venerdì 17 marzo 2017

TRIDUO A SAN GIUSEPPE 2017/ 1


SAN GIUSEPPE UOMO, SPOSO, PADRE
Il progetto familiare di Dio nella storia di Giuseppe 


In questo triduo a san Giuseppe vi invito a riflettere sul tema della famiglia, prendendo spunto da due testi: l'«Amoris Laetitia di papa Francesco» e «Il signore dei sogni» di don Mauro Leonardi. Ricordo a tutti che quest'anno la solennità liturgica in onore di san Giuseppe si celebrerà lunedì 20 marzo, in quanto il 19 coincide con la terza domenica di quaresima.


Ave o Giuseppe uomo giusto, 
sposo verginale di Maria e padre davidico
del Messia; tu sei benedetto fra gli uomini,
 e benedetto è il Figlio di Dio che a te fu affidato: Gesù.
San Giuseppe, patrono della Chiesa universale,
custodisci le nostre famiglie nella pace e nella grazia divina, 
e soccorrici nell'ora della nostra morte.
Amen



«Di fronte a quelli che proibivano il matrimonio, il Nuovo Testamento insegna 
che "ogni creazione di Dio è buona e nulla va rifiutato" (1 Tm 4,4). 
Il matrimonio è un "dono" del Signore (cfr 1 Cor 7,7). 
Nello stesso tempo, a causa di una tale valutazione positiva, 
si pone un forte accento sull'avere cura di questo dono divino: 
"Il matrimonio sia rispettato da tutti e il letto nuziale sia senza macchia" (Eb 13,4)».

(Amoris Laetitia, n. 61)



Nella storia di Giuseppe e Maria vita matrimoniale e vita verginale si coniugano. Il talamo di questi due sposi rimane integralmente puro, letteralmente "senza macchia". 
È vero, la vita di questo giovane uomo è apparentemente stravolta. Si ritrova con una moglie incinta, che rimane vergine. 
Si ritrova con un figlio che non è frutto del suo seme.
Giuseppe vive nel suo intimo, agli inizi della storia narrata dal Vangelo, una passione dolorosa per questa notizia-bomba che viene a turbare la sua serenità familiare. Un dolore che però non è così forte da impedire all'amore di prevalere: ecco che allora egli decide di ripudiare Maria "in segreto", per evitarle la lapidazione. Qui interviene Dio, che attraverso un angelo annuncia a questo giovane falegname il proprio progetto, lo invita a non avere timore di accogliere il dono che è Maria, il dono che è Gesù. Il dono che è dunque il suo matrimonio, la sua famiglia.
Giuseppe è  coinvolto in un piano certamente più grande di lui, ma non per questo insopportabile. Liberamente accetta di lasciarsi coinvolgere da Dio. Si fida di Lui, si fida della sua sposa, si fida di quel bambino in arrivo. In questo senso, la sua vita è una vita intrisa ancora una volta di passione, ma stavolta intesa come tensione totale, donativa, oblativa a favore di altri.
Perciò il peso di una tale scelta non diventa schiacciante. Giuseppe dà e riceve; si offre, ma in realtà è un Altro che si sta offrendo a lui, e in questa offerta è compresa anche la sua sposa, che Dio stesso pensa per Giuseppe, tanto da porgliela accanto, affidandola alla sua custodia tenera, premurosa e forte. Giuseppe è scelto per Maria, Maria è scelta per Giuseppe. Entrambi sono scelti per Gesù. Ciascuno di essi è un dono per l'altro.
Giuseppe condivide qualcosa del Dio-Amore: è un uomo appassionato, e vive il proprio tormento e la propria scelta anche "nella" propria carne. Una carne che rinuncia ai piaceri leciti del matrimonio, per essere dono d'amore più elevato, più sublime;  una carne che probabilmente si lascia penetrare dal dolore che agghiaccia, fa tremare, lascia spossati. Giuseppe vive su di sé e in sé il tormento che si sarebbe avvinto a ogni essere umano nella sua situazione.
Ma Giuseppe è appassionato proprio perché, come poi farà Gesù-Uomo sulla croce, si dimostra capace di amare fino a superare il proprio dolore alla luce della fede; capace di accogliere certamente con stupore, e magari anche con "sollievo" ed entusiasmo, la rivelazione di un Dio che scioglie ogni suo timore, e gli conferma il suo volere a proposito del suo progetto di vita matrimoniale con Maria. La carne di Giuseppe potrà sperimentare così, nel dono unico del matrimonio e della famiglia, la gioia che fa brillare gli occhi, che fa piangere di felicità, commuovere di tenerezza e che sa tramutarsi in abbracci e sorrisi.
Don Mauro Leonardi, in un suo libro, scrive che proprio grazie a Maria «Madre di Dio, il padre legale di Gesù riesce a vivere appieno il senso della propria esistenza. Ella aiuta il proprio sposo a vivere secondo un modo che è quello di Dio. Poiché Egli è eterno presente, se noi vogliamo vivere nelle sue orme per essere a Sua immagine dobbiamo vivere un presente vigile. Come si fa a essere vigili come Giuseppe? Risposta: andando a dormire. "Dormire", in questo contesto, significa lasciarsi andare alle mani di Dio, al sogno di Dio. Il nostro sogno si realizzerà perché, in ultima analisi, è il sogno di Dio» [1]. 

NOTE
[1] (Mauro Leonardi, Il signore dei sogni, Ares, 2015, pp. 60-61. 

mercoledì 1 marzo 2017

Pensieri per lo spirito


DAL DESERTO ALL'OASI PERMANENTE
Il cammino di quaresima come "umanizzazione"


La Quaresima è tempo di digiuno, preghiera, carità. È tempo di deserto, in cui trovarsi "apparentemente" soli per cercare di ascoltare se stessi, gli altri e Dio. È tempo per mettersi in cammino, seguendo le coordinate che il Vangelo indica al credente, e provare ad attraversare questo deserto, cercando di raggiungere l'oasi "permanente".



«All´inizio di questo tempo di Quaresima la Parola di Dio si rivolge di nuovo a noi, con forza ed insistenza, attraverso l´invito del profeta: 
"Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio, 
perché egli è misericordioso e benigno, 
tardo all´ira e ricco di benevolenza" (Gioele 2,12- 13).
Accogliere questo appello al ritorno - cioè alla conversione - 
comporta mettersi in cammino, consapevoli che per incontrare Dio e il suo amore 
occorre avventurarsi nel "deserto". 
Come vi ha condotto Gesù, all´inizio della sua missione (Luca 4,1), così lo Spirito vuole che ciascuno di noi si inoltri nel deserto, 
per mettersi a confronto con se stesso, con il proprio peccato 
e con la Parola che salva».

(Messaggio della presidenza della CEI,  2 marzo 1992)





Avventurarsi nel deserto significa mettersi in cammino. Un cammino inizialmente silenzioso, in cui principalmente si ritorna ad ascoltare Dio – quel Dio che parla «nel segreto» (Mt 6,6) –, ma anche se stessi; o forse, paradossalmente, è raggiungendo le radici del proprio io che si riesce a raggiungere anche Dio e, meglio ancora, a lasciarsi raggiungere da Lui.
Quello che il cristiano è chiamato ad attraversare è infatti un deserto che palpita di umanità, nell'incontro straordinario – ma che può avvenire nell'ordinarietà della vita – tra l'umano e il divino, tra il materiale e lo spirituale, tra il tempo e l'infinito.

Luogo e spazio di desiderio di vita

Inoltrarsi tra le dune di sabbia significa calarsi in un tempo a-spaziale e in uno spazio a-temporale in cui, nella solitudine, riemerge o si rinforza un'umanità ora dimenticata, ora sopita. 
Il deserto è silenzioso solo all'apparenza, poi si colma di noi stessi, di ciò che si ha dentro, delle domande, dei bisogni e delle risposte umane e non ai desideri del cuore. Questo perché il deserto non consente all'uomo di barare. È la dimensione degli istinti primordiali di ogni creatura vivente: la fame, la sete, il caldo e il freddo (quando di notte le temperature calano in picchiata), segni di un'aspirazione innata e ancestrale: quella alla vita, che innesca un meccanismo strenuo per la sopravvivenza. Il deserto – proprio perché tale, inospitale e sterile – costringe a imparare (o a ricordare) che sebbene essere unico tra tutte le specie viventi, l'uomo non è capace di bastare a sé stesso neppure per sopravvivere su un piano puramente materiale. 
Questa è la prima tappa per passare dalla solitudine all'insieme, perché è già un entrare in empatia con i propri simili, animati dagli stessi istinti, caratterizzati dagli stessi bisogni.
Ma il deserto è anche la dimensione in cui emerge o riemerge qualcosa che connota non tutte le creature, ma solo alcune di esse: l'istinto gregario, il bisogno della comunione con altri simili a se stessi. È nella solitudine del deserto che si comprende l'importanza della relazionalità, della capacità di commisurarsi con altri, di fare comunità e/o comunione. Non più solo l'istinto alla vita nella sua componente esteriore, non solo una solidarietà esteriore, ma in qualcosa che diviene anche interiore, espressione di amicizia, di amore, di fratellanza.
E, infine, il deserto è la realtà in cui si sperimenta il bisogno di porre dinanzi all'io un Tu diverso da ogni altro tu. Una caratteristica propria dell'essere umano, dell'homo (consapevolmente o meno) viator, che non può essere «un'isola»[1] senza ricordare che ognuno «è parte del continente»[2]. 

Immerso tra sabbia e vento, tra cielo e terra rossa, tra sole e stelle, l'uomo non può non interrogarsi sulle cose più intime e profonde che ciascuno in modo diverso, è in grado di ritrovare in se stesso: le domande di senso sull'esistenza, sulla propria origine, sul fine delle cose create, sulla meta dell'uomo. 
Si è dinanzi alla potenziale massima espressione dell'istinto alla vita, a un'esistenza che non si riduca al bisogno di beni da consumare o di relazioni da coltivare, ma che si esprima in una infinitezza reale per quanto ancora invisibile. L'unica capace di appagare realmente l'istinto di conservazione, il desiderio di felicità, la sete di vita vera. L'unica in cui la pienezza e la bellezza dell'essere uomini, del fare comunione, dell'incontrarsi con la magnificenza del creato possano trovare una risposta definitiva. L'unica che possa rappresentare un'oasi permanente per l'uomo in ricerca.

Farsi nomadi 

«Il carnato del cielo / sveglia oasi / al nomade d'amore» [3] scriveva Ungaretti in una sua lirica.
È il mistero che si realizza anche nel deserto: laddove tutto sembra vuoto e taciturno, corroso dal sole e arso dalla siccità; laddove l'uomo è un pulviscolo nella sconfinata distesa di sabbia all'apparenza sempre uguale; laddove il giorno e la notte si manifestano in tutta la loro potenza, lì l'umanità palpita di bisogni e di domande, su ciò che si è, su ciò che si cerca, sul chi si vuole incontrare, sulla necessità di lasciarsi avvicinare dagli altri e dall'Altro. Nel deserto l'uomo torna a farsi interrogare dalla bellezza, anche da quella di un cielo terso e luminoso su un paesaggio fintamente immutabile.
Il cielo, nella sua maestosità, nella sua intensità di colore e di fenomeni atmosferici, può essere metafora, simbolo della bellezza di ri-scoprirsi uomini, unione misteriosa e affascinante di carne e di sangue, di anima e di corpo; segno dello splendore dell'aver bisogno di rapporti con altri essere umani; desiderio di un Altrove che abbia la caratteristica del per sempre. 
Dove c'è un cielo c'è anche altra terra, qualcosa oltre la distesa di sabbia e di niente che circonda il deserto. 
Da questa bellezza può nascere il desiderio di confrontarsi con il deserto, accogliendo la sfida del sentirsi e farsi nomade: il deserto non è infinito, ma occorre attraversarlo per trovare il non-deserto, la «terra dove scorrono latte e miele» (Es 3.8). La terra su cui si riflette sempre il cielo, ma un cielo che, pur uguale, è già diverso.

Attraversare il deserto

La Quaresima viene dunque ogni anno a ricordarci che abbiamo bisogno di un deserto, per ritrovare il cielo e la terra nuova (cfr. Ap 21,1), già in questa nostra esistenza storica.
Senza deserto si rischia di dare per scontate troppe cose, dal cibo al vestito, dai rapporti umani a quelli con Dio.
Solo facendo un po' di sano vuoto dentro e fuori di noi, spegnendo le tempeste di suoni, parole, frivolezze, preoccupazioni e impegni che ci attanagliano, è possibile recuperare qualcosa della dimensione umana e spirituale che, inevitabilmente, passo dopo passo si tende a perdere nell'ordinarietà della vita.
Per entrare in questo deserto, così necessario all'uomo che vuole rinnovarsi e ricaricarsi, la Chiesa offre le coordinate del digiuno, dell'elemosina e della preghiera. Sono in realtà le coordinate che Gesù stesso indica nel Vangelo proclamato il Mercoledì delle Ceneri (Mt 6,1-6;16,18), ma sono anche quelle coordinate che lo hanno orientato nella sua vita, e particolarmente nel corso delle tentazioni da lui vissute nei quaranta giorni trascorsi nel deserto (Mc 1, 12-13).
Il digiuno costringe ad ascoltare il proprio corpo, che a volte ha desideri diversi dalla buona volontà spirituale di privarsi del cibo, e conduce a farsi solidali con chi è meno fortunato di noi, in un certo senso favorendo il passaggio alla seconda coordinata, quella dell'elemosina; la preghiera consente di ravvivare la dimensione interiore e spirituale dell'uomo, e nel rivolgerci al Padre «nostro» che è nei Cieli, ci fa recuperare anche il senso comunitario della nostra fede, cosa che conduce ad ampliare il raggio dell'elemosina, estendendola alle tante forme di carità (materiale e non) attraverso cui è possibile raggiungere il proprio prossimo. Così fare il deserto rende l'uomo più uomo, e meno superuomo. Simile ai suoi simile, capace di compatire nel sentimento e nell'azione chi manca del cibo, del vestito, dell'amore. 
Fare il deserto rende l'uomo più capace di tendere la mano per accettare la misericordia del fratello, ma anche – e soprattutto – quella infinita di Dio.
Il deserto, mettendo l'essere umano dinanzi ai suoi limiti, ma anche dinanzi al suo potenziale, dovrebbe condurre all'umiltà e al coraggio di mettersi in viaggio per tutta la vita, anno dopo anno, non da soli, ma in compagnia: di se stesso, dei fratelli, di Dio.


NOTE

[1] John Donne, Nessun uomo è un isola.
[2] Ibidem.
[3] Giuseppe Ungaretti, Tramonto.

venerdì 10 febbraio 2017

Cibo e Parola


L'AMORE CI FA VIVERE
L'amore come forza che fa risorgere
(in collaborazione con Enza, foodblogger su Foodtales)


L'amore è una forza capace di dare vita, in molti modi: è l'amore che fa nascere un figlio, quello con cui lo si educa; è l'amore con cui gli amici tirano fuori il meglio l'uno dall'altro; è quello con cui un insegnante diventa docente non solo di materie, ma anche di vita; è l'amore con cui Dio ci chiama all'esistenza e anche alla risurrezione.



La ricetta proposta da Enza per san Valentino
Trovate la ricetta alla fine del post



Quando ci si avvicina a san Valentino tutto il mondo sembra pullulare di messaggi (cartacei, vocali, visivi) che inneggiano all'amore. Un amore che, spesso, è solo commercializzato, inserito nella grande scatola del marketing che produce denaro per chi produce beni connessi all'amore e alla data in cui celebrarlo. Ma la festa dell'amore ha senso se il sentimento rende festivo ogni singolo giorno, come evento in cui, proprio perché si ama e si è amati, la vita acquista un senso nuovo, vero, profondo. Un senso fatto anche di rispetto per l'altro, per se stessi, per chi ci sta intorno.
L'amore (tra fidanzati, sposi, amici, tra genitori e figli) è una forza dirompente quando è capace di rin-nnovarci, e, in questa accezione, di farci, "risorgere". Non può esserci idea più "festosa" e "festiva" dell'amore inteso in questo modo: ciò che ci trasforma continuamente in meglio, che ci dona la gioia del vivere, che ci fa percepire la vita alimentata dalla speranza... da quella fibrillazione energica e sottile che ci entusiasma senza stancarci.

Rinnovarsi, risorgere... roba per matti o per sdolcinati?

Nei giorni successivi alla tragedia di Rigopiano ammetto di essere stata molto colpita dall'affermazione di Giampiero Parete, l'uomo che per primo aveva richiesto i soccorsi, e che aveva visto sprofondare l'albergo sotto i propri occhi, sapendo che lì dentro si trovavano la moglie e i figli.
Dopo il salvataggio dei suoi familiari, affermò di essere «un uomo risorto», lui che aveva visto la probabile morte degli altri a lui più cari faccia a faccia; lui che era inerme dinanzi al disastro e alla perdita; lui che ha sperato, pur nella paura, fino al momento in cui ha potuto riabbracciare le persone più importanti. Lui che si sentiva morire ed è rinato.
Ha usato un verbo bellissimo, Giampiero Parete. Perché quando un uomo vive fino in fondo la dimensione dell'amore, la vita dell'altro finisce con il diventare più importante della propria. Anzi, la propria, senza quella dell'altro, degli altri, non è completa. Le manca una parte di vita, le manca una parte di gioia. Le manca quella spinta, quella molla, quell'entusiasmo che permette all'uomo di ri-alzarsi, ri-sollevarsi, che sono tutti sinonimi del risorgere. Le manca ciò di cui ognuno è carente e che solo l'altro, nella sua diversità unica e inimitabile, va a implementare. È nell'incontro d'amore con l'altro che la nostra vita ricomincia in modo nuovo, esclusivo, sorprendente.
Risorgere è anche il verbo dell'amore di Dio. Un amore folle, ma non nel senso di pazzoide e distorto, bensì in quello di donazione totale, oltre le semplici logiche umane, oltre l'apparente buon senso.
Un amore che non è debolezza, ma forza: la forza di sopportare la derisione, la fatica, finanche la croce, dimostrando che l'amore più grande è dare la vita per gli altri.

L'amore forte...

È forte l'amore dei fidanzati che passo dopo passo affrontano mille fatiche per mettere su famiglia; è forte l'amore degli sposi che si sostengono a vicenda nella quotidianità fatta di alti e bassi; è forte l'amore dei genitori che accettano la sfida dell'educazione dei propri figli, dei sacrifici economici per dar loro il meglio; è forte l'amore dei figli che accettano di vedere i genitori, anche col passare degli anni, come una risorsa e non come un peso; è forte l'amore tra gli amici, che sanno stimolarsi al meglio, incoraggiarsi nel bisogno, sostenersi nelle prove, correggersi negli errori. 
È questo l'amore che riempie ogni giorno la vita, e dà vita.
In questo amore vediamo un riflesso dell'amore del Cristo, risorto per farci risorgere. Gesù, con la sua risurrezione, sconfigge definitivamente la morte e ci apre la strada verso la vita: il suo amore di risorto farà di noi uomini risorti. Ma, in un certo senso, anche noi abbiamo contribuito a fare di lui un risorto, anzi, il Risorto.
C'è una complementarità che stupisce in questo, pensando all'enorme dislivello tra il Creatore e la creatura. Un dislivello che non impedisce a Cristo di sapere che la sua vita come Uomo ha valore solo se egli la spende per amore del Padre e di tutti noi; e che la nostra ha valore solo se la spendiamo per gli altri e per Lui. Questa bilateralità del sentimento è qualcosa che forse diventa ancora più sconvolgente della risurrezione in sé. Dio è un uomo risorto, pieno di gioia, se anche la nostra vita risorge, se accettiamo di compiere il percorso dell'esistenza in sua compagna, già qui e ora, già nell'oggi e poi nel Domani.



DOLCI CUORI
di Enza, del blog Foodtales




OCCORRENTE:  Due teglie per muffin, pirottini di carta, una formina tonda per biscotti e una formina più piccola a cuore.

Per la frolla:
300g di farina; 150g di zucchero;  150g di burro; 2uova; 1bustina di vanillina; un cucchiaino di lievito.
Tagliare a pezzetti il burro e impastarlo velocemente con tutti gli altri ingredienti. Formare un panetto, avvolgere nella pellicola e lasciare riposare una mezz’ora in frigo.
Nel frattempo preparare la crema e la salsa. Posizionare i pirottini nella teglia.

Per la crema: 
3/4 cucchiai di mascarpone; 1 cucchiaio di zucchero a velo; la scorza grattugiata di un limone e qualche goccia di limone.
Preparare la crema mescolando il mascarpone con lo zucchero a velo, la scorza grattugiata di limone e qualche goccia di limone. Assaggiare per aggiungere eventualmente altro succo di limone o zucchero. 

Per la salsa di fragole: 
130g di fragole pulite e tagliate a metà; 80g di zucchero; il succo di mezzo limone.
Frullare le fragole e versare in un pentolino assieme allo zucchero e al succo di limone.
Cuocere a fiamma dolce, mescolando di tanto in tanto, fino a quando la salsa si sarà addensata.

Procedimento:
Togliere la frolla dal frigorifero e dividerla in due panetti. 
Stendere il primo panetto e ritagliare i cerchi da posizionare nei pirottini. Saranno la base dei dolci.
Stendere il secondo panetto e ritagliare prima i cerchi e poi dentro i cerchi ritagliare i cuori. Saranno i coperchi.
Riempire le basi di pastafrolla con la crema al limone e mascarpone. Coprire con i coperchi di pastafrolla.
Infornare a 180°. 
Intanto dai ritagli avanzati di pasta frolla ricavare altri cuoricini e fare un’unica infornata coi cuoricini ottenuti precedentemente dai coperchi.
Lasciare raffreddare i dolci e aggiungere la salsa di fragole dentro e fuori. 

venerdì 3 febbraio 2017

Pensieri per lo spirito


IL PECCATO "UCCIDE"
Allontanarsi da Dio provoca la morte delle relazioni


Il Vangelo di Marco, al capitolo 6, descrive l'antefatto della morte del Battista con toni fortemente drammatici, sotto l'apparenza di una narrazione per alcuni versi scabra, povera di dettagli. Ma se proviamo a calarci nella rete intricata di relazioni che animano i rapporti tra i personaggi di questo brano, emerge la crudezza della completa distorsione delle relazioni umane come conseguenza del peccato, prima fra tutte, quella tra madre e figlia. Così la scena diventa una sorta di pièce in cui gli attori principali sono veri e propri "morti viventi".


Il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!». Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri. Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto. E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro».
(Mc 6, 14-29)


Paul Delacroche, Erodiade,  1843


A una prima lettura della pagina di Marco sul martirio di san Giovanni Battista, si è forse colpiti soprattutto dalla macabra connivenza tra le due donne della narrazione, Erodiade e Salomè, una madre e una figlia che non ricusano – l'una – di istigare al male e – l'altra – di farsi strumento indiretto della sua attuazione. 
Il Vangelo, nella sua sua descrizione apparentemente scarna di un delitto atroce e vendicativo, mette in scena, prima ancora della morte del Battista, quella di una relazione che, per sua natura, dovrebbe essere tanto positiva e bella quanto ancestrale: la relazione materna-filiale. Un rapporto che evoca la vita, la crescita, la dipendenza di un bambino dalla propria madre, specie nei primi tempi dello svezzamento. Un rapporto in cui dovrebbe emergere la grazia femminile, della donna chiamata a dare la vita, chiamata a nutrire. Ma qui, tra questi versetti evangelici, di tenero e materno, di vitale,  non vi è nulla. Il peccato di tutti i personaggi coinvolti si esprime in modo inequivocabile nell'alterazione e distorsione totale dei loro rapporti reciproci, inclusi anche quelli tra Erodiade e Salomè. Alla spregiudicata e vendicativa richiesta della madre, la fanciulla non oppone resistenza: non si legge nel suo agire nessun tentennamento, nessuna repulsione. Non un briciolo di ribrezzo o di sconvolgimento.
Non siamo dinanzi a una bambina: il Vangelo utilizza l'espressione «"κοράσιον", korasion, che significa "fanciulla", ed indica una ragazza in età adolescenziale, non ancora pronta per il matrimonio. Matteo e Marco chiamano κοράσιον anche la figlia di Giairo (Mt 9,24-25; Mc 5,41-42) che, secondo Lc 8,42, aveva dodici anni. Dato che all'epoca, in Palestina, le ragazze si sposavano anche a 13-14 anni, dobbiamo supporre che il termine κοράσιον fosse usato per fanciulle di 11-15 anni al massimo»[1].
Non siamo neppure dinanzi a una donna già matura, perché altrimenti – come qualcuno fa notare – Salomè non avrebbe fatto ricorso al consiglio materno per ottenere la ricompensa promessa dal suo patrigno [2].
Siamo però certamente dinanzi a una fanciulla che è stata già plasmata nella direzione del male, dell'agire senza scrupoli. Una ragazza plagiata dalla sua stessa madre, che anziché nutrirla di valori positivi e di grazia femminile, anziché aiutarla ad aprirsi alla vita, le ha probabilmente insegnato le armi della seduzione (nel compiacimento di Erode e dei commensali per la sua danza, taluni intravedono un apprezzamento di tipo erotico [3]) e le ha fatto perdere totalmente la capacità di discernere tra il bene e il male.
In realtà è tutta la pagina evangelica a essere impregnata di questa connotazione negativa, eccezion fatta per i discepoli di Giovanni, che nella battuta finale di questa concitata pièce, operano con misericordia nei confronti del corpo mutilato del loro maestro.
Il loro atteggiamento operosamente silenzioso è l'unica voce "buona" all'interno di una narrazione dai toni fortemente cupi, in cui Erode è vittima incatenata dal proprio peccato: di lui Marco riporta le reazioni interiori ed esteriori, ma anche le profonde contraddizioni. L'evangelista annota che egli, pur avendo fatto imprigionare il Battista, «a motivo di Erodiade» v. 17) pare riconoscerne la santità, e lo ascoltava volentieri, pur se con delle perplessità; inoltre cercava di difenderlo dalla sete di vendetta di Erodiade. Tuttavia, Erode è un uomo in cui l'unico spiraglio verso la possibilità di un riscatto morale viene soffocato dal desiderio di tenere accanto a sé una donna che non gli era lecito avere e dall'incapacità di fare un passo indietro: lo dimostra il fatto che non è neppure in grado – lui che è re e dunque potrebbe fare qualsiasi cosa – di rimettere la faccia davanti ai suoi commensali, rimangiandosi la promessa verso Salomè, riconoscendo la malizia delle due donne a lui più vicine, pur di impedire una morte ingiusta, e che – come sottolinea Marco – determina in lui una qualche tristezza (il testo greco dice che egli diviene «afflittissimo» [4]). Ma, a questo punto, è evidente anche l'incoerenza di questo uomo in cui «la sua grande tristezza sa di pantomima» [5].
E i commensali? Non battono ciglio, annegati totalmente in un clima o di paura (se il re non controbatte, perché dovrebbero farlo loro?) o di totale anestesia del cuore, immerso nei piaceri mondani e/o nel totale egoismo.
È il peccato di alcuni, la codardia di altri, l'incoerenza e il tentennamento di un uomo a condurre alla morte del Battista, ma in realtà la scena è pullulata di morti viventi, che intrecciano un banchetto-farsa, in cui ci si inganna, si inganna l'altro, si è ingannati, e l'altro è solo strumento di piacere, di soddisfazione, di rivincita, di vendetta.
E tutto questo si ripete, drammaticamente, in tante storie odierne, laddove viene interrotto il primo e fondamentale rapporto: quello con Dio. L'espediente del flash-back con cui Marco ci introduce nella storia dell'uccisione del Battista ce lo ricorda oltre ogni evidenza.
È l'incontro con Gesù che deve scuotere ogni uomo dal di dentro, che deve farlo uscire dall'esperienza solo negativa del rimorso per farne invece un trampolino di lancio verso la conversione, il cambiamento della vita.
Se questo non avviene, il rischio è di lasciarsi trascinare dalla corrente delle passioni e dalle paure, come fanno i principali attori del brano di Marco.



NOTE

[1] Voce Salomè in Enciclopedia telematica Cathopedia.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] Nuovo Testamento interlineare, San Paolo, 2014, p. 342.
[5] Mario Galizzi, Vangelo secondo Marco. Commento esegetico-spirituale, Elledici, 1993, p. 117

giovedì 2 febbraio 2017

Pensieri per lo spirito


GIORNATA DELLA VITA CONSACRATA
L'interazione tra laici e consacrati


«La Chiesa non può assolutamente rinunciare alla vita consacrata, perché essa esprime in modo eloquente la sua intima essenza "sponsale". C'è bisogno di chi presenti il volto paterno di Dio e il volto materno della Chiesa, di chi metta in gioco la propria vita, perché altri abbiano vita e speranza. Alla Chiesa sono necessarie persone consacrate le quali, prima ancora di impegnarsi a servizio dell'una o dell'altra nobile causa, si lascino trasformare dalla grazia di Dio e si conformino pienamente al Vangelo. A tutti i fedeli si chiede una costante preghiera per le persone consacrate, perché il loro fervore e la loro capacità d'amare aumentino continuamente, contribuendo a diffondere nell'odierna società il buon profumo di Cristo (cfr 2 Cor 2, 15). L'intera comunità cristiana — pastori, laici e persone consacrate — è responsabile della vita consacrata, dell'accoglienza e del sostegno offerto alle nuove vocazioni» [1]. 
Da un lato, «vivendo in ascolto obbediente della Parola, di cui la Chiesa è custode e interprete la vita consacrata addita nel Cristo sommamente amato e nel Mistero trinitario l'oggetto dell'anelito profondo del cuore umano e l'approdo di ogni itinerario religioso sinceramente aperto alla trascendenza. Per questo le persone consacrate hanno il dovere di offrire generosamente accoglienza e accompagnamento spirituale a quanti, mossi dalla sete di Dio e desiderosi di vivere le esigenze della fede, si rivolgono a loro» [2]. 
D’altro canto, il ruolo che il laico può svolgere in rapporto ai consacrati, non è solo di collaborazione fattiva (nell’alveo degli ordini terziari o di altri gruppi laicali facenti capo a varie famiglie religiose, come anche attraverso iniziative di diverso tipo e in ambienti disparati); il laico diviene anche sostegno orante, “cireneo”, per i tanti consacrati che operano spesso in situazioni e contesti delicati: per quelli che vivono la loro conformazione a Cristo in terre di missione; per quanti affrontano le notti oscure dell’aridità e delle incomprensioni umane; per i religiosi alle prese con una sempre più forte “mondanizzazione” che vorrebbe cancellare la dimensione spirituale del mondo; per i consacrati perseguitati a causa della fede; per altri laici come loro che però, vivendo anche la dimensione della consacrazione – in istituti secolari o con voti privati – «senza segni esteriori, da laici tra i laici, sono chiamati ad affrontare la sfida di essere essere sale e luce anche in quelle situazioni in cui una visibilità della loro consacrazione costituirebbe un impedimento o addirittura un rifiuto [3]. Inoltre, una seria e valida evangelizzazione dei nuovi ambiti, ove si elabora e si trasmette la cultura, non può essere operata senza un'attiva collaborazione con i laici ivi impegnati» [4]. 

NOTE

[1] Giovanni Paolo II, Vita Consecrata, n.105. 
[2] Ibidem, n. 103.
[3] Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, Ripartire da Cristo: un rinnovato impegno della Vita Consacrata nel terzo millennio, n. 45. 
[4] Giovanni Paolo II, cit., n.98.