domenica 26 luglio 2015

«IL MIO MEZZOGIORNO ERA GIUNTO»

Lasciarsi saziare da Dio
- Fede e poesia: E. Dickinson -




Avevo avuto fame, tutti quegli Anni -
Il mio Mezzogiorno era Giunto - per pranzare -
Mi accostai tremante alla Tavola -
E sfiorai lo Strano Vino -
Era quello che avevo visto sulle Tavole -
Quando tornando, affamata, a Casa
Guardavo attraverso le Finestre, la Ricchezza
Che non speravo - per Me -
Non conoscevo quel copioso Pane -
Così diverso dalla Briciola
Che gli Uccelli ed io, avevamo spesso condiviso
Nella Sala da Pranzo - della Natura -
L'Abbondanza mi ferì - era così nuova -
Mi sentivo male - e strana -
Come una Bacca - di un Arbusto Montano -
Trapiantata - su una Strada -
Non avevo più fame - così scoprii
Che la Fame - è la condizione
Di persone Fuori dalle Finestre -
L'entrare - la rimuove - 

(Emily Dickinson)



La fede di Emily Dickinson è alquanto "peculiare": nella sua vita solitaria, che conduce dai trent'anni in poi, accompagnata da un rigetto verso la "ritualità" del cristianesimo, l'aspetto religioso è un leit-motiv spesso presente nei suoi versi.
Questo "sfondo", quasi musicale, alle sue liriche, è molte volte filtrato attraverso la simbologia tipica del pane e del vino, come nella poesia che vi presento oggi, XVII Domenica del T.O., Domenica della moltiplicazione del pane e dei pesci.

AVEVO AVUTO FAME E SETE
I versi iniziali ci rimandano alle Letture bibiliche di quest'oggi, centrate sul tema della "fame" che anima ogni uomo. Una fame simbolica, che dal bisogno di pane materiale, ci conduce a quello del Pane che non perisce, del Pane Eucaristico... di Dio stesso, fattosi Pane per noi. Una sete simbolica, non del vino che si guasta, ma del Vino buono, di Dio stesso, fattosi Vino per noi.
Nella Liturgia, è il Salmo a fare il punto della situazione, ponendosi come cerniera tra l'Antico e il Nuovo Testamento che la Liturgia della Parola ci presenta: "Apri la tua mano Signore, e sazia ogni vivente". Dio è l'unico che possa veramente saziare il bisogno della creatura.

SAZIARE
"Saziare" è molto più che "sfamare". Saziare non è solo e soltanto il dare qualcosa da mangiare. E' "colmare" tutta la fame, è abolire la presenza di ulteriori desideri. Quando siamo sazi non avvertiamo più il bisogno di altri cibi.
Colui che ci sazia vuole dirci che solo Lui può colmare le nostre vite.

"IL MIO MEZZOGIORNO ERA GIUNTO PER PRANZARE"
Il nostro "mezzogiorno", simbolicamente parlando, è Cristo, il sole che splende nell'alto del cielo, nel punto più alto e luminoso, facendoci luce e donandoci calore.
E' il nostro mezzogiorno anche perché Egli si è fatto Pane e Vino per noi, cibo e bevanda che donano la vita.
Il mezzogiorno è dunque un termine ambivalente: rimanda all'atto del nutrirsi, ma anche a quello del lasciarsi illuminare. Rimanda all'idea dell'Eucaristia che ci nutre, ma anche a quella della Parola che deve illuminarci, per orientarci nel nostro cammino, come fa il sole durante la giornata, ma specialmente a mezzogiorno; rimanda, ancora, all'idea dell'amore, perché il sole che ci avvolge è come un abbraccio amoroso della natura nei nostri confronti, attraverso cui la vita può svilupparsi sulla terra.

"NON SPERAVO, NON CONOSCEVO QUEL COPIOSO PANE, DIVERSO DALLA BRICIOLA"
Il Vangelo di oggi ci presenta la briciola e il pane copioso. Ci mostra come il "minimo" che noi uomini possiamo condividere (i cinque pani e i due pesci del ragazzo) possano diventare, tra le mani di Dio, un "molto"; un "per molti" ("erano circa cinquemila persone, senza contare le donne e i bambini").
L'Eucaristia è Gesù che si fa Pane nel nostro pane, nel prodotto delle nostre mani; che si fa Vino nel nostro vino, nel risultato del nostro lavoro.
Questo è il significato dei cinque pani e dei due pesci: dare il nostro "poco" a Gesù, perché Egli lo inglobi nel suo Tutto, e attraverso questo Tutto possa sfamare molte persone.

"L'ABBONDANZA DELLA NATURA"
C'è un'abbondanza della natura anche in noi: Gesù desidera che gli conduciamo noi stessi, per diventare anche noi, nella somiglianza a Lui, pane per gli altri.
Qui c'è il secondo significato dei cinque pani e dei due pesci: non solo il frutto del nostro lavoro, ma tutto ciò che siamo, che possediamo. Altrove, nella parabola dei talenti, Gesù ci rammenterà infatti che nessuno è privo di "ricchezze", ma che a tutti Dio ha donato delle qualità, delle bellezze, dei pregi. Elementi da non sotterrare, ma da mettere a frutto.
Il ragazzo del Vangelo mette a disposizione quanto ha. In realtà, non sta condividendo solo la materialità di quel poco cibo, ma sta donando molto di più: sta regalando la sua generosità, sta donando la propria disponibilità. Sta accettando di "mettersi in gioco".

"NON AVEVO PIU' FAME"
I versi che preparano la fine della poesia sembrano essere - a prima vista - contraddittori. Si entra nella sala da pranzo, ci si sente male, strani e poi non si ha più fame.
Quante volte Gesù paragona il Regno di Dio ad un banchetto, ad un invito a nozze!
Se si entra in una sala dalle mille ricchezze, il nostro cuore non può che farci riconoscere la nostra miseria, davanti a tanta magnificenza divina. Lo smarrimento del cuore è in realtà anche stupore, come quello che provarono i cinquemila uomini (e le donne e i bambini) davanti al miracolo straordinario della moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Entrare nella sala del banchetto è già sapere che saremo saziati alla mensa imbandita.
La "fame del cuore" si placa. Siamo arrivati al porto sospirato.

LA SCOPERTA PIU' IMPORTANTE
Le battute finali della lirica ci immettono nel mistero del Regno: scoprire che la fame è la condizione di quelli che restano fuori dalla sala del banchetto.
Possiamo guardare questi versi da un punto di vista attuale, ma anche escatologico.
A livello attuale siamo certi che prendere parte al banchetto Eucaristico sazia la nostra fame e la nostra sete, così come siamo sicuri che, nella prospettiva escatologica, solo il Paradiso, il Banchetto Eterno, sarà il compimento di ogni fame, l'essere per sempre continuamente saziati dalla contemplazione di Dio. E quelli che rimarranno a guardare "fuori dalla finestra" saranno gli eterni scontenti, gli eterni infelici. Come quanti, oggi, cercando di trovare pane per i loro denti e vino per le loro gole fuori da Dio, gettandosi nelle finte delizie del mondo. Quelle che oggi ci sono e domani si seccano; quelle che non spengono mai la sete, perché non sono sorgente di vita eterna.

mercoledì 22 luglio 2015

«PERCHE' BRAMO DIO»?

Il desiderio di Dio è condanna o salvezza?
- Fede e Poesia -





DANNAZIONE

Chiuso fra cose mortali
(Anche il cielo stellato finirà)
Perché bramo Dio?

(Giuseppe Ungaretti)



Ungaretti scrive questi versi nel 1916. Trascorreranno più di dieci anni prima del suo approdo definitivo alla fede cattolica (che avverrà nel 1928).
"Dannazione" è una poesia "sintomatica" di una creatura in ricerca, di un essere umano in lotta con le sue stesse contraddittorietà.
Potremmo definirla anche una poesia "in tono antinomico" con la Liturgia della Parola di oggi, memoria di S. Maria Maddalena. Le letture bibliche ci parlano, infatti, dell'anima alla ricerca di Dio, assetata del Signore, e la poesia si conclude con la domanda inquieta dell'uomo che cerca Dio, senza ancora averlo trovato e, proprio per questo, avviluppato come un Lacoonte tra le proprie apparenti "incoerenze".
Ritroviamo infatti, da un lato la "fede" nella materialità delle cose - caduche per loro stessa essenza - ("chiuso" - "cose mortali" - "finirà" sono i vocaboli che esprimono il senso del transitorio, del finito); dall'altro, ci imbattiamo nel desiderio inconscio, ma tenace, di ciò che è per sua natura immateriale e non adatto ad essere ricapitolato nei canoni della sola scienza o della sola ragione, ossia l'anelito a Dio ("Perché bramo Dio?").

"PERCHE' BRAMO DIO?": UN QUESITO DI PRIMARIA IMPORTANZA

Potremmo leggere la poesia partendo dal fondo.
Non ne risulterebbe affatto modificato il senso. La domanda di chiusura è in realtà la domanda di partenza, l'interrogativo che spinge, da secoli, milioni di creature a stravolgere le proprie convinzioni, a dare una svolta alla propria esistenza, a passare dall'ateismo convinto, o da altre religioni, alla fede nel Dio cattolico.
Il punto interrogativo è come una trivella che scava nell'animo umano e mira a scardinare le sicurezze razionali della persona. Perché si avverte il bisogno dell' "Altro da me"?

IL CIELO STELLATO FINIRA'
Il cielo stellato ci conduce ad un passo dei Salmi:
"Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, 
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l'uomo perché di lui ti ricordi, 
il figlio dell'uomo, perché te ne curi?"
(Sal 8, 4-5).
Il cielo è l'elemento della natura che maggiormente avvicina l'uomo al senso dell'infinito. Dà la percezione dell'incalcolabilmente lontano, dell'impensabilmente vasto, ma anche del misterioso, dell'invisibile. Il cielo è il luogo in cui si muove qualcosa che sfugge al completo controllo dell'uomo ed in cui egli sembra "affondare"; il cielo è come un variegato paesaggio di pianeti e di stelle, animati da legge fisiche che influenzano anche la stessa vita umana.
Se - dunque - il cielo che è simbolo di tutto questo - è destinato alla consumazione temporale, al pari di ogni altra cosa creata, esiste qualcosa di realmente infinito, splendente e misterioso, affascinante e distante, che possa saziare la sete di bellezza e di eternità che alberga nel cuore umano?

DANNAZIONE O SALVEZZA?
La domanda "Perché bramo Dio?" scaturisce dal dna umano. Il cuore umano è fatto per il Signore, ed è inquieto finché non lo trova. Così diceva Sant'Agostino.
Nella risposta al quesito si presenta all'uomo l'alternativa fra dannazione e salvezza.
Le "cose mortali", tra cui egli si sente "chiuso", possono diventare porta d'accesso ad una bellezza infinita, a tempo indeterminato: quella divina, di cui sono manifestazione e riflesso. Solo in quest'ottica l'uomo può superare il senso di contraddittorietà tra la sua sete di eternità e la caducità delle cose. Solo così può balzare oltre il senso di ribellione davanti all'incomprensibile, al non-scientifico e approdare alla fede. Solo gustando Dio attraverso le cose create, ma proprio concependole come "finite", la creatura può imparare a cercare Dio là dove Egli realmente è: nell'anima umana, nell'io più profondo dell'uomo. Con Sant'Agostino, l'anima che trova Dio può dire: Ti cercavo fuori di me, ma eri dentro di me.
Quando l'uomo approda alla visione delle cose non come "fine", ma quale "ponte" verso Dio, l'anima può uscire dallo stato di "dannazione" in cui essa si stessa si condanna nella sua mancata risposta al desiderio con Dio la chiama e giungere alla Bellezza che salva. 


"Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. 
 Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. 
 Lì ti cercavo. 
Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. 
 Eri con me, e non ero con te. 
 Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. 
 Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; 
 balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; 
 diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, 
gustai e ho fame e sete; 
 mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace".

 (Agostino, Confessioni,10, 27, 38)



domenica 19 luglio 2015

IL PASTORE E LE PECORE

Un viaggio attraverso l'etimologia della parola "pecora"
- Commento alla Parola di oggi -




"Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, 
e si mise a insegnare loro molte cose".


(Mc 6, 34)

L'etimologia della parola "pecora" ci aiuterà a meditare sulla Parola di oggi, in modo particolare sul tema del "pastore" e delle "pecore" che corre come un fil rouge per tutta la Liturgia di questa XVI Domenica del T.O.


LA PECORA
La parola "pecora" ci fa risalire alla radice "pac": "legare, unire" (la stessa radice di "pace, patto").
Può dirsi felice, una pecora "slegata" dal proprio pastore?
No, una pecora senza pastore è una pecora che non sa distinguere la destra dalla sinistra, è un animale che rischia di "sbandare", di non fare distinzione tra il pastore vero ed il "mercenario", il quale "non è pastore e al quale le pecore non appartengono". 
Il mercenario "vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore".  (Gv 10, 12-13) Gesù vuole impedire che le sue pecore vadano perdute.

IL GIOGO
Il significato profondo della parola "pecora" ci rimanda allora ad un altro passo evangelico, quello in cui Gesù parla facendo riferimento, ancora una volta, alle immagini agricole. Si tratta delle pericopi di Mt 11,28-30. "Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero»".
Giogo - è ancora una volta l'etimologia ad aiutarci" - ci riporta al mistero dell' "unire", del "congiungere". La parola contiene infatti la radice "jug", la stessa che ritroviamo anche in "coniuge", con riferimento, dunque, al mistero della sponsalità.
E' vero, il giogo ci fa pensare ai buoi, più che alle pecore, ma Gesù sfrutta questa immagine per il suo valore simbolico: la pecora deve rimanere unita al suo pastore, come i buoi sono legati tra loro dal giogo e così come i coniugi sono "uniti" assieme dal vincolo matrimoniale.

LE PECORE CONOSCONO IL PASTORE E IL PASTORE CONOSCE LE PECORE
La necessità dell' "unione" tra pecora e pastore è sottolineata dal verbo "conoscere" (e in secondo luogo da "ascoltare").
Nell'antifona al Vangelo Gesù dice che le sue pecore ascoltano la sua voce, e lo seguono; nel Vangelo di Giovanni, poi, leggiamo "Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore" (Gv 10,14-15).
Conoscere, nel linguaggio biblico, equivale ad amare: ecco il senso del "giogo". La pecora, unita al pastore, è come la sposa legata allo sposo. E' il mistero della Chiesa (di cui noi siamo membra) sposa di Cristo sposo, quel mistero che san Paolo, in Ef 5, 32, definisce "grande"!

IL PASTORE SPOSO E LE PECORE DOCILI
Il termine "pastore", che rimanda a "pascere", "nutrire", ci fa comprendere in cosa consista la donazione, l' "unione" sponsale che Cristo ha attuato nei nostri confronti.
Gesù ci ha dato la vita donandoci Sé Stesso. Ci ha lasciato Sé Stesso realmente presente in Corpo, Anima, Sangue e Divinità, nell'Eucaristia.
Le pecore possono mantenere l'unione sponsale attraverso la vita sacramentale che le congiunge totalmente allo Sposo, le fa una sola cosa con Lui (è l'unione "dei due" di cui parla san Paolo nella seconda Lettura di oggi!) e la coerenza al Vangelo, all'insegnamento dello Sposo (ecco il senso del versetto alleluiatico "Le mie pecore ascoltano la mia voce").

IL PATTO SPONSALE: LA FEDELTA'
Cominciavo questo commento sottolineando che la parola "pecora" ha la stessa radice di "patto, pace".
San Paolo parla infatti di pace nel brano tratto dagli Efesini che ascoltiamo quest'oggi, riferendosi all'armonia che Cristo ricrea tra "vicini e lontani"; il vincolo sponsale, poi, altro non è che un "patto" d'amore stretto tra due innamorati.
Se il legame tra pecora e Pastore è quello di un amore fedele, allora esso può durare e condurre la pecora a quell'ovile eterno, a quella "casa del Signore" dove potrà abitare "per lunghi giorni", come preghiamo oggi nel Salmo Responsoriale.
Noi oggi, alla luce della Risurrezione di Gesù, possiamo andare oltre: se la pecora segue il Pastore essa potrà dimorare per sempre nella casa di Dio.

venerdì 17 luglio 2015

BUONO COME IL PANE


Un viaggio attraverso l'etimologia del "pane"
- Riflessioni sulla Parola -




"In quel tempo, Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle. Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato». Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma ai soli sacerdoti. O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrifici”, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato»".



(Mt 12,1-8)

Il tema del Pane ci catapulta in un mistero, quello del Cuore di Carne di Gesù, che si è dato a noi come alimento di vita.
Il mistero del Cuore ci spinge poi al tema - altrettanto misterioso - della Misericordia di Dio, quella Misericordia che alberga nel Cuore di Dio, un Cuore vivo, palpitante, animato dal fuoco dello Spirito Santo.

IL PANE
Il pane viene richiamato espressamente - e meno espressamente - dal Vangelo di Matteo, quest'oggi propostoci dalla Liturgia della Parola.
Etimologicamente, il termine "pane" deriva dal latino "panem", affine al messapico "panos", che vuol dire "pane", ma anche "grano".
Come non pensare alla prima scena che l'Evangelista ci presenta, ossia quella dei discepoli che, passando tra le spighe e avendo fame, ne colgono e se ne nutrono?
Non a caso, la radice "pa" rimanda, per molti etimologisti, al sanscrito "nutrire".
Troviamo la completezza del significato in una parola sola: il grano che è il prodotto della terra da cui si produce il pane, quel pane che, sulla Mensa Eucaristica, si trasformerà in Pane di Vita.
Possiamo identificarci nei discepoli: anche noi, passando tra le spighe di grano, ovvero tra i frutti della terra e del nostro lavoro (come dice un noto canto d'offertorio), siamo chiamati a renderci conto di avere fame non di cose materiali, ma di Dio.

IL VINO
La radice "pa", cui siamo risaliti dalla parola "pane", rimanda anche al sanscrito "bere", dunque "bevanda".
Possiamo riagganciarci al mistero del Cuore, quel Cuore da cui sulla Croce fu versato per noi tutto il sangue salvifico, sparso per la remissione dei nostri peccati.
La Prima Lettura di oggi (Es 11, 10-12; 14) parla infatti dell'agnello con il cui sangue sarebbero state segnate le case del popolo ebreo, per preservarlo dal flagello che avrebbe colpito gli egiziani. Anche noi siamo stati "segnati" con il Sangue dell'Agnello Immolato, quello di Cristo Signore, prezzo del nostro riscatto, della nostra salvezza.




IL BUON PASTORE DAL CUORE BUONO
"Pa" è anche la radice di "pascere". E' il tema che sta ricorrendo spesso nella Parola di questi giorni: quello del Buon Pastore. Il Buon Pastore che dà la vita per le pecore, il Buon Pastore dal cuore umile, mite, misericordioso. Il Buon Pastore che "pasce" le sue pecorelle donando Sè Stesso: donandosi come Pane e come Vino.

BUONO COME IL PANE
E' l'espressione un po' "popolare" con cui definiamo qualcuno particolarmente "tenero" di cuore, buono di sentimenti, delicato nel dire e nel fare. Uno al quale possiamo dire di tutto, perché tanto buono è e buono rimane; quasi uno al quale possiamo "fare" di tutto, perché la bontà del suo cuore non viene intaccata. 
"Inconsapevolmente" (e forse neanche troppo...) l'uomo ha coniato un'espressione di grande valore, anzi, un'espressione che "valorizza il valore" del pane, lo eleva alla dignità di alimento buono per antonomasia, per eccellenza. L'espressione non dice semplicemente "tenero" o "sfamante", ma "buono" come il pane. Se ne viene sottolineata la bontà, a discapito di altre qualità, ci sarà pur un motivo... 

SOLO DIO E' BUONO
Non sono parole umane. Sono parole della Parola. Parole del Figlio di Dio, di Colui che è
una cosa sola col Padre, che lo conosce prima e meglio di chiunque altro al quale Egli lo voglia rivelare. Al notabile che lo interroga per sapere come ottenere la vita eterna, Gesù risponde: "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo" (Lc 18,19).
L'etimologia della parola "buono" è interessantissima; ci rimanda a "beo": rendo felice; per altri studiosi si ricollega a "ricco" e "splendore"; per altri ancora a "virtuoso" e "purificare".
Fermiamoci a pensare: Dio è... buono come il pane. Dio è il solo che ci rende felici, è l'unico "ricco di misericordia" (Ef 2,4), è il Puro che ci purifica.
Dio ha un cuore così tenero, così fremente di compassione (cfr. Benedetto XVI, Primi Vespri nella Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, 19 giugno 2009), da essersi fatto "Cuore eucaristico di pane" perché chiunque si nutra di Lui, abbia la vita eterna (cfr. Gv 6,54). Dio è veramente "un pezzo di Pane", come usiamo dire delle persone mansuete e indulgenti. Non a caso Gesù si è definito "mite e umile di cuore" (Mt 11,29).


LA MISERICORDIA DI DIO
"Misereo" e "cordis": "miseria" e "cuore". Sono le due parole che formano il vocabolo "misericordia". La miseria dell'uomo tocca il cuore di Dio.
C'è miseria maggiore di quella di un essere umano affamato e assetato, che cerca di soddisfare il proprio bisogno in alimenti effimeri, che periscono? 

E' allora dalla "misericordia" divina, da quel "Cuore di Dio che vede" le nostre miserie, che scaturisce il progetto della salvezza: il Pane ed il Sangue di vita sono la risposta misericordiosa di Dio alla miseria dell'essere umano.
Con le parole di Benedetto XVI possiamo affermare che "il programma del buon Samaritano, il programma di Gesù — è « un cuore che vede ». Questo cuore vede dove c'è bisogno di amore e agisce in modo conseguente" (Deus Caritas est, n.31).



IL NOSTRO AIUTO E' NEL NOME DEL SIGNORE
E' l'antifona del Salmo Responsoriale di martedì scorso.
Solo nel nome di Dio vi è salvezza, e il nome del Signore è "Gesù": "Dio salva".
Chiudiamo così il cerchio, quel cerchio iniziato con la fame dell'uomo, con la risposta "preventiva" di Dio che è venuto in suo soccorso, inviando il Figlio Unigenito che ci ha sfamati e dissetati... che ci sfama e ci disseta ancora.
Con le parole di un inno che la Liturgia delle Ore ci propone, possiamo allora prorompere in questa preghiera:
"Creati per la gloria del tuo nome, redenti dal tuo sangue sulla croce, segnati dal sigillo del tuo Spirito, noi t'invochiamo: salvaci, o Signore"!


IL NOME DI DIO
- testi di J. Ratzinger-Benedetto XVI e don Divo Barsotti -



«Dio ha un nome e chiama per nome. Egli è persona e cerca la persona. 
Ha un volto e cerca il nostro volto. Ha un cuore e cerca il nostro cuore. Nome significa possibilità di essere interpellati, significa comunione. Per questo motivo Cristo è il vero Mosè, il compimento ultimo della rivelazione del nome. Egli non porta un nome nuovo, ma fa di più: lui stesso è il volto di Dio, è il nome di Dio, la possibilità di invocare Dio come un Tu, come persona, come cuore. L’uomo che si apre all’amore, in questa presenza che continuamente lo circonda può scorgere il mistero cui aspira tutto il suo essere. Qui egli potrà cogliere il superamento della propria solitudine, che nessuna creatura umana riuscirà mai a eliminare e che costituisce comunque una vera e propria contraddizione per l’essere che tende al Tu, a essere con l’altro. In questa presenza misteriosa egli può trovare il fondamento di quella fiducia che gli consente di vivere. E’ questo il luogo in cui trovare risposta al problema di Dio. Essa dipende dal modo in cui l’uomo considera originariamente la propria vita: se vuole rimanere non-visto, se preferisce restare da solo – “Sarete come Dio!” – oppure se egli, nonostante le sue inadeguatezza, anzi proprio perché essere inadeguato, è invece riconoscente a Colui che riempie e sostiene tutte le sue solitudini. Le ragioni che sostengono l’una o l’altra scelta sono le peiù diverse. Dipende dalle esperienze di fondo che si fanno con il Tu: se in esso si scorge l’amore o, invece, una minaccia. E dipende anche dalla figura in cui Dio incontra l’uomo: se nelle vesti di un terribile sorvegliante che medita il momento della condanna, o come l’amore creatore che ci aspetta. Il Nome di Gesù, infatti, contiene la voce “YHWE” nella sua forma ebraica e vi aggiunge dell’altro: “Dio salva”. Io sono colui che sono, ora, a partire da Gesù, significa: Io sono colui che vi salva. Il suo essere è redenzione».
(J. Ratzinger – Benedetto XVI, 
Il Dio di Gesù Cristo, ed. Queriniana, 2011, pp.12-13; 19-20)

 «Le parole “Io sono” sono la definizione di Dio. E’ Dio davvero che si rivela e si comunica tutto alla povertà di una anima peccatrice che si è aperta ad accoglierlo. Che bellezza! Pensate un poco: per possedere Dio basta conoscersi peccatori! E’ una cosa semplice, no? Non cerchiamo di mascherare le nostre imperfezioni davanti al Signore. E’ proprio nell’essere quello che siamo, se ci conosciamo veramente nella sua luce, che anche conosceremo Lui come l’amore che pienamente si dà» .       
(Divo Barsotti, Gesù e la Samaritana, Esegesi spirituale sul capitolo IV del Vangelo di Giovanni, Società Editrice Fiorentina, 2006, p. 41)

mercoledì 15 luglio 2015

LA SAPIENZA DEI SANTI: UNA LAUREA «HONORIS CAUSA» IN TEOLOGIA

La sapienza che viene dall'Alto
- Riflessioni a margine del Vangelo di oggi -




In quel tempo, Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
(Mt 11,25-27)


PREGHIERA E TEOLOGIA

C'è una connessione tra preghiera e sapere che il Vangelo di oggi ci spinge a scandagliare.
Se intendiamo la preghiera come colloquio d'amore con Dio, allora possiamo dire che intessere un discorso da e fra innamorati equivale a "conoscersi". Ecco perché il Padre si rivela e lo fa per mezzo di Gesù.


Gesù, nostro unico intermediario nella preghiera
La nostra preghiera ha un unico e solo intermediario: Cristo, Verbo Incarnato. 
Ogni nostra orazione sale a Dio Padre in Lui e per mezzo dello Spirito. 
Attraverso Gesù, che prega in noi, con noi e per noi (il Padre Nostro da Lui recitato ne è un mirabile esempio!), riusciamo a cogliere qualcosa delle bellezze divine, che nel dialogo della preghiera ci vengono comunicate.

Teologo è chi sa pregare bene!
Evagrio Pontico scrisse nel suo libro "De Oratione": "Se sei teologo pregherai veramente, e se preghi veramente sei teologo".  
Torniamo così al punto di partenza: la teologia, etimologicamente, è il "discorso" su "Dio".
Nella preghiera "vera" (quella che si accompagna ad una vita di costante impegno ascetico) noi discorriamo con Dio e Dio discorre con noi di Sé Stesso, facendosi conoscere per mezzo dello Spirito Santo che ci illumina e che viene a noi da Gesù Cristo, fedele alla sua promessa di farci comprendere ogni cosa tramite il Paraclito (cfr. Gv 14,26).

Quale teologia? Per pochi o per tutti?
Il nesso tra preghiera e teologia non deve spingerci a ritenere che la sapienza di cui parla oggi Gesù nel Vangelo sia riservata a pochi.
La "sapienza" che viene da Dio si trova spesso nelle anime semplici, e la parabola del fariseo e del pubblicano in preghiera (cfr. Lc 18,9-14) ce ne offre un esempio mirabile.
Il primo si ritiene giusto e il suo atteggiamento fisico rivela questa sua convinzione: prega in piedi, avanzando dentro al Tempio, elencando una serie di presunte "opere buone e sante" e disprezzando il suo simile; il secondo rimane indietro, con gli occhi bassi, non enumera nessuna buona azione, ma semplicemente, con la vera sapienza del cuore, la sua preghiera si fa "teologica" e va al nucleo dell'essenza di Dio: l'Amore. Il pubblicano riconosce l'infinita miseria dell'uomo e la sconfinata misericordia dell'Altissimo, che, pur conoscendo i limiti della creatura, la ama e la vuole salvare.

La teologia dei santi
La teologia non è solamente quella che noi intendiamo come "scienza accademica". C'è anche una teologia più "feriale", quella che hanno ricevuto i santi (e santi privi di studi specialistici in materia!), e che Giovanni Paolo II definì nella Novo Millennio Ineunte (n. 27),  proprio come "la teologia vissuta dai santi", una teologia che, "accanto all'indagine teologica", può offrirci "un aiuto rilevante" e "indicazioni preziose che ci consentono di accogliere più facilmente l'intuizione della fede, e ciò in forza delle particolari luci che alcuni di essi hanno ricevuto dallo Spirito Santo".
Poiché tutti siamo chiamati alla santità, allora tutti possono accedere - impegnandosi nella vita cristiana - a questa "teologia" come conoscenza amorosa di Dio.
Insomma, tutti possiamo, in teoria, arrivare ad ottenere una "laurea honoris causa" in teologia...



Dal "De oratione" (60-89) di Evagrio Pontico:


Purità e visione di Dio
Se sei teologo pregherai veramente, e se preghi veramente sei teologo.  

Oltre le frontiere dell'impassibilità
Quando il tuo intelletto, nell'ardente desiderio di Dio, comincia poco alla volta come ad uscire dalla carne, e riesce a scacciare tutti i pensieri causati dai sensi o dalla memoria oppure dal temperamento, via via raggiungendo la pienezza della riverenza e della gioia, puoi allora ritenere di esserti avvicinato ai confini della preghiera. 

Compassione e soccorso dello Spirito Santo 
Lo Spirito Santo, che ha compassione della nostra debolezza, viene a visitarci pur se ancora non siamo purificati. Nel caso in cui trovi che il nostro intelletto lo prega anche soltanto col desiderio della verità, Egli viene su di esso e dissipa tutta la torma dei ragionamenti e dei pensieri che l'accerchia, volgendolo all'amore della preghiera spirituale.  

La scienza spirituale purificatrice 
Mentre gli altri fanno nascere nell'intelletto ragionamenti o pensieri o speculazioni per via dei mutamenti del corpo, Dio invece agisce al contrario: viene direttamente sull'intelletto per conferirgli - come a Lui piace - la scienza; e attraverso l'intelletto placa l'intemperanza del corpo. 

Sanità mentale 
Chi ama la vera preghiera, e però si abbandona alla collera o al rancore, non può non essere tocco nel cervello. E', infatti, simile ad uno che, per volere aguzzare la vista, strabuzza gli occhi.  

In cammino con Dio 
Se desideri pregare, non fare nulla di ciò che è in antitesi con la preghiera, perché Dio, accostandosi a te, si faccia tuo compagno di viaggio.  

Dio al di là di ogni forma 
Quando preghi, non raffigurarti il Divino dentro di te, e non permettere che qualche forma si imprima nel tuo intelletto; ma va', immateriale, incontro all'Immateriale, e comprenderai. 

Dio al di là di ogni quantità 
Sta' in guardia dai lacci degli avversari. Accade infatti che, mentre preghi con purità e senza agitazione, ti si presenti subito una forma, strana ed estranea per indurti alla presunzione di localizzare in essa il Divino: per farti credere che quel che all'improvviso ti è apparso nella quantità sia il Divino. Ma il Divino non ha né quantità né figura. 

Violenza del demonio all'equilibrio fisico 
Quando il demonio invidioso non riesce a sollecitare la memoria durante la preghiera, allora fa violenza alla costituzione del corpo, per provocare qualche strana fantasia nell'intelletto e dargli, così, una forma. Questo, abituato com'è ai pensieri, facilmente cede: invece di tendere alla scienza immateriale e senza forma, si lascia ingannare prendendo fumo per luce.  

Al posto di guardia 
Sta' al tuo posto di guardia, custodendo il tuo intelletto dai pensieri nel tempo della preghierasì che esso resti nella tranquillità che gli è propria, perché Colui che ha compassione degli ignoranti venga a visitare anche te: allora riceverai un dono di preghiera davvero glorioso.  

Soppressione dei pensieri 
La tua preghiera non potrà essere pura se ti lasci coinvolgere da faccende materiali e turbare da continue preoccupazioni. Preghiera, infatti, vuol dire rimozione dei pensieri.  

Dirittura dell'intelletto 
Non può correre chi è stretto da legami, né può vedere il luogo della preghiera spirituale un intelletto schiavo delle passioni, poiché viene trascinato e portato di qua e di là dal pensiero contaminato da passioni, e non può mantenersi inflessibile. 

Azione fisiologica dei demoni 
Non appena l'intelletto è pervenuto alla preghiera pura, stabile e vera, allora i demoni non giungono più da sinistra, ma da destra. Gli presentano infatti un'apparenza illusoria di Dio sotto qualche figura gradevole ai sensi, così da fargli credere di avere perfettamente raggiunto lo scopo della preghiera. Ma ciò - secondo il detto di uno gnostico degno di ammirazione - ha origine dalla passione della vanagloria, e dal demonio che si attacca alla sede sottostante al cervello scuotendone le vene. 

Manovre del demonio attraverso il cervello 
Penso che il demonio che si attacca alla suddetta sede volga come vuole la luce che circonda l'intelletto, e che così la passione della vanagloria si muova verso un pensiero che forma l'intelletto a localizzare, con leggerezza, la divina ed essenziale scienza. Tale intelletto però, poiché non è molestato da passioni carnali e impure ma prega veramente con purità, ritiene che nessuna azione nemica si eserciti più in esso. Per cui suppone sia un'apparizione divina quella in esso prodotta dal demonio, il quale è assai uso alla sua terribile scaltrezza: attraverso il cervello àltera, come abbiamo detto, la luce ch'è congiunta all'intelletto, al quale dà così una forma. Intervento dell'angelo L'angelo di Dio, al suo sopraggiungere, con una sola parola distorna da noi ogni azione ostile, e muove la luce dell'intelletto ad operare senza errore. 

L'incenso dell'Apocalisse 
L'espressione dell'Apocalisse, dov’è detto che l'angelo prende dell'incenso per metterlo nelle preghiere dei santi, penso significhi questa grazia operata per mezzo dell'angelo. Egli suscita, infatti, la conoscenza della vera preghiera, in modo che l'intelletto stia ormai fuori da ogni sorta di turbamento, accidia e negligenza. 

Sacerdozio spirituale 
I profumi delle coppe sono detti essere le preghiere dei santi offerte dai ventiquattro anziani. 

Contemplazione nella perfetta carità 
Per coppa si deve intendere l'amore verso Dio, cioè la carità perfetta e spirituale nella quale la preghiera passa all'atto, in spirito e verità.  

Rimedio contro l'alienante orgoglio 
Se ti sembra di non aver bisogno di lacrime per i peccati nella tua preghiera, considera quanto ti sei allontanato da Dio, mentre dovresti essere sempre in Lui, e allora verserai più calde lacrime. 

Misura: l'originaria purità 
Certamente, se hai consapevolezza del tuo metro, ti sarà più gradita la compunzione: chiamerai misero te stesso - come Isaia -; poiché impuro, con labbra impure e in mezzo a un tale popolo, cioè di nemici, tu osi presentarti al Signore degli eserciti.  

Familiarità con Dio e insegnamento degli angeli 
Se preghi veramente, troverai una grande sicurezza, e gli angeli ti scorteranno - come Daniele - e ti illumineranno sulle ragioni degli esseri creati. 

Protezione e intercessione degli angeli 
Sappi che i santi angeli ci esortano alla preghiera, e ci stanno accanto, parimenti rallegrandosi e pregando per noi. Se dunque siamo negligenti e accogliamo pensieri contrari, molto li sdegniamo: essi, infatti, lottano tanto per noi, mentre noi neppure per noi stessi vogliamo supplicare Dio, ma, disprezzando il loro servizio e abbandonando il loro Dio e Signore, andiamo incontro ai demoni impuri. 

I canti dei salmi, ali per la purificazione 
Prega come si conviene e senza turbamento, e canta i salmi con arte ed euritmia: sarai come un aquilotto che vola in alto. 

Oltre la salmodia 
Il canto dei salmi placa le passioni e fa quietare l'intemperanza del corpo; la preghiera invece dispone l'intelletto ad esercitare la sua propria attività.  

La migliore attività 
La preghiera è un'attività che conviene alla dignità dell'intelletto, ossia la migliore e adeguata utilizzazione di esso. 

Dalla sapienza multiforme alla scienza dell'Uno 
Il canto dei salmi è proprio della sapienza multiforme; ma la preghiera è preludio alla scienza immateriale e non molteplice.  

La scienza spirituale, svegliarino della potenza noetica 
Stupenda è la scienza, poiché è collaboratrice della preghiera svegliando la potenza noetica dell'intelletto alla contemplazione della scienza divina. 

Insistenza 
Se non hai ancora ricevuto il dono della preghiera o della salmodia, insisti, e lo riceverai. 

Sollecitudine divina 
"Quanto al loro dovere di pregare sempre, senza stancarsi, disse ad essi anche una parabola". Frattanto, dunque, non stancarti e non scoraggiarti per non avere ottenuto; poiché in seguito otterrai. E concluse la parabola con l'espressione: "Anche se non temo Dio e non ho riguardo per nessuno, almeno per le noie che mi dà questa donna, le farò giustizia". Così, dunque, anche Dio farà giustizia, sollecitamente, a coloro che gridano verso di Lui notte e giorno. Sta', perciò, di buon animo, e persevera infaticabilmente nella santa preghiera. 

Abbandono in Dio 
Non volere che le tue cose vadano come sembra bene a te, ma come piace a Dio. Così sarai senza turbamento e riconoscente nella tua preghiera.


domenica 12 luglio 2015

«A DUE A DUE»

Dalla dualismo all'unità
- Riflessioni a margine del Vangelo di oggi -




"In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». 
 Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni,  
ungevano con olio molti infermi e li guarivano...".



(Mc 6,7-13)


Il Vangelo di oggi, XV Domenica del Tempo Ordinario, sottolinea l'idea dell'essere mandati "insieme". E' un'idea antica quanto la Bibbia, antica quanto il mondo. E' un'idea "eterna" quanto eterno è il progetto di Dio.


LA DUALITA' NEL PROGETTO DI DIO
Se andiamo alle origini della creazione ci imbattiamo nel desiderio divino che l'uomo non sia solo (cfr. Gn 2,18) e, scorrendo oltre, il Siracide torna con insistenza sul concetto della "dualità":

"Considera perciò tutte le opere dell'Altissimo: 
a due a due, una di fronte all'altra" (Sir 15,33)

e ancora

"Tutte le cose sono a due a due, una di fronte all'altra, 
egli non ha fatto nulla d'incompleto. 
L'una conferma i pregi dell'altra: 
chi si sazierà di contemplare la sua gloria?" (Sir 42,24-25).

DUALITA' O DUALISMO?
La dualità di cui parla Dio non è sinonimo di rivalità, ma di completezza, anzi, di "completamento". L'altro mi integra nella misura in cui diventa il mio compagno di viaggio, il mio sostegno, il mio aiuto, il mio conforto; l'altro mi completa se si fa il mio interlocutore, il mitigatore dei miei eccessi, lo sprone per superare i miei difetti.
Nella dualità rintracciamo qualcosa della perfezione di Dio Uno e Trino. Ogni uomo manifesta un aspetto della bellezza e della pienezza divina; due persone unite dal vincolo della missione e dell'affetto reciproco, mostrano ancora di più l'aspetto "comunionale" del Dio Trinitario.
Se, tuttavia, ci si lascia accecare dall'egoismo e dalla superbia, l'altro diventa il mio "rivale", il mio antagonista. In lui non vedo più colui che mi aiuta ad essere realmente me stesso e colui che io aiuto ad essere se stesso; finisco con il rintracciare nell'altro la persona che mi "oscura", che mi svilisce e, come nella storia di Caino e Abele, la fraternità si spezza per lasciare il posto alla lotta, che rischia di concludersi con l'annientamento di colui che ci è stato donato come compagno di viaggio.

LA LUCE E IL BUIO
La dualità voluta da Dio è portatrice di luce.
L'altro, se veramente vive il rapporto con me come una "chiamata" divina e come una "missione", mi aiuta a mettere in luce il meglio di me stesso. Non mi occulta, al contrario, mi fa "emergere". Mi fa risalire da quell'abisso tenebroso di difetti, egoismi, debolezze, viltà, abbattimenti, che impregnano l'esistenza di ciascuno di noi, in piccola o grande misura.
E io agisco ugualmente nei suoi confronti.
Ciascuno si illumina della luce dell'altro. Alla fine le due luci si "fondono" e la comunione (amicale, fraterna o sponsale che sia) diviene una splendida unità.

DALLA DUALITA' ALL'UNITA'
L'esperienza dei santi "mandati a due a due" è l'esempio più significativo di questo passaggio dalla dualità all'unità.
Scorrendo ad esempio l'epistolario di San Francesco di Sales a Santa Giovanna di Chantal, ricorrono spesso espressioni relative all' "unità" tra le loro anime, voluta, attuata e rafforzata da Dio stesso. La chiamata di Dio esige però una risposta ed un lavoro continuo. In rapporti come quello tra il Sales e la Chantal, la direzione spirituale del primo sulla seconda rende maggiormente evidente quanto la missione "a due a due" vada di pari passo con "l'illuminarsi" a vicenda. Sì, a vicenda, perché ciascuno ha da donare all'altro. Così il santo Vescovo poté scrivere alla sua diretta, ormai già Madre superiora delle Visitandine da loro fondate: "Voi siete il coraggio del mio cuore e il cuore del mio coraggio".
Testimonianza stupenda di quanto la missione "a due a due" renda i compagni di viaggio una cosa sola, il vero sostegno reciproco, il vero alimento (bellissima l'espressione di Simone Weil, che definiva l'amico come il "pane" dell'altro), tutto ciò di cui, in Dio e dopo Dio, noi abbiamo bisogno, in quella comunione desiderata da sempre, dall'Altissimo, tra le sue creature.


lunedì 6 luglio 2015

«IL SANGUE DEI MARTIRI E' SEME DI NUOVI CRISTIANI»

La conversione di Alessandro Serenelli,

l'aggressore di Santa Maria Goretti 

- Aspirare alla santità -





"Ero all’ultimo anno del tremendo cellulare. Avrei dovuto impazzire anch’io per tante sofferenze. Idee di disperazione mi turbavano nella mente, sempre più violente, quando una notte faccio un sogno. 
Mi vedo davanti ad un giardino, in un angolo tutto fiori bianchi e gigli. Ad un certo punto vedo scendere Marietta, bellissima e biancovestita. Man mano che coglieva i gigli me li presentava e mi diceva “prendi” e mi sorrideva come un angelo. Dinanzi a quel sorriso mi faccio animo ed accetto quei gigli fino ad averne le braccia colme. Presto però mi accorgo che quei gigli, tra le mie braccia, si trasformano in fiaccole. 
Marietta mi sorride ancora e sparisce. 
Mi sveglio di soprassalto e dico a me stesso: ormai mi salvo anch’io, perché sono certo che Marietta è venuta a trovarmi e a darmi il suo perdono. Da quel giorno non sento più l’orrore di prima per la mia vita”.

(Alessandro Serenelli racconta il sogno in cui vide Santa Maria Goretti)



 IL SANGUE DEI MARTIRI E' SEME DI NUOVI CRISTIANI

La memoria liturgica di Santa Maria Goretti ci spinge a guardare anche a quella del suo aggressore, Alessandro Serenelli. Il martirio della piccola Maria non è, infatti, dissociato dalla vicenda di questo giovane che balza agli onori della cronaca come un "disgraziato" e finisce col morire "in grazia di Dio". "Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani", diceva Tertulliano. La storia di Maria Goretti ne è una prova evidentissima.

Alessandro Serenelli e Maria Goretti
Alessandro nasce in una famiglia disgregata e autoritaria. Si sposta di città in città, fino alla meta locale, in cui conoscerà Maria e i suoi genitori. Dopo la morte del padre di lei i rapporti tra le due famiglie acquisteranno un tono particolare, in un certo senso di "dipendenza padronale" dei Serenelli sui Goretti. 
Il giovane Alessandro si sente attratto da Maria, che rimane spesso sola in casa - mentre la madre lavora nei campi - per accudire i fratellini e badare alle faccende domestiche.
L'irruenza del ragazzo - incapace di indirizzare le sue attenzioni secondo modalità più "normali" - sbocca nell'assalto finale, quello che conduce all'aggressione di Maria, pronta a difendere la sua purezza fino alle estreme conseguenze.
Il perdono della ragazza gli giunge già sul letto di morte, ma è quello che succederà dopo - per vie soprannaturali - che ci consente di legare la storia dei due ragazzi e delle loro vicende spirituali così diverse, ma così correlate.
Alessandro - una volta in carcere - rifiuta inizialmente ogni conforto religioso. Accade poi qualcosa di "misterioso": un sogno viene a mutare improvvisamente l'animo di questo ragazzo arrabbiato, irruento, ad un passo dalla disperazione totale.
Che quel sogno abbia qualcosa di "reale" ce lo conferma il cambio di disposizione d'animo che irrompe nel giovane, permettendogli di abbracciare la sua (meritata) croce con rassegnazione e di incominciare un percorso di rinascita spirituale.

IL TESTAMENTO SPIRITUALE DI ALESSANDRO: PAROLE CHE SEMBRANO UN'ECO DELLA PEDAGOGIA SALESIANA
Il testamento che Alessandro ci ha consegnato è un testo breve, ma significativo.
Leggendolo sembra di ascoltare un'eco di tanti insegnamenti di don Bosco, un santo che di ragazzi "difficili" se ne intendeva parecchio. Don Bosco e Alessandro Serenelli non si incontrarono mai (Alessandro nacque nel 1882, don Bosco morì nel 1888; vissero l'uno in Piemonte e l'altro nelle Marche ), ma alla luce delle "ultime" parole dell'aggressore di Maria Goretti possiamo accostare la pedagogia salesiana a quello che fu l'esito del percorso spirituale di Alessandro.
La strenua "lotta" di don Bosco per inculcare nei giovani l'amore alla purezza si basava essenzialmente sulla (imprescindibile )base della vita di fede (la "religione", uno dei tre cardini del sistema preventivo), e poi sulla fuga dai cattivi compagni e dalle occasioni pericolose (specialmente a mezzo stampa/spettacoli). Nelle Memorie Biografiche leggiamo questo suo insegnamento: "O anime fortunate che non avete ancora perduta la bella virtù della purità, raddoppiate i vostri sforzi per conservarla. Custodite i sensi, invocate spesse volte Gesù e Maria, visitatelo Gesù nel SS. Sacramento, andate sovente alla Comunione, obbedite, pregate. E voi che per vostra disgrazia l'avete già perduta non scoraggiatevi. Le giaculatorie, le frequenti e buone confessioni, la fuga delle occasioni, le visite a Gesù vi aiuteranno a recuperarla". (MB VI, 65-66 )
Questo fu quello che accadde ad Alessandro Serenelli, grazie all'aiuto di Santa Maria Goretti, la ragazza che aveva tentato di violentare e che morì per sua mano. Dal sangue della piccola "Marietta" nasce un nuovo cristiano, tanto che nel testamento del ragazzo - ormai avanti negli anni - troviamo un invito rivolto a tutti, ma specialmente ai giovani. E' il monito "sempre antico e sempre nuovo" per chi vuole preservare la purezza della propria anima: "Sono vecchio di quasi ottant’anni, prossimo a chiudere la mia giornata. Dando uno sguardo al passato, riconosco che nella mia giovinezza infilai una strada falsa: la via del male, che mi condusse
Alessandro Serenelli
alla rovina. Vedevo, attraverso la stampa, gli spettacoli e i cattivi esempi che la maggior parte dei giovani seguiva quella via senza darsi pensiero ed io pure non me ne preoccupai. Persone credenti e praticanti le avevo vicine a me ma non ci badavo, accecato da una forza bruta, che mi spingeva per una strada cattiva. Consumai a vent’anni il delitto passionale, del quale oggi inorridisco al solo ricordo. Maria Goretti, ora santa, fu l’angelo buono che la Provvidenza aveva messo avanti ai miei passi. Ho impresse ancora nel cuore le su parole di rimprovero e di perdono. Pregò per me, intercedette per me, suo uccisore. Seguirono trent’anni di prigione. Se non fossi stato minorenne, sarei stato condannato a vita. Accettai la sentenza meritata; rassegnato espiai la colpa. Maria fu veramente la mia luce, la mia protettrice. Col suo aiuto mi diportai bene e cercai di vivere onestamente, quando la società mi riaccettò tra i suoi membri. I figli di San Francesco, i Minori Cappuccini delle Marche, con carità serafica mi hanno accolto fra loro non come servo, ma come fratello. Con loro convivo dal 1936 ed ora aspetto sereno il momento di essere ammesso alla visione di Dio, di riabbracciare i miei cari, di essere vicino al mio angelo protettore e alla sua cara mamma Assunta. Coloro che leggeranno questa mia lettera vogliano trarre il felice insegnamento di fuggire il male, di seguire il bene sempre, fin da fanciulli. Pensino che la religione con i suoi precetti non è una cosa di cui si può fare a meno, ma è il vero conforto, l’unica via sicura in tutte le circostanze, anche le più dolorose della vita".


Potete approfondire la storia di Alessandro Serenelli anche sulle pagine di donboscoland.