lunedì 6 luglio 2015

«IL SANGUE DEI MARTIRI E' SEME DI NUOVI CRISTIANI»

La conversione di Alessandro Serenelli,

l'aggressore di Santa Maria Goretti 

- Aspirare alla santità -





"Ero all’ultimo anno del tremendo cellulare. Avrei dovuto impazzire anch’io per tante sofferenze. Idee di disperazione mi turbavano nella mente, sempre più violente, quando una notte faccio un sogno. 
Mi vedo davanti ad un giardino, in un angolo tutto fiori bianchi e gigli. Ad un certo punto vedo scendere Marietta, bellissima e biancovestita. Man mano che coglieva i gigli me li presentava e mi diceva “prendi” e mi sorrideva come un angelo. Dinanzi a quel sorriso mi faccio animo ed accetto quei gigli fino ad averne le braccia colme. Presto però mi accorgo che quei gigli, tra le mie braccia, si trasformano in fiaccole. 
Marietta mi sorride ancora e sparisce. 
Mi sveglio di soprassalto e dico a me stesso: ormai mi salvo anch’io, perché sono certo che Marietta è venuta a trovarmi e a darmi il suo perdono. Da quel giorno non sento più l’orrore di prima per la mia vita”.

(Alessandro Serenelli racconta il sogno in cui vide Santa Maria Goretti)



 IL SANGUE DEI MARTIRI E' SEME DI NUOVI CRISTIANI

La memoria liturgica di Santa Maria Goretti ci spinge a guardare anche a quella del suo aggressore, Alessandro Serenelli. Il martirio della piccola Maria non è, infatti, dissociato dalla vicenda di questo giovane che balza agli onori della cronaca come un "disgraziato" e finisce col morire "in grazia di Dio". "Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani", diceva Tertulliano. La storia di Maria Goretti ne è una prova evidentissima.

Alessandro Serenelli e Maria Goretti
Alessandro nasce in una famiglia disgregata e autoritaria. Si sposta di città in città, fino alla meta locale, in cui conoscerà Maria e i suoi genitori. Dopo la morte del padre di lei i rapporti tra le due famiglie acquisteranno un tono particolare, in un certo senso di "dipendenza padronale" dei Serenelli sui Goretti. 
Il giovane Alessandro si sente attratto da Maria, che rimane spesso sola in casa - mentre la madre lavora nei campi - per accudire i fratellini e badare alle faccende domestiche.
L'irruenza del ragazzo - incapace di indirizzare le sue attenzioni secondo modalità più "normali" - sbocca nell'assalto finale, quello che conduce all'aggressione di Maria, pronta a difendere la sua purezza fino alle estreme conseguenze.
Il perdono della ragazza gli giunge già sul letto di morte, ma è quello che succederà dopo - per vie soprannaturali - che ci consente di legare la storia dei due ragazzi e delle loro vicende spirituali così diverse, ma così correlate.
Alessandro - una volta in carcere - rifiuta inizialmente ogni conforto religioso. Accade poi qualcosa di "misterioso": un sogno viene a mutare improvvisamente l'animo di questo ragazzo arrabbiato, irruento, ad un passo dalla disperazione totale.
Che quel sogno abbia qualcosa di "reale" ce lo conferma il cambio di disposizione d'animo che irrompe nel giovane, permettendogli di abbracciare la sua (meritata) croce con rassegnazione e di incominciare un percorso di rinascita spirituale.

IL TESTAMENTO SPIRITUALE DI ALESSANDRO: PAROLE CHE SEMBRANO UN'ECO DELLA PEDAGOGIA SALESIANA
Il testamento che Alessandro ci ha consegnato è un testo breve, ma significativo.
Leggendolo sembra di ascoltare un'eco di tanti insegnamenti di don Bosco, un santo che di ragazzi "difficili" se ne intendeva parecchio. Don Bosco e Alessandro Serenelli non si incontrarono mai (Alessandro nacque nel 1882, don Bosco morì nel 1888; vissero l'uno in Piemonte e l'altro nelle Marche ), ma alla luce delle "ultime" parole dell'aggressore di Maria Goretti possiamo accostare la pedagogia salesiana a quello che fu l'esito del percorso spirituale di Alessandro.
La strenua "lotta" di don Bosco per inculcare nei giovani l'amore alla purezza si basava essenzialmente sulla (imprescindibile )base della vita di fede (la "religione", uno dei tre cardini del sistema preventivo), e poi sulla fuga dai cattivi compagni e dalle occasioni pericolose (specialmente a mezzo stampa/spettacoli). Nelle Memorie Biografiche leggiamo questo suo insegnamento: "O anime fortunate che non avete ancora perduta la bella virtù della purità, raddoppiate i vostri sforzi per conservarla. Custodite i sensi, invocate spesse volte Gesù e Maria, visitatelo Gesù nel SS. Sacramento, andate sovente alla Comunione, obbedite, pregate. E voi che per vostra disgrazia l'avete già perduta non scoraggiatevi. Le giaculatorie, le frequenti e buone confessioni, la fuga delle occasioni, le visite a Gesù vi aiuteranno a recuperarla". (MB VI, 65-66 )
Questo fu quello che accadde ad Alessandro Serenelli, grazie all'aiuto di Santa Maria Goretti, la ragazza che aveva tentato di violentare e che morì per sua mano. Dal sangue della piccola "Marietta" nasce un nuovo cristiano, tanto che nel testamento del ragazzo - ormai avanti negli anni - troviamo un invito rivolto a tutti, ma specialmente ai giovani. E' il monito "sempre antico e sempre nuovo" per chi vuole preservare la purezza della propria anima: "Sono vecchio di quasi ottant’anni, prossimo a chiudere la mia giornata. Dando uno sguardo al passato, riconosco che nella mia giovinezza infilai una strada falsa: la via del male, che mi condusse
Alessandro Serenelli
alla rovina. Vedevo, attraverso la stampa, gli spettacoli e i cattivi esempi che la maggior parte dei giovani seguiva quella via senza darsi pensiero ed io pure non me ne preoccupai. Persone credenti e praticanti le avevo vicine a me ma non ci badavo, accecato da una forza bruta, che mi spingeva per una strada cattiva. Consumai a vent’anni il delitto passionale, del quale oggi inorridisco al solo ricordo. Maria Goretti, ora santa, fu l’angelo buono che la Provvidenza aveva messo avanti ai miei passi. Ho impresse ancora nel cuore le su parole di rimprovero e di perdono. Pregò per me, intercedette per me, suo uccisore. Seguirono trent’anni di prigione. Se non fossi stato minorenne, sarei stato condannato a vita. Accettai la sentenza meritata; rassegnato espiai la colpa. Maria fu veramente la mia luce, la mia protettrice. Col suo aiuto mi diportai bene e cercai di vivere onestamente, quando la società mi riaccettò tra i suoi membri. I figli di San Francesco, i Minori Cappuccini delle Marche, con carità serafica mi hanno accolto fra loro non come servo, ma come fratello. Con loro convivo dal 1936 ed ora aspetto sereno il momento di essere ammesso alla visione di Dio, di riabbracciare i miei cari, di essere vicino al mio angelo protettore e alla sua cara mamma Assunta. Coloro che leggeranno questa mia lettera vogliano trarre il felice insegnamento di fuggire il male, di seguire il bene sempre, fin da fanciulli. Pensino che la religione con i suoi precetti non è una cosa di cui si può fare a meno, ma è il vero conforto, l’unica via sicura in tutte le circostanze, anche le più dolorose della vita".


Potete approfondire la storia di Alessandro Serenelli anche sulle pagine di donboscoland.

domenica 5 luglio 2015

HA PARLATO PER MEZZO DEI PROFETI


Un articolo di Juan E. Vecchi





"In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando".

(Mc 6, 1-6)





Il Vangelo di oggi - così come pure la Prima Lettura (Ez 2,2-5) - ci consente di gettare lo sguardo sulla figura del profeta e, in modo particolare, su quella di Gesù, che don Vecchi (Rettor Maggiore della Congregazione Salesiana dal 1995 al 2002) definì "il profeta massimo, il compimento delle profezie".  A conclusione di questa giornata proviamo a meditare anche alla luce degli spunti che questo articolo, pubblicato nel 1998 sulla rivista "Note di Pastorale Giovanile" e disponibile on line, ci offre. 





HA PARLATO PER MEZZO DEI PROFETI 
Juan E. Vecchi


È una delle poche cose che diciamo dello Spirito Santo nel Credo. 
Dev’essere dunque molto importante per identificare la sua persona e per individuare la sua opera. Infatti vuol dire che egli ha ispirato tutta quella visione religiosa della vita che si contiene nella Sacra Scrittura: i fatti che ci stanno alla base, la dottrina e gli orientamenti pratici, il senso della realtà, la lettura degli avvenimenti e le attese di futuro. Ha illuminato internamente coloro che dovevano agire, parlare o scrivere, muovendoli anche ad esprimersi. Ha collegato meditazioni, intuizioni e messaggi di epoche diverse e lontane l’una dall’altra attorno a un fatto: l’alleanza di Dio con l’uomo e la salvezza di quest’uomo da parte da Dio. L’opera che ha ispirato ha una unità, racconta e documenta una storia, anche se per chi non ne è al corrente sembra una «collezione»` di pezzi eterogenei. I profeti hanno tra di loro un profilo biografico comune e una fisionomia simile. Sono suscitati, chiamati e a volte «presi» da Dio, del quale si innamorano e divengono ardenti difensori. Nella contemplazione di Dio acquisiscono anche una visione dell’uomo che dell’amore di Dio è l’oggetto. Perciò diventano anche strenui difensori dell’uomo contro tutti gli sfruttatori. Il racconto delle loro vocazioni è quanto di più interessante si può leggere nella Bibbia. Sono internamente mossi, quasi spinti da Dio, a parlare: ricevono il dono di una rivelazione e il compito di comunicarla al popolo o a coloro che governano. Ciò spesso provoca nel profeta ansietà e persino rigetto: tale è la difficoltà di parlare adeguatamente di Dio e tali sono i pericoli a cui si espone chi, in un ambiente corrotto o avverso, ricorda le conseguenze dell’amore di Dio per noi. Il messaggio completo è la vita del profeta: egli sovente accompagna l’annuncio con azioni simboliche che colpiscono e portano ad interrogarsi. In generale poi i profeti finiscono in carcere, vengono espulsi o addirittura ammazzati. Non sono indovini del futuro. Lo preannunciano leggendo gli avvenimenti alla luce della vocazione dell’uomo e del suo destino definitivo. Per questo possono fustigare le deviazioni, aprire gli occhi su quello che avverrà e allo stesso tempo proporre una grande speranza. 
Il profeta è l’uomo della verità, della fedeltà a Dio, della rettitudine nell’agire, della giustizia pubblica e privata, dell’amore e della misericordia. È testimonianza che sfida, coscienza critica, voce che non si lascia intimidire e tanto meno zittire. 
Tutto ciò sembra storia passata. Dipinti, statue e film che rappresentano i profeti con indumenti antichi, statura imponente, barba solenne, occhi penetranti e gesto energico possono far dimenticare che lo Spirito continua oggi a parlare per mezzo di profeti. Tali sono coloro che annunciano la buona notizia ai poveri o che denunciano autorevolmente corruzione, egoismi, sistemi di oppressione, deviazioni morali: alcuni con grande energia di gesti e parole, altri con iniziative o addirittura con una vita «alternativa» rispetto ai modelli correnti, altri con il consiglio e la compagnia. 
Gesù è il compimento delle profezie; Lui stesso è il massimo dei profeti. 
Tutti noi, nel battesimo, abbiamo ricevuto da Lui tre doni e relativi compiti: quello del sacerdozio, per cui offriamo a Dio la nostra vita insieme alla sua; quello regale, per cui non ci sottomettiamo alle cose, ma cerchiamo di trasformarle e orientarle secondo Dio; e quello profetico, per il quale sveliamo il senso degli avvenimenti e della realtà, proclamiamo la buona notizia del Vangelo e la vicinanza di Dio, denunciamo quello che non corrisponde alla vocazione dell’uomo e annunciamo il tempo in cui la salvezza dell’umanità apparirà compiuta. Per mezzo di noi lo Spirito continua a parlare se siamo capaci di cogliere le sue ispirazioni interiori e le esprimiamo con schiettezza nella parola e nella vita. Ai giovani si addice la profezia, proprio come si addice la verità, il senso e il futuro. Il segno dei tempi messianici è che «gli anziani avranno visioni e i giovani profeteranno». Per questo corrono dietro i profeti e sono disposti ad ascoltarli. Ne hanno bisogno come la società e la Chiesa hanno bisogno della profezia dei giovani: vissuto cristiano, iniziative, parole. È interessante dunque parlarne, aiutare ad ascoltare la profezia che proviene dalle comunità cristiane o da uomini e donne che hanno una biografia singolare, infondere il gusto della profezia. In un mondo segnato dalla comunicazione elemento importante del vivere cristiano è riuscire a far risuonare un messaggio evangelico con la propria presenza o col proprio agire. È importante quello che si raggiunge materialmente con le iniziative di bene; ma piú ancora quello che si suscita o sveglia, quello a cui si accenna per sollevare interrogativi, quello che si fa balenare, quello che si addita, le sfide che si lanciano con comportamenti alternativi alle logiche «normali» dell’esistenza. La dimensione profetica non va confusa tout court con la contestazione, in particolare all’interno della comunità cristiana, con la teatralità dei gesti oggi amplificati volentieri dai mezzi di comunicazione sociale, con la spettacolarità. È vero comunque che comporta rottura nei confronti dello scontato, superamento di visioni immediate verso l’oltre, conferma di quello che è piccolo e nascosto ma vero, come fece Gesù con gli atteggiamenti degli umili, manifestazione radicale di quello che è quotidiano e nascosto ma fecondo, come fanno i santi che assumono la povertà. 
Non è un mestiere facile essere profeti; perciò quelli che lo tentano con leggerezza e vanità finiscono per scoraggiarsi o ripiegare. «La testimonianza profetica richiede la costante e appassionata ricerca della volontà di Dio, la generosa e imprescindibile comunione ecclesiale, l’esercizio del discernimento spirituale, l’amore per la verità. Essa si esprime anche con la denuncia di quanto è contrario al volere divino e con l’esplorazione di vie nuove per attuare il vangelo nella storia, in vista del Regno di Dio» (VC 84). Ma è tutt’altro che triste o monotono. Porta la gioia delle beatitudini. Esse sono infatti il nocciolo della profezia di tutti i tempi.

giovedì 2 luglio 2015

COME DISTESI SU UN LETTO DI MORTE


SOLO DIO CI FA RIVIVERE
Riflessioni a margine della Parola di oggi




"Arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò suo figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio".

(Gn 22,9-10)
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"Gli portavano un paralitico disteso su un letto".

(Mt 9,2)



Possiamo metterci in ascolto della Parola di oggi focalizzando la nostra attenzione su due scene che, apparentemente, non sembrerebbero essere collegate: il sacrificio di Isacco e il paralitico disteso sul lettuccio.

L'elemento che ci consente una riflessione "a specchio" è la posizione assunta da entrambi i due personaggi: distesi su una superficie piana, collocati "su un letto di morte".


Morti viventi

Prima dell'intervento divino, tanto Isacco quanto il paralitico sono come dei morti viventi. Isacco sta per essere sacrificato e il paralitico conduce una vita fisicamente limitata, trovandosi finanche nel bisogno che qualcuno lo conduca da Gesù.

Psicologia interiore
Pur trattandosi di due vicende dai numerosi risvolti psicologici, né la Genesi, né il Vangelo si soffermano sui dettagli interiori dei due personaggi. C'è tuttavia un passaggio che ci mette in grado di comprenderne qualcosa...

LA TUA FEDE TI HA SALVATO!
"L'angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito»" (Gn 22,12).
"Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati»". (Mt 9,2).

E' la fede la chiave di lettura della psicologia e dell'interiorità spirituale di tutti i personaggi coinvolti in entrambi i racconti. E' l'elemento che ci fa comprendere il lato nascosto di queste due vicende. Mentre tutto, all'esterno, sembra andare per il verso sbagliato, mentre la vita sembra che stia per essere sconfitta, la fede che viene rivelata dal successivo intervento divino ci fa realizzare che tanto Abramo quanto Isacco, così come pure il paralitico e i suoi amici, sono interiormente spinti a fidarsi di Dio oltre ogni apparenza, oltre ogni difficoltà.
In sintesi, proprio quella psicologia (anche... spirituale) che non viene tratteggiata apertamente dall'Autore Sacro, emerge con forza dalle parole dell'angelo e da quelle di Gesù. Attraverso la fede cogliamo tutto lo sconvolgimento interno di Isacco e del paralitico, di Abramo e degli amici dell'ammalato, ma anche - e soprattutto - la loro fiducia incrollabile. 

Il silenzio nelle prove
Emerge con forza un altro dato: la capacità di affrontare le prove nel silenzio, nel "segreto del cuore" in cui il Padre ha sempre totale accesso. E' l'atteggiamento con cui anche i grandi personaggi del Nuovo Testamento vivono i momenti più drammatici delle loro esistenze: Giuseppe alla scoperta della gravidanza di Maria; Maria quando il Figlio viene deriso e ucciso; Gesù stesso, che in tutta la sua dolorosa passione rimane come pecora muta di fronte ai suoi tosatori.
La consapevolezza di essere sempre nelle mani del Padre, la ferma speranza nella Provvidenza Divina e l'esempio di Gesù devono essere per noi di sprone, affinché rispondiamo alla volontà di Dio con l'obbedienza silenziosa, ma coltivando nel cuore la speranza nel suo amore salvifico, capace di intervenire in nostro favore anche all'ultimo minuto, laddove non sembra esserci alcuna speranza umana.

domenica 28 giugno 2015

SOTTO LO SGUARDO AMOREVOLE DI DIO. Riflessioni a margine del Vangelo di oggi



Howard Lyon, Thread of Faith


"Una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male»".


(Mc 5,25-34)


La Parola di oggi ci porta in modo sottile ad analizzare il mistero dell'Uomo-Dio, di un Uomo vero, con i limiti fisici propri di ogni corpo, e di un Dio vero, con le infinità proprie della divinità. E ci porta anche dinanzi all'altro grande mistero (per noi uomini) di un Dio che ci vede "sempre".
Ritroviamo tutto questo nel passaggio - dal sapore quasi squisitamente cinematografico - di un Gesù che sente di essere toccato sul mantello, percepisce una forza uscita da Lui e chiede: "Chi mi ha toccato?".
Il dettaglio sembra privo di messaggi particolari, apparirebbe solo una messa in scena azionata dal Maestro per portare la donna a svelarsi apertamente dinanzi a Lui e vivere la propria fede senza timore.
Certamente è anche questo l'intento di Gesù, ma possiamo scoprire qualcos'altro, degli elementi più profondi che si annidano in ciò che accade.


- GESÙ VERO UOMO
Gesù ci dimostra con grande naturalezza la Sua Umanità: come uomo non può sapere chi è stato a toccarlo, perché, al pari di ogni creatura umana, non ha che due soli occhi, capaci di vedere solo nella direzione verso cui sono proiettati.
Questa umanità di Gesù è talmente a Lui connaturale che Egli non ha vergogna di chiedere (come avrebbe fatto chiunque altro al posto Suo!) chi sia stato a toccarlo.
La domanda suscita la risposta di stupore, a metà strada tra l'ironico e il seccato, dei suoi stessi discepoli, ma il motivo che spinge Gesù a porla ci rivela un altro dettaglio...

- GESÙ VERO DIO 
Gesù ha sentito che una forza è uscita da Lui. E' una forza divina, non umana.
Così divina che ha potuto guarire all'istante l'emorroissa, una donna che aveva perdite ininterrotte di sangue da ben dodici anni e che nessun medico era stato in grado di aiutare.

In questo passaggio tra il tocco della donna e la forza che promana da Gesù ritroviamo la correlazione tra la fede e l'amore di Dio, tra la domanda dell'uomo e la risposta di Dio.


- LA FEDE E' AMORE E CHIAMA AMORE
Gesù, che opera un miracolo prima ancora di vedere, prima ancora di parlare con la donna emorroissa, vuole farci comprendere che la nostra fede è una chiamata d'amore che arriva dritta al cuore di Dio e ne ottiene risposta.
L'amore, in sostanza, chiama amore.
Dio percepisce la nostra fede come un atto fiducioso di amore e risponde con altrettanto amore, con la generosità del miracolo.
Oggi noi non possiamo guardare negli occhi il Gesù Incarnato, ma possiamo accedere, con la fede, al suo Cuore divino e in questo incontro tra i nostri cuori, tra le nostre anime (di cui gli occhi sono lo specchio!), innescare questa scintilla chiamata "amore" che genera i miracoli.
Non svalutiamo l'importanza che Dio ha voluto attribuire all'uomo: senza la fede non si ottengono miracoli! La nostra fede attrae l'amore creativo e rigenerativo di Dio, come una calamita attira il ferro. La nostra fede vera (cioè il nostro amore) diviene una forza irresistibile per il cuore innamorato del nostro Creatore. La nostra forza fiduciosa attrae la forza risanatrice.


- IL CORPO COME PONTE: GESÙ VERO DIO E VERO UOMO
La forza divina che promana da Gesù passa attraverso il Suo Corpo. Egli stesso la percepisce attraverso questa "cassa di risonanza" che è la Sua umanità.
Allo stesso modo, anche la donna arriva a Cristo Uomo-Dio attraverso il proprio corpo: con la mano che tocca il mantello di Gesù.
Dal momento in cui Dio ha deciso di prendere un corpo e di abitare in mezzo a noi l'umanità è diventata uno "strumento" capace di trasmettere l'amore e di riceverlo in modo totalmente nuovo, vincendo la concupiscenza della carne e facendo uso "santo" della nostra corporeità.
Penso al "miracolo" della tenerezza di un abbraccio a chi soffre;
di una madre che allatta il suo bambino;
di due sposi che si donano vicendevolmente nella mutua appartenenza matrimoniale;
di un medico che cura le ferite di un malato...
Noi possiamo "guardare" con occhi nuovi il nostro corpo e farne l'uso che ne ha fatto Gesù: usarlo come strumento non di peccato e di morte, ma di guarigione e di vita, con i piccoli e grandi gesti di ogni giorno.


- LA COMUNIONE COME PONTE ALLA DIVINITÀ DI GESÙ
Nel nostro personale rapporto con Gesù siamo chiamati, come l'emorroissa, a compiere il gesto di avvicinarci a Lui. L'Eucaristia è il nostro "ponte" alla Divinità di Gesù.
La Sua Umanità che si cela sotto le Specie del Pane ci conduce alla Sua Divinità.
Il momento eucaristico dovrebbe essere per noi quello di maggiore intimità con il Signore, momento in cui ci presentiamo dinanzi a Lui, come l'emorroissa, e con fede, anche senza dirgli nulla, gli offriamo i nostri bisogni, le nostre miserie, perché Egli le converta in qualcosa di positivo, arricchendoci della sua ricchezza.



- DIO VEDE SEMPRE
Gli occhi di Dio sono umani e divini.
Quando è vissuto sulla terra come Vero Uomo, gli occhi di Gesù hanno visto con i limiti propri di ogni vista umana, ma la sua "visione" in quanto Dio era da sempre illimitata.
La guarigione dell'emorroissa ci fa comprendere questo: Dio ci vede sempre, è sempre chinato su di noi, come i Salmi spesso ci ricordano.
Da quando Gesù è risorto, Egli ci vede con occhi umani "glorificati": neppure umanamente, oggi gli sfugge nulla, se così potessimo dire.
«Dio è Occhio, Dio è Vista» – scriveva J. Ratzinger -. «Qui si cela anche una sensazione originaria dell’uomo, quella del sentirsi conosciuto .
Egli sa che una segretezza assoluta non esiste, che la sua vita è sempre esposta allo sguardo di Qualcuno, che il suo vivere è un esser-visto. Questa sensazione di esser-visti può suscitare nell'uomo due reazioni opposte. Questo essere-esposto può turbarlo, farlo sentire in pericolo, un essere limitato nel suo stesso ambito vitale. Sensazione che può tramutarsi in irritazione e intensificarsi fino al punto da ingaggiare una lotta appassionata contro il testimone invidioso della sua libertà, della capacità illimitata del suo volere e agire. Ma può anche dare origine a un atteggiamento contrario: l'uomo che si apre all'amore, in questa presenza che continuamente lo circonda può scorgere il mistero cui aspira tutto il suo essere. Qui egli potrà cogliere il superamento della propria solitudine, che nessuna creatura umana riuscirà mai a eliminare e che costituisce comunque una vera e propria contraddizione per l'essere che tende al Tu, a essere con l'altro. In questa presenza misteriosa egli può trovare il fondamento di quella fiducia che gli consente di vivere. E' questo il luogo in cui trovare risposta al problema di Dio. Essa dipende dal modo in cui l'uomo considera originariamente la propria vita: se vuole rimanere non-visto, se preferisce restare da solo, oppure se egli, nonostante le sue inadeguatezze, anzi proprio perché essere inadeguato, è invece riconoscente a Colui che riempie e sostiene tutte le sue solitudini. Dipende dalle esperienze di fondo che si fanno con il Tu: se in esso si scorge l'amore o, invece, una minaccia. E dipende anche dalla figura in cui Dio incontra l'uomo: se nelle vesti di un terribile sorvegliante che medita il momento della condanna, o come l'amore creatore che ci aspetta».


(Benedetto XVI – J. Ratzinger, Il Dio di Gesù Cristo, Queriniana, 2011, pp.11-13)


martedì 16 giugno 2015

LA "POLITICA" DI DIO: le pari opportunità


«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
"Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo 

e odierai il tuo nemico. 
Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, 
e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 

E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, 
che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste"».

(Mc 5,43-48)

Tra i "ministeri" del Regno dei Cieli c'è sicuramente quello delle "pari opportunità", ministero fondamentale, direi, considerando che Gesù Cristo è morto per tutti, per dare a ciascuno la possibilità di riscattarsi dalla propria condotta malvagia e seguire la via che conduce al Padre.
Il problema è che noi uomini, nonostante questa opportunità ci sia stata elargita "gratuitamente", dimentichiamo spesso quella parolina dal nome...misericordia e ragioniamo come "gente arrivata" che non ha più nulla da dare agli altri, ma - ed è la cosa più pericolosa e dannosa - cataloghiamo tutto il resto del genere umano, o semplicemente quella parte che riteniamo "zizzania", come persone a cui finanche Dio non debba dare più nulla.
 Il fatto che Gesù parli di far sorgere il sole sui buoni e sui cattivi o di far scendere la pioggia sui giusti e sugli ingiusti ci sprona alla riflessione ed all'autocritica.
Va però sottolineato che le parole del Maestro non significano che dobbiamo semplicemente fare del buonismo materiale. Sarebbe fin troppo facile.
Se Dio ragionasse a questo modo si limiterebbe a dare ad ogni creatura solamente e semplicemente i mezzi necessari alla sussistenza fisica (l'acqua, l'aria, il cibo), invece lo scopo primario della giustizia e della misericordia divina è un altro; quello a cui mira il "ministero divino delle pari opportunità" è che a tutti, fino all'ultimo istante della propria vita vengano elargite quelle grazie particolari capaci di suscitare nell'uomo il desiderio della conversione, porta d'accesso alla salvezza, perché convertirsi significa credere in Cristo e nella Sua Parola di Vita.
Il Vangelo di oggi lo possiamo rileggere nell'ottica dell'invito ad essere misericordiosi come il Padre (cfr. Lc 6,36) e a non condannare nessuno prima del tempo.
Dio non lo fa. Dio aspetta che giunga il tempo della mietitura, e fino ad allora prova a coltivare ogni pianta con amore, con il sole e con l'acqua, elementi vitali affinché possano portare frutto.
Questa è la perfezione dell'amore: amare oltre ogni ricompensa immediata, amare nella speranza "temeraria" fino all'ultimo istante; amare donandosi finché c'è possibilità.
E lo sappiamo bene, perché ce lo dice anche un proverbio: finché c'è vita c'è speranza.