giovedì 31 marzo 2016

Pensieri per lo spirito


«PACE A VOI» (Lc 24,36)
Riposare in Dio




L'apparizione di Gesù nel Cenacolo, James Tissot


«Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!"».
(Lc 24,36)


DALLA PAURA ALLA PACE

Dopo la morte di Gesù i discepoli vivono "ancora" in un clima di paura. Per paura erano scappati quando il Maestro era stato catturato e poi crocifisso, e sempre per paura, dopo la sua morte, erano rimasti a porte chiuse nel Cenacolo, «per timore dei Giudei», come rendiconta Gv 20,19.
Eppure Cristo, già nel nel suo discorso di commiato, aveva detto: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Gli apostoli non avevano ancora compreso cosa fosse la "pace" secondo Gesù. Ancorati a un'idea umana, "troppo" umana di essa, non erano riusciti a rimanere accanto a Cristo nelle ore della sua Passione e poi, sconvolti dalla sua morte e impauriti dalle possibili reazioni della gente, si erano chiusi nel Cenacolo.
Con le sue apparizioni, Gesù viene a confermare il dono della pace che aveva già promesso durante la sua Ultima Cena: si presenta ai suoi nel segno della verità e della "presenza" che scioglie le catene di terrore, angoscia e panico che  imprigionano le creature.
Così, quasi come un ritornello che infonde tranquillità, Egli - il Risorto, il Vivente - ripete spesso ai suoi «Pace a voi».  

martedì 29 marzo 2016

Arte e fede /4


«IL FIGLIOL PRODIGO NELLA VITA MODERNA»
Il ciclo pittorico di James Tissot: «La partenza»


L'arte può parlare di misericordia all'uomo di oggi? Sì che può! Lo ha fatto per secoli e continua a farlo, a volte in maniera sorprendente, come accade nel ciclo «Il figliol prodigo nella vita moderna» realizzato da James Tissot tra il 1880 e il 1882. Il ciclo consta di quattro tele in cui il pittore affronta (quasi come se si trattasse di un film drammatico dai molti colpi di scena) la storia di questo giovane irruento e scapestrato, che decide di lasciare la casa e gli affetti, dopo aver preteso - e ottenuto - dal padre la "parte che gli spetta". L'intera serie è particolarissima, perché calata non ai tempi di Gesù, ma nel mondo "moderno" (l'ottocento contemporaneo al pittore) e questo consente una rilettura della parabola in termini di attualità, come se si trattasse (e si tratta!) di un "evergreen". 
Sul sito internet di Note di Pastorale Giovanile vi propongo un commento estetico-spirituale al terzo quadro del ciclo: «Il ritorno»
In attesa dell'ultima tela della serie... rimanete "sintonizzati"! 




«Il Figliol prodigo nella vita moderna», Il ritorno, James Tissot

domenica 27 marzo 2016

Spiritualità per il Giubileo /9


È RISORTO!




La risurrezione di Cristo, Carl Bloch



«Rimaniamo nell’atmosfera della gioia che nasce dalla consapevolezza che Cristo è veramente risorto. 
La dolorosa vicenda della Sua morte ci tocca, quando sperimentiamo il peccato. Tuttavia non ci rassegniamo alla diffidenza e alla disperazione, perché sappiamo che egli ha vinto il peccato e la morte. 
Ecco perché l’affidamento alla misericordia di Dio fa nascere in noi la gioia». 

(Benedetto XVI, Udienza Generale, 7 aprile 2010)

sabato 26 marzo 2016

Pensieri per lo spirito


IL SILENZIO DELL'ATTESA



Le due Marie guardano la tomba di Gesù, James Tissot

«Il Sabato santo è il giorno del silenzio di Dio. Deve essere un giorno di silenzio, e noi dobbiamo fare di tutto perché per noi sia proprio una giornata di silenzio, come è stato in quel tempo: il giorno del silenzio di Dio. 
Gesù deposto nel sepolcro condivide con tutta l’umanità il dramma della morte. 
È un silenzio che parla ed esprime l’amore come solidarietà con gli abbandonati da sempre, che il Figlio di Dio raggiunge colmando il vuoto che solo la misericordia infinita del Padre Dio può riempire. Dio tace, ma per amore. In questo giorno l’amore – quell’amore silenzioso – diventa attesa della vita nella risurrezione. 
Ci farà bene pensare al silenzio della Madonna, “la Credente”, che in silenzio era in attesa della Resurrezione. La Madonna dovrà essere l’icona, per noi, di quel Sabato Santo. Pensare tanto come la Madonna ha vissuto quel Sabato Santo; in attesa. È l’amore che non dubita, ma che spera nella parola del Signore, perché diventi manifesta e splendente il giorno di Pasqua».

(Francesco, Udienza Generale, 23 marzo 2016)

venerdì 25 marzo 2016

Spiritualità per il Giubileo /8


PASSIONE E MISERICORDIA



Crocifissione, Anton van Dyck



Credere nel Figlio crocifisso significa «vedere il Padre», significa credere che l'amore è presente nel mondo e che questo amore è più potente di ogni genere di male in cui l'uomo, L'umanità, il mondo sono coinvolti. Credere in tale amore significa credere nella misericordia. Questa infatti è la dimensione indispensabile dell'amore, è come il suo secondo nome e, al tempo stesso, è il modo specifico della sua rivelazione ed attuazione nei confronti della realtà del male che è nel mondo, che tocca e assedia l'uomo, che si insinua anche nel suo cuore e può farlo «perire nella Geenna».

(Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia, n. 7)



giovedì 24 marzo 2016

Pensieri per lo spirito


«LI AMÒ FINO ALLA FINE» (Gv 13,1)
I significati dell'"ora" dell'amore


La comunione degli Apostoli, James Tissot


«Sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine».
(Gv 13,1)


UNA PAROLA, MOLTI SIGNIFICATI

L'ora dell'amore

Nel capitolo 13, versetto 1 di Giovanni «compare due volte la parola “amare” legata con “la sua ora” e la sua ora è chiamata “amare sino alla fine”. Ma questa traduzione zoppica. “Amare fino alla fine” si dice in greco: agapan eìs telos. La parola telos significa: LA fine, cioè 'il traguardo', quello che in greco si dice anche eskaton e che in inglese si chiama the end; IL fine, che è un'altra cosa: in inglese target (bersaglio). Allora “li amò sino alla fine” vuol dire che è arrivato fino alla fine, che ha perseverato e non si è stancato o vuol dire che li ha amati fino al culmine, fino al massimo possibile, che più di così non si può, quindi il fine?» [1]. 
Il discorso è realmente complesso, e accanto alle spiegazioni linguistiche ed esegetiche, si può accennare (indubbiamente) anche un discorso di tipo spirituale.

a) Un amore fino all'ultimo respiro

«Fino alla fine»:  «cioè: sino all'ultimo istante della sua vita» [2]. 
Cristo ama l'uomo fino alla fine in senso temporale: fino all'ultimo suo respiro. La vita di Gesù, in tal senso, è una "incessante cronologia d'amore". Una "storia" di vero amore.

b) Un amore che dà tutto

Ma questo amore è anche perfetto in un altro senso: dà tutto se stesso. Va fino in fondo, «fino alla fine», senza risparmiare niente, senza eludere fatiche, dolori, tormenti, neppure la morte.
«Fino alla fine»: «sino alla perfezione. La sua ora sarà un atto di supremo amore» [3].
La totalità dell'amore è qualcosa che coinvolge l'interezza di Gesù, la sua totalità di Uomo che ama con il cuore, con la mente e patendo nella propria carne fino a darla per la salvezza dell'umanità, ma non disgiunta dai sentimenti o dalla volontà. Gesù dà la Sua totalità per la salvezza dell'uomo. Gesù non sottrae niente di Sè alla sua donazione. «Su questa parola telos Gv fa un ricamo, un gioco di parole, proprio nel racconto della passione: (Gv 19,28-30) quando Gesù muore dice: "ho sete" (penultima parola) e quelli capiscono che aveva bisogno di essere sedato e allora gli danno una mistura di aceto e degli intrugli che ritenevano anestetizzanti; ma l'ultima parola che dice è tutto è compiuto", che può voler dire che tutto è finito o che tutto è giunto al suo
coronamento. In greco dice tetelesthai, dalla radice telos.
Dunque "tutto è compiuto" significa: questo è il telos. Quale? Quello di cui parla in
13,1. Ecco il parallelismo tra 13,1 e 19,30 che ne fa da contrappunto e lo spiega
inequivocabilmente: li amò fino al massimo possibile fino al culmine, al non poter

dare di più» [4].

c) Un amore per tutti gli uomini

«Li amò sino al fine. L'amor suo non ha avuto confini: tutti vi sono stati compresi, e tutti possono approfittarne» [5]. La donazione di Gesù ha una valenza "universale",  è un amore "fino all'ultimo essere umano», un amore capace di travalicare il tempo e la storia. L'offerta di Cristo ha abbracciato l'uomo al di là della sua epoca, del suo "momento" storico. Ha abbracciato i giusti venuti prima di Lui, ha abbracciato gli uomini che sarebbero venuti dopo di Lui, offrendo al Padre il prezzo del riscatto dell'umanità intera. L'uomo non ha che da accogliere Gesù nella propria vita, per "approfittare" di questo suo amore che è stato «fino alla fine». 

d) Un amore che "atttira"

«Cristo stesso è il fine: non in senso di arresto ma di compimento: fine in senso di meta, non in senso di morte. E così Cristo, che si è immolato, è la nostra Pasqua, perché in lui si compie il nostro "passaggio".  Dunque, sapendo Gesù che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Sì, li amò perché anch'essi, da questo mondo dove si trovavano, passassero, in virtù del suo amore, al loro Capo che da qui era passato. Che significa infatti sino alla fine se non fino a Cristo? Cristo - dice l'Apostolo - è il fine di tutta la legge, a giustizia di ognuno che crede (Rm 10, 4). Cristo è il fine che perfeziona, non la fine che consuma; è il fine che dobbiamo raggiungere, non la fine che corrisponde alla morte. E' in questo senso che bisogna intendere l'affermazione dell'Apostolo: La nostra Pasqua è Cristo che è stato immolato (1 Cor 5, 7). Egli è il nostro fine, e in lui si compie il nostro passaggio» [6]. 
Nel darsi «fino alla fine», innalzato sulla Croce, Gesù vuole attirare tutti a Sè (cfr. Gv 12,32), condurre gli uomini alla piena comunione con Lui: « la croce è il culmine, il telos dell'agape e in questo senso è innalzamento» [7].


e) Un amore che si rende sempre "presente"

La comunione dell'uomo con Gesù sarà piena e definitiva solo in Cielo. Tuttavia,essa si realizza già sulla terra, nella Santa Eucaristia. In tal modo si sottolinea il legame tra l'istituzione dell'Eucaristia in cui già Gesù si dona totalmente (anticipando escatologicamente il dono della sua morte e risurrezione), e il Sacrificio cruento che si compie sulla Croce. «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20) dirà Cristo, prima di ascendere al Cielo. Questa Sua presenza è principalmente la presenza Eucaristica. La donazione di Cristo «fino alla fine» è  una donazione che "permane" nella storia, accanto all'uomo. Gesù è ancora il samaritano, il cireneo, il prossimo di chi si lascia avvicinare da Lui. Gesù cammina con l'uomo, lo accompagna, lo guida, lo consiglia, lo illumina, lo sostiene.

e) Un amore eterno

«Questa frase del Vangelo può anche essere interpretata in senso umano, nel senso cioè che Cristo amò i suoi fino alla morte, credendo che questo sia il significato dell'espressione: li amò sino alla fine. Questa è un'opinione umana, non divina: non si può dire infatti che ci amò solo fino a questo punto colui che ci ama sempre e senza fine. Lungi da noi pensare che con la morte abbia finito di amarci colui che non è finito con la morte. Se perfino quel ricco superbo ed empio anche dopo la morte continuò ad amare i suoi cinque fratelli (cf. Lc 16, 27-28), si potrà pensare che Cristo ci abbia amato soltanto fino alla morte? No, o carissimi, non sarebbe, col suo amore, arrivato fino alla morte, se poi con la morte fosse finito il suo amore per noi» [8].
Si passa adesso da una dimensione umana e terrena a una dimensione totalmente soprannaturale, impensabile per l'uomo, ma possibile per colui che è Dio.
L'amore «fino alla fine» di Cristo è un amore eterno, che non avrà mai fine. Ciò che per l'uomo è un limite temporale (il bisogno di catalogare ogni evento in termini di "tempo), non esiste agli occhi di Dio. Dio è eterno, non "calcola" lo scorrere degli eventi alla maniera umana. Mentre per un uomo dire «fino alla fine» significherebbe scandire secoli, anni, ore, minuti e secondi, il «fino alla fine» di Dio è un per sempre.
«Egli dà il cibo a ogni vivente, perché il suo amore è per sempre», canta il Salmo 136, 25. Questo cibo è proprio Cristo, che invita a l'uomo a procurarsi «non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna»  e che Egli stesso dà (cfr. Gv 6,27). Il “cibo che non perisce” è la persona stessa di Gesù» [9], quel Gesù morto e risorto per amore, con cui l'uomo abiterà per sempre nella Gerusalemme Celeste.


NOTE 

[1] Opera giovannea. La teologia dell'agape eis telos, Sito Internet del Monastero Santa Maria Maddalena.

[2] Mario Galizzi, Vangelo secondo Giovanni. Commento esegetico-spirituale, Elledici, 2001, p. 233.

[3] Ibidem.

[4] Opera giovannea. La teologia dell'agape eis telos, Sito Internet del Monastero Santa Maria Maddalena.

[5] Raccolta di discorsi intorno al Sacramento dell'Eucaristia ed al Sacrifizio della Messa dei più celebri autori italiani e francesi, Vol. 2,  Snt.

[6] Sant'Agostino, Omelia 55, 2, Sito Internet dell'Opera Omnia di S. Agostino.

[7] Opera giovannea. La teologia dell'agape eis telos, Sito Internet del Monastero Santa Maria Maddalena.

[8] Ibidem.

[9] Chiara Lubich, «Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà» (Gv 6,27), Sito Internet del Movimento dei Focolari della Sardegna.

mercoledì 23 marzo 2016

Pensieri per lo spirito


ASCOLTARE DIO PER ASCOLTARE L'UOMO
Imitare Cristo nell'obbedienza, per misericordiare* il fratello


Cristo - il Servo di Jahvè - è un Uomo - ma anche un Figlio - capace di "ascoltare" ogni giorno, momento per momento (ossia sempre) la voce del Padre. Da questo ascolto e dall'obbedienza alla volontà paterna nasce, in Gesù, la capacità di farsi prossimo, cireneo, samaritano dell'essere umano. La Parola Incarnata, così, diviene parola che soccorre gli sfiduciati di ogni tempo.



Salita al Calvario, Giotto


«Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, 
perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. 
Ogni mattina fa attento il mio orecchio 
perché io ascolti come i discepoli.
Il Signore Dio mi ha aperto l'orecchio 
e io non ho opposto resistenza, 
non mi sono tirato indietro». 
(Is 50, 4-5)


UNA PAROLA DI FIDUCIA E DI SPERANZA

Il "Terzo canto del Servo" - nel libro del profeta Isaia - è totalmente applicabile a  Gesù, che dunque viene descritto come uomo mite e mansueto che non ha rifiutato di presentare il «dorso ai» suoi «flagellatori, le guance» a quanti gli hanno strappato «la barba», e che non ha sottratto «la faccia agli insulti e agli sputi» ( Is 50,6).
Nel testo in ebraico il verbo che l'italiano riporta come «indirizzare» è in realtà il verbo «aiutare». Si legge infatti: «per aiutare (lo) stanco (con una) parola» [1].
Questa differenza linguistica mette maggiormente in evidenza il "ruolo" della parola, la sua potenza, la sua capacità, per così dire, di guarigione. La parola è capace di "giovare" (aiutare deriva, in sintesi, da ad e iuvare, "giovare a") all'uomo, di recargli un qualche sollievo. La parola di Gesù diventa, quindi, una parola che viene a prestare soccorso a quanti vivono un momento di smarrimento, di sfiducia, di stanchezza.
Sembra riecheggiare Is 35,4: 
«Dite agli smarriti di cuore:
"Coraggio, non temete!».
Il messaggio che Cristo è venuto a portare con la sua incarnazione è esattamente questo: Dio è venuto a salvarci (cfr. Is 35,4). Di cosa c'è da avere paura? Dio si è fatto uomo per l'uomo. Dio si è fatto crocifiggere per redimere l'umanità.
Il Verbo -  la Parola del Padre - proclama con tutta la sua esistenza umana, e con la sua risurrezione, questo messaggio. Il messaggio per chi si sente stanco, sfiduciato. Il messaggio per chi vive nel timore di una vita chiusa, insoddisfacente, senza prospettive; il messaggio per chi non vede altro "oltre" la materialità dell'esistenza; il messaggio per chi non trova aiuto negli altri uomini.

Ascoltare, prima di parlare

Il "Terzo canto del Servo" sottolinea  il sentimento della fortezza, della sicurezza che anima il Servo di Jahvè. È ciò che accade a Gesù, sostenuto dalla presenza amorosa del Padre:
«Il Signore Dio mi assiste,
per questo non resto svergognato,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare confuso.
È vicino chi mi rende giustizia» (Is 50, 7-8).
Cristo ha vissuto in prima persona le esperienze  umane in cui ci si potrebbe lasciare andare allo scoraggiamento, alla sfiducia. La sua vittoria, però, è derivata dalla sua capacità di aver saputo "ascoltare" la volontà del Padre. Ecco perché, anche quando sulla Croce ha affrontato l'abbandono apparente, Gesù ha continuato ad affidarsi - generosamente - proprio a Dio Padre. L'obbedienza e l'ascolto vanno di pari passo. Già l'etimologia stessa lo sottolinea: «il verbo "obbedire" è imparentato con il verbo "ascoltare". Questo vale in italiano, che deriva dal latino, in greco, ma anche in ebraico e in arabo. Addirittura in ebraico, in assenza di una radice propria, per esprimere l’obbedire (oltre al semplice verbo "ascoltare") si usa un sintagma che, tradotto letteralmente, significa "ascoltare nella voce". L’obbedienza, quindi, è un ascolto che si fa azione e una azione condotta "stando nella parola" ascoltata, tenendola nel cuore, continuando ad ascoltarla, ritrovandone in ogni momento la freschezza e l’attualità, la saldezza e la sicurezza…» [2].
Quell'obbedienza che san Paolo elogia proprio in Cristo, e che è talmente tanto intensa da farlo arrivare fino all'obbedienza più drammatica - la morte di Croce - (cfr. Fil 2,8), viene enucleata anche da Isaia, nel "Terzo canto del Servo":  
«Ogni mattina fa attento il mio orecchio 
perché io ascolti come i discepoli.
Il Signore Dio mi ha aperto l'orecchio 
e io non ho opposto resistenza, 
non mi sono tirato indietro» (Is 50,4-5).
L'obbedienza di Cristo nasce dall'ascolto della "voce", della volontà del Padre.
Proprio perché, dunque, Egli rimane in questa volontà, Gesù si rende capace di «indirizzare» la sua parola agli sfiduciati di ogni tempo. L'agire storico e salvifico di Cristo non è dettato dal sentimentalismo del momento; non si tratta di un messaggio contingente, modificabile, ma eterno. La volontà di Dio, infatti, è immutabile, ed è una volontà "per", a favore della vita, della salvezza, dell'amore. La possibilità - per Gesù - di essere cireneo, samaritano, prossimo dell'uomo, trova proprio in questo la sua spiegazione e la sua sorgente. Gesù rimane nel Padre, come il Padre è in Lui (cfr. Gv 14,20). La parola del Cristo Uomo è dunque parola del Verbo che è in comunione, in "simbiosi", in armonia perfetta con il Padre. 

Ascoltare Dio per ascoltare l'uomo

Se si vuole imitare Gesù è necessario imparare da Lui. Il Servo di Jahvè si è reso «ogni mattina» (Is 50,4) disponibile all'ascolto, cioè, ha saputo mantenere viva la capacità di ascoltare la voce del Padre, ma anche di permanervi e di attuarla, di renderla concreta. Il credente è invitato a fare altrettanto. Ascoltare ogni giorno Dio, per poter fare ogni giorno la sua volontà, momento per momento; ascoltare per agire; ascoltare per comunicare quella stessa parola che dà forza, coraggio, speranza, che comunica amore e fiducia.
Questo ascolto può avvenire nella Liturgia, nei Sacramenti, nella meditazione sulla Sacra Scrittura, nella preghiera, e deve poi tradursi nella capacità di ascoltare il fratello che si incontra nel quotidiano.
Dio desidera la salvezza dell'uomo, e questa salvezza passa attraverso dei gesti di amore, che testimonino la concretezza, la solidità di questo Suo desiderio, che ne siano espressione.

Ascoltare per misericordiare *

Chi ascolta Dio ascolta il suo "cuore". In tal modo si diventa capaci di gesti di vera misericordia. L'uomo sarà allora in grado di riconoscere lo sfiduciato che incontra lungo il suo cammino. Quello a cui rivolgere una parola di consolazione o di incoraggiamento; quello verso cui tendere la mano per una carezza e quello a cui fare compagnia; quello con cui pregare e quello per cui pregare. Ma anche quello da attendere, e quello da riabbracciare perdonando; quello seguire da lontano e quello a cui insegnare da vicino.
La misericordia umana sarà la capacità dell'uomo di com-patire come Cristo ha compatito, vivendo "visceralmente" i dolori e i bisogni degli uomini da salvare; sarà la capacità di farsi cirenei di quanti portano una croce di sofferenza; samaritani del fratello che le vicende della vita hanno lasciato mezzo morto, sul ciglio di una strada; prossimo di colui che versa nel bisogno morale, psicologico, materiale.
Ma non va dimenticato che per "fare" la misericordia, occorre prima - come non manca di ripetere papa Francesco - lasciarsi "misericordiare". Ascoltare, cioè, quella voce di Dio  che parla da "Cuore a cuore", trasmettendo a ogni creatura quella parola d'amore e di salvezza, che nel suo Figlio si è resa visibile.


NOTE

Neologismo coniato da papa Francesco.

[1] Roberto Reggi (a cura), Profeti, Traduzione Interlineare Italiana, Edb, 2011, p. 111.

[2] Laura Invernizzi, Obbedienza e ascolto, Sito Internet delle Ausiliarie Diocesane.




martedì 22 marzo 2016

Pensieri per lo spirito


LA CROCE, UN PRINCIPIO DI SOLIDARIETÀ
La salvezza dell'uomo per i meriti dell'Uomo-Dio"


La Croce diventa espressione di un principio di solidarietà con cui Dio manifesta il suo essersi fatto "solidale" con l'uomo, ma anche capace di pagare "in solido" - ossia in pienezza, integralmente - il debito sconfinato (e impagabile) che l'umanità aveva contratto con Lui.



Salita al Calvario, Giotto


«Ecco Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio». 
(2 Cor 5,21)


DUE NATURE, UNA SOLA PERSONA

«Un solo e medesimo Cristo, Signore, Figlio unigenito, che noi dobbiamo riconoscere in due nature, senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione. La differenza delle nature non è affatto negata dalla loro unione, ma piuttosto le proprietà di ciascuna sono salvaguardate e riunite in una sola persona e una sola ipostasi» [1]. Così il Concilio di Calcedonia, nel 451, rispondeva all'eresia dei monofisiti, che consideravano come "annullata" in Cristo la natura umana.
Il Cristo Uomo è unito ipostaticamente al Cristo Dio, e così si rende possibile soddisfare quella giustizia divina che nessun essere umano avrebbe mai potuto ripagare delle offese di tutta la storia e di tutti i tempi. Queste due nature  unite in una sola persona, quella di Gesù, rendono attuabile a favore dell'umanità il beneficio più grande mai immaginabile, dopo la sua creazione a opera di Dio: la redenzione.

Una salvezza che lascia liberi

La salvezza operata da Dio per mezzo della morte e risurrezione di Cristo è una salvezza perfetta, in quanto il sacrificio di Cristo è il sacrificio perfetto, perché Egli è perfetta vittima, perfetto sacerdote, perfetto altare.
Ciò nonostante, questa perfezione del sacrificio redentivo non libera l'uomo dalla fatica della lotta contro il peccato, o dalla possibilità - per lui nefasta - della caduta anche mortale, né lo dispensa dalle tentazioni o dalla libertà di scelta.
La salvezza operata in e per mezzo Cristo è infatti una salvezza operata "con" Cristo: l'uomo, cioè, viene rimesso in condizione di potersi rialzare "con", assieme a Cristo - che si è fatto samaritano della creatura -  dallo stato di estrema lontananza da Dio in cui era caduto, ma questo non spezza quella legge di vero amore che Dio stesso aveva disposto fin dall'inizio, ossia, la libertà umana.
Salvezza deriva da  salvus - salus: salute. Ora, chi riacquista la salute non è immunizzato dalle malattie. Ma, si presume che, avendo conosciuto lo stato di infermità, sappia come proteggersi dalle ricadute ed, eventualmente, cosa fare in caso di nuova indisposizione. Rimane libero di scegliere se esporsi al pericolo di nuovi malanni o se proteggersi, per continuare a godere del proprio benessere.
Così è della salvezza perfetta operata per mezzo del sacrificio di Cristo. La perfezione sta nell'amore. E l'amore lascia libertà, non costringe nessuno ad amare, semplicemente, rimette nella possibilità di operare la scelta.
Così Dio dimostra il proprio amore nel fatto che, nonostante le numerose infedeltà, dell'uomo, Egli continua ad attenderlo, a offrire la possibilità di riprendere il dialogo con Lui.
Tutto il mistero della vita terrena di Gesù - dunque, anche e soprattutto quello della Croce -  è attraversato da questo dono della libertà:
«Nel mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio» - disse papa Francesco - «c’è un aspetto legato alla libertà umana, alla libertà di ciascuno di noi. Infatti, il Verbo di Dio pianta la sua tenda tra noi, peccatori e bisognosi di misericordia. E tutti noi dovremmo affrettarci a ricevere la grazia che Egli ci offre. Invece, continua il Vangelo di san Giovanni, “i suoi non lo hanno accolto” (v. 11). Anche noi tante volte lo rifiutiamo, preferiamo rimanere nella chiusura dei nostri errori e nell’angoscia dei nostri peccati. Ma Gesù non desiste e non smette di offrire se stesso e la sua grazia che ci salva! Gesù è paziente, Gesù sa aspettare, ci aspetta sempre» [2].

LA CROCE, UN PRINCIPIO DI SOLIDARIETÀ

Di principio di solidarietà si parla soprattutto a livello giuridico. Nel diritto dell'Unione Europa, esso prevede una sorta di "collaborazione solidale" degli Stati membri, a favore di quello Stato che chieda assistenza in determinate situazioni di particolare gravità. La Croce di Cristo è - metaforicamente parlando -  il soccorso solidale di Dio all'uomo. Un soccorso che è reso speciale dal fatto che Cristo non sia semplicemente un essere umano, ma anche Dio, anche e soprattutto il Verbo del Padre, il Figlio Unigenito di Dio.
La scena di Simone di Cirene che sale il Calvario seguendo Gesù, e portando la Croce destinata a Cristo, è in realtà ribaltabile, per certi versi: è Gesù che porta la croce dell'uomo, del peccato dell'uomo di ogni tempo; è però sempre Lui ad andare avanti, a precedere l'uomo, per indicargli la via, per fargli strada nelle tenebre della tentazione, del peccato, della disperazione.
Dio si è fatto solidale con l'uomo.

Un Dio "solidale"

L'etimologia della parola solidarietà deriva dall'italiano solidario, variante di solidale.
Termini che hanno in comune l'origine dal latino solidus, cioè solido, robusto. Ma anche intero, pieno. Inoltre, il solidum fu anche una moneta dell'Impero romano, dal cui nome deriva l'attuale nostro "soldo".
Le questioni etimologiche aiutano a riflettere sulla "soliarietà" di Dio. Questa solidarietà, manifestatasi pienamente in Cristo, è una giustizia che si accompagna a una misericordia totale, completa, ma anche "solida". Dio non viene meno nella sua fedeltà. Il suo amore misericordioso abbraccia il tempo e la storia, trovando sempre il modo di intervenire per dare alla creatura la possibilità di rialzarsi. Così, Dio ha pagato "in solido" il debito dell'umanità, cioè per intero lo ha "assunto" su di Sé, nella persona di Gesù, che si è fatto "co-obbligato" di tutti.
Cristo ha liberamente accettato di essere la "moneta" con cui riscattare l'umanità, cosa san Paolo non esita a rimarcare, scrivendo ai Corinzi, e ricordando loro: «siete stati comprati a caro prezzo» (1 Cor 6,20).

Un Dio innamorato

Il mistero della Croce che Cristo porta "in solido" con l'umanità acquista una dirompente valenza d'amore, agli occhi di Dio Padre.
Diceva papa Francesco che «Gesù, quando ritorna al Cielo, porta al Padre un regalo. Le sue piaghe. Il suo corpo è bellissimo, senza lividi, senza le ferite della flagellazione, ma conserva le piaghe. Quando ritorna dal Padre gli mostra le piaghe e gli dice: “Guarda Padre, questo è il prezzo del perdono che tu dai”. Quando il Padre guarda le piaghe di Gesù ci perdona sempre, non perché noi siamo buoni, ma perché Gesù ha pagato per noi. Guardando le piaghe di Gesù, il Padre diventa più misericordioso. Questo è il grande lavoro di Gesù oggi in Cielo: fare vedere al Padre il prezzo del perdono, le sue piaghe. È una cosa bella questa che ci spinge a non avere paura di chiedere perdono; il Padre sempre perdona, perché guarda le piaghe di Gesù, guarda il nostro peccato e lo perdona» [3].
Ecco il "perché" e il "come" della solidarietà di Dio: se Dio guardasse solo alla miseria dell'uomo, al suo peccato, alla sua cattiveria e incostanza, l'ago della bilancia penderebbe dal lato della giustizia. Il Salmista, infatti, così afferma: 
«Certo, l'uomo non può riscattare se stesso
né pagare a Dio il proprio prezzo.
Troppo caro sarebbe il riscatto di una vita:
non sarà mai sufficiente
per vivere senza fine
e non vedere la fossa»
(Sal 49, 8-10).
La solidarietà di Dio si esprime allora come amore: ponendosi dinanzi al Padre per amore dell'uomo, Cristo - il Figlio amato - continua a ottenere misericordia per i peccati degli uomini.
La sua morte continua a rimanere la misteriosa moneta di scambio, con la quale Egli ha riscattato l'umanità. La sua solidarietà permane come simbolo del suo essersi fatto Cireneo di ogni uomo.


NOTE

[1] Concilio di Calcedonia, Symbolum: DS 301-302.

[2] Francesco, Angelus, 5 gennaio 2014.

[3] Francesco, Regina Coeli, 1 giugno 2014.

lunedì 21 marzo 2016

Pensieri per lo spirito


GIUSTIZIA E MISERICORDIA
La salvezza dell'uomo "integrale"


La Croce, ma ancor più il Cristo Pasquale, rappresenta l'emblema della salvezza dell'uomo "integrale", fatto di una unità inscindibile di corpo e anima. L'armonizzazione che il Messia attua tra giustizia e misericordia mira allora proprio a questa redenzione "totale" dell'essere umano, come ben sottolinea anche il profeta Isaia.



Ingresso di Cristo a Gerusalemme, Hippolyte Flandrine (1842)


«Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. 
Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. 
Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità. 
Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, e le isole attendono il suo insegnamento». 
Così dice il Signore Dio, che crea i cieli e li dispiega, distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alla gente che la abita e l’alito a quanti camminano su di essa: 
«Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».
(Is 42,1-7)


DUE REALTÀ ARMONIZZATE IN CRISTO

In Cristo , redentore dell'umanità - giustizia e misericordia trovano la loro perfetta armonia. L'Eletto, il Figlio Unigenito, l'Unto del Signore viene a stabilire «il diritto sulla terra» (Is 42, 4) e a proclamarlo «con verità» (Is 42, 3).
Ma questa giustizia, annunciata senza mezze misure, senza stratagemmi, senza scorciatoie, è perfettamente accompagnata dalla misericordia, quella che rende possibile mantenere e rinsaldare l'Alleanza con l'uomo, nonostante il suo peccato, e guarirlo dalle sue ferite, sanando i ciechi, liberando i prigionieri e i reclusi (cfr. Is 42, 7).

La Passione come legame tra giustizia e misericordia

«Nella passione e morte di Cristo - nel fatto che il Padre non risparmiò il suo Figlio, ma "lo trattò da peccato in nostro favore" - si esprime la giustizia assoluta, perché Cristo subisce la passione e la croce a causa dei peccati dell'umanità. Ciò è addirittura una "sovrabbondanza" della giustizia, perché i peccati dell'uomo vengono «compensati» dal sacrificio dell'Uomo-Dio. Tuttavia, tale giustizia, che è propriamente giustizia "su misura" di Dio, nasce tutta dall'amore: dall'amore del Padre e del Figlio, e fruttifica tutta nell'amore. Proprio per questo la giustizia divina rivelata nella croce di Cristo è "su misura" di Dio, perché nasce dall'amore e nell'amore si compie, generando frutti di salvezza. La dimensione divina della redenzione non si attua soltanto nel far giustizia del peccato, ma nel restituire all'amore quella forza creativa nell'uomo, grazie alla quale egli ha nuovamente accesso alla pienezza di vita e di santità che proviene da Dio. In tal modo, la redenzione porta in sé la rivelazione della misericordia nella sua pienezza» [1].

Misericordia per l'uomo "integrale"

«La signoria di Dio si manifesta nella guarigione integrale dell'uomo. Con ciò Gesù vuole rivelare il volto del vero Dio, il Dio vicino, pieno di misericordia per ogni essere umano; il Dio che ci fa dono della vita in abbondanza, della sua stessa vita» [2]. 
Isaia sottolinea esattamente il fine divino della regalità di Cristo, il cui trono è la Croce: il linguaggio profetico è un linguaggio che parla usando termini che si rifanno alla corporeità dell'uomo, ma anche alla sua dimensione interiore, spirituale, psicologica. Così la cecità può essere intesa tanto in senso reale, quanto metaforico, come in effetti il profeta sembra voler dire, ripetendo due concetti apparentemente uguali, ossia fare «uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre» (Is 42, 7). La prima delle due espressioni sembra avere una connotazione maggiormente concreta, mentre la seconda ha una portata inequivocabilmente simbolica. La venuta di Gesù, dando attuazione reale alla profezia, manifesterà esattamente l'intento divino di una liberazione dell'uomo che, coniugando giustizia (= verità) e misericordia (= amore che si fa compassione), guardi alla persona nella sua totalità di corpo e di spirito.
D'altronde, il male che affligge l'essere umano - tanto nella carne quanto nell'anima - è un male che dipende sia dalla natura "carnale" di cui la creatura è fatta, sia dalla sua "devianza" da Dio, scaturita dal peccato originale. Ma il progetto iniziale dell'Altissimo era quello di un uomo integralmente sano, integralmente retto, puro, giusto e misericordioso.

Pienezza di vita

Così, la liberazione attuata dal Messia salvatore, dal Messia re (ma non re secondo i canoni umani) dovrà necessariamente ristabilire questa unità inscindibile di corpo e di spirito, recuperare la dimensione di "uomo nuovo" nella sua integrità.
In tal senso, Gesù affianca alle guarigioni degli ammalati, quelle degli indemoniati e dei peccatori come Zaccheo, Matteo, o come la Samaritana, l'Adultera e la Maddalena.
La  rivelazione della misericordia divina, che troverà il suo vertice nel Cristo pasquale [3] - morto e risorto -  proprio perché perché sarà anche vertice della giustizia divina, diventa allora fonte di vita per l'uomo: «Con ciò Gesù vuole rivelare il volto del vero Dio, il Dio vicino, pieno di misericordia per ogni essere umano; il Dio che ci fa dono della vita in abbondanza, della sua stessa vita. Il regno di Dio è pertanto la vita che si afferma sulla morte, la luce della verità che disperde le tenebre dell'ignoranza e della menzogna» [4].

IN CAMMINO VERSO LA PASQUA

Il credente non può incamminarsi verso la Pasqua scindendo l'anima dal corpo. D'altronde, le tre dimensioni che caratterizzano la Quaresima - richiamando l'impegno del fedele - sono quelle che coinvolgono entrambe le dimensioni: preghiera-carità-digiuno. Avvicinarsi all'evento più importante nella storia della salvezza richiede dunque un recupero dell'integrità umana. Il cristiano è cristiano "per intero", non a metà. In questo senso, l'anno liturgico non fa che ripetere quanto già il Natale mette in evidenza nelle prime tappe del percorso che, ogni anno, accompagna il fedele nel corso della storia: Dio si è fatto uomo, ha unito inscindibilmente l'umanità alla divinità, non ha disprezzato ciò che Egli stesso ha creato, ma anzi, attraverso l'Incarnazione e la Risurrezione, l'ha sublimato. Questa sublimazione è ciò che attende l'essere umano che verrà accolto nel regno dei beati, ma comincia già sulla terra, per chi sappia vivere in modo armonioso la relazione carne-spirito, a esempio del modello che Dio stesso ha dato, facendosi Egli uomo come noi.



NOTE

[1] Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia, n. 7.

[2] Benedetto XVI, Angelus, 27 gennaio 2008.

[3] Giovanni Paolo II scrisse nella Dives in Misericordia, n. 8 che «Il Cristo pasquale è l'incarnazione definitiva della misericordia, il suo segno vivente: storicosalvifìco ed insieme escatologico. Nel medesimo spirito, la liturgia del tempo pasquale pone sulle nostre labbra le parole del Salmo: Canterò in eterno le misericordie del Signore».

[4] Benedetto XVI, Ult. cit.