mercoledì 31 agosto 2016

Spiritualità per il Giubileo


 CONDOLERSI
La misericordia del dolore

Giotto, Compianto sul Cristo morto (1303-1305)
Cappella degli Scrovegni, Padova

La morte di qualcuno chiama sempre in causa il dolore di un altro. Il con-dolersi (cum-dolere) è l'espressione istintiva di un mistero che tocca l'uomo nel suo più recondito io, a prescindere dal credo religioso o dalla vicinanza fisica o parentale.
Si può provare dolore per la perdita di un parente, di un amico, di un conoscente e perfino di un estraneo. Non sono solo i drammatici eventi come il sisma che ha colpito nei giorni scorsi l'Italia centrale a innescare questo meccanismo del cuore (e della psiche), ma anche storie della vita quotidiana segnalano all'uomo che il fatto stesso di confrontarsi con la dipartita di qualcuno ricorda - inevitabilmente, tempestivamente, profondamente - che la morte è un paradosso, quel paradosso che apparentemente sembra spazzare via volti, sorrisi, gesti, parole. Tutto ciò che rende l'uomo vivo agli occhi di un altro, tutto ciò che fa godere della presenza fisica, tangibile dell'altro e dell'espressione dei suoi sentimenti. È questa la mancanza che determina il dolore, ma non soltanto questa. Perché, se toccati da questo promemoria si riesce - in una qualche misura - a immedesimarsi nel dolore provato da chi sperimenta da vicino la perdita di una persona cara (specie se dopo lunghe o brevi malattie, catastrofi naturali, eventi improvvisi e inattesi) d'altro canto si prova dolore anche per il dolore di chi muore. Un dolore che si fa più o meno intenso in base all'età e alle circostanze in cui quel qualcuno muore. 
Il condolersi diventa così l'espressione di una solidarietà umana che traduce - in sintesi - non semplicemente o solamente una maggiore o minore sensibilità personale, ma quell'essere parte di una stessa, lunga, antica catena umana. Una catena in cui ogni anello condivide la stessa sorte, va incontro allo stesso enigma, al medesimo salto nel buio. È un enigma la morte vissuta da chi resta ed è un enigma la morte vissuta da chi muore
La fede non elimina del tutto questo enigma, perché l'uomo non riesce a comprendere pienamente il senso del dolore, il perché della morte; e così è chiamato sempre ad affidarsi come un cieco nelle mani di una guida sicura. In questa cecità nasce lo smarrimento, la sofferenza. Perché fidarsi ciecamente non è un concetto assimilabile razionalmente, ma può accadere solo se si uniscono mente e cuore, ragione e fede. Solo se si ama Colui che assicura un futuro dopo la sofferenza e la morte. Così dolersi con quelli che restano e dolersi per quelli che muoiono è una forma di solidarietà con chi è uomo come noi, chiamato al gioire e al soffrire, in quelle doglie del parto che coinvolgono tutta la creazione e tutti gli esseri umani in attesa della vita eterna (cfr. Rm 8,22). Il condolersi è una forma di compassione, a patto che non si trasformi in una semplice preoccupazione per il proprio futuro ("E se capitasse anche a me? - se perdessi anche io qualcuno allo stesso modo?"), a condizione che nasca come o si trasformi (anche o soltanto) in una misericordia concreta, una misericordia che si attua per mezzo della vicinanza a chi soffre, della preghiera per i vivi rimasti e per i morti che si affidano al Giudice Misericordioso per eccellenza. 
Se il condolersi è tutto questo, allora anche la parola condoglianze, che ne deriva, diventa la manifestazione sintetica di questa misericordia: ricordo davanti a Dio, affetto sincero, un abbraccio, uno sguardo, un silenzio, un incoraggiamento. Ed è in questa misericordia che l'uomo si avvicina realmente a un altro uomo, ma anche a Dio, perché «niente unisce maggiormente con Dio che un atto di misericordia»  [1]. 
Nel condolersi si vive quel che scrive san Paolo, nella sua lettera ai Romani «La carità non sia ipocrita; Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm 12, 9;15). La misericordia viene dal cuore per andare al cuore. Il dolore non può essere una fintiva: deve sgorgare dal di dentro della persona. Ma questa misericordia del dolore è anche - di fondo - una misericordia di speranza: «a partire dall’amore misericordioso con il quale Gesù ha espresso l’impegno di Dio, anche noi possiamo e dobbiamo corrispondere al suo amore con il nostro impegno. E questo soprattutto nelle situazioni di maggiore bisogno, dove c’è più sete di speranza» [2], situazioni come la morte, in cui la speranza delle speranze, quella contro ogni speranza, si fa strada: la vita non finisce con l'esistenza terrena che si chiude; la morte non disgiunge per sempre gli uni dagli altri. La morte non è soltanto dolore: è un passaggio, il passaggio alla nostra pasqua, al trionfo definitivo della misericordia divina sulla caducità umana, alla gioia eterna.

NOTE

[1] Francesco, Prima meditazione in occasione del Ritiro Spirituale guidato in occasione del Giubileo dei Sacerdoti, 2 giugno 2016.

[2] Francesco, Udienza Giubilare, 20 febbraio 2016.

mercoledì 6 luglio 2016

Notizie


UNA NUOVA PUBBLICAZIONE

Sul sito di Amazon Italia è disponibile il sussidio cartaceo che contiene la novena e il rosario meditato dedicati alla Madonna Assunta.
Cliccando sull'immagine troverete la sinossi e tutte le informazioni per l'acquisto. 


venerdì 1 luglio 2016

Spiritualità per il Giubileo



UN CUORE RICCO DI MISERICORDIA /3
Un cuore che "sente"





"SENTIRE" 

Nella lingua spagnola, per dire che si prova un sentimento verso una persona si può usare il verbo sentir (siento que te amo), così come, per esprimere dispiacere per qualcosa, compassione per qualcuno, l'espressione da usare è lo siento mucho. Il sentir spagnolo non ha nulla  a che vedere con il senso dell'udito (a differenza del sentire italiano). Si tratta di un verbo esclusivamente legato alle emozioni e ai sentimenti.
In realtà, per quanto il verbo abbia - per noi italiani - anche significati diversi (sentire con le orecchie, o finanche con il tatto, o con il gusto!), anche nella nostra lingua sentire è sinonimo di provare un sentimento. L'uomo sente amore, amicizia, antipatia (e purtroppo, finanche odio) per qualcuno, e anche la compassione, tema che si ricollega all'argomento centrale del Giubileo della Misericordia, prevede - oltre al verbo provare - anche quello del sentire. A ben vedere, la stessa parola sentimento contiene la radice di sentire, e rimanda quindi a una connessione non solo con il cuore - sede dei sentimenti -, ma anche con i sensi, con ciò che l'uomo sente nel senso di ascoltare - gustare - toccare.
«Nella radice della parola sentimento - le cui origini risalgono al latino del Medioevo - è ancora riconoscibile il significato di sentire, che anticamente aveva un valore differente da quello odierno.
Per Leonardo da Vinci i muscoli ricevevano il sentimento dai nervi, e ancora all’inizio dell’Ottocento, Leopardi chiamava sentimenti principali la facoltà del vedere e dell’udire: erano quindi considerati sentimenti quelli che noi definiamo sensi, o la capacità di percepire sensazioni fisiche.
Questo antico valore della parola sentimento è rimasto in alcune locuzioni, come perdere i sentimenti cioè svenire, o come uscire di sentimenti ovvero perdere la pazienza» [1].

Cristo "sente" compassione

«Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino», dice Gesù in Mt 15,32. E non si tratta dell'unico caso in cui la Scrittura esprime il fatto che Egli provi-senta tali sentimenti: «Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore» (Mt 9,36); «Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati» (Mt 14,4).
La compassione - cioè il com-patire - di Gesù è l'espressione tangibile della compassione di Dio Padre, già riconosciuta nell'Antico Testamento: 
«Benedetto Dio che vive in eterno,
benedetto il suo regno;
egli castiga e ha compassione,
fa scendere agli inferi, nelle profondità della terra,
e fa risalire dalla grande perdizione:
nessuno sfugge alla sua mano.
Vi castiga per le vostre iniquità,
ma avrà compassione di tutti voi
e vi radunerà da tutte le nazioni,
fra le quali siete stati dispersi»  (Tb 13, 2; 5).
Ma la compassione di Cristo diventa anche l'espressione del suo legame inscindibile con l'umanità, come ricorda san Paolo: «Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell'ignoranza e nell'errore, essendo anche lui rivestito di debolezza» (Eb 5,2). 
Questa compassione diventa un sentire capace di cogliere tutti i bisogni umani: la fame e la sete di cibo e d'acqua, ma anche di Parola; il desiderio di sanità fisica. In sintesi, si potrebbe dire che realmente, quando Gesù sente, sente a 360 gradi, coniugando il Cuore con la mente.

SENTIRE COL CUORE

Gesù dimostra concretamente di essere il Dio che - come scriveva J. Ratzinger - è occhio, è vista. Ma svela anche il volto e il cuore di quel Dio così diverso dagli idoli pagani, idoli che 
«Hanno bocca e non parlano,
hanno occhi e non vedono,
hanno orecchi e non odono,
hanno narici e non odorano.
Le loro mani non palpano,
i loro piedi non camminano;
dalla loro gola non escono suoni»! (Sal 115, 5-7).
Gesù è capace di sentire (cioè di provare sentimenti, la cui sede è il cuore) vedendo, ascoltando, toccando gli altri e le loro debolezze, le loro mancanze, le loro aspettative più profonde.
Si può anche dire - rigirando il concetto - che Cristo ha un Cuore che ascolta, che vede, che tocca la miseria dell'uomo, e agisce di conseguenza, venendo incontro a ogni creatura nel bisogno.
Il cuore umano è capace - dunque - di avere occhi per vedere, orecchie per ascoltare, mani per toccare. Il cuore è la sede in cui si può forse vedere meglio, sentire meglio, toccare meglio. Come scriveva ne Il piccolo principe Saint Antoine Exupery, «Non si vede bene che col cuore, l'essenziale è invisibile agli occhi». 
Se il cuore è duro (e Gesù lo sottolinea più volte nel Vangelo) gli occhi diventano incapaci di vedere, le orecchie non possono sentire. Solo la docilità e la bontà di un cuore puro permettono di vedere l'altro senza cattiveria, senza orgoglio, senza egoismo.
Se è vero che sono «beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8), è vero anche l'esatto contrario: solo i puri di cuore possono vedere l'uomo nel suo essere immagine e somiglianza di Dio.
Dove il cuore si annebbia, l'uomo non è più in grado di vedere e sentire il proprio fratello. L'altro diventa l'ostacolo, il nemico, il "nessuno", lo "zero", l'invisibile.
Il Cuore di Gesù rivolge l'invito ai discepoli di tutti i tempi a purificare i loro cuori, affinché nella trasparenza di cuori miti e umili come quelli del Maestro, anche l'apparente fatica del vivere misericordiando gli altri, rinnegando se stessi e prendendo la propria croce, diventi un peso leggero, quel peso che Gesù stesso ha portato e porta, continuando a guardare e ascoltare con il Suo Cuore l'umanità che grida fame e sete di amore, di salute, di salvezza.





NOTE

[1] Lemma sentimento, Sito Internet Educational Rai

martedì 28 giugno 2016

Pensieri per lo spirito


LA SPERANZA NON DELUDE
Quale vita ci attende?



«Credo che chi non riesce a immaginare il paradiso rischia di perire di noia 
per incapacità di immaginare, ogni giorno la propria vita».
(Andrea Caterini, La preghiera della letteratura. Sulla misericordia, il bene e la fede, 
Fazi Editore, 2016, p. 17)



LA CONCRETEZZA CHE SCONFIGGE LA NOIA

Per un cristiano il Paradiso non è una fantasia utopica, ma una realtà concreta. Esiste, è reale e, seppure dalla terra non è visibile con gli occhi del corpo, la verità della fede ce lo presenta come quella dimensione in cui le anime sante precedono gli uomini ancora peregrinanti in questo mondo.
Il Paradiso - in una visione coerente con il Vangelo, con la dottrina e la speranza cristiana - non è l'utopia in cui riporre delle attese terrenistiche, non è un luogo in senso (o semplicemente in senso) materiale. Innanzitutto esso è lo stato di grazia permanente in cui santi e beati si ritrovano e si ritroveranno per l'eternità, nella contemplazione amorosa del Dio Uno e Trino e nella comunione reciproca, nell'abbraccio eterno di Dio alle sue creature; è la felicità senza fine e senza limite, la realizzazione completa dell'essere umano sia sul piano corporale che - e soprattutto - su quello spirituale, nella perfetta integrazione armonica di corpo e anima.
Il Paradiso è la meta del credente, una meta che conduce a vivere hic et nunc orientando la propria esistenza verso di esso, l'obiettivo finale, sapendo che raggiungere il Paradiso - raggiungere il Regno dei Cieli - è raggiungere la pienezza in Cristo, il Risorto.
Allora la realtà ultima cui l'uomo è destinato diventa mezzo per sconfiggere la noia, dove per noia si può intendere l'insoddisfazione, la monotonia, l'apparente inutilità della vita. 
Alla luce del Paradiso quale traguardo finale tutto acquista un senso e tutto ottiene una direzione, se ciascuno sceglie nel proprio cuore - e con vera convinzione -  di agire per raggiungere questo "oltre". Nessun tassello dell'esistenza terrena è senza importanza: attraverso ogni singolo momento di essa, attraverso ogni gesto, pensiero, parola, azione, la vita dell'al di qua si connette alla vita dell'aldilà.

Immaginare non è "sognare"

Immaginare la propria vita non è - in termini molto semplicistici -  il semplice "sognare a occhi aperti". Immaginare la vita è pianificare, costruire, affidandosi a Colui che prima di noi ha progettato qualcosa per noi. Non è sostituirsi a Lui, ma accettare la sfida di realizzare, giorno dopo giorno, questo progetto sicuramente più elevato, più bello e più adatto (per ciascuna creatura) di ogni progetto umano.
Tutto questo diventa possibile se l'uomo fa riferimento non a un paradiso qualunque (quello della ricchezza o quello della rivincita, per es.),ma al Paradiso, quale dimensione di amore, comunione, realizzazione piena. E anche in questo caso si può dire che immaginare non è fantasticare, ma raggiungere, avvicinarsi, costruire.
La vita di oggi, costruita passo dopo passo nella ferma speranza di un'esistenza giusta e senza fine, è ciò che permette di avvicinarsi sempre di più, di raggiungere sempre più da vicino il Paradiso, e di costruirlo: la capacità odierna di ciascuno di vivere secondo i precetti evangelici corrisponde alla progettazione del proprio grado di santità, del proprio essere nuove creature, quella che nel Paradiso sarà la condizione eterna per ogni santo.

SPERARE CONTRO OGNI SPERANZA 

La speranza ferma nel Paradiso è l'antidoto all'abbattimento umano dinanzi al dolore e alla morte, è l'alternativa "possibile" e "concreta" ai tanti perché delle vicende umane che non trovano risposta razionale, coerente, o "giusta" in termini puramente materiali. Esperienze quali la malattia, la sofferenza, la povertà, i soprusi subiti, pongono l'essere umano dinanzi alla prospettiva di un non-senso che può trovare invece il senso soltanto abbandonandosi a una visione della vita più alta, non solo legata alla dimensione causa-effetto, ma che rimandi alla Provvidenza divina, alla permissione (e non determinazione) del male da parte di Dio, sapendo che «tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno» (Rm 8,28) e che  «la speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).
L'incontro definitivo con la persona di Cristo, l'Uomo-Dio, il Dio con noi, è ciò che può dare all'uomo la certezza della bontà delle proprie aspirazioni al bene, al bello, alla felicità, all'amore. E proprio Gesù, con la sua vita, morte e risurrezione, ha preparato per l'uomo il dono dello Spirito Santo, quello Spirito che rende percepibile l'amore del Padre, e comprensibile la donazione totale del Figlio, venuto sulla terra per riscattare l'umanità, per preparaci un posto (cfr. Gv 14,2) nel Regno dei Cieli.
Se volessimo dare un nome diverso, esaustivo, cristianamente inteso al termine "immaginare", si potrebbe dunque usare proprio il verbo "sperare". Sperare contro ogni speranza, come fece Abramo (cfr. Rm 4,18), è infatti un modus vivendi che coinvolge l'uomo passivamente e attivamente, che lo rende capace di recepire il progetto di Dio sulla propria vita, e di impegnarsi per realizzarlo, per cominciare a costruire già sulla terra il proprio Paradiso, per vivere in quel Regno di Dio che è già in mezzo a noi (cfr. Lc 17,21).
La speranza non paralizza l'uomo, al contrario, lo muove. La speranza non acceca, anzi, illumina, dischiudendo nuovi orizzonti. La speranza non ammutolisce la creatura, ma la fa entrare in un dialogo più concreto - nella vita - con il Signore della Vita. La speranza cristiana permette di attuare, già fin d'ora, «la buona vita del Vangelo» (cfr. Orientamenti Pastorali 2010 CEI)

mercoledì 8 giugno 2016

Mese del Sacro Cuore 2016


UN CUORE RICCO DI MISERICORDIA /2
Riflessioni nell'Anno Giubilare


Nell'Anno Santo della Misericordia il mese di giugno, tradizionalmente dedicato al Sacro Cuore di Gesù, permette di affrontare la riflessione sul Cuore di Cristo dall'angolazione dell'amore misericordioso. 
Il Cuore di Gesù è la "traduzione vivente" ed eterna della misericordia del Padre. Vedere Cristo all'opera è vederne il Cuore - motore di ogni sua azione, parola e sentimento -; scoprirne il Cuore è contemplare il Cuore di Dio, un Cuore ricco di misericordia.




IL CUORE DI GESÙ, "TRADUTTORE SIMULTANEO"
DELL'AMORE DI DIO PER L'UOMO

Il linguaggio di Dio

Il linguaggio divino, se dovesse arrivare all'uomo così com'è, senza alcun filtro, suonerebbe certamente incomprensibile, indecifrabile... intraducibile, per così dire. Non lo si potrebbe comprendere totalmente nel suo significato, se ne perderebbero le sfumature. Apparirebbe come insieme di vocaboli estranei al "sentire" dell'uomo. Si avrebbe, cioè, un enorme, infinito ammasso di termini che non si riuscirebbe ad associare ad alcuna cosa, interiore o esteriore rispetto a colui che lo ode.
Per questo Dio ha pensato di comunicare con le creature umane ricorrendo a modalità da esse comprensibili, per trasmettere  il proprio messaggio che essenzialmente è lingua, "parola" d'amore, di misericordia. Dio è venuto in soccorso dell'umo attraverso una serie di "dizionari comparati".
La natura è stata forse il primo di questi dizionari, e lo è per molti, ancora oggi. La sua bellezza, varietà e potenza trasmettono all'uomo il senso di bellezza, vastità e forza del divino. Neppure tra i santi sono mancati esempi di uomini e donne che, colpiti dal fascino del creato, si sono lasciati trasportare maggiormente verso Dio. 
Ma non si può neanche dimenticare che l'amore stesso, nelle sue molteplici manifestazioni, quando è privo di egoismo, quando non fa dell'altro un oggetto, quando è diventa trasparenza dell'amore di Dio. «Ogni gesto umano compiuto con tutto il cuore ci avvicina all'assoluto di Dio» [1].
Per un credente, questo diventa tanto più vero quanto più approfondisce la Parola di Dio, il vero vademecum necessario per capire meglio come Egli si rivolge all'uomo. Il dizionario "scritto" più completo per tradurre in maniera comprensibile il linguaggio divino.

La Parola e il Cuore

San Paolo afferma: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2).
Dunque, passando dalla Parola alla Parola Incarnata, Dio si comunica all'uomo scegliendo degli uomini come propri "interpreti e traduttori". La Bibbia stessa nasce attraverso lo strumento umano: la mano, la penna, il cuore, la mente, lo spirito ispirato di chi ha vergato le pagine bibliche a noi oggi note, congiungendo epoche remotissime al nostro presente, unendo l'umano al divino, il tempo all'eternità.
La necessità della parola sembra spiegare all'uomo che le sole cose, per quanto animate (come gli elementi della natura) non bastano per comprendere Dio.
Occorre una persona, qualcuno che sappia come parlare di Dio e del suo infinito amore, "da uomo a uomo". Perché si è più propensi a capire quanto ci viene detto da chi è "nostro simile", da chi parla come lingua madre la nostra lingua madre, pur avendo fatto esperienza del divino. 
Allo stesso modo, il solo amore, per quanto bello, pulito, genuino, non basta. Potrebbe essere filantropia, filosofia, istinto. Ma occorre sapere che quell'istinto, quella filantropia, quella filosofia, possono essere nell'uomo come il seme, il segno, la presenza di un Amore più grande.
Per facilitare l'uomo in questa comprensione, Dio Padre irrompe nella storia in modo sorprendente: con una Parola di carne, che ha un Cuore di carne. Con un Dio che è Dio tanto quanto Egli lo è, ma chi si distingue da Lui perché l'uno è Padre, l'altro è Figlio. Perché l'uno è solo Dio, e l'altro è Dio ed è anche uomo. Uomo come noi. Con un linguaggio "anche" umano come il nostro. Con un cuore che palpita come il nostro. Con un cuore capace di amare, come anche il cuore dell'uomo ama.

Un Cuore che ama

L'umanità di Gesù è una sorta di "dizionario comparato vivente" dell'amore di Dio. Tutto, in Cristo Uomo, parla del Padre, ma anche del Verbo, e dello Spirito. Tutto Gesù è "amore". Un amore non fine a se stesso, ma "per" l'altro. Per Dio Padre, per gli uomini.
Se questo è quello che l'Uomo-Dio Gesù viene a dire all'uomo attraverso la propria persona umana, è il suo Cuore che si fa "traduttore simultaneo" del linguaggio dell'amore divino nel linguaggio dell'amore umano. Un linguaggio che diventa palpito, battito che si trasmette alla persona di Cristo sotto forma di gesti, parole, silenzi impregnati di misericordia, carità, tenerezza, rimprovero per la correzione e la salvezza, fino alla Passione, l'ora estrema dell'amore donativo e oblativo, l'espressione più totale dell'amore di Dio per l'uomo.
Il Cuore "muove" l'Uomo Gesù a vivere per l'uomo e per Dio Padre; ad agire solo per amore e a manifestare all'uomo la maniera di amare, lo stile dell'amore declinato "secondo Dio". Così, contemplando la Persona di Cristo se ne scopre il Cuore, contemplando il Cuore si comprende il perché - la causa prima, il motore - delle scelte di Gesù. Contemplando Gesù che ha un Cuore di carne, si rende visibile il Padre, nella sua infinita e totale misericordia.
Pio XII, nell'enciclica Haurietis Aquas, scrive che della «universale pienezza di Dio è appunto immagine splendidissima il Cuore stesso di Gesù Cristo: pienezza, cioè, di misericordia, propria della Nuova Alleanza, nella quale "apparvero la benignità e la filantropia del Salvatore nostro Dio", poiché: "Dio non ha mandato il Figliuol suo nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui"» [2].
E questo Figlio lo ha donato per sempre all'umanità. Il Cuore palpitante del Cristo vivente e risorto, dunque eterno anche nella sua umanità glorificata, sarà per l'eternità la traduzione più immediata, più visibile, meglio udibile e comprensibile dell'amore misericordioso di Dio per l'uomo.

NOTE

[1] Ermes Ronchi, Ogni gesto d'amore avvicina a Dio, in Avvenire, 10 giugno 2010.

[2] Pio XII, Haurietis Aquas, IV.