciascuno di noi di curare la "propria": "Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio"? (Mt 7,3)

Senza la personale santificazione...è impossibile sperare di santificare altri!
Lo si comprende bene guardando la storia di Gesù e dei Santi: hanno attirato, hanno convertito, hanno affascinato grazie al loro "profumo di santità" e di virtù.


Scrive don Bosco, nelle Memorie Biografiche: 

"Non è la scienza che fa i santi, ma la virtù.
Senza la pazienza non possiamo farci santi.
Santifica gli altri santificando te stesso". 

La storia dei dieci lebbrosi guariti da Gesù insegna subito una cosa, necessaria per santificarci santificandoci:
  •  imparare a rendere grazie.
Riconoscere che tutto viene da Dio, che da Lui siamo stati guariti dal male del peccato -attraverso la Redenzione- è già un atto di virtù.
Lo si può includere nella virtù teologale della Carità -Amore verso Dio che amiamo sopra ogni cosa-
ed in quello della virtù cardinale della Giustizia.
Non a caso, nella Santa Messa - al momento del Prefazio- i fedeli esprimono questo rendimento di grazie, che culmina poi nelle parole del Sacerdote:

E' veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo,
Dio onnipotente ed eterno,
per Cristo nostro Signore.

  • Comprendere che la chiamata alla santità non è un cammino in pianura...
  • don Bosco, riprendendo un detto popolare, chiedeva ai suoi salesiani :  "Vogliamo forse andare in Paradiso in carrozza"? (Circolare 6 gennaio 1984)
San Paolo, nella seconda lettera a Timoteo è chiarissimo: santità per santificare è lotta contro il peccato e le tentazioni, ma anche sopportazione di ogni tribolazione fino all'EROISMO.
Non necessariamente da intendersi come martirio nel senso classico...
SantaTeresa di Lisieux, che non ebbe salute per andare missionaria come avrebbe desiderato, consumata dalla perenne mortificazione e dall'Amore, ebbe a dire: "Muoio martire d'amore"!

La lotta per santificare, santificandosi, è quel lavoro eroico perché continuo, giornaliero, pressante nel farci vincere i nostri piccoli e grandi egoismi nel trattare con Dio e con il prossimo.

  • Capire che -spesso- nella vita spirituale occorre anche un movimento contraddittorio: tornare indietro.
Non nel senso di "retrocedere", ma di ritornare sempre alla Fonte, a Colui che Solo possa darci tutto ciò che ci occorre in questo cammino.
Tornare indietro anche per riguardare agli avvenimenti della propria vita cercando di cogliere quel filo sottile di Provvidenza, di Guida amorevole di Dio che ha ordito una trama ben ordinata per condurci da qualche parte.
Fare tesoro di questi due aspetti del "ritornare". 
Viverli come quello che Papa Francesco ci esorta a vedere come un "ripartire da Cristo significa avere familiarità con Lui, avere questa familiarità con Gesù" per creare un "movimento di “sistole - diastole”: unione con Gesù - incontro con l’altro".  (Discorso ai partecipanti al congresso internazionale sulla catechesi)
In qualche altra occasione, il "tornare indietro" da Gesù può anche essere l'espressione di un sincero pentimento, come accade a San Pietro, che dopo averLo rinnegato, pentito, si volta indietro a guardarLo.
La vita spirituale non è sempre un percorso in linea retta protesa verso un'unica direzione.
Va messa in conto -con un sobrio e sano realismo- anche la debolezza umana, fattore che porta -in certi casi- anche alla caduta (lieve o grave che sia).



Vorrei chiudere il cerchio di queste riflessioni con due ulteriori "appunti" di viaggio interiore.

Da un lato riprendo le tre parole chiave utilizzate da Papa Francesco nell'omelia in occasione della Giornata Mariana del 13 ottobre scorso:

GRAZIE SCUSA PERMESSO

Sono gli stessi atteggiamenti cui ci invitano la Parola e le meditazioni sul santificarsi per santificare.

Ringraziare per i doni ricevuti da Dio;
chiedere scusa nel tornare sempre alla Fonte,  a Lui che è sorgente di ogni santità; scusa quando vogliamo ricaricare le batterie spirituali, scusa quando abbiamo sbagliato, scusa quando ci rendiamo conto che la nostra superbia non ci consente di fare tutto da soli, perché Egli stesso ci avvisa: "Senza di me non potete fare nulla" (Gv 15,5);
entrare nella vita degli altri non con l'irruenza di chi "pretende" (neanche Dio pretende, ma ci lascia liberi!), bensì con la delicatezza di chi -saggiamente- con la virtù della prudenza sa farsi spazio nei tempi e coi modi giusti.
Le forzature non ottengono niente da nessuno -e la psicologia dei bambini aiuta nel comprenderlo-, mentre la dolcezza, la discrezione, la "diplomazia" pur nella fermezza della verità, possono fare molto.
Occorre sempre conciliare la Carità nella Verità e la Verità nella Carità, come ci ha spesso ripetuto Benedetto XVI.
 
L'impegno deve essere costante, umile, evangelico, ma -come affermò Sant'Agostino-:
"Chi salva un'anima, ha salvato la propria".

Maria Santissima, Madre dolce, forte, caritatevole e sempre umilissima nel rendimento di Grazie, ci insegni l'arte del santificarci per santificare, Lei che è non solo Madre, ma anche Maestra, alla scuola del Figlio.
Lei che è Regina di tutti i Santi!