lunedì 29 gennaio 2018

Triduo a san Giovanni Bosco 2018 /2

COME UN FIORE PIANTATO
NELLO STESSO GIARDINO




La Famiglia Salesiana quest'anno è invitata a riflettere sul tema «Casa per molti, madre per tutti #nessuno escluso». È un argomento che riporta dritto al cuore dell'esperienza di don Bosco, che fin da giovanissimo sperimenta la necessità di contribuire a creare una Chiesa che abbia il sapore e l'aspetto di "famiglia": accogliente, educativa, ospitale. E don Bosco ha imparato, innanzitutto dalle persone che sono state accanto a lui, a creare "famiglia", ma anche dalle vicende della vita, che sempre più gli hanno fatto comprendere la necessità di creare un ambiente familiare per i suoi ragazzi.




PREGHIERA A SAN GIOVANNI BOSCO

O San Giovanni Bosco, padre e maestro della gioventù,
che tanto lavorasti per la salvezza delle anime,
sii nostra guida nel cercare il bene delle anime nostre
e la salvezza dei prossimo;
aiutaci a vincere le passioni e il rispetto umano;
insegnaci ad amare
 Gesù Sacramentato,
Maria Ausiliatrice
e il Papa;
e implora da Dio per noi una buona,
affinché possiamo raggiungerti in Paradiso. 

Amen.


C'è un momento, nella vita di don Bosco, che acquista un peso importante per la futura decisione del santo di creare un ambiente familiare per i suoi ragazzi. Lo descrive lo stesso Giovanni, nelle Memorie dell'oratorio. I fatti si svolgono dopo la morte di don Calosso, il prete che lo aveva accolto come un figlio e lo aveva aiutato negli studi. Un sacerdote anziano, che aveva in realtà pensato a provvedere a Giovanni anche qualora fosse venuto a mancare. Il ragazzo, però, non aveva voluto approfittare di questa situazione e, morto don Calosso, aveva rinunciato ai soldi, per darli ai legittimi eredi.  La perdita di questo amico e maestro era stata un duro colpo per Giovanni, che finalmente sembrava aver trovato qualcuno che si prendesse cura di lui nel momento del maggior bisogno, che avesse a cuore i suoi grandi sogni di ragazzo desideroso di farsi prete, di studiare e di progredire sulla via della santità. 
Don Bosco si fa triste, pensa che non riuscirà a tradurre in realtà la sua grande aspirazione. In questo momento, però, prende coscienza di un aspetto dell'essere prete che diventerà poi una delle pietre miliari del suo sistema preventivo: la capacità di essere amico dei giovani.
Scriverà nelle Memorie: «Mi preoccupava, intanto, il pensiero degli studi. Cosa fare per continuarli? C'erano molti bravi preti che lavoravano per il bene della gente, ma non riuscivo a diventare amico di nessuno. Mi capitava sovente di incontrare per strada il parroco e il viceparroco. Li salutavo da lontano, mi avvicinavo con gentilezza, ma loro ricambiavano soltanto il mio saluto, e continuavano la loro strada. Più volte, amareggiato fino alle lacrime, dicevo: 
- Se io fossi prete, non mi comporterei così. Cercherei di avvicinarmi ai ragazzi, darei loro buoni consigli, direi buone parole» [1].
In don Bosco sta nascendo l'idea di una relazione familiare che il sacerdote deve instaurare con i giovani. Un'idea che poi avrà modo di maturare nel corso del tempo e delle successive esperienze. Sarà questa idea che tornerà ad affacciarsi alla sua mente quando, ormai giovane prete, con don Cafasso visse l'esperienza delle visite ai carcerati, in cui erano detenuti molti ragazzi tra i 12 e i 18 anni, molti dei quali, una volta usciti, ritornavano a delinquere. Don Bosco scriverà: «Cercai di capire la causa, e conclusi che molti erano di nuovo arrestati perché si trovavano abbandonati a se stessi. Pensavo: "Questi ragazzi dovrebbero trovare fuori un amico che si prende cura di loro, li assiste, li istruisce, li conduce in chiesa nei giorni di festa. Allora forse non tornerebbero a rovinarsi, o almeno sarebbero ben pochi a tornare in prigione» [2].
Quando nascerà l'oratorio, tra le tante forme in cui questo clima familiare si svilupperà, ci sarà quello delle famose paroline all'orecchio. I ragazzi ne saranno entusiasti, perché questa piccola attenzione farà sentire ciascuno il preferito di don Bosco... oggi, probabilmente, useremmo l'espressione il cocco di papà. Don Bosco avrà tempo per tutti, parole per tutti, occhio vigile per tutti. Quel che conta, quello che don Bosco mette alla base della sua capacità di creare casa e famiglia è l'amore di amicizia, l'attuazione concreta del comando di Gesù: amare dell'amore più grande, dando la vita per i propri amici (cfr. Gv 15, 12-13). Solo offrendo del proprio è possibile essere accoglienti, disponibili, capaci di instaurare relazioni familiari. Solo comprendendo che dare all'altro non è rinunciare, ma condividere e, proprio per questo, moltiplicare, è possibile creare relazioni familiari, capaci di far crescere vicendevolmente, in un dare e ricevere circolare, dove, come in una legge matematica, chi dona non perde mai, anche quando non c'è immediato riscontro, risultato visibilmente tangibile, alla propria operazione d'amoreÈ tutta questione di quel I careMi importa (di te) che fa scattare l'apertura dell'altro se questi si accorge della sincerità delle nostre intenzioni: fare casa è essere amici delle persone con cui vogliamo creare famiglia, e farle sentire importanti per noi, degne del nostro tempo, del nostro interesse, dei nostri consigli. È far comprendere loro che nessuno è sprecato, che ciascuno ha del potenziale, dei talenti da mettere a frutto. I Salesiani sono nati assieme ai ragazzi dell'oratorio, non ciascuno singolarmente. Perché fare famiglia è, in un certo senso, nascere e portare frutto assieme, come fiori piantati nello stesso giardino.


[1] Giovanni Bosco, Memorie, trascrizione in lingua corrente a cura di Teresio Bosco, Elledici, 1986, p. 31).
[2] Ibidem, p. 103.

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