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venerdì 8 febbraio 2013

UN ATTO D'AMORE....



"Gesù nel mio cuore

 ha seminato

 il buon seme: 

l'atto d'amore.


A me lasciò l'incarico 

di farlo crescere

 sino a 

maturazione".


(Suor Consolata Betrone- "Appunti in coro-Diari")




Un atto d'amore non è altro...che amore: vedere Gesù in tutti, trattare dunque tutti come tratteremmo Lui, con affabilità, con un sorriso, spronandoci a mettere da parte il proprio io che reclama sempre tempo libero per sé stesso, premure solo per sé stesso, gentilezze solo per sé stesso...

Un atto d'amore è facile in certe situazioni, quando si è allegri, quando tutto va bene, per cui la felicità personale diventa quasi un catalizzatore che trascina in maniera più ovvia a rispondere con amore ad una richiesta...
...ma altre volte costa: costa quando non ci trova nelle disposizioni d'animo migliori, e allora si preferirebbe dire un "no", un "più tardi", un "mi dispiace,ho da fare.... chiedi ad altri".

Ecco in cosa l'atto d'amore può diventare eroismo, come ci insegnano anche i diari di Suor Consolata Betrone, ecco in cosa l'atto d'amore può diventare preziosissimo per conquistare anime.
Non richiede niente altro che un costante impegno nella vita di ogni giorno: nel vicino di casa che bussa ad un'ora inopportuna perché ha bisogno di un favore; 
nella persona un po' seccante che mi trattiene al telefono perché ha necessità di parlare;
nel familiare che mi chiede una cortesia proprio quando sono oberata di lavoro....

Eppure, fermiamoci a pensare: tutta la vita di Gesù è stata un continuo atto d'amore!
La vita del Verbo, UOMO E DIO è stata attraversata non solo da fenomeni straordinari come la Trasfigurazione, ma costellata da un susseguirsi di semplici, ma eroici atti d'amore!
Possiamo contemplare un Gesù assediato dalle folle che dovunque Lo seguivano, che riuscivano a trovarLo non appena si fosse sparsa la notizia del Suo arrivo in nuovo paese; circondato da ogni sorta di ammalati nel corpo e nello spirito che Lo toccavano, come fa l'emorroissa, per ricevere il miracolo della guarigione....; 
un Gesù che viene continuamente provocato da scribi e farisei, da sommi sacerdoti; 
un Cristo che viene più volte braccato da malintenzionati che vogliono solo disfarsi di Lui...

Come risponde, a tutte queste "sollecitazioni" il Nostro Modello?
Con un atto d'amore continuo: si interessa dei malati e li cura;
cerca di smuovere i cuori induriti di quanti non riescono a comprendere di avere davanti il Figlio di Dio;
insegna alle folle affinché possano cibarsi della Parola anche i più poveri e semplici;
si prende cura degli apostoli stanchi...invitandoli al riposo, mentre Egli solo rimane a gestire le grandi masse di persone che Lo attorniano....

E Gesù è contento di amare, il Vangelo non ce Lo presenta stanco, non ce Lo descrive come un Uomo che borbotti ad ogni nuova richiesta di aiuto o che si lamenti di essere importunato in un'ora poco consona...
Al contrario, l'esempio riportato in parabola è significativo: l'amico va di notte a chiedere i famosi tre pani e li riceve! (Lc 11,5-8)
Questo non può però esimerci dall'ammettere, umanamente parlando, l' "eroismo" del Gesù- Uomo nel vivere in un continuo atto d'amore.
"Il Figlio dell'Uomo non ha dove posare il capo" (Mt 8,20), dice Egli stesso.

L'amore costa, ma proprio per questo è prezioso, l'amore è semplice, ma proprio per questo è ricchezza, l'amore è a volte poco appariscente, ma proprio questo lo rende speciale, unico, brillante agli occhi di Dio, l'Unico che vede nel segreto dei cuori e ricompensa (Mt 6,1-6).  

Un atto d'amore vale molto: FA FELICE GESU'! 

Non pensiamo che sia banale, questo concetto!
Immaginiamo Cristo Signore per quello che è: UN DIO AMORE CHE CI AMA!

Ora, se io amo qualcuno sono contento di ricevere le sue gentilezze...e Gesù, che ci ama, chiede a ciascuno di noi di offriGli le nostre delicatezze rivolgendole a coloro che sono nostri fratelli, i "piccoli" del Vangelo di cui Egli dice: "ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,40)

L'esperienza dell'amore umano può aiutare a comprendere il valore di un atto d'amore anche sotto un altro punto di vista: se io mi sento amato da qualcuno che anche io amo, e percepisco che questo amore è speciale, unico, totale, il fatto stesso di sentire questo amore mi renderà gioioso, quasi ben disposto alla gentilezza verso tutti, più facile al perdono anche verso chi mi ha offeso. Perché sento che nella mia vita ho trovato qualcosa di così importante che non posso permettermi di turbare la "pace", la gioia che esso mi procura.

Applichiamo questo discorso all'amore fra noi e Gesù.
Noi Lo amiamo nei fratelli, rimanendo nell'atto d'amore e Dio, che ci ama pazzamente, se sente realmente che il nostro è un amore senza finzioni, totale in un certo senso agirà come agiremmo noi: coprirà con la Sua Misericordia i peccati di molte anime...Questo non vuol dire che diventerà "ingiusto", ma che il nostro atto d'amore potrà essere una "moneta" di scambio per ottenere la conversione di qualcuno, la guarigione di un malato, un maggior fervore per un'anima tiepida....

Gesù è felice di essere amato, Gesù ci vuole rendere Suoi collaboratori -con l'atto d'amore- nella salvezza di molte anime...

Allora rendiamo felice Colui che vuole essere felice dissetandoSi al nostro povero amore!
AMIAMOLO!



"Ricorda che l'amore, e solo l'amore, ti porterà al più alto grado di santità"

(Gesù a Suor Consolata Betrone)

sabato 14 maggio 2011

TEMPUS FUGIT? CARPE DIEM!

Salvador Dalì- Uno dei tanti "orologi molli"- particolare dell'opera "La persistenza della memoria"


"Comprendi la forza di queste tre parole: 
un Dio,un momento,un'eternità.
  • Un Dio che ti vede, 
  • un momento che ti fugge,
  • un'eternità che ti attende.
Un Dio che è tutto, un momento che è nulla, un'eternità che toglie o che dà tutto.
Un Dio che tu servi così male, un momento di cui ti approfitti così poco, un'eternità che tu rischi così temerariamente".

(DON BOSCO)



I Santi non smettono mai di ripeterci che "Tempus fugit, Carpe Diem"!: il tempo fugge, cogli l'attimo....perché l'attimo è l'istante prezioso in cui possiamo costruire la nostra vita futura, quella eterna e tramite il quale siamo chiamati a guadagnarci il Paradiso.

Avendo sotto gli occhi questo pensiero di Don Bosco, ho collegato alla sua figura quella della sua concittadina, la serva di Dio Suor Maria Consolata Betrone, alla quale Gesù svelò la "piccolissima via d'amore": una speciale vocazione in cui ogni istante è quello in cui la creatura può e deve dire il suo "si" al Signore, attraverso l'incessante atto d'amore.

"Amami solo, amami sempre, rispondi con grande amore un si a tutto, a tutte, sempre; ecco la tua via. Nient'altro che questo, a tutto il resto penso e provvedo Io": sono le parole con cui Nostro Signore illustrò la piccolissima via d'amore alla monaca clarissa cappuccina.
Sono le stesse parole con cui anche a noi, oggi, rivela il Suo desiderio infinito di essere amato, sempre, in tutti, in tutto.

In questa ottica di "amore continuo" nulla di quello che viviamo appare più banale o inutile: ogni gesto di amore che compiamo anche quando siamo svogliati, impegnati in cose che riteniamo più importanti, un accettare con amore e pazienza un imprevisto...tutto diventa un  un  mezzo tangibile per dire il nostro SI a Dio, per fare della nostra esistenza un "si a tutto e tutti" cogliendo l'attimo che Gesù ci offre per la santificazione nostra e di altri!

La piccolissima via dell'atto d'amore non è semplice, richiede costanza e pazienza, la famosa "fedeltà eroica" per la quale pregava la stessa Suor Consolata; è vero che non tutte le anime vi sono chiamate in maniera particolare (è in sostanza, anche questa, una speciale vocazione!) ma di fondo, ogni cristiano cattolico otterrà la felicità eterna nella misura in cui avrà amato, come ci rammentano i primi due comandamenti, che Gesù ci ricorda nel Santo Vangelo:


"Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.

Questo è il più grande e il primo dei comandamenti.
E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso" 
(Mt 22,36-40)

L'uomo è chiamato dunque all'amore, verso Dio e verso la creatura.
Questo amore può e deve manifestarlo sempre, in ogni circostanza, con ogni persona.
Non è semplice, ma diventa più "facile" se ci poniamo  nella giusta ottica per guardare ogni cosa: quella di Dio!

Scrive Don Dolindo Ruotolo (sacerdote napoletano morto in concetto di santità):
"Tutto quello che ci attrae alle creature come tali, non è che il nostro egoismo.

Noi ne consideriamo la bellezza perché ci piace, la bontà perché è conforme alle nostre convinzioni, l'utilità perché giova al nostro tornaconto o alla nostra passione.
Amando le creature per se stesse, l'uomo si riconcentra tutto nella materia, si degrada, si forma un idolo, si dimentica di Dio e praticamente apostata da Lui".

Insomma: l'uomo è portato ad amare "sensibilmente", spontaneamente, finché trova rispondenza in determinate cose dell'altro, ma è spinto invece ad allontanarsi quando non sente simpatia, non trova punti in comune, non sente rispondenza nell'altro.
E' qui che viene il difficile, è qui che siamo chiamati ad innalzarci dal "momento" di cui parla Don Bosco all'Immutabile che è Dio, in cui tutto può essere visto sotto una luce diversa.

Scrive sempre Don Dolindo:
"Noi amiamo il sole per la sua luce e amiamo, per conseguenza, anche il cristallo dove si riflette.
Togliete quel cristallo dai raggi del sole, ed esso diventa un corpo trasparente e, se lo mettiamo al buio, è solo un corpo durissimo.
Non si può togliere, dunque, il cristallo dai raggi del sole senza togliergli ogni ragione di attrattiva.
Non è un'opera d'arte, non è un oggetto utile; non è che un piccolo sole in miniatura, quando il sole inonda.
Tu non ti curi di vedere se quel cristallo è elegante, è sfaccettato, è pulito, se non in funzione del sole e lo consideri con ammirazione quando vi luccica il sole".

Nel "Castello Interiore" Santa Teresa d'Avila paragona l'anima proprio ad un diamante, ad un cristallo: semplificando, potremmo dire che possediamo in noi un punto che, esposto alla luce di Dio, la riflette e ci consente di vederci ed amarci reciprocamente proprio in virtù del nostro essere oggetti che riflettono Dio....superando dunque le miserie umane!
Se ci guardiamo al di fuori di questa luce insorgeranno invece mille difficoltà nell'amarci, nell'andare oltre il "momento che è nulla" ed ogni difetto, antipatia, egoismo, avranno la meglio sull'amore!
Il Carpe Diem ci è possibile solo se sappiamo cogliere Colui che sta al di sopra del tempo che fugge: Dio, l'Eterno, l'Immutabile, l'Infinito!

E' bello ricordare, su questo punto, l'esempio di Santa Teresina, che nel manoscritto C di Storia di un'anima, così scriveva:
"C'è in comunità una sorella che il talento di dispiacermi in tutto: i suoi modi di fare, le sue parole, il suo carattere mi sembravano molto sgradevoli; eppure è una santa religiosa che deve essere molto gradita al buon Dio, perciò non volevo cedere all'antipatia naturale che provavo.

Mi sono detta che la carità non doveva consistere nei sentimenti, ma nelle opere, perciò mi sono impegnata a fare per questa sorella ciò che avrei fatto per la persona che amo di più.
Ogni volta che la incontravo pregavo per lei il buon Dio, offrendogli tutte le sue virtù e i suoi meriti.
Sentivo bene che questo faceva piacere a Gesù, perché non c'è artista che non ami ricevere lodi per le sue opere, e Gesù, l'artista delle anime, è felice quando non ci fermiamo all'esteriorità, ma penetriamo fino al santuario intimo che Egli si è scelto come dimora e ne ammiriamo la bellezza.
Non mi limitavo a pregare molto per la sorella che mi procurava tante lotte: mi sforzavo di farle tutti i favori possibili e, quando avevo la tentazione di risponderle in modo sgarbato, mi limitavo a farle il mio più gentile sorriso e mi sforzavo di sviare il discorso".
Quando le fu chiesto dalla consorella la ragione di tanti "sorrisi", Santa Teresina rispose: "Ciò che mi attirava era Gesù nascosto in fondo alla sua anima"!

Santa Teresa di Gesù Bambino sapeva bene che nelle tentazioni contro la carità occorre darsi da fare ed agire praticando la virtù contraria al vizio dell'egoismo verso cui si è spinti....ma è bello notare con quanta delicatezza riuscisse ad applicare, in casi estremi (la tentazione di rispondere sgarbatamente) anche la sua tattica della "diserzione": sapendo che l'essere umano è facile alla debolezza, fuggiva dal fare discorsi in via primaria, quando eccessivamente tentata...e si limitava inizialmente a sorridere.

E' una tattica che possiamo applicare anche noi: un sorriso, in circostanze simili, ci costerà forse molto meno che tante parole inutili, e sortirà un effetto certamente maggiore di molte frasi.

A volte, un gesto apparentemente banale disarma l'altro, nasconde le nostre lotte e ci consente di amare!
Un sorriso davanti all'imprevisto, ad un cambiamento dei nostri piani non dipendente da noi, ad un favore inatteso che ci viene richiesto....è il nostro modo concreto (ed anche interiore) di dire "SI"!

  • Approfittiamo dunque di ogni momento, per non sprecare nulla, secondo quando ci rammenta Don Bosco;
  • ricordiamoci che un atto d'amore, agli occhi di Gesù, vale moltissimo, più di tante preghiere che non trovino sbocco effettivo nella carità, come ci invita invece a fare la piccolissima via d'amore;
  • seguiamo anche l'esempio di Santa Teresina e vinciamo noi stessi impegnandoci ad amare vedendo nell'altro un cristallo in cui -come dice anche Santa Teresa d'Avila, come ci ricorda Don Dolindo- si riflette proprio Dio, Artista di ogni creatura.
In questo modo potremo rovesciare il finale del "Carpe Diem" di Orazio, il quale così scriveva:
"Breve è la vita- rinuncia a speranze lontane. Parliamo e fugge il tempo geloso: carpe diem, non pensare a domani".

Si, il tempo è geloso, perché nessun momento ritorna indietro, ma noi abbiamo una speranza, quella che, come ci dice San Paolo, "non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori, per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" (Rom 5, 1-5).
Il nostro Carpe Diem deve essere dunque non rivolto ad un godimento effimero di quello che non potremmo altrimenti recuperare una volta "passato", ma un proiettarci verso l'eternità, che già fin d'ora possiamo costruire guardando alla meta finale: DIO!

Il pittore Salvador Dalì dipinse gli orologi "molli" per indicare la soggettività della percezione del tempo, che dipenderebbe dalle circostanze, dagli individui, dallo stato d'animo.
Oggettivizziamo il nostro tempo: puntiamo le lancette verso l'Eternità, misuriamo le ore, i minuti, i secondi, non con un orologio che si deforma al mutare dei nostri moti interni, ma con quello precisissimo e sempre funzionante di Gesù!
Facciamo, anzi, che il nostro orologio diventi il Suo Cuore, che batte veramente, perché è un CUORE DI CARNE!
Che ogni battito del Suo adorabile Cuore diventi la lancetta dei secondi che scandisce la nostra vita, per ricordarci le Sue parole: AMAMI! Amami sempre, amami in tutti, vedendo Me in loro!

Buon fine settimana a tutti!

mercoledì 1 dicembre 2010

CONFESSIONE: supporto psicologico-umano o profusione della Divina Misericordia?



"Ora comprendo che la confessione è soltanto la dichiarazione dei peccati, mentre la direzione spirituale è completamente un'altra cosa"
(Santa Faustina Kowalska- Diario)

"Per quanto grande sia la lotta, la sofferenza, la ripugnanza, m'accosterò sempre e in silenzio al Rev.do Padre Confessore, accusando le colpe, e nulla più".
(Suor Maria Consolata Betrone- Diario)



Capita, non di rado, di vedere che scattino fra i penitenti, particolari "preferenze" per un determinato confessore, preferenze non giustificate da carismi straordinari del sacerdote (come potrebbe essere nel caso di un novello Padre Pio), ma magari dettate da fattori come:
  • la durata maggiore della confessione con un padre piuttosto che con un altro;
  • la possibilità di "dilungarsi" su particolari confidenze, oltre i minuti necessari per esporre i problemi;
  • l'apparente docilità di carattere di un sacerdote, ritenuto più "dolce" rispetto ad un altro

Scene del tipo "preferisco aspettare due ore per confessarmi da quel padre, anziché andare dagli altri confessori liberi" o "torno domani, perché oggi ci sono solo altri preti", dovrebbero farci riflettere: noi andiamo a confessarci (anche a cadenza ravvicinata) perché vogliamo presentarci più puri al cospetto di Gesù-Ostia e riceverLo più degnamente, o ci aspettiamo dal confessore soprattutto una "dose" di sollievo "psichiatrico-psicologico"?
Siamo pronti a ricevere anche il rimprovero di Gesù, che si manifesta nel sacerdote, o vogliamo andare da un prete che, poiché ci conosce, dovrebbe essere a nostro giudizio, portato a "scusarci" sul piano umano delle nostre mancanze?
Se la risposta che diamo è la seconda, allora occorre fermarsi un attimo a ragionare, pensare, forse correggere il tiro.

Si badi bene: non c'è nulla di sbagliato, in alcuni casi, nell'aver bisogno di un conforto anche psicologico dal prete che ci confessa.
Dolori e preoccupazioni molto intense, pene particolari, possono richiedere anche la necessità di una parola di sollievo ed incoraggiamento da parte del sacerdote....anche se non sempre il momento nel confessionale può supplire ad un colloquio al di fuori della confessione, o ad un vero aiuto psicologico....
In altre situazioni, il sacerdote stesso potrà dirci se certi nostri bisogni, sofferenze, timori, riguardino realmente la vita dello spirito (e indicarci come affrontarli), o rendano invece necessario l'intervento di un medico, di uno psicologo, di un po' di riposo.
Tante volte, infatti, anche uno stato fisico non eccelso si ripercuote sulla nostra vita interiore, provocandoci aridità, svogliatezza, irrequietezza.

E' altrettanto vero che è buona norma trovare un confessore fisso, che ci conosca bene, sappia quali sono i nostri punti deboli, quello su cui abbiamo già lavorato....in tal modo, potrà guidarci meglio verso la santità. 
Tuttavia, anche i santi (in primis Don Bosco, sostenitore della necessità di un confessore fisso), consigliavano di andare, di tanto in tanto, da un confessore "straordinario".
Inoltre, se il rapporto di confessione non si trasforma in una direzione spirituale, non ci sarà di certo bisogno di confessioni-fiume, che rischiano di convertirsi in un elenco, oltre che dei peccati, anche delle più svariate persone e situazioni della vita, magari senza diretto rapporto con il Sacramento che ci accingiamo a ricevere!
Col rischio di trasformare un sacramento, in un dialogo a 360 gradi!

In effetti, in tantissime occasioni -non neghiamolo- preferiamo confessarci dal prete che ci sembri più affabile, o più disposto a lasciarci parlare a lungo, perché ci pare che, in quel modo, la confessione sia "migliore"....che riusciremo ad ottenere maggiormente consigli per la nostra vita (non solo per quella spirituale).
E non ci rendiamo conto che, rimandare la confessione a quando ci sarà il prete che preferiamo, o attendere a lungo in fila, anziché rivolgerci al primo già disponibile, è anche un'offesa (per dirla in termini semplicistici, ma efficaci) alla MISERICORDIA DI DIO!

Facciamo un paragone materiale, per comprendere meglio la situazione.
Se siamo a digiuno da moltissimo tempo, e ritornando a casa troviamo entrambi i nostri genitori disposti a darci da mangiare....ma la nostra mamma è già impegnata a dare la pappa ai nostri fratellini più piccoli, forse lei si offenderà, se ci rivolgeremo a nostro padre?
Al contrario: l
a mamma sarà felice, perché, mentre lei già si occupa di un figlio, non rimarrà in pensiero per noi, vedendoci attendere che lei finisca...e il babbo sarà contento, perché anche lui diventerà uno strumento che si fa portavoce dell'amore della nostra mamma.
Non solo: nostra madre sarà sicura che noi, in ogni caso, riceveremo qualcosa di buono, perché nostro padre ci vuole bene come ce ne vuole lei, e sarà uno "strumento" per offrirci del cibo in grado di sostenerci.

Ritorniamo al caso dei confessori: se rimandiamo la confessione....sappiamo se avremo altro tempo per accostarci al Sacramento della Misericordia?
Non è per essere pessimisti, bensì realisti: potrei non avere a disposizione altro tempo, il Signore mi potrebbe chiamare sempre...e sempre devo farmi trovare pronto!
E ancora: se il Signore si rende disponibile per donarmi il Suo Perdono, attraverso un sacerdote libero per confessarmi, non ne soffrirà se io, pensando che un prete valga più di un altro, rifiuti, in quel momento, di andare a confessarmi?
Ogni sacerdote è uno strumento, di cui Dio si serve, come di un canale attraverso cui far passare la Sua Divina Misericordia, ma chi confessa, perdona, dispensa....è GESU' STESSO!

Se si comprende questo concetto fondamentale, a che cosa gioverebbe fare distinzioni fra un prete e l'altro, quando sentiamo il bisogno di ricorrere alla Misericordia di Dio e incontriamo difficoltà a reperire il nostro abituale confessore?
Nel suo Diario, Santa Faustina Kowalska riporta alcune parole rivelate proprio da Nostro Signore: "Figlia Mia, come ti prepari alla Mia presenza, così ti confessi davanti a Me, Mi copro semplicemente dietro il sacerdote.
Non analizzare mai quale è quel sacerdote dietro cui Mi nascondo e svelati nella confessione come fai davanti a Me e io colmerò la tua anima della Mia luce". 

Nel volume biografico su Suor Lucia Ripamonti, è riportato questo aneddoto illuminante:
"Una volta madre Savoldelli parlando della Confessione, ci raccontò un episodio.
Siccome sorella Lucia aveva l'incarico di avvisare madri e sorelle, un giorno avvisò pure lei.
La madre le fece capire che aveva impegni, non avrebbe potuto andarci.
E sorella Lucia, subito disse: Venga madre, non sa quale sacramento è quello della Confessione?
Non sa il valore grande dell'assoluzione?
Queste parole pronunciate con semplicità e convinzione, persuasero la madre a compiacere la sorella. E subito si alzò".

Una volta capito che non bisogna rimandare l'incontro con la Misericordia di Dio, occorre anche comprendere ciò che comporta, in noi, una santa confessione.
Ecco cosa dice Santa Faustina: "alla confessione andiamo: primo, per essere guariti; secondo, per essere educati. 
La nostra anima ha bisogno di essere educata continuamente, come un bambino".

Guarire-essere educati: ecco i due "scopi" della confessione!
Sul primo, non c'è molto da dire: se ci accostiamo al Sacramento sinceramente pentiti, la nostra anima, macchiata dal peccato, viene lavata dalla Misericordia Divina e possiamo ricominciare ad amare i nostri fratelli con maggiore carità, animati proprio dall'Amore Misericordioso di Dio.

Il secondo punto, quello dell'essere "educati" è invece più difficile da comprendere!
Pensiamoci bene: quando entriamo nel confessionale, ci andiamo con l'intenzione di ricevere luce per la nostra vita spirituale, per non ricadere più negli stessi peccati, per resistere meglio alle tentazioni?
Crediamo veramente che il sacerdote confessore sarà uno strumento della Misericordia divina e ne sarà illuminato per leggere nella nostra anima, o per donarci consigli giusti, adatti a noi?
E...una volta ricevuta l'assoluzione, quanto ricordiamo gli ammonimenti, i consigli ricevuti...e quante volte li mettiamo in pratica, da una confessione all'altra, finché non ci aiutino a vincere i nostri difetti, le nostre imperfezioni?

Che il confessore ci educhi, non è sinonimo di "parlare a lungo", a volte basta una parola, una frase....e ci accorgiamo che il sacerdote ha "indovinato" la medicina!
Capita anche di confessarsi in luoghi diversi dalle proprie parrocchie, con sacerdoti sconosciuti....eppure quel prete, in quel determinato luogo, ci dice delle cose che non potrebbe intuire, come se ci conoscesse da sempre...come se avesse subito compreso il nostro problema...
E' ILLUMINATO DALLO SPIRITO SANTO!

Ecco, allora, in cosa possiamo ricevere "educazione" nella Santa Confessione: attraverso i consigli del dispensatore della Misericordia Divina, o un piccolo sacrificio, una penitenza che il sacerdote ci inviti a compiere ed offrire.
Leggiamo, sempre nel diario di Santa Faustina, le parole rivelate da Nostro Signore: "I tuoi più grandi sacrifici non mi piacciono, se li compi senza il permesso del confessore, mentre al contrario il più piccolo sacrificio ha una grande importanza  ai Miei occhi, se è fatto col permesso del confessore.

Seguendo gli insegnamenti di Suor Consolata e di Santa Faustina, ecco allora, come fare per confessarsi bene:
  • "Prima di ogni confessione ricorderò la Passione del Signore e con ciò risveglierò la contrizione del cuore. Prima di accostarmi alla grata, entrerò nel Cuore aperto e misericordiosissimo del Salvatore"                   "Debbo pregare molto per ogni confessore, perché lo Spirito Santo lo illumini" (Santa Faustina)
  • "Quando ti confessi, pensa all'umiliazione profonda che provai quando mi spogliarono per essere flagellato! Oh, soffrì più per questo, che per i colpi che ricevevo!
    E soffrì per te, per poterti salvare. ti amavo. Se pensi a questo, sta' tranquilla che il dolore per la Confessione è assicurato"                                
    "Nelle Confessioni: sincerità, mai scusarmi. E mai lo scoraggiamento di non potere osservare i propositi presi. Gesù mi aiuterà, con Lui posso tutto". (Gesù a Suor Consolata)
  • "Quando mi allontanerò dalla grata, risveglierò nella mia anima una grande riconoscenza verso la S. Trinità per lo straordinario ed inconcepibile miracolo di Misericordia che avviene nel'anima". (Santa Faustina)

Preghiamo Maria Santissima, affinché ci aiuti a meditare sull'importanza e l'efficacia della Santa Confessione, per aprire veramente il nostro cuore alla Misericordia di Dio!

venerdì 22 ottobre 2010

Santi con discrezione. La strada...dei piccoli, secondo gli insegnamenti di Santa Teresa di Lisieux e di Suor Consolata Betrone


“Se sapessi quanto Io godo, nel fare un'anima santa! 
Tutti dovrebbero farsi santi, per procurarMi questo piacere!
 Ne vuoi una pallida idea? 
Pensa alla gioia che prova una Mamma, quando vede il suo figlio tornare raggiante, con la Laurea conseguita. 
La felicità di quella mamma è indescrivibile. 
Ebbene, la Mia felicità nel vedere un'anima giungere a santità, supera immensamente questa debole immagine”.
 (Gesù a Suor Consolata Betrone)



Qualche anno fa, una mia carissima amica mi ricordò che: “Il Signore non fa un santo uguale a un altro”, esprimendo, con questa semplice frase, la grande “fantasia” di Dio, come “pittore” delle anime che aspirano alla santità e che si impegnano a tale scopo.

E ovviamente, Dio chiama tutti ad esser santi, ma ciascuno può raggiungere la vetta in una maniera personale, tutta propria, di modo che, realmente, nessun santo sia “uguale” ad un altro.
Ogni persona ha infatti, anche caratterialmente, connotati “originali” che la rendono “unica” e che si rispecchiano, di conseguenza, nel modo di diventare santi.
Pensiamo ad esempio a Padre Pio, molto diretto nel correggere, tanto da essere preso, alle volte e ingiustamente, per burbero; consideriamo Santa Teresina del Bambin Gesù, dolcissima invece nella sua fermezza con le novizie che le erano affidate....e sono solo due esempi.

D''altro canto, è anche vero che il Signore, per non lasciarci “smarriti” alla ricerca del “metodo” per santificarci, ci dona, non di rado, la strada che altri hanno percorso prima di noi, sulla base della quale possiamo plasmarci, in base alle personali inclinazioni, sentendo una “via” più conforme -rispetto ad un'altra- al nostro carattere, alle nostre difficoltà spirituali, anche alla nostra soggettiva “resistenza” alle prove della vita spirituale e "materiale".

Ritorniamo all'esempio di cui sopra: Padre Pio fu sacerdote, confessore, stigmatizzato. 
Ebbe un'esistenza già “intensa” per il suo ufficio di “dispensiere della Misericordia di Dio”, a questo si aggiunsero sofferenze spirituali e fisiche che non lo abbandonarono fino alla morte.
Di certo, non tutti sono chiamati a questo tipo di santità, sebbene non manchino in nessun tempo anime che si offrano “vittime” al Signore e sopportino con amore, particolari dolori.

Santa Teresina, pur avendo affrontato prove molto dure (come la morte dei genitori e infine la sua malattia), ci offre un modello di santità più alla portata di tanti di noi. 
Quello della “piccola via”, una via “molto corta”, da percorrere usando le “braccia di Gesù” come “ascensore” che ci conduca al Paradiso. 


E' la via della “santità con discrezione”, potremmo dire, che facilmente possiamo percorrere, anche quando, apparentemente, nella nostra vita di ogni giorno ci sembra di non avere nulla di eroico o straordinario, per mezzo del quale santificarci.

Imparando, invece, a seguire la piccola via di Teresina e la “piccolissima via” di Suor Consolata Betrone (che “elabora” la sua strada proprio partendo da quella della Santa carmelitana), scopriremo che le occasioni per farci santi senza apparenti grandi “prove” o sofferenze da vivere, senza essere chiamati a “compiti” particolarmente elevati, non mancano neanche a noi e che possiamo raccogliere, “collezionare” questi piccoli “sassolini” come fossero i punti di una “raccolta” per la santità!
Potremo “impiegare” per farci santi, le molte o poche occasioni di mortificazioni quotidiane, di carità, di obbedienza, che ci verranno offerte.

Diceva Santa Teresina: “Non perdere nessuna delle spine che incontri nel cammino di ogni giorno; con una di esse puoi salvare un'anima” e un secolo dopo, Suor Consolata Betrone, scriveva:“Si, o Gesù, con l'aiuto Tuo voglio darTi tutte le pietruzze che Tu mi chiederai ad ogni minuto, perché lo Spirito Santo possa fare il mosaico che brama. Vigilerò affinché non mi sfugga un atto di virtù”.

In questi pensieri delle due monache, ci sono già alcuni punti fermi da tenere in considerazione: 


in primo luogo, si parla di “spine” o “pietruzze”, quindi, di qualcosa che provoca fastidio, ma un fastidio “sottile”, che una volta passato non lasci segno del dolore, ben diverso dalla sofferenza meno sottile richiesta ad altri, che potremmo paragonare ad una trave che ci cada su un piede o ad un fuoco che ci bruci la mano...questo vuol dire che nella piccola o piccolissima via della santità “con discrezione”, c'è sempre qualcosa che ci costerà fatica, per avere maggiormente merito dai nostri atti, ma che non ci cagionerà un'intensa sofferenza continua, non adatta di certo a tutte le anime.

In secondo luogo, queste spine e questi sassolini, ci consentono, se accettati veramente con amore e nonostante la nostra naturale inclinazione che ci spingerebbe in altra direzione, di "acquistare" a Gesù delle anime. 
Ogni atto di amore è infatti “moneta” che il Signore utilizza per convertire, dare luce, aiutare i nostri fratelli che hanno più bisogno. 
E contemporaneamente, fa salire anche a noi i gradini della vita spirituale. Quanto ciò sia vero, è Gesù stesso che lo spiegò a Suor Consolata: “Ama, ama incessantemente. Oh! Se comprendessi il valore di un atto d'amore! Esso vale più che qualsiasi penitenza o lavoro tu possa fare. Ed è per quello che il demonio te lo ostacola tanto”. 
E ancora : “Un Gesù ti amo ripara mille bestemmie. Ricorda che un atto di pure amore decide l'eterna salvezza di un'anima”.

In terzo luogo, occorre soffermarsi sulle parole : “che incontri” e “Tu mi chiederai”.
Sono espressioni che fanno comprendere come la sofferenza, gli atti meritori, possiamo (e dovremmo, se vogliamo seguire queste piccole vie), non cercarli, ma “accoglierli” man mano che ci vengono “offerti”, disseminati sul nostro cammino da Gesù stesso.

Questo non vuol dire rimanere passivi, o essere esentati dall'agire secondo carità. 
E' scontato che dovremo comunque agire con amore nei confronti di chi abbiamo intorno (familiari, amici, colleghi...nemici), ma è altrettanto vero che, evitando di andare a cercare noi stessi le “sofferenze”, non correremo il rischio di sottoporci a prove più grandi delle nostre capacità. Il Signore stesso non mancherà di spargere, nel corso della nostra giornata, le pietruzze più adatte...al nostro piede! 

E allora, proprio perché le opportunità di compiere atti meritori ci saranno offerte, potremo ricordarci le parole che Papa Luciani si sentì rivolgere, prima di essere eletto nel conclave del 1978:
“Coraggio, se il Signore dà un peso, dà anche l'aiuto per portarlo”.
In un certo senso, anche questo ci aiuta a “fidarci” di Gesù: fidiamoci perché Lui sa cosa sia migliore per la nostra santificazione e che tutto ciò che dispone sul nostro cammino, se compiuto con amore, se accettato, contribuisce alla nostra crescita spirituale ed alla Sua maggior Gloria.

Nel diario di Suor Consolata, leggiamo infatti queste parole, che Gesù le rivolse: “Trasforma tutte le cose disgustose che incontri sul tuo cammino in roselline. Raccoglile con amore e offriMele con amore”!
Per trasformare in rose “profumate” i nostri atti meritori, è proprio l'amore che ci serve, infatti, sempre nel diario di Suor Consolata, leggiamo queste parole di Nostro Signore: “Aiutami a portare la Croce non solo sopportando pazientemente, ma sopportando con amore”.

Se infatti sopportiamo con pazienza, ma non con amore, il nostro atto sarà, in un certo modo, incompleto...l'amore invece, ci consentirà di vedere, sempre, nell'occasione fastidiosa, nella persona invadente, nel parente difficile da sopportare....Gesù stesso! 
E dunque, di “elevare” il nostro agire!

E' illuminante, a tal proposito, un episodio che Santa Teresina riporta nel manoscritto C di Storia di un'anima. 
La carmelitana scrive di una consorella verso la quale provava una naturale antipatia, sentimento cui non vuole cedere.
Ragion per cui si sforzava “di farle tutti i favori possibili e, quando avevo la tentazione di risponderle in modo sgarbato, mi limitavo a farle il mio più gentile sorriso e mi sforzavo di sviare il discorso. Un giorno, in ricreazione mi disse con un'espressione contentissima, press'a poco queste parole: Vorrebbe dirmi, mia Suor Teresa di Gesù Bambino, cosa l'attira tanto verso di me, che ogni volta che mi guarda la vedo sorridere?
Ah, ciò che mi attirava era Gesù nascosto in fondo alla sua anima, Gesù che rende dolce ciò che c'è di più amaro!”

Naturalmente, anche questo percorso di santità presenta le sue difficoltà, vivere in un continuo atto d'amore (elemento centrale della spiritualità di Suor Consolata Betrone e di Santa Teresina), significa vedere in tutte le persone Gesù (quindi trattarle di conseguenza!), vedere in ogni occasione “scomoda” che ci si ritrova sul cammino un invito alla santificazione....etc etc.....
Come Nostro Signore spiegava a Suor Consolata: “non che l'atto d'amore sia una croce, ma non perderne uno in qualunque condizione d'animo ti trovi, questo è croce, però che ti aiuterà a sopportare tutte le altre croci”.
Pensiamoci bene: si è normalmente più inclinati a fare del bene quando si è felici, in salute....mentre basta un po' di stanchezza, o l'essere presi da tanti impegni, per essere maggiormente tentati di dire di no, di essere sgarbati.
Però, stiamo sicuri che non ci mancherà l'aiuto di Gesù, se noi ci metteremo l'impegno.
Nel diario della clarissa cappuccina, leggiamo: “ciò che è mio è tuo. Consolata, e quindi tuo il Mio silenzio, la Mia pazienza, la Mia generosità, la Mia fortezza, il Mio amore per il Padre, la Mia carità per le anime”.

Che per intercessione di Santa Teresina e di Suor Consolata, il Signore ci ottenga queste belle qualità, per diventare anche noi “umili e miti di cuore” e camminare verso la santità!

lunedì 3 maggio 2010

SILENZIO. Riflessioni sulla visita del Santo Padre a Torino


La Sindone, le claustrali, i non udenti.
I tre silenzi di Torino, nel giorno della visita del Santo Padre, sono tutti racchiusi qui.
Tre silenzi, tre “linguaggi”, tre modi in cui la voce di Dio si può lasciare ascoltare, lontano dal frastuono di tutto il resto che distrae.
La Sindone -ha affermato ieri il Papa nella sua splendida meditazione- parla del silenzio della morte, il silenzio di un Dio fattosi uomo, che ha voluto condividere con l'essere umano, l'abbandono totale, la discesa agli inferi, il silenzio assoluto.
“Passio Christi. Passio hominis. E la Sindone ci parla esattamente di quel momento, sta a testimoniare precisamente quell'intervallo unico e irripetibile nella storia dell'umanità e dell'universo, in cui Dio, in Gesù Cristo, ha condiviso non solo il nostro morire, ma anche il nostro rimanere nella morte. La solidarietà più radicale”.
Eppure, questo silenzio sindonico si fa anche voce: “questo volto, queste mani e questi piedi, questo costato, tutto questo corpo parla, è esso stesso una parola che possiamo ascoltare nel silenzio. La Sindone parla con il sangue, è il sangue è la vita! Ogni traccia di sangue parla di amore e di vita. E' come una sorgente che mormora nel silenzio, e noi possiamo sentirla, possiamo ascoltarla, nel silenzio del Sabato Santo”.
E' vero, il dolore dell'Uomo della Sindone invita all'ascolto attento, partecipato...anche stupito dinanzi alla meraviglia “scientifica” di un misterioso lenzuolo che nasconde tanti “segreti”. Quello stesso sguardo stupito e innamorato con cui il Papa ha contemplato ieri quel Santo Lino, è lo stesso che dovremmo avere anche noi, nel lasciarci “parlare” dall'Uomo della Sindone. 
Il dolore salvifico che Cristo ha “attualizzato” nella Sua Passione e che attualizza ancora oggi, in ogni Sacrificio Eucaristico, diventa un libro aperto, che si può leggere dapprima con gli occhi, poi, meditare nel cuore, nel silenzio della propria anima.
Eliminando ogni rumore che possa distrarre l'attenzione dall'essenziale: Dio si è fatto carne, è morto per noi, è rimasto nella morte del Sabato Santo per insegnarci il valore redentivo della sofferenza.
Le claustrali, che ieri hanno avuto la grande gioia di pregare davanti alla Sindone, e di meditare insieme al Santo Padre, ben conoscono il grande valore del “silenzio” e la capacità di far fruttificare  -in esso- la Parola di Dio. Quella Parola di cui, in un certo modo, la stessa Sindone si fa specchio.
La regola del Carmelo, ad es., così sentenzia: “l'apostolo raccomanda poi il silenzio, nel prescrivere di lavorare silenziosamente, e come afferma il Profeta: il culto della giustizia è il silenzio e inoltre: nel silenzio e nella speranza sarà la vostra forza”. 
Nella vita di ogni monaca di clausura, il silenzio è da osservarsi con maggior rigore in alcuni tempi della giornata, ma, con riguardo agli altri momenti, esso assume sempre un ruolo di grande rilievo nella vita di chi vuole meditare “giorno e notte la legge del Signore”. Come afferma sempre la regola carmelitana, il silenzio preserva da molti “mali”, e consente  di vivere in maggior pienezza, in un moto che -dall'interiorità- espanda poi all'esterno la legge dell'Amore: “nell'altro tempo, quantunque non si abbia l'osservanza scrupolosa del silenzio, si eviti tuttavia di parlar troppo; poiché, come sta scritto e come non meno insegna l'esperienza, nel parlare troppo non potrà mancare la colpa, e chi parla sconsideratamente ne subirà le cattive conseguenze. Inoltre, chi fa uso di molte parole danneggia la propria anima. E il Signore nel Vangelo: di ogni parola inutile uscita dal labbro degli uomini, essi renderanno conto nel giorno del giudizio. Ciascuno quindi pesi con la bilancia le sue parole e faccia uso di freni severi per la sua bocca, per evitare di sdrucciolare e di cadere in colpa mediante la lingua, e la sua caduta divenga incurabile e conduca alla morte”.
Le “colpe” nelle quali il troppo parlare può far cadere (chiunque di noi! non solo chi fa una scelta radicale, quale la clausura!) sono molte e a volte così “mascherate” da non apparire tali ai nostri occhi: mormorazioni, parole inutili che non lasciano spazio a cose più essenziali, mortificazioni che infliggiamo agli altri.
Suor Consolata Betrone -clarissa cappuccina-, nel suo diario, così “riassumeva” il compendio del ben parlare e del ben tacere: “in ricreazione o tacere, o dire una parola che sia meglio del silenzio”, magari per fare del bene ad un'anima, per sviare da un discorso “pericoloso”, per confortare qualcuno. 
Cosa non da poco, considerando che, per una claustrale, proprio la ricreazione sia il tempo "ordinario" della sana fraternità fra consorelle, in cui si è dispensati dalla regola del tacere.
Certo, “coltivare” il silenzio non è facile, richiede autocontrollo, sforzo costante, analisi “puntuale” dell'effettiva necessità di parlare o meno, di dire alcune cose, piuttosto che altre. Richiama fortemente all'esercizio di una carità piena, che faccia scoprire potenziali “ferite” che le nostre parole possano infliggere agli altri. 
L'Uomo della Sindone, ci insegna però proprio questo silenzio, nell'apparente “mutismo” davanti ai propri carnefici. 
Non un moto di ribellione, non una frase in propria difesa, ha pronunciato Nostro Signore, che noi cattolici riteniamo sia proprio l'uomo avvolto nel Sacro Lino. 
In quel “silenzio” c'è tutto l'atto di affidamento al Padre, l'intima unione con Lui. 
“Per pregare, senti il bisogno di essere attorniata da silenzio e così, per stare unita a Me, nell'interno bisogna che vi sia profondo silenzio. Un piccolo rumore turba l'orazione, similmente un nonnulla che ti distrae, turba l'intimità” -confidò Gesù stesso a Suor Consolata-.
Proviamo allora anche noi, a seguire l'esempio dell'Uomo della Sindone, che -come ricorda Isaia-  “maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”. (Is 53, 7).
Potremo così imparare ad ascoltare -nel silenzio- la voce di Dio che ci parla, così come hanno fatto ieri i molti non udenti che hanno preso parte all'incontro con il Santo Padre, assistiti da una guida che “traduceva” loro le parole di Benedetto XVI.
E pur nel silenzio “esterno”, avranno sicuramente accolto e meditato le splendide riflessioni del Papa, proprio loro che sono "tessere preziose di un bellissimo mosaico che Dio, come grande artista, va formando giorno per giorno anche attraverso il" loro  "contributo", attraverso il loro silenzio, fecondato dalla Parola di Dio.