Auguro un sereno mese di maggio a tutti gli amici del blog!
martedì 1 maggio 2012
domenica 29 aprile 2012
SANTA CATERINA....
Nell'augurare buon onomastico a quanti portano il nome di Caterina....ringrazio la mia amica Tea, per aver voluto condividere questo filmato! Auguri anche a te :)
giovedì 26 aprile 2012
UNA RIFLESSIONE SULLE ORE LITURGICHE A PARTIRE DA MT 20,1-16
Si tratta del pezzo di R. Seregni, dal titolo "ANDATE ANCHE VOI", per la rubrica "Parabole giovani".
La parabola commentata è quella dei lavoratori chiamati dal padrone della vigna (Mt 20,1-16), lavoratori che, pur essendo stati invitati alla fatica dei campi in orari differenti e avendo quindi prestato chi più, chi meno ore di lavoro, ricevono alla fine la stessa paga (un denaro ciascuno).
C'è un elemento interessante che sottolinea il commentatore, esprimendolo sotto forma di quesito:
"Che senso ha recuperare nuovi lavoratori a fine giornata?
Sembra quasi che il padrone sia più preoccupato di dar lavoro agli operai che ai propri interessi".
Sembra quasi che il padrone sia più preoccupato di dar lavoro agli operai che ai propri interessi".
Se rileggiamo il brano del Vangelo, troviamo infatti delle indicazioni precise sugli "orari" della chiamata:
- l'alba
- verso le nove del mattino
- verso mezzogiorno
- verso le tre
- verso le cinque
- quando fu sera
Le prime cinque indicazioni temporali sono riferite agli uomini chiamati a lavorare nella vigna, l'ultima è invece relativa al fattore, che ha il compito di radunare tutti quei lavoratori e dare loro la paga pattuita.
"Che senso ha recuperare nuovi lavoratori a fine giornata"?....si è chiesto, ci ha chiesto Seregni, nell'articolo di commento al Vangelo.
In genere la prima, più immediata risposta che diamo, che si dà a questa parabola, è quella (giustissima!) sulla gratuità del dono della conversione (e magari anche della chiamata religiosa), che spinge il Dio dell'Amore infinito a donare il Paradiso, la Gioia Eterna anche a chi si pente solo nell'ultimo istante della propria vita.
Seregni commenta con queste incisive espressioni: "Così è il Volto del Padre rivelato da Gesù. Inatteso. Sorprendente. Eccessivo.
Così è il mistero della gratuità del suo amore che sconvolge la tradizione spirituale di Israele e il nostro buon senso.
Il Dio rivelato da Gesù si sottrae alla logica del calcolo e alla prevedibilità del merito".
Rileggendo però le ore della chiamata, mi è venuto in mente un particolare forse insolito: la loro corrispondenza con le ore "canoniche" della preghiera liturgica dell'Ufficio Divino....
Si potrebbe allora usare questa parabola anche come metafora della necessità di pregare sempre, incessantemente (1 Ts 5,17) e rivolgerci così la domanda espressa da Seregni:
Che senso ha pregare a fine giornata?
O meglio: che senso ha pregare a fine giornata e ricevere un denaro anche per l'ultima preghiera, quella della sera, quella che sembra indirizzare meno lode, meno richiesta di grazia al Signore, quella che, di fatto, precede poi un'attività apparentemente "banale, improduttiva" quale è il sonno?
Se prendiamo in mano un breviario, e scorriamo le prime pagine, quelle che potremmo definire "introduttive", troviamo un decreto dell Sacra Congregazione per il Culto Divino, che così sentenzia:
"Con la Liturgia delle Ore, celebrata per antica consuetudine nelle varie parti del giorno, la Chiesa adempie il comando del Signore di pregare incessantemente, dà lode a Dio Padre e intercede per la salvezza del mondo".
Gesù stesso si è mostrato come Uomo di continua relazione (in preghiera) con il Padre: si disponeva al dialogo con Dio fin dall'alba, pregava di notte...e di certo, come tutti gli ebrei, avrà pregato nel Tempio in quei momenti (come l'ora terza, la sesta) che erano comuni agli oranti del Suo popolo.
Il concetto di preghiera incessante diventa però per noi un po' "ostico", specialmente se lo poniamo in relazione a quella "retribuzione" sempre identica che possiamo rintracciare in questa rilettura insolita (ma interessante!) della parabola dei lavoratori nella vigna.
E' facile capire -forse, ci si augura se siamo davvero cristiani- la necessità di cominciare il nuovo giorno pregando (magari, almeno con un segno di Croce!), per qualcuno di noi andando a partecipare alla Santa Messa, rimanendo un poco con Gesù Eucaristia: è il nostro modo di affidare a Dio tutto la giornata, con le varie attività più o meno impegnative che la caratterizzeranno;
è facile capire la necessità di invocare l'aiuto del Signore prima di cominciare un nuovo lavoro, affinché lo svolgiamo con attenzione, con il dovuto rispetto cristiano anche per i fratelli che ci circondano, poiché da quell'attività deriva il nostro procurarci il necessario per vivere e rendere anche un servizio agli altri;
è facile capire l'importanza di pregare anche prima del pasto per lodare e benedire il Signore che ci offre -nella Sua Divina Provvidenza- "il pane quotidiano".
E' facile, forse, capire la necessità della preghiera anche pomeridiana: pensiamo ai genitori che vanno a prendere i figli a scuola, li seguono nei compiti, oppure che si occupano di qualche anziano dopo il lavoro del mattino....pensiamo alla donna di famiglia che dopo aver passato la mattinata dedicandosi al proprio impiego, si ritrova ad occuparsi di tutte le faccende di casa....o al papà che si dedica a figli e moglie con attenzione e amore, dopo una giornata in ufficio.... c'è bisogno di consacrare anche questo tempo al Signore, perché tutto venga fatto a lode e gloria Sua!
Consacrare il tempo al Signore: offrirglieLo attimo per attimo -facendolo precedere dalla preghiera in determinati momenti- come tesoro prezioso che ci proietta già verso l'eternità, come dimensione in cui possiamo già vivere uniti spiritualmente a Cristo Signore, compiere gesti, azioni, che Lui prima di noi ha compiuto: alzarci, mangiare, pregare, lavorare, incontrare gli amici, curare i parenti, andare a dormire.
E poi santificarci, in questa consacrazione del tempo offerto a Dio: perché se viviamo il tempo in questa dimensione di preghiera, allora tutto il nostro agire può, deve diventare conforme allo spirito evangelico.
E se viviamo come il Vangelo ci insegna, allora siamo sulla strada della santità!
E se viviamo come il Vangelo ci insegna, allora siamo sulla strada della santità!
Quale preghiera migliore di quella Liturgica, dell'Ufficio Divino, per consacrare in questa maniera ogni attimo della nostra vita giornaliera, dall'alba alla notte?
In quest'ottica diventa comprensibile anche la preghiera della sera....quella in cui il fattore richiama gli operai e dona loro la paga.
Potremmo pensare a questo momento identificandolo con la recita della Compieta, in cui dinanzi al Signore, cui vogliamo consacrare anche il giusto e meritato riposo, ci presentiamo come gli operai della vigna, mostrandoGli il frutto del nostro lavoro giornaliero.
Nell'esame di coscienza ci poniamo senza maschere dinanzi alla Verità, al Dio Unico, al Dio Vero, ci presentiamo con le vittorie spirituali riportate nel corso della giornata ed anche con le nostre sconfitte; ci presentiamo con la nostra fiducia nella Sua Misericordia, nel Suo sostegno.
Consacriamo a Dio anche il tempo della notte, in cui dormendo non compiamo materialmente nessuna attività degna di particolare attenzione, ma che pure è necessaria per ridonare vigore al corpo.
Proprio quel "consacrare" il sonno rende anche quegli istanti preziosisissimi nella nostra corsa verso l'Eternità.
Riconosciamo che Dio è Padre Nostro, Signore Nostro anche quando non siamo "desti".
Che Lui solo ci governa, regge il mondo anche mentre noi diventiamo inermi nel riposo del sonno.
Che Lui solo ci governa, regge il mondo anche mentre noi diventiamo inermi nel riposo del sonno.
Allora il nostro dormire acquista valore perché è come se Dio fosse presente in ogni momento di riposo, attraverso quella preghiera, quella invocazione, quella consegna del tempo notturno che noi abbiamo fatto prima di metterci a letto.
DIO VALORIZZA ANCHE IL MOMENTO DELLA NOSTRA INATTIVITA' SE NOI LA OFFRIAMO A LUI!
Allora, quella preghiera mia personale, che si unisce alla preghiera di miliardi di altri oranti nel mondo che assieme a me (pure con fusi orari differenti!) recitano la compieta, mi consente di ricevere....il mio denaro, la stessa paga che ho ricevuto se ho lavorato dall'alba, o solo da mezziogiorno, o solo alla sera....
OGNI ORA LITURGICA E' PREGHIERA DI TUTTA LA CHIESA, E LA PREGHIERA RENDE IMPORTANTE OGNI ISTANTE DELLA MIA VITA, preziosa davanti a Dio perché mi fa rendere conto che non mi scorre fra le dita solo la lancetta dell'orologio....ma che vado avanti nel percorso che mi conduce all'eternità, insieme ad altri fratelli e sorelle, cercando di santificare me stesso e di trascinare con me (attraverso l'esempio, il consiglio, anche semplicemente pregando!) altre persone verso Dio!
Pubblicato da
Maria R.
alle
05:00
Nessun commento:
Etichette:
BIBBIA,
Liturgia,
RIFLESSIONI SPIRITUALI
martedì 24 aprile 2012
LA MORTE...PERSONALIZZATA
Invece, tante sono state le parole sul come sia stato possibile, tante quelle sui "risarcimenti", sulla perdita economica...non so quanti invece si siano detti gli uni gli altri: quegli embrioni erano...vite umane!
Episodi simili danno -paradossalmente è anche brutto dirlo- il senso della nostra "anestetizzazione" davanti a certe vicende, il nostro non "ricordare" che, prima di valutare una situazione sul piano economico, tecnico, scientifico, dovremmo considerarne l'aspetto umano.
Solo dalla prospettiva dell' "Amerai il prossimo tuo come te stesso" è possibile considerare nella giusta misura la vita e la morte quali eventi non solo "meccanici", biologici, ma ben al di là di questi aspetti; solo da questo punto di vista è possibile valutare l'indisponibilità del "diritto alla vita" anche quando quella vita è totalmente...indifesa, come nel caso di un embrione.
Da dove nasce il problema, perché non ci si "scandalizza"(nel senso di "indignarsi", "gridare allo scandalo") come si dovrebbe, davanti a vicende simili?
Come può cadere nel dimenticatoio un fatto tanto grave, come può non renderci "inquieti", quasi parafrasando la Bibbia e chiedendosi: se fanno questo al legno verde...che faranno a noi?
Non interessarsi della sorte del "debolissimo" (l'embrione, in questo caso), apre la strada ad uno scenario terribile: l'altro non è più altro, non è più colui in cui posso vedere o non vedere rispettati anche i miei diritti...l'altro non è più, per me, "immagine e somiglianza di Dio", del TOTALMENTE ALTRO.
L'altro è solo e semplicemente un "individuo", uno fra tanti, uno che non ha una sua "identità" che lo renda persona.
L'altro è solo e semplicemente un "individuo", uno fra tanti, uno che non ha una sua "identità" che lo renda persona.
Perdendo di vista il trinomio individuo-persona-Altro, è facile smarrire l'orientamento all'interno di questioni così delicate...e vitali.
Se non riconosciamo più un diritto alla vita che preceda la capacità di "parlare, respirare, muoversi", è facile vedere nell'embrione solo un ammasso cellulare... è facile sentenziare che l'embrione non soffra, non viva...non muoia...
E' in realtà il discorso che si può estendere a molte situazioni: il malato terminale, l'anziano, il bambino piccolissimo... la morte è un fatto solo biologico, si smette di soffrire....e così facendo, e così pensando, l'uomo dispone dell'altro uomo.... la democrazia si trasforma in tirannia....
Mons. Scola, nel volume "Il valore dell'uomo", scrive:
"La morte è incatturabile, non è un evento puramente biologico; in questo senso non è sulla stessa linea di qualunque morbo, di qualunque forma di malattia.
Come la vita mette in campo altro rispetto al puro bios, così accade per la morte.
Nella morte ricompare imponente l'altro.
L'Altro che troviamo all'origine della vita come al suo termine, nella morte, è l'Altro con la A maiuscola: colui che è alla radice di ogni vita e che accoglie ogni mortale.
Quindi qualunque cosa possa decidere questa società, non potrà sottrarmi l'esperienza irriducibile della morte come incontro con l'Altro, talmente irriducibile che non è a mia disposizione prima dell'atto del morire.
Credo che quando si parla di morte non abbia torto su questo punto quell'inquietante romanziere che è Michel Houllebecq, quando dice che la morte è come un rumore di fondo che accompagna ogni istante della nostra vita.
Non tutti gli uomini certo lo sentono con tanta chiarezza; ma io credo che chiunque, qualunque cosa teorizzi, sia che si accomodi nella finitudine, sia che si procuri la morte con il suicidio pensando di poterla dominare, sia che la viva nell'abbandono della fede, o che se la sente annunciare come imminente per una gravissima malattia che forse non pensava di avere- se lo porti dentro, questo rumore di fondo.
E questo rumore di fondo dice due cose: da una parte dice libertà come compito; dall'altra mendica qualcuno, una presenza che mi accolga".
Ecco: la morte è come un rumore di fondo.
Vivo, ma so che dovrò morire.
Ogni giorno la mia vita mi ricorda anche la mia morte.
L'altro vive, ma so che prima o poi mi lascerà.
Ogni giorno la sua vita mi ricorda...la sua morte...
Se nego la presenza dell'Altro che mi accoglie ora, in questo istante e che mi accoglierà anche quando l'esistenza come attualmente la conosco finirà, allora posso anche impiegare la mia libertà nei confronti della vita nella maniera esatta.
Il mio compito sarà quello di TUTELARE la vita: si tratti della mia, di quella di chi mi sta vicino, di tutti gli esseri umani.
Mons. Scola prosegue così il discorso: "Credo che ricordarci la nostra condizione mortale sia benefico, come lo è accettare l'elemento del dolore, della sofferenza e del sacrificio.
Come l'uomo deve essere trattato come persona e non come semplice individuo, così la morte vada personalizzata".
Una morte "spersonalizzata" è una morte in cui nessuno considera le proprie "responsabilità" sulla morte altrui: non la si vede quando si uccide un malato terminale, non la si tiene in conto quando si abortisce un bambino, non la si personalizza quando si distrugge un embrione.
Invece c'è un coinvolgimento "personale" di ciascuno di noi che personalizza ogni morte: con il mio silenzio o con la mia presa di posizione posso "ripersonalizzare" la morte, farla uscire da quel suo essere diventato il meccanismo di spegnimento di un "individuo" (e non di una persona).
C'è un coinvolgimento personale quando vedo l'altro non come il nemico, l'ostacolo, il divieto alla mia esistenza, ma come un completamente, un opposto, un contatto.
Allora l'altro non è più individuo, ma persona e come tale entra in relazione con me.
Solo così la morte e la vita diventano, ritornano "personalizzate" e "personalizzanti".
Come è "personalizzata" e "personalizzante" la morte di Gesù Crocifisso: l'Altro che è PERSONA umana e divina, l'Altro che è venuto nel mondo per me, per entrare in contatto con me, per darmi accesso al "Suo Regno" , l'Altro che non mi pone l'ostacolo, il divieto, ma la ricchezza della vera libertà, l'unica capace di farmi comprendere come si vive....e come si muore.
Da che parte vogliamo stare?
Da quella dei crocifissori che hanno tentato di "spersonalizzare" il Cristo...o dalla parte di Dio, che mi riabilita nella mia dignità personale proprio dall'altro della Croce su cui muore?
Invece c'è un coinvolgimento "personale" di ciascuno di noi che personalizza ogni morte: con il mio silenzio o con la mia presa di posizione posso "ripersonalizzare" la morte, farla uscire da quel suo essere diventato il meccanismo di spegnimento di un "individuo" (e non di una persona).
C'è un coinvolgimento personale quando vedo l'altro non come il nemico, l'ostacolo, il divieto alla mia esistenza, ma come un completamente, un opposto, un contatto.
Allora l'altro non è più individuo, ma persona e come tale entra in relazione con me.
Solo così la morte e la vita diventano, ritornano "personalizzate" e "personalizzanti".
Come è "personalizzata" e "personalizzante" la morte di Gesù Crocifisso: l'Altro che è PERSONA umana e divina, l'Altro che è venuto nel mondo per me, per entrare in contatto con me, per darmi accesso al "Suo Regno" , l'Altro che non mi pone l'ostacolo, il divieto, ma la ricchezza della vera libertà, l'unica capace di farmi comprendere come si vive....e come si muore.
Da che parte vogliamo stare?
Da quella dei crocifissori che hanno tentato di "spersonalizzare" il Cristo...o dalla parte di Dio, che mi riabilita nella mia dignità personale proprio dall'altro della Croce su cui muore?
domenica 22 aprile 2012
"I SANTI AMANO PIU' DEI MONDANI" (San Pio da Pietrelcina): l'affettività nel percorso verso la santità
![]() |
| Ultima Cena- particolare- Ghirlandaio San Giovanni reclina il capo sul petto di Gesù |
![]() |
| Madonna con Bambino-particolare- Orazio Gentileschi Stupendo questo abbraccio tenerissimo fra Madre e Figlio e lo sguardo di Gesù su Maria! |
In un precedente post ho condiviso con voi alcune riflessioni sul capitolo 14 del Vangelo di Giovanni, relativamente alla Santa Trinità ed a quella stupenda espressione di Gesù :"Non vi lascerò orfani".
Invitandovi a rileggere quel testo, per collegare gli argomenti, ricordo soltanto che il punto di partenza di quella meditazione era il seguente: Gesù può utilizzare il termine "orfani", che evoca il rapporto genitori-figli più quello maestro-discepolo, perché in Lui noi abbiamo la possibilità di contemplare il volto amabile del Padre e dunque, vedendo il Cristo, possiamo vedere Dio Padre e rivolgerci a Lui con quelle parole che il Figlio stesso ci ha insegnato: ABBA', PADRE!
L'amore di Gesù verso i Suoi è come l'amore affettuoso, premuroso di un papà; l'esperienza della morte "fisica" del Signore è per i discepoli causa di strazio, ma anche lo stesso Gesù ne prova dispiacere....e si premura allora di consolarli, con questa meravigliosa promessa: "Non vi lascerò orfani, vi manderò il consolatore", cioè lo Spirito Santo, l'AMORE di Dio Padre e di Dio Figlio.
C'è un aspetto interessante in questa relazione trinitaria: Gesù "riflette" il Padre, perché è così puro, così immacolato, da consentirci di vedere in Lui la luce di Dio Padre, la luce infinitamente pura, abbagliante, che non ha eguali.
Si può portare un esempio che viene dalla natura e dalla scienza, per comprendere questo aspetto della divinità-umanità di Nostro Signore e della Trinità.
La neve è considerata da sempre simbolo della purezza, perché è bianchissima, così bianca che anche un piccolo punto nero, su di essa spicca subito.
La proprietà della neve è però anche un'altra: riflette la luce in maniera molto più "intensa" di altre superfici, tanto che chi va in montagna, deve usare degli occhiali da sole con una protezione molto più elevata, per evitare danni agli occhi.
Pensiamo allora a CHI è Gesù: l'Agnello IMMACOLATO,SENZA MACCHIA che quando si trasfigura davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni, si mostra nelle sue vesti bianchissime, tanto bianche -ci dice il Vangelo- che nessun lavandaio della terra potrebbe renderle tali.
L'Ostia è anch'Essa bianca: è di una purezza tale da riflettere perfettamente, completamente, intensamente, la Luce di Dio Padre.
Questo avviene a livello "soprannaturale", nel senso che noi -con gli occhi fisici- non possiamo contemplare questo miracolo...ma per fede crediamo in ciò che non constatiamo scientificamente.
Ecco perché il Padre può dire: "Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo". (Mt 17,5)
Gesù è Dio, ha quindi natura divina, ma come Seconda Persona della Trinità, "riflette" perfettamente la Prima: il Figlio "riflette" il Padre, ciascuna delle due Persone della Trinità mantiene la propria identità, ma al contempo "mostra" l'aspetto relazionale che le lega.
Sant'Anselmo d'Aosta utilizzerebbe il termine di "relazione di opposizione", per spiegare come le Persone della Trinità siano "uguali e distinte".
In questo aspetto della relazione trinitaria si inserisce un elemento nuovo "la predilezione".
In Matteo -nella vecchia versione del 1974- si legge "prediletto", termine che però gli studiosi ugualmente traducono anche con amato, caro.
Tuttavia, il concetto di predilezione torna utilissimo ai fini di questa riflessione.
Innanzitutto, il concetto di "predilezione" rimanda a due diversi significati, tratti anche dallo studio etimologico del verbo prediligere.
"PRE DILIGERE"
Pre=avanti
DILIGERE= amare
"IN PRINCIPIO ERA IL VERBO" (Gv 1,1) , ci rammenta San Giovanni.
Dunque, se Dio Padre esiste da sempre e se Dio Figlio parimenti esiste da sempre...ovvio che Dio Padre abbia amato fin dal principio Dio Figlio, prima che "storicamente" noi uomini, figli di Dio per adozione , venissimo al mondo; prima ancora della stessa Incarnazione del Verbo, il Figlio, nel seno del Padre, era amato...dall'Eternità!
Ma il verbo "prediligere" e l'aggettivo "prediletto" vanno anche ricollegati alla parola che segue, nel versetto del Vangelo di Matteo: COMPIACIUTO.
COMPIACERE:
dal latino "CUM" e "PLACERE" ,
piacere a più persone.
Ma il significato di compiacere è anche :
"Fare di buon grado la volontà altrui, fare quanto l'altro chiede".
In Gesù, Dio Padre trova il Suo compiacimento: si mostra agli altri, si mostra agli uomini attraverso il volto del Figlio, dunque si fa amare da più persone...si fa amare dalle Sue creature!
Ma, in Gesù che è Dio Figlio, Dio Padre trova il Suo compiacimento anche e soprattutto perché il Verbo Incarnato compie la Sua volontà.
Infatti, il Signore stesso dice :"Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato" (Gv 4,34).
Se, dunque, Dio ama con amore di predilezione il Verbo...non è solo perché entrambi esistono fin da sempre (quindi il Figlio esiste prima di tutti noi), non solo perché la natura stessa di Dio è Amore Trinitario...ma anche per i meriti di Gesù Cristo, che è l'Uomo-Dio che più ha amato il Padre!
C'è un aspetto interessante di questa relazione Padre-Figlio che si perpetua nella storia della spiritualità in maniera a volte evidente, molto bella.
Si può pensare all'amore di predilezione del Verbo nei confronti di Maria Santissima, che le litanie lauretane acclamano come "Specchio della santità divina".
Maria è la "prediletta" di Gesù, perché riflette come in uno specchio purissimo il Figlio, di cui si è fatta la prima e più perfetta imitatrice.
Una cosa simile si è spesso verificata anche in alcuni rapporti di direzione spirituale, basti pensare a San Francesco Saverio e Santa Francesca Chantal, a San Giovanni Bosco e San Domenico Savio, a San Claudio la Colombière e Santa Margherita Maria Alacoque, a San Pio da Pietrelcina e Cleonice Morcaldi.
In tutti questi casi, quello che si nota, è una perfetta assonanza fra direttore e diretto, ovvio, il direttore rimane sempre la guida, ma c'è una certa "affinità" di "spiritualità", di devozioni, un' intesa fra gli uni e gli altri.
Il diretto risponde pienamente alle direttive della guida spirituale, si lascia forgiare, e così, ecco che Santa Margherita Maria trova in San Claudio un altro innamorato del Cuore di Cristo ed in lui la guida ed il supporto concreto (oltre che spirituale) per attuare i piani di Gesù sulla diffusione dell devozione al Suo Cuore; Cleonice trova in Padre Pio un innamorato della Croce, e ne diventa, per certi versi, la confidente, il supporto nel momento delle prove più atroci, tanto che il Santo cappuccino la definì "il San Giovanni della mia Passione".
La comunanza di "devozione", di amore per un particolare aspetto della spiritualità cristologica o mariana (e la spiritualità mariana è sempre e comunque cristologica!) permette il pieno fiorire di questa "propensione" nel diretto; ma anche il padre spirituale trova rispondenza di affetto, a volte anche consolazioni in periodi di particolare prova....
Cleonice Morcaldi, ad esempio, veniva definita da Padre Pio come una sua "emanazione", per indicare che vi era una comunanza nel modo di intendere e vivere la vita spirituale e che la "figlia spirituale" aveva "assorbito" dal Padre questi elementi, che il Padre spirituale la "generava" in un certo senso, nel progresso spirituale; d'altro canto, la stessa Cleonice, oltre che obbedire al proprio Padre spirituale, gli manifestava anche un santo affetto, con modalità umanissime, come il bigliettino giornaliero che gli faceva recapitare da un compaesano.
Un mezzo modesto, semplice, ma molto caro al Padre, che in questo trovava anche un po' di conforto umano in mezzo alla fatica della sua missione ed alle molte prove patite.
Non sono mancati -e non mancano neanche oggi- i "detrattori" di queste modalità anche umanamente spirituali e spiritualmente umane di manifestare l'affetto fra persone che tendono ad una più alta perfezione cristiana.
Non c'è che da dire una cosa: chi si appiglia a questi elementi per screditare il cammino di santità di questi grandi testimoni della nostra fede non ha compreso nulla degli affetti vissuti fra gli uomini in Dio.
A quanti -preoccupati dall'affetto particolare che sentivano verso di lui- si rivolgevano a Padre Pio chiedendo se fosse un male, il cappuccino rispondeva dicendo che ci si deve staccare da chi allontana da Dio, non da chi ci avvicina a Lui!
E la "prova del nove" che suggeriva il Padre era questa: se la fedeltà al Vangelo, alla Chiesa, avrebbe superato eventuali (e ovviamente ipotetiche per assurdo!) richieste contrarie del Padre....non c'era da preoccuparsi. Padre Pio e l'affetto verso la sua persona e la sua spiritualità, diventavano un mezzo per arrivare a Dio, non per esserne allontanati!
D'altronde, pensiamo per un attimo a molte scene del Santo Vangelo: Gesù si è lasciato circondare da discepoli e da discepole.
Alcuni di loro hanno rivolto attenzioni tipicamente, squisitamente, umanamente affettuose nei Suoi confronti: la Maddalena cosparse di profumo i Suoi piedi; San Giovanni apostolo -nell'Ultima Cena- poggiò il capo sul Suo Cuore; il Signore stesso, a Simon Pietro, chiese: "MI AMI TU PIU' DI COSTORO"? (Gv 21,15)
Guardiamo poi a San Giuseppe e alla Vergine Maria, genitori di Gesù: quante modalità anche umane avranno trovato, i membri della Sacra Famiglia, per esprimere SANTAMENTE, TENERAMENTE, UMANAMENTE E PIENAMENTE, l'AFFETTO ANCHE SPIRITUALE che li legava!
Un affetto così santo e umano al contempo, che va oltre la morte: con quale delicatezza, con quale intensità la Vergine avrà ricevuto il Corpo senza vita del Figlio Suo, con quale materna dolcezza avrà pulito le Sue Piaghe!
La persona non è un corpo staccato dall'anima o viceversa: è interezza, totalità, integrazione.
Più si avanza nella vita spirituale, tanto più questa "completezza" della persona emerge e rende la persona stessa capace di vivere la spiritualità anche in una partecipazione intensa -MA SOBRIA, EQUILIBRATA, MISURATA- dei gesti di affetto "esterni".
La dimensione corporale non è più vista come fine a sé stessa, ma come frutto di questo amore sincero, PURO, SPIRITUALE, che nell'interiorità cresce di pari passo con la crescita dell'amore verso Dio.
Concludo con una frase che Padre Pio rivolgeva a Cleonice Morcaldi, che tutto dice senza bisogno di sprecare tante parole: "I SANTI AMANO PIU' DEI MONDANI"!
Meditando su queste parole, proviamo a vivere i nostri affetti ricordandoci di questa integrità anima-corpo, evitando di scantonare o verso un'eccessiva manifestazione affettiva fatta solo di esteriorità, o verso un'impropria "aridità" di gesti!
Pubblicato da
Maria R.
alle
05:00
Nessun commento:
Etichette:
Amicizia,
ASPIRARE ALLA SANTITA',
BIBBIA,
GESU',
PADRE PIO,
RIFLESSIONI SPIRITUALI
Iscriviti a:
Post (Atom)



