mercoledì 15 luglio 2015

LA SAPIENZA DEI SANTI: UNA LAUREA «HONORIS CAUSA» IN TEOLOGIA

La sapienza che viene dall'Alto
- Riflessioni a margine del Vangelo di oggi -




In quel tempo, Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
(Mt 11,25-27)


PREGHIERA E TEOLOGIA

C'è una connessione tra preghiera e sapere che il Vangelo di oggi ci spinge a scandagliare.
Se intendiamo la preghiera come colloquio d'amore con Dio, allora possiamo dire che intessere un discorso da e fra innamorati equivale a "conoscersi". Ecco perché il Padre si rivela e lo fa per mezzo di Gesù.


Gesù, nostro unico intermediario nella preghiera
La nostra preghiera ha un unico e solo intermediario: Cristo, Verbo Incarnato. 
Ogni nostra orazione sale a Dio Padre in Lui e per mezzo dello Spirito. 
Attraverso Gesù, che prega in noi, con noi e per noi (il Padre Nostro da Lui recitato ne è un mirabile esempio!), riusciamo a cogliere qualcosa delle bellezze divine, che nel dialogo della preghiera ci vengono comunicate.

Teologo è chi sa pregare bene!
Evagrio Pontico scrisse nel suo libro "De Oratione": "Se sei teologo pregherai veramente, e se preghi veramente sei teologo".  
Torniamo così al punto di partenza: la teologia, etimologicamente, è il "discorso" su "Dio".
Nella preghiera "vera" (quella che si accompagna ad una vita di costante impegno ascetico) noi discorriamo con Dio e Dio discorre con noi di Sé Stesso, facendosi conoscere per mezzo dello Spirito Santo che ci illumina e che viene a noi da Gesù Cristo, fedele alla sua promessa di farci comprendere ogni cosa tramite il Paraclito (cfr. Gv 14,26).

Quale teologia? Per pochi o per tutti?
Il nesso tra preghiera e teologia non deve spingerci a ritenere che la sapienza di cui parla oggi Gesù nel Vangelo sia riservata a pochi.
La "sapienza" che viene da Dio si trova spesso nelle anime semplici, e la parabola del fariseo e del pubblicano in preghiera (cfr. Lc 18,9-14) ce ne offre un esempio mirabile.
Il primo si ritiene giusto e il suo atteggiamento fisico rivela questa sua convinzione: prega in piedi, avanzando dentro al Tempio, elencando una serie di presunte "opere buone e sante" e disprezzando il suo simile; il secondo rimane indietro, con gli occhi bassi, non enumera nessuna buona azione, ma semplicemente, con la vera sapienza del cuore, la sua preghiera si fa "teologica" e va al nucleo dell'essenza di Dio: l'Amore. Il pubblicano riconosce l'infinita miseria dell'uomo e la sconfinata misericordia dell'Altissimo, che, pur conoscendo i limiti della creatura, la ama e la vuole salvare.

La teologia dei santi
La teologia non è solamente quella che noi intendiamo come "scienza accademica". C'è anche una teologia più "feriale", quella che hanno ricevuto i santi (e santi privi di studi specialistici in materia!), e che Giovanni Paolo II definì nella Novo Millennio Ineunte (n. 27),  proprio come "la teologia vissuta dai santi", una teologia che, "accanto all'indagine teologica", può offrirci "un aiuto rilevante" e "indicazioni preziose che ci consentono di accogliere più facilmente l'intuizione della fede, e ciò in forza delle particolari luci che alcuni di essi hanno ricevuto dallo Spirito Santo".
Poiché tutti siamo chiamati alla santità, allora tutti possono accedere - impegnandosi nella vita cristiana - a questa "teologia" come conoscenza amorosa di Dio.
Insomma, tutti possiamo, in teoria, arrivare ad ottenere una "laurea honoris causa" in teologia...



Dal "De oratione" (60-89) di Evagrio Pontico:


Purità e visione di Dio
Se sei teologo pregherai veramente, e se preghi veramente sei teologo.  

Oltre le frontiere dell'impassibilità
Quando il tuo intelletto, nell'ardente desiderio di Dio, comincia poco alla volta come ad uscire dalla carne, e riesce a scacciare tutti i pensieri causati dai sensi o dalla memoria oppure dal temperamento, via via raggiungendo la pienezza della riverenza e della gioia, puoi allora ritenere di esserti avvicinato ai confini della preghiera. 

Compassione e soccorso dello Spirito Santo 
Lo Spirito Santo, che ha compassione della nostra debolezza, viene a visitarci pur se ancora non siamo purificati. Nel caso in cui trovi che il nostro intelletto lo prega anche soltanto col desiderio della verità, Egli viene su di esso e dissipa tutta la torma dei ragionamenti e dei pensieri che l'accerchia, volgendolo all'amore della preghiera spirituale.  

La scienza spirituale purificatrice 
Mentre gli altri fanno nascere nell'intelletto ragionamenti o pensieri o speculazioni per via dei mutamenti del corpo, Dio invece agisce al contrario: viene direttamente sull'intelletto per conferirgli - come a Lui piace - la scienza; e attraverso l'intelletto placa l'intemperanza del corpo. 

Sanità mentale 
Chi ama la vera preghiera, e però si abbandona alla collera o al rancore, non può non essere tocco nel cervello. E', infatti, simile ad uno che, per volere aguzzare la vista, strabuzza gli occhi.  

In cammino con Dio 
Se desideri pregare, non fare nulla di ciò che è in antitesi con la preghiera, perché Dio, accostandosi a te, si faccia tuo compagno di viaggio.  

Dio al di là di ogni forma 
Quando preghi, non raffigurarti il Divino dentro di te, e non permettere che qualche forma si imprima nel tuo intelletto; ma va', immateriale, incontro all'Immateriale, e comprenderai. 

Dio al di là di ogni quantità 
Sta' in guardia dai lacci degli avversari. Accade infatti che, mentre preghi con purità e senza agitazione, ti si presenti subito una forma, strana ed estranea per indurti alla presunzione di localizzare in essa il Divino: per farti credere che quel che all'improvviso ti è apparso nella quantità sia il Divino. Ma il Divino non ha né quantità né figura. 

Violenza del demonio all'equilibrio fisico 
Quando il demonio invidioso non riesce a sollecitare la memoria durante la preghiera, allora fa violenza alla costituzione del corpo, per provocare qualche strana fantasia nell'intelletto e dargli, così, una forma. Questo, abituato com'è ai pensieri, facilmente cede: invece di tendere alla scienza immateriale e senza forma, si lascia ingannare prendendo fumo per luce.  

Al posto di guardia 
Sta' al tuo posto di guardia, custodendo il tuo intelletto dai pensieri nel tempo della preghiera, sì che esso resti nella tranquillità che gli è propria, perché Colui che ha compassione degli ignoranti venga a visitare anche te: allora riceverai un dono di preghiera davvero glorioso.  

Soppressione dei pensieri 
La tua preghiera non potrà essere pura se ti lasci coinvolgere da faccende materiali e turbare da continue preoccupazioni. Preghiera, infatti, vuol dire rimozione dei pensieri.  

Dirittura dell'intelletto 
Non può correre chi è stretto da legami, né può vedere il luogo della preghiera spirituale un intelletto schiavo delle passioni, poiché viene trascinato e portato di qua e di là dal pensiero contaminato da passioni, e non può mantenersi inflessibile. 

Azione fisiologica dei demoni 
Non appena l'intelletto è pervenuto alla preghiera pura, stabile e vera, allora i demoni non giungono più da sinistra, ma da destra. Gli presentano infatti un'apparenza illusoria di Dio sotto qualche figura gradevole ai sensi, così da fargli credere di avere perfettamente raggiunto lo scopo della preghiera. Ma ciò - secondo il detto di uno gnostico degno di ammirazione - ha origine dalla passione della vanagloria, e dal demonio che si attacca alla sede sottostante al cervello scuotendone le vene. 

Manovre del demonio attraverso il cervello 
Penso che il demonio che si attacca alla suddetta sede volga come vuole la luce che circonda l'intelletto, e che così la passione della vanagloria si muova verso un pensiero che forma l'intelletto a localizzare, con leggerezza, la divina ed essenziale scienza. Tale intelletto però, poiché non è molestato da passioni carnali e impure ma prega veramente con purità, ritiene che nessuna azione nemica si eserciti più in esso. Per cui suppone sia un'apparizione divina quella in esso prodotta dal demonio, il quale è assai uso alla sua terribile scaltrezza: attraverso il cervello àltera, come abbiamo detto, la luce ch'è congiunta all'intelletto, al quale dà così una forma. Intervento dell'angelo L'angelo di Dio, al suo sopraggiungere, con una sola parola distorna da noi ogni azione ostile, e muove la luce dell'intelletto ad operare senza errore. 

L'incenso dell'Apocalisse 
L'espressione dell'Apocalisse, dov’è detto che l'angelo prende dell'incenso per metterlo nelle preghiere dei santi, penso significhi questa grazia operata per mezzo dell'angelo. Egli suscita, infatti, la conoscenza della vera preghiera, in modo che l'intelletto stia ormai fuori da ogni sorta di turbamento, accidia e negligenza. 

Sacerdozio spirituale 
I profumi delle coppe sono detti essere le preghiere dei santi offerte dai ventiquattro anziani. 

Contemplazione nella perfetta carità 
Per coppa si deve intendere l'amore verso Dio, cioè la carità perfetta e spirituale nella quale la preghiera passa all'atto, in spirito e verità.  

Rimedio contro l'alienante orgoglio 
Se ti sembra di non aver bisogno di lacrime per i peccati nella tua preghiera, considera quanto ti sei allontanato da Dio, mentre dovresti essere sempre in Lui, e allora verserai più calde lacrime. 

Misura: l'originaria purità 
Certamente, se hai consapevolezza del tuo metro, ti sarà più gradita la compunzione: chiamerai misero te stesso - come Isaia -; poiché impuro, con labbra impure e in mezzo a un tale popolo, cioè di nemici, tu osi presentarti al Signore degli eserciti.  

Familiarità con Dio e insegnamento degli angeli 
Se preghi veramente, troverai una grande sicurezza, e gli angeli ti scorteranno - come Daniele - e ti illumineranno sulle ragioni degli esseri creati. 

Protezione e intercessione degli angeli 
Sappi che i santi angeli ci esortano alla preghiera, e ci stanno accanto, parimenti rallegrandosi e pregando per noi. Se dunque siamo negligenti e accogliamo pensieri contrari, molto li sdegniamo: essi, infatti, lottano tanto per noi, mentre noi neppure per noi stessi vogliamo supplicare Dio, ma, disprezzando il loro servizio e abbandonando il loro Dio e Signore, andiamo incontro ai demoni impuri. 

I canti dei salmi, ali per la purificazione 
Prega come si conviene e senza turbamento, e canta i salmi con arte ed euritmia: sarai come un aquilotto che vola in alto. 

Oltre la salmodia 
Il canto dei salmi placa le passioni e fa quietare l'intemperanza del corpo; la preghiera invece dispone l'intelletto ad esercitare la sua propria attività.  

La migliore attività 
La preghiera è un'attività che conviene alla dignità dell'intelletto, ossia la migliore e adeguata utilizzazione di esso. 

Dalla sapienza multiforme alla scienza dell'Uno 
Il canto dei salmi è proprio della sapienza multiforme; ma la preghiera è preludio alla scienza immateriale e non molteplice.  

La scienza spirituale, svegliarino della potenza noetica 
Stupenda è la scienza, poiché è collaboratrice della preghiera svegliando la potenza noetica dell'intelletto alla contemplazione della scienza divina. 

Insistenza 
Se non hai ancora ricevuto il dono della preghiera o della salmodia, insisti, e lo riceverai. 

Sollecitudine divina 
"Quanto al loro dovere di pregare sempre, senza stancarsi, disse ad essi anche una parabola". Frattanto, dunque, non stancarti e non scoraggiarti per non avere ottenuto; poiché in seguito otterrai. E concluse la parabola con l'espressione: "Anche se non temo Dio e non ho riguardo per nessuno, almeno per le noie che mi dà questa donna, le farò giustizia". Così, dunque, anche Dio farà giustizia, sollecitamente, a coloro che gridano verso di Lui notte e giorno. Sta', perciò, di buon animo, e persevera infaticabilmente nella santa preghiera. 

Abbandono in Dio 
Non volere che le tue cose vadano come sembra bene a te, ma come piace a Dio. Così sarai senza turbamento e riconoscente nella tua preghiera.


domenica 12 luglio 2015

«A DUE A DUE»

Dalla dualismo all'unità
- Riflessioni a margine del Vangelo di oggi -




"In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». 
 Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni,  
ungevano con olio molti infermi e li guarivano...".



(Mc 6,7-13)


Il Vangelo di oggi, XV Domenica del Tempo Ordinario, sottolinea l'idea dell'essere mandati "insieme". E' un'idea antica quanto la Bibbia, antica quanto il mondo. E' un'idea "eterna" quanto eterno è il progetto di Dio.


LA DUALITA' NEL PROGETTO DI DIO
Se andiamo alle origini della creazione ci imbattiamo nel desiderio divino che l'uomo non sia solo (cfr. Gn 2,18) e, scorrendo oltre, il Siracide torna con insistenza sul concetto della "dualità":

"Considera perciò tutte le opere dell'Altissimo: 
a due a due, una di fronte all'altra" (Sir 15,33)

e ancora

"Tutte le cose sono a due a due, una di fronte all'altra, 
egli non ha fatto nulla d'incompleto. 
L'una conferma i pregi dell'altra: 
chi si sazierà di contemplare la sua gloria?" (Sir 42,24-25).

DUALITA' O DUALISMO?
La dualità di cui parla Dio non è sinonimo di rivalità, ma di completezza, anzi, di "completamento". L'altro mi integra nella misura in cui diventa il mio compagno di viaggio, il mio sostegno, il mio aiuto, il mio conforto; l'altro mi completa se si fa il mio interlocutore, il mitigatore dei miei eccessi, lo sprone per superare i miei difetti.
Nella dualità rintracciamo qualcosa della perfezione di Dio Uno e Trino. Ogni uomo manifesta un aspetto della bellezza e della pienezza divina; due persone unite dal vincolo della missione e dell'affetto reciproco, mostrano ancora di più l'aspetto "comunionale" del Dio Trinitario.
Se, tuttavia, ci si lascia accecare dall'egoismo e dalla superbia, l'altro diventa il mio "rivale", il mio antagonista. In lui non vedo più colui che mi aiuta ad essere realmente me stesso e colui che io aiuto ad essere se stesso; finisco con il rintracciare nell'altro la persona che mi "oscura", che mi svilisce e, come nella storia di Caino e Abele, la fraternità si spezza per lasciare il posto alla lotta, che rischia di concludersi con l'annientamento di colui che ci è stato donato come compagno di viaggio.

LA LUCE E IL BUIO
La dualità voluta da Dio è portatrice di luce.
L'altro, se veramente vive il rapporto con me come una "chiamata" divina e come una "missione", mi aiuta a mettere in luce il meglio di me stesso. Non mi occulta, al contrario, mi fa "emergere". Mi fa risalire da quell'abisso tenebroso di difetti, egoismi, debolezze, viltà, abbattimenti, che impregnano l'esistenza di ciascuno di noi, in piccola o grande misura.
E io agisco ugualmente nei suoi confronti.
Ciascuno si illumina della luce dell'altro. Alla fine le due luci si "fondono" e la comunione (amicale, fraterna o sponsale che sia) diviene una splendida unità.

DALLA DUALITA' ALL'UNITA'
L'esperienza dei santi "mandati a due a due" è l'esempio più significativo di questo passaggio dalla dualità all'unità.
Scorrendo ad esempio l'epistolario di San Francesco di Sales a Santa Giovanna di Chantal, ricorrono spesso espressioni relative all' "unità" tra le loro anime, voluta, attuata e rafforzata da Dio stesso. La chiamata di Dio esige però una risposta ed un lavoro continuo. In rapporti come quello tra il Sales e la Chantal, la direzione spirituale del primo sulla seconda rende maggiormente evidente quanto la missione "a due a due" vada di pari passo con "l'illuminarsi" a vicenda. Sì, a vicenda, perché ciascuno ha da donare all'altro. Così il santo Vescovo poté scrivere alla sua diretta, ormai già Madre superiora delle Visitandine da loro fondate: "Voi siete il coraggio del mio cuore e il cuore del mio coraggio".
Testimonianza stupenda di quanto la missione "a due a due" renda i compagni di viaggio una cosa sola, il vero sostegno reciproco, il vero alimento (bellissima l'espressione di Simone Weil, che definiva l'amico come il "pane" dell'altro), tutto ciò di cui, in Dio e dopo Dio, noi abbiamo bisogno, in quella comunione desiderata da sempre, dall'Altissimo, tra le sue creature.


lunedì 6 luglio 2015

«IL SANGUE DEI MARTIRI E' SEME DI NUOVI CRISTIANI»

La conversione di Alessandro Serenelli,

l'aggressore di Santa Maria Goretti 

- Aspirare alla santità -





"Ero all’ultimo anno del tremendo cellulare. Avrei dovuto impazzire anch’io per tante sofferenze. Idee di disperazione mi turbavano nella mente, sempre più violente, quando una notte faccio un sogno. 
Mi vedo davanti ad un giardino, in un angolo tutto fiori bianchi e gigli. Ad un certo punto vedo scendere Marietta, bellissima e biancovestita. Man mano che coglieva i gigli me li presentava e mi diceva “prendi” e mi sorrideva come un angelo. Dinanzi a quel sorriso mi faccio animo ed accetto quei gigli fino ad averne le braccia colme. Presto però mi accorgo che quei gigli, tra le mie braccia, si trasformano in fiaccole. 
Marietta mi sorride ancora e sparisce. 
Mi sveglio di soprassalto e dico a me stesso: ormai mi salvo anch’io, perché sono certo che Marietta è venuta a trovarmi e a darmi il suo perdono. Da quel giorno non sento più l’orrore di prima per la mia vita”.

(Alessandro Serenelli racconta il sogno in cui vide Santa Maria Goretti)



 IL SANGUE DEI MARTIRI E' SEME DI NUOVI CRISTIANI

La memoria liturgica di Santa Maria Goretti ci spinge a guardare anche a quella del suo aggressore, Alessandro Serenelli. Il martirio della piccola Maria non è, infatti, dissociato dalla vicenda di questo giovane che balza agli onori della cronaca come un "disgraziato" e finisce col morire "in grazia di Dio". "Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani", diceva Tertulliano. La storia di Maria Goretti ne è una prova evidentissima.

Alessandro Serenelli e Maria Goretti
Alessandro nasce in una famiglia disgregata e autoritaria. Si sposta di città in città, fino alla meta locale, in cui conoscerà Maria e i suoi genitori. Dopo la morte del padre di lei i rapporti tra le due famiglie acquisteranno un tono particolare, in un certo senso di "dipendenza padronale" dei Serenelli sui Goretti. 
Il giovane Alessandro si sente attratto da Maria, che rimane spesso sola in casa - mentre la madre lavora nei campi - per accudire i fratellini e badare alle faccende domestiche.
L'irruenza del ragazzo - incapace di indirizzare le sue attenzioni secondo modalità più "normali" - sbocca nell'assalto finale, quello che conduce all'aggressione di Maria, pronta a difendere la sua purezza fino alle estreme conseguenze.
Il perdono della ragazza gli giunge già sul letto di morte, ma è quello che succederà dopo - per vie soprannaturali - che ci consente di legare la storia dei due ragazzi e delle loro vicende spirituali così diverse, ma così correlate.
Alessandro - una volta in carcere - rifiuta inizialmente ogni conforto religioso. Accade poi qualcosa di "misterioso": un sogno viene a mutare improvvisamente l'animo di questo ragazzo arrabbiato, irruento, ad un passo dalla disperazione totale.
Che quel sogno abbia qualcosa di "reale" ce lo conferma il cambio di disposizione d'animo che irrompe nel giovane, permettendogli di abbracciare la sua (meritata) croce con rassegnazione e di incominciare un percorso di rinascita spirituale.

IL TESTAMENTO SPIRITUALE DI ALESSANDRO: PAROLE CHE SEMBRANO UN'ECO DELLA PEDAGOGIA SALESIANA
Il testamento che Alessandro ci ha consegnato è un testo breve, ma significativo.
Leggendolo sembra di ascoltare un'eco di tanti insegnamenti di don Bosco, un santo che di ragazzi "difficili" se ne intendeva parecchio. Don Bosco e Alessandro Serenelli non si incontrarono mai (Alessandro nacque nel 1882, don Bosco morì nel 1888; vissero l'uno in Piemonte e l'altro nelle Marche ), ma alla luce delle "ultime" parole dell'aggressore di Maria Goretti possiamo accostare la pedagogia salesiana a quello che fu l'esito del percorso spirituale di Alessandro.
La strenua "lotta" di don Bosco per inculcare nei giovani l'amore alla purezza si basava essenzialmente sulla (imprescindibile )base della vita di fede (la "religione", uno dei tre cardini del sistema preventivo), e poi sulla fuga dai cattivi compagni e dalle occasioni pericolose (specialmente a mezzo stampa/spettacoli). Nelle Memorie Biografiche leggiamo questo suo insegnamento: "O anime fortunate che non avete ancora perduta la bella virtù della purità, raddoppiate i vostri sforzi per conservarla. Custodite i sensi, invocate spesse volte Gesù e Maria, visitatelo Gesù nel SS. Sacramento, andate sovente alla Comunione, obbedite, pregate. E voi che per vostra disgrazia l'avete già perduta non scoraggiatevi. Le giaculatorie, le frequenti e buone confessioni, la fuga delle occasioni, le visite a Gesù vi aiuteranno a recuperarla". (MB VI, 65-66 )
Questo fu quello che accadde ad Alessandro Serenelli, grazie all'aiuto di Santa Maria Goretti, la ragazza che aveva tentato di violentare e che morì per sua mano. Dal sangue della piccola "Marietta" nasce un nuovo cristiano, tanto che nel testamento del ragazzo - ormai avanti negli anni - troviamo un invito rivolto a tutti, ma specialmente ai giovani. E' il monito "sempre antico e sempre nuovo" per chi vuole preservare la purezza della propria anima: "Sono vecchio di quasi ottant’anni, prossimo a chiudere la mia giornata. Dando uno sguardo al passato, riconosco che nella mia giovinezza infilai una strada falsa: la via del male, che mi condusse
Alessandro Serenelli
alla rovina. Vedevo, attraverso la stampa, gli spettacoli e i cattivi esempi che la maggior parte dei giovani seguiva quella via senza darsi pensiero ed io pure non me ne preoccupai. Persone credenti e praticanti le avevo vicine a me ma non ci badavo, accecato da una forza bruta, che mi spingeva per una strada cattiva. Consumai a vent’anni il delitto passionale, del quale oggi inorridisco al solo ricordo. Maria Goretti, ora santa, fu l’angelo buono che la Provvidenza aveva messo avanti ai miei passi. Ho impresse ancora nel cuore le su parole di rimprovero e di perdono. Pregò per me, intercedette per me, suo uccisore. Seguirono trent’anni di prigione. Se non fossi stato minorenne, sarei stato condannato a vita. Accettai la sentenza meritata; rassegnato espiai la colpa. Maria fu veramente la mia luce, la mia protettrice. Col suo aiuto mi diportai bene e cercai di vivere onestamente, quando la società mi riaccettò tra i suoi membri. I figli di San Francesco, i Minori Cappuccini delle Marche, con carità serafica mi hanno accolto fra loro non come servo, ma come fratello. Con loro convivo dal 1936 ed ora aspetto sereno il momento di essere ammesso alla visione di Dio, di riabbracciare i miei cari, di essere vicino al mio angelo protettore e alla sua cara mamma Assunta. Coloro che leggeranno questa mia lettera vogliano trarre il felice insegnamento di fuggire il male, di seguire il bene sempre, fin da fanciulli. Pensino che la religione con i suoi precetti non è una cosa di cui si può fare a meno, ma è il vero conforto, l’unica via sicura in tutte le circostanze, anche le più dolorose della vita".


Potete approfondire la storia di Alessandro Serenelli anche sulle pagine di donboscoland.

domenica 5 luglio 2015

HA PARLATO PER MEZZO DEI PROFETI


Un articolo di Juan E. Vecchi





"In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando".

(Mc 6, 1-6)





Il Vangelo di oggi - così come pure la Prima Lettura (Ez 2,2-5) - ci consente di gettare lo sguardo sulla figura del profeta e, in modo particolare, su quella di Gesù, che don Vecchi (Rettor Maggiore della Congregazione Salesiana dal 1995 al 2002) definì "il profeta massimo, il compimento delle profezie".  A conclusione di questa giornata proviamo a meditare anche alla luce degli spunti che questo articolo, pubblicato nel 1998 sulla rivista "Note di Pastorale Giovanile" e disponibile on line, ci offre. 





HA PARLATO PER MEZZO DEI PROFETI 
Juan E. Vecchi


È una delle poche cose che diciamo dello Spirito Santo nel Credo. 
Dev’essere dunque molto importante per identificare la sua persona e per individuare la sua opera. Infatti vuol dire che egli ha ispirato tutta quella visione religiosa della vita che si contiene nella Sacra Scrittura: i fatti che ci stanno alla base, la dottrina e gli orientamenti pratici, il senso della realtà, la lettura degli avvenimenti e le attese di futuro. Ha illuminato internamente coloro che dovevano agire, parlare o scrivere, muovendoli anche ad esprimersi. Ha collegato meditazioni, intuizioni e messaggi di epoche diverse e lontane l’una dall’altra attorno a un fatto: l’alleanza di Dio con l’uomo e la salvezza di quest’uomo da parte da Dio. L’opera che ha ispirato ha una unità, racconta e documenta una storia, anche se per chi non ne è al corrente sembra una «collezione»` di pezzi eterogenei. I profeti hanno tra di loro un profilo biografico comune e una fisionomia simile. Sono suscitati, chiamati e a volte «presi» da Dio, del quale si innamorano e divengono ardenti difensori. Nella contemplazione di Dio acquisiscono anche una visione dell’uomo che dell’amore di Dio è l’oggetto. Perciò diventano anche strenui difensori dell’uomo contro tutti gli sfruttatori. Il racconto delle loro vocazioni è quanto di più interessante si può leggere nella Bibbia. Sono internamente mossi, quasi spinti da Dio, a parlare: ricevono il dono di una rivelazione e il compito di comunicarla al popolo o a coloro che governano. Ciò spesso provoca nel profeta ansietà e persino rigetto: tale è la difficoltà di parlare adeguatamente di Dio e tali sono i pericoli a cui si espone chi, in un ambiente corrotto o avverso, ricorda le conseguenze dell’amore di Dio per noi. Il messaggio completo è la vita del profeta: egli sovente accompagna l’annuncio con azioni simboliche che colpiscono e portano ad interrogarsi. In generale poi i profeti finiscono in carcere, vengono espulsi o addirittura ammazzati. Non sono indovini del futuro. Lo preannunciano leggendo gli avvenimenti alla luce della vocazione dell’uomo e del suo destino definitivo. Per questo possono fustigare le deviazioni, aprire gli occhi su quello che avverrà e allo stesso tempo proporre una grande speranza. 
Il profeta è l’uomo della verità, della fedeltà a Dio, della rettitudine nell’agire, della giustizia pubblica e privata, dell’amore e della misericordia. È testimonianza che sfida, coscienza critica, voce che non si lascia intimidire e tanto meno zittire. 
Tutto ciò sembra storia passata. Dipinti, statue e film che rappresentano i profeti con indumenti antichi, statura imponente, barba solenne, occhi penetranti e gesto energico possono far dimenticare che lo Spirito continua oggi a parlare per mezzo di profeti. Tali sono coloro che annunciano la buona notizia ai poveri o che denunciano autorevolmente corruzione, egoismi, sistemi di oppressione, deviazioni morali: alcuni con grande energia di gesti e parole, altri con iniziative o addirittura con una vita «alternativa» rispetto ai modelli correnti, altri con il consiglio e la compagnia. 
Gesù è il compimento delle profezie; Lui stesso è il massimo dei profeti. 
Tutti noi, nel battesimo, abbiamo ricevuto da Lui tre doni e relativi compiti: quello del sacerdozio, per cui offriamo a Dio la nostra vita insieme alla sua; quello regale, per cui non ci sottomettiamo alle cose, ma cerchiamo di trasformarle e orientarle secondo Dio; e quello profetico, per il quale sveliamo il senso degli avvenimenti e della realtà, proclamiamo la buona notizia del Vangelo e la vicinanza di Dio, denunciamo quello che non corrisponde alla vocazione dell’uomo e annunciamo il tempo in cui la salvezza dell’umanità apparirà compiuta. Per mezzo di noi lo Spirito continua a parlare se siamo capaci di cogliere le sue ispirazioni interiori e le esprimiamo con schiettezza nella parola e nella vita. Ai giovani si addice la profezia, proprio come si addice la verità, il senso e il futuro. Il segno dei tempi messianici è che «gli anziani avranno visioni e i giovani profeteranno». Per questo corrono dietro i profeti e sono disposti ad ascoltarli. Ne hanno bisogno come la società e la Chiesa hanno bisogno della profezia dei giovani: vissuto cristiano, iniziative, parole. È interessante dunque parlarne, aiutare ad ascoltare la profezia che proviene dalle comunità cristiane o da uomini e donne che hanno una biografia singolare, infondere il gusto della profezia. In un mondo segnato dalla comunicazione elemento importante del vivere cristiano è riuscire a far risuonare un messaggio evangelico con la propria presenza o col proprio agire. È importante quello che si raggiunge materialmente con le iniziative di bene; ma piú ancora quello che si suscita o sveglia, quello a cui si accenna per sollevare interrogativi, quello che si fa balenare, quello che si addita, le sfide che si lanciano con comportamenti alternativi alle logiche «normali» dell’esistenza. La dimensione profetica non va confusa tout court con la contestazione, in particolare all’interno della comunità cristiana, con la teatralità dei gesti oggi amplificati volentieri dai mezzi di comunicazione sociale, con la spettacolarità. È vero comunque che comporta rottura nei confronti dello scontato, superamento di visioni immediate verso l’oltre, conferma di quello che è piccolo e nascosto ma vero, come fece Gesù con gli atteggiamenti degli umili, manifestazione radicale di quello che è quotidiano e nascosto ma fecondo, come fanno i santi che assumono la povertà. 
Non è un mestiere facile essere profeti; perciò quelli che lo tentano con leggerezza e vanità finiscono per scoraggiarsi o ripiegare. «La testimonianza profetica richiede la costante e appassionata ricerca della volontà di Dio, la generosa e imprescindibile comunione ecclesiale, l’esercizio del discernimento spirituale, l’amore per la verità. Essa si esprime anche con la denuncia di quanto è contrario al volere divino e con l’esplorazione di vie nuove per attuare il vangelo nella storia, in vista del Regno di Dio» (VC 84). Ma è tutt’altro che triste o monotono. Porta la gioia delle beatitudini. Esse sono infatti il nocciolo della profezia di tutti i tempi.

giovedì 2 luglio 2015

COME DISTESI SU UN LETTO DI MORTE


SOLO DIO CI FA RIVIVERE
Riflessioni a margine della Parola di oggi




"Arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò suo figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio".

(Gn 22,9-10)
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"Gli portavano un paralitico disteso su un letto".

(Mt 9,2)



Possiamo metterci in ascolto della Parola di oggi focalizzando la nostra attenzione su due scene che, apparentemente, non sembrerebbero essere collegate: il sacrificio di Isacco e il paralitico disteso sul lettuccio.

L'elemento che ci consente una riflessione "a specchio" è la posizione assunta da entrambi i due personaggi: distesi su una superficie piana, collocati "su un letto di morte".


Morti viventi

Prima dell'intervento divino, tanto Isacco quanto il paralitico sono come dei morti viventi. Isacco sta per essere sacrificato e il paralitico conduce una vita fisicamente limitata, trovandosi finanche nel bisogno che qualcuno lo conduca da Gesù.

Psicologia interiore
Pur trattandosi di due vicende dai numerosi risvolti psicologici, né la Genesi, né il Vangelo si soffermano sui dettagli interiori dei due personaggi. C'è tuttavia un passaggio che ci mette in grado di comprenderne qualcosa...

LA TUA FEDE TI HA SALVATO!
"L'angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito»" (Gn 22,12).
"Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati»". (Mt 9,2).

E' la fede la chiave di lettura della psicologia e dell'interiorità spirituale di tutti i personaggi coinvolti in entrambi i racconti. E' l'elemento che ci fa comprendere il lato nascosto di queste due vicende. Mentre tutto, all'esterno, sembra andare per il verso sbagliato, mentre la vita sembra che stia per essere sconfitta, la fede che viene rivelata dal successivo intervento divino ci fa realizzare che tanto Abramo quanto Isacco, così come pure il paralitico e i suoi amici, sono interiormente spinti a fidarsi di Dio oltre ogni apparenza, oltre ogni difficoltà.
In sintesi, proprio quella psicologia (anche... spirituale) che non viene tratteggiata apertamente dall'Autore Sacro, emerge con forza dalle parole dell'angelo e da quelle di Gesù. Attraverso la fede cogliamo tutto lo sconvolgimento interno di Isacco e del paralitico, di Abramo e degli amici dell'ammalato, ma anche - e soprattutto - la loro fiducia incrollabile. 

Il silenzio nelle prove
Emerge con forza un altro dato: la capacità di affrontare le prove nel silenzio, nel "segreto del cuore" in cui il Padre ha sempre totale accesso. E' l'atteggiamento con cui anche i grandi personaggi del Nuovo Testamento vivono i momenti più drammatici delle loro esistenze: Giuseppe alla scoperta della gravidanza di Maria; Maria quando il Figlio viene deriso e ucciso; Gesù stesso, che in tutta la sua dolorosa passione rimane come pecora muta di fronte ai suoi tosatori.
La consapevolezza di essere sempre nelle mani del Padre, la ferma speranza nella Provvidenza Divina e l'esempio di Gesù devono essere per noi di sprone, affinché rispondiamo alla volontà di Dio con l'obbedienza silenziosa, ma coltivando nel cuore la speranza nel suo amore salvifico, capace di intervenire in nostro favore anche all'ultimo minuto, laddove non sembra esserci alcuna speranza umana.